di Mario R.P.
http://www.geocities.com/african_batiks/
Ecco Brest… E con le isolette della costa bretone sfugge l’ultimo
lembo di Europa. L’aereo, dopo aver percorso una stranissima rotta passa
sotto il controllo di un radiofaro irlandese per poi esser preso in consegna
da quello successivo a Terranova. Poi allineandosi con la costa canadese punta
decisamente verso sud, Stati Uniti, Florida, mar dei Caraibi. Dovremmo far scalo
a Santo Domingo ma veniamo informati che il giro viene invertito, quindi si
vola senza soste verso la costa del Venezuela. Dopo 9 ore esatte dal decollo
e un giro decisamente inconsueto, l’accumulo di nubi sull’oceano
preannuncia la presenza di un’isola. Siamo in vista di Barbados. L’aereo
si abbassa sul mare, le onde sono sempre piu’ nette e piu’ spumeggianti,
d’improvviso il mare da blu intenso diventa azzurro poi verde smeraldo
poi verdino e poi un tratto di spiaggia bianchissima, palme, alberi, stradine
e case ben curate sfrecciano sotto la carlinga… siamo arrivati con 4 ore
di anticipo grazie al cambiamento di programma. Le formalità all’immigration
sono proprio ridotte all’essenziale e dopo 20 minuti dall’atterraggio
siamo in attesa di Milena sul piazzale dell’aeroporto Grantley Adams di
Barbados, coccolati dal tepore del tropico, dall’aria umida, dal sole
e dai profumi della perla dei caraibi.
Milena si era preoccupata di telefonare all’aeroporto per verificare l’ora
del nostro arrivo e quindi si è precipitata subito a prelevarci. Nell’attesa
intanto mi guardo in giro. Quasi tutti sono di origine africana. C’è
molto movimento ma, contrariamente a quanto accade in africa, la prima impressione
è diversa. Pur essendoci tanta gente indaffarata, macchine che transitano
per l’aeroporto, biciclette, minibus e taxi... non riesco subito a percepire
quello di cui mi renderò conto poco dopo durante il tragitto verso casa:
Barbados è un’isola ordinata. Milena e Mark arrivano. Fa sempre
piacere trovarsi. Poi se ci si ritrova a migliaia di km da casa fa ancora più
piacere. Poi se si aggiunge che era da tempo che pensavamo e attendevamo questo
viaggio ne fa ancora di più. Saliamo sull’auto di Mark e Milena
e lasciamo l’aeroporto. La guida è a sinistra, come in Inghilterra
di cui Barbados è stata per circa tre secoli una colonia ed ancora oggi,
dopo aver ottenuto l’indipendenza il 30 novembre 1966, fa parte del Commonwealth.
Mark e Milena abitano nella zona sud dell’isola a pochi metri dall’oceano,
in una casetta da sogno in cui aleggia un delicato profumo di vaniglia, situata
in una zona tranquillissima, Silver Sand, soleggiata dal mattino alla sera e
ben ventilata, al pian terreno e vicinissima al mare. Silver Sand si trova all’estremità
sud dell’isola, in uno dei due punti particolari (North Point a nord e
South Point, vicinissimo a Silver Sand, a sud) in cui si incontrano il mar dei
caraibi e l’oceano atlantico. Barbados infatti è bagnata ad ovest
dalle onde tranquille del mar dei caraibi mentre sulla costa est si infrange
l’oceano atlantico con tutta la potenza delle sue onde che giungono dall’Africa
senza trovare ostacoli e che in certi punti, abbattendosi sulle scogliere, provocano
spruzzi maestosi e altissimi. A North Point raggiungono altezze decisamente
ragguardevoli. Barbados inoltre, trovandosi in una posizione decentrata verso
est rispetto all’arco disegnato dalle isole caraibiche, è al di
fuori della rotta seguita normalmente dagli uragani essendone quasi immune.
