di GP
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IL TASSILI DEGLI AJJER
Ecco il racconto del mio ultimo viaggio, attraverso il Sahara algerino da Tamanrasset
a Djanet, dai Monti dell'Hoggar all'altopiano del Tassili n'Ajjer.
Cari saluti a tutti
giuseppe
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Il Tassili degli Ajjer
di Giuseppe Pompili
"La grève.
Oui monsieur c'est la grève", mi spiega l'ineffabile caposcalo dell'aeroporto
Houari Boumédiéne di Algeri, allargando le braccia in un gesto
a metà tra il perentorio e il rassegnato. E' a causa dello sciopero dei
controllori di volo, che reclamano un aumento dello stipendio bloccato da anni,
se dall'inizio di aprile a questa parte i voli nazionali decollano col contagocce.
Quest'oggi solo pochi aerei hanno ricevuto l'indispensabile autorizzazione,
tra cui quello dell'Ambasciatore italiano e del suo cospicuo seguito in gita
turistica a Djanet. Rimane il dubbio se si sia trattato di una modesta ma significativa
vittoria dell'arte diplomatica piuttosto che di un favore reso ad un personaggio
importante. Se così fosse, fatte le debite proporzioni, avremmo ritrovato
pure qui le cattive abitudini di casa. La nostra avventura algerina è
iniziata così, nella più assoluta incertezza. Precluso il mezzo
aereo la nostra meta, l'oasi di Tamanrasset, appariva quanto mai distante. Un
miraggio assai più lontano di quanto non indichino i mille e ottocento
chilometri di piste che da Algeri conducono nel cuore del Sahara. Le insidie
di un viaggio via terra in direzione sud sono dovute al rischio d'incontri indesiderabili
più che a difficoltà intrinseche dell' itinerario, nonostante
nel paese sia ben avviato un cammino irreversibile che ha voltato definitivamente
la pagina più nera della storia dell'Algeria indipendente. La legge sulla
concordia civile (in cui è previsto l'indulto per gli ex-terroristi)
è stata sottoposta alla ratifica popolare attraverso un referendum approvato
lo scorso settembre con il novantotto per cento dei voti. Negli stessi giorni,
l'Esercito islamico di salvezza, braccio armato del Fis (Fronte islamico di
salvezza), ha negoziato la resa. Si intravede così la fine di una guerra
civile che ha fatto più di centomila morti, raggiungendo insensati vertici
di ferocia nell'ipocrita illusione che un qualsiasi nuovo ordine emergente dall'orrore
dei massacri collettivi si possa mai ammantare di una qualsiasi plausibile giustificazione
morale o religiosa. I colpi di coda di questo funesto passato, che ancor oggi
non si rassegna a scomparire del tutto, si leggono nella cronaca di prima pagina
dei quotidiani di lingua francese in vendita nella capitale. Il fanatismo del
Gruppo islamico armato (Gia) non è ancora giunto al capolinea, pur se
la progressiva tendenza alla riduzione delle vittime suggerisce un valido motivo
per sperare nel contrario. La prudenza è d'obbligo perché è
molto arduo per uno straniero valutare l'attendibilità di un regime i
cui principali mezzi d'espressione restano una stampa sottoposta a libertà
vigilata e un canale televisivo unico. Gli algerini conoscono solo una parte
di quanto è accaduto loro negli ultimi anni, in una confusione che è
stata alimentata dalla repressione delle forze di sicurezza. Perché la
vittoria della politica di concordia del nuovo presidente è, in parte,
anche frutto di quegli stessi uomini che hanno diffuso con lo stesso entusiasmo
le parole d'ordine della guerra e del rifiuto di qualsiasi dialogo, a riprova
che sotto qualsiasi latitudine gli assassini hanno una sorta di smania irresistibile
d'infilarsi nel letto delle loro vittime. Ma la stanchezza e la rassegnazione
della gente si sono manifestate attraverso l'adesione plebiscitaria all'iniziativa
referendaria del nuovo presidente Bouteflika in un anelito al cambiamento che
ha accomunato le principali formazioni dell' opposizione, siano esse laiche,
nazionaliste o anche islamiche. L'unica certezza è che, grazie alla barriera
naturale del deserto, i Tuareg a sud del paese sono stati risparmiati dalla
marea di follia collettiva, quasi che le aride lande disabitate dei Grandi Erg
Orientale e Occidentale abbiano agito da frontiere naturali, isolando efficacemente
la gente del deserto dal terrore stragista e dalla cieca reazione del potere.
