di Elena
http://digilander.iol.it/elenabizzotto
Splendido viaggio a Cuba di 15 giorni, con finale a sorpresa per l’arrivo
dell’uragano Charley. Di conseguenza i giorni sono diventati 16, poiché
dovevamo partire proprio la sera in cui passava “el ciclon” e quindi
l’aeroporto è stato chiuso per un giorno intero (a causa anche
dei danni subiti).
Ma partiamo dall’inizio. Abbiamo prenotato l’aereo e la casa particular
a L’Avana per 2 notti. Arriviamo alla sera tardi (ore 21.30 locali –
ore 3.30 in Italia) e andiamo subito a fare un giro per L’Avana fino all’1.00
ora locale. Entriamo in un Comitato de la Revolucion e un signore anziano su
una carrozzella ci spiega tutta la storia della Revolusssion (diceva proprio
così) Cubana, del Comandante Che Guevara, dei 5 prigionieri politici
in USA, ecc.ecc. Molto interessante e molto simpatico (aveva una bella maglietta
rossa con la scritta “ABAJO EL BLOQUEO”).
Il secondo giorno visitiamo L’Avana. Molto affascinante e contraddittoria.
Soprattutto La Habana Vieja è interessante, con bei edifici coloniali
restaurati. La sera, lungo il Malecon, conosciamo Alex, un ragazzo cubano molto
allegro e loquace che ci parla per un’ora del suo Paese. D’altra
parte noi eravamo appena arrivati ed eravamo molto curiosi, quindi lo bombardavamo
di domande. Alla fine ci chiede se può accompagnarci in un buon locale
a mangiare qualcosa (bisogna abituarsi a queste richieste, soprattutto all’Avana).
Ci dice che se andiamo, lui si becca 1 $ per ogni nostra consumazione. Se non
altro è stato onesto a dircelo. Noi abbiamo già cenato e allora
ci chiede se abbiamo una maglietta da dargli. Ne avevamo portate da casa perché
eravamo informati della non florida situazione cubana, quindi gli diciamo di
seguirci alla casa particular dove alloggiamo. Appena partiamo ci ferma la polizia.
Gli chiede i documenti (solo ad Alex), chiama in centrale, fa degli accertamenti.
Alex ci dice di restare tranquilli, che è la prassi. Ci chiede di stare
vicino a lui altrimenti la polizia lo porta direttamente in centrale. Tutto
a posto. Ripartiamo. Ci dice che ci sono molte telecamere per le strade per
controllare che i turisti non vengano importunati o derubati. Rubare a un turista
è considerato reato di primo grado, e si prende 15 anni di galera (questa
cosa ci verrà confermata da un altro cubano). Dopo 300 metri veniamo
fermati da altri 2 poliziotti, stessa trafila. Stessi controlli e dopo un po’
viene rilasciato. Ripartiamo. Dopo altri 500 metri veniamo fermati di nuovo.
Questa volta vengono fermati altri 4 cubani che, per loro sfortuna, camminavano
vicino a noi. Ancora controlli. Chiara comincia ad agitarsi, ma Alex la rassicura
e ci chiede solo di restare vicino a lui. Si riparte. Finalmente arriviamo a
casa. Gli diamo 2 magliette e non finisce più di ringraziarci.
Il terzo giorno prendiamo la macchina e partiamo per il nostro viaggio (totale
2.550 km.). Primo impatto con le strade di Cuba: non riusciamo a trovare l’autopista,
non c’è assolutamente un segnale che la indichi. Dopo aver chiesto
a metà del popolo cubano imbocchiamo la tanto desiderata autostrada.
Bella larga e abbastanza in buone condizioni, ma completamente priva di segnali
stradali (di indicazione) sicché bisogna sempre chiedere ai disponibili
e pazienti cubani. Naturalmente sull’autostrada si può fare di
tutto, anche l’inversione a U e sorpassare a destra. Il ciglio della strada
è pieno di gente che aspetta un passaggio. Lo Stato cubano, per far fronte
alla carenza di mezzi e di benzina, ha reso addirittura obbligatorio fermarsi
a caricare chi fa l’autostop. Ci sono dei signori vestiti di giallo con
una paletta che fermano le macchine (dei locali) e fanno salire le persone che
stanno aspettando (in ordine di arrivo). Bella idea!
Durante il tragitto ci siamo divertiti a leggere i moltissimi cartelli di propaganda
del Governo. Il più bello: un cartello gigantesco con Bush coi baffetti
di Hitler e la scritta “BUSH FASCISTA!”.
Altri cartelli che abbiamo visto lungo la strada: “Unidos luchamos, unidos
venceremos”, “Frente al bloqueo, unidad!”, “Nuestro
principio: resistir y vencer”, “Nadie podrà derrotar a nuestro
pueblo”, “Las ideas no se matan con canones”, “ Son
las ideas que iluminan el mundo”, “Un mundo mejor es posible”.
