Namibia

2002


di "Dario e Gabri"
http://web.tiscali.it/darioegabri/

 

Namibia - il paese dei contrasti -

28.07.2002
Arriviamo all'aeroporto di Windhoek (la capitale della Namibia)verso le11,30-12,00.C'è un sole splendido, ma la temperatura si aggira sui 20-22 gradi circa edessendo questo territorio dell'Africa Australe è pieno inverno.Abbiamo scelto di arrivare entro la mattinata per avere tempo di esaminare concalma l'auto che ci avrebbero consegnato, provarla il pomeriggio, contestareeventuali problemi e partire con calma il giorno dopo.Tutto comunque è come ordinato al telefono: l'auto è una Toyota Hilux 2700iniezione a benzina, single cabin (due posti), con due ruote di scorta e doppioserbatoio per un'autonomia di circa 1200 km, a seconda del tipo di stradapercorsa.Abbiamo perso parecchio tempo (da casa) per prenotare il veicolo poiché inqueste zone, visto che per il 90% si va su strade sterrate senza vedere animaviva per centinaia di chilometri, deve essere in perfette condizioni. Conqualche telefonata in più e qualche fax, siamo riusciti ad averlo comedesiderato.Andiamo alla "Pension Handke" un B&B prenotato via e-mail: è pulito, i gestori(tedeschi) gentilissimi e c'è anche un piccolo parcheggio interno privato. Costa350N$ (dollari namibiani) per notte per stanza compresa la prima colazione. Undollaro namibiano costa circa 200 lire.Andiamo a fare quattro passi a piedi e vedere di mangiare qualcosina. Cifermiamo in una specie di birreria ben arredata sul viale pedonale e con pochemigliaia di lire ci mangiamo un'ottima costata di manzo.Dobbiamo ancora acquistare qualcosa per essere pronti l'indomani mattina senzaperdere tempo, andiamo quindi al vicino centro commerciale Wernhill dove sitrova un po' di tutto, quindi torniamo alla pensione e ci buttiamo a lettostremati!Saranno state le 20,30-21,00 ma vi assicuro che abbiamo preso sonnoimmediatamente!!
29.07.2002

Partiamo verso il Waterberg National Park.La strada è tutta asfaltata e in ottime condizioni. Il traffico e pressochéinesistente, l'incontro con altri veicoli è l'occasione per un saluto.Appena lasciata la capitale, il paesaggio cambia bruscamente: tutt'intorno non c'è più nulla, solo terra secca e qualche albero che sembra in fin di vita.Parecchi sono i termitai che avvolgono qualche albero o che s'innalzano come uncono verso l'alto.Più avanti il fianco della strada si ricopre di fitta erba secca che arriva finoai piedi delle alte montagne che si intravedono in lontananza, colorando di ungiallo limone interi acri di terra.Arrivati al Waterberg verso le 13,00 prendiamo subito l'alloggio già prenotatovia e-mail al "Namibia Wildlife Resorts Ltd." a 330 N$ per camera doppia,compresa la prima colazione.Sono dei bungalow in muratura con un'ampia vetrata sul retro, apertadirettamente sulla foresta. Ci sono anche sistemazioni per tende, roulottes,camper ecc..Dopo aver mangiato qualcosa al ristorante del villaggio, partiamo per un piccolosafari a bordo delle loro auto predisposte per 7-8 persone. Saliamo unpromontorio, poi ci fermano in una delle sette pozze artificiali create appostaper l'avvistamento di animali. Ci si arriva percorrendo un lungo corridoioprotetto con pali in legno alti più di due metri fitti uno di fianco all'altro.Si sbuca in una capanna con qualche panchina e una comoda fessura per l'avvistamento degli animali. Oggi non siamo fortunati poiché arrivano solo dueOrici (Orix) e due Kudu.Al ritorno è già freschino, il sole tramontando colora di rosso gli alberi, lavegetazione e le rocce della cima montuosa. Alle 18,00 circa è già buio.Sinceramente non è che questa sia stata un'escursione interessante, anche perchéla partecipazione degli accompagnatori non è che sia stata delle migliori. Beh,il proverbio dice "Chi fa da se fa per tre" ed è così che decidiamo l'indomanimattina di percorrere la passeggiata a piedi denominata "Mountain View".La sera a cena, visto che una grande signora di colore (cameriera) ci da parola,chiacchieriamo con lei dopo che la sala si è svuotata. Ci spiega delle loroferie, come sono istituite, della maternità, e dei suoi tre figli. Per quanto riguarda il marito resta sul vago, e poi ci dice che se ne vuole uno andrebbe inuna fabbrica a farselo fare come vuole lei!!Molto simpatica. Abbiamo notato come qui, a differenza del Sudafrica, la gentedi colore parla volentieri con noi anche se in mezzo non c'è alcuna convenienza.Se hanno bisogno di qualcosa chiedono, se chiedi tu ti rispondono, sia nei lodgeche lungo la strada.Tornando al nostro bungalow percorriamo a piedi qualche centinaio di metri insalita e proprio lì davanti, sotto un albero, un piccolo antilope accucciato.Cerchiamo di fare il meno rumore possibile, ma dobbiamo per forza tirare fuorile chiavi, aprire la porta ecc.. ecc...: si alza, stende le orecchie e poi perfortuna si stende di nuovo sull'erba, a pochi metri da noi!! Bellissimo!
30.07.2002

Ci alziamo verso le sei, sentiamo dei rumori dietro la stanza..... Apro la tendapiano piano e vediamo ancora l'antilope di ieri sera che sta mangiando dellefoglie di acacia, ritto sulle zampe posteriori. Tenero e emozionante, pensareche c'è gente che si diverte ad ammazzarli......Dopo colazione andiamo a fare la passeggiata "Mountain View", che parte propriodietro il gruppo di bungalow vicino al nostro. Per pochi metri è pianeggiante,poi inizia ad inerpicarsi in mezzo alle rosse rocce del massiccio di fronte anoi. All'inizio sarebbe anche facile, per fortuna indossiamo dei robustiscarponcini da trekking, poiché in qualche tratto bisogna veramente fare uso dientrambe le mani per aiutarsi nell'arrampicata, ripida ma emozionante. C'è piùdi qualche albero secco, caduto fra le rocce, che aiuta a nascondersi dei buffiDassie (Rock Hirax). Altri ne vediamo stesi a crogiolarsi al sole.Arriviamo in cima e siamo senza parole: il panorama è favoloso,.... si vedono lestrade sterrate per decine di km di fronte a noi diritte come un righello! Tutt'intorno qualche albero basso che non impedisce di vedere il panorama mozzafiato.Soffia una leggera brezza, la temperatura è ottima, ci sediamo sulle rocce perammirare ancora un po' le immense distese che si aprono ai nostri occhi. Inlontananza notiamo dei babbuini che stranamente in fila uno dietro l'altro sispostano con ordine. Siamo stati così, seduti con gli occhi sempre in cerca diqualche particolare, per quasi un'ora, senza percepire il passare del tempo.Purtroppo dobbiamo scendere perché dobbiamo avviarci verso l'Etosha Nat. Park,in direzione nord-ovest.Carichiamo tutto in macchina e ci avviamo verso Otjiwarongo, poi Otavi e Tsumeb.Da qui gli ultimi 36 km completamente sterrati, sono caratterizzati da "incontriravvicinati" con diversi animali: impala, struzzi, springbok e qualchesciacallo.Entriamo al cancello denominato "Von Lindequist Gate", unico ingresso a est dell'Etosha. Dopo altri 12 km (per un totale di 375 Km.) arriviamo al "Fort Namutoni", uno dei tre piccoli villaggi distribuiti all'interno del parco. Sonoormai le 14,30, ma non ci dilunghiamo più di tanto alla reception poiché avevamogià prenotato da casa.
Una volta il Namutoni era un avamposto militare e nel 1899 la cavalleria tedescavi costruì un forte per sedare le sommosse owambo. Nella battaglia di Namutonidel gennaio 1904 sette soldati tedeschi cercarono invano di difendere il fortedall'attacco di 500 guerrieri owambo. Due anni dopo la struttura vennerestaurata per ospitare una stazione di polizia, poi nel 1958 venne aperta comestruttura turistica.I bastioni e la torre offrono una vista magnifica ed è proprio qui che ci dannola stanza: sulla torretta che viene adoperata ancora per l'alzabandiera e pervedere dall'alto dei meravigliosi tramonti.Dopo aver mangiato qualcosa facciamo una capatina fuori dal cancello perrenderci un po' conto delle strade, dove andare, come è organizzato ecc..I tre villaggi (Namutoni, Halali e Okaukuejo) sono recintati e i cancelli apronoprima del sorgere del sole e chiudono al tramonto. Si percorrono le strade conla propria auto al limite imposto di 60Km/ora.L'Etosha National Park è sicuramente uno dei migliori luoghi al mondo perosservare gli animali. Il suo nome significa 'grande luogo bianco dell'acquaasciutta' e deriva dalla vasta depressione dalle sfumature bianche e verdastrechiamata "Etosha Pan". L'habitat favorevole alla fauna del parco è peròcostituito dalle foreste e praterie circostanti.L'Etosha Pan è un immenso deserto salino pianeggiante (circa 5mila chilometriquadrati di superficie) che per pochi giorni all'anno, grazie alle piogge,diventa una laguna poco profonda popolata di fenicotteri e pellicani bianchi.Quando si originò, circa 12 milioni di anni fa era una depressione poco profondaalimentata dalle acque del fiume Kunene, ma i mutamenti climatici verificatisinel corso dei secoli hanno abbassato il livello dell'acqua e creato questadepressione salina che ora si riempie d'acqua solo sporadicamente.L'Etosha National Park occupa una superficie di oltre 20mila chilometriquadrati, dove vivono 114 specie di mammiferi, 340 specie di uccelli, 16 direttili e anfibi, una specie di pesci e un'innumerevole varietà di insetti.Tutti gli animali sono protetti, grazie anche al contributo delle migliaia dituristi che si avventurano qui ogni anno.
Percorrendo la strada il paesaggio è costituito alla nostra sinistra da una immensa distesa pianeggiante con pochissimi alberi e qualche filo d'erba secca; in destra invece gli alberi sono numerosi ma tutti secchi e bassi: per fortuna è così, poiché si riescono ad avvistare gli animali con più facilità. Infatti ecco arrivare in lontananza una giraffa: si avvicina sempre più... crediamo che la nostra presenza sia di disturbo, ma spegnendo immediatamente il motore, l' animale non è affatto irritato. Attraversa la strada di fronte ai nostri occhi: è bellissima, ha dei movimenti lenti e aggraziati... non l'avevamo mai vista da così vicino! Più avanti incontriamo degli impala, springbok, struzzi, zebre e qualche sciacallo. E' quasi sera e torniamo al "campo". Fa più "africano" chiamarlo così, anche perché non ha la struttura né l'architettura dei villaggi dei vari Tour Operator. Anche qui ci attende una sorpresa: sui bellissimi prati verdi che circondano gli alloggi, decine di manguste cercano con avidità e scavano piccoli fori per mangiare gli insetti che vivono appena sotto il terreno! La presenza della gente non le preoccupa, ma appena qualcuno si avvicina più del solito per scattare qualche foto, si allontanano con rapidità. Non ne avevamo mai viste così tante in un colpo solo! Mentre cercano emettono dei piccoli suoni quasi impercettibili che aumentano con l'avvicinarsi alle loro piccole prede. Tutto finisce dopo pochi minuti al calar del sole: come sono arrivate se ne vanno tutte senza lasciare traccia del loro percorso fino alle tane. Al tramonto saliamo in cima alla torretta (sopra il soffitto della nostra stanza). E' già pieno di gente!! Dopo pochi minuti il sole si abbassa all' orizzonte. In lontananza qualche fuoristrada alza un po' di polvere che viene attraversata dai rossi raggi del sole in mezzo alla savana: l'effetto è emozionante, da cartolina! La sera dopo cena ci fermiamo per un po' sulla pozza d'acqua all'interno del campo, ma non ci sono molti animali: solo uccelli e qualche sciacallo. Se volete vedere l'Etosha a qualsiasi ora del giorno e della notte potete collegarvi a www.africam.com e cliccare alle voci Namutoni, Halali o Okaukuejo: le telecamere riprendono scene ogni 30 secondi.
31.07.2002

