Messico - Mayab

2002

di Francesca


22/02/02
Ancora non riesco a rendermi conto del fatto che stiamo finalmente partendo per il Messico. Questo viaggio, così agognato, così sognato e di conseguenza preparato con la massima attenzione a tutti i particolari, ci aspetta da un anno e mezzo. Non abbiamo idea di quello che ci aspetta, essendo alla nostra prima esperienza messicana, e questo rende ancora più emozionanti questi momenti. Il volo Roma-Parigi parte e atterra con quasi un'ora di ritardo. Il che significa che dobbiamo attraversare il labirintico aeroporto Charles de Gaulle correndo come pazzi per non perdere la coincidenza per Città del Messico. Sarà per l'emozione del viaggio, sarà per la noia di queste dodici ore che sembrano non passare mai, ma Giorgio mangia come uno sprocedato e mi fa tanto ridere, perché a dire la verità non l'ho mai visto ingurgitare una tale quantità di cibo: la mia e la sua colazione sul volo per Parigi, il mio e il suo pranzo ed il mio e il suo spuntino prima di atterrare, sul volo per Città del Messico, e infine il mio e il suo sandwich sul volo per Merida. Questa volta la mia paura di volare è stata meno forte; forse per la stanchezza accumulata fino al giorno della partenza o forse per una sorta di rassegnazione che man mano sta subentrando. Sorvolare Città del Messico ci lascia letteralmente a bocca aperta. Non se ne vede la fine, le luci si estendono fino all'orizzonte ed io continuo a schiacciare il naso contro il finestrino ad inghiottire, con gli occhi sbarrati, questa distesa di luci senza fine. Appena atterrati, ecco la prima sorpresa: le nostre valigie non ci sono. L' addetta al check-in a Roma ci aveva avvertito che avremmo dovuto ritirarle a Città del Messico, passare la dogana e poi rimbarcarle sul volo per Merida, ma dei nostri zaini neanche l'ombra. Dopo un'ora di fila, con l'ovvia preoccupazione ed il relativo nervosismo a roderci il fegato, scopriamo che il nostro bagaglio è miracolosamente e al di là di ogni aspettativa, già imbarcato per Merida. E così, un po' più tranquilli, riattraversiamo l'aeroporto, correndo come forsennati per cercare di non perdere la nostra coincidenza. Anche questa volta ce la facciamo e, dopo un'ora e mezza, Merida appare sotto di noi con le sue luci. Ritiriamo, sollevati, i nostri bagagli e ci dirigiamo con un taxi verso l'hotel Dolores Alba, che avevamo già prenotato. Il tassista guida come un pazzo ed ho la netta sensazione che questa è una caratteristica alla quale dovrò abituarmi durante il mio soggiorno messicano. La città ci appare addormentata, visto l'orario, ma non possiamo fare a meno di notare le botteghe che si susseguono lungo le strade con le loro insegne dipinte con la vernice direttamente sul muro. Eccoci in albergo. Dopo il rapido check-in ed una sciacquata ancora più veloce, piombiamo in un sonno pesantissimo. La nostra vacanza è iniziata.
23/02/02
Ci diamo il nostro primo "Buongiorno" messicano. A causa del fuso orario ci siamo svegliati prestissimo e ne abbiamo approfittato per iniziare subito la scoperta della città. Ci siamo diretti verso la Plaza Mayor, fulcro della vita di Merida, e dopo una ricca colazione abbiamo cominciato ad esplorarla. La piazza è molto bella, con i suoi giardini al centro e gli edifici coloniali ad orlarne il perimetro. Ma appena mettiamo piede nel giardino un tipo losco inizia a seguirci. Cambiamo strada più volte, ma è sempre dietro a noi; al costo di passare sulle aiuole e di scavalcare recinzioni, continua a seguirci. Alla fine decidiamo di sederci su una panchina per vedere che strategia adotterà e lui, forse conscio del fatto che ci siamo accorti della sua presenza, decide finalmente di lasciarci stare e tira dritto. Dieci minuti dopo, mentre ci accingiamo a visitare la Catedral, il tipo è stato fermato dalla polizia. La Catedral non è molto ricca di particolari ornamentali, visti i saccheggi anti-clericali e gli incendi attraverso i quali è passata, ma in una cappelletta in fondo alla navata, sulla sinistra, c'è il Cristo de Las Ampolas, scampato miracolosamente agli incendi e a cui i devoti, ai quali ci uniamo volentieri, indirizzano le proprie preghiere. Usciti dalla Catedral, ci dirigiamo verso la Casa de Montejo, dimora della famiglia che aveva provveduto ad assoggettare e cristianizzare i Maya in tutto lo Yucatan. La facciata è notevole e conserva delle sculture che rappresentano "gentiluomini" nell'atto di calpestare le teste dei "selvaggi". Impossibile non cogliere il chiaro riferimento alla colonizzazione dei Maya. Ora il palazzo è divenuto la sede di una grande banca, e la cosa ci sembra quanto mai appropriata, visto che oggi come allora è la sede del desiderio di potere economico e culturale che aveva spinto a suo tempo i Montejo a cimentarsi nella spedizione in Yucatan. Sul lato opposto della piazza, al centro della quale peraltro svetta una grande bandiera, visitiamo il Palacio del Ejecutivo. E' davvero bello. Il cortile interno, lascia intravedere il balcone coperto che gira tutto intorno al perimetro e che è adornato da affreschi enormi di grande impatto emotivo, dipinti da Fernando Castro Pacheco. Con colori cupi, e pennellate decise, raccontano ancora la conquista e l'assoggettazione dei Maya. Siamo turbati da quelle scene. Dentro di me, i dipinti si animano e con la mente vado velocemente indietro nel tempo e cerco di immaginare, per quanto difficile, quale barbarie sia stata la conquista di questa regione. Mi sembra di vedere gli occhi spaventati e sbigottiti dei Maya alla vista dei conquistatori venuti dal vecchio mondo. E poi battaglie, violenza, il loro orgoglio calpestato, la riduzione in schiavitù nei campi di mais. Torno con i piedi per terra e mi sembra di aver acquistato un briciolo un più di coscienza storica, come avviene ogni volta che, deposta ogni resistenza, lascio che la storia di un popolo mi entri nel cuore, mi comunichi le proprie ricchezze, il proprio dolore, la propria via per andare avanti. Poi procediamo verso il Parque Hidalgo, dove facciamo la conoscenza di Ricardo, un ragazzo che sbarca il lunario pubblicizzando la Casa de las Artesanias, un negozio di artigianato, patrocinato da governo messicano, che ci dice promuovere lo sviluppo delle popolazioni indigene. La tappa era comunque nei nostri progetti, avendo già letto di questo negozio sulla guida, e così ci andiamo ora, anche perché la chiacchierata con Ricardo, che tra l'altro non si è dimostrato affatto invadente, è stata davvero piacevole. Visitiamo la Iglesia de Jesùs e poi torniamo indietro fino al negozio. Lì parliamo col gestore spiegandogli che compreremo qualcosa solo il giorno prima di partire, quando saremo di nuovo a Merida, per evitare di trasportare più peso del necessario in giro per lo Yucatan e il Quintana Roo. Nonostante questo, ci mostra di tutto e così possiamo farci un'idea di quello che desideriamo acquistare. Fatto questo, ci ridirigiamo sulla calle 60, che ci porta in direzione del Paseo de Montejo, un lungo viale stile "boulevard" francese, costellato di bellissime ville coloniali ormai decadenti, ma che danno un'idea chiarissima di come dovesse essere questa zona cento anni fa. Il viale è lunghissimo e noi lo percorriamo quasi tutto sotto un sole cocente dal quale troviamo un po' di riparo grazie agli alberi che, dai giardini delle case, regalano un po' d'ombra anche all'ampio marciapiede. Torniamo indietro e mangiamo un panino, visto che è ormai pomeriggio inoltrato e la fame e la stanchezza cominciano a farsi sentire, e poi andiamo in albergo dove, per ritemprarci un po', facciamo un "pediluvio" nella piccola piscina. Dopo esserci parzialmente ripresi dalla fatica, ci dirigiamo verso quel susseguirsi di vicoli rumorosi che è Merida, dove il vociare delle tante persone che affollano la strada si fonde con la musica a tutto volume che proviene da ogni negozio. Questo mi ha colpito più di ogni altra cosa a Merida: la musica onnipresente che mi faceva venir voglia di ballare e che rendeva dolce la fusione con le tantissime persone che, in un arcobaleno di colori, procedevano lungo le strade o affollavano i marciapiedi, intente in ogni tipo di occupazione. Procediamo verso il terminal degli autobus di seconda classe, dove acquistiamo i biglietti per Uxmal e la Ruta Puuc per domani e quelli per Chichen Itzà per il giorno successivo. Tornando passiamo per il mercato ed è un'esperienza davvero curiosa. Devo dire che io e Giorgio abbiamo una predilezione per i mercati d'ognidove: ci piace lasciarci trascinare dalla folla, o metterci in disparte ad osservare il via vai di mani che toccano, provano, portano al naso per odorare quello che si trova sui banchi colorati. E ascoltare le grida, le contrattazioni, gli inviti a servirsi dall'uno o dall'altro. Qui a Merida c'è chi è specializzato in banane, chi in peperoncini, chi vende solo mele ed uva e chi offre agli avventori quattro solitarie papaye che sono probabilmente tutto quel che possiede. Compriamo un po' di frutta e ci lasciamo trasportare da profumi, odori, musiche e risa, finché siamo fuori dalla zona del mercato e un po' storditi raggiungiamo di nuovo il nostro albergo. Per cena la cucina offre due o tre alternative da consumarsi su un tavolo nel giardino o a bordo piscina. Optiamo per una "quesadilla" e una "enchilada" che mangiamo in piscina. Non sono un gran che, a dire il vero, ma concludiamo il nostro pasto con mango e papaia acquistati al mercato e ci sembra già tutta un'altra cosa. Domani ci aspetta una severissima sveglia alle sei.Alle 20.30 siamo già a letto, esausti e felici.
