di Maurizio C.
Questo non è un racconto di viaggio. Anche perché non si può dire che si sia trattato di un viaggio vero e proprio, bensì di una vacanza itinerante. Il classico “Crociera su Nilo + Cairo”, proposto da molti tour operator, è in realtà del tutto simile ad uno di quei programmi televisivi della domenica pomeriggio, che “contengono” un po’ di tutto, e dove gli spazi “culturali” sono soffocati da una quantità preponderante di “spazzatura”, confezionata più o meno bene, e intervallata da spot pubblicitari. Così, tra i momenti sacri dedicati al dio Sole (nel senso di abbronzatura) e al dio Cibo, le visite obbligate ai templi del bieco consumismo (nell’ ordine: laboratorio di lavorazione dell’alabastro, industria delle essenze, fabbrica del papiro, gioielleria), trasferimenti, contrattempi e tempi di attesa, lo spazio per le visite culturali in senso stretto non raggiunge neppure le 15 ore nell’arco della settimana: e sono frammenti, tipo 40 minuti al tempio di Karnak, 15 minuti a Saqqara, 10 minuti alla Sfinge, ecc..., con sistematici “tagli” delle attrazioni “minori”, completamente oscurate anche alla conoscenza dei turisti, del tutto ignari dell’esistenza di un Tempio della Sfinge, di un Giardino Botanico di Assuan, di tombe e templi, troppo lontani o troppo lunghi da visitare. Inutile ribadire che invece le soste commerciali e culinarie hanno goduto del massimo agio e di ampia tolleranza circa il rispetto dei limiti di tempo. E il bello (o il brutto) che quasi tutto il gruppo (un campione rappresentativo? non saprei dirlo) è allineato con questa logica: la maggioranza preferisce dormire o bruciarsi sul ponte della nave (con gli occhi fissi al cielo) piuttosto che osservare con curiosità le splendide sponde del Nilo; la maggioranza preferisce tornare in albergo a vedere le prove del Gran Premio di Formula 1 piuttosto che continuare fino all’orario di chiusura la visita alle piana di Giza, la maggioranza preferisce riempirsi la panza già satolla addomesticando l’ennesimo buffet piuttosto che imbattersi in una nuova “discarica di pietre”. Si perpetua così un accordo sinergico tra organizzazione locale e aspettative dei partecipanti, felici di farsi continuamente spennare in modo palese od occulto dagli scaltri accompagnatori, brillanti, esperti, preparati, ma sempre pronti a terrorizzare e scoraggiare le velleità degli eretici, con messaggi a volte solo un po’ “caricati”, a volte decisamente falsi e tendenziosi, e ad approfittare dell’ignoranza generale per ridurre costi e tempi a proprio esclusivo vantaggio. Alla fine il programma è ufficialmente e sostanzialmente rispettato, anche se i fotogrammi di una civiltà lunga quattromila anni scorrono talmente veloci che pare di vedere una cassetta col tasto di avanzamento rapido. Insomma, chi tra i miei compagni di vacanza oggi starà raccontando di essere stato in Egitto, a buon diritto lo potrà fare. Ma il Viaggio, scusate, è un’ altra cosa. Il primo giorno scorre rapidamente tra volo (partenza in tarda mattinata), arrivo a Luxor e imbarco sulla nave che solcherà le acque del mitico Nilo. Si prende confidenza con l’imbarcazione, che avevamo scelto appositamente di recente costruzione e con standard di ospitalità abbastanza alti da garantirci l’esenzione da brutte sorprese. La nave (Lady Sophia) effettivamente è bella: il paragone con altre imbarcazioni è incoraggiante: ce ne sono di meno costose, ma a detta di chi le frequenta si rivelano piuttosto carenti, soprattutto nell’aspetto pulizia e ampiezza delle cabine; noi non ci possiamo lamentare: camera ampia, discreta pulizia generale, buona cucina, personale gentile e disponibile, anche se i negozianti appaiono da subito insistenti e noiosi. L’accompagnatore, il signor N., ci rende subito edotti delle “cose da sapere”: il senso del discorso, aldilà degli ammiccamenti a cui dovremo abituarci, è: “seguiteci docilmente, fidatevi di noi e non prendete nessun tipo di iniziativa perché il mondo fuori è pieno di insidie e solo noi potremo farvi godere appieno della vostra vacanza”. Ovviamente queste premure ci costeranno un po’; e scatta il primo accordo, sulle mance: “non date niente a nessuno, guide, personale della nave, accompagnatori vari, ma versatemi in soluzione unica la tariffa pattuita (quantificata in 20 US$), ed io mi faccio garante di un’equa distribuzione, così non vi preoccupate più”. La proposta, casualmente, arriva subito dopo l’esorbitante (e sospetta) richiesta di un’esagerata mancia (diecimila lire) da parte dell’ uomo che, all’aeroporto, carica la valigia sul pullman (operazione da 2 secondi netti), e viene accettata con entusiasmo dall’intero gruppo (cosa saranno 20 dollari a testa per poter stare tranquilli per il resto del viaggio?). In realtà questa non sarà che la prima di una serie di gabelle più o meno istituzionali; cito qualche esempio, rimarcando che la maggior parte possono ritenersi tranquillamente evitabili: l’abbigliamento tipico da acquistare al negozio della nave per poter partecipare al “Gallabya Party”, le fotografie scattate dal fotografo ufficiale relative alla festa stessa (6mila lire ciascuna), le magliette col cartiglio (uguali a quelle indossate dalla guida, in puro cotone egiziano, a 24 dollari ciascuna), la videocassetta edita dal sindacato delle guide (40mila lire), lo spettacolo di “suoni e luci” alle Piramidi (altri 30 dollari a testa), oltre ai vari acquisti nel negozio dell’alabastro, in quello delle essenze, in quello dei papiri e nella gioielleria, il buffet della cena della prima serata in albergo al Cairo (inspiegabilmente fuori programma, e offerto al prezzo speciale di 26 dollari a testa più bevande), le bevande ai pasti fuori dalla nave (con costi fino a 20mila lire al litro per l’acqua frizzante in un ristorante - barcone al Cairo) e, infine, l’ovvia mancia “spontanea” per il garante delle mance, accettata solo perché segno tangibile del riconoscimento del buon lavoro svolto. Inutile dire che la gabella dei 20 $ a cranio, finalizzata a neutralizzare lo stillicidio delle “piccole” mance, in realtà mette continuamente di fronte a lancinanti sensi di colpa alla vista delle mani tese, e a di conseguenza a nuove elargizioni. Ma torniamo al viaggio. La seconda giornata, come da programma, è dedicata alla visita di Luxor e dintorni: inizia molto presto, alle sei del mattino, con un’abbondante colazione; la cena della sera prima era invece stata molto deludente, dal punto di vista quantitativo; e da più parti era stata notata la scarsa pulizia dei piatti (per risolvere il problema, le sere successive la cena sarà servita “al lume di candela”, secondo il ben noto assioma che al buio le imperfezioni si vedono meno…). Si presenta la guida, T., un ragazzo in gamba e molto preparato, ma che pare morso dalla tarantola. Si raccomanda la massima puntualità, e questo è giusto, peccato che la rigidità degli orari venga applicata solo alle visite culturali, mentre per le soste “commerciali” non ci sono limiti… Si parte con la visita della riva occidentale, la cosiddetta Città dei Morti, ovvero Valle dei Re e Valle delle Regine: si comincia con la valle delle Regine, dove si visita la bella tomba del principe Amon-her-Kopeshef, dai vivaci colori, illustrata con dovizia di particolari; ce ne sono altre aperte, ma tanto “sono tutte uguali”, quindi non vale la pena soffermarsi oltre; viene data la possibilità a chi lo desidera di visitare la Tomba di Nefertari, previo pagamento di un extra consistente (60mila lire a testa), ma l’opzione viene scoraggiata, perché il restauro, costato 8 milioni di dollari (avevo sentito dire 3), è pacchiano e poco rispettoso dei colori originali. Ovviamente nessuno accetta, e il programma può proseguire celermente. Si passa alla valle dei Re, è grandissima, ma la maggior parte delle tombe sono chiuse, perché un’apertura indiscriminata alla grande massa dei turisti danneggerebbe in maniera irreparabile un patrimonio inestimabile: ne vengono aperte, a turno, un numero esiguo, e su queste si concentra comunque una massa impressionante di turisti, a giudicare dal numero di pullman presenti nel parcheggio; un simpatico trenino ci conduce fino alla zona delle tombe; col biglietto in nostro possesso avremo la possibilità di scegliere 3 delle 6 tombe aperte; ci sarebbe anche l’opportunità di vedere la famosa tomba di Tutankamon (con adeguato supplemento), ma anche questa viene sconsigliata dalla guida (“perché non c’è nulla”). In due tombe veniamo accompagnati, e restiamo davvero ammirati alla vista delle splendide decorazioni policrome; una signora di Firenze, nonostante le ripetute raccomandazioni di T., non resiste alla tentazione di passare il suo ditaccio unto nel solco colorato di un bassorilievo, e viene brutalmente (e giustamente) esposta al pubblico ludibrio (passerà il resto della settimana annoiandosi platealmente e ad attendere il momento dell’agognato trasferimento a Sharm el Sheikh). Alla terza tomba c’è troppa ressa, e i più volenterosi vengono indirizzati, senza accompagnamento, alla visita di una tomba “minore” di scarso interesse. Il caldo aumenta, ma ancora pieni di entusiasmo ci spostiamo al tempio della regina Hatschepsut, in restauro: ne ammiriamo, da fuori, l’imponenza, trascurando del tutto le rovine di fianco. Allo stesso modo vengono ignorati altri monumenti importanti quali il Ramesseum e il tempio di Ramses III. Rimarrà nell’oblio anche l’interessante museo archeologico di Luxor. Dopo la sosta (1 ora) alla fabbrica di alabastro, e quella (5 minuti) ai colossi di Memnone, si riprende la strada, osservando dal finestrino squarci di vita nella fertile striscia di terra tra il fiume e il deserto, si attraversa di nuovo il Nilo tramite un nuovo ponte a circa 20 chilometri a sud di Luxor, e si raggiunge Karnak, dove scendiamo a visitare il Grande Tempio di Amon: l’imponenza è tale da restare senza fiato: vengo colto da raptus fotografico, non so da che parte girarmi per cercare di cogliere immagini solenni, prospettive interessanti, particolari curiosi; è molto difficile, perché fermarsi per uno scatto significa perdere le spiegazioni della guida… per fortuna dopo il tour guidato (un quarto d’ora) ci viene dato un tot di tempo per muoversi da soli e fotografare in libertà: venticinque minuti (!), che i più trascorrono girando intorno alla