Siamo svegliati bruscamente dal rumore degli anfibi del tipo che corre all' impazzata su per le scale per l'alzabandiera. Vabbè...., tanto eravamo "quasi" svegli! Dopo colazione (45N$ a testa) a buffet con ogni ben di Dio a disposizione, ci dirigiamo verso l'Okaukuejo Rest Camp. In questi 165 km ci siamo fermati tantissime volte per ammirare l'immensità e la bellezza della natura. Siamo partiti alle 8,45 e arrivati alle 13,15!! La particolarità dell'Etosha, a differenza di altri parchi nazionali, è che non si vedono solo uno, due o tre animali nell'arco di mezz'ora o un'ora: sono centinaia alla volta!! Logico non parliamo di leoni, ghepardi o rinoceronti, ma di qualsiasi genere di antilope, zebre, giraffe, gnu e anche gruppi di decine e decine di elefanti tutti assieme!! Lungo la strada, costeggiata da ettari di erba secca e gialla con pochi alberi, centinaia di zebre, springbok, orici (bellissimi con il mantello uniforme, strisce nere sulla testa e due lunghe corna diritte...), impala, facoceri, ecc... Più di qualche volta ancora delle zebre e alte giraffe ci attraversano la strada. Ci fermiamo alle pozze di acqua sorgiva di Okerfontein, Batia, Springbokfontein, Nuamses ecc... dove in generale avvistiamo qualche springbok, impala, zebre, giraffe, gruppi di gnu e solo su una un paio di elefanti. Ad un certo punto vediamo un Orice steso a terra: è morto forse non da molto tempo, poiché è ancora tutto intero. Vicino ci sono uno sciacallo che cerca di mandar via 5-6 avvoltoi, ma non è impresa facile. Praticamente deve sprecare più tempo a mandar via i volatili che per fermarsi a mangiare. Ancora avanti di qualche chilometro il paesaggio cambia. Diversi colori ci appaiono in sequenza: il dominante giallo dell'erba secca, il grigio-marrone degli alberi mezzi secchi (che rifioriranno in estate), il bianco della strada sterrata e una leggera velatura verde del "Pan". Una decina di chilometri prima dell'Halali, svoltiamo a destra verso l'Etosha Lookout, una strada sabbiosa che porta verso l'interno del Pan. Diversamente non si può fare, visto che bisogna stare assolutamente nelle strade segnalate e osservare i divieti d'accesso imposti. Proseguiamo per un chilometro, ma in lontananza non si vede assolutamente nulla. Andiamo ancora avanti verso nord, la stradina è recintata quindi non ci si può sbagliare... tutt'intorno si vede.... si vedono.... Nulla!!! Non c'è niente! Ad un certo punto la strada s'interrompe con un cul de sac. Spengo la macchina. In silenzio smontiamo: a nord, est e ovest non c'è nulla. Prendiamo il binocolo: niente da fare, l'orizzonte è perfettamente piatto. Non un filo d'erba, non un albero, nessun animale!! Il terreno secco e screpolato, guardato in lontananza ha un colore verde molto chiaro. E' bellissimo... Logico, è un parere soggettivo, ma questa immensità ha il suo fascino... Avvertiamo una strana sensazione, ci viene la pelle d'oca... Il nostro corpo è sempre stato abituato ad avere sempre qualcosa attorno... qui si parla di un centinaio di chilometri con il nulla più assoluto. Una leggera brezza interrompe il silenzio. In lontananza finalmente vediamo qualcosa: con il binocolo a fatica s'intravede un'orice che cammina pian piano, a fatica. Saliamo in auto e torniamo indietro. Stiamo in silenzio un attimo, poi la nostra esclamazione è:<......Grande, emozionante!!>. Ci scambiamo le strane impressioni provate in quei momenti di "vuoto" assoluto. Continuiamo ancora e dopo altre soste e avvistamenti, arriviamo all'Okaukuejo. Anche qui ci sono piazzole per tende, roulotte, camper e due-tre file di basse costruzioni adibite a bungalow. Mangiamo qualcosa e subito, anche se stanchi, ci avviamo verso la pozza d'acqua chiamata "Olifantsbad" dove ammiriamo un elefante, degli orici e degli sciacalli. Torniamo indietro prima della chiusura dei cancelli verso le 18,00 e ci avviamo subito verso la pozza d'acqua naturale dove si possono ammirare gli animali 24 ore su 24 senza uscire dai cancelli. E' situata a pochi metri dalla muretta di recinzione del campo dove sono sistemate delle panchine e una capanna in legno e paglia. Ci sono degli sciacalli, qualche impala e springbok. Pensiamo che forse è inutile rimanere li, tanto gli animali, disturbati dalla vicinanza della gente, non vengano assolutamente a bere proprio in questa pozza, con tutte quelle che ci sono in giro per l'Etosha..... Invece, increduli, ad un certo punto vediamo in lontananza sbucare dalla savana e arrivare piano piano diritto verso di noi un elefante. Dopo pochi minuti un altro elefante, poi un terzo, e ancora una giraffa, degli orici e qualche gnu. Incredibile: non avevamo mai visto tanti splendidi animali così in un colpo solo!! Arrivano delle zebre, saranno state una ventina e ancora un rinoceronte nero, poi un altro....... anzi un'altra!! E' una femmina con il piccolo!! Da quanto eravamo occupati ad ammirare l'andirivieni silenzioso degli animali, non ci siamo nemmeno accorti di quanta gente si è avvicinata al muretto: chi con enormi teleobbiettivi, chi con la telecamera con tanto di cavalletto. Tutti in silenzio. Il primo che tossiva o parlava con tono alto, veniva subito osservato come per richiamarlo al silenzio assoluto!! Gli elefanti sono i primi ed indisturbati ad immergersi nell'acqua. Prima con la proboscide aspirano e si soffiano in gola decine di litri d'acqua, mentre tutti gli altri animali restano sul bordo..... Qualcuno aspetta, altri bevono restando sempre all'erta. La giraffa si è fermata a qualche metro dalla pozza.... ancora non si decide a bere. E' curioso vedere come i vari gruppi di animali arrivano in silenzio senza che nessuno se ne accorga: li notiamo per la prima volta quando ormai sono a qualche decina di metri da noi. Dopo aver bevuto si allontanano con la stessa flemma di quando sono arrivati e anche qui ci accorgiamo che sono spariti, senza lasciar modo di vedere da che parte sono andati. Ad un certo punto gli elefanti dopo aver bevuto mescolano l'acqua per fare un po ' di fango, quindi se lo spruzzano addosso. Escono dall'acqua, raccolgono della polvere con la proboscide e se la cospargono sulla pelle..... Dopo aver fatto due o tre foto, lascio la macchina fotografica, mi siedo con la Gabri e ammiro: forse è meglio godersi questi momenti in pace, senza pensare all'obbiettivo, se c'è abbastanza luce, all'apertura del diaframma ecc... Ad un certo punto due elefanti si spingono con la proboscide: pensiamo sia un inizio di litigio, invece continuano così per parecchi minuti. E' una femmina che respinge il maschio con forza. Sono uno di fronte all'altro. Il maschio torna alla carica, ma ancora è scacciato spinto indietro con la parte superiore della proboscide. L'attrito tra la pelle dei due pachidermi crea uno strano rumore mai sentito: assomiglia allo sfrigolio del polistirolo. Ogni tanto si sente anche il rumore delle zanne quando vengono a contatto tra loro. Insomma, questa scena, vista così dal vero, a pochi metri dai nostri occhi, assume un atmosfera particolare... Difficile da spiegare: è un susseguirsi di rumori, percezioni, emozioni. Gli elefanti agitandosi, alzano un'estesa nuvola di polvere: non c'è un filo di vento, così avvolge tutto quello che si trova intorno. La respiriamo, ci riempie i capelli, l'odore dell'acqua stagnante occupa le narici, ma la preoccupazione per queste cose è inesistente. Restiamo ancora lì. In lontananza altre ombre si avvicinano: sono altri elefanti affiancati da qualche zebra. Lungo il loro cammino per avvicinarsi alla sponda della pozza, trovano l' irrequieto elefante fermo immobile. Lo spingono, lo fanno girare, ma non si sposta. Uno di loro emette un barrito e con forza lo spinge ancora dalla schiena: ecco, finalmente si muove e loro passano indisturbati. Nel frattempo la giraffa che in un attimo di quiete si era chinata a bere, anche se è dalla parte opposta, si alza di scatto, indietreggia e si ferma. Ora dentro l'acqua ci sono tre elefanti. Se si mettono a bere tutti assieme, penso che di acqua ne rimanga gran poca!! E i rinoceronti?? Essendo concentrati ad ammirare la coreografia dell'elefante irrequieto, non ci siamo accorti che la famigliola di rinoceronti, dopo essersi sufficientemente abbeverata senza disturbo (e voglio vedere chi li disturba questi.....) si sta spostando verso la foresta. Lo spettacolo continua illuminato da proiettori a luce arancione. Dopo un po' ci allontaniamo, stremati per questa meravigliosa giornata movimentata.
01.08.2002

Ci alziamo prima dell'alba per andare alle sorgenti naturali di Okondeka e Wolfsnes dove qualche giorno prima sono stati avvistati numerosi felini. Arriviamo, ma non ci sono che pochi impala e qualche orice. Stiamo in osservazione per quasi un'ora, ma niente da fare. Torniamo al campo, ci prepariamo e prima di partire diamo un occhio alla pozza: ci sono parecchi animali, ma non abbiamo più tempo. In Africa non è prudente trovarsi lungo una strada sterrata con il buio e ancora parecchi chilometri da fare! Alle 9,45 partiamo per Opuwo, un piccolo paesetto capoluogo del Kaokoveld. Questa è una delle regioni più selvagge dell'Africa e rappresenta il volto più primitivo della Namibia. E' un vasto ricettacolo di montagne desertiche e tradizioni culturali indigene, attraversato solo da piste sterrate e ai visitatori offre ancora poche (per fortuna) strutture turistiche. Dobbiamo arrivare a Kamanjab e quindi prendere la strada sterrata verso Opuwo. Più di una persona mi sconsiglia di "tagliare" la strada prendendo la D2695 (le strade sterrate per la maggior parte sono indicate con numeri), quindi torniamo su strada comoda ed asfaltata ad Outjo (verso sud), quindi Kamanjab (verso nord ovest) dove arriviamo alle 12,20. Da questo villaggio, e per parecchi altri giorni ancora, non ci saranno molte strade asfaltate nel nostro percorso!! C'è un ottimo supermercato dove vendono un po' di tutto, comprese tende ad igloo, fornelli, pneumatici, abbigliamento ecc... più un distributore e nient'altro!! Prendiamo la strada sterrata C35 e arriviamo ad Opuwo dopo 255 km. di strada abbastanza larga, comoda, ma con parecchia ghiaia. Da fare molta attenzione agli sbandamenti del mezzo. Lungo il percorso la vegetazione è leggermente più rigogliosa che nella zona dell'Etosha, in lontananza scorgiamo i primi villaggi di Himba (tribù di pastori semi-nomadi) con piccole capanne fatte di legno e fango. Arriviamo ad Opuwo alle 16,30; la prima cosa che appare ai nostri occhi sono le decine e decine di persone che vanno a piedi lungo l'unico pezzo d'asfalto che attraversa il paese. Tanta, ma tanta gente che cammina.... chissà quanta strada macinano in un giorno. C'è polvere dappertutto. E' fina come il borotalco, penetra ovunque. Le poche persone che hanno la fortuna di avere un mezzo di locomozione, per lo più pick up 4x4, prima di partire lo riempiono di gente per poter guadagnare qualcosa. Nessuna bicicletta, nessun motorino. In lingua herero, Opuwo significa "la fine". Infatti dopo questo paese a nord, est e ovest non si troverà più nulla: nessun distributore, nessuna bottega, niente di niente. Lungo le poche centinaia di metri di strada asfaltata si sviluppa il paese: piccoli supermercati, qualche riparatore di pneumatici, un negozio d' abbigliamento, il movimentato distributore, e verso la collina immerse nella polvere qualche abitazione in muratura. Ci guardiamo intorno, ma non riusciamo a scorgere una persona con la pelle bianca. Per il momento siamo gli unici, ma non abbiamo timore. C'è chi saluta, chi ci guarda con un sorriso.... cerchiamo di non farci notare parcheggiando subito l'auto e camminando fra loro con la testa bassa. Non perché siamo intimoriti o turbati, ma solo per non farli sentire a disagio. Entriamo in un piccolo supermercato per acquistare qualcosa da bere e un po' di frutta. Anche se è piccolo c'è un po' di tutto: sugli scaffali, per terra, sulle cassette, appeso ai muri.... ed è anche pieno di gente. Una guardia all'uscita controlla i sacchetti e la corrispondenza con lo scontrino. E' curioso: alla cassa che attendono in fila disordinata delle signore di colore con camicetta bianca e gonna scura, di fianco la donna Himba con il figlio in spalla a seno nudo vestita solo di pelli di capra. Cerchiamo osservare queste diverse situazioni senza farci scorgere, ma credeteci, è difficile. Troviamo subito l'Ohakane Lodge prenotato da casa, per fortuna perché è completamente pieno, gestito da due sorelle tedesche-sudafricane. La costruzione è ad un solo piano, sul retro del distributore, costituita da una serie di stanze che circondano una piccola piscina. Anche qui dopo una doccia e un'ottima cena, andiamo a letto verso le 21-21,30.
02.08.2002

Partiamo alle 8,30 verso le Epupa Falls lungo la C43, le famose cascate al confine con l'Angola, formate dal fiume Kunene. La strada è sconnessa e difficile da percorrere perfino con un mezzo alto da terra con larghe ruote. Ci sono grosse pietre appuntite, buche profonde e spazi stretti. Parecchie volte si scende sul letto di qualche torrente in secca, quasi in verticale, si percorre velocemente (per non piantarsi) il tratto sabbioso e poi si sale con l'auto inclinata di circa 40 gradi, saltellando in mezzo alla roccia. Le braccia sono sottoposte in continuazione a veloci sterzate, qualcuna veramente inutile. Alcuni avvallamenti sono imprevedibili e se non si indossa le cinture di sicurezza si rischia veramente di picchiare la testa sul soffitto!! Per fortuna ogni tanto ci fermiamo richiamati dalla gente Himba che chiedono "sweet" (caramelle) oppure tabacco, denaro o zucchero. Alcuni addirittura vedendo la macchina fotografica sui sedili, chiedono di riprenderli per poi avere qualcosa in cambio. Sinceramente crediamo che la cosa più opportuna non sia elargire loro cose zuccherate e nemmeno denaro, prima di tutto perché non penso abbiano mai visto un dentista e secondo perché tutto si ridurrebbe ad un continuo mendicare, sottoponendosi ad una sorta di dipendenza. A qualcuno abbiamo chiesto con chiari cenni, poiché non sanno che la loro lingua, se potevamo prendere qualche foto. In cambio offrivamo arance, mele e acqua. Curioso è stato l'approccio di due giovani ragazze che ci hanno fermato sbracciandosi per chiederci un passaggio. Una cavalcava un simpatico asinello bianco e l'altra a piedi nudi. A mala pena mi spiegano che vorrebbero andare verso nord (la strada finisce alle Epupa Falls), e si siederebbero nel portabagagli. Chiedo che ne faranno dell'asinello e con noncuranza fanno cenno che se ne torna indietro per conto suo!! La nostra preoccupazione volge alla loro incolumità: se già nei sedili con la cintura di sicurezza si rischiano ammaccature, pensa sul bagagliaio in lamiera senza alcuna protezione!! Siamo preoccupati... non vogliamo negare loro un passaggio, ma nemmeno essere colpevoli di brutte sorprese!!! Per fortuna ad un certo punto arriva un altro fuoristrada con una persona che parla la loro lingua e dopo poche parole salgono nel bagagliaio e si allontanano con lui. Per fortuna è andata così, poiché più avanti la strada è sempre più sconnessa: si sarebbero senz'altro fatte del male. Lungo la strada, a volte fiancheggiata da tantissimi alberelli secchi, si susseguono gli avvistamenti di qualche villaggio Himba: poche capanne fatte di legno e fango e piccoli recinti per gli animali. Dopo quasi tre ore arriviamo in una zona bassa rispetto alla strada percorsa con verdi alberi e una superficie sabbiosa e soffice: siamo sull'alveo dell' Okongwati River. Soprattutto durante la stagione delle piogge per affrontare questo percorso è indispensabile un fuoristrada. Gli ultimi chilometri sono proprio faticosi, in alcuni tratti lascio il volante in balìa delle rocce che sbatacchiano qua e la il veicolo. Anche procedendo a velocità ridottissime è ardua impresa tenerlo in carreggiata. Arriviamo ad una lunga salita che si fa comodamente con marce lunghe, arriviamo in cima al dosso e...... Che meraviglia!!! Davanti a noi in mezzo alla vallata un'oasi con una vegetazione splendida e lussureggiante!!! Finalmente!! Dopo 190 km e quattro ore di viaggio, siamo arrivati!! Velocemente troviamo il nostro campeggio, l'Omarunga Camp, prenotato anche questo da casa visto il limitato numero di alloggi. Subito veniamo avvicinati da Fritz, un omone tedesco stabilitosi qui ormai da parecchi anni e, prima ancora di smontare dall'auto ci chiede:<...Gabriella and Dario??> Finalmente felici di non dover compilare nessun modulo, confermiamo la nostra identità, poi aggiunge, additando la parte posteriore dell'auto:<...... you have perforated a wheel!!>. Porc@°##]*§#!!! Vabbè, per fortuna le ruote di scorta sono due, altrimenti son c@zzi!! Entriamo al campo e.... ed è veramente un'oasi: si trova sulle rive del fiume Kunene, ombreggiato da alte palme, a pochi metri dalle cascate!! E' formato da 10 tende alla canadese premontate con due brande, un comodino e una candela. I bagni e le docce sono all'aperto, costituiti da una parete in pali di legno altri circa un metro e settanta, senza tetto e senza porta. Per quest'ultima fa le veci un pezzo di bamboo da mettere di traverso all'entrata. La "zona pranzo" è costituita da una semplice copertura in tela. L'unica piccola costruzione in muratura è la cucina con dispensa. Anche se tutto è così spartano e nel ricercato rispetto della natura, non ci sentiamo a disagio. Non abbiamo bisogno di maggiori comodità. Peccato non avere pernottato più di due notti..... Il pomeriggio, dopo aver mangiato qualcosa, andiamo a fare quattro passi costeggiando il fiume. Ci accorgiamo che il Kunene si apre a ventaglio e si getta a valle attraverso una serie di canali paralleli, occupando una zona larga più di mezzo chilometro!! Il salto più alto è di circa 37 metri comunemente indicato come "Epupa Falls" (in lingua Herero significa 'acque che cadono') dove il fiume precipita in un crepaccio buio e stretto circondato dall'arcobaleno! Sopra le cascate ci sono numerosi laghetti che fanno da vasche con idromassaggio naturale dove ci si può immergere senza la preoccupazione dei coccodrilli. Franz a tal proposito ci ha avvertito di non fare il bagno a monte delle cascate, dove l'acqua scorre lenta e calma, poiché il rischio di incontrarne qualcuno non è remoto!! La sera a cena facciamo conoscenza con quattro veneti: Barbara, Kicca, Paolo e Ezio che alloggiano al campeggio di fianco al nostro. Ci intratteniamo a tavola da bravi italiani più del solito per raccontarci quello che abbiamo fatto e dove si andrà in seguito.

