di Carla Polastro
http://www.gianlucanigro.net/viaggi/
Sabato 3 marzo:
Siamo stati informati solo un paio di giorni fa dalla Mistral Viaggi di un
cambiamento nell'operativo voli: anziché con Blue Panorama Airlines,
voleremo da Roma Fiumicino a Tripoli con una compagnia libica mai sentita
prima, le Afriqiyah Airways. Al check-in, la sostituzione dei biglietti
avviene nel caos più totale. Cominciamo bene...
Decolliamo con una mezz'ora di ritardo e atterriamo a Tripoli intorno alle
16 (ora locale). Il controllo dei visti è sorprendentemente veloce, mentre
è un po' più lunga l'attesa per il recupero dei bagagli. Nella
hall degli
arrivi internazionali veniamo accolti da Abdul, la nostra guida libica
(l'accompagnatrice dall'Italia – dimostrando grande “professionalità”
- gli
delegherà praticamente ogni incombenza, comportandosi come se fosse anche
lei in vacanza).
Saliti sul pullman della Magic Libya (corrispondente locale di Mistral), ci
dirigiamo verso il nostro albergo, l'Al Mahari (il dromedario), in shari Al
Fath, a meno di un chilometro dalla Piazza Verde, il cuore di Tripoli. La
hall è molto accogliente. Il gorgoglio di una fontana dall'acqua limpida
crea un sottofondo piacevolmente rilassante. Le camere e i relativi bagni,
invece, avrebbero urgente bisogno di una ristrutturazione radicale e ci si
chiede quando sia stata l'ultima volta che un battitappeto o aspirapolvere
sia stato passato sulla moquette...
Prima della cena nel simpatico ristorante “Tripolis” (di cui non
sono
riuscita a rintracciare l'indirizzo), facciamo un primo giro “d'assaggio”
nel centro cittadino. Seguiamo un tratto del lungomare, per poi passare di
fronte all'Asserraj al-hamra (Castello Rosso), le cui luci soffuse si
riflettono nelle tranquille acque del laghetto artificiale, creando un
effetto visivo di notevole suggestione. Attraversiamo la vasta as-Sahah
al-Khadrah (la già citata Piazza Verde), addobbata da luminarie in stile
Luna Park che i Libici sembrano prediligere, vista la loro diffusione.
Percorriamo la via 1° Settembre, per poi svoltare in Midan al-Jazair
(piazza Algeria), dominata dall'ex-cattedrale italiana, ora moschea, dal
Palazzo delle Poste e da quello del Popolo.
Domenica 4 marzo:
E' una giornata radiosa. Il cielo tripolino è perfettamente terso, la
luce
ha la brillantezza del cristallo e mette in straordinario risalto i
contorni degli edifici e delle alte palme, mosse da una leggera brezza.
Il pullman ci lascia a pochi passi dall'Arco di Marco Aurelio, eretto nel
163 d.C., unica vestigia di rilievo dell'antica Oea, riportato alla luce da
archeologi italiani fra il 1914 e il '18. Il monumento appare alquanto
spoglio, poiché buona parte dei bassorilievi che lo adornavano è
stata
trasferita al Museo Nazionale (Museo della Jamahiriya, all'interno del
Castello Rosso).
Subito dietro l'arco si erge l'ottocentesca Moschea Gurgi, che vanta il più
alto minareto della città. L'interno ha dimensioni raccolte ed è
graziosamente decorato con mattonelle a motivi geometrici e floreali. Le
cupole sono rivestite di stucco, nello stile marocchino. Assai pregevole è
il minbar, dalle tinte delicate.
Lasciata la moschea, attraversiamo l'ex-quartiere ebraico (sopra le porte di
molte case sono ancora ben visibili le Stelle di Davide), ammasso di basse
case in condizioni più o meno fatiscenti, abitate quasi esclusivamente
da
immigrati, provenienti da altri Paesi africani.