Dopo un viaggio di circa 5 ore (con varie soste) arriviamo a Trinidad. Molto
bella! Cittadina coloniale restaurata di recente con le belle vie acciottolate
e il centro storico chiuso al traffico. E’ stata dichiarata Patrimonio
dell’Umanità dall’Unesco. Ci siamo fermati 3 giorni con puntatine
a Playa Ancon. Abbiamo trovato una bella casa particular nel centro, vicino
alla Casa della Trova. Abbiamo anche fatto alcuni “scambi” con alcune
persone del posto. Le magliette che avevamo portato, le abbiamo scambiate per
qualche collanina e centrini di pizzo (naturalmente erano scambi più
a loro vantaggio). I bambini ti chiedono caramelle e penne. Le signore e gli
anziani il sapone. Eravamo attrezzati!
Prossima tappa lo zuccherificio Iznaga. Abbiamo bevuto il guarapo (succo della
canna da zucchero) spremuto da noi col “trapiche”.
Successivamente ci siamo diretti a Camaguey. Piacevole città con molte
piazze belle (la più bella è Plaza del Carmen). Qui abbiamo conosciuto
i due cubani più simpatici del nostro viaggio: Marcos e Maria (i nomi
sono inventati). Proprietari di una casa particular coloniale (coi tinajones
nel patio) e non del tutto a favore dell’inossidabile Fidel. Ci siamo
divertiti come pazzi con loro. E ci hanno dato delle dritte veramente indispensabili
per il nostro viaggio. Ci dicono che i cubani sono un popolo molto unito e solidale
e che quando uno ha bisogno di qualcosa basta che chiami e tutti sono disposti
ad aiutarlo. Questo soprattutto prima dell’arrivo del dollaro. Ora le
cose sono un po’ cambiate. Ci hanno parlato della mafia che sta nascendo
in alcune città (anche Camaguey) formata dai jineteros. Sono i ragazzi
che con la bici ti indicano la strada per trovare una casa particular. E’
una rete dove si conoscono tutti e ormai nessun turista arriva senza di loro.
Loro si beccano 5 $ per ogni stanza. Praticamente sono le persone più
“ricche” della città. Il ragazzo che ci aveva portato aveva
collane e anelli d’oro. Al ritorno da Santiago abbiamo provato ad arrivare
da Marcos senza jinetero. E’ praticamente impossibile. Sono insistenti
al massimo e il colmo è che noi chiedevamo ai passanti e poi loro andavano
a domandare alla stessa persona dove andavamo. Alla fine si sono fermati davanti
alla casa di Marcos dicendogli che ci aveva portato lui! Ma Marcos sapeva che
non era vero! Pazzesco. Come tutti i cubani, considerano Che Guevara e Camilo
Cienfuegos degli eroi nazionali. Abbiamo fatto delle lunghe chiacchierate (e
risate) con loro. Sono due persone molto allegre e disponibili.
Si riparte. Prossima destinazione: Santiago de Cuba. Tappa d’obbligo El
Moncada, coi fori delle pallottole dell’attacco del 26 luglio 1953 (inizio
della Rivoluzione). Abbiamo chiesto a Marcos se i fori sono finti ma lui ci
ha assicurato che sono veri. La Rivoluzione non si tocca!
Abbiamo visitato il Museo della Revolucion e la signora che ci ha fatto da guida
era una fervente sostenitrice di Fidel e compagni. Ci racconta degli anni della
lotta clandestina e della guerriglia sulla Sierra Maestra (che si vede dalle
finestre del museo). Ci racconta della morte di Frank Pais, un giovane 23enne
rivoluzionario ucciso dai soldati di Batista e del giorno del suo funerale in
cui tutta la popolazione è scesa in strada a rendergli onore. Aveva quasi
le lacrime agli occhi mentre parlava.
Nella Plaza de Dolores, invece, abbiamo avuto modo di “conoscere”
un personaggio particolare: El Grito. Questo tizio (sempre un po’ sbronzo)
si avvicinava alla gente e lanciava un urlo a squarciagola. Era divertentissimo
vedere la faccia allibita dei turisti.
Si ritorna a Camaguey dai nostri amici. Altri 2 giorni in questa bella cittadina.
Molto allegro il mercato agropecuario: frutta, verdura, spezie, carne, ecc.
Conosciamo 3 ragazzi amici di Milton Morales (il ballerino di Canale 5). Ci
parlano molto bene di lui. Dicono che è uno dei pochi fotomodelli che
non si è montato la testa e che quando torna a Camaguey si ferma sempre
con i suoi vecchi amici. Uno dei ragazzi ci insegna a ballare la salsa. Molto
divertente.
Salutati Marcos e Maria (che ci danno delle utilissime indicazioni per la strada
e un indirizzo dove alloggiare nel prossimo paese) ci dirigiamo a Santa Clara.
Facendo la scorciatoia di Marcos, passiamo in mezzo a una festa di paese superaffollatissima.
A Santa Clara visita del Mausoleo del Che e alla Toma del Tren Blindado. Poi
andiamo direttamente a Remedios, sulla costa. Un paese piccolo e tranquillo
in cui ci siamo trovati molto bene. L’amico di Marcos aveva già
una prenotazione, ma ci porta in due case particular libere. Infatti, questa
volta, ci dividiamo. Una coppia da una parte e una dall’altra. Ma i proprietari
sono amici tra loro e quindi ci ritroviamo ogni sera a mangiare insieme. I proprietari
della nostra casa (padre, madre, figlia) ci insegnano anche a giocare a domino.
