di Polvere
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22/9
La nostra avventura nella terra dei Faraoni inizia alle 12,30, quando ci imbarchiamo
sull’Airbus A320 della Lotus Air, aereoplanino senza tante pretese e con
il solito minuscolo spazio per le mie povere gambe (la Lufthansa mi ha abituato
male).
Il volo passa comunque tranquillo, e dall’alto ci cominciamo a rendere
conto della conformazione del territorio dell’Egitto: deserto, ovunque,
tranne la sottile striscia verde che evidenzia la presenza del Nilo.
Al ritiro bagagli dobbiamo subito far aspettare l’immenso gruppo di gente:
una valigia è rimasta mutilata, e dobbiamo fare la denuncia, che terrà
impegnato il babbo per una mezz’ora.
Una volta a bordo del pullman la realtà del viaggio organizzato, il mio
primo viaggio organizzato, si presenta in tutta la sua maestosità: “visto
che i tempi sono molto stretti, prima di imbarcarsi visiteremo il meraviglioso
tempio di Luxor, quello dove girano la celebre pubblicità <<come
vorrei essere in Egitto>>”. Per dovere di cronaca, sono già
le 18.30 abbondanti, e alle 20 c’è la cena.
Il pullman passa, alla solita velocità che contraddistingue il modo di
guidare di questi Paesi, tra le strade di Luxor, dove le prime scene egiziane
scorrono nei finestrini sigillati come in Tv: uomini con la caratteristica tunica,
pastori sul loro carretto trainato dai ciuchi, case di mattoni crudi…
e già penso che vorrei essere là fuori e mescolarmi con loro.
Invece il pullman ci scarica davanti all’ingresso del tempio, ormai illuminato
solo dalla luce artificiale, e all’interno una spaventosa massa di comitive
riempie come un liquido ogni anfratto delle rovine.
Il tempio è imponente e suggestivo (lo potrebbe essere di più,
ma lasciamo da parte i soliti discorsi sulla folla), e la nostra guida, Ali,
ci racconta la sua storia con vigore e orgoglio, il che riesce a farmi apprezzare
per un po’ questo modo di “viaggiare”. Ma dura poco, quando,
alle 20,00, Ali ci lascia liberi, dicendo “ci vediamo davanti all’obelisco…
tra 10 minuti”. Eravamo nel tempio da un quarto d’ora…
Dopo cena , la riunione “organizzativa” rivela tutta l’ipocrisia
di questi viaggi: parliamo di escursioni facoltative. In pratica, o ti prendi
le escursioni facoltative alla modica cifra-pacchetto-superofferta-non rimborsabile
di 75 €, oppure passerai pomeriggi e sere nell’ozio, perché
al Cairo l’hotel è lontano dal centro, perché è difficoltoso
raggiungere tale posto da soli (e soprattutto, in tempo per l’appuntamento
successivo) e così via. Insomma, tutto preparato a puntino per farti
spendere altri soldi.
Ok, meglio andare a letto, domattina sveglia alle 4.45 (eh?)
23/9
Sveglia che ancora il sole deve ricordarsi di puntare la sveglia per sorgere,
per la visita al tempio di Karnak, Valle dei Re, delle Regine e tempio di Heutchepsut
(o come diamine si scrive).
Il circuito turistico dell’Egitto mi appare già come un’immensa
Disneyland (o Faraonyland), dove tutto è appositamente studiato per il
visitatore frettoloso, da percorrere al passo di una maratona. Ad ogni “attrazione”
dedichiamo da “appena il tempo di una foto, poi si riparte!” ad
un massimo di una ventina di minuti. Tempo in cui condividere lo spazio con
la più imponente massa di turisti che abbia mai visto.
Il tempio di Karnak alle 6,30 ospita già una folla oceanica modello piazza
San Pietro in attesa del Papa, e le guide si affannano a trovare un pertugio
dove infilare tutto il gruppo per spiegare qualcosa. Se non altro Ali è
veramente preparato e ci spiega le meraviglie dei sui antenati con un orgoglio
e con un entusiasmo tutto suo, riuscendo a coinvolgere anche mia sorella, apatica
e disinteressata per natura. La velocità con cui usciamo non mi permette
però di immagazzinare molte immagini, e questo mi dispiace, pur non essendo
un fanatico dell’archeologia. Una immagine però mi è rimasta:
un gregge di gente che gira per 7 volte intorno allo scarabeo, perché
dice porti fortuna…
La tappa successiva è la valle dei Re, ma “prima ci fermiamo a
fare una fotografia ai colossi di Memnom”… Due minuti di numero
e ripartiamo.
Il tragitto che conduce alla valle dei Re è ricco di fascino, visto che
lasciandoci alle spalle le rive del Nilo il territorio comincia a farsi desertico
e aspro. Passiamo vicino ad un paesino, 30 case arse dal sole che sembrano uscire
dal terreno di un pianeta simile a Marte. La strada si addentra tra i monti
spogli e assolati, finché non arriviamo ad un parcheggio dove ci attendono
dei trenini su ruote (“nella valle dei Re si entra solo così”).
Scendiamo, e ci affanniamo per stare dietro alla guida, che sembra avere la
fretta di chi ha la pasta in tavola (ma la mangiano la pasta in Egitto?). Riusciamo
a placcarlo per fare una sosta ai bagni, dove il mio intestino decide subito
di arrendersi ai nuovi batteri.
A questo punto non abbiamo più scuse per sottrarci alla mitica “Valley
of the King Marathon”, 3 tombe in mezz’ora, spiegazioni, tragitti
a piedi e visita compresi. I geroglifici che affrescano (ma sono affreschi?
Boh?) le pareti delle tombe sono molto belli, ancora accesi dei colori originali.
Ho paura però che il continuo respirare di un miliardo di turisti al
minuto non concederà ancora a molte generazioni la vista di queste bellezze.
Ma tant’è… si deve pur sopravvivere nel presente, no?
Di nuovo sul pullman, direzione Valle delle Regine, dove ci aspetta la spettacolare
Tomba di Nefertari… eh…amici, purtroppo no (avete presente “Servi
della gleba”?), la tomba è chiusa per restauri….Ok, ci accontenteremo
di altre due tombe, anche perché, che rimanga tra noi…vista una…Si,
lo so, è come dare caramelle ad un ciuco, che ci devo fa’…
Tappa seguente, il tempio di Hatchepsut (o qualcosa del genere), teatro alcuni
anni fa del massacro di 59 turisti, grazie al quale adesso l’Egitto è
costellato di metal detector, polizia armata fino ai denti e quant’altro.
Qui abbiamo il nostro primo contatto con i “venditori” egiziani,
che si rivelano subito piuttosto insistenti, ma come dargli torto.
La visita lampo del tempio ci regala un panorama suggestivo: prima il giallo
del deserto, poi il verde delle rive del Nilo, infine l’azzurro intenso
delle sue acque. Da annotare una scenetta comica: il tempio si sviluppa su due
piani, ma dopo aver visitato il primo piano, la guida si incammina per tornare
al pullman. Antonio, sordomuto ma con spiccate capacità vocali e di cabarettista,
si lancia in un inseguimento “urlando” il nome della guida e indicando
il piano superiore… ma la guida ci dice che su non c’è niente
di interessante e che quindi possiamo andare.
Le visite per oggi sono concluse, ci attende la nave per il pranzo e per cominciare
la navigazione.
In effetti, come ci era stato detto, la navigazione è una parte molto
suggestiva del viaggio, il Nilo offre veramente un bello spettacolo, e si riesce
così anche a dare una furtiva occhiata a quello che succede sulle sue
rive: paesetti di case non finite, bambini che fanno il bagno lanciandosi dalla
riva e si divertono a salutare festosamente tutte le navi in transito (e sono
veramente tante), pescatori al lavoro sulla loro piccola barchetta di legno,
mucche che pascolano anche sulle isolette in mezzo al fiume (come ce le avranno
portate… mah!?). Il caldo del primo pomeriggio però fa si che dopo
un po’ siamo costretti a rientrare in cabina, dove ne approfittiamo per
una bella pennichella (la sveglia è stata molto presto). Arriviamo piuttosto
presto alla chiusa di Edfu, e ci “parcheggiamo” vicino alle altre
3000 navi in attesa di superare la chiusa. Come ci fermiamo, una miriade di
barchette di legno circondano la nostra nave (così come tutte le altre),
in una sorta di mercato sull’acqua. I “venditori-barcaioli”
mostrano la merce, e su richiesta (ma anche senza richiesta), la infilano in
un sacchetto di plastica e la lanciano sul ponte. Se la cosa ti piace, contratti
quella mezz’ora e rilanci il sacchetto con la somma pattuita. Un diversivo
simpatico nell’attesa di passare quell’affollatissima chiusa…
visto anche che siamo prigionieri sulla nave, perché non ci sono attracchi
per tutti, e siamo quindi legati con una cima ad un paletto sulla spiaggia.