Scoperta casualmente nel 1536 da un navigatore portoghese, Barbados deve il
suo nome alle lunghe e curiose radici aeree, simili a lunghe barbe, degli alberi
di ficus un tempo molto diffusi nell’isola e che stimolarono la fantasia
dei primi portoghesi i quali li nominarono per l’appunto los barbados.
Essendo fuori dalle rotte comunemente frequentate dai navigatori dell’epoca,
Barbados per circa un secolo fu ignorata dagli europei ma nel 1625 giunsero
gli inglesi che la dichiararono loro possedimento. Al loro arrivo l’isola
era disabitata. Col passar del tempo Barbados si popolò di inglesi e
dei loro schiavi africani e di coltivazioni di canna da zucchero che ne decretarono
la fortuna. Attualmente nell’isola vivono circa 270.000 persone quasi
tutti discendenti degli antichi schiavi africani.
Dopo esserci sistemati e cambiati facciamo un giretto serale per comperare qualche
provvista. Andiamo quindi a Oistins, un caratteristico paese a pochi km da casa
con un mercato del pesce in cui ci sono anche diversi localini all’aperto
gestiti dai pescatori in cui si può mangiare un pesce veramente ottimo.
Visto che siamo reduci dal viaggio decidiamo di prendere del pollo da mangiare
a casa prima di andare a letto. La mattina, complice il fuso orario, ci svegliamo
prima dell’alba e quindi decidiamo di andarla a vedere in riva all’oceano.
L’aria è tiepida nonostante il sole non sia ancora sorto e il vento
spira da sudest portando il profumo fresco e salato del mare aperto. Silver
Sand, come gran parte della costa sud e della costa est affacciata sull’oceano
atlantico, alterna tratti di scogliera di origine corallina a tratti di spiaggia.
Sulle scogliere nugoli di granchi sono indaffarati nelle loro occupazioni mattutine
annaffiati costantemente dagli spruzzi delle onde che il vento fa generosamente
arrivare anche a noi. E’ arduo cercare di proteggere la macchina fotografica
ma lo spettacolo dell’oceano lo si deve ammirare da vicino e sentire l’acqua
sulla faccia.
Guardando verso sud, il sole sorge a sinistra, proprio parallelo alla costa.
Come sempre succede, ai tropici l’alba è velocissima e la luce
incerta che la precede viene spazzata via come un sipario dalla luce del sole
che, con questa angolazione, non si riflette sull’oceano ma sulla spiaggia.
Ogni onda che torna al mare si porta con sé l’oro del primo sole
della giornata. Velocemente i colori si saturano, il blu del mare, l’azzurro
del cielo, il verde dei cespugli e delle palme, il bianco e il giallo dei frangipane
e le decine di varianti di colori della buganvillea che va dal bianco candido
al viola scuro. Il vento si scalda ma rimane sempre piacevole e sulla pelle
sento il calore del sole che mi avvolge come un foulard di seta.
Bene, ora non c’è niente di meglio che una bella colazione. A casa
c’è Simba, il cane di Milena, che ci accoglie come se ci conoscesse
da sempre e che sorveglia attentamente ogni minimo movimento di cibo nella speranza
di ottenere qualche boccone gratis. Ma le disposizioni di Milena sono chiare:
niente cibo fuori orario altrimenti si ingrassa. Con un’espressione tra
il deluso e il rassegnato Simba assiste alla fine della colazione poi esce in
giardino e si stende al sole mentre noi decidiamo cosa fare di questa splendida
giornata.
Oistins è il principale porto di pesca di Barbados dove ha sede il mercato
del pesce e dove presso i locali dei pescatori la sera si gusta del pesce eccellente.
All’ingresso di Oistins, provenendo da Silver Sand, c’è Miami
Beach una delle tante bellissime spiagge bianche e rosate di Barbados. Dal punto
in cui terminano gli alberi, circa trenta metri di sabbia bianca conducono al
mare. Sulla sinistra la costa è rocciosa e decorata dagli spruzzi dell’oceano
simili agli sbuffi delle balene, poi d’improvviso la roccia cede spazio
alla sabbia. L’acqua è troppo invitante e poi è tiepida,
anzi, calda, insomma una delizia che ci godiamo per un paio d’ore. Poi
pranziamo all’ombra degli alberi e beviamo un fresco “coconut punch”.