Hanno certamente contribuito sia la forte identità etnica, che ha lasciato
poco spazio al fondamentalismo, sia la differente mentalità delle popolazioni
nomadi, più impegnate a difendere la propria indipendenza che preoccupate
di rispondere al richiamo di moderne quanto illusorie jihad. Trascorsa una tranquilla
notte ad Algeri, siamo quindi riusciti ad imbarcarci sul volo per Tam del giorno
seguente. Forse si è trattato di pura fortuna anche se mi piace pensare
che le grandi qualità di cortesia e attenzione nei riguardi dell'ospite,
trasversalmente diffuse nel mondo arabo, abbiano giocato un ruolo non secondario
a favore della nostra pattuglia di estenuati turisti, consentendoci infine di
partire. Inshallah!
I Deserti nel Deserto
Il Sahara dispiega la profondità dei suoi orizzonti intangibili unicamente
dall'alto. Il miglior punto d'osservazione per ammirarne tutta la varietà
e ricchezza di forme non è però la quota di crociera d'un aereo
di linea. Il deserto, visto attraverso il cristallo di un oblò, è
avaro di dettagli. Uno spesso strato di foschia opalescente cela l'orizzonte
in perpetuo. Alcuni profili si rivelano guardando giù in basso, verso
il nadir, là dove l'oceano di sabbia dorata del Grande Erg Occidentale
ha bruscamente termine e i colori mutano dall'oro al rosso alle mille tinte
brune del terreno. Le ombre del tramonto, allungandosi, disegnano l'alveo che
antichi fiumi fossili hanno scavato per millenni o milioni di anni prima di
prosciugare. Per apprezzare appieno la terza dimensione, la profondità,
occorre partire dal basso, dal suolo, per salire fin sulle colline di massi
di granito o arrampicarsi sui sentieri delle montagne di nero basalto che emergono
come isole dal mare dorato di un oceano di sabbia in perenne movimento. La parola
Sahara, dall'arabo "vuoto", ha anche il significato di "verità",
ma questa definizione è ingannevole se presa alla lettera. Il Sahara
è tutto l'opposto della piatta e disabitata distesa che la parola sembrerebbe
indicare. E' la sintesi di un insieme variegato di paesaggi uniti dal denominatore
comune dell'aridità e della posizione geografica. All'interno del "non
essere" si scopre una sorprendente ricchezza di forme e di colori, di vita
e di storia: infinite variazioni sul tema "deserto". Altopiani rocciosi,
immensi ammassi di sabbia adagiata su piatte superfici rocciose, imponenti massicci
rocciosi, pinnacoli d'arenaria scolpiti dall'erosione, cataste di blocchi di
ogni dimensione levigati dalla sabbia e sagomati in forme arrotondate nel corso
d'innumerevoli stagioni di sole e di gelo. Fiumi di sabbia chiara costellata
qua e là da macchie di tamerici segnano il corso sepolto degli oued.
Le pianure sconfinate di polvere ocra e ciottoli neri sono ciò che resta
di un'antica savana spogliata dalla vegetazione. E poi l'Erg, il deserto di
dune a perdita d'occhio. Il Sahara centrale comprende, in territorio algerino,
il massiccio degli Hoggar, un ciclopico quadrilatero di seicento chilometri
di lato per un'altezza media di duemila metri, coronato dalle cime dell'Atakor
e dell'Assekrem, alto quasi tremila metri. L'Hoggar è attorniato dall'altopiano
tabulare del Tassili degli Ajjer a nord-est e del Tassili degli Hoggar a sud,
interrompendo le estensioni sabbiose dei Grandi Erg Orientale e Occidentale.
