di GP
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Rece di un viaggio in Tanzania (con AnM), dalla vetta del Kilimanjaro ai celebri
parchi Nazionali, da me cordinato nel '94.
"Una vetta dal nome Libertà"
"Fa caldo al lago Natron", si lamentano i miei compagni di viaggio,
mentre in Italia è Epifania e l'inverno procede avanti tutta. L'affermazione
riesce a farmi rabbrividire, al pensiero che fra due giorni saremo di ritorno
alle nostre "temperate" latitudini, immersi tra le brume e le nebbie,
nella consueta routine. Mentre mi rilasso all'ombra di un albero del campeggio
"Le cascate", posto allo sbocco di una stretta gola che si apre sul
lago, riaffiorano alla memoria le immagini del nostro breve e frenetico viaggio
in Tanzania, che in due sole settimane ci ha catapultato dalla vetta del Kilimanjaro
a quella dell'Ol Donyo Lengai, passando per i celebri parchi nazionali.
Tutto ha avuto inizio a Namanga, alla frontiera tra il Kenya e la Tanzania,
quando Simon Mayunga, la nostra guida Chagga, era venuto incontro al gruppo
per condurci quello stesso giorno a Marangu, porta d'accesso al Kilimanjaro.
Tre tappe, tre rifugi lungo la via di Marangu, segnano altrettanti punti di
sosta lungo il sentiero che per una quarantina di chilometri si snoda dall'ingresso
del parco nazionale del Kilimanjaro a 1800 m di quota fino al punto più
alto del vulcano, il picco Uhuru, "Libertà" in lingua swahili,
quattromila metri più in alto. Le statistiche dicono che soltanto una
su cinque tra le migliaia di persone che ogni anno tentano la via normale di
salita riescono ad ammirare da vicino il trono di ghiaccio di Ngai, il dio della
Montagna Bianca. Questi numeri non devono trarre in inganno, perché la
salita di per sé è poco più di un'impegnativa scarpinata
e le uniche incognite riguardano le condizioni meteo e l'effetto della quota.
Gli alpinisti sono solo una piccola minoranza tra le persone che si cimentano
e la salita, più che una sfida, è un itinerario volto alla scoperta
di un'Africa insolita, candida ed algida nel suo punto più alto tanto
quanto verde e ricca di vita lungo i versanti inferiori.
Dal Kili Gate al primo rifugio, il Mandara, si attraversa una folta foresta
pluviale popolata da scimmie e numerose specie di uccelli. La pista sterrata
che in tre ore di marcia conduce al primo rifugio è scavata nel folto
della giungla, solcata dalle tracce dei fuoristrada dopo pochi chilometri cede
il passo ad uno stretto sentiero che prosegue sotto la volta della foresta.
Salendo lungo la pista abbiamo incontrato numerose comitive provenienti dalla
direzione opposta che ci facevano, oltre ai saluti, anche gli auguri, auspicando
buona fortuna. Sul momento siamo rimasti perplessi di fronte a tanta gentilezza.
Avremmo compreso solo in seguito, al ritorno, come oltre alla cortesia fosse
presente anche un pizzico d'ironia nei riguardi di chi, accingendosi a salire
per la prima volta, ancora non aveva conosciuto la fatica implicita in un tale
proposito.
Alla sommità di una radura erbosa in lieve declivio, inondata da un sole
accecante, ci ha accolto il Mandara. La prima tappa ha termine presso questo
delizioso rifugio, costituito da un insieme di piccole capanne in legno che
ricordano le baite alpine, stile inconsueto per l'equatore. L'aspetto bucolico
del paesaggio ci ha indotto, non appena depositati gli zaini nei graziosi bungalow,
ad abbandonarci in amene conversazioni all'aperto, mentre i cuochi preparavano
il pranzo. Chiacchierando piacevolmente al sole, sdraiati su di un morbido prato,
non pareva vero di essere impegnati a salire sulla montagna più alta
del continente. Il mattino seguente, come al solito, siamo partiti in ordine
sparso precedendo i portatori, ciascuno con la propria strategia di marcia per
amministrare al meglio le forze in vista del balzo finale, reso più impegnativo
dalla quota. Il sentiero è ben marcato e l'andirivieni ininterrotto di
chi scende e di chi sale rende difficile perdersi pure per un bambino. Poche
centinaia di metri oltre il rifugio la foresta si dirada, l'orizzonte si allarga
e contro il liquido cielo blu cobalto si staglia netta l'imponente mole del
Mawenzi, la più bassa delle due cime del vulcano, dalle numerose e frastagliate
creste nere scalate per la prima volta dai mitici "ragni di Lecco",
mentre ancora più lontano il Kilimanjaro con il suo cappuccio di ghiacci
che splendono ammiccanti ci attirava irresistibilmente come il leopardo della
leggenda, che all'inseguimento di una gazzella giunse in cima e vi trovò
la morte, punito dal dio per aver osato entrare nella sua dimora.