24/02/02
Ci alziamo ancor prima che suoni la sveglia. Ci prepariamo degli improbabili panini che ci sfameranno durante tutta la giornata e, dopo un’abbondante colazione, ci dirigiamo in taxi alla stazione degli autobus. Siamo un po’ in anticipo, ma vediamo la sala d’aspetto riempirsi ben presto di passeggeri di ogni nazionalità. In cuor nostro siamo felici di aver acquistato il biglietto il giorno prima. Il nostro autobus, con destinazione Labnà, Xlapak, Sayil, Kabah e Uxmal, è stato chiamato. Montiamo su e ci sistemiamo su due posti a caso, perché nessuno sembra aver rispettato il posto assegnato sul biglietto. Ma i passeggeri sono più dei posti disponibili e così sorgono problemi che una pazientissima impiegata riesce a risolvere con la collaborazione di tutti solo dopo mezz’ora. Finalmente, con un po’ di ritardo, partiamo per la Ruta Puuc. Ci allontaniamo da Merida e ben presto le case basse lasciano spazio alla campagna e poi alla foresta. Ogni tanto un piccolo agglomerato di casupole con i tetti di lamiera, dalle quali esce un esile filo di fumo, segno che si sta cucinando; i bambini giocano sulle aie polverose, dove qualche gallina spennacchiata è alla ricerca di un po’ di becchime. Un cane e un gatto, magri all’inverosimile, giacciono stancamente sulla terra battuta. Mentre il nostro pullman procede, facciamo amicizia con i nostri vicini: un ragazzo italiano da tempo emigrato in Germania e la sua compagna tedesca, che sono in viaggio da qualche mese per tutto il Centro America. Ci troviamo subito in sintonia e la chiacchierata fa scivolare via il tempo velocemente. Siamo a Labnà.
Oggi è domenica e l’ingresso a tutti i siti è gratuito. Le nostre tasche severe tirano un sospiro di sollievo…
L’autista ci annuncia che abbiamo mezz’ora per visitare il sito. Uno stretto sentiero ci conduce fino al Palacio ed abbiamo il primo, mozzafiato, incontro con l’architettura Maya. Un’ampia distesa d’erba si apre davanti a noi e sulla sinistra svetta il palazzo. E’ davvero bello ed io e Giorgio ci arrampichiamo su scale e per cunicoli che ci portano sino alla sua sommità. E qui, di nuovo un primo incontro: finalmente un iguana! Questi animali mi sono sempre piaciuti e ho da sempre provato nei loro confronti una sorta di curiosa attrazione. Così pacifici, sembrano godersi il meglio della vita, crogiolandosi al sole tutto il giorno. Scendiamo di nuovo e ci dirigiamo, lungo il bianco sentiero calcareo, verso il Mirador, un alto edificio che serviva forse da torre di avvistamento, di fronte al quale si erge, perfettamente conservato, il bellissimo Arco. Saliamo sul Mirador, passiamo attraverso l’Arco, ed è già ora di tornare al pullman.
Da Labnà ci spostiamo verso Xlapak. Il sito è più povero, ma il palazzo è ornato da bassorilievi notevoli. A Xlapak Giorgio fa amicizia con un gatto magrissimo con il quale divide volentieri il suo panino. Ogni tanto intrecciamo qualche parola con il nostri nuovi amici e nel frattempo il nostro mezzo ci ha portati a Sayil. Il Palacio di Sayil è davvero imponente con i suoi tre livelli. Entriamo nelle stanze buie e umide e in un angolo del soffitto sorprendiamo un serpente che, entrato in un nido, sta senza dubbio cibandosi delle uova preziose che esso custodiva. Da un’altra stanza escono improvvisamente due uccelli. Il nostro nuovo amico sostiene che sono due quetzal, l’uccello sacro ai Maya rarissimo da incontrare, perché i colori sono proprio quelli: le piume sono azzurro-verdi e la coda è lunga. La sua compagna dice, invece, che non sono due quetzal e a sostegno della sua tesi ci sono le ridotte dimensioni ed una piccola macchia rossa sul petto degli uccelli che abbiamo avvistato. In effetti, il responsabile del sito ci spiegherà che questa non è zona di quetzal e che gli uccelli che abbiamo visto sono simili al loro sacro quanto lontano parente solo per i colori che li contraddistinguono.
Dopo Sayil è la volta di Kabah. Il sito è il più grande che abbiamo visitato sinora ed il colpo d’occhio sul complesso monumentale è eccezionale. La piramide, il Palazzo delle Maschere, qualche edificio minore ed una vasta distesa d’erba terrazzata. Kabah ci rapisce. Sembra che un sentiero calcareo, ormai inghiottito dalla foresta e dalla terra, la collegasse anticamente a Uxmal da una parte e a Labnà dall’altra.
Sul lato opposto della strada si erge un altissimo cumulo di pietre. Era il tempio più grande di Kabah, del quale non rimane altro che questa collina di ciottoli.
La stanchezza comincia a rallentare i nostri ritmi. Dopo la visita al sito ci sediamo all’ombra a bere e mangiare qualcosa.
Ed ora ci dirigiamo alla volta di Uxmal. Devo dire che sono un po’ emozionata all’idea di visitare un sito della cui maestosità ho letto ovunque. Ed eccoci arrivati. Ad Uxmal ci sono concesse due ore e mezza di visita che, visto l’orario pomeridiano che vede la presenza di pochissimi visitatori e l’impossibilità di salire sulla Piramide del Mago, ancora in restauro, saranno più che sufficienti.
Ad Uxmal si respira un’aria davvero mistica. Forse per la poca gente che gira per il sito, o per i molti alberi che creano giochi d’ombra e di luce, o per gli innumerevoli iguana, veri padroni del luogo, che sembrano far da guardiani ad ogni tempio e palazzo.
La Piramide del Mago, il Quadrilatero delle Monache, la Casa delle Tartarughe, il Palazzo del Governatore, il Campo del gioco della palla, e tutti gli edifici minori, rapiscono la nostra attenzione sempre di più e, seppur allo stremo delle forze, continuiamo a trotterellare salendo scalini che mi appaiono sempre più alti e numerosi e percorrendo distanze che sembrano diventate impossibili da coprire.
Torniamo al pullman esausti, ma allo stesso tempo pieni di tutto quanto i nostri occhi hanno avuto la fortuna di vedere. Tra una chiacchiera ed un pisolino, il viaggio fino a Merida sembra brevissimo. Scendendo dall’autobus salutiamo i nostri amici augurando loro buon viaggio e ci dirigiamo a piedi verso l’albergo, rendendoci conto di aver parlato a lungo e di tante cose, di aver condiviso questa esperienza così intensa, senza esserci detti i nostri nomi.
Passiamo in albergo per una doccia veloce. La sensazione è che se ci lasciassimo cadere sul letto anche solo per un momento non riprenderemmo conoscenza fino a domani. E così ci facciamo forza e ci dirigiamo verso la Catedral perché è domenica ed io non vorrei perdere l’occasione di andare a Messa e di partecipare alla fiesta.
Le strade sono piene di persone allegre e la musica avvolge tutto. Entriamo nella Catedral che si sta velocemente riempiendo, da una porta laterale e prendiamo posto su una panca. Nell’attesa della Messa, vengono recitati i vespri, che ascoltiamo curiosi, nel tentativo di scoprire differenze e affinità con i nostri. Poi finalmente inizia la celebrazione. Abbiamo preventivamente dato un’occhiata al foglietto per farci un’idea delle letture e scoperto così il significato di alcune parole. In particolare sono colpita dalla parola spagnola per “onnipotente” che suona: “todopoderoso”.
La Messa è presieduta dal vescovo di Merida (quale onore!) e la seguiamo attenti, tentando di rispondere nel nostro spagnolo approssimativo aiutandoci con il labiale degli altri fedeli ed il preziosissimo foglietto. Il momento dello scambio della pace è molto intenso. Le mani si cercano rapide e in pochi secondi i nostri occhi si sono incontrati con quelli di tantissime persone. Poi la comunione, e la Messa finisce.
Usciti dalla Catedral, ricchi di questa ulteriore esperienza, incontriamo Ricardo che cammina velocemente attraverso il fiume di persone della fiesta per raggiungere casa sua e cenare con la sua famiglia. Scambiamo qualche parola e poi anche noi mangiamo qualcosa e torniamo in albergo, dove il nostro letto in muratura ci sembra il luogo più dolce dove lasciarci cadere.

25/02/02
Stamattina si parte alla volta di Chichen Itzà. Ripetiamo il rituale di ieri e, dopo aver fatto colazione, ci dirigiamo in taxi alla stazione degli autobus di seconda classe. Durante il viaggio abbiamo modo di attraversare piccoli, sonnolenti pueblos dove venditori di ogni sorta di cibo salgono sul pullman con l’intento di vendere la propria mercanzia: “Chicharrones, palomitas, papas….”. La loro voce cantilenante mi risuona ancora nelle orecchie.
Giorgio fa sedere una signora anziana rimasta senza posto. Come tutte le signore indio indossa un vestito bianco a maniche corte decorato con motivi floreali sul petto e sull’orlo, al di sotto del quale esce una sottoveste ricamata che sembra voler supplire la lunghezza ridotta del vestito, che lascerebbe le gambe troppo scoperte. Sono donne forti queste indio. Hanno il volto segnato dal sole e le mani rovinate dalla fatica, ma gli occhi sono lucenti e i visi seri, ma sereni.
Poi è stata la volta di una giovanissima maya con il suo piccolo che emanavano l’odore eloquente di chi non si lava da giorni…
Dopo due ore e mezza eccoci all’entrata delle rovine. Ci facciamo portare da un simpatico e disponibile tassista all’Hotel Dolores Alba di Chichen Itzà, succursale di quello di Merida, che scopriamo essere gestito da un poco cordiale signore dall’aspetto europeo. Le stanze sono poste a schiera intorno ad una piscina rotonda. Non sono nulla di eccezionale, forse un po’ buie, ma nel complesso l’albergo è molto carino. Dopo qualche minuto di relax ed un panino servito da un instancabile cameriere di cui solo più tardi scopriremo le doti, ci facciamo trasportare dall’apprezzatissimo pulmino gratuito dell’albergo all’entrata delle rovine.