Camminiamo poi lungo qualche viuzza del suq. Un anziano battitore di rame ci
saluta in italiano, con grande cordialità.
La nostra meta è il Museo della Jamahiriya, fondato negli Anni Trenta
e che
conserva un'eccezionale collezione di reperti preistorici, fenici, punici,
greci, romani, bizantini... Nelle numerose sale è tutto un susseguirsi
di
capolavori, dal mausoleo tardo-romano proveniente dalla necropoli di Qirzah
(IV sec. d.C.), alla Venere Capitolina (II sec. d.C., restituita dal
governo italiano nel 1999), alle statue di atleta e Apollo con il volto di
Antinoo, copie romane di originali greci rinvenute nelle Terme di Adriano a
Leptis Magna, al gruppo delle Tre Grazie, da Cirene, di sublime eleganza,
ai mosaici, ai meravigliosi bassorilievi staccati dall'Arco di Settimio
Severo, “porta d'ingresso” di Leptis Magna...
Per raggiungere il ristorante dove pranzeremo, intorno alle 14 (“Al
Gambare”, shari Baladiyah), percorriamo parte dell'ex-quartiere coloniale
italiano: la candida Galleria De Bono, la via 1° Settembre, piazza Algeria.
Finito di pranzare, ci trasferiamo all'aeroporto per il volo verso Benghasi,
dove ceneremo e pernotteremo all'Hotel Tibesti (shari Jamal Abdul Nasser),
un tempo considerato il miglior albergo del Paese. A vederlo oggi, si fa
fatica a crederci.
Lunedì 5 marzo:
Un cielo limpidissimo, un fulgido sole e un venticello fresco, a tratti
addirittura freddo, ci accolgono a Cirene, città greca cantata da Pindaco
e
Callimaco, in magnifica posizione, sul fianco di una montagna, a picco sul
mare.
Iniziamo la visita dal vasto ginnasio (trasformato in foro in epoca romana),
con le alte colonne doriche che si stagliano nette nella vivida luce
mattutina. Proseguiamo per la lunga via di Batto (intitolata al mitico re
fondatore della città). Dell'odeon rimane solo il pregevole arco d'accesso,
poiché in età bizantina questa struttura venne trasformata in
caserma per i
soldati. Di fronte all'Odeon, si estendono i resti della casa di Giasone
Magno, sacerdote del tempio di Apollo. Segno evidente dell'incuria in cui
versano i siti archeologici libici (e quelli cirenaici in particolar modo),
i bei mosaici pavimentali non sono protetti in alcun modo e ci si cammina
persino sopra!:-( Ne parliamo con la guida locale, che ci conferma il
totale disinteresse da parte del regime per quanto riguarda la salvaguardia
del patrimonio culturale. E' totalmente carente anche la sorveglianza,
soprattutto di notte, e continuano perciò a verificarsi furti di reperti
(nei giorni seguenti, apprenderemo con sgomento che dal mercato di Leptis
Magna – monumento-simbolo del sito - sono stati recentemente trafugati
alcuni banchi in marmo). In tutti i siti cirenaici, pascolano liberamente
pecore, capre e mucche, e si cammina quindi su di un “tappeto” di
escrementi. Va però apprezzato l'aspetto “bucolico” della
cosa...:-)
Ci dirigiamo poi verso la casa di Esichio, amministratore della provincia di
Cirenaica nel IV sec. d.C. I simboli rappresentati in un mosaico
pavimentale superstite ci dicono che era di fede cristiana.
L'agorà conserva il presunto monumento funebre di Batto, alcuni resti
del
tempio delle Basi ottagone, i due imponenti altari di Apollo e vestigia del
santuario di Demetra e Kore e del tempio di Apollo (divinità tutelare
di
Cirene). E' qui nell'agorà che svetta quello che, a parer mio, è
il più
affascinante dei monumenti del sito: il monumento navale, risalente
all'epoca tolemaica (IV-III sec. a.C.). E' composto da una Nike acefala e
priva delle ali, su di un basamento a forma di triremi, sostenuto da
delfini. Com'è reso in modo mirabile il drappeggio della veste, sembra
di
sentire il vento che lo fa aderire al corpo giovane e snello! Il pensiero,
inevitabilmente, va alla Nike di Samotracia, alta alla sommità dello
scalone d'onore del Louvre, e si viene colpiti, ancora una volta,
dall'insuperabile grazia dell'arte greca...