Dopo cinque ore di marcia lungo un polveroso sentiero che attraversa una solitaria
brughiera d'erica si giunge all'Horombo, il secondo rifugio della serie, a 3720
m. Non avendone ancora avuto abbastanza, tre di noi hanno concluso la giornata
con un'escursione nei paraggi, sino a raggiungere la sommità di una collina
isolata e brulla che domina il canalone alla cui destra orografica si trovano
le costruzioni del rifugio, trecento metri più in basso. Le baite in
legno dipinto di verde dai tetti a spiovente in lamiera nera adibite a dormitori,
(dono dei norvegesi), sembravano un minuscolo villaggio fatato, popolato da
silenziosi gnomi neri. Scendendo verso quell'unico aggregato di umanità,
sperduto nella solitudine circostante, abbiamo attraversato un boschetto di
seneci giganti, alti fino a cinque metri, ai cui piedi crescevano alcune solitarie
lobelie. I seneci sono singolari forme vegetali, adattate dall'evoluzione alla
sopravvivenza sui rilievi africani. Non sono riuscito a resistere alla tentazione
di salirne uno che, come i suoi vicini, presentava un fusto interamente ricoperto
da uno spesso strato di foglie secche. Mi sono spesso chiesto quale fosse mai
l'età di una forma di vita così singolare. Le apparenze spesso
ingannano e questo è tanto più vero in questi luoghi, dove gli
anni si confondono con i decenni ed i decenni fluiscono nel tempo sospesi in
un'immobile apparenza d'eternità.
Sfidando le fredde carezze del vento, non siamo rientrati che dopo il crepuscolo,
ricompensati da un romantico tramonto quando il sole si è tuffato dietro
le nubi all'orizzonte, lasciando come ultima traccia di sé un colore
rosato sui ghiacciai sospesi al bordo del cratere del Kilimanjaro, somigliante
sullo sfondo del limpido cielo ad un enorme cono gelato alla fragola. Dopo cena
ci siamo addormentati quasi subito di un sonno pesante, ben coperti nei nostri
sacchi a pelo, appena preoccupati dal racconto di un gruppo di italiani incrociati
sulla via del ritorno. I malcapitati avevano dovuto rinunciare alla vetta il
giorno prima causa le forti raffiche di vento in cresta, in presenza di temperature
intorno ai meno quindici. Il giorno dopo abbiamo lasciato il rifugio di buon
mattino, diretti al Kibo Hut divisi in due gruppi. Il primo, composto da undici
persone, avrebbe seguito la upper route, cioè la via classica di salita
(lunga ma non ripida, 5 ore dall'Horombo). Il secondo, formato da cinque volontari,
seguendo la lower route (più ripida e articolata, 7 ore) sarebbe passato
attraverso la Sella dei venti, tundra pietrosa e desolata che, a 4500 m di quota,
congiunge il Mawenzi col Kilimanjaro. Purtroppo abbiamo trovato i laghetti della
Sella asciutti, forse per via della stagione secca o forse perché qui
le precipitazioni si vanno in media facendo sempre più rare col passare
degli anni. Non si sa ancora se il responsabile sia il noto effetto serra, deus
ex machina di ogni calamità atmosferica da quando ne è stata dimostrata
la pericolosità per i delicati equilibri del clima. Quale che sia la
causa, tuttavia, sembra accertato che i ghiacciai del Kilimanjaro, già
in fase di ritiro da oltre un secolo, come testimoniato dalle vecchie fotografie,
non abbiano più di quarant'anni di vita. Non posso fare altro che invitare
gli interessati a venire di persona per ammirare questo superbo residuo dell'ultima
era glaciale nel tempo che ancora gli è concesso.
Nel volgere di un'ora ci siamo ritrovati al Kibo, l'ultimo rifugio prima del
tratto finale. Approfittando del sole alcuni di noi hanno fatto asciugare gli
indumenti inumiditi dal sudore stendendoli sopra alcuni massi, per poi sdraiarsi
a prendere il sole a torso nudo sulle calde rocce alla rispettabile quota di
4700 m, quasi quanto la cima del monte Bianco. Il cocktail micidiale di mal
di testa combinato con la stanchezza è sempre stato in agguato, anche
se il peggio lo avremmo sperimentato solo la notte dopo, con l'ultimo sforzo.
