Messico

Agosto 2001

di Babx


Dopo qualche mese di sedimentazione mi accingo infine a postare la mia rece. Spero che la troviate di vostro gradimento: in caso contrario non stroncatela troppo perche' e' il mio primo parto!!! ;))) "Chi ha respirato la polvere delle strade del Messico, non trovera' piu' pace in nessun altro paese" MALCOM LOWRY citato in epigrafe a "La polvere del Messico" da Pino Cacucci 14 agosto 2001: partenza per Cancun alle ore 6.40. Il viaggio di andata e' tranquillo e come al solito molto solitario. Adriano infatti soffre di ansia da partenza e ogni volta che partiamo per un viaggio non troppo pianificato so che non posso contare sulla sua compagnia: dorme tutto il viaggio e si sveglia solo al nostro arrivo. Scendere dall'aereo e' gia' un trauma: nonostante fossimo preparati al caldo umido ci arriva una botta tremenda. Recuperiamo gli zaini e usciamo dall'aeroporto per cercare la fermata degli autobus. Primo errore della nostra fidata Lonely Planet: la biglietteria non e' dove doveva essere....stremati dal caldo e dal viaggio accettiamo un passaggio per 12$ (che a posteriori sono, mi rendo conto, una cifra enorme) da un tizio che, smontato dal lavoro, stava tornando a casa. Ad ogni modo ci lascia alla stazione degli autobus dove iniziamo a cercare di capire come funzionano gli autobus messicani. Piccolo inciso: abbiamo fatto piu' di 3000 km in autobus e devo dire che si sono rivelati veramente efficienti, economici, comodi e puntuali. Praticamente gli autobus arrivano quasi ovunque e per molte destinazioni c'e' l'imbarazzo della scelta tra orari e compagnie. Viaggiando in prima classe il bagaglio viene registrato e soprattutto nei viaggi notturni e' un sollievo non doversi preoccupare ogni volta che il bagagliaio viene aperto. In qualsiasi punto ci si trova prima poi passa un bus "de segunda" o "servicio intermedio" che si ferma a richiesta. Insomma una piacevole sorpresa. Fine dell'inciso. Scoperti prezzi e orari ci dirigiamo verso un hotel vicino alla stazione perche' l'unica aspirazione in questo momento e' farsi una dormita. La scelta cade sull'hotel "El Alux" ossia "Il folletto". La hall non dice molto ma siamo cosi' stanchi che non chiediamo nemmeno di vedere la camera anche perche' capiamo subito due cose: 1) la carta di credito e' un fenomeno sconosciuto negli alberghi di questo paese 2) l'inglese e' una lingua sconosciuta non solo negli alberghi ma praticamente ovunque. Quindi sfoderiamo bancomat e dizionario e riusciamo ad avere un tetto sopra la testa...dico solo che per 345 pesos (quasi la camera piu' cara che abbiamo avuto) ho dormito con le lenzuola sporche e completamente strappate, un condizionatore il cui unico uso era di fare rumore di sottofondo e un bagno che definire tale e' un'esagerazione. Anyway abbiamo dormito come sassi e al mattino alle 7.15, freschi e riposati siamo gia' sull'autobus per Chichen Itza'. L'autobus e' di segunda e il viaggio, seppur rallentato dalle innumerevoli fermate e dalle moltissime topas e' veramente divertente. A Vallodolid ho il primo incontro con i bagni della stazione degli autobus, ossessione che mi accompagnera' per tutto il viaggio e che merita una digressione a parte. Il punto fondamentale, al di la' di pulizia, decrepitezza, folklore, assenza di acqua o di sapone o di carta igienica, puzza e mosche, elementi sempre presenti in combinazioni diverse, e' che sono piccoli. Ossia costruiti sulla misura dei messicani. Io sono alta 1.78 e a volte ho fatto pipi' quasi in piedi...ah, i talenti che non si sviluppano viaggiando! Comunque verso mezzogiorno arriviamo al nostro hotel, Dolores Alba, due km prima di Chichen Itza', in mezzo alla giungla con 2 piscine e le amache appese sotto le palapas. Tempo 10 minuti siamo gia' in acqua (per la prima volta in vita mia ho veramente apprezzato il lusso di avere un albergo con piscina) e ci riposiamo un pochino prima di affrontare le rovine. La nostra camera e' molto bella, spaziosa e con l'aria condizionata funzionante. Alle 2 il proprietario dell'albergo ci accompagna al sito e subito capisco di essere stata poco furba: c'e' un caldo micidiale e un sacco di persone. Ma ormai ho fatto il biglietto e ho anche scoperto che non si puo' riutilizzare il giorno dopo percio' ci lanciamo in esplorazione. Il primo impatto e' di pura delusione. Infatti tutto quello che avevo letto, immaginato, anticipato nella mia mente e' stato ovviamente disatteso dalla realta'. Mi manca il senso del sacro e del mistero, della grandiosita'...ma poi mi concentro un attimo e capisco che il sito e' veramente molto grande e che gli edifici perdono un po' d'imponenza perche' sono su una superficie molto ampia e su un incongruo prato all'inglese. Il gioco della pelota pero' e' impressionante (e anche quello meglio conservato rispetto a tutti gli altri siti che ho visto) e proprio qui incontriamo per la prima volta le simpaticissime e placide iguane. Nonostante io soffra di vertigini (e grazie a questo viaggio ho scoperto che e' un falso mito...) decido di scalare il Castillo e anche se quando arriviamo in cima c'e' un po' di affollamento e' comunque bellissimo avere una vista dall'alto che spazia a 360 gradi. La piramide interna e' chiusa, un cartello scritto a penna ci informa che manca la corrente e che non si sa quando riaprira'. Terminato il giro della Chichen tolteca ci dirigiamo verso Chichen Vejio che mi ha affascinato decisamente di piu', soprattutto la Chiesa con tutte le maschere di Chac e ovviamente il Caracol. Dopo un po' il caldo non ha piu' importanza perche' i piccoli esploratori si sono fatti prendere dalla magia del luogo ed e' tutto un andare su e giu', tornare indietro, fotografare... Ma viene anche l'ora di chiusura cosi' cerchiamo un autobus per tornare in albergo e tempo di fare un bagnetto veloce in piscina si scatena un acquazzone tropicale che rinfresca decisamente l'atmosfera. Ceniamo in albergo e alle 9 siamo gia' sbadiglianti e dormienti. Al mattino ci svegliamo ancora prestissimo (il fuso orario si fa sentire) e bighelloniamo un po' per l'albergo scoprendo che proprio di fronte c'e' il cenote Ik Kil , di solito riempito dalle orde di turisti che fanno i tour organizzati a Chichen Itza. Alle 8.30 non c'e' nessuno, tranne gli addetti alle pulizie che cancellano le tracce del temporale serale. Il giardino tropicale e' curatissimo e ci sono dei cottage molto english style e molto disabitati. Il cenote e' abbastanza profondo e ci si potrebbe anche fare il bagno (se le volpi si fossero portate il costume e la maschera) ma rimaniamo affascinati da due ragazzi che stanno pulendo la superficie dell'acqua dalle foglie e dalla sporcizia caduta dall'alto con un metodo personale e ovviamente molto artigianale: indossando un giubotto di salvataggio nuotano per tutta la pozza e spingono verso il centro tutto lo sporco e poi, piano piano verso il bordo dove lo raccolgono con una rete. Un pazienza infinita e due braccia da culturista. Dopo un'ora e mezza che eravamo li' non avevano ancora finito cosi' li abbiamo lasciati al loro lavoro e abbiamo preso l'autobus per Merida. Viaggiare in autobus e' veramente un'esperienza unica: spesso sale un bimbo con il cestino dei refrescos oppure qualche ragazzo con la cesta di platanos e papas fritas oppure di palomitas. Le donne arrivano con sacchi di verdure, pentole di cibo e numerosissimi bimbi al seguito. Tutta la mercanzia viene caricata nel bagagliaio in un miscuglio colorato e odoroso. In questa zona l'abitazione tipica e' il naa, una capanna fatta di canne di bambu' mescolate a calce, senza finestre ma con 2 porte, una di fronte all'altra per assicurare la