03.08.2002

La mattina verso le 9,30 facciamo un'escursione guidata con un collega di Franz verso un villaggio Himba assieme alla Kicca e ad altri tre tedeschi cortesi ed educati. Questa breve visita non ci è sembrata qualcosa di "turistico" (anche se è così) poiché oltre ad essere in pochi, le ragazze Himba che abbiamo visitato non spiaccicavano una parola d'inglese (che qui è fondamentale per la pura sopravvivenza) e non ci hanno assillato nell'acquistare quelle poche cose fatte da loro artigianalmente: qualche braccialetto, due-tre collane e alcune statuette in legno. Chi voleva comprava, altrimenti nessun problema. La guida ci ha spiegato le loro usanze sia come rapporti familiari che come tradizioni e superstizioni e ci ha illustrato l'utilizzo dei vari oggetti appesi all'interno della capanna. La popolazione "Himba" (od Ovahimba, termine che significa "coloro che chiedono le cose"), discendono da un gruppo di pastori Herero (da 200 anni abitanti del Kaokoland) e basano la loro esistenza semi-nomade nell'allevamento di pecore, capre e qualche mucca. Si ostinano a rifuggire dal mondo moderno, e la "polizia del pudore" istituita dai missionari non è mai riuscita a convincere le donne Himba a coprirsi il seno. Le donne di questa tribù, per fortuna, hanno mantenuto il loro costume tradizionale che consiste in una minigonna con più strati di pelle di capra e in gioielli realizzati con ferro, conchiglie e pelle, tutto rivestito di ocra e di fango. La particolarità che in tanti hanno visto anche nei servizi televisivi, è che le donne Himba hanno la pelle di un colore rossastro: si cospargono con una mistura di burro, cenere e ocra (chiamata "otjize") che ha lo scopo di contrastare il naturale invecchiamento. La stessa mistura viene applicata sui capelli intrecciati, sui monili che hanno appesi al collo e sugli ornamenti che vendono ai turisti. L'effetto sarebbe anche piacevole, ma il problema è che il burro irrancidisce con il caldo, provate un po' voi a pensare che genere di profumino possono emanare queste cose!! Per l'acqua non hanno nessun problema (se non per i tanti km. a piedi per rifornirsene) poiché ogni 10 km. circa c'è un pozzo dove chiunque può prelevarne e abbeverare gli animali. Il pomeriggio torniamo ancora a costeggiare il fiume assieme alla Kicca, Paolo e Ezio. Stravolta ci spingiamo più avanti fino ad una spiaggetta con sabbia, alte scogliere levigate e verdi alberi tutt'intorno con grandi chiome. Non c'è nessuno e lo scorrere lento dell'acqua, dopo aver attraversato il fermento delle cascate, invita anche ad un bel bagnetto refrigerante, ma..... chi si fida???
04.08.2002

Ieri Fritz ci ha chiesto se questa mattina, visto che siamo diretti verso sud (Twyfelfontein), possiamo accompagnare un uomo di un villaggio Himba all' ospedale di Opuwo dove farà visitare il figlioletto che fatica a deglutire. Senza alcun problema acconsentiamo così la mattina puntuale alle 8,30 arriva con il figlio (avrà avuto circa 2 anni) e una bella bambina di 8-9 anni che per tutte le tre ore di viaggio è stata appoggiata ai nostri bagagli (borse tenere) per guardare la strada di fronte al veicolo. Una strada che peraltro non aveva nulla di particolare da vedere, ma forse per lei, vissuta per la maggior parte della sua vita in mezzo alla polvere, agli alberi secchi e senza tanti divertimenti, c'era qualcosa da poterla distrarre e incuriosire. Ogni volta che mi giravo per vedere se tutto andava bene, ci guardava con un grande sorriso sulle labbra. Dopo due ore circa c'è il padre che dorme, steso su un panno e coperto da una specie di plaid per ripararsi dalla polvere e dal sole con a fianco il bambino che gioca: gioca semplicemente con le grandi dita del padre (alto più di un metro e ottanta) in silenzio, senza lamentarsi. Anche se il bagagliaio è coperto con una solida struttura in vetroresina con tanto di guarnizioni e finestrini, la polvere quasi atomizzata entra lo stesso. Certo non in maniera impetuosa, ma ogni volta che si percorreva strada sterrata per almeno 2-3 ore, si notava chiaramente sui bagagli una leggera velatura bianca. Arriviamo ad Opuwo verso le 11,30, diamo la frutta che ci è rimasta e l'ultima bottiglia d'acqua ai nostri amici e andiamo subito in cerca di riparare la ruota, poiché tutti ci hanno sconsigliato di affrontare la strada fino a Twyfelfontein con una sola di scorta. Ci sono due-tre posti dove possiamo rivolgerci per aggiustarla (tubeless), ma l' unico problema è che oggi è.......Domenica!!! Argghhh!! Ed è tutto chiuso!! Dobbiamo trovare un sistema..... Ok: prometto una mancia al ragazzo del distributore (Pita) e così dopo circa un'ora abbiamo la ruota a posto. Andiamo a mangiare un paninozzo e tra una cosa e l'altra arrivano le 14,00 circa. Ormai non è il caso di mettersi per strada a quest'ora: verso le 17,30-18,00 va giù il sole e non è consigliabile guidare per centinaia di chilometri con il buio e senza sapere esattamente dove fermarsi per dormire. Almeno così la pensiamo noi e di questo ne abbiamo fatto una regola. Così qui ad Opuwo con la Lonely Planet troviamo posto alla "Uniting Guest House" che con 120 N$ (circa 24mila lire) hanno camere (quattro in tutto) con prima colazione. Il posto è pulito. Ci sono due bagni in comune, ma oltre a noi c'è solo un'altra coppia di nordeuropei. Visto che ormai abbiamo mezza giornata a disposizione e questo non è certamente il posto adatto per fare delle escursioni, ci dedichiamo all'ozio, osservando in santa pace come si comporta la gente, cosa fanno ecc... In particolare in queste zone dimenticate da tutti, un semplice distributore di benzina fa ruotare attorno a se l'esistenza di centinaia di persone. Ed è veramente curioso tutto quello che si può vedere: furgoncini pick up con due sedili anteriori dove normalmente prendono posto 4 persone; altri invece con quattro persone davanti e otto in piedi sul bagagliaio (aperto) posteriore; tantissimi veicoli di tutti i tipi che si fermano per gonfiare ruote bucate e consumate fino all'intelaiatura; camioncini senza paratie sul bagagliaio, con tre o quattro capre stese sul tavolato, legate corna e zampe; altri invece con capre e persone tutti assieme. E tanta gente ci saluta, ci chiedono da dove arriviamo, cosa stiamo aspettando..... Sono numerosi anche i "convogli" di Jeep, fuoristrada, veicoli attrezzati con tende, taniche e taniche di benzina, stracarichi di bagaglio; qualche autocarro con una ventina di posti a sedere e quintali di attrezzatura, equipaggiato per la guida fuoristrada.... Altri che si fermano con il motore che fuma e così tutti si improvvisano meccanici, tutti ci mettono le mani, e ancora il tipo che fa benzina e sul retro del furgoncino la stessa fuoriesce da qualche foro, tanti e tanti con ruote bucate in mano che cercano di aggiustarle, ma oggi è domenica........
05.08.2002

Stamattina all'apertura degli uffici a Windhoek, facciamo alcune telefonate per trovare alloggio a Sesfontein o a Palmwag dove faremo solo una sosta per poi raggiungere Twyfelfontein. A Sesfontein è tutto pieno, troviamo posto all'"Etendeka Mountain Camp" a Palmwag. Dopo aver acquistato qualcosa al supermercato partiamo verso le 10,00 lungo la C43 direzione sud. Fino a Sesfontein sono 123 km. In questo tratto di strada, i paesaggi variano in continuazione. Non si contano i dossi e le cunette che s'incontrano anche all'improvviso, poiché dalle 10,30 alle 16,30 non ci sono ombre e il paesaggio sembra piatto. Il colore dello sterrato è uniforme sia sui tratti rettilinei (che sono infiniti) che sugli avallamenti della strada. Anche per questo abbiamo scelto un fuoristrada, poiché essendo alto da terra, anche se si prendono buche o gobbe ad una velocità sostenuta, non c'è alcun problema. Viaggiamo in mezzo a rilievi con continui saliscendi, attraversiamo il "Joubert Pass" a più di mille metri d'altitudine e arriviamo a Sesfontein (sei sorgenti) dove facciamo di nuovo il pieno. E' l'avamposto più settentrionale del Damaraland ed è quasi interamente circondata dal Kaokoveld. In paese ci sono una stazione di servizio e due negozi che vendono generi di prima necessità. Il posto è provvisto di una rigogliosa vegetazione, mentre tutt'intorno si nota notevole aridità con sabbia rossa e rocce scure. La maggior parte dei paesi indicati sulle cartine geografiche qui in Namibia assumono una diversa dimensione da quello che siamo abituati a concepire, sia in Italia che all'estero, quando vediamo un cartello col nome della città o della frazione. Qui si trova il cartello (non sempre), ma tutt'intorno può esserci il nulla più assoluto. Acri di terreno roccioso, montagne o erba gialla avvizzita tappezzata da qualche albero ancora verde. Ecco perché conviene partire e arrivare con il sole ancora all'orizzonte. Ci si regola con più facilità e si capisce che "quella" è la direzione giusta osservando la posizione del sole e coordinandosi con i punti cardinali. Proseguiamo verso Palmwag sempre sulla C43 e arriviamo, dopo circa 270 km da Opuwo, al cancello della "Red Line", una recinzione di controllo veterinario che separa gli allevamenti industriali del sud dalle terre comuni del nord. Impedisce agli animali di spostarsi tra queste due zone e per prevenire la diffusione di malattie. I capi di bestiame allevati a nord della linea non possono essere venduti al sud né esportati all'estero. Qui parcheggiamo l'auto e viene a prelevarci con una jeep un tedesco sulla cinquantina con capelli bianchi, codino e guanti da pilota: non si può arrivare con il proprio mezzo fino all'Etendeka. La strada fino al lodge è sconnessa, ma il paesaggio tutt'intorno varia da immense distese con grossi cespugli verdi a grandi colline tondeggianti a volte rocciose, a volte completamente ricoperte di vegetazione appassita. Ogni tanto scorgiamo qualche orice, gruppetti di zebre, springbok ecc... Arriviamo al lodge e ne restiamo affascinati: è un campo tendato situato ai piedi delle montagne tronche chiamate "Grootberg". Tutto è spartano e nel più totale rispetto della natura circostante. C'è anche l'aeroporto... Hem....veramente c'è solo una striscia di terra delimitata da piccole pietre bianche!! Le tende hanno due brande con un comodino, mentre i servizi (privati) sono fuori, recintati da una tela verde. Stessa cosa per la doccia che però è senza rubinetto.... Cioè il rubinetto c'è, ma è sul fondo di un secchio che si deve riempire dal lavandino e poi alzarlo con una cordicella e carrucola fino all' altezza desiderata!! La sera a cena, assieme a qualche francese e altri italiani (in totale circa 12 persone), ci si intrattiene in maniera informale: chi a tavola e chi attorno al fuoco che riscalda un po' dalla bassa temperatura che scende in queste zone (quota 1700 metri circa) durante la notte. Dopo essere andati a letto e belli che addormentati, veniamo svegliati da strani rumori: sembra che qualcuno si appoggi alla tenda, si sente strisciare.... Battiamo qualche colpo sulla parete e poi ci riaddormentiamo. Ci alziamo la mattina prima che sorga il sole, per goderci questi attimi incredibilmente belli e unici: soffia una leggera brezza calda che ci intiepidisce.... Il sole sta salendo da dietro le montagne, tutto si colora di rosso. C'è un silenzio incredibile. Attimi che resteranno per sempre nei nostri ricordi. Facendo quattro chiacchiere a colazione qualcun altro ci conferma che ha sentito i nostri stessi rumori. Uno dei gestori dice che sono stati identificati degli orici e delle zebre curiosare attorno al campo (che è senza recinzione!!).
06.08.2002