Paghiamo il salato biglietto d’entrata e siamo velocemente di fronte al Castillo, la pubblicizzatissima piramide, emblema della cultura maya in tutto il mondo. In effetti la piramide è molto bella, ma siamo così lontani dalla magica atmosfera di Uxmal…
Il complesso si trova su un’enorme spianata soleggiatissima, dove centinaia di persone si danno il cambio nel salire e scendere dal Castillo. Gruppi con guida, in visita dalle spiagge della Riviera Maya, ragazze in bikini e schiere di cappellini tutti uguali a compiere a turno lo stesso rituale.
Non possiamo far altro che salire anche noi. Le scale sono davvero ripide, ma salire è abbastanza agevole. Una volta in cima, il colpo d’occhio è eccezionale. Tutto intorno alla zona archeologica non si vede altro che foresta a 360°. Una distesa senza soluzione di continuità. Dall’alto possiamo scorgere anche gli altri edifici del complesso ed osservare le schiere di turisti muoversi dall’uno all’altro. Dopo aver girato tutto intorno al Castello ed ammirato le bellissime sculture degli ingressi, è tempo di scendere. L’operazione è un po’ più complicata. Scendo nello stesso verso in cui sono salita, per garantirmi un po’ più di equilibrio e mi aiuto con la corda che è stata montata lungo la scalinata proprio a questo scopo. Tutto sommato anche la discesa è fattibile.
Poi procediamo con la visita degli altri edifici, tra i quali ci colpiscono in particolare il Gruppo delle Mille Colonne, il Tempio dei Giaguari, il Campo principale del gioco della palla (enorme!) e El Caracol. Dopo aver esplorato il sito in lungo e in largo ed aver visto tutto quanto offre, ci dirigiamo verso l’uscita e ritorniamo in albergo. Stasera torneremo per lo spettacolo di luci e suoni che si svolge intorno al Castillo. Passiamo un po’ di tempo a rilassarci in piscina. L’albergo in realtà ne ha due: quella tonda e tipica cui ho accennato prima ed una fatta di roccia naturale, assai più particolare. Ma intorno a quest’ultima gli alberi creano troppa ombra e così, dopo poco, ci dirigiamo alla piccola piscina tonda di fronte al ristorante. Un bagno, un po’ di sole, ed è già ora di prepararci. Inizia a fare buio e stranamente non c’è luce nella camera, né tanto meno al ristorante. Apprendiamo con profonda delusione che c’è un black out in tutta la zona e che, di conseguenza, lo spettacolo notturno non si terrà. E così siamo costretti a cenare prestissimo e a mangiare pollo e manzo non meglio identificati alla tenue luce di una candela, che rende tutto molto romantico, anche se l’atmosfera non basta ad alleviare il nostro dispiacere per non aver potuto assistere allo spettacolo. Il cameriere è bravissimo e, nonostante le difficoltà pratiche che il buio crea, serve tutti con cura ed entusiasmo. Poco dopo ce ne andiamo in camera. Fortunatamente la stanchezza ci fa crollare immediatamente. Nel cuore della notte veniamo svegliati dalla luce che è tornata e che si accende improvvisamente insieme al rumorosissimo condizionatore. Come un sonnambulo, Giorgio si alza, spegne tutto e torna a dormire come se niente fosse. Sorrido e riprendo i miei sogni.
26/02/02
Stamattina, dopo colazione, ci dirigiamo al cenote Ik-Kil, che si trova all' interno di un rigogliosissimo parco, proprio dall'altra parte della strada rispetto all'albergo. E' il nostro primo cenote, e ne rimaniamo davvero impressionati. L'acqua è pulita e si potrebbe nuotare tranquillamente, ma è ancora presto e il timido sole che arriva dalla bocca del cenote non ha ancora scaldato l'aria. Così ci gustiamo il silenzio e, seduti sul bordo con le gambe a mollo nell'acqua, osserviamo gli strani pesci neri che nuotano curiosi intorno ai nostri piedi. L'atmosfera è carica di mistero e sembra davvero di tornare indietro nel tempo. Ci godiamo questo momento senza proferire parola, intenti a guardare meravigliati le radici degli alberi che dal giardino, decine di metri sopra le nostre teste, sono giunte sino al pelo dell'acqua. Il contrasto tra la luce che filtra dall'alto e il buio dell'acqua profonda è notevole e ammetto a me stessa che se anche non avesse fatto così freddo, difficilmente mi sarei lasciata convincere a bagnarmi in quell'acqua limpida e scura al tempo stesso. Torniamo in albergo, ci prepariamo e prendiamo il primo autobus che passa, con destinazione Valladolid. L'autobus è davvero sporco e ad un certo punto io e Giorgio ci guardiamo e ci diciamo all'unisono: "Ho la sensazione di avere i pidocchi." Sbottiamo in una risata fragorosa e ci cominciamo a scherzarci su, cercando di sdrammatizzare la situazione. Dopo un'ora giungiamo in questa tranquilla cittadina di stampo coloniale che è Valladolid e dopo aver preso una stanza (altro che spartana!) all'albergo Maria Guadalupe, partiamo per una nuova scoperta. La città ci piace da subito. E' curata e a misura d'uomo e sulla piazza principale svetta una bellissima cattedrale. La giriamo in lungo e in largo, fermandoci di tanto in tanto a salutare i bambini che ci guardano incuriositi. Il Cenote Zaci, la Chiesa e il Convento di San Bernardino, e poi di nuovo per l'intrico di vie che ci riporta verso il centro. Sulla piazza di fronte alla chiesa di San Bernardino c'è una scolaresca che prova i suoi strumenti. Costituiscono una piccola banda ben assortita: tamburi, piatti, trombe. I bambini si divertono un mondo, mentre il povero maestro sembra al limite della pazienza. Quando ci vedono si girano tutti per esibirsi davanti ai nostri occhi e noi applaudiamo e cerchiamo di regalare loro il sorriso più dolce che le nostre labbra abbiano schiuso. E' presto sera e, entrando nel cortile del ristorante/albergo Maria de la Luz, troviamo i nostri amici della Ruta Puuc che hanno appena ordinato la loro cena. E' così strano incontrarsi di nuovo! Ci invitano a sederci con loro, e lo facciamo volentieri. Ceniamo insieme e passiamo una serata davvero piacevole, durante la quale apprendiamo che in realtà sono in viaggio da un anno e mezzo, durante il quale hanno attraversato Egitto, Siria, Iran, Giordania, Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, e poi Australia, Fiji e ancora Panama, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, El Salvador, Guatemala e infine il Messico. Ci scambiamo impressioni ed esperienze fino a tardi con l'intimità che c'è tra vecchi amici, e alla fine ci congediamo di malavoglia davanti al nostro albergo, con l'augurio di poter di nuovo incrociare le nostre strade. Emanuele e Claudia, questi i loro nomi, rimarranno a lungo nei nostri pensieri.
27/02/02
Stamattina entriamo in una panaderia e compriamo pan dulces e dolcetti per colazione e per il viaggio di due ore e mezzo che ci porterà ad Akumal. Alla stazione degli autobus salutiamo Emanuele e Claudia che prenderanno un autobus diretto per Tulum e, con quasi un'ora di ritardo, partiamo. La strada che da Valladolid porta a Tulum, passando per Cobà, è praticamente un eterno rettilineo sul quale si possono scorgere le macchine anche a chilometri di distanza. A Tulum svoltiamo a sinistra in direzione di Cancun e una mezz'ora siamo alle porte di Akumal. In realtà non c'è un paese, ma sembriamo essere sbarcati in una zona residenziale. L' "italianofobia" di Giorgio ha ora il suo picco più alto. In effetti, all'entrata di Akumal, dove si concentrano due telefoni pubblici e due piccoli negozi di generi alimentari, si sente parlare solo italiano. Chiamiamo Maribel, la proprietaria dell'albergo che abbiamo prenotato, che viene prontamente a prenderci in macchina e ci conduce tre chilometri più a nord al Qué Onda, un piccolo albergo interamente costruito e arredato da lei e il marito, che si trova di fronte alla caletta Yalku. Dalla chiacchierata con Maribel apprendiamo che sono svizzeri di Lugano e che sono trapiantati in Messico da oltre 14 anni. Prendiamo possesso della nostra camera che ci lascia a bocca aperta: il letto e la sua alta testata sono in muratura e quest'ultima, adorna di conchiglie e sassi incastonati nel cemento, divide la camera dal bagno. Un armadio a muro provo di ante, finestre su tre lati ad inondare la stanza di luce, due poltroncine di cuoio e ovunque piastrelle bianche rustiche, bellissime. Siamo più che felici della scelta che abbiamo fatto. Dopo una doccia veloce, mangiamo un delizioso sandwich e ci dirigiamo alla spiaggia più vicina, Half Moon Bay. Ci aspetta una lunghissima distesa di sabbia candida, formata da minuscoli pezzi di corallo ed un mare dai colori eccezionali. Ci godiamo un po' di relax, mentre osserviamo i pellicani volteggiare e tuffarsi nell'acqua una volta individuata al loro preda. C'è molto vento e decidiamo di non bagnarci, ma la spiaggia è praticamente deserta e ci sentiamo davvero in grazia di Dio. Su questa baia infatti, si affacciano solo ville private, molto belle tra l'altro, alcune delle quali vengono affittate a famiglie o piccoli gruppi, ed ogni villa ha il suo pezzetto di spiaggia, quindi la parte di baia dove non ci sono case è tutta per noi. Vero le 5 rientriamo in albergo e crolliamo in un sonno di quattro ore dopo il quale, un po' frastornati, ci dirigiamo al piccolo ristorante all'aperto per la cena. La parte forte del menu è la pasta, che Maribel prepara con le sue mani, ma vorremmo evitarla e così ci orientiamo verso alternative meno note. Dopo la cena, riprendiamo possesso del nostro letto e ci addormentiamo felici, l'uno delle braccia dell'altra.