Non vedremo il passaggio nella chiusa, che avverrà durante la notte.
24/9
Sveglia ad un’ora più accettabile (vediamo comunque sorgere il
sole sulle acque del Nilo), e visita al tempio Horus ad Edfu. Il tempio non
si trova immediatamente sulla riva, ma questa volta invece del pullman il tragitto
verrà effettuato su delle simpatiche carrozzelle. Attraversiamo così
la placida (probabilmente per l’ora) cittadina di Edfu…ad un certo
punto, non avendo voglia di farmi trascinare nella solita visita guidata del
tempio, mi lancio di sotto alla carrozzella atterrando con due capriole degne
del migliore stuntman di Hollywood, e mi infilo per le stradine del paese facendo
perdere le mie tracce. Mi godrò così una splendida passeggiata
in tranquillità in mezzo agli egiziani. “Siamo arrivati, scendete
e state in gruppo”…vabbè, vorrà dire che mi farò
la visita guidata.
Il tempio di Horus è imponente e ottimamente conservato, e la visita
si rivela questa volta anche abbastanza lunga, grazie soprattutto ad una soap
opera messa in piedi in quattro e qauttr’otto da Ali, per spiegarci meglio
la creazione secondo gli antichi egizi: una storia di amori, invidie e vendette
che le soap moderne si sognano.
Al termine della puntata, ehm, visita, torniamo alla nave, dove veniamo accolti
dal fotografo ufficiale dell’escursione, che ci ha sapientemente immortalati
mentre ci accomodavamo sulle carrozzelle, e che ora vuole rivendere a tutti
costi.
Salpiamo di nuovo alla volta di Kom Ombo, dove arriveremo nel pomeriggio, dove
ci attende un tempio e una giratina al mercatino sottostate, giratina prevista
anche dalla guida in quanto dopo cena si terrà il celebre Galabeya Party,
e tutti dovremo essere vestiti nel più tipico abbigliamento turistic-egiziano.
Attracchiamo a Kom Ombo verso le 16,30, dopo il consueto tè sul ponte,
e con il sole che ormai comincia ad abbassarsi ci avviamo verso il tempio di
pincopallino, dove ci sciroppiamo una ventina di minuti di coda per entrare.
Durante la visita si cominciano a registrare i “morti”: una ragazzo
ha un mezzo malore con simil-svenimento (proprio mentre Ali ci spiegava come
gli egizi fossero all’avanguardia nella medicina), un altro accusa febbre
e dolori addominali, mia sorella scappa alla ricerca di un bagno.
La visita si conclude comunque senza che nessuno venga lasciato sul campo, così
ci dirigiamo tutti verso il sottostante mercatino, dove la vaga impressione
che nel circuito turistico egiziano il turista sia più potente dei faraoni
si tramuta in una certezza: la scena è tipo giardino zoologico, con i
venditori a fare la parte dei leoni, chiusi dentro una gabbia rappresentata
da una linea bianca tracciata davanti ai “negozi”, linea che non
possono superare, pena essere immediatamente redarguiti dalla onnipresente polizia
turistica. Facciamo comunque qualche acquisto, due galabeya, per la serata,
ma soprattutto per il deserto, un paio di sciarpe colorate da regalare…
Ci rimane anche il tempo di farci la prima fumatina di shisha (narghilè)
al tipico bar accanto al mercatino. Fumatina che ci trattiene un po’ troppo
(quei cinque minuti in più), tanto da costringere il direttore della
nave a venire a riscontrarci. La tabella di marcia è la tabella di marcia.
A cena scopriamo che il nosocomio della nave è piuttosto affollato, con
un bel po’ di gente in preda a febbri varie, dolori addominali e diarree.
Partiamo così per Aswan.
Nella notte viene diramato un ulteriore bollettino medico per segnalare un attacco
di vomito di mia sorella, che si giocherà l’escursione di domattina.
25/9
Giornata nettamente positiva, soprattutto perché il direttore del carcere
ci ha finalmente concesso l’ora d’aria dopo quattro giorni di cella
di rigore. Partiamo dall’inizio.
Anche stamani sveglia piuttosto presto (eufemismo, ancora non era l’alba),
mia sorella non se la sente, e rimane in camera con mia madre.
Noi invece ci dirigiamo al tempio di Philae, situato su un’isola del lago
creato dal vecchio sbarramento del Nilo. Il paesaggio è suggestivo, le
acque blu intenso del Nilo lasciano affiorare isolette rocciose dipinte qua
e là dal verde delle piante. Una barchetta ci porta sull’isola
del tempio, e, sorpresa…siamo i primi! Entriamo così, delizia delle
delizie, in un tempio ancora deserto! E che differenza, nonostante il tempio
sia per costruzione molto simile agli altri.
Al termine della visita, facciamo un salto di 30 secondi all’imponente
diga, responsabile della formazione del Lago Nasser (dal nome del presidente
che ha voluto lo sbarramento), un bacino artificiale immenso, che si estende
fino dentro al Sudan. Il tempo per le foto, e via verso l’obelisco incompiuto,
sosta che, a mio parere, è programmata solo a causa della sua vicinanza
alla fabbrica dei profumi, dove chiaramente dobbiamo andare per contratto, e
dove come per magia il cronometro di precisione di Ali si ferma, e nessuno ha
più fretta. Passiamo così la successive DUE ORE a ubriacarci di
essenze, guidati da uno dei sapienti nasi (parlanti un ottimo italiano) della
fabbrica. Un po’ tutti ci facciamo abbindolare dai profumi, e la maggior
parte di noi se ne esce con una boccetta di olio profumato (vuoi non portarlo,
il profumino, alla ragazza rimasta a casa?).
Il rovescio positivo della medaglia è che torniamo alla nave quando è
ancora presto per il pranzo, e siccome il caso ha voluto che l’ormeggio
questa volta fosse accanto ad un viale vicino al centro, io e mio padre riusciamo
così per la prima volta a scappare da quella gabbia dorata della nave,
e camminare un po’ da soli per Assuan. FI-NAL-MEN-TE!
Ragazzi, veramente una boccata d’aria, un sorso di libertà dopo
una sorta di claustrofobia opprimente. Finalmente possiamo passeggiare tra la
gente, diventare un po’ più “anonimi” dell’orda
infernale guidata da un Caronte con un libriccino in mano tenuto alto sulla
testa per farsi riconoscere, mescolarsi un po’ con loro, senza essere
per forza guardati da tutti come il turista a cui vendere qualcosa... anche
il fermarsi ad una cabina telefonica senza dover chiedere il permesso è
una sorta di conquista. Ora mi sento più nei miei panni, mi riconosco
per un momento nel mio modo di viaggiare…
Ci infiliamo nel mercato, questa volta un mercato locale, per i locali, dove
non tutti parlano italiano (anzi, solo qualcuno), non ci sono righe bianche
in terra a limitare la libertà dei venditori, e non tutti ti ostruiscono
la strada per farti comprare qualcosa. Per la prima volta in da quando siamo
in Egitto, riusciamo ad avere il tempo e il modo di infilare in un negozio di
“elettronica” (qualcosa tipo i piccoli elettricisti dei nostri paesi,
eh!) e comprare quelle cuffie per lo walkman che erano rimaste nel cassetto
del comodino di mia sorella, per la prima volta il venditore non ci si rivolge
in italiano, bensì in uno stentato inglese, per la prima volta mi sento
in “viaggio”, e non a Gardaland.
Il tempo a nostra disposizione è poco, ed è già ora di
tornare per il pranzo, ma dopo pranzo avremo un paio d’ore libere prima
dell’escursione in feluca.
Questa volta ripartiamo tutti e quattro, più una coppia di Brozzi (il
solito piccolo Mondo), anche “lei” ansiosa di uscire un po’
dal seminato. Stavolta prendiamo un taxi per evitare a mia sorella, ancora malconcia,
il tragitto fino al mercato sotto il sole cocente del tropico del Cancro. Ci
perdiamo così di nuovo per le viuzze piene di gente, dove non avremo
nessun problema, a dispetto del terrorismo psicologico delle guide. Solo un
paio di offerte di qualche cammello (una volta di plastica, quelli dei souvenir)
da parte di qualche sedicente egiziano per portarsi via mia sorella, ma niente
di seccante, solo qualche risata in più. Quello che colpisce di più
un po’ tutti (a parte me, reduce dal Ghana) è la vista delle macellerie
locali, per il loro livello di igiene non proprio da sala operatoria, e i tranci
di carne appesi fuori, al sole, protetti solo da un foglio di carta.