Particolarmente interessante è stato il percorso di questa mattina, dal campo dell'Etendeka al cancello dove avevamo lasciato l'auto il giorno prima. Il trasferimento su una jeep aperta è stato ravvivato dalle delucidazioni dell' autista di colore che sapeva tutto sulla flora e fauna del posto. Abbiamo visto degli Orici, zebre di montagna, un Cefalofo di Grimm (una delle più comuni piccole antilopi), e qualche Springbok che, aggiungo, è una delle antilopi più veloci: riesce a raggiungere la velocità di circa 88 Km/ora!! Più avanti abbiamo incontrato un'aquila con apertura alare di circa due metri: restava in aria senza un benché minimo movimento d'ali, coadiuvata dalle calde correnti ascensionali. Si notavano con chiarezza i diversi colori del manto piumato. Il paesaggio la mattina assume toni e dimensioni diverse: le ombre accentuate delle colline circostanti, danno la vera impressione della posizione e della maestosità, mentre i colori delle piante, degli alberi mezzi secchi e delle rocce, assumono sfumature scarlatte meravigliose. Dopo circa due piacevoli ore trascorse in mezzo alla natura e quattro chiacchiere con gli amici francesi con noi nella jeep, arriviamo al parcheggio dell'auto e subito partiamo alle 9,45 verso Twyfelfontein sempre proseguendo per la C43 che diventa verso sud la C39. La strada in discesa ci regala immagini stupende: per qualche decina di chilometri attorno a noi e verso valle, si vedono centinaia di collinette alcune aride, altre con qualche alberello verde. La particolarità è che essendo abbastanza alti di quota e non avendo ostacoli di nessun tipo, si possono ammirare dei panorami incredibili. La strada che dobbiamo percorrere la si può vedere avanti a noi per una distanza indefinita. Una volta scesi, il paesaggio cambia, come sempre. Il terreno è sempre più arenoso e dopo qualche chilometro si vede la sabbia che ha invaso la parte inferiore delle montagne. Eravamo preoccupati di non trovare posto a Twyfelfontein poiché avevamo già telefonato a qualche lodge o campeggio, ma era tutto pieno. Verso le 11,30 dopo 108 km., passiamo davanti all'"Aba Huab Camp", decidiamo di fermarci e chiediamo se hanno tende attrezzate, poiché non ci sono altri fabbricati all'infuori della reception-bar inseriti in una grande capanna di legno e paglia. Con nostra sorpresa hanno anche una stanza libera, proprio dietro il bar. La prendiamo senza indugio: è con bagno privato e doccia con acqua calda. Ci costa circa 200N$ senza colazione che pagheremo a parte. L'"Aba Huab Camp" è un bel posto semplice e rustico dove campeggiare, accanto al fiume Huab, immediatamente a nord dell'incrocio per Twyfelfontein. L'ottima posizione con il corso d'acqua adiacente (ora asciutto), ne fa una piccola oasi verdeggiante con grandi alberi che portano ombra alle piazzole per le tende e ai comodi ripari con tetto in paglia. A Twyfelfontein in cima all'Aba Huab Valley si trova una delle più grandi concentrazioni d'arte rupestre del continente africano. Il nome Twyfelfontein significa "sorgente incerta": detta sorgente si può vedere lungo il percorso per la visita alle incisioni. In questo periodo si notano pochi litri d'acqua in una pozzanghera, ma è lo stesso incredibile, poiché tutt'intorno non c'è altro che un terreno polveroso, arido e desolato tempestato di rocce rosse. Per quanto incerta fosse la sua portata d'acqua, in passato attirò un'abbondante fauna e propiziò la nascita di un'ottima zona per i cacciatori che avrebbero poi lasciato i segni del loro passaggio sulle rocce circostanti. Per accedere alla parete rocciosa si versano circa 20N$ a testa per la guida che, molto ma molto velocemente (e non sono nemmeno tanto bravi), accompagna la gente lungo il percorso. I "petroglifi" furono eseguiti scolpendo la patina superficiale che ricopriva l' arenaria della zona, patina che con il passare del tempo si è riformata proteggendo le incisioni dall'erosione. L'età di queste testimonianze artistiche si aggira sui 6000 anni fa, quindi durante il Paleolitico, e realizzate per la maggior parte da cacciatori (bushmen). Nelle incisioni si distinguono elefanti, rinoceronti, giraffe e leoni, mentre ci sono pochissime figure umane. Una ritrae addirittura un leone marino, il che sta a indicare l'esistenza di contatti con la costa, distante oltre 100 km. Particolare è la roccia denominata "Wave Rock" a forma di artiglio e un'altra pietra spezzata di netto con la forma approssimativa del continente africano. Risaliamo in auto e ci dirigiamo (3-4 km) verso le "Organ Pipes". Il posto è difficile da trovare, poiché il segnale non è che una piccola pietra di fianco alla strada non ben visibile e poi perché il luogo è in una piccola gola che sembra il vecchio letto di un fiume. Le "Canne d'Organo" sono delle colonne di "Dolerite" (basalto) alte fino a 4 metri; sono particolari perché i lati della roccia sono assolutamente diritti e lisci e la struttura è quasi sempre simile ad un perfetto parallelepipedo. La sera dopo una cenetta preparataci dalle simpatiche signore "Damara" del campeggio, (popolo emigrato in Namibia dal Nord Africa di origine Bantu), scambiamo due parole con loro e proviamo a pronunciare qualcosa dei loro dialetti caratterizzati da diversi schiocchi che si producono premendo la lingua contro i denti, il palato o i lati della bocca: dopo parecchi minuti riusciamo a pronunciare bene una sola parola!!!
07.08.2002

Partiamo dall'Aba Huab Camp alle 08,25 in direzione ovest verso la costa atlantica, direzione Swakopmund. Prendiamo ancora la C39 fino alla costa che poi diventa C34 andando verso sud. Fino al cancello d'entrata alla "Skeleton Coast" in una località denominata "Springbokwater", il paesaggio è costituito da alte vette in terra e roccia rossa circondate da un immenso prato di erba secca. La strada anche se per centinaia di chilometri è sempre diritta non ci ha mai stancato, poiché le varietà di paesaggio incontrate sono state motivo di dialoghi per uno scambio di sensazioni e idee. Siamo passati da un rosso terreno brullo e roccioso al giallo delle dune sabbiose a volte punteggiato dal verde dei licheni, e ancora il beige della sabbia che ricopriva la strada fino al bianco accecante di qualche roccia: un insieme di meravigliosi colori pastello che le numerose fotografie non riusciranno mai a rappresentarli fedelmente. La "Skeleton Coast" è il tratto di costa compreso tra le foci dei fiumi Ugab e Kunene (litorale sull'Oceano Atlantico), ma spesso il nome viene usato per indicare tutto il litorale desertico della Namibia. Si divide in "National West Coast Recreation Area" e "Skeleton Coast Park" (che comprende la "Skeleton Coast Wilderness"). Queste aree protette si estendono dalla zona subito a nord di Swakopmund fino al fiume Kunene, occupando un territorio di quasi due milioni di ettari, caratterizzato da pianure ghiaiose e dune di sabbia. Per la maggior parte (siamo entrati circa 150 km più a nord) noi abbiamo percorso la "National West Coast Recreation Area": una striscia di terra lunga 200 km e larga 25 che si estende da Swakopmund all'Ugab River. Per visitarla non occorre nessun permesso e la C34 è percorribile anche con un normale automezzo, a meno che di non incontrare, come è successo ad un ragazzo di Milano, una duna formatasi con le tempeste di sabbia proprio a cavallo della strada battuta!! Il nome "Skeleton Coast" deriva dalla natura insidiosa di questa costa, sempre avvolta dalle nebbie, che per lungo tempo è stata un cimitero di navi e di marinai. Gli antichi navigatori portoghesi la chiamavano "As areais do Inferno" (le sabbie dell'Inferno) in quanto una volta che una nave veniva trascinata a riva non c'era alcuna possibilità di scampo per l'equipaggio. I relitti più famosi sono scomparsi ormai da tempo oppure sono lontani e inaccessibili. Delle innumerevoli navi sbattute a riva su questo spoglio litorale durante l'era delle grandi navigazioni rimangono solo alcune tracce. Relitti in migliori condizioni si trovano più a sud come l'"Eduard Bohlen" che nel 1909 si incagliò a sud di Walvis Bay. Un altro si trova a circa 200 km più a sud di Spencer Bay: si tratta della nave "Otavi", un mercantile naufragato nel 1945. E per ultima in ordine cronologico, nel 1972 è naufragata a Spencer Bay la nave coreana Tong Taw.
Ci fermiamo alla Huab Lagoon, incontrando e seguendo il fuoristrada di una simpaticissima guida francese conosciuta alle Epupa Falls. Si chiama Gwendal ed è stato gentilissimo, poiché ci ha dato dei suggerimenti importantissimi (dopo cena alle Epupa) sia sulle strade da percorrere più belle e panoramiche, che sulle zone più importanti da visitare. Dicevamo della Huab Lagoon: è un piccolo tratto di spiaggia con caratteristiche di una laguna, dove si annidano centinaia di fenicotteri rosa e cormorani. C'è un vento da bufera che arriva dal mare, l' aria è fredda, ma in cielo splende un sole bellissimo. Dopo qualche foto riprendiamo la strada. Ogni tanto ci fermiamo per osservare da vicino la famosa "Welwitschia mirabilis" , una pianta imparentata con le conifere che vive fino a 2000 (duemila) anni!!
E' quasi mezzogiorno e decidiamo di fermarci al prossimo paese per prendere qualcosa. Ad un certo punto la Gabri intravede qualcosa in lontananza..... qualche fabbricato bianco, qualche macchina...., Ok decidiamo di fermarci appena arriviamo, penso fra non più di una decina di chilometri. Ne percorriamo venti, ma ancora nessuna traccia. Proseguiamo ancora per altri 50 km, ma non incontriamo nessun villaggio, nessun paese.... niente di niente. Abbiamo percorso ormai un centinaio di chilometri ma..... vediamo ancora in lontananza, ma molto lontano qualcosa che si muove e ancora dei fabbricati.... delle casette bianche..... Porco cane!! Non c'è nulla!! E'...... è........., non è possibile! Un miraggio!!! Incredibile, e pensare che eravamo molto scettici su questi fenomeni. Fermiamo la macchina e continuiamo a guardare, è proprio così: la strada diritta e interminabile si mescola in lontananza alle dune di sabbia, lo sguardo fisso e concentrato incrocia il riverbero del calore che ci fa vedere quello che noi vogliamo!!! Ma sembra tutto vero! Porc#°§*##^ç#.... ci eravamo ormai illusi di mettere qualcosa sotto i denti! Sigh! Per fortuna dopo un'altra oretta di strada incontriamo il "Cape Cross Lodge" affacciato direttamente sul mare, dove con poche migliaia di lire gustiamo delle ottime costate di manzo. Alla reception chiediamo ad una simpaticissima ragazza di colore se conosce qualche B&B a Swakopmund non troppo costosa e in buona posizione. Ci consiglia la "Brigadoon" che troviamo anche nella Lonely Planet e, con nostra sorpresa, prende in mano il telefono e ci prenota le due notti successive!! Restiamo ancora un po' con lei a parlare e, altra sorpresa, ci dice che il fratello lavora all'Etendeka Mountain Camp, proprio dove abbiamo soggiornato a Twyfelfontein il 5 agosto. Dopo varie interpretazioni, riusciamo a capire che è esattamente il ragazzo che ci ha accompagnato in jeep la mattina presto, fino alla nostra auto! Chiede se ha lasciato detto qualcosa per lei, ma purtroppo non sapendo di fermarci in questo posto, noi non possiamo dirle nulla. Sembrava amareggiata di tutto ciò, ma poi un sorriso ha coperto nuovamente il suo volto. Mamma mia, abbiamo pensato, chissà da quanto tempo non si vedono. Questo tratto di strada che fiancheggia la costa è un susseguirsi di splendidi paesaggi, soprattutto in alcuni punti dove il deserto incontra le onde spumeggianti del mare. In mezzo la lunga strada diritta, sterrata, con l' orizzonte spoglio, privo di qualsiasi forma di vita. Parecchie volte ci fermiamo per fare delle foto, altre semplicemente per renderci conto di dove siamo: tutt' intorno non c'è nulla. Dune di sabbia, polvere, mare. Non un filo d'erba, nessuna pianta, niente pietre. Eppure tutto questo ci affascina, c'incanta. Stiamo lì come stregati da questo bizzarro territorio. Purtroppo il tempo passa e dato che il sole scende presto, non possiamo intrattenerci più di tanto. Ad un certo punto arriviamo al cancello d'uscita, in corrispondenza dell'Ugab River, contraddistinto da due grandi teschi bianchi disegnati sulle ante ed entriamo nella "National West Coast Recreation Area". Proseguiamo verso Cape Cross, dove ci fermiamo per osservare le migliaia di Otarie che si crogiolano al sole sugli scogli. C'è una gran puzza, ma non ci impedisce di starcene ad ammirare questo spettacolo: si concentrano in questo posto perché traggono beneficio dall'abbondante concentrazione di pesci trasportati dalla fredda corrente del Benguela. Ce ne sono di veramente grossi: gli esemplari maschi mediamente pesano meno di 200 kg, ma durante la stagione degli amori accumulano uno spesso strato di grasso e balzano fino a 360 kg o anche più. le femmine pesano in media 75 kg e nel periodo compreso tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre partoriscono un solo cucciolo, che alla nascita ha gli occhi azzurri. Purtroppo anche qui lo zampino dell'uomo sta stravolgendo l'esistenza di questi poveri mammiferi: con la scusa che consumano centinaia di migliaia di tonnellate di pesce ogni anno, togliendo mercato alle industrie ittiche del paese, dal 1° aprile al 15 novembre - tutte le mattine gli uomini vanno sulla spiaggia e, armati di coltelli da macellaio, uccidono quasi 200 otarie. Attualmente il programma è gestito dalla Sea lion Products, una società privata che ha un macello. Qui gli animali vengono praticamente smembrati: i genitali sono prelevati per essere esportati verso i mercati asiatici per la produzione di afrodisiaci (pare sia questa la domanda che dà il maggiore impulso alla caccia), le pelli sono lavorate per andare a rifornire il mercato europeo, la carne viene spedita a Taiwan e il resto è utilizzato per ricavare una poltiglia proteica usata per nutrire i bovini. L'unica cosa da pensare è che l'ignoranza delle persone che chiedono e credono ancora in questo tipo di alimenti afrodisiaci, non ha limiti. Cascano ancora come delle pere secche alle credenze popolari di qualche centinaio d'anni fa, senza rendersi conto che c'è chi si arricchisce alle loro spalle, facendoli credere cose inaudite.
Il sole sta calando, bisogna darsi una mossa. Stavolta incontriamo un vero villaggio, ma non è Swakopmund, la nostra meta. Ci fermiamo un attimo, non c'è anima viva. Qualche dozzina di casette colorate in mezzo alla sabbia, un pozzo per l'acqua, una strada..... Non c'è nessuno. Sembra di essere in un film di Stephen King, come se tutti siano stati rapiti o vittime di chissà quale virus. A creare l'atmosfera quasi surreale, arriva una leggera brezza che alza una sottile coltre di sabbia e si mescola alla luce del sole ormai scarlatta.... Tutte le finestre sono chiuse, non c'è una macchina in giro, nulla!! Sarebbe interessante fermarsi e gironzolare per questa strana "città fantasma", ma non c'è più tempo: siamo in ritardo con la tabella di marcia, bisogna arrivare a Swakopmund in tutta fretta. Pensare di trovarci in queste zone con il buio, la strada che si confonde con il deserto ai lati, nessuna illuminazione, poche e rare indicazioni.... Con il fuoristrada possiamo permetterci di aumentare l'andatura e verso le 17,30 dopo la bellezza di 505 chilometri di strada completamente sterrata (solo gli ultimi 2 km sono asfaltati), entriamo a Swakopmund. Ci fermiamo al primo distributore dove chiediamo per arrivare alla B&B "Brigadoon. Purtroppo non sanno dove indirizzarci, così ci avviamo verso il centro del paese. Ci fermiamo per chiedere a due ragazzi, ma ancora le spiegazioni sono approssimative. Ormai è già buio e ci sentiamo stanchi e spaesati e con la guida a sinistra in mezzo a semafori, incroci ecc.... non è il massimo....... Per fortuna il primo giorno abbiamo acquistato una Sim Card per il cellulare (qui denominata Tango Kit) del gestore namibiano, così telefoniamo a "Bruce", il proprietario della B&B che in pochi minuti ci guida a casa sua. E' una simpatica villetta con sole tre stanze, bagno privato, grandi, pulite e arredate con gusto; costano 385N$ (77000 lire) al giorno compresa la prima colazione. Dopo esserci scrollati di dosso un bel po ' di sabbia e polvere con una doccia calda, andiamo a mangiare qualcosa al primo ristorante che ci capita sottomano e poi stremati ci corichiamo. Penso che nemmeno un cannone sarebbe riuscito a destare la nostra attenzione.