28/02/02
Questa mattina ci sembra di esserci svegliati nel bel mezzo di una foresta! Arrivano alle nostre orecchie centinaia di versi diversi di uccelli ignoti che mai avremmo creduto popolassero così numerosi questo angolo di mondo. Questa musica dolce culla i nostri ultimi attimi di sonno e i minuti successivi passati a poltrire, guardandoci, sorridendoci, promettendoci con gli occhi un'altra bellissima giornata insieme. La cortesia di Maribel e Indu non ha eguali. Dopo un'eccezionale colazione, durante la quale assaggiamo per la prima volta il delizioso mamey, ci consentono di utilizzare, gratuitamente e per quanto tempo vogliamo, il loro computer per poter mandare un messaggio tranquillizzante a chi ci aspetta a casa. Acquistiamo da loro dei biglietti scontato per la caletta Yalku e ci dirigiamo con maschere e creme protettive in questo luogo incantato. Ecco l' insegna: appoggiato sul cartello c'è un serpente morto che qualcuno ha lasciato seccare al sole! Uno stretto sentiero si fa strada tra le rocce e finalmente arriviamo ad un piccolo molo dal quale ci si può tuffare nella acque limpide della caletta. Appena ci sediamo sul molo, una miriade di pesci colorati ci viene intorno, incuriosita dalla nostra ombra. Dopo pochi secondi Giorgio è in acqua, mentre io indugio ancora un po' sul molo, perché sento un po' freddo e vorrei prendermi tutto il tempo per entrare in acqua con calma. Un cane tutto nero mi viene vicino, poi si tuffa soddisfatto in acqua e raggiunge Giorgio: un paio di lappate sul viso, qualche energica "bracciata" ed è già di nuovo sul molo, pronto al prossimo tuffo. Mi lascio scivolare anche io in acqua e nuoto in questo fiordo naturale, un po' intimorita, tenendo la mano salda di Giorgio. Il labirinto di rocce e piante dà riparo ad una quantità inaspettata di pesci di ogni colore. Ogni tanto il cane nuota fino a noi come se volesse richiamare la nostra attenzione prima di arrampicarsi sulle rocce ed esibirsi in un altro tuffo. E' troppo divertente fare il bagno con lui! Ma la signora americana a qualche metro da noi la pensa diversamente ed inizia ad urlare all'impazzata: "Whose dog is this?" perché il cane le è arrivato accanto sin troppo entusiasticamente, travolgendola mentre faceva snorkeling. Giorgio, mosso a compassione dal suo terrore, richiama l'attenzione del cane, che la lascia finalmente perdere. Un po' stanchi per la nuotata, usciamo ad asciugarsi e cediamo il molo ad un gruppo di americani che da Cancun sono venuti ad ammirare i colori della laguna. E' divertente vedere come si preparano con i loro super-equipaggiamenti mentre ascoltano le fantasiose storie che la loro guida sta raccontando. Poi ci lasciano di nuovo soli. Giorgio fa un ultimo bagno e, quando sono ormai le tre, ci dirigiamo in albergo con l'intenzione di tornare più tardi. Ma il tempo, ahimè!, non ce lo consente, perché dopo poco una pioggia torrenziale comincia a cadere. Approfittiamo di questa "reclusione forzata" per fare il bucato e le altre cose pratiche che avevamo fino ad ora rimandato. Poi ci leggiamo l'un l'altra il primo libro di questo viaggio: "La ragazza dello Sputnik" di Aruki Murakami, risolviamo uno schema di parole crociate e ci addentriamo in una sfida a carte all'ultimo sangue. Il tutto accompagnato dal rumore della pioggia che batte sulle vetrate e dal fruscio del vento che scuote le palme e le altre piante del giardino, in un suono energico e rilassante al tempo stesso. Queste poche ore volano letteralmente ed è già ora di cena. Stasera c'è un piatto del giorno, una carne eccezionale accompagnata da fagioli e verdure, che mangiamo di gusto accompagnando ogni boccone con delle tortillas appena preparate da Maribel. Una vera delizia! La pioggia è cessata, ma il vento soffia più forte di prima. Ci addormentiamo sperando di poter vedere il sole, domani.
01/03/02
E' ancora nuvoloso, ma niente ci ferma. Prendiamo le bici un po' scassate che Indu ci mette a disposizione (e che, nonostante l'aspetto, fanno benissimo il loro lavoro) e percorriamo i tre chilometri che ci separano dalla spiaggia principale di Akumal. Giorgio accusa la durezza del sellino, che in effetti è anche un po' impennato verso l'alto, e procede in piedi sui pedali o a piedi trascinando la bici, a seconda del momento, mentre io mi sbellico dalle risate e gli giro intorno infastidendolo. La spiaggia è bella e costellata di palme, ma a dire la verità preferiamo Half Moon Bay, perché qui ci sono barche ormeggiate, alberghi e piccoli ristoranti e di conseguenza più gente e meno intimità. Oltretutto, sotto il sottile strato di sabbia c'è il cemento, che rende meno confortevole lo stare sdraiati. E poi, dove sono i coralli di cui l'altra spiaggia è piena? Passiamo tutta la mattinata a leggere "Oasi proibite" di Ella Maillart sotto il sole che ogni tanto si nasconde dietro una nuvola e all'ora di pranzo riportiamo le bici in albergo e ci spostiamo nella nostra nuova camera, cosa della quale Indu ci aveva avvertito la sera prima. La camera è al piano di sopra; è ancora più bella e grande della prima ed ha un balcone che si affaccia sulla piccola piscina e sul giardino rigoglioso in cui l'albergo è immerso. Dopo aver goduto un po' della nuova sistemazione, ci dirigiamo a piedi ad Half Moon Bay, e passiamo questo ventosissimo pomeriggio in quest' oasi di tranquillità. E' già sera, ed un altro giorno ad Akumal è volato via.
02/03/02
Eccoci al nostro ultimo giorno qui. Una passeggiata e un po' di foto sugli scogli ed il resto del giorno in spiaggia a goderci il sole timido che ogni tanto fa capolino tra le nuvole. La sera preparo svogliata i bagagli, mentre Giorgio mi legge un po' di libro. Un pizzico di malinconia ci assale. Dopo cena sistemiamo i conti con Indu e prendiamo accordi per il mattino dopo, quando ci darà un passaggio fino alla fermata dell'autobus, all'entrata di Akumal. Ci chiede di lasciare una dedica nel loro "guest-book" e lo facciamo molto volentieri. Ci addormentiamo sereni, sognando l'avventura che ci aspetta.
03/03/02
Ci svegliamo pieni di energie. Durante la notte la malinconia ha lasciato il posto all'entusiasmo per l'esperienza che stiamo per vivere. Dopo un' abbondante colazione, Indu ci accompagna con la macchina alla fermata. Guida scalzo (in realtà "vive" scalzo) e ha fatto salire in macchina con noi anche il cane Max, che si siede accanto a me sul sedile posteriore. Dopo pochi minuti di attesa prendiamo un colectivo che ci porterà a Playacar, dove dovremmo trovare la nostra Chevy Pop (la versione "americana" della nostra Opel Corsa) pronta ad aspettarci presso l'agenzia Alamo del luogo. Il colectivo è pieno all'inverosimile. Sono costretta a sedere su uno gabellino minuscolo in precario equilibrio tra l'autista e il passeggero davanti e per evitare di ondeggiare pericolosamente ad ogni curva, ho stampato le mani sul parabrezza. Giorgio non ha sorte migliore. E' pigiato tra decine di passeggeri e deve scendere ad ogni fermata per dare la possibilità agli altri di farlo. Ci viene da ridere! Ogni tanto ci lanciamo occhiate eloquenti. Tra l'altro l'autista guida ad una velocità spaventosa, mentre sorseggia una coca-cola (alle 8 del mattino!) e mangia due tortillas piene di cipolle fritte e altre verdurine non meglio identificate (alle 8 del mattino!). Non vedo l'ora di arrivare (incolume). Eccoci finalmente all'entrata di Playacar. Chiediamo al guardiano indicazioni per raggiungere la Alamo e lui, dopo averci mostrato sulla mappa dove si trova, ci fa capire chiaramente che vista la distanza e gli zaini che portiamo con noi, sarebbe opportuno prendere un taxi. Seguiamo il suo consiglio e in pochi minuti arriviamo a destinazione. Alla Alamo abbiamo il primo incontro ravvicinato con i "tempi" messicani. L'appuntamento per il ritiro della macchina era stabilito per le 9. Noi siamo puntualissimi, ma la macchina non c'è. Il commesso alle prime armi ci dice che la stanno lavando e che tra una mezz'ora sarà pronta. Decidiamo di fare una passeggiata per Playacar che ci appare subito molto diversa da quanto abbiamo visto finora. I ristoranti e i locali notturni si susseguono senza soluzione di continuità. Sono tutti chiusi, però, e qualche negoziante insonnolito sta aprendo la porta della sua bottega. Si percepisce chiaramente che le strade che stiamo attraversando sono frequentate per lo più di sera. Incontriamo poche persone nel nostro vagare senza meta. Avvistiamo una panaderia dove, forti dell'esperienza di Valladolid, decidiamo di acquistare qualche pan dulce per il viaggio che stiamo per affrontare. Panini e dolcetti hanno un aspetto delizioso e facciamo una buona scorta di quanto ci sembra più appetibile. Verso le dieci siamo di nuovo alla Alamo, e cominciamo la prassi burocratica necessaria affinché ci diano in consegna la macchina. Apprendiamo con gioia che potremo riconsegnarla all'agenzia di Tulum, al nostro rientro, così non saremo costretti a tornare quassù solo per questo. Miguel, il responsabile nonché meccanico, ci spiega un po' tutto. Ci dice che il serbatoio è pieno per metà e ci avvisa di rischi e condizioni delle strade che