La temperatura non è proprio fresca (ci dicono essere sulla quarantina)
e, anche se non troppo fastidiosa per gente senza acciacchetti, mia sorella
ne risente quel tanto che basta per costringerci a tornare verso la nave con
un quarto d’ora di anticipo sulla tabella di marcia. Si è mai visto
un carcerato rientrare in cella buttando quindici minuti dell'ora d'aria? I
secondini ci accolgono a braccia aperte, dicendoci di sbrigarsi e prepararsi
per l'escursione in feluca. Ok, vabbene, via, riattaccatemi anche la palla al
piede...(che dite, esagero?).
In men che non si dica, tutto il gruppo 41 (nome di battesimo del gruppo guidato
da Ali) è sulla feluca ormeggiata accanto alla nave, pronta a solcare
le acqua azzurre del Nilo. Prima destinazione: l’isola botanica. Durante
il breve tragitto, due o tre gusci di noce pieni di bambini si aggrappano alla
nostra feluca, e accendono un juke-box umano con le più varie canzoni,
in tutte le lingue, sapientemente imparate a memoria dai ragazzini. Ok, qualche
spicciolo per la simpatia e l’ingegno ve lo meritate sicuramente!
La sosta all’isola botanica si rivela piuttosto interessante, piena di
alberi e piante di ogni tipo, e anche di qualche strano uccello tipo l’upupa
(che non avevo mai visto)… ma la mia attenzione è catturata dalle
maestose dune di sabbia giallo ocra che fanno da argine al Nilo, e che riflettono
la luce accecante del sole anche in mezzo al verde dell’isola. La prossima
sosta sarà la “mia”…
Ripartiamo dall’isola con una barchetta a motore, dirigendoci verso il
villaggio nubiano, ultima tappa della serata, ma prima di arrivare la sosta
è ad un piccola spiaggetta lungo le rive, dove chi vuole può fare
il bagno (Alì assicura che il punto è salubre perché l’acqua
scorre sempre…), oppure arrampicarsi su per la duna sovrastante la spiaggia.
Senza farmelo ripetere due volte, parto come un treno su per duna di sabbia
fine come borotalco, affondando ad ogni passo fino quasi al polpaccio. La cima
del mio Everest sembra a portata di mano, ma salire sulla sabbia con una pendenza
che non ha nulla da invidiare al Cerro Torre non è semplice, e sono costretto
a fermarmi più volte, mentre la cima rimane alla stessa distanza….ma
ti avrò, non temere! In capo ad una decina di minuti, cambiando varie
bombole di ossigeno, riesco a raggiungere la meta, e il mio sguardo può
finalmente spaziare oltre quel muro di sabbia… …senza parole…il
deserto…la mia prima volta…una distesa infinita di sabbia gialla…squarci
di pietre nere…fantastico… Solo una fila di tralicci della corrente
che si perde nel niente guasta un po’ l’immagine.
Ma il tempo è tiranno, è già qualcuno chiama da giù…
Felice come un bambino comincio la discesa a scavezzacollo…solo la presenza
della mia fida macchina fotografica mi impedisce di lanciarmi giù rotolando!
Purtroppo nessuno dei miei ha avuto la voglia e la forza di imitarmi…si
sono persi un bello spettacolo, anche se quello non è ancora così
deserto come il deserto che voglio assolutamente vedere, prima o poi.
Anche i bagnanti hanno finito, possiamo ripartire. L’ultima tappa di oggi:
il villaggio nubiano.
L’impatto purtroppo è di nuovo tipo Disneyworld, pieno di figuranti
e visitatori. Veniamo fatti accomodare in una stanza di una casa, dove la padrona
ci serve un delizioso tè alla menta, mentre Alì ci porta a far
vedere un cucciolo di alligatore. Segue una lunga serie di spiegazioni a proposito
del popolo nubiano, la loro cultura e le loro tradizioni, spiegazioni che si
protraggono anche durante la visita di alcune case “aperte al pubblico”,
anche se abitate. La scena è di nuovo da zoo: una ragazza si sta truccando
davanti allo specchio, quando la folla le piomba nella stanza, armata di macchina
fotografiche e telecamere, e lei che si affanna pregando di non fotografarla.
“Certo che queste cose snaturano completamente un villaggio del genere”
è la ovvia riflessione che mio padre pone ad Alì, che però
ribatte con l’altrettanto ovvia “Ma ora riescono a mangiare ed a
avere un tenore di vita decente”…si riapre la vecchia diatriba sull’influenza
positiva o meno del turismo. In medio stat virtus, credo: molti pro che cozzano
con molti contro…
Ci rimangono, come al solito, le immagini dei bambini piccoli che ti corrono
intorno…
Torniamo alla nave, ceniamo e andiamo a letto con le galline…la mente
insana che regola i ritmi di questi tour ha partorito la sua più folle
creatura: sveglia alle 2.30 (si, avete capito bene!), direzione Abu Simbel!
26/9 : Il giorno che nacque due volte
Il telefono squilla impietoso davvero alle 2.30 (del…mattino? della notte?
uhm…), una voce ci ricorda i nostri doveri, ripetuti due volte poche ore
prima: bagagli fuori alle zero-due-quattro-cinque, colazione alle zero-tre-zero-zero,
pronti sul pullaman alle zero-tre-tre-zero. Formazione della carovana scortata
dalla polizia entro le zero-quattro-zero-zero, partenza alle zero-quattro-due-zero…aaaattenti!
Riposo signori, mettetevi pure comodi, non arriveremo sul bersaglio prima delle
zero-sette-zero-zero. Nel frattempo potete sonnecchiare.
Oppure optare, come me, per qualche piccola dormita, godendovi così però
lo spettacolo del deserto che circonda la strada in qualsiasi direzioni si guardi.
Per chi dice che non merita andare ad Abu Simbel in pullman…
All’arrivo ripassiamo i successivi punti: visita razzo di Abu Simbel (“prima
che il caldi vi soffochi”, è stata la “scusa” ufficiale),
rientro in pullman e trasferimento all’aeroporto, da dove prenderemo il
volo per il Cairo delle ore zero-otto-tre-zero.
…voi siete matti! Fatti i conti, il tempo che ci rimane per Abu Simbel
si riduce ad una scarsa mezz’ora! E dire che il sito merita veramente,
anche per lo spettacolo del lago Nasser, che più che un lago sembra un
oceano. E, vi dirò, anche perché la mia mente sempre intenta a
rappresentarmi come un puntino su un atlante, questa volta mi colloca niente
meno che a due passi dal Sudan.
Ma ormai il tempo è scaduto, e l’aeroporto ci attende. Ci aspetta
sulla pista un glorioso Tupolev russo (con ancora diverse scritte in cirillico)
della Memphi’s Air…speriamo bene.
Il volo ci vede tutti ciondolanti e con delle occhiaie da guinness, ma tra un
po’ atterriamo al Cairo, e ci potremo riposare…”Allora, visto
che abbiamo tempo, prima di andare in albergo, il programma prevede la visita
della Moschea Mohammed Ali”…oddio…
Il Cairo ci accoglie nel suo traffico caotico e disordinato, mentre ci dirigiamo
verso la moschea. Mi tornano in mente le immagini di Istanbul, la moschea Mohammed
Alì assomiglia molto alla Moschea Blu di Costantinopoli… ci togliamo
le scarpe, le donne si coprono le spalle, ed entriamo nella maestosa costruzione.
Ne segue una breve spiegazione sull’Islam, che sarà più
dettagliata, ci dice Ali, nel corso dell’escursione facoltativa “Il
Cairo Islamico”…l’ufficio marketing del Turchese procede nell’abile
operazione di far sentire da meno chi non ha acquistato il pacchetto SiMeLeFaccioTutteLeEscursioniQuantoCostanoCostano,
mirando a “acchiappare” quanta più gente possibile.