ventilazione del locale, e il tetto di paglia. L'arredamento e' spartano ma funzionale: amache al posto dei letti (quelle che usano i locali sono fatte di foglie di agave essiccate e sono molto ampie, infatti per dormirci bene bisogna dormire in diagonale; inoltre l'agave e' un repellente naturale per i mosquitos), un divano, un mobile con i fornelli e ganci al muro per appendere i vestiti. La coltivazione del mais, base dell'alimentazione degli abitanti di questa zona avviene ancora con il metodo tradizionale dei maya: il campo dove viene seminato il mais, la milpa, e' un pezzo di terra strappato alla giungla, dissodato e seminato a mano. Si vedono ovunque lungo la strada piccoli appezzamenti di terreno circondati da palme o boscaglia. La coltivazione del mais impoverisce molto il terreno ma la soluzione, semplice e intelligente, e' di piantarci in mezzo dei fagioli che nutrono il terreno e sono il secondo elemento fondamentale dell'alimentazione. Le donne vestono in genere l'abito tradizionale, l'huijpil, un vestito bianco di cotone senza maniche con una sottogonna e una decorazione floreale ricamata lungo la scollatura. Ovviamente diversi ricami hanno diversi significati simbolici che non ci e' dato conoscere. Molte donne giovani strizzano l'occhio alla moda occidentale e indossano canottierine e minigonne pero' con i pantalocini sotto! Gli yucatechi sono persone molto pulite e dignitose, sempre ben vestiti e pettinati, sforzo non da poco se si pensa al clima torrido e soprattutto al fatto che lavano tutto a mano, prendendo l'acqua dal pozzo. Non riesco nemmeno a pensare a qualcuno che stira con un caldo del genere senza sentirmi male...eppure lo fanno! L'arrivo a Merida mi turba ma tutta la prima settimana e' stata turbata dai miei tentativi di conciliare il mio Messico mentale con quello reale...questa e' l'unico lato negativo di preparare accuratamente un viaggio: che anticipi, immagini e poi ovviamente ti trovi davanti a qualcosa di completamente diverso che ti spiazza un po' (ma poi forse non e' cosi' negativo...) Merida e' la capitale dello Yucatan ed e' una citta' che ha 610.000 abitanti ma non ha neanche una costruzione che abbia piu' di due piani (mi correggo, ci sono alberghi in centro di recente costruzione che hanno anche 5 o 6 piani ma si contano sulle dita di una mano). La struttura e' quella tipica delle citta' coloniali spagnole, costruite per costringere gli indios all'ordine: un reticolo di strade perpendicolari, numerate progressivamente. Le strade sono strette e l'eccesso di macchine le rende calde, soffocanti e puzzolenti. Le macchine che circolano per strada sono uno spettacolo; altro che revisioni, qui c'e' l'orgia del rottame. Abbiamo visto ammassi di ferraglia completamente arrugginita su quattro ruote, macchine completamente senza il cruscotto con tutti i fili a penzoloni, gomme talmente lise da essere quasi trasparenti...un inno alla sicurezza stradale! Il nostro albergo, l'Hotel Trinidad non e' male ma raggiungerlo attraversando la citta'' sotto il sole cocente dell'una del pomeriggio con gli zaini in spalla e' stata una fatica che mi ha strappato piu' di un sacramento. Entrando nella hall capiamo che questi edifici cosi' anonimi all'esterno molto spesso riservano delle vere e proprie sorprese all'interno. Quasi sempre infatti c'e' un patio, in stile ovviamente spagnolo, con piante piu' o meno lussureggianti. In questo caso gli spazi comuni sono decorati artisticamente e ci sono delle bellissime e comodissime sedie in legno e pelle che invitano a godersi il fresco e la tranquillita'. Invece, dopo una tanto rapida quanto inutile doccia, si parte in esplorazione. Orientarsi e' semplice (non per me che mi perdo anche nel mio mini appartamento ma ho una giovane marmotta al mio fianco che osservando da che parte cresce il muschio sa sempre dove dirigersi ;)) e siamo veramente vicini alla piazza principale. La cattedrale, sempre in puro stile spagnolo, e' semplice e severa ed e' stata costruita sopra i resti di un antico tempio maya del quale si sono riutilizzate pure le pietre; mi incuriosisce l'assenza delle candele votive (pur non essendo credente ogni volta che visito qualche chiesa accendo una candela per i miei nonni che ci tenevano molto) o meglio la presenza di pochi lumi contenuti in ampi contenitori e ne deduco che cio' sia stato stabilito per evitare gli incendi. L'interno e' abbastanza spoglio perche' durante la rivoluzione messicana i contadini sfogarono tutta la loro furia clericale saccheggiando e distruggendo le ricche decorazioni. La statua del Cristo de las Ampollas e' piu' piccola di quanto credessi e confinata a distanza dietro una grata quindi non si coglie molto la sua caratteristica. Una leggenda narra che questa statua e' stata scolpita nel legno di un albero che, colpito da un fulmine, brucio' tutta la notte senza consumarsi affatto. In seguito la chiesa dove era stata posta fu rasa al suolo da un incendio e l'unica cosa che si salvo' fu proprio la statua del Cristo. Sul lato destro della Plaza c'e' il la casa dei Montejo anche detta il Palacio Montejo ovvero la casa nella quale la famiglia Montejo ha vissuto fino agli anni 70. Adesso c'e' una filiale della Banamex, la banca nazionale spagnola dalla quale non sono mai riuscita ad ottenere una lira con il mio bancomat Cirrus che a quanto pare funziona solo con gli sportelli "rustici": l'importante e' che abbiano almeno un display a fosfori verdi altrimenti niente soldini! I Montejo, padre e figlio sono i responsabili della conquista dello Yucatan e della conseguente uccisione e schiavitu' di migliaia di indios. Percio' ho trovato un pelino di cattivo gusto che si siano fatti ritrarre sul frontone del loro per palazzo con i piedi in testa a non meglio identificati barbari. Proseguendo il giro della piazza c'e' il palazzo municipale ma poco prima, sullo stesso lato, c'e' Janizio, posto mitico dove fanno i liquados di frutta fresca. Dopo aver resistito un giorno abbiamo deciso di rischiare e ci siamo lanciati: un vaso chico di pinacolada (non alcolica) e' una delizia che da sola potrebbe motivarmi a tornare a Merida. Il giro si conclude con una visita al Palacio del Gubierno i cui interni sono decorati con degli affreschi di Fernando Castro Pacheco che illustrano la storia maya e il loro scontro con gli spagnoli. Scontro che ha provocato l'implosione di una cultura: gli spagnoli avevano al loro seguito ovviamente dei preti cattolici che si sono premurati, com'e' nel loro costume, di estirpare tutte le credenze maligne per impiantare il puro seme della verita'. Questo ha significato il rogo di tutti gli antichi testi maya con l'eccezione di 3 codici, conservati al momento in Europa (il piu' importante e' quello di Dresda) che sono l'unica fonte non spuria per ricostruire e decifrare una cultura complessa come quella maya. Paradossalmente, uno dei principali fautori di questo scempio, Padre Diego de Landa, vescovo di Merida, fu anche colui che si preoccupo' di raccogliere e trascrivere le testimonianze degli eredi diretti dei maya in un testo che tratta di tutti gli aspetti della vita dei Maya (Relacione de las cosas de Yucatan). Mentre stiamo passeggiando si avvicina un ragazzo che ci chiede se siamo italiani. Subito diffidenti ci teniamo un po' sulle nostre ma poi chiacchierando scopriamo che Federico, questo e' il suo nome, lavora all'ufficio turistico governativo e ha studiato un anno a Roma. Laureato in archeologia sta preparando l'esame per fare la guida turistica. Dopo averci dato qualche indicazione utile ci accompagna a La casa de las Artesanias un mercato patrocinato dal governo dove gli artigiani vendono