percorreremo. Ci chiede se abbiamo intenzione di arrivare fino a Palenque. Ci fa capire chiaramente che con la macchina che sta per consegnarci non sarebbe il caso di affrontare una tale distanza.Noi ci guardiamo perplessi, ma facciamo spallucce e procediamo, visto che Palenque non era comunque nei piani. Completate le scartoffie usciamo con il commesso aiutante di Miguel che ci mostra la macchina. Rimaniamo attoniti. Non è proprio in gran forma la nostra Chevy Pop: il serbatoio è vuoto, graffi e ammaccature varie dappertutto, mancano parti della marmitta, il paraurti anteriore non è saldato alla carrozzeria.Giorgio e Eugen prendono nota di tutti i danni. Poi, finalmente saliamo a bordo - io sarò il pilota ufficiale e Giorgio il navigatore - e nell'aprire il finestrino mi rimane in mano il pomello della manopola. Rimaniamo qualche secondo piegati in due per le risate, mentre il sole si alza e fa sempre più caldo e finalmente partiamo alla volta di Xcalak, nel profondo sud del Quintanaa Roo, al confine con il Belize. La superstrada Cancun-Tulum è larga e scorrevole, e in men che non si dica ci troviamo ad attraversare Tulum. Ci guardiamo un po' perplessi, perché non ci fa una grande impressione, ma decidiamo di occuparcene al ritorno. Appena usciti da Tulum, iniziamo a costeggiare la Biosfera di Sian Ka'an e subito il paesaggio cambia. Decine e decine di farfalle attraversano l'aria davanti a noi. Il verde domina a destra e a sinistra della strada e le macchine che incontriamo sono sempre più rare. Gruppi di lavoranti viaggiano all'aperto nel rimorchio di un camion, superiamo un ragazzo che pedala all'impazzata sulla sua bici e sorridiamo ad operai che alzano lo sguardo al nostro passaggio. Procediamo con calma. Non abbiamo alcuna fretta e non vogliamo perderci nulla durante il nostro passaggio. Siamo attenti a cogliere qualsiasi variazione del paesaggio, ma in realtà gli alberi si susseguono in una rasserenante, piacevole monotonia, che rende il viaggio molto rilassante. Qua e là qualche casa e ragazze ferme alle topes che contano sul rallentamento delle macchine per cercare di vendere ai passeggeri frutta o bibite. Come onde del mare si avvicinano alla macchina con la loro mercanzia per poi ritrarsi non appena acceleriamo. Arriviamo a Felipe Carillo Puerto, che sarà l'ultimo insediamento prima di Xcalak, l'ultima frontiera al di là della quale niente più benzina, negozi, ristoranti. Decidiamo di non fermarci, perché il serbatoio è ancora sufficientemente pieno e non abbiamo fame, visto che i pan dulces - non all'altezza del loro aspetto, ahimè! - hanno fatto comunque il loro dovere. A Felipe Carillo Puerto, una manciata di isolati appena, la vita sembra scorrere lenta e tranquilla. E' domenica e sulle strade c'è un po' di gente che passeggia. Usciti dalla cittadina, incontriamo un posto di blocco, dove non veniamo neanche fermati, e un paesaggio di rocce dipinte di blu, rosso, giallo, verde, delle quali non capiamo il significato. Quando siamo abbastanza lontani da Felipe Carillo Puerto e Xcalak è ancora troppo distante, sento la necessità irrefrenabile di fare pipì. Giorgio lo dice sempre che ho la vescica debole.Forse sarà per la grande quantità di acqua che bevo! Accosto la macchina e lascio che Giorgio entri per primo tra gli alberi. Quando ha ormai finito, mi avvicino a lui di nascosto con la macchina fotografica fingendo di averlo immortalato nell'intimo atto, e lui monta su tutte le furie (scherza!!), giurandomi vendetta (scherza??). Superate le necessità fisiologiche, continuiamo il viaggio fino a Limones. Da qui dovrebbe esserci qualche indicazione per Mahahual, ma.niente! Una strada si apre sulla sinistra. Ci fermiamo a chiedere informazioni ad un ragazzo che la provvidenza ha voluto proprio in quel momento a quell' incrocio nel nulla. E fortunatamente ci dice di girare. Lo ringraziamo sorridendo, consci dei chilometri in più che avremmo percorso se non avessimo avuto la fortuna di incontrarlo. E dopo qualche centinaio di metri appare il fatidico cartello che indica Mahahual. Solo che dall'incrocio non poteva assolutamente essere visto, quindi ci chiediamo un po' perplessi a cosa possa servire in quel punto.Mah! Procediamo adesso su una strada completamente diritta, nemmeno una curva, che corre nel bel mezzo di un terreno paludoso, dove la vegetazione è più rada e più bassa e ha cambiato colore. Finalmente un paesaggio desolato, ma diverso! Ancora una cinquantina di chilometri senza incontrare anima viva ed arriviamo ad un altro posto di blocco, proprio sull'incrocio per Xcalak. I soldati ci fanno un po' di domande, riempiono un modulo con i nostri dati e ci salutano. Il posto di blocco è delimitato da enormi funi che corrono da un lato all'altro della strada.Altro che topes! Sembrano davvero colline! Svoltiamo a destra e percorriamo gli ultimi sessanta chilometri che ci separano da Xcalak in perfetta solitudine. Non una macchina, non un rumore. Solo uccelli silenziosi e leggiadri che scendono a cercare cibo nella laguna. Sono aironi, ma non solo. Decine di specie che non sappiamo riconoscere. Ci fermiamo per qualche minuto ad ammirare la natura che ci circonda. Qualche pigro iguana attraversa la strada. La vegetazione sembra voler prepotentemente riprendere possesso dello spazio rubato dal cemento: gli alberi si piegano sulla strada e la invadono lentamente, riducendone la larghezza. Procediamo ancora in questa terra incantata, dove ogni contatto con il mondo "civile" sembra lontano anni luce e finalmente siamo a Xcalak. Un piccolo agglomerato di case a pochissimi metri dalla spiaggia, una scuola tutta colorata, una strada dissestata coperta da una coltre di sabbia candida. Questo è il luogo che a lungo abbiamo immaginato ed è esattamente come ce lo aspettavamo, solo ancora più bello. Preseguiamo a nord del villaggio per otto chilometri durante i quali incontriamo solo poche, bellissime ville sul mare e parcheggiamo finalmente davante alla casa che ci ospiterà "Sandwood Villa". E' una casa grandissima, su due piani, tutta bianca, con il tetto rosso. Non aspiravamo a tanto. Bussiamo un po' imbarazzati alla porta di quello che ci sembra l'appartamento padronale al piano terra e Andy, il proprietario, ci accoglie con entusiasmo. Ci mostra il nostro appartamento al primo piano e noi rimaniamo letteralmente di stucco: due camere da letto, due bagni, un ampio salone con cucina all' americana ed un bel terrazzo sul mare. Andy ci spiega e racconta fatti e curiosità di Xcalak e della sua casa. Trae energia solo dai pannelli solari, quindi ci chiede di non usare phon o altre apparecchiature ad alto consumo. Ci mostra il frigorifero a gas, pieno di ogni ben di Dio, ci dice di servirci tranquillamente delle arance al piano terra se vogliamo farci delle spremute, ci mette a disposizione kayak e quant'altro desideriamo. Non potremmo non sentirci a casa! Dopo poco fa l'ingresso anche Ruth, sua moglie, con la quale prendiamo accordi per la cena. Stasera, nella piccola palapa sulla spiaggia, che è il ristorante "Mama Ruth's" ci preparerà dei gamberi. Chiudiamo la porta e ci guardiamo allibiti. Mai avremmo potuto pensare di sbarcare in un paradiso come questo. Indossiamo velocemente i costumi e in men che non si dica siamo in spiaggia. Prima di arrivare al mare dai colori più meravigliosi che abbiamo mai visto, c'è da superare un banco di piante marine, all'interno del quale Andy ha tracciato un sentiero. Io sono un po' impressionabile, e così mi arrampico su Giorgio per evitare il contatto con le alghe. Scherziamo e ridiamo di gusto. Poi facciamo una passeggiata lungo la spiaggia che, deserta, non reca alcuna orma se non quella di qualche gabbiano. Camminando ci imbattiamo in centinaia di enormi conchiglie meravigliose che il mare ha portato a riva. Non ne avevamo mai viste di così grandi e stupiti ci fermiamo ad osservare ogni cosa. Intanto Pinky e Tatich, i cani "guardiani" della nostra casa ci seguono zompettando allegramente sulla sabbia. Torniamo in casa per una doccia, perché è quasi ora di cena. I nostri ospiti ci aspettano nella palapa, perché mangeranno con noi. Un profumino delizioso ariva dal barbecue dove Ruth, con tanto di visiera in perfetto stile americano, sta cucinado e nel frattempo ci godiamo un'insalatina appetitosa che divoriamo con gusto. Ah! Come mi erano mancate le verdure in questa settimana! Giorgio beve un margarita preparato da Andy ed intanto la conversazione va avanti piacevolmente. Ecco i nostri gamberoni, attorno ai quali Ruth ha attorcigliato una sottilissima fetta di bacon. L'accostamento è strano, ma io li trovo buonissimi. Insieme ai gamberi, del riso e delle verdure cotte (evviva!). Con la complicità del luogo, questo mi sembra il pasto più buono da quando siamo arrivati in Messico! Dopo cena Andy ci offre il suo PC portatile per mandare un messaggio a casa e noi accettiamo con gioia. Prendiamo accordi per la colazione dell'indomani e ce ne andiamo a letto felici (e sazi!). Ci sembra di aver trovato esattamente quello che cercavamo. Ed un sorriso pieno di gratitudine, si scioglie sulle nostre labbra.