La visita si risolve in breve tempo, pausa pranzo in un ristorantone dove sembrano
convergere tutti i pullman turistici del Cairo, e arriviamo finalmente alla
nostra reggia. Si, perché di questo si tratta, di una lussuosa residenza
da re, un pugno nello stomaco alla miseria che solo un paio di km indietro caratterizza
la periferia della capitale egiziana, con misere case e canali di scolo con
animali in putrefazione che cercano disperatamente una degna “sepoltura”
nelle acque limacciose e stagnanti. Il Moevenpich ci attende, in tutta la sua
maestosità: marmi bianchi, lampadari di cristallo, un numero sconsiderato
di piscine, una marea di camere, disseminate a mo’ di residence, nell’immenso
parco dell’hotel. Le camere sono fantastiche, il bagno sembra una piazza
d’armi, i letti…potrebbero essere anche di cemento, ci risucchiano
immediatamente in un sonno di pietra.
Purtroppo il 29 Ottobre è ancora lì ad attenderci al risveglio,
per continuare nel nostro tour de force. Il programma prevede la cena (ottima
e abbondante come ci si può aspettare da un hotel del genere), e poi
via di nuovo sul pullman, ci aspetta la “Cairo by Night!”
Ci rituffiamo nel traffico, che non è affatto diminuito nonostante l’ora,
attraversando una città che ci appare disordinata e caotica, al punto
che alla fine del giro non riuscirò ad avere la benché minima
idea della sua conformazione.
Attraversiamo un quartiere pieno di negozi aperti e illuminati, gremiti (loro
e le strade) di gente intenta ad acquistare ogni sorta di merce. Ali ci spiega
che è la zona in cui i giovani, per la maggior parte, vanno ad acquistare
quello che occorre per mettere su casa…sembra un gigantesco grande magazzino,
tanta è la folla e tanti sono i prodotti esposti un po’ ovunque,
anche sui marciapiedi, dove si possono visionare televisori, frigoriferi, cucine,
mobili, e chi più ne ha più ne metta. Mi pregusto già la
passeggiata in questo quartiere che mi sa tanto di vita reale, ma come al solito
il tempo è poco, e così ci passiamo soltanto in mezzo, aprendo
la marea di gente come la prua di un motoscafo.
Ci fermiamo poco dopo tempo, e questa volta le porte di quel grosso scatolone
sigillato si aprono, permettendo alla carovana di snodarsi lungo le stradine
che portano al Bazar Kan El-Khalili, con a capo un sempre più attrezzato
Ali, questa sera addirittura dotato di una luce stroboscopica, per non perdere
nessuna delle sue pecorelle.
Non riesco a rendermi bene conto di che parte del Cairo sia (lo si può
chiamare centro?), ma l’escursione Cairo by Night si rivela piacevole,
vuoi soprattutto per la possibilità di vivere un po’ la città
(anche se l’espressione può essere esagerata, dato che siamo pur
sempre una mandria di turisti in un classico percorso turistico), invece di
vederla e basta. Siamo pur sempre fuggevoli spettatori, ma passare vicino ad
un funerale (che viene celebrato sotto grandi tende) mi dà almeno l’illusione
di aver assaporato un po’ la vita egiziana.
La camminata si conclude in una grande piazza, che segna la fine del bazar Kan
El-Khalili, caratterizzata da una moderna moschea, che si fa notare per due
grandi ombrelloni metallici posti a poca distanza dagli ingressi. “Serve
per riparare dal sole i fedeli che non riescono ad entrare nella moschea. Quando
la temperatura comincia a farsi terribile, si aprono automaticamente.”
Ali ci fa accomodare tutti in uno dei numerosi bar della piazza, i cui tavolini
all’aperto sono disposti in un’unica fila che si diparte dall’ingresso
del locale. Noi, da buon tour organizzato, monopolizziamo una intera fila, che
comunque non basta, costringendo il cameriere ad aggiungere altri tavolini,
finché non diamo diverse lunghezze a quelle degli altri locali. Le ordinazioni
più gettonate sono il tè alla menta, accompagnato da qualche narghilè,
da dividersi amorevolmente. Per gli schizzinosi, la casa fornisce un bocchino
di plastica, sigillato, da staccare e riattaccare quando la mano ripassa a te.
Non sono molti che danno più di due o tre boccate (complice uno strano
pensiero comune che identifica la “waterpipe” come un diabolico
oggetto di perdizione, riempito chissà con quali droghe), mentre scopro
mia madre e mia sorella molto restie a passare questo calumet della pace dopo
qualche tiro! E dire che nessuna di loro fuma… Quanto a me, forse ero
quello che lo monopolizzava per più tempo… drogato!
Quando vediamo spuntare all’altro lato della piazza il nostro pullman
capiamo che ora di ripartire, questa volta destinazione “Città
dei Morti”. La storia di questo immenso quartiere cairota è suggestiva,
ma allo stesso drammatica. La zona nasce come cimitero, dove insieme alle tombe
più ricche venivano costruite anche delle stanze, utilizzate dalla famiglia
del defunto in occasione delle visite, che si svolgevano il fine settimana .
Queste “piccole case” rimanevano quindi inutilizzate per la maggior
parte del tempo, cosicché si cominciò ad affidarle a dei guardiani.
Il massiccio esodo degli scorsi decenni, che ha reso Il Cairo una megalopoli
da 20 milioni di abitanti, ha portato una massa di persone senza speranza a
bussare alle porte delle tombe. I guardiani hanno così prima sistemato
la propria famiglia, poi i parenti più lontani…fino ad arrivare
ad un quartiere dove la popolazione di una città come Firenze vive praticamente
in un cimitero. Le autorità cittadine, che all’inizio cercarono
di fermare il formarsi di questa comunità, si sono alla fine dovute arrendere
alla mancanza di case, ed hanno quindi deciso di rendere il cimitero almeno
vivibile, dotandolo di acqua, luce e gas. Adesso ci sono anche uffici postali
e commissariati di polizia.
Le immagini che corrono nel finestrino sono forti, e nel pullman cala un silenzio
ancora mai sentito in una comitiva di turisti. Solo la voce di Ali che ci spiega
la storia di questa “City of Dead” risuona nell’abitacolo
del veicolo, un veicolo che sta transitando in strade in cui probabilmente il
prezzo di tutte le misere case della via non arriverebbero neanche a pagarne
l’acquisto, un veicolo pieno di ricchi italiani che hanno speso chissà
quanto per venire a sentirsi fortunati in un cimitero in cui i morti sono disturbati
dai vivi dove, loro malgrado, sono costretti a vivere… La frase probabilmente
più ipocrita della serata è “non scendiamo per rispetto
di questa gente, che si sentirebbe offesa”…già, invece vedendo
passare 500 milioni su ruote…al ritorno il Moevenpick ci appare stavolta
veramente vergognoso…
27/9
Il 27 di settembre sarà il giorno in cui finalmente vedremo l’ultima
meraviglia del mondo antico sopravvissuta fino ai giorni nostri, la maestosa
piramide di Cheope, insieme a quelle del figlio Chefren, e quella del nipote
Macerino. Le tante cartoline e tutte le immagini delle tre immense tombe riempiono
l’immaginario di ognuno di noi, tre immensi monumenti solitari che si
innalzano dalla sabbia del deserto egiziano, circondate solo da qualche cammello…
quanto conta l’abilità di fotografi e cameraman nel descrivere
paesaggi… e che amara sorpresa scoprire che le tre “maestose”
non si ergono affatto solitarie, e non sono circondate solo da qualche cammello,
bensì dalle ultime case della periferia del Cairo che si affacciano praticamente
sugli ingressi delle tombe. Il pullman ci scarica tra la piramide di Chope,
la più grande, e quella di Chefren, la mediana. La maratona ricomincia:
abbiamo mezz’ora per farci un giro all’ombra delle “maestose”,
poi ci ritroviamo al pullman. Pronti…via! Gli otturatori delle macchine
fotografiche cominciano la loro sinfonia, praticamente ogni angolazione delle
piramidi sarà stata immortalata al rientro sul pullman, e molte di esse
saranno state riprese probabilmente 50 volte. Ma in effetti, sono monumenti
che lasciano il segno, anche in un non archeologo, non appassionato di storia,
non appassionato di arte (“e che ce sei annato a fa’ in Egitto?”,
ci si potrebbe chiedere) come me. Al suono del gong, siamo tutti pronti di nuovo
a raccolta…”Chi vuole, può entrare nella piramide di Micerino.”