Mi piacerebbe tornare a piedi per gustarmi il paesaggio e vedere bene i dintorni.
Ne parliamo con Milena che ci indica la via e più tardi, dopo un breve
giro a piedi per il paese, ci incamminiamo. Scopro così una strada che
subito mi affascina e che ogni volta che ne ho avuto l’occasione ho ripercorso
a piedi molto volentieri. Atlantic Shores è quasi un piccolo mondo appartato
e tranquillo affacciato sull’ultimo lembo dell’oceano atlantico.
Ville e villette circondate da enormi boschi di buganvillee e con alberi di
frangipane dal profumo dolciastro e tipicamente tropicale. Un profumo che mi
ricorda tanto l’Africa. Ne scopro anche una varietà che non avevo
mai visto prima con i fiori rosati e rossi invece che bianchi. Minuscoli colibrì
banchettano danzando tra i fiori, sembrano mosconi come dimensione ma come eleganza
nel volo non hanno rivali. Tra una proprietà e l’altra è
d’obbligo lasciare un passaggio per raggiungere la riva che è percorribile
a piedi. Questo è un tratto di costa frequentato dai surfisti che generalmente
a Barbados trovano onde e venti ideali infatti arrivano da ogni parte del mondo.
Da qui a Silver Sand ne vediamo tanti compiere evoluzioni sulle onde ed anche
Mark è un surfista molto bravo. Raramente passa una macchina e puntualmente
la gente a bordo ci rivolge un cenno di saluto. Passiamo davanti ad uno dei
fari di Barbados situato in una posizione un po’ più elevata rispetto
alle altre costruzioni e qualche decina di metri dopo abbandoniamo la strada
per percorrere il sentiero in riva al mare. Oltre ai fiori, anche molti tipi
di uccelli hanno fatto di quest’isola la loro dimora. Oltre agli uccelli
marini di cui le fregate con un’apertura alare notevole sono probabilmente
i più grandi rappresentanti, si incontrano molti colibrì difficili
da notare per le ridotte dimensioni e per la loro velocità di spostamento,
tortore, uccelletti neri simili a merli con un piumaggio lucidissimo, garzette,
aironi e tanti altri per un totale di 180 specie presenti sull’isola.
Un curioso abitante di Barbados è la rana fischietto che emette un richiamo
veramente particolare. Costeggiamo il mare e giungiamo a casa nel tardo pomeriggio.
Questa sera si va a St. Lawrence Gap dove, tra l’altro, c’è
un concerto di musica reggae.
Barbados è un’isola vivace sia di giorno che di notte. St. Lawrence
Gap è senz’altro uno dei luoghi più vivaci di Barbados.
Situata alle porte di Bridgetown, la capitale, questa via ospita un gran numero
di locali caratteristici in cui si può ascoltare musica dal vivo, gustare
dell’ottimo rum barbadiano, passeggiare nella calda sera tropicale. La
via inizia in corrispondenza di una graziosa baia, la percorriamo tranquillamente
a piedi e Mark ogni metro trova qualche amico con cui scambiare quattro chiacchiere
(ma più spesso otto, sedici, trentadue ecc. ecc. i Bajans amano parlare,
Mark ama molto parlare e conosce moltissima gente. Inoltre siccome è
molto simpatico e spiritoso i suoi amici si soffermano volentieri con lui).
St. Lawrence Gap procede tra locali, alberi, il ritmo del calypso e tanta gente
per strada e noi seguiamo lentamente il suo percorso fino al luogo in cui si
tiene il concerto. La musica è ottimo reggae tradizionale: basso insistente
e trainante, ritmo jamaicano, capelli da rasta raccolti nel tipico berretto,
voce nera, occhiali neri anche di notte, insomma impossibile non restare coinvolti
dal ritmo e dal feeling anche sgranocchiando delle palline di pesce fritto.