04/03/02
Stamattina, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine, è ancora nuvoloso. Anzi, a darci il buongiorno c'è una pioggerella fine ed un vento dalla forza eccezionale che ci fanno intuire, senza mettere il naso fuori dalla finestra, che ci aspetta una giornata grigia, ancora peggiore di quelle appena trascorse. Ci alziamo e un po' svogliati scendiamo nella piccola palapa dove Ruth ci ha preparato una colazione luculliana. Parliamo un po' con lei, chiedendole informazioni sui posti limitrofi, perché vorremmo fare un'escursione, vista l'impossibilità di goderci il mare e il sole. Decidiamo di andare a Chetumal, capitale del Quintanaa Roo, all'estremità opposta della baia. Ruth ci regala una mappa e ci dà tutte le informazioni del caso. Ci raccomanda di tornare per cena, perché stasera la gran parte della comunità americana di Xcalak si riunirà nella palapa per una cena a base di aragosta. Accettiamo con gioia e partiamo con la nostra Chevy Pop scassata alla volta di Chetumal. Percorriamo a ritroso la strada fino all'incrocio per Mahahual e da lì sino a quello con Limones. Questa pioggerella fitta rende l'atmosfera surreale e non una sola macchina appare sul lungo rettilineo che stiamo percorrendo. Ogni tanto vediamo in lontananza animali strani che attraversano la strada. Forse scimmie, forse qualcosa di più simile ad una donnola, ma non riusciamo proprio a capirlo. Cantiamo tutto il tempo. Con un filo di voce canzoni vecchie, di cui ricordiamo appena qualche parola, ma che evocano sensazioni sopite. E poi, a squarciagola, quelle che ricordiamo meglio. Svoltiamo a sinistra all'incrocio con Limones e procediamo su una strada in costruzione che costeggia la meravigliosa laguna Bacalar, fino ad arrivare al confine con il Belize e finalmente a Chetumal. Cominciavamo a temere di rimanaere senza benzina.Dopo aver fatto il pieno cerchiamo, non senza difficoltà, di raggiungere il centro. L'orientamento non è semplicissimo in questa città! Raggiungiamo la baia che percorriamo lentamente per goderne appieno la vista. Poi scendiamo per qualche foto, prima di dirigerci verso il centro. Parcheggiamo la macchina e passeggiamo, noncuranti della pioggerella che continua a cadere, per la città che è praticamente deserta. Ordiniamo qualcosa in un posto fetido, che è tra l' altro l'unico che ci è sembrato frequentato da altri avventori, ma il mio stomaco è già sottosopra da quando siamo entrati (che ci posso fare, mi è sembrato subito TROPPO sporco) e così non mangio niente, mentre Giorgio fa onore al cuoco. Ancora quattro passi per la città e poi ci dirigiamo di nuovo alla macchina, pronti a ripercorrere le due ore abbondanti di strada che ci separano da Xcalak. Sulla via del ritorno ci fermiamo lungo la laguna Bacalar per ammirarne i colori eccezionali ed il forte piratesco che la domina, e decidiamo di arrivare a Mahahual, prima di tornare a casa. Mahahual è molto carina, molto simile a Xcalak, naturalmente, e forse per questo ci piace altrettanto. Ci compriamo patatine e coca cola che smangiucchiamo sulla spiaggia, visto che ha finalmente smesso di piovere. Giorgio si tira su i pantaloni della tuta per entrare in acqua e passeggia in questa piscina isolata dal mondo, mentre gioca con pesci e granchi che incrociano la sua strada. Io cerco di scattare qualche foto al mio soggetto un po' schivo, e intanto mi riposo dalle ore di guida passate sotto la pioggia. Torniamo a casa verso le 5. Ci rilassiamo un po', finché Ruth non ci chiama per la cena. Entrando nella piccola palapa, troviamo 12 persone intente a consumare un gustosissimo antipasto a base di nachos, formaggio, olive, guacamole, pomodorini con coriandolo e peperoncino, tutto deliziosamente preparato da Ruth e Christiane, la giovane indio che aiuta Ruth nella gestione della casa. Facciamo conoscenza con i nostri vicini di tavola, e Giorgio mi fa morire dalle risate mentre cerca di star dietro al suo nuovo amico Larry che, complice il margarita, continua a fare battute incomprensibili e a scoppiare ogni minuto in una fragorosa risata alla quale Giorgio non si sente di non partecipare per non offenderlo. Arrivano finalmente le nostre aragoste e anche Larry è costretto ad allentare la presa su Giorgio per mangiare la sua. L'aragosta è servita con una salsetta a base di burro e aglio (a parte), una patata al cartoccio e tante buone verdure. Davvero bella (e buona!). Come se non bastasse per dessert Ruth ha preparato uno squisito dolce al cucchiaio al mango! Chiacchieriamo ancora un po' con i nostri compagni di desco, proprietari delle ville che abbiamo visto lungo la strada, ma dopo un po' la stanchezza, e la voglia di allontanarci da quella folla alla quale non siamo più abituati, hanno la meglio, così salutiamo tutti e ci dirigiamo, accompagnati da Pinky e Tatich su per le scale che ci conducono al nostro appartamento. Chiudiamo rumori e luci dientro la porta, scoppiamo in una fragorosa risata ripensando a Larry e ci affacciamo sul terrazzo ad ammirare la luce della luna che si riflette sul mare argentato.
05/03/02
Queste nuvole sembrano non volerci abbandonare più. Ormai non siamo più sorpresi e facciamo finta di niente, anche se in realtà il brutto tempo sta condizionando un po' troppo i nostri programmi. Giorgio ha un lampo di genio: e se abbandonassimo l'idea di passare tre notti a Tulum (che tra l'altro non ci aveva fatto una buonissima impressione) e facessimo la pazzia di raggiungere Tikal, in Guatemala? All' inizio sono un po' perplessa, ci penso un po' e poi mi faccio rapire anche io dall'idea. Andy fa un po' di ricerche per nostro conto, telefona alla loro agenzia di viaggi di Chetumal, ma non riesce a trovare un volo a prezzi ragionevoli che ci porti da Chetumal a Flores.La soluzione più economica, ma praticamente improponibile, sembra quella di volare da Cancun, dove esiste qualche charter, comunque non proprio economico. Dobbiamo rinunciare, purtroppo! La giornata passa pigramente tra una passeggiata in paese, dove cerchiamo di casa in casa (senza fortuna) un certo Alan, che sembra avere una connessione internet che vorremmo utilizzare per non approfittare troppo della gentilezza di Andy, un po' di lettura, il bucato. Nel pomeriggio decidiamo di sfidare questo tempo che non ci dà tregua e scendiamo in spiaggia. Ruth ci presta due mute, visto che il vento è fortissimo ed uscendo dall'acqua sentiremmo sicuramente freddo. Io, da brava testarda, decido di non metterla, mentre Giorgio la indossa ubbidiente. Scattiamo un po' di foto per cogliere il sorprendente contrasto tra il cielo plumbeo e il mare cristallino e poi, a bordo della canoa, superiamo il banco di piante marine e ci troviamo nel bel mezzo del mare più bello che abbiamo mai visto. Ruth ci aveva spiegato verso quali gruppi di coralli dirigerci e così, pagaiando lentamente, li raggiungiamo. Gettiamo l'ancora e Giorgio si butta immediatamente alla scoperta di questo giardino rigoglioso, dove abitano tantissimi pesci colorati delle più svariate forme e dimensioni. Io rimango sulla canoa a godermi il movimento rilassante creato dalle piccole increspature dell'acqua contro lo scafo. La verità è che in effetti sento piuttosto freddo, ma non voglio ammettere che avrei dovuto indossare la muta. Guardo verso l'orizzonte e vedo le grandi onde che in lontananza si infrangono contro il reef e mi sembra così strano che neanche una traccia del gran movimento che si svolge là fuori riesca a raggiungerci. Torniamo a riva e ci concediamo una lunga doccia, prima di raggiungere la piccola palapa di Mama Ruth per un aperitivo con alcuni degli ospiti di ieri sera. Tra una chiacchiera e l'altra si fa l'ora di cena e questa sera Ruth ci ha preparato il "Pollo Molè", quello che da qualcuno viene chiamato "Pollo al Cioccolato" a causa del colore scuro della salsa in cui è cotto. Lo accompagniamo con riso pilaf e tortillas calde ed è una vera delizia. Per dessert una squisita torta al cioccolato preparata dai mormoni di Chetumal che arrivano settimanalmente con il loro furgoncino a vendere pane e dolci. Ruth ci racconta la storia di Cristiane, la ragazza indio che vive con loro e li aiuta nella gestione della casa. Lei annuisce e condisce il racconto di Ruth con qualche risatina e qualche gorgheggio per i quali non potremo mai dimenticarla. Ci sembra davvero di trovarci a casa nostra e non facciamo fatica a sentire Ruth e Andy come i nostri genitori "acquisiti", tante sono le attenzioni che ci rivolgono e l'affetto di cui ci fanno sentire circondati.