“Quella di Cheope è chiusa?” “No, ma l’ingresso
va prenotato prima, ma tanto sono tutte uguali, potete anche entrare nell’altra!”…
che bello avere una solida organizzazione alle spalle, che ti permette di entrare
in posti in cui da solo sarebbe un problema! Avevo comunque già deciso
di partecipare a questo rito claustrofobico della penetrazione della piramide,
mentre i miei declinano l’offerta. Mia sorella decide di seguirmi. Paghiamo
il biglietto (“No, l’ingresso non è compreso nel pacchetto…”),
e ci accodiamo all’interminabile fila davanti all’ingresso del cunicolo.
Durante l’attesa, sull’altro lato della fila scorrono i risorti
dagli inferi, e lo sembrano davvero: sudati marci, con il fiatone e il viso
rosso… e che mai ci sarà là dentro? Micerino in persona?
Finalmente entriamo, e passo dopo passo riusciamo a capire: troppa gente, troppo
poco spazio. Troppi respiri ammorbano l’aria, l’umidità sarà
del…ma forse è meglio dire che c’e una piccola percentuale
di ossigeno disciolta nell’acqua! Alla fine, il percorso di un quarto
d’ora non si rivelerà niente di interessante. D’altronde,
cosa può avere di interessante camminare ripiegato in avanti, concentrato
sul culo di quello davanti perché è l’unica cosa che ti
può indicare una direzione, concentrato per non perdere il passo della
fila, per non essere travolto da chi ti sta dietro? Probabilmente la suggestione
giocherebbe tutto un altro ruolo se la visita venisse fatta fare a scaglioni
di poche persone alla volta, ma tant’è…Ok, ci possiamo avviare
verso la Sfinge…
La giornata prosegue in direzione della zona di Menfi e Saqqara, la cui attrazione
principale (almeno per me) è la piramide a gradoni di Zoser e la necropoli
sottostante. In realtà, come spesso accade, quello che mi piace di più
non è il monumento in se stesso, bensì il paesaggio circostante:
questa volta la strana piramide è davvero circondata dal deserto, che
da un lato si estende a perdita d’occhio. E mentre tutti sono girati verso
la piramide ascoltando Alì, il mio sguardo si perde all’orizzonte,
facendo crescere ancora la mia voglia di deserto, che presto o tardi (anzi,
facciamo presto, va) dovrò soddisfare, magari in Libia…
Al ritorno, un’altra delle fermate “contrattuali”: una gioielleria,
ma direi che il tempo speso lì sia già abbastanza, senza doverne
spendere altro sulle pagine di questo diario.
Per la serata è previsto il celebre Luci e Suoni delle Piramidi…
che dire…uno spettacoluccio senza infamia e senza lode, con l’unica
cosa che lo può avvicinare lontanamente alla lode è la vista di
quelle che sono pur sempre tre splendide memorie del mondo antico.
28/7
Mattinata dedicata al “mitico” Museo Egizio, uno dei più
grandi musei dedicati alla millenaria epopea dei faraoni. Si dice che dedicando
due soli secondi ad ogni reperto esposto si dovrebbero passare due mesi interi
all’interno del museo (vado a memoria, ma gli ordini di grandezza mi sembra
siano questi)…la nostra visita durerà due ore.
Ad attenderci, il più imponente servizio di sicurezza visto fin’ora:
per avere un’idea, passiamo attraverso ben due metal detector!
Siamo dentro…”pronti…ai blocchi…bang!” “Sono
partiti, sono partiti in questo momento i 30 partecipanti alla gara! Ecco sfilare
davanti a noi i primi, attaccati come francobolli all’apripista Ali…”
I reperti si susseguono talmente veloci che i più lontani arrivano in
prossimità della teca che la nostra guida-missile ha già terminato
la sua esauriente spiegazione. Vediamo passare sotto i nostri occhi i più
svariati generi di oggetti, dagli utensili per la mummificazione, alle urne
per contenere gli organi, alle sculture del tempo. Mi rimane impresso lo sguardo
di una di queste: due occhi talmente vivi da fare quasi impressione. Ma quello
che colpisce di più è sicuramente la stanza con il tesoro di Thuthankamon:
i suoi sarcofagi d’oro sono meravigliosi, completamente incisi o smaltati
in ogni centimetro quadrato della loro superficie. Lo stesso dicasi per tutta
un’infinita serie di suppellettili d’oro che fanno bella mostra
di se nelle teche sigillate.
La pausa pranzo vede la comitiva in uno dei soliti megaristoranti nei quali
i pullman turistici riversano il loro contenuto, nonché la separazione
da quello sparuto gruppetto di persone che hanno deciso di non partecipare all’escursione
facoltativa “Cairo Islamico”. Più che Cairo Islamico si parla
di Cairo religioso, infatti l’escursione prevede la visita prima di una
sinagoga ebrea, poi di una chiesa copta (qui i cristiani sono di questo gruppo
religioso) e poi di una moschea di architettura mamelucca… alla faccia
dell’impossibile convivenza delle tre grandi religioni monoteiste. Quella
che mi colpisce di più è la moschea, chiaramente, costruita sapientemente
da un architetto che è riuscito a rendere fresca una costruzione nell’infernale
caldo egiziano: con tutto un sistema di aperture e camini ha creato una sorta
di aria condizionata naturale. I fedeli (e i turisti) ringraziano. Ali si addentra
nelle spiegazioni sull’Islam, ci parla dei cinque pilastri di questa religione
(la fede, la preghiera, il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella
vita, l’elemosina, il digiuno durante il Ramadan). Ci spiega che quattro
di essi possono essere “infranti” per cause di forza maggiore (non
puoi andare alla Mecca se sei indigente, non puoi digiunare se sei malato),
l’unico pilastro che non puoi infrangere è la preghiera: non importa
dove ti trovi, in quali condizioni, quello che stai facendo: il tuo cuore può
comunque pregare Dio per pochi minuti.
Nel mentre Antonio (il cabarettista sordomuto) in un eccesso di ironia si lancia
in una goffa imitazione del modo di pregare islamico. Ali si interrompe, e un
po’ allibito lo prega di smetterla…va bene la satira, ma insomma…
Ci avviamo all’ultima tappa del nostro soggiorno nella capitale egiziana,
il Bazar Kan El-Khalili.
Il mio obiettivo è un narghilè. “Come souvenir? Un po’
ingombrante!” è il commento della coppia di Brozzi. “Veramente
lo compro per usarlo!” rispondo ai due, un po’ scettici.
Gli egiziani in giro sono pochi, i negozianti parlano tutti italiano, ma siamo
pur sempre soli e liberi di girellare a piacimento tra le stradine del bazar.
Del Cairo mi rimarrà la voglia, la voglia di tornarci da solo, di visitarla
meglio, di viverla un po’, un po’ più a modo mio. Di conservarne
un ricordo un po’ più vivo, più delineato, invece delle
tante istantanee fumose che invece sono adesso nella mia mente. Chissà
che prima o poi non decida di tornarci, abbinando la città con le oasi
del deserto occidentale, che per un breve periodo avevano sfiorato il programma
di viaggio di questo “Egitto 2003”.
29/9
Comincia ad un’altra ora indecente la nostra estensione mare a Sharm el
Sheikh: volo Lotus Air in partenza alle 6.30, check in alle 4.30, ergo…sveglia
per la seconda volta alle 2.30! Evvabbè, dai, ci aspetta una settimana
di riposo.
Dall’aereo lo spettacolo offerto dal Sinai è maestoso, con alte
montagne e distese sabbiose che si allungano fino al mare, tanto da far sembrare
un’unica immensa spiaggia (le spiagge dell’Adriatico? mavavava…)
la costa del golfo di Suez, mentre dall’altro lato dell’aereo di
può vedere il golfo di Aqaba.
Arriviamo così prestissimo all’aeroporto della più nota
delle località vacanziere della Red Sea Riviera, come è stata
ribattezzata di recente nelle pubblicità italiane la costa egiziana del
Mar Rosso.
Il pullman del T.O. ci scarica all’hotel Holiday Inn, un gigantesco complesso
con accesso sul mare (non tutti i resort infatti ce l’hanno), talmente
grande che dall’edificio di ingresso, dove si trovano reception, ristorante
e negozi, per arrivare al mare è disponibile una navetta, oppure sono
dieci minuti a piedi!
Le camere sono proprio sul mare, sono ampie e ben messe, anche se l’essere
arrivati qui dopo il Moevenpick del Cairo le fa sembrare delle camerette da
pensione Romana di Tonfano.
La prima priorità da soddisfare è sicuramente dormire un po’…un
altro giorno nato due volte!