statua della Scarabeo portafortuna: tra i tanti “girellatori” riconosco alcuni che di lì a poco saranno travolti da acuti attacchi di dissenteria: evidentemente lo Scarabeo si è rotto i marroni di elargire fortune incondizionate. È passato mezzogiorno, il caldo è opprimente, ma si prosegue verso il cuore dell’antica Tebe, per visitare il Tempio di Luxor, meno monumentale del precedente, ma caratteristico per essere preceduto da un viale di sfingi, che un tempo proseguiva per due chilometri fino al tempio di Karnak, mentre ora è ridotto ad un centinaio di metri. La visita è altrettanto rapida, una mezzoretta in tutto: si sono fatte le due, è ora di risalire sulla nave e di salpare, direzione sud. Una curiosa caratteristica della crociera sul Nilo è quella che le motonavi si dispongono all’attracco una di fianco all’altra, cosicché per passare da una all’altra bisogna transitare attraverso le rispettive hall: a volte per arrivare a terra bisogna “visitare” più di dieci imbarcazioni: i controlli sono abbastanza approssimativi, per cui immagino che a volte capiti che qualche turista distratto si ritrovi a vagare per navi sconosciute cercando la propria cabina… tanto più che esistono modelli del tutto identici come la Lady Christina, gemella della nostra. Un’altra curiosa caratteristica derivata è che da terra non abbiamo praticamente mai visto la nostra nave “a figura intera”, essendo sempre “coperta” da altre imbarcazioni. Si parte, ed è uno spettacolo: le rive del Nilo sono lussureggianti di vegetazione: le palme fanno ombra alle coltivazioni intensive, tutte le tonalità del verde si specchiano sulle placide acque del fiume, intervallate da villaggi pittoreschi. Talvolta il Nilo si ramifica dando vita a isole, terreno di pascolo per i bovini. La striscia fertile oltre gli argini si allarga e si restringe a seconda della presenza di asperità del terreno, dando vita ad una varietà di paesaggi sempre interessanti; ad un occhio più attento si aprono qua e là squarci di vita rurale: una carovana di dromedari, bambini che fanno il bagno, donne che lavano i panni, contadini in groppa a esili somarelli… la vita scorre senza fretta, come le acque del fiume. La Lady Sophia, varata nel 2000, è tra le motonavi più veloci della flotta del Nilo, ce ne accorgiamo dal fatto che spesso si trova a superare altre imbarcazioni più lente; ciononostante la velocità media (verificata su una cartina stradale) è di 10-15 chilometri all’ora. la partenza anticipata viene giustificata col fatto che bisogna raggiungere la chiusa di Isni prima possibile, in quanto il passaggio dello sbarramento, a due imbarcazioni alla volta, provoca a volte lunghissimi tempi di attesa. Bellissimo il momento del tramonto del sole, alle sei in punto. Arriviamo alla diga col buio, nonostante la corsa ci mettiamo “in coda”, il nostro attraversamento è previsto alle due di notte, ma l’attesa viene ravvivata dal festoso abbordaggio di decine di piccole imbarcazioni di ragazzini che cercano di vendere abiti e paccottiglie varie, lanciando il materiale in sacchetti di plastica: incredibile la loro precisione, pari alla cocciutaggine e alla simpatia; il superamento della diga avviene nell’ oscurità, e avrà pochi ostinati testimoni (la stanchezza farà sì che io non sia tra questi). Maurizio C
Oggetto: [RECE] Egitto: Crociera sul Nilo + Cairo (2/3)
La navigazione prosegue per tutta la notte, e il mattino del nuovo giorno ci
coglie già ancorati a Edfu, da dove caliamo a terra per la visita del
tempio di Horus, costruzione di epoca greco-romana in ottimo stato di conservazione,
anche se la presenza del tetto e la scarsa illuminazione rendono l’ambiente
un po’ tetro. Caratteristica comune a questo, e a molti altri templi del
periodo non classico, è il fatto che molte raffigurazioni appaiono accuratamente
“scalpellate” da mani iconoclaste: pare che i responsabili del misfatto
siano i copti dei primi secoli dell’era cristiana. L’attraversamento
della caotica cittadina avviene su traballanti carrozzelle a cavallo che si
scatenano in pericolose gare di velocità. Si riprende la navigazione,
sempre ricca di spunti interessanti per gli occhi e per gli obiettivi dei fotografi;
nel pomeriggio si arriva a Kom Ombo, località nella quale sussistono
altre rovine risalenti al periodo tolemaico-romano, ovvero il tempio di Sobek
e Haroeris, curioso e raro esempio di luogo liturgico riservato al culto di
due diversi dei; lo visitiamo al tramonto, e ci appare in una luce assai suggestiva.
In serata ci aspetta il Gallabya Party, e così devo provvedere all’acquisto
di un abito adeguato: mi rivolgo al mercatino di Kom Ombo, che si distingue
dagli altri perché i commercianti si autoregolamentano, imponendosi di
non superare una linea bianca dipinta sulla strada, evitando così ai
turisti gli ossessivi inseguimenti e gli inesorabili placcaggi. Una trattativa
feroce mi consente di approvigionarmi di un bell’abito di cotone bianco
a circa un terzo del costo degli analoghi modelli nella boutique a bordo. Mia
moglie si rifiuta di partecipare alla mascherata, e si presenterà in
abiti occidentali, ma sarà una delle poche a ribellarsi sfacciatamente.