06/03/02
In tutta la vacanza non mi sono mai svegliata più tardi delle 6.30, ma oggi ho superato ogni record. Sono le 5.30 e di dormire proprio non se ne parla. E così decido di godermi l'alba seduta in terrazzo, mentre scrivo qualche appunto. Nel silenzio totale di quest'ora ci sono solo gabbiani e pellicani che si librano nell'aria e che infrangono il pelo dell'acqua alla ricerca di cibo. E' uno spettacolo eccezionale, per la particolarità della luce che c'è e per l'armonia con la natura che sento di vivere. Oggi è il nostro ultimo giorno a Xcalak. Ci concediamo una colazione tipica messicana, che Cristiane ci porta su in casa, composta da uova con pomodori e cipolla servite su una tortilla calda, fagioli neri rifritti con formaggio fresco e nachos e l'immancabile piatto di frutta a concludere il tutto. Partiamo di nuovo alla ricerca del fantomatico Alan, che anche stavolta non troviamo, passeggiamo sulla spiaggia e decidiamo di partire anche oggi con la canoa per un bagno. Di nuovo non indosso la muta, ma c'è meno vento di ieri e non dovrei avere problemi. Arriviamo al centro della baia, gettiamo l 'ancora e.Non facciamo neanche in tempo a buttarci in acqua, perché il vento si alza improvvisamente e la pioggia inizia a cadere con una violenza tale che le gocce enormi sembrano bucare la pelle. Cominciamo a remare all' impazzata per raggiungere alla svelta la riva, ma si fa una fatica del diavolo, perché il vento spinge la canoa nella direzione opposta e la pioggia non ci permette di vedere un bel niente davanti a noi. Alla fine riusciamo ad arrivare, esausti, a riva e a correre su un casa a chiudere le finestre che avevamo lasciato aperte.Ahimè! La pioggia ha già allagato metà del salone! Riprendiamo fiato e scendiamo giù per chiedere a Ruth il necessario per asciugare il pavimento. La troviamo che acquista provviste dal camioncino che passa quotidianamente per approvvigionare di frutta e verdura l'intera zona. La pioggia è già cessata e scoppiamo in una fragorosa risata commentando con Ruth che non avremmo potuto scegliere momento migliore per fare il bagno! La sera nella palapa ci sono due nuovi ospiti. Sono americani e possiedono un resort ad Akumal, ma sono venuti a Xcalak perché lui ama pescare. Per cena Ruth ha preparato una meravigliosa fajita di manzo che mangiamo con gusto, ma la conversazione con i nuovi ospiti della casa non è molto piacevole perché hanno un po' la puzza sotto al naso e l'aria saccente di chi considera il suo prossimo, chiunque esso sia, sempre e comunque inferiore. Fortunatamente sono stanchi per il viaggio e vanno a dormire quasi subito, così noi cinque possiamo rientrare nel clima familiare delle sere precedenti. Ci sediamo tutti vicini a chiacchierare. Ruth e Cristiane, stanche, rientrano in casa, mentre noi ci tratteniamo al lungo con Andy, parlando di ogni cosa, e strappandogli la promessa di un viaggio a Roma in un prossimo futuro. Ci abbracciamo e ci auguriamo buona notte, poi saliamo lentamente le scale fino alla nostra casa, prepariamo le valigie e ci addormentiamo sereni.
07/03/02
Ecco che l'alba invade con la sua luce la nostra camera e subito ci alziamo per partire presto e non viaggiare con il caldo. Giorgio "ruba" delle arance al piano di sotto e prepara una bella spremuta per tutti e due e in men che non si dica le valigie sono chiuse, un biglietto per Andy e Ruth è stato scritto ed il conto saldato. Scendiamo al piano di sotto, carichiamo la macchina e andiamo a salutare questa famiglia che ci ha accolto come figli. Siamo tutti un po' tristi. Persino Pinky e Tatich sembrano non voler lasciare che partiamo. Scattiamo una foto tutti insieme e saliamo in macchina. Dallo specchietto li vedo continuare a sbracciarsi e mi sento davvero fortunata per l'esperienza che ho potuto vivere qui con loro. La strada sterrata che porta fino a Xcalak è tutta un pantano. Aggiriamo le pozze più grandi e dopo qualche minuto ci lasciamo alle spalle il villaggio addormentato. Ripercorriamo a ritroso la strada dell'andata, passando un paio di posti di blocco ed eccoci a Felipe Carillo Puerto. Giorgio spinge per fare una colazione "seria", ma l'unico locale aperto non mi ispira un gran che e così compriamo un po' di biscotti e di succhi e mangiamo mentre procediamo con il nostro viaggio. Il programma era di sistemarci a Tulum e poi andare a visitare la biosfera di Sian Kaan, ma non riusciamo a capire da dove si accede. Arrivati a Tulum, giriamo a lungo per cercare un posto decente a buon mercato. Ci sono tantissimi tipi di sistemazione, ma quelli economicamente accessibili sono davvero pochi e sinceramente non valgono quello che chiedono. Alla fine, un po' stanchi e frustrati dalla lunga ricerca, incappiamo per caso in un alberghetto, in una traversa della via principale, chiamato "Luna Gitana". Entriamo, nel cortile e viene ad accoglierci quello che sembra il gestore. Al nostro "Hay habitaciones?" risponde con un "Siete italiani?" e scopriamo che lui e il fratello, romani "de Roma", gestiscono questo posto da qualche anno. Ci accomodiamo in una camera semplice ma carina, e dopo una doccia veloce andiamo a regolare la nostra posizione pagando anticipatamente le due notti che passeremo qui. I due fratelli si spartiscono equamente il bottino e ci danno indicazioni per l'escursione a Cobà che stiamo per intraprendere. Sono entusiasti di avere due concittadini in albergo e ci riempiono di domande e commenti su Roma. Partiamo alla volta di Cobà, mentre sorridiamo pensando ai due strani tipi appena conosciuti. Cobà ci accoglie in tutto il suo verde rigoglioso. Ha un'estensione enorme e le piramidi e gli altri edifici si trovano in vere e proprie radure in mezzo alla foresta, che si allunga fino alle sponde di un lago. Seguiamo il percorso principale verso il Nanhoch Mul,la Grande Piramide, passando per gli altri edifici minori e per un paio di campi per il gioco della palla di struttura completamente diversa rispetto a quelli visti sinora. Ad un certo punto decidiamo di fare una deviazione dal sentiero e ci addentriamo nella foresta verso il lago. Regnano un silenzio ed una solitudine totali. Non c'è anima viva ed io sono un po' nervosa all'idea di incontrare qualche animale scontento della nostra presenza.Giorgio mi dice di fermarmi e di tacere. Punta il dito verso qualcosa. Sembra un cobra nella tipica posizione con la testa gonfia ed il corpo eretto. Io gli dico di allontanarci ed intanto continuo a guardare perplessa questo corpo che si muove, perché non riesco ad identificare gli occhi, la bocca, e non capisco. Dopo qualche secondo, ecco svelato l'arcano: lo scoiattolo abbassa la coda e fugge su un albero! Scoppiamo in una fragorosa risata e torniamo al sentiero principale, attraverso il quale raggiungiamo finalmente la Grande Piramide. A dire il vero non è proprio in buone condizioni, ma con i suoi 42 metri è l 'edificio maya più alto di tutto lo Yucatan. I gradini sono molto irregolari, ma di gran lunga più bassi di quelli del Castillo di Chichen Itzà. Così saliamo lentamente fermandoci a metà del tragitto per riprendere fiato. Dalla sommità della piramide foresta e poi ancora foresta che con la sua inaccessibilità chissà quanti altri reperti e piramidi ancora nasconde. Scendiamo agevolmente e continuiamo il nostro giro dirigendoci verso l' uscita. Da Cobà decidiamo di andare a Punta Laguna, come ci aveva consigliato il nostro ospite. Dopo circa 15 chilometri, di fronte ad un villaggio presso il quale ci attraversano la strada maiali, cani e fagiani in accoppiamento, si apre questa sorta di oasi naturale dove le scimmie regnano sovrane. Senza alcun contenimento, stazionano in questa zona dove gli alberi sono molto alti e volano di ramo in ramo portandosi dietro i loro piccoli aggrappati saldamente. Silenziosamente percorriamo qualche chilometro nella foresta e ci fermiamo di tanto in tanto col naso in su ad ammirare le acrobazie delle scimmie. Rientrando verso la strada ci imbattiamo in una vecchia signora che abita in una casupola di lamiera in una radura al limitare della foresta. Le sorridiamo, non parla spagnolo, né tanto meno inglese. Vive in una semplicità disarmante, con un piccolo quadrato di terra come orto e grossi sassi a far da sedie fuori dalla casetta. Ha anche una scimmia a farle compagnia, ma è legata (ed arrabbiata) e lo spettacolo è davvero triste. Lasciamo questo sperduto angolo di mondo per far rientro a Tulum e, dopo una doccia veloce, usciamo per mangiare qualcosa. Tulum pueblo si sviluppa su un 'unica via orlata di negozi e ristorantini su entrambi i lati. Ci sediamo ad un tavolo in un ristorante piuttosto frequentato e mangiamo una fajitas scadente ed una enchilada che lo è ancor di più. Poi una passeggiata e di nuovo in albergo per goderci il meritato riposo. Ma, come si dice, abbiamo fatto i conti senza l'oste. I bambini corrono per il corridoio all'aperto lungo il quale sono ubicate le camere e, non essendoci vetri alle finestre, ma solo una zanzariera e una tenda, non possiamo non udire urla, risa ed il loro galoppo forsennato. Dopo un'ora insonne, nella speranza che le mamme decidessero di mandarli finalmente a dormire, i bambini hanno deciso di giocare con una pallina da tennis contro il muro della nostra camera e a questo punto mi alzo ed esco in pigiama chiedendo la cortesia di indirizzare i bambini verso diversi campi da gioco. In effetti i rumori si placano e, mentre stiamo finalmente sprofondando in un sonno dolcissimo, arriva dalla strada musica da discoteca ad un volume impossibile. E così siamo costretti a sorbirci i ritmi tutt'altro che latini di questa fabbrica di rumore, chiacchierando nervosamente e ironizzando su quanto ci sta capitando. Alle 4.00 la musica si calma, e noi siamo già pronti per rimetterci a dormire, anche se il nostro dormiveglia è condito dagli innumerevoli galli che svegliano i loro pollai (e non solo quelli) con il loro canto.