08.08.2002

La mattina dopo un'ottima colazione consumata sul portico della nostra camera, di fronte ad un giardino verde e fiorito, usciamo per vedere bene dove siamo capitati: è una città graziosa, ben curata, senza alti palazzi o grattacieli. E' la principale località di villeggiatura della Namibia grazie soprattutto al suo piacevole clima estivo e le spiagge abbastanza belle che la rendono meta di surfisti, pescatori e bagnanti (anche se in estate la temperatura dell'acqua non supera mai i 15°C) provenienti da tutta l'Africa meridionale. E' contornata da vie orlate di palme, passeggiate in riva al mare e alberghi eleganti ed accessibili a tutte le borse. Grazie alle temperature miti e alle scarse piogge, la città parrebbe godere di un ottimo clima (25°C in estate e 15°C in inverno), ma non è tutto oro quello che luccica: quando soffia il vento proveniente da est Swakopmund si riempie di sabbia e in inverno compaiono fredde nebbie marine, accompagnate da una pioggerella incessante, che creano un'atmosfera incredibilmente desolata. La prima cosa che si nota appena arrivati è la somiglianza a qualche cittadina del nord Europa. Secondo qualcuno è addirittura più tedesca di molte città della stessa Germania. Qui hanno le loro case di villeggiatura molti abitanti della Namibia di origine tedesca e giungono ogni anno moltitudini di turisti di lingua tedesca per trascorrere le vacanze in un ambiente familiare. Con il suo elevato numero di giardini fioriti, le case costruite in legno e muratura e gli edifici coloniali potrebbe benissimo essere una località di villeggiatura tedesca sul Mare del Nord, se non fosse per la sabbia sollevata dal vento e per la presenza delle palme. Chiediamo all'ufficio turistico qualche nozione storica della città: la foce del fiume Swakop era popolata da tempi immemorabili da piccoli gruppi di Nama. I primi abitanti permanenti furono i coloni tedeschi che vi giunsero all'inizio del 1892. Swakopmund era l'unico porto dell'Africa sud-occidentale tedesca e di conseguenza venne ad assumere un'importanza decisamente superiore a quella che le sarebbe spettata in condizioni normali. I primi passeggeri raggiungevano la terraferma su piccole barche a fondo piatto, ma dopo la costruzione del molo venivano scaricati dalle navi usando delle gabbie simili a ceste. Il primo edificio costruito sul posto fu quello dell'Alte Kaserne ('Vecchia caserma'), eretto nel settembre del 1892. L'anno seguente ospitava già 120 soldati della Schutztruppe, mentre incominciavano a giungere i primi coloni permanenti. Le prime abitazioni civili erano prefabbricati realizzati in Germania e trasportati via mare a Swakopmund, che nel 1909 divenne un comune. Oltre al turismo, un'altra importante fonte di occupazione è l'immensa miniera della Rossing Corporation, a est della città, la più grande miniera di uranio a cielo aperto del mondo.
Andiamo verso Walvis Bay lungo la strada principale e dopo circa 30 km entriamo in questa simpatica città: non ha nulla di particolare dal punto di vista architettonico, ma lungo la baia ci sono decine di nuove e originali villette con giardini stupendi. E' un'animata città portuale di 50mila abitanti con un attracco per petroliere, un bacino di carenaggio, una salina e un'industria di lavorazione del pesce. A sud-ovest della città incontriamo la laguna di 45mila ettari che richiama una vasta schiera di uccelli acquatici e ospita da sola la metà dei fenicotteri esistenti nell'Africa Australe. Qualcuno, ci dicono, ha visto recentemente dei 'pivieri' e 'piovanelli', nonché altri migratori. Tra l'altro è anche il luogo in cui è stanziata in modo permanente la rara 'Sterna di Damara'. Facciamo qualche foto ai fenicotteri immobili nell'acqua: sono bellissimi con il piumaggio rosa intenso e il becco rosso scuro, altri invece vanno dal bianco al rosa pallido con il becco biancastro e la punta nera. Lo sapevate che per nutrirsi filtrano le alghe e le diatomee dall'acqua risucchiandola e poi espellendola vigorosamente dal becco?? Dopo pranzo al ristorante "Langstrand" con ampie vetrate che si affacciano sul mare, torniamo verso Swakopmund stavolta per la strada interna, parallela a quella che costeggia il mare e arriviamo alla "duna 7" dove parecchia gente, soprattutto abitanti della città, viene per dilettarsi con il sandboarding e lo sci. Vicino una scena curiosa: il vento ha formato una piccola duna di sabbia sulle rotaie del treno. In lontananza si vedono degli uomini con il badile in mano che si avvicinano per toglierla mentre il convoglio, sopraggiunto, attende con pazienza.
09.08.2002

Ci alziamo di buon'ora poiché dobbiamo fare le valigie e ci attende anche stavolta un bel po' di strada. Siamo diretti nel "Namib Naukluft Park", il famoso e decantato "Deserto del Namib". Apriamo le tende e.... Cacchio!! C'è la nebbia! La famosa nebbia creata dall' incontro del vento caldo proveniente da est con le fredde correnti marine. Beh, pensiamo, per fortuna oggi andiamo via! All'ora di colazione usciamo in giardino e.... ma,... ma,.... non è assolutamente freddo, ci saranno 25 gradi e c'è un vento caldo che soffia da ogni parte! Non è possibile che ci sia la nebbia!! Incuriositi usciamo in strada per renderci conto del fenomeno, anche perché il giardino è attorniato da altri fabbricati e mura di cinta, non si vede bene tutt'intorno. Ancora qualche metro e...... ecco cos'è: una tempesta di sabbia!!! Incredibile!! Le auto viaggiano con i fari accesi, la visibilità sarà all'incirca una ventina di metri. La sabbia ci avvolge, entra nelle orecchie, nel naso, in bocca, negli occhi.... E' impossibile difendersi... Eppure per noi è qualcosa di strano, ci diverte. Così, incuriositi, dopo colazione andiamo in centro città sia per acquistare qualcosa di artigianato, che per camminare senza preoccupazione in questa insolita manifestazione della natura. Logico che i fabbricati riparano un po' dalla furia dei venti, ma le calde raffiche e la sabbia si sentono lo stesso tutt'intorno. Sono ormai le 11 meno un quarto, dobbiamo metterci in marcia, direzione sud verso Walvis Bay. Poi da qui prendiamo la C14 in direzione sud-est percorrendo un tratto di strada a dir poco "panoramica": a est le alte dune beige del deserto e a ovest il mare con tonanti onde che si infrangono sulla battigia, mentre l'asfalto si distingue a mala pena a causa della sabbia che lo sommerge con forti raffiche di vento. Dopo pochi chilometri ecco di nuovo lo sterrato e il paesaggio cambia ancora. Qualche filo d'erba gialla si mescola a rocce granitiche, la bufera si è indebolita. Senza accorgercene stiamo salendo (non ci sono tornanti) e raggiungiamo il Kuiseb Pass a circa 900-1000 metri d'altitudine e tutt'intorno possiamo ammirare dei rilievi arrotondati simili a mezze sfere, formati da rocce scure. La strada in questa zona si presenta con molteplici saliscendi, curve e dirupi non sempre segnalati: bisogna fare molta attenzione. Attraversiamo il "Gaub Pass" sempre sulla C14 e iniziamo la discesa. Ci fermiamo a mangiare qualcosa al "Rostock Ritz", un elegante lodge a nostro avviso perfettamente inserito nell'ambiente che lo accoglie, fatto di elementi abitativi a forma di capanna tonda. Per raggiungerlo bisogna lasciare la strada principale ed addentrarsi in mezzo al bush per 4-5 chilometri. La strada verso "Solitaire" è caratterizzata da molteplici dossi che creano un curioso movimento "dondolante" non solo alla macchina......, Per fortuna l' assopimento è destato dalla presenza in mezzo alla carreggiata dei simpaticissimi "Xero del Sudafrica", dei roditori simili a scoiattoli che spesso si alzano sulle zampe posteriori a controllare l'area circostante e sollevano la coda a ventaglio quando sono minacciati da un pericolo. Prima uno, poi due,.... quattro.... spengo subito la macchina e ne sbucano fuori degli altri. Ci sono delle tane sulla banchina da dove entrano ed escono velocemente, ma sono veramente tanti! Continuiamo sulla C19 e arriviamo a Sesriem verso le 16,30 dopo 372 chilometri. Il nome del paese significa 'sei cinghie', dal numero di nastri di cuoio che in passato venivano usati per attingere l'acqua dal fondo della gola. C'è qualche fattoria tra le montagne circostanti (catena "Naukluft") e la pianura, un distributore, il campeggio e la sede del parco; poche centinaia di metri prima il "Sossusvlei Lodge" e nient'altro. Per il momento di sabbia, dune o deserto nemmeno l'ombra! Prima di andare al lodge facciamo subito il permesso per entrare al "Namib Naukluft Park" per il giorno dopo: in totale fanno 80N$ per due persone compresa l'auto. Entriamo al "Sossusvlei Lodge" prenotato da casa; ci siamo resi conto che è stata una mossa appropriata, poiché tanta ma tanta gente si ferma per chiedere se c'è posto, ma fino a metà settembre è tutto pieno. Abbiamo scelto questa sistemazione esclusivamente per la comodità essendo piazzato a un centinaio di metri dall'ingresso al parco, non certo per l'atmosfera conviviale che in questi lodge proprio non esiste: ci sono circa 40 bungalow ben fatti, ma a nostro avviso comunque troppi. La sera a cena decine e decine di italiani seduti a tavola urlano tutto quello che fin'ora hanno visto in giro per il mondo, facendo paragoni solo sui ristoranti e sugli alimenti. Parlano sempre ad alta voce, che sono fieri del loro lavoro, che fanno questo e quello, che prendono soldi ecc.... ecc.... persino quante volte si trombano in una settimana!! E perché sono solo gli italiani (non tutti, logico...) che si comportano in questa maniera e che devono sempre raccontare un sacco di balle?? Basterebbe guardarsi intorno un attimo, osservare: i giapponesi parlano con un tono di voce quasi impercettibile, i tedeschi parlano normalmente anche dopo due o tre pinte di birra.... nemmeno gli americani, conosciuti come spacconi, non strepitano in questa maniera. Vabbè dai, sopporteremo per tre giorni, forse due poiché c'è un problema per la terza notte, probabilmente non ne hanno tenuto conto. Ci informiamo subito per le escursioni e per il sorvolo in aereo del Namib: dura circa 45 minuti e fa il giro completo fino a Sossusvlei, la zona più a ovest dove muore il fiume "Tsauchab".
10.08.2002