Percorriamo la via sacra, incontrando dapprima le terme greche, dette “di
Paride”, scavate nel fianco della montagna probabilmente già in
epoca
arcaica, e poi la Fonte di Apollo, la sorgente d'acqua che permise
l'insediamento umano ben prima dell'arrivo dei profughi di Thera.
Continuando a scendere, si arriva al santuario di Apollo, su di una vasta
terrazza che domina la pianura sottostante. E' un luogo di grande
suggestione, i cui edifici hanno subìto, nel corso dei secoli, innumerevoli
distruzioni e ricostruzioni.
Un po' più in basso, sorgono le rovine del teatro greco, successivamente
trasformato in anfiteatro dai Romani. Dovrebbe, a breve, iniziarne il
restauro un'équipe archeologica italiana.
Subito dopo pranzo, visitiamo l'imponente tempio di Zeus, a una certa
distanza dal resto degli scavi. Si erge in mezzo agli alberi, i prati sono
punteggiati da miriadi di fiori variopinti. Venne costruito nel V sec.
a.C., parzialmente distrutto durante la rivolta ebraica del 115 d.C. e
restaurato una prima volta sotto Adriano e Marco Aurelio. Il terremoto del
365 e la furia iconoclasta dei Cristiani lo ridussero nuovamente in rovine.
Il suo recupero, non ancora terminato, iniziò negli Anni Sessanta, grazie
soprattutto ad archeologi italiani.
Trattandosi di un lunedì, il museo di Cirene è chiuso. La superba
statua di
Alessandro Magno ci limiteremo quindi a vederla in cartolina (sigh)!:-(
Lasciata Cirene, scendiamo verso la costa, diretti alla non lontana
Apollonia (l'attuale Sousa). Ben poco è stato ricostruito della città
antica, ma il suo teatro, lambito dalle acque del Mediterraneo, vale –
da
solo – la visita! Rimarrei seduta qui, su questo blocco di pietra, con
il
viso sferzato dal vento salmastro, per ore! Provo una tale serenità,
una
tale pace... Le voci dei miei compagni di viaggio si mescolano al dolce
suono della risacca, al costante sibilo del vento e allo stridio dei
gabbiani, che volano bassi sulla superficie appena increspata del mare,
nella morbida luce del tramonto.
Ceniamo e pernottiamo all'Hotel Al Manara (il faro), a pochi metri dal sito
(della serie: pugno in un occhio), un albergo semplice, ma pulito e
abbastanza accogliente.
Martedì 6 marzo:
La prima visita di oggi è a un luogo del tutto particolare: la grotta
artificiale di Suluntah (o Slonta, che dir si voglia). Ci appare molto
diversa da come doveva essere nell'antichità, poiché il soffitto,
retto da
una colonna di cui resta solo il basamento, è completamente crollato.
La
sua vicinanza ad una necropoli e le parole di Erodoto a proposito dei
rituali cari ai Nasamoni, fanno ritenere che la grotta fosse legata a
cerimonie in memoria dei defunti, ma esistono tesi contrastanti sul
significato dei rilievi scolpiti nelle pareti di roccia, parecchi dei quali
a malapena visibili.
Proseguiamo per uno degli “high points” di questo viaggio, Qasr
Libiya,
l'antica Olbia, che divenne poi la bizantina Teodoriade, in onore della
consorte di Giustiniano.
Un fortino ottomano ha inglobato una delle due basiliche bizantine costruite
nel VI sec., quella “occidentale”, che conserva un meraviglioso
mosaico
pavimentale dagli svariati simboli cristiani, oltre a raffigurare cervi e
altri animali (anche qui, le condizioni di conservazione sono lungi
dall'essere ottimali).