La serata è corredata da una cena di piatti tipici, alquanto adattati
al gusto europeo, e da giochi di società che scantoniamo preferendo la
brezza sul ponte della nave. Assuan dista più di 40 chilometri, ovvero
oltre 4 ore di navigazione, ma al nuovo risveglio ci accorgiamo con sorpresa
che la nave è sempre ancorata al porto di Kom Ombo. La partenza avviene
(casualmente?) solo alle 9 in concomitanza con l’arrivo a bordo del trafelato
fotografo ufficiale; dopo aver immortalato i momenti salienti della festa della
sera prima, si è scapicollato per produrre le stampe in vendita alla
(per nulla modica) cifra di seimila lire ciascuna: potevamo fargli il torto
di partire senza darci la possibilità di acquistare queste preziose icone?
A causa della partenza ritardata arriviamoo ad Assuan a mezzogiorno, i 42°
ci accolgono nel pieno del loro vigore; giusto il tempo di organizzare una fulminea
escursione in autobus che comprende il passaggio (senza fermata) sul vecchio
sbarramento, il transito (con fermata di 10 minuti) sulla nuova mastodontica
diga costruita nel 1964 (e dietro alla quale si estende il lago Nasser), e la
visita all’isola di File, che in realtà è l’isola
di Agilkia, situata qualche metro più in alto della File originale, sommersa
dalle acque del lago; sono qui ospitati un gruppo di monumenti trasferiti grazie
ad una meticolosa opera di salvataggio simile a quella operata per i templi
di Abu Simbel. Interessanti il tempio di Iside, e una costruzione del periodo
romano denominata il Padiglione di Traiano. Molto suggestivo qui il paesaggio
con formazioni rocciose simili a quelle della nostra Sardegna. Siamo nel cuore
della Nubia, la regione più meridionale dell’Egitto, e la popolazione,
che appare particolarmente rilassata e cordiale, è formata in gran parte
da negri con lineamenti molto simili agli etiopi. Intorno alla città
di Assuan incombe il deserto, dune color senape sembrano quasi scivolare nell’acqua;
nello stesso tempo il fiume si frammenta in canali, formando una miriade di
isolette lussureggianti: è l’anticamera della prima cateratta.
In una di queste isole è situato un bel giardino botanico, regalo di
lord Kitchener che ne ha curato i primi trapianti di piante esotiche; sebbene
sia ancora presto (le 14,30) la guida preferisce portarci a vedere l’obelisco
incompiuto, una cava nel quale è conservato questo gigantesco ma piuttosto
insignificante moncone la cui estrazione non è stata portata a termine
(alcuni compatrioti si segnalano anche qui, esibendosi nel vietatissimo numero
della scalata dell’obelisco), e quindi nel laboratorio della produzione
delle essenze, dove veniamo storditi da zaffate di profumi di ogni risma. Ridendo
e annusando si fanno le 4 del pomeriggio, e a quel punto la visita del giardino
botanico (che avrei fatto, naturalmente, a mie spese) è inutile, perché
l’accompagnatore mi comunica con strategico ritardo che chiude alle 17
(circostanza rivelatasi errata, in quanto la chiusura è alle 18). Mi
viene fatta una vaga promessa per l’ indomani mattina. Di visitare le
tombe rupestri, il museo della Nubia o il monastero di San Simeone, neppure
a parlarne. Della loro esistenza, a scanso di scatenare pericolosi pruriti culturali,
non si fa neppure cenno. Fa caldo, caldissimo: la temperatura di giorno supera
i quaranta gradi, circostanza anomala, visto che siamo solo a fine marzo, ma
non infrequente. Il tasso di umidità sarà anche basso, ma quaranta
gradi sono tanti. Per fortuna la sera porta un po’ di refrigerio, così,
con la benedizione degli accompagnatori, e previa la solita sequela di messaggi
che vorrebbero essere protettivi ma in realtà appaiono più che
altro terroristici, decidiamo di scendere a terra, per visitare il mercato di
Assuan. È vivace, turistico ma non troppo, pieno di profumi e di odori,
magari non tutti accattivanti come quelli del laboratorio delle essenze; le
spezie, di tutti i tipi, la fanno da padrone; accanto al cumino, al curry, all’origano
e allo zafferano compare una polvere dal colore blu intenso: è indaco,
e serve a colorare i tessuti: viene venduta nel set di bustine insieme a quelle
di uso alimentare: speriamo che a nessun turista sia mai venuto in mente di
condirci il risotto. Mentre mia moglie ed io cerchiamo disperatamente un telefono
compatibile con la nostra scheda (maledetta liberalizzazione… ma quante
compagnie telefoniche ci sono in Egitto?), i nostri amici hanno la fortuna di
incappare in un colorato e chiassoso matrimonio “popolare”, con
coppia di sposi in carrozzella impegnata a farsi fotografare con infanti in
braccio (probabilmente un rito di buon augurio). Al mattino successivo sveglia
di buon’ora, prima della puntata ad Abu Simbel ci aspetta la misteriosa
gita in feluca tra i rami del Nilo. In realtà trasbordiamo su una normalissima
barca a motore, che per un’oretta ci scorrazza per le acque, qui finalmente
trasparenti, del grande fiume. Passiamo accanto allo scheletro di un devastante
albergo in costruzione (che spero venga presto abbattuto) proprio sull’isola
Elefantina, ma anche tra scorci paesaggistici molto suggestivi. È prevista
una sola fermata (10 minuti) per una foto sopra una modesta duna, quasi spianata
dai compatrioti dopo i rituali prelievi di sabbia a mo’ di souvenir. Del
giardino botanico vedremo sfioreremo solo le sponde. Ci trasferiamo al modernissimo
aeroporto di Assuan: ci aspetta il volo per Abu Simbel, e la guida ci informa
che, per disposizioni di legge, l’intera visita del sito, volo di 25 minuti
compreso, non può andare oltre le due ore. Un altro mordi e fuggi, insomma.