All’alba del secondo 29 settembre mi precipito al diving center del resort,
visto che uno dei principali obiettivi di questo soggiorno è immergermi
finalmente nel tanto decantato “acquario di Allah”. Prenoto quindi
un pacchetto da 6 immersioni (due al giorno per tre giorni), che mi toglierà
sì altre ore di sonno (partenze la mattina sempre prima delle 8), ma
mi regalerà anche uno splendido ricordo di un mondo sottomarino impressionante
e fantastico. Il primo full-day è previsto già per il giorno seguente.
Come raccontare i giorni seguenti… è stata una settimana di bagni,
relax, immersioni, e deserto. In effetti, il mio soggiorno all’Holiday
Inn si è ridotto alle sere e le notti, visto che, in pratica, o ero in
mare per conto mio (nessuno dei miei è sub), oppure eravamo tutti insieme
nel deserto.
Le immersioni si sono rivelate veramente affascinanti, per i miei occhi di sub
quasi vergine: rispetto al Mar Rosso, i ricordi delle mie uniche immersioni
nell’arcipelago toscano sembrano ora film in bianco e nero. Quando Allah
ha creato il suo acquario, deve aver deciso di usare ogni possibile tono di
colore del visibile: conchiglie viola, pesci gialli e blu, coralli rosa, viola,
azzurri, neri, anemoni rossi fuoco. Tartarughe che si lasciano avvicinare mentre
spilluzzicano sulla parete, branchi di barracuda che vorticano, immensi gruppi
di anthias intenti a lottare con la corrente.
A proposito di corrente, memorabile l’ultima immersione a Shark Yolanda
Reef, nel parco marino di Ras Mohammed…un’immersione in lavatrice,
ma nell’oblò le immagini sono veramente fantastiche! Qui ci sono
davvero i colori più belli visti fin’ora, coralli, barracuda, tonni,
tartarughe…e chi si ricorda tutti gli altri… L’unico problema…
il fermarsi ad osservare la tartaruga abbracciati ad una roccia, o l’avere
il gav completamente gonfio, e dover comunque pinneggiare energicamente per
sconfiggere la corrente, questa volta discendente, con il supporto morale di
una branco di anthias (quei pesciolini che la guida ci aveva detto di osservare
perché nuotano sempre controcorrente), che insieme a noi, strani pesci
vestiti di nero e con una grossa gobba, cercano di mantenere la quota.
E qui, come non fare un po’ di polemica verso i diving center: è
inammissibile portare in immersioni come quelle chiunque ti si presenti in ufficio.
Io stesso, nonostante abbia l’advanced, con alle spalle le mie poche immersioni,
mi sono sentito abbastanza a disagio. Una poveretta, brevettata di fresco, è
stata per la mano al suo ragazzo tutta l’immersione, cercando di ridurre
al minimo le bombolate sulla maschera. E’ proprio il modo di rendere pericolosa
la subacquea, nonché la via per la distruzione dell’ambiente marino.
Ma non era solo il mondo sommerso ad averci attirato a Sharm, era stata anche
la prospettiva di passare la notte nel deserto, prospettiva offertaci dalla
nostra agenzia di viaggi, il cui titolare ha vissuto per qualche anno nel Sinai.
Contattiamo così al più presto Mahammud, un omone immenso, parlante
un ottimo italiano, e ottimo amico di Alessandro, il nostro agente di viaggi.
Con lui ci accordiamo per passare quella che si rivelerà la miglior esperienza
del tour: come una manciata di ore può cambiare il gusto di un intero
viaggio…avete mai dormito nel deserto?
4/10
Avevamo fissato con Gemea che il taxi ci sarebbe venuto a prendere verso le
15, all’uscita dell’albergo. Ad aspettarci, puntuale, una vecchia
Peugeot color carta da zucchero, ed appoggiato ad essa Houssein, il beduino
che ci accompagnerà per tutta la “gita”. Partiamo in direzione
del luogo che ci inizierà al deserto, cominciando a scambiare due parole
con Houssein, scoprendo che, stranamente per Sharm, non parla italiano, ma un
ottimo inglese si. Ci dice di averlo imparato stando a contatto con i turisti,
soprattutto con degli australiani che ogni anno tornano in Mar Rosso e, snobbando
tutti i mega-complessi turistici, si fanno una settimana di vacanza in tenda
con i beduini, i quali forniscono loro anche l’attrezzatura per le immersioni
(beduini si, al passo coi tempi, però).
Ci inoltriamo per una delle strade tracciate con il righello che puntano dritte
verso l’interno del deserto del Sinai, e dopo una ventina di minuti nonché
un po’ di fuoristrada, il nostro taxi si ferma a fianco di un gruppo ben
nutrito di cammelli, controllati da alcuni beduini.
Ci sentiamo tutti e quattro un po’ a disagio, un po’ fuori posto,
quattro turisti che piombano in mezzo alla vita quotidiana di una comunità
di beduini. Di Gemea neanche l’ombra…
Houssein saluta un po’ tutti, e un ragazzo ci prepara 4 cammelli per la
più classica cammellata di Sharm el Sheik. I cammelli (in realtà
dromedari, con una sola altissima gobba) sono dei bestioni veramente grandi,
e soprattutto alti. Quando si alzano sulle zampe, al malcapitato turista sembra
di essere su una guscio di noce capitato nella Tempesta Perfetta… così
come quando cominciano la loro strana camminata, ancheggiando di qua e di là.
A reggere le briglie delle quattro navi del deserto, un ragazzo (che ne regge
due), e due bambine dalla faccia sorridente, una indossa già il velo
sulla testa, l’altra ancora è troppo piccola.
Il paesaggio è molto suggestivo, anche se non è il Deserto, quello
dell’immaginario collettivo, fatto solo di dune arancioni di sabbia finissima.
Questo deserto ha una “strana” conformazione, fatto di pianura sabbiosa,
dalla quale si innalzano improvvisi aspri monti, dalle forme taglienti. Non
salgono piano piano, non ci sono dolci salite che peggiorano salendo (tranne
qualche minuscola collinetta), ora è pianura, sabbia e ciottoli, ora
parete rocciosa, a volte già quasi verticale. Il sole al tramonto contribuisce
a rendere ancora più magico lo spettacolo offerto da questa strana natura
a cui non siamo abituati. La luce radente crea giochi sensazionali di luce ed
ombre sulle superfici rugose dei monti, e getta lunghe ombre dei nostri cammelli,
delle nostre guide, delle acacie solitarie. Cerco di fare alcune foto a bordo
della mia nave, ma la cosa si rivela piuttosto complicata, anche se alla fine
i risultati saranno soddisfacenti, a parte qualche pecca nelle inquadrature.
La sensazione avuta all’inizio svanisce quando incontriamo una piccola
carovana di turisti, anche loro alle prese con la famosa cammellata, e capiamo
di essere nello stesso posto dove i tour operator portano i loro clienti a fare
le escursioni. Non abbiamo turbato nessuna realtà quotidiana, quindi.
Almeno, non noi solamente. La cosa ora però ci dispiace, ora che ci eravamo
tranquillizzati e rilassati.
La cammellata termina dopo una mezz’ora, veniamo fatti accomodare in un
“tipico” accampamento beduino, uno dei 5 o 6 ricreati apposta per
noi turisti. Qui capiamo di nuovo di essere nella patria del turismo organizzato,
a causa di un gruppetto di pullman che aspettano che la gita si concluda per
tornare ognuno nei nostri mega alberghi da 15 stelle. Di positivo c’è
che noi siamo in un accampamento isolato, distante da tutti gli altri e dai
pullman, e gli schiamazzi dei gruppi si sentono solo a volte in lontananza.
Con noi rimangono Gemea, l’”organizzatore”, e Housssein, il
tassista.
Ci offrono una caraffa di delizioso tè alla menta, e un po’ di
pane beduino cotto sul coperchio di un barile di latta messo sul falò.
Sono circa le 18, il sole ci sta definitivamente salutando da dietro le cime,
e noi ci guardiamo intorno, con ognuno i suoi stati d’animo, in attesa
della cena e della notte. Mia sorella comincia a ricordarsi che dovrà
passare la notte nel deserto, e le sue duemila fobie su grassi insetti che ti
strappano la testa a morsi tornano ad affiorare, mentre mia madre cerca di tranquillizzarla,
e mio padre continua a guardarsi intorno deliziato, così come me.
Houssein viene a sedersi accanto a me, e nel suo inglese migliore del mio, rompe
il ghiaccio. D’altronde, dovremo passare insieme le prossime ore. Da lì
nascerà una fitta conversazione che ci terrà tutti e quattro a
chiacchierare con lui e Gemea fino all’ora di dormire.