Le scarme rovine della basilica “orientale” sono invece immerse
nel verde,
fra cipressi e piante di mimosa. Per fortuna, i suoi magnifici mosaici,
dalle tinte tipiche dell'arte musiva africana, sono custoditi nel piccolo
museo. Si tratta di 50 pannelli raffiguranti motivi sia cristiani che
pagani, di difficile interpretazione. Si tratta forse “di una
rappresentazione metaforica della creazione del mondo”. Hanno conservato
una vividezza davvero impressionante!
Sul pavimento del museo, è stato deposto un secondo mosaico, con scene
di
caccia alla volpe, un coccodrillo e un bue in ambiente nilotico.
Pranziamo a Tolmetta, a pochi metri dal museo e dall'ingresso del sito di
Tolemaide. Nel primo pomeriggio visitiamo le tre sale che compongono,
appunto, il museo di Tolemaide, illuminato da una luce verdastra a dir poco
orrenda. E' davvero un peccato, perché molti dei reperti sono di altissimo
livello, come il mosaico delle Quattro Stagioni, proveniente dall'omonima
villa, e quello della Medusa, la fontana delle Menadi, che nel IV sec. d.C.
ornava la Via Monumentale, o il sarcofago di una coppia di sposi, del II
sec. d.C., o ancora numerosi capitelli finemente scolpiti.
Ci fa da guida il responsabile del sito, un archeologo libico che ha
studiato a Londra e che è stato il braccio destro del grande Goodchild.
La
sua frustrazione è palpabile: ci sarebbe ancora così tanto da
scavare, qui
come in tutta la Cirenaica e la Tripolitania! Ma dal governo libico non
arrivano fondi e gli archeologi stranieri vengono più che altro a studiare
ciò che è già stato riportato alla luce, piuttosto che
a condurre nuovi
scavi.
Percorriamo lentamente la Via Monumentale, dove, come ad Apollonia, ben poco
è stato ricostruito. Il terreno è infatti costellato di pezzi
di colonne e
massi di pietra. Non resta che lavorare di fantasia, immaginando le case e
i monumenti, il brusio della vita quotidiana, il passaggio dei carri e
della folla, prima che sopraggiungessero l'abbandono e il silenzio...
Nell'erba, fra i sassi, si nascondono delle tartarughine, disturbate dalla
nostra presenza, mentre, più in là, pascolano piccole greggi di
pecore e
capre.
Il monumento più significativo di Tolemaide è il cosiddetto Palazzo
delle
Colonne, sede del governatore sia in epoca tolemaica che romana, di enormi
dimensioni e che si erge contro uno sfondo di colline e montagne, in mezzo
agli alberi.
Fra le strutture più leggibili del sito c'è l'Odeon, che nel IV
sec. d.C. fu
trasformato in teatro acquatico e poi in semplice cisterna in epoca
bizantina. Dobbiamo la sua ricostruzione al già citato Goodchild.
Ci accomiatiamo a malincuore dalla nostra guida, sicuramente fra le persone
più interessanti, preparate e competenti che incontreremo qui in Libia,
e
torniamo verso Benghasi, dove ceneremo e pernotteremo nuovamente all'Hotel
Tibesti.
Mercoledì 7 marzo:
All'arrivo all'aeroporto di Tripoli, ci dirigiamo immediatamente a Sabratha,
dove arriviamo in tarda mattinata. Iniziamo la visita dal Museo romano (non
visiteremo quello punico) , che custodisce numerosi pezzi di grandissimo
valore artistico, quali i mosaici provenienti dalla basilica di
Giustiniano, da una villa nel quartiere del teatro o dalle terme di Oceano,
la statua di Venere che sorge dalle acque o ancora un altorilievo di
Dioniso.