Sveglia alle 5,15, carichiamo in auto il cesto preparatoci dal lodge per la colazione e ci avviamo al cancello: aprirà alle 06,30..... E' già chiaro, ma il sole deve ancora sorgere. Dietro di noi si accodano altre auto... dopo pochi minuti finalmente si parte. La strada è tutta asfaltata, sono circa 65 km. fino al parcheggio per le auto normali, poi con una 4x4 si può proseguire. Per i primi chilometri a nord e sud vediamo in lontananza alti massicci montuosi che non danno proprio l'idea di un deserto, ma più avanti, man mano che sorge il sole inizia lo spettacolo: davanti ai nostri occhi coloratissime dune dall' arancione al rossiccio s'innalzano da un'immensa distesa di fili d'erba dorati. Riflettono il colore anche in cielo che sfuma in un azzurro limpido e intenso! Ci fermiamo tante volte per delle foto e per ammirare questo panorama tappezzato qua e la da qualche albero rinsecchito e contorto senza più foglie. Dopo parecchi chilometri arriviamo alla "Duna 45" così chiamata perché si trova a 45 km da Sesriem: si erge per circa 150 metri al di sopra delle pianure circostanti; è la più accessibile di fianco al nastro d'asfalto e la più visitata. C'è tanta gente in cima e tutt'intorno..... Troppa, decidiamo di proseguire. Il sole che sorge durante le prime ore della mattina, crea delle ombre che movimentano le centinaia di dune sabbiose che costeggiano la strada, risaltandone i colori; se ne distinguono le dimensioni e la diversa conformazione dei crinali. Ci raccontava la ragazza che gestisce il lodge (urk... non ne ricordo il nome..) che questo mare di sabbia è lungo circa 300 chilometri e largo 150 e copre più di 32000 chilometri quadrati della Namibia occidentale!!! All'interno ci sono le dune più alte, antiche e pittoresche del mondo. Tutta questa sabbia probabilmente si originò nel Kahalari 4-5 milioni di anni fa. Fu trasportata dal fiume Orange fino al mare dove fu trascinata verso nord dalla corrente del Benguela per poi depositarsi lungo la costa. Proseguiamo ancora e arriviamo al parcheggio per le auto normali. Ci guardiamo un po' attorno..... mamma mia quanta gente! Gli ultimi 4 chilometri fino al "Sossusvlei Pan" possono essere percorsi solo con un fuoristrada 4x4 oppure a piedi con un'adeguata scorta d'acqua, o ancora ci sono delle navette shuttle che con una piccola cifra fanno A/R dai due parcheggi. Decidiamo di proseguire: il percorso è un po' difficile, ci sono piccoli dossi, buche, e i solchi creati dal passaggio dei veicoli sbattono l'auto a destra e a sinistra. Inserisco la trazione integrale, blocco il differenziale e proseguiamo non senza preoccupazione poiché in alcune zone lo strato di sabbia è talmente spesso e soffice che basta rallentare o distrarsi un po' per rimanere impiantati.
Dopo pochi minuti arriviamo a Sossusvlei dove ci accolgono alberi con grandi chiome e qualche cespuglio verde. Ci saranno 4-5 persone, facciamo qualche foto: intorno a noi, finalmente, il "Deserto del Namib"!! Sembra quasi una conquista, non so.... forse lo è per noi, perché è la prima volta che ci troviamo ai piedi di una duna di sabbia: ci avviciniamo, ne facciamo scorrere un po' tra le dita, il colore.... Tante cose che abbiamo visto e sentito solo alla Tv. Il "deserto" .... Una parola che fa subito pensare al nulla più assoluto, all'angoscia, al pericolo, al sole cocente riprodotto in centinaia di film, alle oasi verdeggianti e alla sete. Ora ci siamo veramente, lo stiamo calpestando..... Ma cos'è di per sé il deserto? "Un'ampia regione emersa con scarse precipitazioni e quindi vegetazione effimera e vita animale ridotta; in condizioni naturali scarsamente utilizzabile da parte dell'uomo. La parola 'deserto' deriva dal latino desere, abbandonare". Così recitano i dizionari e le enciclopedie. Ma questo dice tutto e non dice niente. Perché i deserti, quelli dell'immaginario classico, sono sabbiosi, a dune (erg) o pietraie (hammada o serir). Ma s'incontrano anche deserti costieri (Atacama o Kakahari), deserti interni continentali (Gobi) e deserti freddi (tundra). Desertiche sono le zone dove l'uomo non si è ancora fermato. Per traslato lo sono anche le giungle impenetrabili e le foreste pluviali. Deserti come luoghi dell'assenza, la contrapposizione alla stanzialità, alle coltivazioni. Eppure intere civiltà sono cresciute in ambienti inospitali, in deserti veri e propri. Scriveva Moravia:" Nel deserto mi è successo il contrario che nella città. E cioè, mentre la città, così vitale, con la sua folla, il suo movimento, le sue luci, mi dà un' impressione di morte, il deserto, che è sinonimo di morte, riesce in qualche modo a ispirarmi un'impressione di vita". Mai citazione è risultata più appropriata per esprimere e condividere esattamente il nostro pensiero. Opss... scusateci la divagazione, ci siamo persi un attimo..... Subito saliamo in cima approfittandone della temperatura non ancora opprimente, fermandoci comunque ogni 5 minuti per prendere fiato. E' faticoso, la sabbia penetra nelle scarpe rendendo ancora più pesanti i piedi. Dopo circa tre quarti d'ora siamo sulla sommità, a cavallo della cresta: il panorama è indescrivibile, rappresentato da un'immensa distesa di sabbia di quarzo con sfumature che vanno dal color crema all'arancio, al rosso e al viola, ornata qua e la da ciuffi d' erba secca e gialla come un limone e da qualche cespuglio di verdi licheni. Ci sediamo, restiamo immobili ed estasiati. Il silenzio è assoluto, interrotto solo da una leggera brezza che sposta la sabbia facendola cadere dalla cresta e scivolare verso il basso. Il nostro desiderio sarebbe quello di stare qui a guardare l'infinito per ore e ore, sicuramente senza stancarci; a giocare con la sabbia, vedere quei strani disegni che forma quando un leggero velo cade dalla cresta dal lato in ombra più freddo e compatto e "serpenteggia" verso il basso. Guardare in lontananza quando si alza un po' di vento, la sabbia che si solleva dalle dune e il rosso scarlatto si mescola all'azzurro del cielo.... Tanti particolari e tante emozioni che la natura ci ha regalato in quei bellissimi momenti. Alla nostra destra, verso ovest, l'enorme pozza denominata "Sossusvlei" (per "vlei" s'intende un paesaggio aperto e pianeggiante), circondata dalle dune. Raramente è piena d'acqua, ma si trasforma quando lo Tsauchab diventa sufficientemente abbondante e impetuoso da attraversare le pianure e spingersi sino al Namib come è già avvenuto nel 1997 e nel 2001. Adesso la pozza è una distesa di fango bianco, al centro nemmeno un accenno di vegetazione, mentre ai lati qualche cespuglio verde. Dopo un'oretta circa inizia ad arrivare altra gente, decidiamo così di scendere e fare colazione in uno dei tavoli in legno sotto le ampie chiome degli alberi. Tiriamo fuori il cestone e.... ci sembra di essere dei prestigiatori: continuiamo ad estrarre piatti, bicchieri, thermos, succhi di frutta, formaggi, affettati, yogurt, pane, tazze, forchette.... insomma c'è da mangiare per 5-6 persone!!! Un vero e proprio spreco!! Invitiamo due ragazzi lui di Bergamo e lei di Treviso (...azzo quanta strada si fa lui...) Alessandro e Sabrina per darci una mano con tutto 'sto ben di Dio. Tra una parola e l'altra arriva quasi mezzogiorno, il sole scalda parecchio. Arrivano altri due amici di Ale e Sabrina di Milano, invitiamo anche loro per un caffè e uno spuntino, così si vivacizza la chiacchierata. Dopo un po' ripartiamo e visto che tutti sono arrivati sin qui con il servizio navetta, chiedo se vogliono approfittare del nostro bagagliaio vuoto per un passaggio: durante il tragitto prendiamo qualche buca, la macchina balza a destra e sinistra con forti contraccolpi. Mi fermo dopo circa 1 km per vedere come stanno.... ma, ma... sono divertiti e approvano la guida veloce e spericolata!! Arrivati al Lodge, considerato che si sono dimenticati di tenerci la stanza per tre notti, la direttrice ci informa che ne ha trovata per noi una libera al "Kulala Lodge" per la notte successiva (la terza), scusandosi ancora per l' inghippo. Per noi non c'è alcun problema.
11.08.2002

Stamattina alle 7,00 viene a prenderci il pilota per il volo sul Namib: è una simpatica ragazza bionda che lavora qui da quattro mesi, prima faceva servizio al "Fish River Canyon". In auto ci porta all'aeroporto... Hem.... anche qui è una semplice area sterrata, a pochi chilometri dal cancello d'ingresso di Sesriem, delimitata da pietre bianche e... e... e che cos'è la torre di controllo??. Il velivolo è un Cessna a 5 posti che resta qui giorno e notte, non c'è un hangar, nessun deposito, nessun riparo.... nemmeno un albero!! Il decollo è ottimo e ai nostri occhi si presenta uno spettacolo entusiasmante. Decisamente è tutta un'altra cosa che vederlo dal basso!! Le ore del mattino sono sempre le migliori sia per i colori che per riconoscere la conformazione del terreno. Arrivati alla "Duna 45" facciamo un giro tutt'intorno e poi continuiamo fino a Sossusvlei dove notiamo con chiarezza quella che abbiamo scalato il giorno prima. Poi il pilota si dirige alla duna denominata "Dead Vlei" e anche qui dall 'alto scopriamo, circondata da sabbia rossa e visibile solo se si sale in cima, una depressione simile alla pozza secca di Sossusvlei, con una tonalità di bianco marmoreo tendente al verde, senza un filo d'erba!! Un contrasto di colori veramente affascinante. Il sole si alza a vista d'occhio, scalda la sabbia e scalda l'aria, tanto che sono molti i momenti in cui le correnti ascensionali spingono l'aereo verso l' alto scuotendolo a destra e a sinistra...... forse bisognerebbe aver paura..... invece questo ci concede una sensazione di leggerezza e di gioia. Torniamo indietro e all'altezza del "Sesriem Canyon" il pilota inclina l'aereo su un fianco, come in una virata, mantenendo comunque una traiettoria diritta per farci ammirare le gole profonde fino a 30 metri! E' lungo circa 1 chilometro ed è stato scavato dal fiume Tsauchab intaccando poco a poco un conglomerato di depositi sabbiosi e ghiaiosi vecchio 15 milioni di anni. Per esplorare il Canyon si possono anche seguire due percorsi a piedi per risalirlo e per scendere fino all'estremità più bassa. L'atterraggio sulla pista, tenendo conto che è composta solo da terra e sassi, è ottimo e senza sobbalzi. Insomma, è un'escursione che senz'altro resterà per sempre nei nostri ricordi!! Alle 8,15 siamo già di ritorno e dopo colazione e il ceck-out, andiamo al "Kulala Desert Lodge", decisamente migliore e meno impersonale del Sossusvlei. Ci sono solo 12 bungalow, di conseguenza meno gente, meno confusione e tutto è più tranquillo. A spezzare questo bel "quadretto" ci si mette con tutta la volontà una famiglia di russi, grassi, villani e boriosi. Se la prendono con la ragazza che gestisce il lodge perché si è alzato un bel po' di vento che impedisce a qualsiasi velivolo di decollare. Hanno tutti gli spostamenti programmati esclusivamente in aereo (piccoli cessna ad ala alta) e quindi avrebbero dei problemi per le successive coincidenze. A pranzo una ragazza di colore arriva per prendere l'ordinazione (non c'è buffet), le fanno fare una confusione incredibile e quando lei ripete le pietanze per maggior sicurezza esclamano con un pessimo inglese frasi di disapprovazione e rimprovero! Poveri ignoranti!! Il lodge, dicevamo, è situato in un'area privata di 21mila ettari con ingresso a Sossusvlei riservato dove ci si può accedere solo con i suoi tour organizzati. L 'unico neo è che se qualcuno ha la propria auto e vuole andare alle dune all'ora che desidera, bisogna fare circa 25 km. fino al cancello di Sesriem. Non so se si possa comunque definire uno svantaggio, poiché la tranquillità che si trova al Kulala non esiste assolutamente al Sossusvlei Lodge dove (per esempio) una mattina siamo stati svegliati di soprassalto da un ragazzo incaricato di fare alzare qualche decina di persone: bussava e gridava sui bungalow intorno a noi, la gente che si alzava alle 5,..... ma sembrava fosse mezzogiorno, una confusione incredibile..... Alla fine ha bussato anche alla nostra porta togliendoci così definitivamente il sonno!! Il pomeriggio verso le 16,30 andiamo ancora all'interno del parco per visitare la Duna 45 con un po' di tranquillità: anche al tramonto assume dei colori bellissimi. Facciamo ancora qualche foto e ci avviamo verso il lodge dove arriviamo verso le 18,30 con il cielo ormai già completamente buio.

12.08.2002

Sesriem-Witwater-Zaris-Betta-Helmeringhausen-Aus-Luderitz - 556 km - Partiamo dal Kulala Lodge verso le 9,00: da Sesriem andiamo in direzione nord-est verso la C19 che percorreremo in direzione sud-est. Poi qualche chilometro prima del "Tsaris Pass" giriamo verso sud sulla D827 per 38 km. All' incrocio giriamo verso sud immettendoci sulla C27 che percorriamo fino a "Helmeringhausen". Da qui imbocchiamo la C13 fino a "Aus" e si prosegue su strada asfaltata fino a "Luderitz". In totale sono 556 km dei quali solo 125 di strada asfaltata. Ancora una volta riteniamo che qualche soldo speso in più per un fuoristrada è più che giustificato, in quanto, considerate le condizioni delle strade percorse, tappezzate di buche, dossi improvvisi e ghiaia, ci permetteva di essere un po' più veloci e soprattutto di viaggiare con maggior sicurezza. Lungo il percorso il paesaggio è ancora diverso da quelli fin'ora incontrati: ampie catene montuose con le cime piatte, fiancheggiano la strada lasciando spazio a larghe e immense pianure ricoperte di erba secca, tutta uguale, dello stesso colore e della stessa altezza. Ogni tanto un albero inaridito, isolati uno dall'altro da centinaia di ettari di terreno. Bisogna fare molta attenzione perché in queste zone isolate gli springbok e gli struzzi non guardano tanto a destra e a sinistra prima di attraversare!! Anche qui non ci accorgiamo di salire di quota per qualche centinaio di metri. Ce ne rendiamo conto quando la strada ad un certo punto scende lunga e diritta tra immense pianure gialle, ancora contornate da imponenti massicci montuosi secchi e aridi. Più avanti le cime si riducono a bassi cumuli di enormi massi rossi e tondeggianti, in bilico uno sull'altro. Enormi nuvoloni sopra di noi ombreggiano parzialmente il paesaggio creando delle sfumature di colore incredibili. Verso le 12,30 ci fermiamo a Helmeringhausen segnata sulla cartina stradale, ma non c'è nulla più di un piccolo supermercato e un semplice albergo dove entriamo per chiedere se ci fanno qualcosa da mangiare. Un'anziana signora tedesca precisa che non preparano nulla per pranzo e può farci solo un sandwich che scopriamo trattasi di due misere fette di pane non tostato con 1 (una) fetta di salame e 1 (una) fetta di pomodoro, il tutto cosparso con una polverina gialla inodore e insapore!! Paghiamo circa 5mila lire a testa compreso da bere e caffè e continuiamo verso Aus sulla C13 dove arriviamo dopo 105 chilometri. Da qui prendiamo la B4 in direzione ovest. Tra Aus e la costa la strada si snoda attraverso il desolato territorio del Namib meridionale, che è piuttosto diverso rispetto alle pianure di ghiaia che ne caratterizzano la parte settentrionale: verso sud si trova la cosiddetta "Diamond Area 1" ovvero la zona diamantifera vietata. Le catene dei monti "Awasib" e "Uri-Hauchab" hanno dei colori pastello bellissimi, si ergono su una pianura grigio-verdastra in una nuvola di sabbia e polvere sollevate dal vento. Tutto contribuisce a creare un paesaggio affascinante ed etereo. Dopo pochi chilometri da Aus iniziamo a vedere i cavalli selvaggi del deserto. Svoltiamo a nord seguendo l'indicazione 'Feral Horses' e dopo pochi minuti troviamo il nascondiglio da cui osservare gli animali e una pozza d'acqua alimentata artificialmente presso la quale si abbeverano. Sono gli unici cavalli selvaggi del deserto esistenti al mondo!! L'origine di questi animali è poco chiara: qualcuno afferma che discendano dai cavalli della Schutztruppe tedesca abbandonati durante l'invasione sudafricana del 1915, altri dicono che sarebbero stati introdotti dai guerriglieri "nama" nel periodo in cui questi varcarono il fiume Orange per compiere le loro incursioni a nord. La loro presenza oscilla tra i 150-170 esemplari, ma negli anni in cui le piogge sono particolarmente abbondanti arrivano anche a 240 unità. La particolarità di questi equini è nella capacità di sopravvivere anche cinque giorni senza bere un goccio d'acqua! Sembra impossibile che riescano a cavarsela in una regione così arida e inospitale. Dopo pochi chilometri il paesaggio varia per l'ennesima volta: man mano che ci avviciniamo alla costa le montagne e le pianure circostanti sono invase dalla sabbia e dalle dune. Più avanti non c'è più nemmeno un filo d'erba, solo sabbia e rocce. Poco prima di arrivare la sabbia invade anche la sede stradale, per ora senza creare problemi. Questi mucchi di sabbia possono diventare anche piuttosto alti prima che gli addetti provvedano a rimuoverli e costituiscono un pericolo, specie quando c'è nebbia. Sulla sinistra incrociamo la vecchia città fantasma di "Kolmanskop", ma decidiamo di visitarla l'indomani mattina. Verso le 16,00 arriviamo a "Lüderitz": piccola città sulla costa dell'Oceano Atlantico con alcuni edifici di carattere prettamente alemanno: potrebbe ricordare un paesino bavarese con le sue pasticcerie, i caffè e la tipica chiesa luterana che svetta su tutto il resto. Nel 1904, durante la guerra tra tedeschi e Nama, Lüderitz venne utilizzata come campo di prigionia e due anni più tardi fu completata la ferrovia per Keetmanshoop. In seguito alla scoperta dei diamanti iniziò un periodo di crescita e di prosperità per questo avamposto, che il 1° novembre 1909 ottenne lo status ufficiale di città. Ci fermiamo all'Hotel Bay View dove ci sono stanze con bagno a 440N$ compresa la prima colazione. Fintanto che il sole è ancora all'orizzonte, usciamo per fare quattro passi: ci rendiamo conto che la città è ricchissima di edifici coloniali, ovunque si volga lo sguardo ci sono scorci interessanti con un miscuglio tra stile imperiale tedesco e art noveau. Originale e stravagante è l' abitazione del tenente Hans Goerke che arrivò a Lüderitz nel 1905 dove lavorò come amministratore di una società di diamanti. Fu progettata dall'architetto Otto Ertl e costruita nel 1910 su un costone di roccia in una zona rialzata della città, ben visibile da qualsiasi punto. Ora è di proprietà della CDM (Consolidated Diamond Mines) ed è aperta al pubblico, eccetto nei momenti in cui la CDM riceve i clienti. Tutto è tranquillo, pulito e ordinato; ci fermiamo in un locale per prendere un caffè, ma lo stanno chiudendo. Quasi tutto chiude alle 17,00, compresi i negozi. Fa freddino, ci saranno al massimo una decina di gradi. E' la prima volta in tutto il viaggio che incontriamo una temperatura così bassa. In questo punto della costa le acque gelide ma pulite dell'Atlantico meridionale sono popolate da foche, pinguini e altri animali marini, mentre sulle spiagge desolate si aggirano fenicotteri e struzzi. Vediamo in lontananza il porto cittadino che ospita una flotta di pescherecci per la pesca degli astici, altre attività sono la raccolta delle alghe e l'allevamento di ostriche, cozze e gamberi. Andiamo all'ufficio turistico, acquistiamo il permesso e l'escursione guidata per visitare Kolmanskop; vi si possono inoltre acquistare oggetti artistici, rullini per foto e libri. Sulla via principale Bismarck St. c'è la banca, l' ufficio postale con telefoni, internet cafè ecc..... La sera ci concediamo una cenetta coi fiocchi a base di pesce al "Rumours Grill" : prima un antipasto, poi un gustoso piatto con quattro piccole aragoste alla griglia condite con un ottimo sughetto aglio e olio d'oliva, un dessert, bere ecc... il tutto per 311N$. In definitiva riteniamo che a Lüderitz sia più che sufficiente trascorrere una sola notte, soprattutto per avere modo di fare una visita alla curiosa "città fantasma".
13.08.2002