C’è tanta gente al concerto ma non c’è ressa, tutti
seguono il ritmo vagamente ipnotico dalla coppietta avvinghiata intenta a masticare
chewing gum alle vecchie signore vestite in puro stile “via col vento”,
dall’anziano signore dall’aria austera e accademica al gruppetto
di ragazzi alti e magri che si muovono come se fossero disarticolati. Tutti
neri, tutti catturati dalla musica, tutti belli. Lungo il perimetro del campo
sono sistemati diversi chioschi dove cucinano in prevalenza pollo e pesce e
dove mi lascio tentare da un piatto di pollo alla griglia col riso e una birra
Banks. E intanto sto ascoltando in loco una delle migliori musiche prodotte
dalla fantasia afroamericana, e fa caldo, e la brezza notturna fruscia tra le
palme, e ci sono quintali di stelle...
North Point, come tutti i luoghi in cui qualcosa termina e qualcos’altro
inizia, ha un fascino particolare. Qui infatti finisce Barbados e lo fa nel
modo piu’ spettacolare. Enormi scogliere a picco sul mare formano un ostacolo
contro cui si infrangono con tutta la loro potenza le grandi onde oceaniche
ognuna con la violenza di un temporale e sollevano spruzzi altissimi che superano
di parecchi metri l’altezza della scogliera. Guardando lontano verso est,
lungo la costa, gli spruzzi formano una specie di nebbia biancastra. Il vento
di nordest li vaporizza e li disperde nell’aria e strapazza i pochi arbusti
tenacemente aggrappati alle rocce, è talmente forte che i tentativi di
seminare qualche pianta al riparo di muretti antivento sembrano battaglie perse
in partenza. Sulla sommità della scogliera c’è un curioso
bar i cui muri sono letteralmente tappezzati di biglietti da visita e banconote
lasciate dai clienti. Al di fuori una specie di totem indica la direzione e
la distanza delle varie località del mondo ma è alquanto approssimato,
infatti indica Roma e Nairobi dalla stessa parte. Bisogna camminare con cautela
sulle scogliere, ogni tanto si vedono delle pozzanghere bianche che sembrano
ghiacciate. E’ il sale lasciato dall’evaporazione, pensare che siamo
almeno venti metri sopra il livello del mare e comunque gli spruzzi arrivano
fin qui! North Point è un posto selvaggio, uno spettacolo grandioso,
come una cattedrale gotica francese, termina la terra e ricomincia il mare.
Oppure, voltandosi, termina il mare e inizia la piccola Barbados con le sue
palme e i suoi fiori, i suoi campi di canna da zucchero con i resti delle antiche
fattorie e le sue chiese. Girando per l’isola si trovano molte chiese
dallo stile tipicamente inglese, alcune hanno anche un piccolo cimitero in cui
tombe di pietra riportano date risalenti agli inizi del 1800. Erano gli anni
in cui le piccole ciminiere e i mulini a vento, ora avvolti dai rampicanti,
lavoravano alacremente per trasformare la canna, e lo zucchero e il rum venivano
imbarcati sui velieri e partivano alla volta dell’Europa. Erano gli anni
in cui le fattorie erano vive e laboriose, in cui gli schiavi si trasformavano
in lavoratori dipendenti grazie all’abolizione della schiavitù
avvenuta nel 1834, gli ultimi anni di prosperità per la piccola isola
finché in Europa non si iniziò la più economica lavorazione
della barbabietola e la canna da zucchero iniziò a perdere il suo valore.