La posizione di Sabratha, in riva al mare, crea incantevoli contrasti
cromatici, fra le morbide nuances dell'arenaria e dei marmi e l'azzurro
intenso del cielo e del Mediterraneo.
Entrati nel sito, il primo monumento che colpisce lo sguardo è il Mausoleo
di Bes (divinità egizia e fenicia), o Mausoleo B, punico, alto quasi
24
metri. Fu scoperto e ricostruito da Antonino De Vita negli anni Sessanta.
Visitiamo poi i resti del Tempio Sud e di quello degli Antonini, dedicato a
Marco Aurelio e Lucio Vero. Nella piazza antistante, si trova una delle
dodici fontane fatte installare da Flavio Tullio alla fine del II secolo.
Delle decorazioni originali, sussiste una statua di donna, acefala.
Il foro è – come sempre nelle città romane – ricco
di importanti monumenti,
fra i quali spiccano la basilica detta “di Apuleio” (trasformata
in chiesa
cristiana nel V sec.), il tempio di Liber Pater (divinità punica analoga
a
Dioniso), il tempio di Serapide e la Curia. Dietro a questi due ultimi
edifici, si erge, maestosa, la basilica di Giustiniano, da sempre
considerata la chiesa più bella della città.
Un punto di enorme fascino è rappresentato dalle Terme a mare, con i
loro
mosaici, in ottime condizioni di conservazione, proprio a picco sulla
spiaggia sottostante (e ricoperta di rifiuti, che è meglio tentare di
ignorare, per non rovinare il summenzionato fascino dell'insieme).
Superate le Terme di Oceano, si giunge all'imponente Tempio di Iside, la
divinità egizia protettrice dei naviganti. Del portico che racchiudeva
il
tempio su tutti e quattro i lati sono state ricostituite alcune colonne.
Una scalinata conduce al podio, dove svettano sei colonne in arenaria.
Prima di arrivare al celeberrimo teatro, visitiamo ancora altre terme,
quelle – appunto – del quartiere del teatro.
Il teatro di Sabratha, con una capienza di 5.000 spettatori, era il più
grande del Nord Africa, e fu edificato tra il 175 e il 200 d.C. La sua
ricostruzione, negli anni Trenta del Novecento, fu fortemente voluta da
Italo Balbo, governatore italiano della Libia, ed è ora molto controversa,
a causa del pesante utilizzo del cemento armato. L'effetto visivo è
comunque notevolissimo, con il mare e il cielo a fare da quinte e i
magnifici rilievi del pulpito.
Intorno alle 16, dopo aver mangiato qualcosa in un locale di Sabratha non
lontano dalle rovine, ripartiamo alla volta di Tripoli, dove alloggeremo
nuovamente all'Al Mahari, mentre ceneremo al ristorante “Al Qunus”,
in
piazza Algeria (ottima la loro zuppa di pesce).
Giovedì 8 marzo:
E' la volta di Leptis Magna, finalmente! La nostra guida parla un italiano
impeccabile (e lo ha imparato da autodidatta) ed è evidente la sua ottima
preparazione, accompagnata da una buona dose di senso dell'umorismo.
Anche qui iniziamo la visita dal museo, immerso in una fresca penombra,
perché tutte le luci sono spente (mancanza di corrente o semplice
dimenticanza? Non lo sapremo mai...).
Fra i reperti più importanti esposti in questa struttura inaugurata nel
1994, figurano alcuni rilievi staccati dall'arco di Settimio Severo e
parecchie sculture, fra le quali una sublime figura femminile, detta “la
signora elegante”, un viso maschile con barba e dodici statue acefale,
provenienti dai fori della città.
La giornata è grigia ma, proprio mentre giungiamo di fronte all'arco
di
Settimio Severo (l'imperatore nativo di Leptis Magna), il sole riesce a
trafiggere la coltre di nubi, mettendo in risalto le tonalità rosate
del
calcare e del marmo. Quando si dice il tempismo!:-)
Percorriamo un tratto del cardo, per poi svoltare a destra e visitare i
resti della palestra e delle terme di Adriano. Fatti ancora pochi metri, si
erge davanti a noi il colossale ninfeo, purtroppo in parte crollato. Ciò
che rimane, alcune colonne in marmo cipollino o di granito e la balaustra
di epoca posteriore, lascia comunque intuire la raffinata grandiosità
di
questo monumento.