Riversi sulle rocce dietro al rifugio, riparati dal vento, sembravamo tanti
lucertoloni rosa che cercano di immagazzinare quanto più calore possibile
per utilizzarlo di notte. Quella sera a cena il piatto unico a base di stufato
di patate non ha entusiasmato nessuno, nonostante la sapienza del cuoco nel
trattare le inappetenze dovute alla sindrome d'alta quota. Dominati come eravamo
dall'apprensione per la salita abbiamo mangiato pressoché in silenzio,
senza la voglia di scherzare delle sere precedenti, quando ci sbilanciavamo
in improbabili quanto ottimistici toto-cima, oramai talmente a portata di mano
e tuttavia ancora così elusiva da far diventare scaramantici anche i
più refrattari tra noi. Fissata la sveglia a mezzanotte tutti si sono
coricati subito. Fuori, la luce rossa del tramonto incendiava le nere creste
del Mawenzi, che si erge a valle del rifugio all'altro estremo della Sella dei
Venti, sino a quando il cono d'ombra del Kibo non lo ha ricoperto, nero sul
nero. Rientrato in rifugio mi sono sdraiato su una branda, completamente vestito
per la partenza, aspettandone l'ora senza riuscire a riposare davvero, sospeso
in un sonno inquieto sull'orlo di un mare di sogni caotici.
Trenta minuti dopo mezzanotte, riempite le borracce con del tè caldo,
eravamo tutti già pronti a partire, per cui si è deciso di anticipare
di mezz'ora la partenza, inizialmente prevista per l'una. Siamo saliti ordinatamente,
allineati in fila indiana dietro alla guida che procedeva con un ritmo lento
e costante durante il lungo tratto iniziale, illuminato da una vivida luce lunare
che ha reso inutili i frontali non appena abituata la vista al chiarore della
notte. La traccia, facilmente riconoscibile, avanza a zigzag per i primi mille
metri di dislivello, in cui si sale per uno smisurato ghiaione di pietrisco
e pomice, circostanza che rende l'avanzata assai faticosa. Su questa autostrada
di brecce la comitiva si è sgranata, due hanno rinunciato mentre tutti
hanno accusato, chi più chi meno, mal di testa e nausea, dovuti principalmente
ad un acclimatamento troppo breve. La vetta vera e propria si trova quasi dalla
parte opposta rispetto al punto in cui si giunge sul bordo del cratere, la punta
di Gillman, per cui occorre circumnavigare la caldera per un paio di chilometri
procedendo in cresta, attraversando nevai, ora scendendo ma più di frequente
salendo esposti al vento gelido. E' questa la parte più impegnativa,
che sovente dispensa il rimpianto di una rinuncia dopo aver regalato l'illusione
di un successo.
Finalmente alle sei e trenta sono arrivato all'Uhuru peak, la punta libertà,
5895 m, appena in tempo per vedere sorgere il sole. Il cielo era limpido, sospeso
al di sopra di un mare di nubi apparentemente solido che nascondeva alla vista
le pianure sottostanti. La fantasia ha preso allora il sopravvento lasciando
spaziare l'immaginazione là dove lo sguardo non poteva arrivare: dagli
alberi di fiamma di Thika alle pianure di Serengeti, dalle montagne della Luna
alle guglie del Kenya. Il paesaggio è comunque straordinario, dominato
dagli azzurri ghiacciai pensili che poco sotto la cima si precipitano in basso,
quasi a voler fondersi con i cumuli delle nubi. Mentre aspettavo l'alba ho scattato
qualche foto firmando poi il libro di vetta, impresa non da poco con le dita
rese insensibili dal gelo. Alla fine hanno raggiunto la cima undici dei nostri,
anche se non tutti contemporaneamente. Ho stappato, come promesso, la bottiglia
di spumante (un'ottimo brachetto) che avevo portato appositamente dall'Italia
per l'occasione, (è bene sia servito freddo, anche se in quel frangente
si era parzialmente ghiacciato) offrendone ai presenti. A confutare la diceria
che i frequentatori delle montagne sono tutti buoni bevitori solo pochi coraggiosi
ne hanno gradito un sorso!
Per vincere il freddo e arrivare rapidamente al rifugio sono sceso di corsa.
Al pari dell'andata, il tratto più lungo è stato il periplo del
bordo, per il quale, anche correndo, si impiega circa mezz'ora. In altri quindici
minuti si discendono i rimanenti mille metri di dislivello che separano la punta
Gillman dal rifugio: correndo a grandi balzi sugli scoscesi pendii di fine pietrisco
mi sembrava di volare...