la loro merce senza dover pagare le tasse. Adriano infatti vuole a tutti i costi comperare un cappello panama. Questi cappelli sono intrecciati con foglie di palma jippjapa, all'interno di una grotta dove l'umidita' consente di intrecciare le fibre che poi esposte all'aria secca dell'esterno diventano resistenti ed elastiche. Inoltre queste fibre sono un repellente naturale per gli insetti e proteggono dal calore del sole. Il loro prezzo varia a seconda della qualita' ossia a seconda della fittezza della trama. Sono comunque abbastanza costosi, per cui ci accontentiamo di due cappelli di seconda qualita' che ci costano poco di piu' di una notte in albergo. Con i nostri cappelli nuovi che ci danno un'aria molto americana facciamo una passeggiata e decidiamo di andare a vedere il Paseo de Montejo ossia il tentativo compiuto dagli urbanisti ottocenteschi di dare a Merida una strada del rango degli Champs Elysees. Il risultato e' ben lontano dall'originale ma l'atmosfera e' molto europea e diversa dal resto della citta'. Lungo un lato di questo ampio viale alberato a quattro corsie ci sono molte ville che appartenevano alle ricche famiglie spagnole, una delle quali ospita il museo di antropologia. Poco dopo scopriamo che quella stessa sera a pochi metri dal nostro albergo, nel Parque Santa Lucia, ci sara' uno spettacolo tradizionale con musiche e danze. Puntuali arriviamo sul posto e lo troviamo gia' affollato di gente vestita elegantemente, di venditori ambulanti e bambini urlanti. Non c'e' nemmeno un posto libero ma rimediamo il bordo di un marciapiede e ci godiamo cantanti folkloristici e soprattutto l'entusiasmo del pubblico che fischia e applaude. Il clou dello spettacolo e' l'esibizione di un nutrito gruppo di ballerini che, vestiti con gli abiti tradizionali, si lancia in alcune danze tipiche della zona. Il giorno dopo decidiamo di andare a Celestun, localita' di mare che si trova a nord di Merida, sul Golfo del Messico. Da li infatti si possono prendere delle barche e fare un'escursione alla riserva naturale per vedere i fenicotteri rosa e la foresta pietrificata composta cioe' di alberi che assorbendo l'acqua salata filtrata nella palude di acqua dolce sono diventati di pietra. Non ci svegliamo prestissimo e il primo problema sorge nel cercare di rintracciare la stazione degli autobus diretti a Celestun perche' l'indicazione della Lonely Planet in questo caso e' decisamente errata. Al posto indicato infatti c'e' adesso solo un deposito sbarrato e dopo aver girato attorno all'isolato come trottole proviamo a chiedere informazioni. Ricevute delle indicazioni sufficientemente vaghe ci dirigiamo nella direzione indicata e dopo qualche isolato intercettiamo fortunatamente l'autobus diretto a Celestun che ovviamente e' di segunda e si ferma subito. Siamo veramente in pochi ma purtroppo e' anche tardi. La guida infatti dice che nel pomeriggio sale il vento e per chi soffre il mal di mare cioe' io (e questo non e' un falso mito!) non e' il massimo. Lungo la strada incontriamo un paio di fabbriche abbandonate, vera e propria archeologia industriale. Celestun e' un paesino veramente tipico, frequentato quasi esclusivamente da turismo messicano. Ci sono delle bandierine colorate e alcune giostre; sotto un tendone c'e' una lunga fila di calcetti in attesa delle accese sfide serali. Per adesso il caldo e' soffocante e tutti se ne stanno al riparo degli alberi che proteggono la piazza dalla canicola. Ci dirigiamo verso la spiaggia, bianca con mare verdeazzurro come da depliant, e per la prima volta vedo da vicino i pellicani, uccelli maestosi e pieni di una loro strana dignita'. Dopo esserci bagnati i piedi nell'acqua e aver fatto una passeggiata esplorativa decidiamo che e' meglio pranzare per starsene un po' all'ombra . Lungo la spiaggia ci sono diversi ristorantini e i camerieri ci richiamano all'interno. La scelta cade su quello piu' affollato secondo il criterio che se c'e' tanta gente che mangia c'e' anche un ricambio maggiore nella dispensa quindi cibo piu' fresco. Troppo tardi ci accorgiamo che tutti i clienti, che occupano tutti i tavoli, sono italiani, probabilmente scesi dal megapullman con aria condizionata parcheggiato in piazza. La mia analisi del menu' si rivela abbastanza fallimentare...Adriano si becca un piattone di gamberi, buonissimi e teneri, io un pescione gigante e fritto...non troppo cattivo ma anonimo. Molto fish and chips ma senza chips. Il conto e' veramente ridicolo considerando il mezzo chilo di gamberi che ci siamo mangiati ma appena pagato inizio ad avvertire un po' di male al pancino. Li per li do la colpa alla coca cola che mi gonfia lo stomaco. Ci dirigiamo alla stazione degli autobus per verificare gli orari del ritorno e decidere se fare o meno l'escursione. Ma appena arrivati allo sportello dei biglietti faccio sfoggio del mio spagnolo d'importazione "Escusa, tienes un bagno aqui?" e mi lancio nella direzione indicatami da una sogghignante bigliettaia. E trascorro le due ore successive facendo la spola verso l'unico gabinetto pubblico del circondario e una sedia sotto il portico dove Adriano pazientemente aspetta che si consumi la vendetta di Montezuma. Per fortuna la crisi si placa senza dover ricorrere ad armi chimiche e decido di farcela fino a Merida. Saliamo quindi sull'autobus che sta per partire e capiamo come funzionano i camion frigorifero in Messico: insieme a noi salgono anche 3-4 uomini con dei secchi pieni di ghiaccio e di pesce! Inizio a capire la lontana origine della maledizione che mi ha colpito! D'altro canto ho mangiato pesce perche' che cosa ci puo' essere di piu' fresco al mare del pesce? Vabbe' la vita continua...e infatti dopo pochi chilometri, su una strada tipicamente diritta in mezzo al nulla sentiamo un botto tremendo e l'autobus inizia a sbandare tanto che l'autista fatica a tenerlo in strada. Ci fermiamo e l'autista scende a controllare: e' partita una sospensione. Ripartiamo a passo d'uomo fino al primo paesino che incontriamo dove veniamo fatti scendere tutti dall'autobus e non capiamo bene quale sara' la nostra sorte. Dopo un attimo di smarrimento saliamo su un colectivo, un pulmino che fa un percorso prefissato e che si ferma a richiesta. Il nostro assomiglia un po' al furgone di "Scemo piu' scemo" ma rovesciato come un calzino: l'interno e' foderato di una bella pelliccia sintetica un tempo marrone ora stinta e pulciosa che con il caldo che fa e' veramente una gioia! Insieme a noi salgono gli uomini del pesce, 2 militari di leva e un ragazzo. Ma il viaggio e' relativamente comodo e molto piu' veloce che in autobus e assurdamente economico: 10 pesos per fare non so quanti chilometri. Arrivati a Merida ci accorgiamo che ha piovuto e scopro anche perche' i marciapiedi sono cosi' alti: il primo autobus che passa mi fa una doccia completa! Prima di rientrare in albergo andiamo alla stazione degli autobus per acquistare il biglietto per la Ruta Puuc e troviamo due posti liberi per la domenica. Ma e' solo giovedi' cosi' decidiamo di cambiare albergo e il giorno dopo ci spostiamo al Dolores Alba di Merida molto piu' confortevole dell'Hotel Trinidad e con la piscina! La nostra stanza e' spaziosa e fresca ma non indugiamo piu' di tanto a poltrire perche' voglio andare al mercato che e' a quattro passi dall'albergo. Lasciamo tutto in albergo compresa la macchina fotografica (e me ne pentiro') e ci dirigiamo al mercato che occupa un intero isolato. Il caldo e' micidiale ed esalta gli effluvi dei gas di scarico e la puzza delle immondizie accatastate ovunque. All'esterno ci sono bancarelle principalmente di frutta e verdura, anziani che vendono i