Siamo all'inizio della via Colonnata, che conduceva dal centro cittadino al
porto. E' ancora una volta necessario “lavorare di fantasia” e far
risorgere, almeno nella nostra mente, i portici adibiti a negozi, le oltre
cento colonne (ne rimangono in piedi solo due); far rinascere il trambusto,
i commerci; far risuonare voci spente da così lungo tempo... Immaginare
le
grida, le risa, gli abbracci e le liti. In una parola: la vita.
Settimio Severo, desideroso di rendere splendida la propria città natale,
fece erigere i suoi più sontuosi monumenti: volle la creazione del Foro
Severiano o Foro nuovo (ma i Leptitani sarebbero rimasti fedeli a quello
vecchio), sul quale si affacciano il Tempio e la Basilica dei Severi.
E' un complesso di straordinaria armonia ed eleganza. E' stato ricostituito
un brandello del portico, ornato di teste di Gorgoni, mentre del tempio
restano la scalinata che conduce al podio e numerose colonne abbattute. La
Basilica, terminata dal figlio di Settimio, Caracalla, segue il modello di
quella di Traiano, a Roma. Giustiniano la trasformò in chiesa bizantina
nel
VI sec. Si tratta di uno spazio vastissimo, a tre navate e due absidi,
dalle altissime colonne e dai pilastri meravigliosamente scolpiti e
intarsiati.
Visitato rapidamente il tempio di Serapide, dal quale provengono molte delle
statue esposte nel museo, arriviamo a un altro “clou” di Leptis,
il
mercato, fatto costruire dal ricchissimo Leptitano Annobal Rufus. Che
incanto! Palladio e Jefferson sembrano essersi ispirati a questo insieme
nell'ideazione delle loro opere... E' un altro trionfo di grazia e
raffinatezza. Doveva essere bello fare la spesa in un luogo del
genere...:-)
L'ultima visita della mattinata è quella al teatro, fatto erigere agli
inizi
del I sec. dal già citato Rufus, fra i primi in muratura dell'impero
romano. Durante gli scavi fu riportato alla luce un gran numero di statue,
ora conservate nei musei di Tripoli e Leptis Magna.
Dopo pranzo, visitiamo l'anfiteatro, ricavato sotto Nerone, nel 56 d.C., in
un'ex-cava di pietra. Fu poi ampliato e ammodernato da Settimio. Fra
l'anfiteatro e il mare si estendeva l'ippodromo, di cui non rimane quasi
nulla. Le due strutture sono tuttora collegate da passaggi coperti, che
fanno pensare a una loro interazione nell'allestimento degli spettacoli.
Dell'antico porto di Leptis Magna, che per un madornale errore di
progettazione iniziò a insabbiarsi poco dopo essere stato ultimato, sono
ancora visibili la base del faro, i resti delle banchine del molo
orientale, di una torre di avvistamento e di un piccolo tempio dorico.
Tornati a Tripoli, ci rechiamo direttamente in aeroporto, dove dovremmo
prendere il volo delle 20 per Sebha. Effettuato il check-in e superati i
controlli di sicurezza, ci viene comunicato che a Sebha è in corso una
tempesta di sabbia e il nostro volo, di conseguenza, subirà un ritardo
ancora da quantificare. Di ritardo in ritardo, arriva l'una di notte,
quando viene annunciata la definitiva cancellazione del volo. Potete
facilmente immaginare le reazioni dei presenti... Ciò significa raggiungere
il capoluogo del Fezzan in pullman (argh!). Partiamo intorno alle 2,30, in
un mood non propriamente gaio. Sono talmente “cotta”, che mi addormento
appena toccato il sedile, mentre Gianluca e diversi altri componenti del
gruppo passano la notte in bianco.