Sull’aereo veniamo informati che la temperatura a terra è di 48
gradi. Arriviamo a mezzogiorno in punto. Intorno a me turisti di ogni nazionalità
cadono come le mosche, stravolti dal caldo e dagli sbalzi di temperatura tra
i luoghi con aria condizionata e l’esterno. Il sito è comunque
grandioso, di eccezionale fascino. L’esterno del tempio di Ramsete II,
immortalato in maniera indelebile nel nostro immaginario collettivo, è
da ammirare a bocca aperta. Peccato che la facciata appare ormai in ombra e
i colori non siano così intensi come speravo. Il cuore del tempio è
un tripudio di vivacissime immagini: la scena della battaglia di Kadesh, o quella
dell’incoronazione di Nefertari sono impresse nelle memoria di ogni viaggiatore
che abbia avuto la fortuna di vederle coi propri occhi. Mi pare, comunque, che
l’illuminazione degli interni potrebbe essere migliore. Ancora una volta
qualcuno del gruppo, non meglio identificato, coglie al meglio l’occasione
di accreditare il turista italiano come uno dei più incivili del mondo,
squarciando il buio con ripetuti flash, e provocando la giusta ira dei guardiani.
Ci si raduna in fretta, e si riparte. Penso che sarebbe molto più suggestivo
arrivare qui al tramonto, godersi magari lo spettacolo di suoni e luci, e poi
all’alba essere tra i primi a bearsi della visione dei raggi del sole
che illuminano i volti dei colossi guardiani dei templi. C’è anche
la possibilità di abbinare la visita del sito ad una mini crociera sul
lago Nasser, che lambisce i templi, e che ha reso necessaria l’immane
opera di spostamento e ricostruzione. Raggiungere via terra Abu Simbel pare
invece attualmente impossibile, in quanto, sempre a detta dei nostri accompagnatori,
la strada che collega ad Assuan (280 chilometri) è chiusa. La giornata
è purtroppo “funestata” dalla presa di coscienza collettiva
di quanto possa essere letale il famoso virus intestinale, a volte chiamato
anche “vendetta del faraone”: un ragazzone di 25 anni, in viaggio
di nozze, nonostante lamentasse già dal giorno prima alcuni problemi,
decide di proseguire comunque il viaggio; l’escursione ad Abu Simbel lo
strema oltremodo, sull’aereo soffre come una bestia, alternando svenimenti
a momenti di delirio, con febbre altissima e altre manifestazioni che tralascio
di descrivere: tutto il gruppo è coinvolto nel dramma, quasi paralizzato
dalla triste scena, pensiamo che la sofferenza passerà, ma resterà
il ricordo di quello che doveva essere un momento indimenticabile e rischia
di diventare un incubo. Lo vedo per l’ultima volta all’aeroporto
del Cairo, sfinito e piangente, in attesa di cure, poi le nostre strade si dividono.
Oggetto: [RECE] Egitto: Crociera sul Nilo + Cairo (3/3)
riepilogo delle puntate: 1. crociera sul Nilo: da Luxor a Isni 2. crociera sul
Nilo: da Edfu ad Assuan + escursione ad Abu Simbel 3. Cairo e dintorni
Il programma prevede a questo punto il volo per Il Cairo, con mezza giornata
libera; per questo avevamo scelto, pagando il relativo supplemento, un albergo
abbastanza centrale come il Conrad International. Purtroppo il ritardo, e una
certa stanchezza, non consentono ulteriori uscite; facciamo appena in tempo
a renderci conto, durante il lungo trasferimento dall’ aeroporto all’albergo,
del traffico forsennato nella più grande metropoli africana, popolata
da 16 milioni di abitanti (di notte, di giorno diventano 18). Lo smog è
a livelli altissimi, anche perché delle due milioni di vetture circolanti,
molte sono in condizioni tali da provocare robuste emissioni di sostanze inquinanti;
nonostante la temperatura sia più bassa (si fa per dire, sempre 36-39
gradi) il disagio fisico è notevole, e una cappa grigiastra avvolge il
cielo. La prima cena è, stranamente, fuori programma: penso che la cosa
sia dovuta al fatto che a volte l’escursione ad Abu Simbel slitta talmente
che diventa rischioso “prenotare” un ristorante. L’abile accompagnatore
ci propone di sfruttare il ricco buffet dell’albergo, che “farà
preparare apposta per noi” per “soli” 26 US$ a testa, bevande
escluse. Ovviamente la proposta è subdolamente accompagnata dai consueti
messaggi evocativi dei terribili rischi che si corrono a mangiare nei ristoranti
cairoti. I più accettano e rimangono al Conrad. Quando mi rendo conto
che l’albergo è sì in centro (lungo il Nilo), ma in una
zona totalmente priva di ristoranti e negozi, opto anch’io per accettare
(a malincuore) l’ennesima gabella. Alcuni toscani, più coraggiosi
di noi, buttano il cuore oltre l’ostacolo, raggiungono l’altra riva
del fiume e si fiondano in un ristorante tipico, nel quale trovano genuina e
abbondante cucina locale per una spesa inferiore alle 30mila lire. Ben ci sta!