Le dune riprendono più a sud, nel Niger con il Ténéré,
e nel Mali con il Tanezrouft, "nudo come il palmo di una mano". Un
altro grande massiccio, il più grande, è il Tibesti. Situato nel
Ciad settentrionale ha cime che si spingono fino ai tremila quattrocento metri
dell'Emi Koussi, ed è circondato da profonde depressioni chiuse che scendono
sino a duecento metri di altezza. Ma questo, parafrasando un noto detto, è
un altro viaggio.
L'Altopiano dei Fiumi Ovvero, in lingua Tuareg, il Tassili (altopiano) n'Ajjer
(dei fiumi).
E davvero i fiumi vi scorrevano numerosi, in tempi remoti. Le acque hanno scavato
i profondi canyon che solcano l'altopiano. I rari acquazzoni trasformano le
profonde gole in imbuti naturali che convogliano la pioggia per dar vita ad
effimere cascate. La preziosa acqua si raccoglie in pozze a carattere stagionale
che alimentano tutto un microcosmo ecologico. Il massiccio del Tassili è
un piatto tavoliere lungo ottocento chilometri e largo una cinquantina, confine
naturale tra Libia e Algeria. I mille e settecento metri d'altezza contribuiscono
a rendere il clima sopportabile per metà dell'anno, ma da maggio a novembre
"la chaleur" domina incontrastata e ogni attività s'arresta,
schiacciata sotto una cappa d' aridità infuocata. Sull'altopiano del
Tassili le formazioni rocciose impermeabili offrono ombra e riparo dal sole,
trattenendo nel contempo parte dell'acqua piovana. Solo così è
possibile una precaria sopravvivenza per gli animali di piccole dimensioni,
che restano rintanati durante il giorno, ben protetti dal sole, ed animano invece
la notte del deserto. Mufloni, lepri dalle lunghe zampe, lucertole dai colori
dell'arcobaleno, qualche raro dromedario oltre agli immancabili predatori, sciacalli
e fennecs, popolano un'area completamente disabitata vasta migliaia di chilometri
quadrati. La superficie dell'altopiano è in gran parte una piatta distesa
di roccia ma, in alcune zone, la combinazione unica di erosione eolica unita
all'azione di antiche acque sotterranee hanno scolpito l'arenaria dando origine
ad un labirinto naturale di aguzzi pinnacoli e ampi meandri, in un'alternanza
di grotte e camere naturali dove è facilissimo perdersi. Le formazioni
assomigliano ad un'antica città, abbandonata da secoli, i cui edifici
mozzi guardano il cielo attraverso squarci che ricordano le finestre di palazzi
diroccati. Protetti e preservati dal clima arido, dall'isolamento e dall' asprezza
del territorio, sono stati scoperti in questo luogo da archeologi francesi negli
anni Trenta, migliaia di affreschi rupestri ottimamente conservati, databili
tra seimila e mille anni a.C. Un'altra particolarità di quello che è
forse il più grande parco archeologico di pitture rupestri esistente
al mondo, dichiarato World Heritage Site, luogo patrimonio dell' umanità,
è che le pitture e le incisioni sono accessibili unicamente a piedi,
dopo aver scalato i ripidi contrafforti rocciosi che si affacciano sulla piana
di Djanet. La prima tappa richiede almeno quattro ore di scarpinata, oltre al
superamento di cinquecento metri di dislivello. Giunti alla sommità dell'altopiano
si apre alla vista un paesaggio quasi extraterrestre, che custodisce tra i propri
tesori la testimonianza di antiche civiltà scomparse. Gli antenati di
civiltà fluviali, come quella egizia, di popoli nomadi, come i Tuareg,
hanno popolato per millenni quello che oggi è un arido deserto al tempo
in cui l'Europa era in gran parte sepolta sotto una profonda coltre di ghiacci
continentali.