Scendendo da nord lungo la costa est - la costa atlantica - si attraversano
alcuni tratti di campagna coltivati a canna da zucchero oppure intervallati
da filari di palme altissime e boschi di mogano. Ogni tanto qualche casetta
variopinta, le chattel houses tipiche costruzioni in legno appoggiate per terra
che si possono facilmente trasportare altrove. Il territorio è collinare,
dopo una salita all’interno di una galleria naturale formata dai rami
degli alberi che si intrecciano impedendo la vista del cielo si arriva in cima
a Cherry Tree Hill da cui si gode un panorama senza fine. Fin dove arriva la
vista si può seguire la costa che si dirige verso sud. Le onde bianche
dell’atlantico rotolano ritmicamente verso la terra e le chiome delle
palme seguono il soffio deciso degli alisei verso l’interno dell’isola
poi tutto si mischia nell’azzurro dell’orizzonte. La strada scende
dalla collina verso la costa all’inizio con una discesa abbastanza ripida
e poi sempre più dolce. Passa accanto ad uno dei mulini a vento restaurati
e aperti al pubblico, passa vicino a una ciminiera di un’antica distilleria,
passa davanti alle case colorate da cui escono anziane signore dai capelli bianchi
con ombrello per il sole e cappellini rubati a Mary Poppins, passa in mezzo
ai boschetti di alberi del pane su cui crescono grandi frutti che opportunamente
lavorati danno un cibo simile al pane e alla fine arriva al mare. Qui le spiagge
sono bianche e lunghissime. Al termine della spiaggia ricomincia la scogliera
e poi un’altra spiaggia e un’altra scogliera. E’ una costa
selvaggia e suggestiva in cui si annida l’unico vero pericolo di Barbados:
la mancinella. E’ un arbusto che produce dei frutti simili a piccole mele
dall’aspetto accattivante ma dagli effetti molto sgradevoli. Addirittura
se ci si ripara sotto uno di questi arbusti mentre piove e la pioggia scivola
dalla pianta alla pelle può dare forti irritazioni.
A metà della costa est si arriva a Bathsheba dalla spiaggia molto frequentata
e con grandi faraglioni erosi alla base dall’azione del mare tanto da
sembrare enormi funghi dai quali i ragazzi si divertono a tuffarsi in mare.
Anche questo tratto di costa malgrado la presenza del paese è molto selvaggio.
Vi si arriva dall’alto, improvvisamente quello che era un panorama di
campagna si apre rivelando una lunga spiaggia al cui termine la scogliera si
prolunga nel mare. Al largo le onde si accalcano e si infrangono l’una
sull’altra finchè giungono a riva con meno impeto. Nella baia successiva
c’è un villaggio di pescatori che, visto dall’alto, sembra
quasi del nord Europa. Ci fermiamo a Bathsheba per pranzo, le famiglie barbadiane
sono riunite sotto le piante al limite della spiaggia intente ai loro picnic
e alle loro grigliate mentre su un campo vicino si svolge una partita di cricket,
altro retaggio della colonizzazione inglese. Uno dei passatempo della gente
di Barbados, e probabilmente il preferito, è il gioco del domino. Gruppi
di persone si riuniscono attorno a un tavolo sotto un albero e giocano cercando
di intimidire gli avversari sbattendo il più forte possibile le tavolette
sul piano del tavolo, un po’ come i nostri vecchi che, giocando a briscola
all’osteria, buttano a terra le carte il più violentemente possibile.
Ne nascono discussioni molto accese, come durante le partite a scopa, ognuno
si ricorda perfettamente tutte le tavolette giocate, quali rimangono da giocare
e chi le ha. Hanno le loro strategie di gioco collaudate e se un inesperto tentasse
di giocare con loro farebbe una figura ridicola.
Bridgetown, sorta nel 1627, è la capitale di Barbados. Come tutte la
capitali ha i suoi problemi relativi al traffico, per giungere in centro al
capolinea del bus c’è una discreta coda ma alla fine ci arriviamo.