L’albergo comunque è davvero lussuoso, pure troppo. A me questi
posti mettono a disagio. Le parti comuni, hall, ristoranti, casinò, piscina,
trasudano un lusso sfacciato che stona alquanto con la povertà dei quartieri
appena fuori dal recinto dell’albergo stesso. La camera poi è immensa:
il bagno è grande come un appartamento, il letto è talmente esteso
che per dare il bacio della buona notte a mia moglie devo prendere la metropolitana.
La serata è allietata da un pranzo di matrimonio, ovviamente tra personaggi
altolocati: lo stile è molto differente da quello del matrimonio “povero”
di Assuan, e anche se ci sono gli stessi ingredienti (la musica, il colore,
la solennità), la differenza la fanno soprattutto le espressioni degli
invitati: questi paiono più tristi nella loro compostezza, come se stessero
partecipando al rito per dovere. È la solita storia, i ricchi si annoiano
(e a volte piangono), i poveri invece, non si perché, si divertono di
più. Gli sposi (quelli ricchi) sono però gentili e ospitali, e
invitano i turisti a partecipare al banchetto e ai balli. Il nuovo giorno inizia
presto per noi, è in programma prima di tutto la visita al Museo Egizio,
e dobbiamo essere tra i primi in fila. La scelta strategica appare decisamente
gratificante: arriviamo alle 8e40, siamo i primi davanti ai tornelli; il museo
apre alle 9, ma alle 9 meno 5 la folla dietro di noi ha già riempito
il cortile e preme pericolosamente. Si aprono i cancelli, entriamo; il piccolo
vantaggio ci consente di visitare le sale al pianterreno con la giusta tranquillità,
anche perché la scelta di tutti gli altri è quella di precipitarsi
subito al secondo piano, che per buona parte è occupato dal celebre tesoro
di Tutankhamon (riusciremo comunque a vedere anche quello). Il museo egizio
è qualcosa di unico e raro. Credo che chiunque, seppure non avvezzo a
frequentare questi luoghi di perdizione culturale, seppure non particolarmente
attratto dalla egittologia, girando per le sale di questo museo rimarrà
come abbagliato dalla straordinaria ricchezza e bellezza dei pezzi qui conservati.
Peccato che l’allestimento sia molto carente: pare d’essere in un
magazzino, le vetrine sono troppo piene, gli oggetti affastellati l’uno
sull’altro, non c’è spazio per muoversi, e così non
si presta la dovuta attenzione a tutto quanto. L’ affollamento, e la solita
fretta, fanno il resto; è stato calcolato che osservando per 4 secondi
ciascuno dei pezzi del Museo Egizio del Cairo, bisognerebbe restarci chiusi
dentro per tre mesi, a noi due ore bastano per dare un’occhiata, spesso
furtiva, a circa la metà delle sale: quello che resta alla fine è
l’impressione di aver cacciato per due ore le mani nella marmellata più
buona del mondo (a pensarci bene, mi viene ancora da leccarmi le dita). Inutile
elencare i pregiatissimi pezzi che compongono le varie collezioni: il tesoro
di Tutankhamon (definito “uno dei faraoni più scarsi della storia”)
è abbacinante, così come il realismo di alcune statue in legno
di sacerdoti e scribi, semplicemente conturbanti. Approfitto del quarto d’ora
“libero” concesso dalla nostra severissima guida per dare uno sguardo
anche alla sala dei famosi ritratti del Fayyum (trascurati perché “non
appartenenti al periodo classico faraonico” , boh?) e li trovo davvero
affascinanti, benché penalizzati da un’illuminazione troppo fioca.
Ho letto che si sta studiando seriamente il trasferimento del museo, in una
zona periferica vicina all’aeroporto. Spero che il progetto, definito
manco a dirlo “faraonico”, vada presto in porto, perché l’attuale
collocazione è decisamente insufficiente. La mattina si conclude con
una visita alla Cittadella, che definirei davvero “lampo”, un’occhiata
alla moschea di As-Nasir Muhammad e una breve visita a quella, più recente,
di Muhammad Alì, che, a causa del fetore emanato dai tappeti, provoca
in alcuni un insopportabile fastidio, sottolineato da plateali gesti di insofferenza;
alcuni locali lo notano, facendomi ancora una volta vergognare dei miei compagni
di viaggio. Invece a me piace molto osservare come questi luoghi di culto musulmani,
fuori dagli orari di preghiera, rappresentino per le famiglie veri e propri
momenti di allegria collettiva, con i bambini che corrono liberi e vocianti,
ma senza mai apparire sguaiati. L’avevo notato anche alla Moschea di Damasco,
dove avevo visto addirittura spuntare un pallone. Il pranzo si svolge su un
barcone appoggiato alle sponde del Nilo: è il solito buffet internazionale,
ma verrà ricordato soprattutto per il record raggiunto dalla bottiglietta
di acqua minerale frizzante Baraka da litri 0,33: 6500 mila lire, pari a circa
20mila al litro. Agli attoniti estimatori della preziosa bevanda non resta che
pagare, e conservare come un cimelio il sacro vuoto. Nuovo trasferimento in
pullman, e arriviamo nei pressi del grande mercato del Cairo, Khan el-Khalili.