Il Grande Albero di Tamrit
Nel cuore dell'altopiano del Tassili, in località Tamrit, c'è
un albero che si dice abbia duemila anni d'età. E' solo il più
grande di un'esigua schiera di superstiti che, semplicemente, hanno deciso di
non morire mentre i millenni fluivano e tutto, intorno, si trasformava in un'arida
pietraia arroventata. L'albero di Tamrit non colpisce per le sue dimensioni,
che probabilmente non arrivano ai venti metri d'altezza, né per l'età,
poiché nel mondo vegetale vi sono certamente esempi di piante più
antiche. No, la sensazione che ispira è di meraviglia di fronte ad un
solitario essere vivente che affonda le radici nelle sabbie di un asciutto oued
inseguendone con tenacia tutta vegetale l'esile umidità fin sul fondo
roccioso, molti metri più in basso. Il suo nome botanico è Cupressus
dupreziana. Appartiene alla famiglia dei cipressi, ma non somiglia affatto ad
un cipresso, piuttosto ad una sequoia. Una mano ignota ha infisso in profondità
nel legno dei comuni picchetti da tenda, forse come aiuto per salire. Ora sporgono
solo dei monconi arrugginiti, inglobati tra le pieghe della corteccia, una scorza
coriacea e rinsecchita, incallita e cresciuta su se stessa per dar forma ad
una pelle decrepita che ha raggiunto una condizione così poco vivente
da non poter più morire. Travature orizzontali mozzate da secoli sporgono
dal fusto come superstiti segnavia di crolli remoti. La chioma è asimmetrica,
quasi minuscola rispetto alla massa che la sorregge. Eppure, mentre ne accarezzo
la superficie, avverto come un brivido, la consapevolezza che l'età di
questo essere vivente è dello stesso ordine della storia scritta dall'uomo,
che ha assistito impassibile e inconsapevole alla nascita e al crollo d'imperi,
di sogni e d'illusioni di vita eterna, esso stesso tanto vicino all'eternità,
secondo il metro umano, quanto condannato a estinguersi senza poter generare
eredi. C'è qualcosa di malinconico e di grandioso insieme nel suo lungo
sopravvivere in regale solitudine per un tempo lunghissimo, alieno da qualsiasi
speranza o finalità, nell'indifferente attesa che un aleatorio capriccio
del clima renda nuovamente possibile il suo perpetuarsi.
Le Pitture Rupestri di Sefar
Al centro dell'altopiano del Tassili, in mezzo ad un caos di guglie e d' anfratti,
sono celati splendidi esempi d'arte parietale che affondano le radici nel neolitico
e raccontano per immagini la vita quotidiana dei nostri antenati sahariani.
Anche se le pitture si rinvengono di solito presso aree circoscritte, in genere
occorre spostarsi di parecchi chilometri tra un sito e il successivo, in un
dedalo di rocce e pinnacoli che rendono la zona simile ad un impenetrabile labirinto.