prodotti del loro orto, sementi, spezie e frutta. Il mercato al coperto e' un po piu' "ordinato" ma la babele di merci e di odori, la gente che si chiama a voce altissima ci stordisce velocemente. Vagabondando arriviamo al mercato del pesce e rimaniamo un tempo infinito a osservare due uomini che scaricano degli enormi blocchi di ghiaccio aiutandosi con delle pinze di metallo. Mi e' capitato spesso durante questo viaggio di soffermarmi ad osservare i messicani che lavorano e da questo studio ho tratto alcune conclusioni (non conclusive ovviamente): il binomio messicano-lavoro e' gia' di per se un ossimoro. I messicani non sono affatto degli scansafatiche sempre intenti alla siesta come vorrebbe farci credere la pubblicita' dell'Estate' . Il messicano lavora o meglio fa fatica. Infatti per fare qualsiasi lavoro, anche il piu' semplice, si deve complicare la vita cercando il modo piu' difficile e faticoso per farlo. E' chiaro che poi, con il caldo che fa, si stanchi dopo un paio d'ore e abbia bisogno di un riposino per riprendersi...Esempi concreti: pulire un cenote a nuoto, strappare l'erba delle aiuole a mano, scaricare blocchi di ghiaccio da un quintale con delle pinzette per sopracciglia, costruire un palazzo facendo il passamano di mattoni dal 1 al 3 piano, montare una zanzariera con un machete, schiodare delle assi messe a protezione di una finestra senza spostare la scala rischiando di sfracellarsi al suolo ecc. ecc. Efficienza e precisione sono parole che nel vocabolario del lavoratore messicano non compaiono. Terminato il giro al mercato (con una sosta in un megasupermercato dotato di aria condizionata per riprenderci un po') decidiamo di fare una nuotata in piscina e trascorriamo al fresco le ore piu' calde della giornata. Nel tardo pomeriggio facciamo una "passeggiatina" fino al Parque Centenario che e' circa a 12 isolati dalla Plaza Grande. Il parco e' molto grande e curato, la parte vicina all'ingresso e' dedicata ai bimbi, un vero e proprio parco giochi; proseguendo troviamo uno zoo. L'ingresso e' gratuito e ci sono veramente tantissimi animali. Nonostante io sia fortemente contraria agli zoo mi godo la passeggiata soprattutto nella parte riservata ai primati dove ci sono delle scimmiette simpaticissime. Per cena finalmente azzecchiamo un locale carino e mangiamo come porci. Questi primi giorni non sono stati eccezionali per il cibo e del resto un po' tutto il viaggio sara' deludente sotto questo aspetto pur con alcune notevoli eccezioni. Domenica finalmente partiamo molto presto per la Ruta Puuc. L'autobus e' quasi pieno e si riempie del tutto lungo la strada ma fortunatamente scendono quasi tutti a Uxmal. Noi insieme a una decina di altre persone proseguiamo fino a Labna', il sito piu' lontano a cui arriviamo dopo quasi 45 minuti di strada tra le colline Puuc. E' ancora presto e l'aria e' fresca. Siamo in pochi e il silenzio conferisce sacralita' al luogo. Questi siti non sono molto imponenti e nemmeno molto visitati ma proprio questo e' il loro fascino particolare. Vicino all'ingresso c'e' un palazzo abbastanza grandioso decorato con le tipiche maschere di Chac e in un angolo c'e' una testa umana che spunta dalle fauci spalancate di un animale, simbolo del pianeta venere. Davanti al Palacio ci sono alcuni "choltun" delle specie di cisterne sotterranee per la raccolta dell'acqua piovana. Seguendo la sacbe', il sentiero sacro, arriviamo al bellissimo Arco che si staglia, di un rosso vivo contro il verde brillante del prato. La notte infatti ha piovuto e la terra rossa, tipica della zona, decora artisticamente pantaloni e scarpe da ginnastica. La seconda tappa e' Xlapak che e' il sito piu' piccolo e deludente, c'e' solo un Palacio piccolino e non particolarmente originale. Il nostro autista e' ovviamente simpatico e gentile e ci da' un po' di informazioni non comprese nel prezzo. Esaurito velocemente questo sito partiamo alla volta di Sayil, famoso per il suo Palacio, una costruzione imponente a tre piani, lunga circa 85 metri. Davanti al palazzo parte un sentiero abbastanza impervio che si snoda per quasi mezzo km in mezzo alla giungla e arriva a El Mirador, una costruzione arroccata su una collinetta e sormontata da una decorazione a cresta. La quarta tappa e' Kabah, un po' piu' affollata perche' relativamente vicina a Uxmal. Il Codz Pop o Palacio de los Mascarones e' veramente una sorpresa entusiasmante (ho sviluppato una vera e propria passione per il dio Chac in questo viaggio) con la sua facciata barocca che sbuca dal nulla in cima alla scalinata. Sul retro del Codz Pop ci sono due atlantes ossia due figure maschili utilizzate come sostegno di una colonna e sono interessanti perche' sono un esempio rarissimo nella cultura maya della tridimensionalita'. Il Palacio e' un esempio tipico dello stile Puuc e si affaccia su un gradevolissimo cortile quadrato. Ci facciamo anche una passeggiatina nella foresta per arrivare al Templo de las Columnas che pero' e' un po' deludente, piu' che altro e' di nuovo quasi fagocitato dalla giungla. Attraversando la strada asfaltata si ritrova la sacbe' che prosegue fino ad un grande arco restaurato; si dice che la sacbe' prosegua oltre l'arco e attraversando tutta la giungla arrivi fino a Uxmal da un lato e a Labna' dall'altro. Ci siamo un po' attardati e l'autobus sta aspettando solo noi: il nostro autista e' molto "chioccia" e dopo ogni sosta si accerta che ci siamo tutti prima di ripartire. L'ultima sosta di questo giro affascinante ma un po' faticoso e' Uxmal. Non c'e' molta gente nonostante sia domenica e questo mi fa piacere ma appena entrati mi aspetta una grossissima delusione: la Casa dell'Adivino (Casa del Mago) e' chiuso per lavori e non ci si puo' salire. Dopo qualche colorita esclamazione mi rassegno e continuiamo la visita del sito. Vengo ricompensata subito dalla maestosita' del Cuadra'ngolo de las Monjas, un imponente quadrilatero costituito da quattro templi separati che, pur costruiti in momenti diversi e in stili diversi, formano un insieme di rara armonia. Il Juego de la Pelota e' molto piu' piccolo e mal conservato rispetto a quello di Chichen Itza' e lo passiamo velocemente diretti al Palacio del Gobernador. Con la sua facciata lunga quasi 100 metri e' uno degli edifici piu' grandiosi che abbiamo visto ed e' costruito in puro stile puuc. Aggirando il Palacio arriviamo alla Gran Piramide, alta ben 32 metri. Ci inerpichiamo fino alla cima e la vista e' davvero mozzafiato. Mentre ci riprendiamo, in religioso silenzio, il nostro sguardo spazia su chilometri e chilometri di giungla senza incontrare nemmeno un segno dell'esistenza di centri abitati. Le colline ci circondano dolcemente e nonostante il sole a picco e il caldo insopportabile e' un momento di rara perfezione. Bruscamente interrotto dalla "solita" comitiva di italiani che urlando e caciarando tolgono tutta la poesia al luogo. Ai piedi della torre, poco piu' avanti c'e' il Templo de las Tortugas, animale che soffre a causa della siccita' e quindi sacro ai Maya che credevano si unisse alle loro preghiere al dio Chac, il dio della pioggia. La giornata e' stata stancante ma abbiamo visto dei posti veramente belli; il viaggio di ritorno viene occupato interamente dalla discussione sul proseguimento del nostro viaggio. Il programma prevede di dirigersi a sud verso il Belize ma entrambi abbiamo autonomamente (e fino a questo momento segretamente) maturato il desiderio di visitare Palenque, desiderio accentuato dalla giornata appena trascorsa. Quindi appena rientrati a Merida raggiungiamo la stazione degli autobus di prima classe e scopriamo che ci sono solo 3 autobus ogni giorno e sono