Mi dice che è meravigliato che degli italiani siano venuti qui a passare
la notte nel deserto, di solito vengono a fare la cammellata, prendono il tè,
a volte cenano, ma poi se ne tornano in albergo. Molto più frequente
che succeda con persone di altri paesi. E’ per questo che parla inglese,
ma quasi nemmeno una parola di italiano. Gli chiedo come l’ha imparato
così bene, l’inglese. “On the road”, mi dice, per la
strada, portando a giro quelli come noi.
Mi dice che non capisce tutta questa gente che viene in un terra straniera con
i pullman di 30 persone, che non mette mai fuori il naso dei mega alberghi,
che non va a conoscere la nuova realtà in cui si trova. Quanto ha ragione!
Le scambio di battute passa su mia sorella, in crisi nera per la prospettiva
notturna. Houssein le lancia simpaticamente qualche frecciata, dicendole comunque
di non preoccuparsi, non ci sono animali a giro. La cosa comunque funziona,
più che altro perché anche mia sorella ci prende gusto nella chiacchierata,
distraendosi dai suoi incubi notturni.
Abbiamo rotto il ghiaccio…
Parliamo della situazione dell’Egitto, di quella dei beduini, delle loro
usanze.
Scopriamo così per esempio che l’Egitto ha si un presidente eletto,
ma tra qui e la democrazia ce ne passa. Il suo mandato sta per finire, e tra
poco ci saranno le elezioni. In teoria la costituzione gli vieterebbe di ricandidarsi,
ma mancano avversari disposti a diventare presidente, e comunque le elezioni
si tengono in un modo che di democratico ha molto poco: sulla scheda è
riportata una semplice domanda, “Volete Mubarak come presidente?”,
caselle disponibili: Si – No. Mia domanda spontanea: “E se vince
il no?” “Amen”. Però!
Ci dicono che comunque Mubarak ha un prego, quello di essere un pacifista, dopo
tante guerre. E non è poco per un Paese che deve crescere.
Intanto la cena è pronta (preparata chissà dove e chissà
da chi, tra parentesi): abbondante e gustosa, compresa una bella grigliata di
agnello e coniglio, consumata alla luce delle candele, e di una luna piena così
luminosa da far invidia al sole. Possiamo vedere tutta la valle circostante,
e riconoscerne anche i dettagli. Mai vista una luna così!
Si continua a parlare, in un misto di italiano e inglese. Houssein vuole imparare
anche un po’ di italiano, così si fa fare le domande dai miei in
italiano, e se non le capisce, gliele traduco.
Si lamenta che il governo ha dei grossi problemi coi beduini, e che sta cercando
di renderli tutti stanziali, in modo da averli sotto controllo. Ed ha paura
di questo, perché fermare i beduini equivale a distruggere i beduini.
In realtà anche lui non è più nomade, ha una casa ad El-Tor,
sull’altro lato della penisola del Sinai, ma che si sente a casa solo
nel deserto. Gli chiedo il perché della sua scelta. “Per il bene
della mia famiglia, mia moglie e mia figlia. La città è molto
più redditizia”. Come dargli torto. Mi dice però che ogni
volta che è lontano da casa abbastanza da non poterci tornare alla sera,
si infila nel deserto, butta in terra un tappeto e dorme lì, nel nulla,
nella sua casa.
Ci racconta qualche altra cosa della sua gente. Non esistono i furti tra i beduini,
è una cosa da vigliacchi. “Non lo possiamo fare, ci conosciamo
tutti, tutte le famiglie”. “Nemmeno a danno dei turisti, che non
rivedrete mai più?” “No, perché se comincio a derubare
te, poi deruberò anche mio fratello”… ma esistono le rapine.
Ossia, se io ti voglio derubare, voglio che tu veda chi è stato a farlo.
Questione di fierezza, penso, e forse anche lealtà.
Non ci sono neanche guerre vere e proprio tra famiglie. Ci sono possono essere
dei problemi, per il territorio per esempio, ma se la cosa si inasprisce, le
altre famiglie intervengono a calmare gli animi. Sono così circa 40 anni
che non c’è un omicidio tra beduini, anche se le armi sono abbastanza
frequenti.
La serata si rivela veramente istruttiva e affascinante. Siamo in mezzo al deserto,
con due rappresentanti di una cultura che in questo periodo un po’ disgraziato
si sta scontrando pesantemente con quella del mondo “occidentale”,
e sulla quale, comunque, ho sempre avuto un milione di domande. Perché
non approfittarne. Tiro la conversazione sui temi dell’Islam, della cultura
musulmana, e Houssein sembra molto ben disposto a rispondere alle mie (e nostre)
domande, lo stesso dicasi per Gemea (che purtroppo però parla poco inglese
e poco italiano).
Gli snocciolo una domanda dopo l’altra, a proposito di…tutto. Le
donne…parliamo di loro. Quante mogli, perché, perché coperte,
e così via. Qui i nostri punti di vista non si incontrano, e non si incontreranno
mai in tutta la sera. “Perché coperte?” “Per difenderle
la privacy della famiglia. Se ci sono 2 donne, una coperta e una nuda, quale
guardi? Ecco perché.” “ E perché la bellezza esteriore
per noi non è importante. Tu hai la ragazza? Vuoi che sia bella, no?”
“Non è vero, se la amo, I don’t care about beauty”
Non l’avessi mai detto. Mi ha preso in giro con questo “I don’t
care” finchè non ho lasciato Sharm! E comunque non sono riuscito
a convincerlo di questo.
“Senti, a proposito di tradimenti, ce ne sono?” “Si, certo,
come in tutto il mondo. L’Islam non lo permette, ma c’è gente
che mette in atto tutto ciò che è scritto, e chi no, come da voi.
Da noi forse sono solo di più quelli che lo fanno. Ma questo non elimina
i tradimenti”.
“Senti, te lo devo chiedere…cosa pensi di tutto questo problema
con gli Stati Uniti, i Talebani, il Terrorismo, l’Iraq, l’Afghanistan?”
Con molta tranquillità (come del resto in tutta la serata, mai si sono
minimamente alzati i toni, come invece era successo con Ali in pullman, un vergognoso
battibecco tra chi non può essere filoamericano, e un signore molto filoamericano)
mi dice “It’s a big game, my friend, a big game…”, un
gioco, un grande gioco. “Prima si sta coi russi, poi contro i russi, prima
si vendono le armi a Saddam , poi gli si fa la guerra…i Talebani sono
dei fondamentalisti, l’Islam non è quello…Gli americani?
Non ho niente contro gli americani, ho anche degli amici, ma non mi piace la
loro politica”…
Lasciamo per un po’ Houssein alle sue preghiere serali, e ne approfittiamo
per farci due passi con Gemea nell’ormai vuoto deserto. Tutti i pullman
se ne sono andati, nessuno schiamazza più, solo un alito di vento impedisce
al silenzio perfetto di cadere sul Sinai. Riusciamo a camminare tranquillamente
e senza la minima esitazione grazie a quell’immenso lampione da migliaia
di watt che la luna piena ha deciso di essere. Un paesaggio indescrivibile.
Quando torniamo al “campo” cominciamo a prepararci per la notte.
Destinate ad accoglierci sono due tende, formate da due teli blu o bianchi all’esterno,
e decoratissimi all’interno, sorretti da due paletti, a formare qualcosa
tipo una canadese, ma senza il fondo. All’interno, per ognuno c’e
un materassino, un cuscino con federe pulite, un lenzuolo e una grossa coperta
di lana. Io preferisco dormire all’aperto, sotto quel fantastico cielo
stellato. Mia sorella chiaramente non ha nemmeno preso in considerazione l’idea,
i miei alla fine hanno optato per dormire dentro. Houssein e Gemea naturalmente
si sono sistemati fuori con me (o meglio, io con loro).
Io e mio padre siamo rimasti a guardare il cielo per un tempo interminabile…tempo
che è continuato dopo la decisione di dormire. Mio padre è scomparso
dentro la tenda, riapparendo dopo un po’, per rimanere sul tappeto a naso
in su fino alle 3. Lo stesso dicasi per me. Non ho fatto le 3, ma poco ci manca.
Le sensazioni che mi ha regalato quel tempo indefinibile, rintuzzato sotto la
spessa coperta di lana puzzolente di dromedario, con gli occhi fissi un po’
sul cielo, un po’ sul deserto intorno a me, sono indescrivibili. Un senso
di pace assoluta mi ha pervaso da capo a piedi, mi sentivo in pace e armonia
con il mondo intero, avrei voluto rimanere lì in quel modo per chissà
quanto. Ma ad un certo punto il sonno ha preso il sopravvento.