Nuovo discorso dell’accompagnatore: scendete pure, se volete, avete un’ora
a disposizione, ma state attenti, perché qui rubano, toccano, fregano,
molestano, ingannano, ecc. ecc.: noi comunque vi aspettiamo al bar. Ovviamente
pochi scendono, e quei pochi dopo un quarto d’ ora saranno già
di ritorno, pronti a riprendere la strada verso il rassicurante albergo a dieci
stelle. Non ci sto, concerto con mia moglie una fuga, non me la sento di chiudere
questa giornata al Cairo alle due del pomeriggio. Rendo partecipi delle nostre
intenzioni gli accompagnatori, i quali ci avvertono ancora una volta degli immensi
pericoli a cui andremo incontro staccandoci dal gruppo, ci lanciano la “maledizione
del taxista” (“non ne troverete uno, e se lo troverete vi chiederà
almeno 30mila lire per riportarvi all’albergo”) e infine, testimoni
gli allibiti compagni di viaggio, ci minacciano che se non saremo pronti a ripartire
dall’albergo per le 18,30 ci escluderanno senza pietà dal programma
serale. Un pensiero alla nostra bambina che ci aspetta a casa, una cartina e
una bussola in mano, una pastiglia avvelenata nel taschino, pronta a essere
ingerita in caso di imboscata del nemico (non ci prenderanno vivi!), e decidiamo
di correre il folle rischio. Inutile dire che saranno tre ore di assoluta soddisfazione:
visiteremo due moschee antichissime, alcuni palazzi storici cairoti, il mercato
(dove nessuno ci disturberà) e il pittoresco Caffè Fishawi reso
famoso dal premio nobel della letteratura Nagib Mahfuz. Tutto senza il minimo
disturbo. Il taxi del ritorno ci costa 4 mila lire, senza neppure bisogno di
contrattare. Puntualissimi all’ora indicata ci presentiamo all’appuntamento;
la serata prevede innanzitutto la visita alla fabbrica dei papiri: si tratta
del consueto spot pubblicitario, mascherato (ma neppure troppo) da arricchimento
culturale: la spiegazione su “come si fa un papiro” dura meno di
due minuti, mentre l’ora e mezza successiva viene dedicata agli acquisti:
alcuni pezzi sono peraltro davvero belli, i prezzi vanno dalle 15mila lire dei
più piccoli, alle 300mila dei lenzuoloni, i soggetti sono quelli classici
faraonici, i colori brillanti. La cena viene consumata in un ristorante di Giza,
con vista sulle Piramidi, che per la prima volta scorgo proprio dietro il buffet
dei dolci. Ci aspetta lo spettacolo di Suoni e Luci alla piana di Giza (un’extra
pagato 30 US$ cadacrapa): il colpo d’occhio dalla terrazza è di
sicuro effetto, con la Sfinge in primo piano e le tre Piramidi dietro, Cheope
a destra, Chefren in mezzo, e Micerino in fondo. Lo show (in italiano) inizia
con venti minuti di ritardo, ma si rivela piuttosto deludente: i testi sono
imbevuti di retorica, e le voci recitanti indulgono ad un’enfasi troppo
accentuata; gli effetti luci sono piuttosto elementari, mentre l’utilizzo
del laser verde (proiettato sul Tempio della Sfinge) non si armonizza per nulla.
Non ho grossa esperienza di simili spettacoli, ma, a detta di chi vi ha assistito,
l’analoga rappresentazione a Luxor è più convincente. Oltretutto
per l’ intera durata dello spettacolo ci tocca sopportare il brusio fastidioso
di un corpulento signore milanese con la camicia (non a caso?) verde, lo stesso
signore (con la stessa camicia) che rivedremo la notte della partenza per l’
Italia, quando si farà notare per un alterco condito da accenti razzisti
con un accompagnatore egiziano (il truce individuo sarà nell’occasione
fortunatamente zittito dalla maggioranza dei presenti). A mezzanotte, tutti
a letto. L’ultimo giorno intero della vacanza egiziana sarà dedicata
alla visita della sponda occidentale del Nilo: la piana di Giza, innanzitutto,
poi Memphis e Saqqara. Si parte di buon mattino, e si arriva nei pressi della
piramide di Micerino mentre ancora gli ambulanti non hanno dispiegato la loro
merce. I cammellieri invece sono già arzilli, ma se si avvicinano a troppo
ai turisti, piombano implacabili i poliziotti, anche loro sul dromedario d’ordinanza,
e li prendono a nerbate. Eravamo già stati avvertiti dalle nostre premurose
guide sulla “pericolosità sociale” di questi individui, definiti
senza mezzi termini “mafiosi”, per la loro simpatica abitudine di
trattare il prezzo della cammellata con il malcapitato turista appeso in groppa
al dromedario: come si sa la bestia (che dicono molto intelligente) risponde
solo al comando del suo padrone, per cui il piegamento delle zampe e la conseguente
discesa a terra del turista viene condizionata all’esborso di cifre esorbitanti:
la conseguenza è che spesso il terrorizzato cliente finisce per gettarsi
dall’alto della gobba, pur di non sottostare all’odioso ricatto,
provocandosi a volte anche delle fratture; e la cosa deve succedere piuttosto
frequentemente, al punto che molti tour operator hanno espressamente escluso
dalla copertura assicurativa gli incidenti di questo tipo. Forse questo è
il motivo per cui ora la vigilanza è così severa. La situazione
per l’ingresso alle Piramidi attualmente è la seguente (le fonti
delle informazioni sono sempre le nostre guide): una su tre a turno resta chiusa
(per quest’anno tocca a quella di Chefren); nella grande Piramide si può
entrare, pagando se non erro un biglietto extra di 35mila lire, però