gia' tutti pieni. Usciamo delusi e ci avviamo verso il nostro albergo. Ma non siamo per niente soddisfatti e dopo un paio di chilometri ci guardiamo e torniamo indietro....un ulteriore indagine ci svela che ci sono autobus ogni ora per Campeche. Decidiamo quindi di dirigerci verso questa citta' per cercare di raggiungere Palenque da li. Prima di tornare in albergo a fare i bagagli ci fermiamo in piazza: e' domenica e c'e' molta gente che passeggia, ci sono bancarelle e venditori ambulanti. Il mattino dopo saliamo su un lussuosissimo autobus dell'Ado con tanto di aria condizionata e videoregistratore. Dopo tre ore rilassanti arriviamo a Campeche e scopriamo che a mezzanotte ci sono 2 posti su un autobus, carissimo, della Maya de Oro. Lasciamo i bagagli al deposito e ci catapultiamo su un autobus per il centro citta'. Campeche e' una citta' che si affaccia sul Golfo del Messico e gia' dal XVI secolo era il principale porto dello Yucatan. Tutte le ricchezze della regione confluivano qui per essere poi trasportate in Europa e questo costituiva un'esca irresistibile per i pirati che per piu' di due secoli terrorizzarono i cittadini con i loro assalti. Verso la fine del 1600 il re di Spagna si decise ad affrontare il problema e inizio' la costruzione di un baluardo a forma di esagono che incorporava 8 bastioni circondando e difendendo la citta'. Oggi i bastioni sono stati completamente ristrutturati cosi' come le due porte, la porta del mare e la porta di terra. La citta' all'interno delle mura e' una citta' molto bella, curata e pulita. Le sue case sono colorate, e non ci sono due case vicine dello stesso colore. La piccola piazza, davanti alla cattedrale che risale al periodo della fondazione della citta', e' protetta da alberi frondosi. Il malecon, ossia il lungomare, e' decorato con cannoni bruniti ed e' percorso per tutta la sua lunghezza da una passeggiata. Girando per le sue strade arriviamo al Templo de San Jose', una chiesa sconsacrata con la facciata completamente ricoperta di piastrelle gialle e blu: una delle due guglie e' sormontata da un faro. Purtroppo tutti i baluardi che raggiungiamo sono chiusi e non riusciamo ad entrare nemmeno in uno. Ma in piazza si trova il Centro Cultural Casa Nu'mero 6, un edificio del 1700 ristrutturato e arredato con mobili dell'epoca. L'ingresso e' gratuito e c'e' un simpatico vecchietto che ci fa fare la visita guidata dandoci spiegazioni in spagnolo e ottenendo in cambio una lezione lampo di italiano. Per far passare un po' il pomeriggio e per rifocillarci passiamo un'oretta dentro il San Francesco de Asis, la Coop messicana che non ha nulla da invidiare ai nostri migliori supermercati. All'uscita veniamo sorpresi da un acquazzone che ci bagna come pulcini. Per fortuna dura poco e il sole ci asciuga in un battibaleno. E' ancora presto e acquistiamo un biglietto per il trenino che fa il giro turistico della citta'. Superato l'imbarazzo ci godiamo la guida, un ragazzo giovane ma molto preparato e divertente che riesce a coinvolgerci tutti e a creare un clima piacevole. Il giro dura quasi tre quarti d'ora e ci regala anche un fantastico tramonto sul mare. La serata continua in piazza dove si esibisce Angel, il cantante mascherato, un emulo di Elvis vestito completamente di nero e con una maschera sulla faccia che non si toglie nemmeno dopo aver completato lo spettacolo. E' giunta quasi l'ora di prendere l'autobus cosi' ci dirigiamo verso la stazione. L'autobus non e' male ma non giustifica il costo elevato del biglietto. Comunque ci facciamo una dormita e senza neanche accorgerne siamo a Palenque. Sono le sei e fuori e' ancora buio. Adriano mi lascia con i bagagli in questa stazione squallidissima con alcuni individui ambigui e una cavalletta gigantesca. Fortunatamente trova un albergo li' vicino, molto bello, e il vecchietto alla reception ci fa entrare anche se e' molto presto. Cosi' ci facciamo una doccia veloce e nonostante il sonno atroce ci dirigiamo alle rovine per essere li' all'apertura. Il colectivo che ci tira su e' strapieno e l'autista piazza Adriano sullo strapuntino...un viaggio comodissimo (ma breve). Il tempo non e' dei migliori, e' molto nuvoloso e anche abbastanza fresco. Ma l'effetto della nebbia tra le rovine, completamente sepolte in una giungla lussureggiante, e' indescrivibile. C'e' ancora pochissima gente e ci muoviamo anticipando i gruppi con le guide. Sfortunatamente il Templo de les Inscriptiones e' chiuso per restauri e inizio a convincermi di essere un po' perseguitata. Ci arrampichiamo in cima al gruppo del la Cruz e dall'alto lo spettacolo e' superbo. Poi ci perdiamo un po' per la giungla e dopo aver visitato tutte le rovine seguiamo il sentiero che porta all'uscita e che si snoda tortuoso in mezzo agli alberi costeggiando un ruscello che crea cascatelle e laghetti. C'e' anche un ponte tibetano che ci divertiamo ad attraversare. Usciamo a valle rispetto all'entrata, proprio davanti al museo del sito. Nonostante gli occhi ci si chiudano dalla stanchezza e la fame sia prepotente non ci perdiamo niente dell'esposizione che e' esaustiva e molto interessante. Mi colpiscono in particolare gli incensieri di terracotta, trovati in abbondanza nel sito: sono delle piccole colonne scolpite con facce di animali o antropomorfe nelle quali veniva bruciato l'incenso di copale come offerta agli dei. Tornati in paese ci rifocilliamo con un enorme hamburger (buonissimo, con l'avocado) e poi ci facciamo un pisolino. Il giorno dopo ripartiamo per San Cristobal, gia' che siamo qui vale la pena di allungare un pochino la strada! Quando saliamo sull'autobus della Altos, l'unica compagnia di prima classe del Chiapas, l'autista sembra un innocuo ragazzo per bene. Peccato che appena si mette dietro il volante cambi completamente personalita': da Dottor Jekill a Mr Hide in un battibaleno. Aria condizionata a manetta, musica a mille, e guida a dir poco sportiva....tant'e' che mi sento male dopo dieci minuti. Ma quando alla prima topas esplode l'applauso capisco che non sono la sola a patire. Mi dico che non sopravvivero' alle 5 ore che mi aspettano ma tutti capiamo che la ribellione e' impossibile. Infatti di colpo l'autobus si ferma e l'autista, piantato in mezzo al corridoio e completamente trasformato nell'aspetto (camicia sbottonata, occhiali neri e mezzi guanti in pelle nera) inizia ad inveire violentemente contro un malcapitato che aveva osato aprire un po' il finestrino, forse in cerca di un po di sollievo. Dopo la sosta a Ochosingo, paese di allevatori di bestiame, dove ci riprendiamo un po' la situazione migliora nel senso che capiamo che e' inutile lottare quindi assecondiamo il nostro pazzo autista sperando che ci porti a destinazione senza schiantarci giu' per un burrone e iniziamo a cantare e a battere le mani mentre lui alza il volume cosi' tanto da distorcere completamente la musica. Nonostante la nausea e il brutto tempo (e la paura di morire su un autobus messicano) mi godo il paesaggio fuori dal finestrino. Le montagne sono intervallate da ampie valli verdi, le milpa sono un po' piu' floride rispetto a quelle della pianura e sui bordi della strada crescono cespugli di orchidee coloratissime. Sono molto stupita quando vedo, a poca distanza una dall'altra, due donne indie con una nidiata di bimbi che si lavano, completamente nude, nei canali di scolo al lato della strada. Arrivati a San Cristobal troviamo subito un albergo piu' che discreto e usciamo in esplorazione. Piove e fa abbastanza freddo, in fondo siamo a 1700 metri. La cittadina e' un po' triste sotto la pioggia e dopo neanche mezz'ora siamo fradici. Le strade non scaricano l'acqua e adesso