Il centro di Bridgetown si può girare comodamente a piedi. Al suo ingresso
c’è la bella spiaggia di Carlisle Bay. Sembra impossibile che alla
periferia di una città di 100.000 abitanti con un porto nei pressi si
possa trovare una spiaggia bianchissima, pulita e con un mare cristallino eppure
è proprio così. Dal piazzale del capolinea si costeggia a piedi
uno dei pochissimi corsi d’acqua dell’isola e si giunge al Chamberlain
Bridge, si passa sotto l’Independence Arch e si arriva in Trafalgar Square
in cui, ovviamene, non può mancare la statua dell’ammiraglio Orazio
Nelson eretta addirittura in anticipo di circa vent’anni rispetto a quella
che si trova nella più celebre Trafalgar Square di Londra. Il primo edificio
che salta all’occhio è il palazzo del parlamento mentre alla destra
della piazza - dando le spalle al ponte - sulla facciata di un palazzo sono
dipinti i volti degli eroi nazionali di Barbados, gli stessi che sono raffigurati
sulle banconote. Girovaghiamo per il centro e per i negozi. Razzoliamo tra le
numerose magliette di Ganzee, belle, colorate, di un cotone eccezionale e ne
prendiamo diverse. Entriamo in un altro negozio di abbigliamento piuttosto anonimo.
E’ un po’ fuori dal flusso della gente, all’interno ci sono
tante persone ma non c’è nemmeno un turista. La merce non lascia
molto spazio alla circolazione dei clienti ma cercando bene si trovano tantissime
magliette belle quasi come quelle di Ganzee ma che costano la metà. Il
cotone non è bello come l’altro ma è comunque migliore di
quello europeo. Facciamo un giro costeggiando il Careenage in cui si trovano
molte imbarcazioni, poi ci dirigiamo nuovamente verso le vie del centro per
un altro giro curiosando qua e la.
Chicken Rita: un tavolo sotto le stelle, tovaglia di carta, la quiete della
notte, l’aria calda e profumata. Questi sono i primi ingredienti che mi
fanno apprezzare il locale. Gli altri vengono successivamente: pollo, patatine,
birra, rum. Sembra una normale casetta in realtà qui si cucina un pollo
eccezionale. Siamo in tanti, oltre a noi quattro ci sono anche altri italiani
conoscenti di Milena. Ad un altro tavolo alcuni barbadiani di diverse età
giocano a domino. Mi sembra che i vecchi raccontino cose successe molto tempo
fa, non capisco molto dei loro discorsi anche perché non sempre parlano
un inglese puro ma anche una specie di dialetto. La serata procede tranquillamente
tra i racconti di ognuno sulla propria vacanza a Barbados e scambiandoci opinioni
sui posti visitati; il pollo, servito in una grossa teglia rossa, sparisce velocemente
come pure le patatine e la birra. Alla fine un bicchiere di rum. A dire il vero
non mi sembra di aver altre necessità, me ne starei qui volentieri per
molto tempo nella pace notturna sotto le stelle senza mai annoiarmi. Sarà
la birra, sarà il rum, sarà tutto l’insieme ma sento che
l’unica persona al mondo per cui provo un’invidia profonda è
proprio Milena che se ne sta qui al caldo tutto l’anno in un’isola
che non conosce la neve e l’inverno e nemmeno lo stress, dove la gente
usa il clacson solo per salutare i conoscenti, dove tutti ti salutano sorridendo
se solo incroci il loro sguardo. E intanto nei dintorni le rane fischietto lanciano
i loro richiami notturni.
All’ingresso del parco vediamo con piacere che non c’è ancora
nessun visitatore, siamo i primi e possiamo prendercela con tutta calma. In
fin dei conti dobbiamo vedere alcune centinaia di specie diverse di orchidee.