Lüderitz-Kolmanskop-Aus-Goageb-Seeheim-Fish River Canyon - Km 403 - Verso le 9,15 entriamo a Kolmanskop, chiamata così dal nome di un trekker afrikaner, Jani Kolman, che in passato rimase insabbiato in questa zona con il suo carro trainato da buoi. Prima della visita guidata e prima che arrivi più gente, facciamo qualche foto ai vecchi fabbricati ancora in piedi: alcuni sono completamente coperti dalla sabbia, altri invece, resistiti alle tempeste, hanno ancora l'impianto elettrico e i serramenti in legno con i vetri. Un'abitazione in particolare è stata restaurata e contiene ancora i mobili originali del periodo. In qualche circostanza sembra di essere in un film di cow boy o dei cercatori d'oro del Klondike. Tutto nacque nel 1908 quando un operaio delle ferrovie notò lungo i binari una pietra che luccicava. La portò al suo datore di lavoro che, dopo aver interpellato un geologo, fece domanda di licenza di prospezione per iniziare a sfruttare questo colpo di fortuna e fondò una società mineraria chiamata "Deutsche Diamanten Gesellschaft". Tutti vennero a saperlo e di conseguenza orde di ricercatori giunsero fino a Lüderitz. Verso la fine del 1908 il governo tedesco proclamò la nascita della "Sperrgebiet" (zona proibita) per vietare le prospezioni private e mettere un po' di regole alla febbre dei diamanti che era ormai sfuggita ad ogni controllo: i depositi in certi punti erano talmente ricchi che bastava abbassarsi per raccogliere diamanti. Le fortune si facevano e disfacevano con troppa semplicità e le pietre venivano utilizzate come moneta di scambio o messe in gioco. Malgrado la semplicità dei mezzi d'estrazione, i depositi erano talmente ricchi che quando la prima guerra mondiale fu dichiarata nel 1914, più di cinque milioni di carati, ossia mille kg. di diamanti erano già stati rinvenuti, circa il 20% della produzione mondiale dell'epoca!! Dopo la prima guerra mondiale il mercato dei diamanti attraversò una profonda crisi che nel 1920 Ernst Oppenheimer, dell'Anglo American Corporation, riuscì ad acquistare le compagnie diamantifere ancora in attività, accorpandole nella Consolidated Diamond Mines (CDM). Tuttavia durante la guerra Lüderitz fu occupata dalle forze sudafricane e tutti gli abitanti di pelle bianca vennero inviati in prigionia in Sudafrica. In seguito poterono tornare alle loro case, ma durante la loro assenza la città era stata saccheggiata. Al termine del conflitto venne stabilita la fusione della società anglo-americana CDM e di tutte le miniere di diamanti dell'Africa sud-occidentale: nacque in questo modo una nuova CDM sotto il controllo dell' impresa Sudafricana De Beers, che si insediò a Kolmanskop. Nel 1928 furono scoperti altri giacimenti di diamanti intorno alla foce dell'Orange e nel 1944 la CDM si trasferì a Oranjemund, una città appositamente costruita dalla compagnia. Gli ultimi abitanti di Kolmanskop se ne andarono nel 1956. Un'altra piccola società anglo-canadese (NAMCO) nel 1994 ottenne dal governo namibiano le concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti al largo di Lüderitz e Hottentots Bay. Secondo le stime questi territori celano un totale di 27 milioni di carati per un valore di quattro miliardi di dollari. I diamanti ora vengono estratti aspirando le sabbie diamantifere sotto il fondale marino e attualmente le estrazioni stanno dando buoni risultati, ma, vista la supremazia della De Beers su tutti i mercati, secondo alcuni non sarà così facile per la NAMCO riuscire ad avere delle operazioni commerciali indipendenti. Kolmanskop fu nel pieno del suo splendore negli anni 20 e rifletteva lo stile di vita e la moda dell'Europa dell'epoca. Contava 300 tedeschi adulti e 40 bambini più 800 operai Ovambo che lavoravano sotto contratto. La mancanza d'acqua dolce era il problema maggiore: all'inizio arrivava da Città del Capo nella misura di circa mille tonnellate al mese; ognuno aveva diritto a 20 litri gratuiti d'acqua al giorno, dopo di che costava come la birra. Senza l' acqua non era possibile utilizzare le macchine a vapore, fu così che venne costruita una centrale elettrica a Lüderitz. L'elettricità (tecnologia molto avanzata a quell'epoca) veniva trasmessa a Kolmanskop ed utilizzata per la miniera e la città. Nel 1979 la CDM fece appello ad alcuni architetti per restaurare la città fantasma. I lavori iniziarono nel 1980 e lo stesso anno la città fu aperta al turismo. Si possono ancora vedere le abitazioni del contabile, dell'insegnante, dell' architetto, l'ospedale ormai invaso dalla sabbia, vecchi negozi, casa del panettiere ecc.... Particolarmente interessante è la visita alla sala per le attività ricreative: all'esterno sembra un semplice capannone industriale, invece una volta entrati si possono scoprire in ottimo stato di conservazione, una sala da bowling a due piste, un casinò, un grande teatro-cinema con soppalco, ristorante, cucina, spogliatoio, palestra con qualche vecchio attrezzo, ecc... C'è ancora il vecchio quadro elettrico... sarà circa sei metri quadrati!! Potevano permettersi persino un trenino (non c'erano strade) per andare in giro per la città e nelle case erano arrivati al punto di non toccare più nemmeno una pentola: si facevano portare le pietanze già cotte da Lüderitz! La città, in una semplice fotografia un po' generale non significa nulla, non interessa. Ma entrare in alcune case con i serramenti, i pavimenti, i solai, il tetto e il colore dei muri interni ancora in buono stato, assume un'atmosfera irreale, quasi fiabesca. Prima dell'azione delle intemperie, i fabbricati sono stati rovinati e invasi dalla sabbia... dune arrivate in qualche caso fino al primo piano delle abitazioni. Durante la visita nasce in noi il desiderio di poter conoscere qualcuno vissuto in questa strana città: chi è andato via da qui a trent'anni nel 1956, ora potrebbe essere vivo e vegeto e in grado di esprimere qualche idea!! Il casinò poi..... le piste da bowling in ottimo stato si possono tuttora adoperare, il teatro ha ancora le pareti con disegni dell'epoca, le alte finestre con gli oscuri (per fare il cinema) ancora funzionanti, i pavimenti in legno così come le scale per arrivare nella loggia..... Sembra impossibile che sia stato tutto abbandonato!! Insomma...... una strana città che sembra abbia da nascondere qualcosa di mitologico......, ma che forse nessuno mai riuscirà a scoprire. Verso le 11,20 partiamo in direzione "Fish River Canyon": da Lüderitz riprendiamo la B4 verso est in direzione "Aus" poi "Goageb" e infine "Seeheim". Da qui imbocchiamo la C12 verso sud (sterrata) e dopo un totale di 403 km arriviamo al "Cañon Roadhouse" un bellissimo posto con solo 8 camere, ristorante à la carte, campeggio privato, piscina, stazione di rifornimento e ufficio informazioni. Spendiamo con prima colazione 320 N$ a testa per notte. Organizzano cavalcate, voli sul canyon e gite panoramiche a piedi o in veicoli 4x4. Il servizio è ottimo così come l'accoglienza e la disponibilità. Particolarmente portato a questo genere di trattamento è senz'altro il ragazzo di colore, Simon, bravo ed educato, che fa un po' di tutto: dalla reception al facchino, dal cameriere al contabile. Parla un ottimo inglese ed ha un sistema per accontentare i clienti abbastanza elastico, qualità che in una nazione prettamente "tedesca", è difficile da trovare. Le stanze sono arredate in stile country con una eccellente cura dei particolari (tende, quadri, specchi, armadio...) con colori pastello che ricordano le incredibili distese d'erba secca, il rosso delle pietre e l'arancione della sabbia incontrati lungo il tragitto. Anche la zona pranzo-bar è molto curata e con un bel caminetto a lato che a nostro avviso dovrebbero accenderlo più spesso in questa stagione, poiché, essendo ancora più a sud, la temperatura è decisamente rigida. Il posto è gestito da Sonia Corsini e Alain Noirfalise: lei è italiana (lui nin zo), ma al momento non ci sono perché stanno al Cañon Lodge che controllano e dirigono nei giorni di maggior afflusso.
14.08.2002

Fish River Canyon

Dopo un'ottima colazione partiamo per la visita al "Fish River Canyon", una gola scavata nel corso di milioni di anni dal fiume "Fish" che si congiunge con l' Orange 70 km a sud della valle. Arriviamo a "Hobas" all'Information Centre, all' estremità settentrionale del parco, aperto tutti i giorni dalle 7,30 dove bisogna pagare l'ingresso giornaliero. Da qui percorriamo altri 10 km per arrivare al "Main Viewpoint", caratterizzati da un continuo saliscendi in mezzo a colline su vaste distese di piccole rocce. In lontananza si notano chiaramente alte e imponenti catene montuose. Ad un certo punto, dopo una breve salita su un altopiano, ci appare tutto d'un tratto l'immensità del canyon: è stupefacente. Le dimensioni sono incredibili: 160 km di lunghezza, 27 km di larghezza nel punto più ampio e 550 metri di profondità nello spettacolare canyon interno. Dal Main Viewpoint, situato sul bordo del costone di roccia, si può ammirare lo spettacolo a 180 gradi verso sud e verso ovest. Più di un namibiano ci ha detto che in tutta l'Africa non esiste qualcosa di paragonabile al Fish River Canyon: non so se sia vero, ma il suo fascino, le enormi dimensioni e la maestosità delle rocce, non danno adito a dubbi!! In fondo alla gola si possono scorgere piccole azzurre pozze d'acqua, quello che resta del fiume Fish nei mesi invernali. Tra marzo e aprile scorre normalmente e da aprile a giugno è ormai soltanto un piccolo torrente. Andiamo a nord verso l'Hikers Viewpoint da dove si possono iniziare le escursioni di qualche giorno, scendendo nel Canyon. Le discese in giornata all' interno del Canyon invece, in seguito alla morte avvenuta nel 2001 di un escursionista non adeguatamente preparato, sono state proibite dalla NWR. Poi ci fermiamo ai vari viewpoint: Rockies Point, The Edge, Sulphur Spring e Desert Rim. Ogni punto ha una diversa prospettiva e le varie zone del canyon che si osservano hanno tutte una particolarità diversa. Al Sulphur Spring siamo scesi a piedi sui costoni di roccia sottostanti, a qualche decina di metri dalla sommità: l'effetto scenico è inebriante, non c'è foto purtroppo che possa rendere l'idea. Torniamo su e andiamo verso l'Eagles Rock percorrendo i 12 km di strada dissestata da fare solo con veicoli a trazione integrale. Arrivati al "cul de sac" non ci sono né recinzioni, né sbarramenti, e anche qui lo spettacolo è elettrizzante: Davanti a noi una curva a gomito del canyon con al centro il costone tondo rimasto alla sua altezza originaria con la cima perfettamente pianeggiante. Sembra impossibile, ma anche una zona così arida esiste una varietà di flora e fauna incredibile, come i famosi alberi "Kokerboom", molto diffusi nella Namibia meridionale: appartengono alla famiglia delle aloe e possono crescere fino a raggiungere gli 8 metri. Sono alberi a crescita lenta e vivono sulle distese rocciose o sui pendii per dar modo alle rocce di bloccare la fuoriuscita di liquidi nel sistema linfatico e immagazzinano l'acqua nelle foglie, nel tronco e nei rami fibrosi. Un'altra pianta grassa, la "aloe claviflora", ha le foglie colorate che sfumano dal rosso, giallo e arancione. Abbiamo visto anche alcuni springbok, struzzi e una piccola famigliola di "Rock Dassie" (proravia capensis): assomigliano a delle cavie ma sono un po' più grandi. Ogni tanto escono dal nido per scaldarsi al sole. Restando fermi immobili e in silenzio per qualche minuto, abbiamo avuto il piacere di osservare da vicino (un metro circa) questa famigliola che faceva capolino dalle rocce di basalto. Tra una camminata e l'altra e gli spostamenti in auto sono già le 14,30. Stanchi ma contenti ci avviamo alla nostra "roadhouse" per uno spuntino. Ci portano dei sandwich veramente buoni, preparati con pane tostato fatto in casa. Siamo stati fortunati ad aver trovato posto in questo lodge, poiché ogni tanto arriva qualcuno in cerca di una stanza, ma in genere è sempre tutto pieno. Ci piace il carattere prettamente familiare che Simon cerca di mantenere con i clienti, soprattutto quando ci sediamo in un tavolo della sala da pranzo per scrivere qualche cartolina..... nessuno viene a disturbare, nessuno ci assilla con la richiesta di ordinare qualcosa, non c'è il trambusto, il viavai dei grandi alberghi.... Oltretutto si è alzato un vento freddo proveniente dal Sudafrica che abbassa ancora la temperatura dell'aria e qui dentro al calduccio davanti al caminetto, si sta veramente bene. Il pomeriggio arrivano i gestori che sostituiscono Sonia e Alain, visto che anche Simon è nel suo periodo di riposo. A nostro avviso sono una coppia di incapaci, maleducati e pasticcioni. Lui avrà cinquant'anni, lei trenta (Olga), entrambi di origine tedesca. Hanno una figlia (Joulie, circa 4 anni) che per cercare un po' di svago salta in braccio alla Gabri e le chiede di uscire con lei a correre per i prati. La madre non si è preoccupata minimamente di sapere con chi è uscita, con chi sta in compagnia.... niente di niente. L'unico compagno di giochi è un piccolo cagnolino bianco che non la perde di vista un attimo. Quando per caso la madre passava vicino al nostro tavolo la bambina la chiamava ad alta voce per chiederle qualcosa......., inutilmente: nemmeno la degnava di uno sguardo. Non si sono mai presentati, non hanno mai parlato con i clienti, a mala pena e con grande sforzo solo a cena hanno chiesto se mancava qualcosa. Poi tornavano al banco del bar e restavano lì senza altro aggiungere. Peccato, il posto è talmente accogliente che merita di più: se per esempio lasciassero Simon al posto di questi due fannulloni...... In camera fa proprio freddo: andiamo a letto con una coperta di piuma e un'altra trapunta alta una decina di centimetri!!
15.08.2002