Mi sveglia il chiarore di un sole che sta lentamente scalando la montagna che
chiude la gola davanti a noi. Davanti a me, Houssein mi dà il buongiorno,
seduto davanti al fuoco intento a preparare il tè. La macchina fotografica
mi salta al collo avida di immagini…
I miei sono ancora tutti nel mondo dei sogni, aiutati dal buio creato dalla
tenda. Li sveglio per fare vedere loro l’alba, è meravigliosa.
Facciamo una abbondante colazione, risistemiamo un po’ la nostra roba,
e dopo una foto ricordo, rimontiamo sulla vecchia Peugeot 504, per tornare nella
(nostra) realtà…
Ma non siamo paghi, e chiediamo ad Houssein se ci può accompagnare un
po’ nel deserto, solo un po’, per vedere qualche paesaggio, e rimanere
ancora in quella dimensione senza tempo. Ci accontenta, portandoci in cima ad
una specie di “passo”, sotto il quale si apre un fantastica visione
di una valle che si estende fino all’orizzonte, bloccata a quel punto
dalle rosse montagne del Sinai, punteggiata qua e là di acacie, con due
cammelli e i rispettivi cammellieri che ci vengono incontro. Siamo praticamente
a bocca aperta… i cammelli ci raggiungono, e si fermano a scambiare due
chiacchiere con Houssein (no, non i cammelli)…
Adesso è proprio l’ora di rientrare, Houssein si lancia giù
per la valle a velocità da autostrade, con mio padre che supplica di
rallentare (desiderio che verrà accontentato, anche se, ci spiega, spesso
va anche più veloce…), e in poco tempo siamo di nuovo nel paese
dei balocchi, nel mondo artefatto che è Sharm…
Salutiamo Houssein, ma solo dopo aver concordato per la domenica un’altra
escursione nel deserto, questa volta per visitare un’oasi.
Il giorno seguente è solo un intervallo (passato con l’erogatore in bocca, naturalmente) tra due deserti…
6/10
Domenica, il nostro ultimo giorno in Egitto. E’ di nuovo la vecchia 405
ad attenderci di buon mattino fuori dall’hotel. Questa volta però
la dovremo abbandonare all’inizio della pista sabbiosa, in favore di un
pick up più adatto al percorso: ci aspetta un’ora e mezza di sterrato.
Houssein parcheggia la sua fida auto all’ombra di un monte, dove ci aspetta
un ragazzo con il pick-up. I miei si accomodano nel cassone insieme alla nostra
seconda guida beduina (che mi perdonerà, ma dopo 7 mesi non ricordo più
il suo nome), mentre io faccio compagnia ad Houssein in cabina. Ma il sole picchia
come un martello sull’incudine, e mia sorella decide che non ha più
intenzione di fare la parte dell’acciaio da forgiare. Ci stringiamo un
po’ in cabina, mentre fuori continuano l’arrosto. In realtà
propongo uno scambio, vorrei fare anche io la mia corsa nel deserto con il vento
in faccia, ma i miei si stanno divertendo troppo!
Passiamo di valle in valle, ed una di essa ci regala nuovi colori per le montagne
che la circondano. Siamo passati dal grigio ad un bel tono di rosso.
Dopo un’oretta di strada sorpassiamo un villaggio beduino, abitato. Chiedo
ad Houssein di cosa vivono, lì in mezzo al deserto. “Molti lavorano
per il parco nazionale”, mi dice.
Passano altri minuti, e ci fermiamo all’imboccatura di uno wadi stretto
e non percorribile in auto. “E ora, una mezz’ora a piedi!”
Prima però Houssein prepara un delizioso tè alla menta, accendendo
il fuoco con delle sterpagliette trovate qua e là, e costruendo una specie
di fornelletto per reggere la cuccuma con un grosso fil di ferro abbandonato
chissà da chi.
Dopo pochi minuti, il wadi comincia a regalarci qualche squarcio di colore verde:
un gruppo di palme, alcuni cespugli. Facciamo la prima pausa all’ombra
di questi alberi che riescono a vivere per l’acqua che si trova nel sottosuolo
(all’imboccatura del wadi abbiamo infatti notato un pozzo, dal quale tra
l’altro si dipartono alcuni piccoli tubi di gomma che abbiamo seguito
fino qui). La nostra meta non è comunque troppo distante, e il caldo
del deserto che tanto temevo non ci sta dando tutto questo fastidio. Probabilmente
grazie al basso tasso di umidità.
Raggiungiamo così il cuore dell’oasi, dove il wadi si allarga per
creare una grande piana tra i monti, e dove una coppia di anziani beduini vive
in alcune modeste casupole e tende. Ci accomodiamo sotto una palma, mentre ci
dà il benvenuto la signora, scalza, ma completamente coperta dall’abito
tradizionale: le si intravedono soltanto gli occhi e le mani. Ha la pelle spessa
e rugosa, ispessita dall’età e dal sole, ed assomiglia alla pelle
di un elefante. Non saprei dare un’età a questa signora, che ha
sempre vissuto qui, ad un’ora e mezzo di jeep, più un’altra
mezza a piedi dalla prima strada asfaltata. Il suo mondo è suo marito
che vive con lei, è una aspra pianura battuta dal sole, circondata da
alti monti taglienti, sono quelle poche palme che le danno un po’ d’ombra,
sono i cammelli e le pecore che le fanno compagnia. Il paesaggio ricorda le
riprese televisive dell’Afghanistan… chissà cosa sanno questi
due “eremiti” di quei mostri d’acciaio che ogni tanto solcano
il cielo interrompendo l’assoluta quiete del loro universo sassoso…
Lo stato d’animo che mi pervade è di nuovo di pace e di tranquillità.
Rimarrei ad ascoltare la natura silenziosa per ore, perdendomi in una realtà
così diversa dai caotici paesaggi urbani a cui siamo abituati…
Houssein “prepara” il pranzo: tonno, pomodori, cetrioli, formaggio
molle (tipo feta), e pita. La nostra sala da pranzo è l’ombra di
una palma, e la sabbia e la ghiaia del deserto sotto di essa. Nonché…qualche
oliva rinsecchita depositata dalle pecore qua e là. Questo fa si che
mia sorella praticamente non tocchi niente, mia madre e mio padre mangino qualcosa
più per cortesia che per altro, e io, Houssein e il suo amico facciamo
da lavastoviglie ripulendo tutti i vassoietti di plastica. Si vede che sono
reduce dal Ghana? J
Il clima adesso si fa un po’ sentire, nonostante la brezza. Anzi, talvolta
sembra che qualcuno abbia acceso un enorme phon e ce lo abbia puntato contro!
Cosa chiedere di meglio quindi di una tipica siesta egiziana (ma non era tipica
della Spagna?)?
Quando il caldo delle ore centrali della giornata comincia a mollare la presa,
è il momento di incamminarci di nuovo e salutare la nostra ospite. Con
un “Salam!”, le diamo tutti la mano…Attimo di panico: la signora
ha bisogno di liberare un po’ i bronchi, ed avendo il viso coperto, pensa
bene di dirigere gli scarti sulla mano infilata sotto il velo nero, poi pulirla
nella sabbia, e poi salutarci! Meno male che era la sinistra!
Torniamo alla Jeep, i miei vogliono sistemarsi di nuovo nel cassone, e io mia
sorella di nuovo in cabina. Il ritorno sembra più lungo dell’andata,
complice forse la stanchezza. Sembra impossibile, ma i continui sobbalzi e sballottamenti
del fuoristrada mi mettono addosso un sonno di pietra, a cui diverse volte mi
arrendo, sbattendo di qua e di là. “Dai, tra un po’ la strada
è liscia e puoi dormire!” mi dice Houssein. Peccato che poi senza
l’effetto cullante dei saltelli mi sia passato il sonno!
E’ arrivato il momento di salutarci, di salutare Houssein e il suo amico,
e con loro di salutare anche il Sinai e l’Egitto. Il nostro viaggio terminerà
domattina, con un’altra levataccia prima dell’alba, con un altro
volo Lotus Air che ci riporterà a Bologna.
Il mio primo viaggio organizzato è finito, e grazie a diversi episodi,
il suo bilancio non può che essere positivo. Serberò dei bei ricordi
anche di questa maratona egiziana, come dimostra questo diario.