Milena è appassionata di orchidee e ci guida con molto piacere nella
visita illustrandoci le diverse caratteristiche dei fiori. Uno dei campi in
cui la natura ha dato libero sfogo alla fantasia è proprio la creazione
di tante varietà dello stesso fiore che ha addirittura alcune caratteristiche
inconsuete per essere un vegetale. Scopro con un pizzico di incredulità
che alcuni tipi di orchidea non hanno la necessità di avere le radici
per terra. Se ne stanno tranquillamente sospese per aria con le radici che catturano
l’umidità atmosferica e se ne nutrono. Scopro che la vaniglia non
è null’altro che una specie di orchidea, annusandola sembra un
budino. Scopro anche che non tutte le orchidee sono profumate ma quello che
lo sono hanno profumi sorprendenti. Un genere profuma di acqua di mare. I colori
superano anche la fantasia di van Gogh andando dal bianco al nero passando per
tutto lo spettro dei colori visibili. Alcune sono verdi come le foglie, altre
hanno il petalo che inizia bianco e termina viola intenso passando per tutte
le sfumature che ci sono tra i due colori. Alcune sono tinta unita, altre punteggiate,
altre macchiate altre ancora striate. Anche le dimensioni variano moltissimo,
l’unica caratteristica che le accomuna è di avere cinque petali
e di essere affascinanti. Un’orchidea arancione con tanti puntini scuri
all’estremità dei petali attira una farfalla dello stesso colore
e con gli stessi puntini, sarà proprio una coincidenza? Le aiuole si
susseguono una dopo l’altra nella penombra, si sente il profumo della
terra umida, sembra di essere nella jungla dove abbondano le orchidee selvatiche.
Sui tronchi delle palme spesso si vedono dei ciuffi estranei che sono appunto
le orchidee selvatiche. Contrariamente ad altre piante rampicanti, come l’edera,
o parassite, le orchidee si servono dei tronchi delle altre piante non per nutrirsene
ma per avere un punto d’appoggio. La passeggiata fra le orchidee prosegue
vicino al luogo in cui si erge uno dei “los Barbados”, un curioso
ficus le cui radici pendono dai rami come tante barbe fino a toccare terra.
Se fossi stato un pirata che veleggiava nel mar dei caraibi seguendo il vento
tra il Venezuela e le Isole Vergini, avrei senza dubbio scelto Foul Bay per
stabilire il mio covo e magari seppellire qualche forziere per nascondere il
tesoro. Situata sulla costa sud est, si accede a questa incantevole baia per
mezzo di una stradina in discesa e molto ripida. La costa descrive un arco lungo
circa duecento metri alle cui estremità due grandi scogliere nere penetrano
nel mare delimitando la baia. Nella parte centrale dell’arco una distesa
di spiaggia dorata frena la corsa dei cavalloni arruffati e disordinati dell’atlantico.
Al termine della spiaggia un piacevole boschetto regala abbondante ombra e invita
a stendersi per riposarsi. Al termine del bosco le pareti di roccia delimitano
la parte interna della baia. Ma la scelta della baia in cui costruire il covo
è alquanto ardua se si considera anche Bottom Bay in cui la parte interna
con la parete di roccia corallina è orlata da palme talmente alte da
superare in altezza la scogliera stessa. E poi dopo ce ne sono altre, una più
bella dell’altra, una baia, una scogliera poi un’altra baia e un’altra
scogliera e poi ancora; tutte contornate da palme ondeggianti, con una sabbia
che ruba il colore al sole, un mare sconfinato e un cielo costantemente solcato
da tante nuvolette bianche come le vele delle navi e veloci come gli alisei.
Vicino a Bottom Bay c’è una vecchia casa abbandonata. E’
diroccata, c’è solo la struttura esterna, l’interno è
quasi tutto crollato. Ma dalla struttura si indovina come doveva essere bella
quando fu costruita. Guarda sulla baia verso il mare, forse un tempo qualcuno
scrutava dalle finestre proprio in quella direzione attendendo una nave oppure
ammirava lo spettacolo dell’alba mentre nell’aria si diffondeva
il profumo della canna da zucchero. E’ grande, molto grande, doveva ospitare
molta gente, si intravede quella particolare protezione che si usa da queste
parti per proteggere le finestre dall’impeto della pioggia che sembra
un piccolo tetto costruito intorno agli infissi. Un porticato circonda la casa
e dietro un’altra casa più piccola nelle stesse condizioni doveva
ospitare la servitù. Non si riesce a intuire come fossero disposti i
locali e a quali usi fossero adibiti, ma con la fantasia si può far rivivere
quella che un tempo doveva essere una bella villa e ora, giorno dopo giorno,
viene soffocata dalla vegetazione.