Arriviamo a Sebha verso le 10 del mattino. Davanti all'Hotel Al Qala, dove
avremmo dovuto pernottare, ci attendono i fuoristrada che ci condurranno
nell'Akakus.
Venerdì 9 marzo:
Facciamo colazione in un bar-pasticceria di Sebha e intorno alle 11 partiamo
per il campo tendato fisso “Magic Lodge”, a 30 km. a sud di al-Uwaynat.
Soffia ancora un forte vento freddo (non si tratta quindi del Ghibli), il
cielo è grigio, velato da enormi nubi di sabbia. Anche l'orizzonte è
un'indistinta massa grigia. Il lungo trasferimento, circa 7 ore, è
parecchio noioso, complice anche la stanchezza causata dalla notte in
pullman. Il nostro giovane autista, Hanza, ha un'aria molto simpatica e
guida benissimo, ma – ancora una volta – la barriera linguistica
condiziona
pesantemente le chances di dialogo, che si limita a grandi sorrisi e a un
curioso mélange di inglese, italiano, arabo, francese e, soprattutto,
gesti.
Gianluca e io condividiamo il Toyota (in condizioni alquanto penose, fatta
eccezione per i pneumatici che, grazie al Cielo, sembrano nettamente più
recenti del resto del veicolo) con Alba e Renzo, una coppia di deliziosi
Valdostani, con i quali abbiamo subito “fraternizzato”, così
come con
Marisa e Mariuccia, due signore triestine altrettanto simpatiche.
Tutto il gruppo cerca comunque di “pensare positivo”, alzando preci
perché
il tempo, nei giorni a venire, migliori e torni a splendere il sole in un
cielo terso...
Il picnic, nel primo pomeriggio, ha come ingrediente principale la sabbia
che, sollevata da un vento a tratti fortissimo, penetra ovunque.
Facciamo poi un altro paio di soste, ad Awbari e al-Uwaynat, dove lasciamo
la strada asfaltata e percorriamo una trentina di chilometri di pista, fino
ad arrivare, intorno alle 18, al campo tendato. E' assai piacevole
trovarsi fuori da un veicolo, finalmente!:-)
L'interno delle tende è semplice ma abbastanza confortevole. I tre letti
singoli sembrano usciti da un garni altoaltesino: sono di legno chiaro e
ricoperti da morbidi e candidi piumini. Non essendoci un armadio, il terzo
letto, nel nostro caso, ne fa le veci. Ogni tenda include un piccolo bagno
fornito di acqua calda e fredda (da usare con la dovuta parsimonia,
naturalmente).
Ceniamo nella spaziosa tenda-ristorante e ce ne andiamo a fare la nanna
bello presto. Ne abbiamo proprio bisogno!
Sabato 10 marzo:
Il tempo è analogo a quello di ieri. C'è ancora parecchio vento
e il cielo è
caparbiamente grigio. Abbiamo un po' tutti il morale a terra: che
scalogna!:-( Ma in tarda mattinata, con nostro enorme sollievo, cominciano
ad aprirsi i primi ampi squarci di sereno.
La giornata di oggi è dedicata, al pari di quella di domani, alle pitture
e
incisioni rupestri di cui l'Akakus è disseminato. Le più antiche
risalgono
a 10/12.000 anni fa, ma le datazioni sono molto controverse. Vedremo
esempi, in diverse condizioni di conservazione, dei cinque periodi in cui
gli studiosi hanno suddiviso l'arte rupestre sahariana: la fase della
“Grande fauna selvaggia”; la fase delle “Teste rotonde”
(che si colloca tra
i 10.000 e gli 8.000 anni fa); la fase “Pastorale” (intorno agli
8.000 anni
fa); la fase del “Cavallo” (2000 a.C. ca.) e quella “Camelina”
(intorno ai
2.000 anni fa).