gli ingressi sono limitati a 100 per l’intera giornata; per la Piramide
di Micerino non ci sono limiti di visitatori, e il biglietto costa solo 6mila
lire. Il consiglio degli accompagnatori è di visitare quella di Micerino,
“tanto sono tutte uguali”. Con buona pace dei grandi misteri della
Grande Piramide. Mia moglie soffre di claustrofobia, sapevamo già della
situazione e avevamo deciso da tempo di non adempiere a questa specie di rito
della visita delle viscere delle Piramidi; ci accontentiamo di vederle da fuori,
e lo spettacolo è di quelli che effettivamente si ricordano; anche se
l’immagine dei più famosi monumenti del mondo è abusata,
trovarsele di fronte permette di toccare con mano il mito: accarezzare quelle
pietre, provare il contatto con un simbolo della civiltà, della storia,
della fatica umana. E l’ immensità, per quanto uno se l’aspetti,
ci lascia sempre stupiti come bambini. Non abbiamo invece nessuna intenzione
di perdere la visita alla Barca del Sole di Cheope, ricostruita dopo molti anni
di restauri, e custodita in un museo nato proprio sopra al luogo del rinvenimento,
ai piedi della piramide del Faraone che doveva accompagnare nel viaggio alla
terra dei Morti. È una visita emozionante, che vale ampiamente l’ennesimo
extra di 12mila lire (+ 6mila per il premesso di fotografare). La barca, in
legno di cedro, è lunga 46 metri, semplice ma maestosa al tempo stesso,
tenuta insieme con funi e incastri, senza neppure l’ausilio di un chiodo
(che gli egizi peraltro non conoscevano). Nonostante il clima torrido, un brivido
ci pervade ascoltando un egittologo di Garbagnate spiegare alla moglie che i
Faraoni costruivano le loro tombe orientandole verso.. La Mecca. Intanto si
è alzato un bel ventaccio caldo, e il fastidio della sabbia negli occhi
spinge i nostri capi a decidere il rinvio della visita alla Sfinge, anticipando
l’escursione a Memphis, che consiste nella rapida occhiata al colosso
di Ramses II, adagiato in un apposito museo, e alla Sfinge di alabastro. Il
vento intanto aumenta, ripariamo in un club-ristorante nei pressi di Saqqara,
dove ci disimpegniamo al consueto buffet; due ore dopo, all’uscita, siamo
in piena tempesta di sabbia. L’effetto è suggestivo, ci fermiamo
davanti alla Piramide a gradoni, considerata il più antico monumento
in pietra costruito dall’uomo (2600 a.C.). Siamo quasi addosso e a fatica
ne scorgiamo i lineamenti, la forza del turbine è tremenda, pare di essere
di fronte ad un enorme phon che emette aria calda, e in più ci sono i
granelli di sabbia che sferzano il volto e le braccia. Molti, temendo forse
che l’ abbronzatura faticosamente acquistata durante la crociera venga
abrasa dalla forza del vento, si rifiutano di scendere dal pullman; i più
coraggiosi escono per rubare qualche immagine, al ritorno si contano morti e
feriti tra le apparecchiature elettroniche: 5 macchine fotografiche, 2 telecamere,
3 telefonini e persino un orologio non funzionano più. Anche la mia vecchia
e fedele Minolta tira le cuoia (ed è per questo che la Sfinge non avrà
l’onore di essere immortalata nel mio album di viaggio). C’è
ancora l’opportunità di spendere soldi: la visita alla gioielleria;
si possono iscrivere nomi in caratteri geroglifici su cartigli d’oro (dai
20 ai 40US$ il prezzo), oppure acquistare altri gioielli e ammennicoli vari.
Ormai si dà fondo ai residui in valuta e, extrema ratio, alle carte di
credito. Ma ci sono da espletare gli obblighi contrattuali, ed eccoci dunque
davanti alla mitica Sfinge, l’ultimo monumento che mancava alla lista.
Torniamo alla piana di Giza, e il khamsin adesso soffia senza tregua. Non c’è
speranza che cali, dicono gli egiziani, quando comincia dura 50 giorni. Il solito
manipolo di irriducibili esce allo scoperto, e così mi trovo finalmente
di fronte a questo enigmatico guardiano di pietra; mi accingo ad una muta e
concentrata osservazione, in un luogo miracolosamente riparato, ma vengo continuamente
disturbato dai turisti che vogliono immortalare le mogli scapigliate di fronte
al mito. Il vociare confuso è reso concitato dalla situazione ambientale,
non c’è verso di meditare un poco, ripensare alla storia e alla
leggenda, cercare di cogliere qualche particolare che avvalori le tesi degli
egittologi classici o di quelli eretici, c’è Maria che urla al
Renzo di muoversi che le vola via la sciarpa, c’è il Piero che
smoccola dietro alla telecamera che non va più (ma il sonoro di certo
immortalerà le sue bestemmie…). Niente, non c’è verso,
sono appena le tre; ci sarebbero ancora una sacco di cose da vedere, ma incombono
le prove del Gran Premio di automobilismo, secondo il parere di molti più
interessante delle antiche pietre, e poi, con questo vento… che tristezza!
Mi arrendo alla potenza della maggioranza, che senso ha lottare? Il ritorno
al Cairo è mesto, la settimana è finita, e un senso di vuoto mi
pervade. Ho il dubbio di non aver speso troppo bene il mio tempo e i miei soldi.
Ma adesso, forse, scrivendo questo racconto, mi rendo conto che non è
andata poi così male. Tra qualche delusione e questa continua sensazione
di impotenza, sono comunque riuscito a provare qua e là anche qualche
vibrazione positiva. Tuttavia mi piacerebbe un giorno, dopo aver visto i provini,
vedere il film per intero. Ne avrò ancora l’occasione?