capisco ancora meglio perche' i marciapiedi sono cosi' alti! Vediamo numerosi indios che vendono prodotti artigianali. I bimbi sono bellissimi ma sono sconvolta dal vedere una bimbetta di si e no 3 anni con in spalla il suo fratellino di uno. Mi rendo conto di una brutale verita': i bambini sono merce preziosa solo in Occidente perche' qui sono merce rara e come tale trattati. In paesi cosi' poveri, dove e' normale che ogni famiglia abbia sei o sette figli, i bimbi crescono in fretta e sono costretti a provvedere a se stessi molto precocemente. Pero' sono sempre bambini e si divertono giocando tra di loro e correndo tra le gambe della gente. Il mattino dopo, alle nove, siamo davanti alla cattedrale pronti ad unirci all'escursione etno solidale di Alex e Raul che ci accompagneranno in due villaggi indigeni vicini a San Cristobal. Il cielo e' abbastanza terso e ci stipiamo dentro il classico furgoncino wolkswagen. Dopo una decina di minuti di strada tortuosa lungo la quale temo piu' volte che il furgone esali l'ultimo sospiro giungiamo a San Juan Chamula. Qui ci dividiamo in due gruppi, uno in lingua spagnola guidato da Raul, l'altro in lingua inglese guidato da un ragazzo. Scegliamo Raul nonostante l'ostacolo della lingua perche' ci sembra piu' genuino e infatti la scelta si rivela azzeccatissima. Prima di iniziare il nostro giro ci da alcune indicazioni di comportamento da rispettare accuratamente. La comunita' di Chamula, che conta circa 75.000 indios di lingua tetzil distribuiti tra il villaggio e le valli intorno, e' una comunita' molto chiusa dove gli estranei sono a mala pena tollerati, sicuramente non accettati. Noi siamo in visita a casa loro e giustamente dobbiamo rispettare le regole che poi sono quelle dell'elementare buona educazione oltre al divieto di fotografare cerimonie ed edifici religiosi e le persone senza esplicita autorizzazione. Mentre parliamo siamo circondati da un gruppo di bambini che reclama il sacchetto di caramelle da Raul. Lui ci dice che possiamo fotografarli se loro vogliono, magari dandogli un soldino, ma io ho l'impressione di essere allo zoo e cosi' evito. Sullo sfondo si staglia un vulcano inattivo e lungo un sentiero che scende dalla montagna arrivano due donne vestite con gli abiti tradizionali, gonna nera e blusa bianca con decori rossi e azzurri: i colori del cielo e della terra. Ci incamminiamo verso la vecchia chiesa, ormai abbandonata e decrepita, davanti alla quale si stende il cimitero molto semplice e umile: solo delle semplici croci, tutte uguali ma di colore diverso. Bianche per i bimbi, azzurro per gli adolescenti e nero per gli anziani (si considerano anziani d opo i trent'anni!!!): l'importanza di una persona non viene data da monumenti funebri opulenti ma da un maggior numero di croci sulla tomba. I ricchi poi hanno attorno alla tomba del filo spinato che protegge l'erba e i fiori dalle pecore che pascolano tranquillamente in mezzo alle tombe: le pecore infatti sono sacre perche' danno latte e lana e quindi nessuno le tocca. Quando qualcuno muore rimane per tre giorni in casa durante i quali si festeggia bevendo, mangiando e ballando. Poi il defunto viene sepolto con i vestiti tradizionali e con le bevande e i cibi preferiti per fare festa quando si ricongiungera' con gli amici morti precedentemente. Gli anziani vengono sepolti alle sei del pomeriggio cosi' fanno meno fatica a salire verso il sole. Il villaggio e' abbastanza esteso e incontriamo subito una processione per le sue vie. La vita dei Chamulani e' scandita dalla religione ma da una religione che e' un sincretismo tra religione cattolica e antichi riti maya. La stessa appartenenza alla comunita' e' determinata dalla religione: il rifiuto o il tradimento della religione comporta immediatamente il bando dalla comunita' e quindi l'assenza di mezzi di sussistenza. Donne e bambini riescono a sopravvivere vendendo manufatti artigianali ma gli uomini difficilmente trovano lavoro e cadono preda dell'alcol, finendo col mendicare agli angoli delle strade. In questa particolare forma di cattolicesimo i sacramenti non sono affatto riconosciuti, con l'unica importante eccezione del battesimo che viene impartito una volta all'anno nel giorno della festa del santo patrono, San Juan Baptista, il 24 di giugno. Questa e' l'unica occasione in cui un prete puo' mettere piede nel villaggio. Abitualmente le cerimonie religiose sono distribuite dalle autorita' del paese riunite in consiglio e vengono affidate a rotazione ai "maggiordomi" che si assumono il compito di organizzare e mantenere i festeggiamenti dedicati ai santi. Questo compito e' molto gravoso in termini di tempo e di denaro ma e' molto ambito perche' da' prestigio. Spesso qualcuno si mette in lista per la maggiordomia ma muore prima di ottenerla perche' ci vogliono molti anni cosi' il primogenito eredita e porta a compimento la richiesta del padre. Per capire meglio bisogna dire che il centro della religione chamulana non e' la trinita' ma tutto il pantheon dei santi che vengono identificati con i vari dei della religione maya. Raul ci fa entrare nella casa di un maggiordomo dove veniamo accolti cordialmente e ci viene consentito di accomodarci su alcuni minuscoli sgabelli mentre ascoltiamo le spiegazioni su come si svolgono i riti. La casa e' ampia, con il tetto di paglia e al centro dell'unica, grande stanza che la compone e' eretto un altare con la figura del santo onorato protetto dai nostri sguardi da un fitto tendaggio di rami di pino. Mentre siamo seduti Raul fa girare un bicchierino di pos, una bevanda alcolica fortissima, tipica della zona, che assaggiamo a turno. Usciti da questa casa ci dirigiamo verso la chiesa. Prima di entrare Raul ci rinnova alcune raccomandazioni: ci prega di riporre negli zaini macchine fotografiche e telecamere e di fare attenzione a dove mettiamo i piedi per non calpestare la candele. All'ingresso ci sono le guardie, armate di manganelli, che si incaricano di far rispettare queste regole. Appena entriamo inizia un viaggio spazio-temporale che ci lascera' veramente senza parole. Anche la chiesa e' molto spoglia: l'ambiente vasto e semplice e' completamente vuoto, fatta eccezione per le statue dei santi allineate lungo le pareti. Non ci sono banchi o altari e tutti si siedono sul pavimento ricoperto di aghi di pino che sprigionano un odore penetrante. La luce e' poca e viene per la maggior parte dalle candele colorate posizionate sul pavimento. Il fumo che queste sprigionano rende l'atmosfera ancora piu' suggestiva. Raul ci prende in parte e ci spiega che la chiesa e' il centro della vita del paese: in chiesa ci si incontra, si parla, si mangia, si beve, si fuma. Pero' in chiesa si ricorre anche all'aiuto dei curanderos o delle curanderas ovvero i medici tradizionali che officiano riti di purificazione mentale. Chiunque abbia un problema si reca in chiesa per consultare un curandero: questo ascoltando il polso di una persona capisce quale sono i suoi problemi che vengono risolti utilizzando 5 ingredienti. Il primo sono le uova, simbolo di rinascita: spalmare l'uovo significa dare inizio ad una nuova vita. Il secondo e' il pos, del quale bisogna bere tre bicchieri per entrare in uno stato di rilassatezza e disponibilita' mentale. Il terzo e' la Pepsi, che fa espellere gli spiriti maligni. Il quarto e' una gallina (nera per le donne, un pulcino per i bimbi, un gallo per gli uomini) che viene passata vicino al paziente per assorbirne gli spiriti maligni: una volta trasferita la negativita' questa scompare con la morte dell'animale. Il quinto ed ultimo ingrediente sono le candele che hanno diversi significati a seconda