Le pitture rupestri sono per la maggior parte eseguite sulle pareti concave
di queste formazioni naturali di arenaria, che offrono un parziale riparo dagli
elementi e dall'azione erosiva della sabbia. La porosità naturale della
roccia favorisce inoltre l' adesione dei pigmenti. Si tratta di polvere di caolino
per il bianco e di ossidi minerali per gli altri colori. I pigmenti erano finemente
tritati, mescolati ad acqua o forse ad altri leganti organici quali l'albume
e la caseina. Le tonalità realizzate dagli antichi artisti con questi
materiali spaziano dal bruno al cinabro, dall'ocra al giallo in una scala cromatica
che contempla per lo più tonalità "calde". Vi sono anche
delle incisioni rupestri, eseguite a sbalzo o martellando oppure picchiettando
con un punteruolo di pietra o di legno indurito nel fuoco un sottostante disegno
a carboncino. Mentre le pitture rupestri sono circoscritte a poche regioni,
come il Tassili n'Ajjer, le incisioni, o graffiti, sono diffuse nei quattro
angoli del Sahara. Ma la ricchezza delle pitture, la raffinatezza degli stili
e delle tecniche è propria unicamente del Sahara centrale, uno dei grandi
centri culturali dell'umanità del neolitico. Si è convenuto, in
mancanza di una cronologia assoluta, di classificare l'arte rupestre delle varie
culture che si sono avvicendate nel corso dei millenni riferendola agli animali
più rappresentativi dei singoli periodi. Così, dal Bubalus antiquus
(specie di bufalo dalle grandi corna a mezzaluna, estintosi in epoca neolitica),
prende nome il periodo più antico, quello bubalino. Successivamente si
è identificato un periodo detto dei pastori bovidiani. Compaiono quindi
raffigurazioni di carri trainati da cavalli in seguito all' introduzione di
questo animale in Africa nel II° millennio a.C. da parte degli asiatici
Hyksos. Il cavallo compare nei rupestri africani in un momento in cui la grande
fauna selvaggia, prima rappresentata in gran numero, tende a scomparire quasi
del tutto. Questo periodo coincide con l' inizio della fase finale dell'inaridimento,
intorno a tremila e cinquecento anni fa. L'aspetto affascinante è che
dalla perfetta rappresentazione dei carri è possibile dedurre molto sull'antica
tecnologia di costruzione. Lo studio della distribuzione geografica e della
frequenza dei rupestri in cui sono raffigurati porta a ricostruire un'ipotetica
"Pista dei carri" che attraversava il Sahara dal Mediterraneo al Niger.
Nell'ultima fase, o periodo del cammello, il deserto ha assunto l'aspetto attuale
e compaiono le raffigurazioni di questo animale, anch'esso di provenienza orientale,
a riprova del fatto che la desertificazione era ormai completa. Siamo ormai
in epoca storica e in questa fase, databile intorno al II° secolo a.C.,
compaiono anche le prime iscrizioni in tifinagh, i caratteri alfabetici che
ancor oggi costituiscono la scrittura dai Tuareg. Per il non specialista, l'emozione
più grande suscitata dall'ammirare queste pitture è data dal raggiungerle
attraverso luoghi impervi, per anni disertati anche dalle forme di turismo più
avventuroso. Le stilizzazioni animali, viste attraverso l'occhio ingenuo del
non specialista, appaiono sorprendentemente "moderne". I guerrieri
armati di arco e lancia, i cavalieri al galoppo, le figure umane decorate con
scarificazioni rituali come nell'affresco di Tan Zoumaitak, sembrano appartenere
alla nostra epoca, tanto sono ben conservate e "vive". Il Grande Dio
di Sefar, che con i suoi sei metri d'altezza può considerarsi la più
grande pittura rupestre della preistoria, testimonia la comparsa di una proto-religione,
anche se non mancano i soliti estrosi che lo attribuiscono allo sbarco d'ipotetici
"marziani". Le amazzoni di Sefar, le caricature di personaggi umani,
la barca egizia di Timrit, ci restituiscono con realismo e vitalità ritratti
di antiche civiltà con un'immediatezza superiore a quella che possiedono
tanti reperti preistorici sepolti nei musei. E' un patrimonio fragile, il cui
valore la civiltà moderna, prevalentemente occidentale e urbana, riesce
a comprendere e apprezzare solo con fatica. E' la dimensione del deserto.
Bibliografia essenziale:
1) Pietro Laureano - Sahara giardino sconosciuto - Collana I luoghi della civiltà.
Giunti Editore, Firenze. 1a Edizione 1993, pagg. 290, lire 35.000.
2) Massimo Baistrocchi - Antiche civiltà del Sahara - Collana storia
e documenti n°66. Mursia Editore, Milano. 1a Edizione 1986, pagg. 320, lire
30.000.
3) Umberto Sansoni - Le più antiche pitture del Sahara. I Tassili, l'arte
delle teste rotonde - Jaca Book, Milano 1994. pagg. 180, lire 30.000.
4) Internazionale n°302 del 30 settembre 1999 - Autunno in Algeria -Settimanale
Edito da "L'internazionale srl", Roma. Pagg. 62, lire 5.000.