Sono anche questi simpaticissimi. Loro sono completamente a favore di Fidel.
Ci parlano molto bene della Revolucion, delle ottime cose che ha portato (istruzione
e sanità gratuite per tutti, nuove strade, sicurezza, attenzione all’infanzia).
Ana ci racconta di quando, prima della Rivoluzione, se uno stava male, non c’erano
neanche le strade per portarlo in ospedale e se ci arrivava non si avevano i
soldi per potersi curare. Haydee, invece, ci dice che il Governo fa molto per
l’infanzia (il bambino è protetto ancora prima di nascere) e per
la vecchiaia (gli anziani soli hanno a disposizione una badante 24 ore al giorno
fino alla morte). Ci dice: “I miei tre amori sono: mio marito, Fidel e
Hugo Chavez”.
Facciamo base qui (ci conviene perché si risparmia e perché Haydee
è un’ottima cuoca) e per 3 giorni andiamo al Cayo Santa Maria.
Si attraversa una strada di 50 km. in mezzo al mare: mozzafiato! Ai cayos acqua
trasparentissima (coi pesci che ti nuotano intorno) e sabbia bianchissima. Giriamo
in macchina per i cayos in cerca di spiagge deserte e ne troviamo una dove ci
siamo solo noi. Abbiamo fatto snorkelling con la maschera stuccata (proprio
con lo stucco!) e le pinne cucite col fil di ferro che ci ha prestato Erasmo,
un ragazzo cubano che faceva il guardiacosta. Non ha voluto nemmeno un dollaro.
Gli abbiamo dato un passaggio in macchina fino a Remedios. Ci ha detto che deve
fare 1ora e mezza a piedi fino agli hotel e da lì fare l’autostop,
tutti i giorni!
Purtroppo si riparte e si ritorna all’Avana. Cambiamo casa particular.
Si va da Marly, molto simpatica e ospitale. Anche lei pro Fidel e Chavez. Ultimo
giro per L’Avana poiché stasera abbiamo l’aereo alle 21.00.
Alle 15.00 facciamo una puntatina all’Hotel Nacional. All’interno
troviamo 2 ragazzi italiani che ci chiedono: “Vi hanno spostato anche
voi qui per l’uragano?” Ci guardiamo interdetti: “Quale uragano?”
Torniamo in fretta e furia da Marly (pensava che noi lo sapessimo già)
che chiama l’aeroporto. Dopo una ventina di tentativi ci dicono che l’aeroporto
ha chiuso alle 17.00. Questa sera si dorme da Marly (per fortuna abita in una
casa coloniale con le mura grosse così!). In giro si stanno preparando
all’uragano, ma sono molto organizzati. Hanno spostato tutto il possibile
che può causare danno (campane di fiori, scarti di muratura, ecc.)..
In tutte le vetrate hanno messo dello scoch a forma di croce. Tutti i negozi,
supermercati, banche, bar e ristoranti hanno chiuso. E’ stato evacuato
tutto il Malecon (turisti e cubani). Anche i cayos sono stati completamente
evacuati. Alle 20.00 Fidel ha parlato alla tv, raccomandando di non uscire di
casa. Verso l’1.00 di notte si è spento il condizionatore ed è
sceso un silenzio spettrale. Poi Charley ha dato il meglio di sé. Io
e Chiara siamo state sveglie dalla paura per 2-3 ore. La mattina dopo alle 8.00
partiamo in taxi per l’aeroporto. C’era il macello per le strade:
alberi secolari sradicati, balconi a pezzi in mezzo alla strada, vetrate in
frantumi, segnali stradali divelti. Ma soprattutto mi hanno colpito i tantissimi
alberi sradicati. All’aeroporto ci dicono che ci sono stati troppo danni
e che rimarrà chiuso per almeno 12 ore. Si torna all’Avana (30
$ di taxi buttati!). Un’odissea per tornare all’aeroporto: tutti
gli hotel pieni, il telefono dell’aeroporto sempre occupato, la compagnia
aerea non rispondeva, chiamiamo in Italia l’agenzia viaggi ma non sanno
a che ora si riparte. Per farla breve, un tassista ci dice che hanno riaperto
l’aeroporto alle 16.00. Prendiamo l’aereo letteralmente al volo.
Non facciamo neanche scalo in Jamaica come era previsto e andiamo diretti in
Italia. Ragazzi, che avventura!
P.S. Una cosa non ho capito. Charley è partito dal mare e ha colpito con la massima potenza prima Cuba e poi via via la Florida, ecc. scemando sempre più. Però in Florida ha fatto 18 morti e a Cuba 4. Non capisco perché in America costruiscano le case in LEGNO in un posto dove si sa passano gli uragani!!
P.S.2: Cuba è splendida. I cubani anche: molto cordiali, disponibili,
ospitali e allegri.
Un viaggio fantastico che noi 4 porteremo nel cuore.
…VOLVERAN!
Elena.