Alcune delle pitture sono a malapena visibili, mentre altre “sfoggiano”
un'incredibile brillantezza, nonostante l'assoluta mancanza di protezione.
Fra un sito rupestre e l'altro, ci fermiamo in diversi punti panoramici,
sentendoci quasi soverchiati da tutta questa bellezza, questa vastità,
questi colori, che creano un'atmosfera che ha qualcosa di magico, di
irreale...
Alla sera, quando si spengono le luci del campo tendato, la volta celeste è
un trionfo di stelle, perfettamente nitide nella fredda aria notturna. E'
come essere avvolti in uno scialle luminoso, immersi in una sensazione di
gioiosa tranquillità. E' un'emozione indimenticabile!
Domenica 11 marzo:
Stamane il cielo si è ulteriormente schiarito, pur non essendo ancora
del
tutto limpido. La notte è stata gelida e uscire dal bozzolo caldo del
piumino è davvero un'ardua impresa!:-)
Grazie al miglioramento nelle condizioni meteo, il paesaggio è ancora
più
suggestivo. Siamo affascinati dal contrasto tra l'ocra della sabbia, il
nero delle rocce e il blu del cielo, che verso sera assume mistiche
tonalità cobalto. Cosa c'è di più bello del cielo del deserto?
Più bello di
questa trasparenza, di questa luce, di queste tinte, vivide e morbide allo
stesso tempo? A ogni viaggio nel deserto, mi pongo queste stesse domande,
sentendomi particolarmente felice di essere viva e di poter condividere
queste emozioni con chi amo.
Lunedì 12 marzo:
Dall'Akakus ci spostiamo verso l'Erg di Oubari, la regione delle grandi
dune. Com'è esaltante “arrampicarsi” con i fuoristrada su
per i pendii
sabbiosi, per poi affrontare discese mozzafiato!
Le dune, la cui sabbia ha la consistenza e il colore della cipria, sono
tutt'intorno a noi, si perdono all'orizzonte, i loro contorni cangianti si
stagliano netti contro il cielo, che si fa più terso con ogni giorno
che
passa.
Nel tardo pomeriggio, seduti fuori dalla nostra tenda nell'altro campo
“Magic Lodge”, in pieno relax, osserviamo la straordinaria sensualità
di
queste dune, le linee che ricordano le sculture di Brancusi, i giochi di
chiaroscuro, le orme lasciate da uomini e animali, le scie impresse dalle
ruote dei fuoristrada...
Martedì 13 e mercoledì 14 marzo:
Il Sahara libico ci saluta regalandoci il suo cielo più limpido, di un
azzurro incredibilmente intenso. La luce è quasi accecante, l'aria
deliziosamente fresca. Un mix perfetto per visitare alcuni dei laghi di
Ramlat ad-Duwadah. Dopo chilometri e chilometri di dune di sabbia, ecco che
si profilano all'orizzonte piccole oasi, dove file e boschetti di palme
fanno da corona a specchi d'acqua che hanno il colore di quelli di
montagna. Il contrasto tra il verde degli alberi e il giallo ocra della
sabbia è a dir poco magnifico! Il più grande fra quelli sulle
cui rive
sostiamo è il lago Gabraoun, le cui acque hanno una concentrazione salina
simile a quella del Mar Morto. Gabraoun significa “tomba di Aoun”,
il
mitico capostipite dei Duwada.
Pranziamo e trascorriamo parte del pomeriggio al “Camping Africa Tours”
di
Takartibah, prima di far ritorno a Sebha, dove ceneremo per poi volare a
Tripoli (stavolta c'è andata bene!). Pernottiamo ancora una volta all'Al
Mahari. Domani ci attende una lunga – e noiosa – giornata, che includerà
una sosta di ben cinque ore a Fiumicino.
Il volo Blue Panorama Tripoli-Roma è, per fortuna, “uneventful”.
Una volta
atterrati a Genova con un volo Air One, ritiriamo l'auto a noleggio e
finalmente “approdiamo” a casa alle 23,30.