del colore e della disposizione in cui vengono diposte. Facendo molta attenzione a dove mettiamo i piedi ci addentriamo verso il fondo della chiesa ossia verso dove dovrebbe esserci l'altare che qui e' invece assente. Mentre cammino nella penombra vedo una curandera che sta curando una ragazzina e proprio quando le passo accanto tira il collo alla gallina. Tutto intorno la gente chiacchera, accende candele, dorme per terra oppure parla con le figure dei santi. Tutto l'insieme mi da le vertigini e esco con un misto di sollievo e dispiacere. Il tempo si e' messo al brutto di nuovo e facciamo una veloce passeggiatina al mercato dove sono esposti prodotti artigianali. Aspettiamo il gruppo sotto il gazebo al centro della piazza insieme a una moltitudine di bimbi dagli occhi nerissimi (tutti con lo zainetto dei Pokemon!!!) Quando riusciamo a recuperare tutti partiamo alla volta di Zinacantan, un paese a una decina di chilometri da San Juan. Sta' piovendo forte e ormai sono convinta che il pulmino stia tirando gli ultimi. Approfitto della gentilezza di una ragazza italiana che mi fa da interprete e chiedo a Raul che cosa pensa la gente di quelle parti del movimento zapatista. Ho appena finito di leggere "Io Marcos", l'intervista al subcomandante, ma non riesco a conciliare, ancora una volta, quello che ho letto con quello che vedo. Raul mi confonde ancora di piu' sostenendo che nessuno ha capito quali siano i veri scopi della rivolta. Mi spiega che ovunque ci sono scuole laiche, bilingui e gratuite per i bimbi dislocate in posti strategici ma che molti sono ancora diffidenti e molte famiglie non capiscono il valore che puo' avere l'istruzione e preferiscono tenere i figli a lavorare. Poi parte con un'analisi della difficile situazione politico religiosa in Chiapas ma purtroppo dopo dieci minuti il mio livello di concentrazione cala e cosi' non riesco piu' a seguirlo, anche perche' ormai si e' infervorato e parla velocemente. Arriviamo a Zinacantan sotto il diluvio: non c'e' altro da fare che arrotolare i pantaloni e sguazzare nell'acqua. Pur essendo sempre una comunita' di lingua tzotzil e a pochissima distanza da San Juan i zinacantani credono nei sacramenti. Tuttavia anche qui il prete non e' ben accetto e viene solo per celebrare le funzioni. L'attivita' principale del paese e' la coltivazione dei fiori e il loro abito tradizionale e' un poncho decorato a motivi floreali. Le donne del paese sono abili tessitrici e utilizzando il telaio alla cintura producono stoffe coloratissime e poi ricamate a mano. Da quando imparano a utilizzare il telaio, le ragazze si preparano l'abito da sposa, decorato sfarzosamente e ornato con piume di gallina, simbolo di fertilita'. Dopo aver visitato la chiesa, molto piu' simile alle chiese tradizionali, ci rechiamo a visitare un'abitazione tipica. Le donne della casa ci fanno accomodare e molto gentilmente subiscono la nostra intrusione, sperando sicuramente di riuscire a venderci qualcuna delle stoffe da loro tessute. La casa e' composta da una grande stanza con il pavimento di terra battuta (caldo d'inverno e fresco d'estate): su un lato sono allineati alcuni armadi e scaffali e di fronte c'e' l'altare decorato con fiori e candele. Ai lati dell'altare ci sono due letti in legno per i figli, letti senza materasso perche' la schiena, messa a dura prova dai lavori agricoli e dalle fatiche quotidiane, possa riposarsi correttamente. In un angolo c'e' una specie di separe' per la privacy di moglie e marito e dell'ultimo nato. Di fronte alla porta d'ingresso c'e' un'altra porta che da' sul retro della casa dove, sotto una tettoia, c'e' la cucina con il focolare in pietra e tutti gli strumenti per preparare il mais e le tortillas. Fuori in cortile, sotto un'altra tettoia c'e' la vasca per lavarsi e poco piu' in la il gabinetto. Mi sento un po' in imbarazzo a spiare cosi' nell'intimita' di una famiglia ma insieme sono affascinata da questo modo di vivere cosi' diverso dal nostro. Il rientro avviene sotto la pioggia sempre piu' insistente effetto, a detta di Raul, del tifone che si e' abbattuto sulla costa. Per quello che rimane del pomeriggio cerchiamo di asciugarci un poco e ne approfittiamo per fare il bucato in una lavanderia a gettone vicino all'albergo. Il giorno successivo la pioggia ci da un po' di tregua e vagabondiamo per le strade di San Cristobal che e' una cittadina colorata e piacevole. Ci inerpichiamo al Cerros de San Cristobal per scoprire che da la in cima non si vede praticamente nulla e che e' il posto prediletto dalle coppiette che si nascondono ad amoreggiare. Scendendo lungo le scale vediamo come vivono gli indios scacciati dalla comunita': un poverta' totale consumata in miserevoli baracche o addirittura sugli scalini. Proseguiamo alla ricerca del Templo ed Ex Convento de Santo Domingo. La chiesa e' molto bella, in perfetto stile barocco: l'interno e' di un'opulenza opprimente, tutto oro zecchino e pesanti decorazioni. Nell'ex convento, adiacente alla Chiesa c'e' una cooperativa di tessitrici che espongono i loro prodotti mentre, tutto intorno alla chiesa c'e' un mercato di prodotti artigianali dove facciamo acquisti, privilegiando le bancarelle delle donne anziane o di quelle con piu' bimbi. Sicuramente ci facciamo fregare perche' siamo assolutamente incapaci di trattare e anche perche' non ho il cuore di mercanteggiare per poche migliaia di lire che a me non cambiano la vita mentre loro ne hanno sicuramente bisogno. In un'altra parte dell'ex convento e' stato allestito il Museo de Archeologia, Etnografia, Hystoria e Arte e ci riposiamo un po' nel patio fiorito prima di proseguire con la visita. Alle sei dobbiamo prendere l'autobus e cosi', dopo aver visitato anche la Casa des Artesanias de Chiapas e il Templo del Carmen ed esserci persi per le stradine torniamo in albergo a fare gli zaini. Facciamo appena in tempo a raggiungere la stazione degli autobus e ricomincia a diluviare. Notiamo che molte tra le persone che attendono l'autobus sono raffreddate e febbricitanti. Il tempo e' stato abbastanza inclemente e speriamo di trovare il sole sulla costa. Ci dispiace molto di non aver potuto effettuare nessuna escursione nei dintorni di San Cristobal ma non possiamo aspettare che il tempo si ristabilisca e cosi' ci ripromettiamo di tornare per vedere il Canyon del Sumidero, Agua Azul e la selva lacandona. Il viaggio verso Chetumal, sempre con la Altos, si rivelera' molto peggio dell'andata: tralasciando il fatto di fare quella strada di notte, sotto il diluvio, con la nebbia e nemmeno un guard rail, il nostro autista e' molto peggio di quanto potessimo immaginare. Aria condizionata a 18°, radio a tutto volume tutta la notte...una goduria. A nulla sono valse le nostre proteste e credo che per molti questo viaggio sia stato il colpo di grazia. Dopo quattordici ore di viaggio arriviamo a Chetumal, completamente allagata a causa di Chantal: l'uragano e' passato una settimana fa ma ci sono ancora zone della citta' sotto qualche metro d'acqua. Abbiamo accumulato due ore e mezza di ritardo e quindi abbiamo perso l'autobus per Xcalak. Il prossimo e' alle quattro del pomeriggio ma non ci va di passare la giornata in una squallida stazione degli autobus. Adriano si informa e la bigliettaia ci consiglia di raggiungere Limones sostenendo che da li potremmo trovare il modo per raggiungere Xcalak. Prendiamo il primo autobus per Limones e uscendo da Chetumal vediamo i danni che ha fatto il tifone. Molte case sono danneggiate, un tratto di strada e' stato portato via e il nostro autobus con disinvoltura rischia di finire nella voragine aperta dall'acqua. Il viaggio e' molto