Fish River Canyon-Seeheim-Keetmanshoop-Tses-Gibeon-Mariental-Rehoboth-Windhoek - km 642 - Stamattina c'è un sole splendido e il vento non è che un ricordo: ci accingiamo ad un lungo trasferimento fino alla capitale Windhoek, per questo partiamo prestino verso le 7,45. Prendiamo la C12 fino a Seeheim dove finisce la strada sterrata, poi la B4 fino a Keetmanshoop e infine sulla B1 facciamo Tses, Gibeon, Mariental, poco prima di Rehoboth una foto lungo la linea del "Tropico del Capricorno", poi Rehoboth e infine dopo 642 km arriviamo a Windhoek alle 13,45. I chilometri potrebbero sembrare tanti, ma qui è tutt'altra cosa: lungo la strada, anche quella asfaltata, s'incontra un veicolo ogni dieci chilometri, non esistono incroci se non ogni 2-300 km, le curve sono un optional e tutti rispettano i limiti di velocità. Siamo stati anche un po' distratti da un ennesimo bellissimo paesaggio: alla nostra destra, verso est, per qualche centinaio di km, ci ha accompagnato un tratto del "deserto del Kalahari", un'immensa distesa di dune rosse e arancioni che si vedevano in lontananza, macchiate da qualche cespuglio verde. Anche i Babbuini ogni tanto interrompevano il nostro cammino, per fortuna la strada è semideserta, quindi si potevano notare con facilità. Invadevano la strada senza preoccuparsi dei veicoli, anche in gruppi da 10-15 individui con i piccoli al seguito. Si riunivano soprattutto dove alcuni operai stavano togliendo le erbacce sulla banchina di fianco alla strada, forse per trovare qualche radice o qualche insetto da mangiare. Giunti a Windhoek andiamo alla "Pension Handke" dove abbiamo dormito la prima notte, appena arrivati in Namibia. Telefoniamo a Giuditta, una parmense che vive qui nella capitale: ci è stata presentata da Gimaq (Beppe Quarta del newsgroup IHV) che è una sua cliente ma soprattutto un amica. Non l'abbiamo mai vista, solo scambiato qualche parola al telefono. Prendiamo appuntamento la sera a cena al "Luigi & the Fish", un posto carino nella "Klein Windhoek", il vecchio quartiere in collina ed è qui che ci incontriamo per la prima volta: è una bella ragazza bionda con occhi azzurri, che da veterana dell'Africa, anche grazie al suo lavoro di giornalista free-lance (ha vissuto in Sudafrica, Zambia, Botswana, ecc.), risponde alle nostre numerose domande sulla reale situazione sociale, politica ed economica (non quella che si legge sugli opuscoli) della Namibia. Purtroppo anche qui esiste ancora il razzismo, ma non è così oppressivo come in Sudafrica: ci siamo accorti anche noi che qualche persona di colore chiacchiera volentieri, risponde alle richieste di informazioni e scherzano animatamente. Poi si parla delle cose che abbiamo visitato in queste tre settimane, come ci siamo trovati, dove abbiamo dormito, cosa ci ha colpito di più... Insomma una piacevole chiacchierata, come se ci conoscessimo da tanto tempo. Poi Giuditta ci espone la loro nuova idea della società che ha istituito con il fidanzato: offrire un viaggio attraverso la Namibia con spostamenti su due biplani (max due persone) e appoggio a terra con un fuoristrada. L'altezza massima sarà di circa 5-600 metri per dar modo di ammirare tutto quello che si può vedere al suolo. Prossimamente sul web www.tigermothsafaris.com.


16.08.2002

Windhoek

Dopo colazione andiamo verso il centro e iniziamo a renderci conto com'è strutturata la città che porta chiaramente i segni dell'influenza tedesca. E' il principale crocevia stradale e ferroviario del paese, nonché il centro della vita affaristica e commerciale. Sorge a 1660 metri di altitudine, in mezzo a bassi rilievi tondeggianti, e per questo gode di un clima salubre con l'aria secca e pulita. L'aspetto è piacevole e ordinato, oltretutto non c'è assolutamente alcun pericolo, nemmeno camminare per strada a mezzanotte. Lungo i marciapiedi si possono incontrare individui di tutte le etnie del paese: Owambo, Herero, Kavango, Damara, Nama, San e Europei. Windhoek esiste solo da poco più di un secolo: durante l'occupazione coloniale tedesca la città divenne il quartier generale della Schutztruppe, il contingente militare tedesco inviato in Namibia per acquisire nuovi territori da colonizzare. Nel 1902 venne costruita una ferrovia fino a Swakopmund sulla costa e Windhoek conobbe una crescita improvvisa. In questo periodo iniziò a diventare il centro della vita economica, commerciale e amministrativa del paese, anche se l'anno della sua fondazione ufficiale è il 1965. A nostro avviso non ha nulla della tipica città africana, ma è comunque bella e interessante. Il centro ha una disposizione urbanistica a griglia ed è caratterizzato da una mescolanza di edifici coloniali tedeschi e moderne costruzioni colorate con brillanti tinte pastello. La via lungo la quale si concentra la maggior parte dei negozi e degli uffici amministrativi è Indipendence Ave, la parte centrale di Windhoek. Percorriamo il pittoresco viale pedonale "Post St Mall" dove si può trovare qualcosa d'artigianato locale e non, in legno, metallo, terracotta ecc. Ecco, qui bisogna fare un po' attenzione allo zaino/marsupio o alla macchina fotografica. Al centro del viale sono esposti alcuni meteoriti provenienti dalla pioggia meteoritica che scagliò nella zona di "Gibeon", nella Namibia meridionale, ben 21000 tonnellate di massi extraterrestri costituiti prevalentemente di materiale ferroso. Poi passiamo davanti all'ex Parco Zoologico, ora una bellissima area verde con aiuole fiorite e zone ombreggiate dove la gente si stende al sole durante la pausa pranzo. Appproposito di pranzo, è già l'una e mezza. andiamo a mangiare al ristorante "Gathemann's", un bel locale in un interessante edificio coloniale in Indipendence Ave: è ben arredato, le pietanze sono ottime così come i dolci fatti in casa. C'è anche un grande terrazzo con una dozzina di tavoli. Un punto a sfavore, ma a nostro avviso quasi irrilevante, è che si aspetta un po' più del solito forse perché le pietanze non sono precotte. In questa occasione abbiamo avuto il dispiacere di conoscere una banda di italiani di età ormai avanzata (45-50 anni) che si fanno subito notare chiedendo ad alta voce con arroganza e presunzione alla cameriera di colore se arrivano le pietanze, perché verso le otto di sera (sono appena le 14,00) devono prendere l'aereo. Portavoce di queste stronzate un elemento ridicolo con il sigaro in bocca che ama esporsi in pubblico, passando comunque da ebete!! Se avevano tanta fretta potevano andare ad un fast food! Oppure potevano starsene direttamente a casa, avrebbero fatto piacere a tutti. Dopo pranzo proseguiamo verso la chiesa Luterana tedesca che si trova su un' isola pedonale in cima a Peter Muller St. E' uno dei punti di riferimento più riconoscibili di Windhoek, perché si riesce a vedere da diverse zone della città. E' particolare perché fatta interamente in pietra arenaria con tonalità che vanno dal marrone chiaro, beige al castano. Continuiamo passando davanti all'attuale sede del Parlamento, il "Tintenpalast", poi davanti alla residenza del presidente della Namibia, la "State House", e di fianco alla St George's Anglican Cathedral, la più piccola cattedrale dell' Africa meridionale. Continuiamo verso il "Werth Lookout" ove arriviamo abbastanza accaldati: è un punto panoramico dal quale si godono vedute di tutto il centro cittadino. Una volta scesi all'angolo tra Meinert St e Molte st, vediamo il palazzo del 1902 "Oode Voorpost", restaurato nel 1988 che ospita l'ufficio prenotazioni della Namibia Wildlife Resorts, dove prima di partire dall'Italia, abbiamo telefonato più di una volta per accordarci sui permessi e sugli alloggi nei parchi naturali. Ora la temperatura, senza un filo d'aria né umidità, si aggira sui 25-27 gradi. Entriamo in un supermercato (Shop Prize o Shoprite) inizialmente per prendere gli ottimi succhi di frutta che hanno qui, ma poi restiamo un po' di più per mescolarci tra gente comune. Essendo il meno caro della città, è strapieno di gente di colore: merita una visita solo per ammirare la grande varietà di capigliature elaborate e colorate che le donne e le ragazze riescono a foggiarsi in testa. Intorno a noi è pieno di gente che tocca tutto, che si ferma a parlare in mezzo ai corridoi, il tono della voce è alto e i molteplici idiomi con gli schiocchi della lingua ci fanno ricordare le varie zone raggiunte durante il nostro viaggio. Decine di commessi riempiono all'inverosimile gli scaffali, oggetti che si rovesciano dappertutto, bambini tranquilli che non fanno storie (sembra impossibile..), carrelli che ci spingono a destra e a sinistra, insomma una "bella confusione"!!

17.08.2002

Windhoek La mattina, dopo esserci fatta un'idea ben chiara girando sui vari mercati, acquistiamo un oggetto in legno, lo facciamo ben imbottire e dopo averlo depositato alla nostra pensione, come d'accordo ci viene a prendere Giuditta verso le 13,00 per andare a pranzo in compagnia. Dopo un ottimo spuntino ci porta con la sua Land Rover a fare un giro attraverso i quartieri di Windhoek. Particolarmente ci è rimasta impressa una zona su una brulla collina senza un filo d'erba, dove c'è stata un'edificazione incontrollata di case unifamiliari con tipologie completamente diverse tra loro. Sono tutte attaccate, alcune con alte mura di cinta che le nascondono quasi completamente. Sono molto vistose, di cattivo gusto... Una frenetica ricerca dell'originalità, della diversità, ha portato questi nuovi ricchi (neri e bianchi) a costruire fabbricati decisamente brutti! Si va dal caratteristico lodge africano con copertura in paglia e struttura in legno, con a fianco il tipico fabbricato altoatesino con tetto molto ripido in lamiera e finestre all'inglesina. Oppure quella che sembra una riservetta militare per le munizioni con alte recinzioni e struttura a "cubo" e quell'altra con alte guglie e torri con le sembianze di un piccolo castello!! In sostanza un'inaudita caotica mescolanza di stili, colori e idee. Subito dopo questi quartieri nella periferia collinare della città, c'è posto solo per la natura selvaggia. Ci dirigiamo poi a casa di Giuditta in un bel quartiere con tanto verde, alberi e giardini fioriti. Facciamo quattro chiacchiere molto interessanti, poiché con il suo lavoro, facendo alcuni reportage in Africa, ha avuto l'opportunità di vivere in diversi paesi di questo magnifico continente. Ci ha confermato per esempio, che ancora esiste il razzismo ed è radicato in tantissima gente: ha avuto animate discussioni anche con alcuni suoi amici (nati in Sudafrica o in Namibia) che alla vista di una coppia mista dimostrano sdegno e fanno commenti sgradevoli. Se qualcuno chiede il perché di questa irritazione, non danno una risposta precisa: è così e basta, non ci sono spiegazioni. Continuano a dire :<. Chissà dove andremo a finire di questo passo, ... non c'è più religione..> ecc.. ecc. Poi abbiamo parlato dello sviluppo della Namibia: gli stati confinanti a est, soprattutto Zambia, Zimbabwe e Botswana, hanno un certo interesse ad avere uno sbocco sul mare sui porti della costa Atlantica, cosicché contribuiranno allo potenziamento della rete ferroviaria e stradale fino e in Namibia. Questo, come la storia insegna, porterà uno sviluppo lungo tutte le vie di comunicazione: abitazioni, negozi, servizi, insomma un indotto considerevole.
18.08.2002

Windhoek-Johannesburg-Parigi-Venezia

Porco cane, sono passate già tre settimane,.. Non ce ne siamo accorti che oggi, il giorno del ritorno! Andiamo a depositare l'auto: il parziale indica 5'391 km per il novanta per cento fatti su strade sterrate. A dire il vero non pensavamo di aver fatto così tanta strada, poiché non è come spostarsi sulle nostre vie di comunicazione: in giro ci sono pochissime auto, in alcuni tratti lunghi qualche centinaio di km non s'incontrava un incrocio nemmeno a pagarlo, autotreni o autoarticolati se ne vedono uno al giorno..... forse anche meno, i semafori ci sono solo a Windhoek e le curve sono un optional. Nel senso che anche nei tratti in salita verso qualche altopiano la strada era sempre diritta, non ci si stancava. Come ogni volta siamo tristi, prepariamo le valigie e lungo il tragitto fino all 'aeroporto non si dice una parola. Nelle nostre menti i ricordi di un paese dove lo sguardo abbraccia lunghi tratti costieri e neppure un filo d'erba interrompe il grigiore indistinto. Strade di campagna sulle quali si può camminare per ore con il cielo come unico tetto, distese di dune ai confini con il regno della fantasia e ancora pianure di rocce arse dal sole. Il deserto del Namib con le sue vaste distese di dune e l'incredibile oasi di Sossusvlei, l'immenso Fish River Canyon che al sud domina il desolato paesaggio, le terre tradizionali del Kaokoveld con gli amichevoli e disponibili Himba, l'Etosha National Park con il suo bizzarro assortimento di fauna.. E poi i suoi abitanti educati e gentili.., ci vengono in mente ancora tutti i nostri amici: Fritz, Gwendal, la bella bambina Joulie, la cameriera di colore al Waterberg e quella all'Aba Huab Camp dai nomi impronunciabili, Pita il ragazzo del distributore ad Opuwo originario dell'Angola, Giuditta la nostra luce a Windhoek, Bruce con la sua meticolosità al Brigadoon B&B, la ragazza Kavango al Cape Cross Lodge,.. e tante ma tante altre buone persone.
Una cosa certa è che durante il viaggio abbiamo affrontato diverse sfide sia per adattarci che per imprevisti dell'ultimo momento, ma la più grande si è rivelata questa: PARTIRE!!
Gabriella e Dario