rallentato e il paesaggio che scorre dietro il finestrino e' squallido e triste. Il Quintana Roo, almeno in questa sua parte meridionale e' molto piu' povero dello Yucatan. L'unica cosa degna di nota e' l'attraversamento di una parte della Laguna Bacalar, molto suggestiva. Dopo quasi tre ore arriviamo a Limones, amena cittadina messicana piena di risorse e intrattenimenti per il turista che ci arrivi per caso...a Limones non c'e' praticamente nulla con la rilevante eccezione di una bottega con rivendita di biglietti d'autobus che fornisce, a richiesta e a pagamento, servizio wc e di una tettoia con due panchine per aspettare il suddetto autobus. Dopo aver usufruito del servizio wc (decisamente sproporzionato nel rapporto qualita'-prezzo) ci sistemiamo comodi sotto la tettoia. La speranza di trovare un colectivo che vada verso Xcalak va scemando: e' sabato pomeriggio e tutti rientrano da Xcalak verso Chetumal o Felipe Carrillo Puerto. Mentre cerchiamo di riprenderci da quelle che sono ormai piu' di venti ore di viaggio mangiando patatine scadute e pepsi calda, veniamo attorniati da un gruppo di taxisti che ci offre il loro servigi. Un'occhiata alle loro macchine mi convince dell'opportunita' di attendere l'autobus delle sei. Adriano preme per prendere un taxi ma io mi rifiuto di pagare la cifra "astronomica" che ci chiedono e preferisco starmene seduta tranquilla all'ombra ad aspettare. Si crea subito una situazione simpatica perche' diventiamo per un momento l'attrazione del paese e a turno vengono a scambiare quattro chiacchere. Per l'occasione devo sfoderare il dizionario di spagnolo perche' uno dei taxisti, testimone di geova, mi trascina in una discussione teologica. Il tempo passa lento ai bordi della strada; l'asfalto tremola per il caldo e le macchine sfrecciano senza neppure rallentare alla topas. I tassisti iniziano a fare terrorismo psicologico sostenendo che il sabato l'autobus non passa, che chissa' a che ora arrivera' e cosi' via...dopo piu' di un'ora che siamo li' vedo da lontano un taxi giallo, rassicurante nella sua convenzionalita', con la scritta Mahaual sulla fiancata. Lo stoppo al volo e contratto un'andata per Mahaual a un quarto del prezzo richiesto dai nostri amici. Ci salutiamo calorosamente e saliamo sull'arca della salvezza...appena mi riprendo e mi guardo intorno colgo che la tappezzeria e' di un incongruo peluche leopardato e che tutti gli interni dell'auto sono stati rimossi...imbocchiamo la strada verso Mahaual, cinquanta chilometri di rettilineo circondati da paludi e mangrovie. Il viaggio e' ipnotico, probabilmente anche per la stanchezza assoluta. Ci svegliamo di soprassalto un paio di volte quando il nostro autista, per evitare un airone o un serpente frena bruscamente rischiando di perdere il controllo dell'auto. Arriviamo a Mahaul e troviamo subito una stanza nell'unico albergo del luogo: la camera e' abbastanza sporca e l'acqua con cui ci laviamo e' acqua di mare ma il vecchietto che ce l'affitta ci chiede ben 350 pesos senza nemmeno registrarci! Ma non ci sono alternative e cosi' dopo esserci infilati il costume usciamo subito. Mahaual e' un posto stupendo, assolutamente fuori dal mondo. Non ci sono assolutamente turisti ma purtroppo hanno gia' costruito un molo per navi da crociera e stanno costruendo un villaggio turistico. La spiaggia e' da cartolina, sabbia bianca e palme con mare azzurro ma ci sono i segni dell'uragano appena trascorso: pesci e granchi morti, ammassi di alghe e cumuli enormi di conchiglie grandissime! Stiamo svenendo dalla fame ma prima ci diamo una ripulita. Usciamo di nuovo che fa gia' buio e per fortuna abbiamo una torcia elettrica: la notte e' nera nera e nemmeno una luce illumina la strada principale, rigorosamente di sabbia. Scartiamo il ristorante dell'albergo perche' dal terrazzo abbiamo visto che cucinano il pesce nell'acqua di mare (dove per altro scaricano anche le fogne!!!) e ci dirigiamo verso una palapa che abbiamo visto durante la nostra passeggiata. Qui chiedo se fanno da mangiare ma la ragazza mi fa un lungo e incomprensibile discorso alla fine del quale deduco che servono solo da bere...allora ordiniamo due Corona e ci gustiamo la nostra birra cullati dal rumore delle onde con la sabbia ancora calda sotto i piedi. E' un momento perfetto ma la birra a stomaco vuoto (sono piu' di 24 ore che non mangiamo!) ci da alla testa. Tornando in albergo vedo un negozietto e decidiamo di comprare qualcosa da mangiare. Tutto e' ricoperto di polvere e sale e soprattutto c'e' solo cibo da cuocere...ma frugando negli scaffali riesco a scovare una scatoletta di carne in scatola e dei crackers che insieme a due banane e altre due Coronas costituiranno la nostra cena, consumata romanticamente sul balcone fronte mare. Ubriachi ci concediamo un sonno ristoratore e al mattino siamo cosi' intorpiditi che rischiamo di perdere l'autobus per Xcalak che comunque, stranamente, passa in anticipo. Io voglio andare a tutti i costi a Xcalak perche' quando mi fisso non c'e' verso di farmi cambiare idea. Adriano e' un po' piu' perplesso ma gentilmente, mi segue. L'autobus che prendiamo e' uno spettacolo e anche semivuoto. Ci godiamo il panorama e dopo un paio d'ore arriviamo a Xcalak. Xcalak e' un villaggio di pescatori davanti ai cayes del Belize ed e' praticamente una strada di sabbia con due file di case di legno ai lati. Per strada non c'e' nessuno e nel negozio dove entriamo appena arrivati non hanno nemmeno bottiglie d'acqua. L'elettricita' non c'e' quasi da nessuna parte e gli alberghi sono a una certa distanza dal paese. Mi rendo conto che Benedetto aveva ragione: venire fin qui senza un mezzo di trasporto proprio e' una follia perche' non ti puoi muovere. Cosi' decidiamo di tornare indietro ma dobbiamo comunque aspettare le tre del pomeriggio quando l'autobus tornera' indietro. Facciamo una passeggiata lungo la spiaggia ma rimaniamo un po' delusi dal mare che ha un colore rosso-marrone poco rassicurante. Non riusciamo a capire a cosa sia dovuta ma ci scoraggia dal fare il bagno. Ci riposiamo sotto le palme e adotto un cane, Chico, che mi seguira' come un'ombra fino a quando ripartiremo. Siamo un po' sconvolti da tutta la tirata che abbiamo fatto e prendiamo l'autobus fino a Limones e poi fino a Felipe Carrillo Puerto. Da qui proseguiamo per Playa del Carmen che decidiamo di eleggere come base per visitare la costa del Quintana Roo. Arriviamo a Playa alle nove di sera e troviamo un albergo discreto abbastanza vicino al centro. Distrutti usciamo per cercare del cibo e ci rifocilliamo con due hamburger giganti. Playa del Carmen e' decisamente una faccia completamente diversa del Messico, e' la faccia di un paese colonizzato dal turismo, addomesticato e adornato come una cartolina. Il giorno dopo ci lanciamo in spiaggia e trascorriamo le ore facendo snorkeling e sonnecchiando sotto l'ombrellone. Ma la botta di sole e caldo unita agli strapazzi dei giorni precedenti ci da il colpo di grazia. Febbre e dissenteria ci bloccano in albergo dove trascorriamo una giornata calda e noiosa. La fine delle vacanze si avvicina e purtroppo ci rendiamo conto che alcune delle escursioni in programma sono destinate a saltare. Riusciamo ad andare a Tulum ma le rovine sono abbastanza deludenti anche se in una posizione fantastica. La spiaggia e' molto bella e ampia e l'acqua e' calda e azzurra anche se la visibilita' e' praticamente nulla. Un'altra giornata la spendiamo a Cozumel dove ci godiamo i fondali meravigliosi ma un po' meno il resto dell'isola, meta preferita dagli americani. Il nostro viaggio finisce tristemente, come tutti i viaggi. Ma siamo gia' pronti per ripartire!