08/03/02
Siamo distrutti! Più stanchi di quando siamo andati a dormire. Ci alziamo un po' di malumore e ci prepariamo per partire alla volta di Boca Paila, nella riserva di Sian Ka'an, lungo la costa. Uscendo parliamo con uno dei proprietari che ci racconta dell'incendio che l'albergo ha subito lo scorso anno, in seguito al quale hanno perso praticamente tutto ed hanno dovuto ricostruire da zero molte camere e la struttura centrale in legno. Facciamo colazione presso un piccolo chiosco su una via secondaria, compriamo un po' di frutta per pranzo in una meravigliosa, coloratissima frutteria e ci dirigiamo verso l'entrata di Sian Ka'an, dopo la zona hotelera, sulla costa. La strada è terribile. Bisogna procedere a zig-zag per cercare di evitare i crateri che si aprono sull'asfalto, quando c'è l' asfalto. All'entrata della riserva, segnalata da un arco, il personale addetto alla registrazione degli ingressi prende nota dei nostri dati e finalmente siamo dentro. Procediamo molto lentamente su questa strada in condizioni davvero terribili e facciamo una prima sosta presso una meravigliosa spiaggia deserta dove rimaniamo incantati dai colori del mare. Procediamo poi fino al vecchio ponte di Boca Paila, che mette in comunicazioni i due tratti di costa separati da una laguna. Salgo sul ponte, arrivo a metà e.il ponte è finito. O meglio, la parte sinistra è inesistente perché è in costruzione, mentre la corsia destra è praticamente della stessa larghezza della macchina, senza parapetto, né alcuna protezione, e le assi di legno sono tutte divelte. Non so se si può proseguire e sinceramente anche se si potesse mi rifiuterei. Scendo dalla macchina spaventata e Giorgio si rivolge agli operai che stanno lavorando sul ponte, per capire se si può procedere e se si, come. Nel frattempo un'altra macchina si è accodata alla nostra, quindi non possiamo neanche tornare indietro. Dobbiamo per forza attraversare il ponte. Giorgio si mette alla guida ed io sul sedile del passeggero, a pochi centimetri da un bel salto nella laguna. Uno degli operai dà indicazioni a Giorgio, spostando all'occorrenza le assi sotto le ruote.Attimi di vero terrore. Passato il ponte, Giorgio procede lentamente, per lasciarmi il tempo di riprendermi dalla paura, ma non riesco a sollevarmi del tutto perché penso che questa è l'unica strada che corre lungo la costa e dovremo necessariamente ripercorrerla a ritroso. Procediamo fino ad una punta scogliosa dove scendiamo per ammirare un gruppo di pellicani che puliscono le proprie penne e si alzano in volo spinti dalla forza del vento. L'impatto pieno di schizzi delle onde contro gli scogli e questi uccelli che si librano in volo senza difficoltà, in questo paesaggio strano e un po' surreale, ci fanno cogliere ancora una volta l'energia eccezionale della natura. Decidiamo di tornare indietro. Passiamo nuovamente il ponte. Stavolta lo percorro a piedi e Giorgio si ritrova a guidare dalla parte esterna, dove mi trovavo io all'andata. Mi conferma che anche per lui la prova è stata "pesante". Ringraziamo l'operaio che ci ha portato al di là del ponte, dandogli una piccola mancia e dell'acqua. In realtà ci aveva chiesto delle sigarette delle quali eravamo, ovviamente, sprovvisti. Decidiamo di fermarci di nuovo alla spiaggia deserta di qualche ora prima, dove mangiamo la nostra frutta deliziosa e ci riposiamo all'ombra di una grande palma. E poi, visto che il sole è finalmente alto nel cielo, decidiamo di tornare di corsa in albergo, metterci i costumi e passare in spiaggia il resto il pomeriggio. E così facciamo. La spiaggia di Tulum è lunghissima ed il mare offre uno spettacolo eccezionale, con le sue tonalità di turchese che cambiano a seconda della profondità. Facciamo finalmente un lungo bagno e ci crogioliamo al sole per tutto il pomeriggio, leggendo e godendoci il calore della sabbia attraverso l'asciugamano e quello del sole sulla pelle salata. Facciamo una lunga passeggiata, durante la quale abbiamo modo di vedere le varie strutture cresciute velocemente sulla spiaggia ed osservare la presenza di un turismo molto, molto disinibito. Torniamo in albergo, ci prepariamo ed andiamo a riconsegnare la nostra compagna di avventure: la scassatissima Chevy Pop, ora più impolverata e sporca che mai. Sbrigate le formalità della restituzione, passeggiamo per Tulum alla ricerca di un posto dove poter consumare la nostra cena che sia migliore di quello di ieri. Mentre osserviamo i ristoranti ci imbattiamo in un bambino che porta a tracolla una scatola piena di cianfrusaglie da vendere ai passanti. E' seduto su un muretto e piange disperatamente. Una persona si è già fermata per sapere se ha bisogno di aiuto e così continuiamo a camminare. Ma Giorgio ha cambiato improvvisamente faccia. Questo incontro lo ha profondamente colpito e gli brilla una lacrima sul volto. Gli chiedo: "Che c'è?", mi risponde "Un bruscolo nell'occhio". Sa che ho capito e non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni. Rifletto, mentre camminiamo, sul diverso atteggiamento che abbiamo avuto. Lui, così sensibile, si era fatto carico del dolore di questo bimbo; io, come protetta da una scorza dura, non avevo lasciato che quel dolore scalfisse il mio stato d'animo. Non posso far altro che constatare, ancora una volta, quanto sia fortunata ad avere accanto una persona come lui. Ci sediamo in un ristorante molto romantico, gestito da un ragazzo italiano, dove decidiamo di mangiare un'aragosta per concludere il nostro soggiorno marino. Ordiniamo anche una focaccia e mentre sto addentando la prima fetta con l'acquolina che mi riempie la bocca, arriva il bambino incontrato poco prima che ci offre le sue improbabili mercanzie. Incarto una fetta di focaccia in un tovagliolo e gliela metto nella sua scatola di cianfrusaglie. Mi guarda con quegli occhi scuri e vacui e sembra leggermi dentro, nel profondo, dove sento che questo gesto non basterà a cancellare l' indifferenza di prima. Giorgio mi chiede di aggiungere anche una monetina, lo faccio e il bimbo si trascina stancamente ad un altro tavolo. Il viso di Giorgio un po' arrossato dal sole, alla luce della candela mi appare più dolce che mai e ci godiamo la cena chiacchierando serenamente. Dopo mangiato, viene a chiacchierare al nostro tavolo il gestore, un ragazzo delle Marche che è ancora alla ricerca del posto dove mettere radici e così ogni due-tre anni si sposta da un paese all'altro nell'attesa di trovare il terreno giusto. Ci racconta le difficoltà del vivere qui, l'assistenza sanitaria gestita unicamente da privati, le linee telefoniche ancora non funzionanti, le scuole in condizioni precarie, il denaro dei turisti che ha cambiato i valori e il cuore dei locali. Ci dice che non resterà e che tra qualche mese si sposterà di nuovo. Ci intristisce un po' pensare alla sua vita senza una "casa" alla quale tornare e ci diciamo che forse non troverà mai quello che cerca. Ce ne torniamo lentamente in albergo, sperando di riuscire a dormire qualche ora. Ma, come da copione, c'è un gran chiacchiericcio proveniente dalla camera di uno dei proprietari: un'altra festa! Quando finalmente la festa è terminata e la discoteca ha chiuso i battenti, proprio mentre le palpebre si stanno chiudendo pesanti sui nostri occhi, il cane dell'albergo, un alano di 60 chili, decide di poggiare le sue zampe sul davanzale della nostra finestra e di regalarci qualche abbaio sonoro. Siamo stanchi e disperati, e non abbiamo la forza di reagire. Crolliamo per le due-tre ore che ci separano dal suono della sveglia.
09/03/02
Non vediamo l'ora di lasciare l'albergo. E così ci prepariamo velocemente, mentre tutti dormono, e ci dirigiamo, zaini in spalla, alla fermata degli autobus, da dove partiremo alla volta di Valladolid, dove contiamo di prendere la prima coincidenza per Merida, principio e fine del nostro viaggio. Il viaggio è più pesante del previsto, soprattutto nella tratta da Valladolid a Merida. Appena saliti ci sediamo sui posti assegnati ed io mi rendo immediatamente conto che il mio sedile è zuppo.Mi alzo con uno scatto, neanche mi fossi seduta sul fuoco vivo, e cambio posto, seguita da Giorgio che ride sotto i baffi. L'autobus si ferma ad ogni angolo di strada e questo andamento lentissimo e al limite del surreale mette a dura prova la nostra pazienza...Ma finalmente, quando ci eravamo rassegnati a rimanere su quell' autobus per un tempo non meglio identificato, ecco apparire davanti ai nostri occhi Merida. Che dolce visione! Prendiamo un taxi e ci dirigiamo all 'Hotel Trinidad, consigliatoci da Emanuele e Claudia, i nostri avventurosi compagni di viaggio della Ruta Puuc. In effetti l'albergo, un po' più modesto del Dolores Alba, ci piace subito. Il ragazzo che ci accoglie è disponibilissimo e gentile e ci sono acqua purificata, caffè e tè disponibili ad ogni ora e pan dulces per la colazione compresi nel prezzo, comunque inferiore rispetto a quello del Dolores Alba. Non abbiamo dubbi: rimarremo qui per le due notti che ci separano dalla partenza, in questo posto un po' estroso, pieno di quadri e libri, dove si respira un'aria affascinante ed amichevole. Passeggiamo per la città e ci dirigiamo verso il Paseo Montejo per la cena. Mangiamo benissimo: una eccezionale bistecca e fajitas con una salsa tropicale a base di ananas davvero niente male. Rifocillati e rincuorati, ce ne torniamo in camera dove giochiamo a carte fino a tardi, quasi a non volere - col sonno - abbreviare questo nostro tempo a Merida.
10/03/02
Toc, toc. Toc, toc. Qualcuno bussa sul vetro specchiato della nostra camera, ma è talmente presto che non abbiamo la forza di aprire le tende e vedere chi è. Toc, toc. Bussano di nuovo ed io comincio a preoccuparmi un po'. Chi può essere alle sei di mattina? Giorgio avvolge la testa nel cuscino e fa finta di niente. Io non posso fare a meno di pensare che potrebbe essere qualcuno che ha bisogno di aiuto e così mi alzo e apro un pezzetto di tenda, ma non c'è nessuno. Mi dico che probabilmente la persona in questione ha desistito, visto il nostro silenzio, e mi rimetto a letto. Toc, toc. Giorgio, un po' innervosito, si alza di scatto, apre la tenda ma.Non c'è nessuno! Cominciamo a fare congetture, e decidiamo un po' stizziti che deve essere sicuramente qualche bambino che sta giocando.Dove sarà la sua mamma? Per coglierlo sul fatto, lasciamo la tenda leggermente aperta e aspettiamo. Toc, toc. Io e Giorgio scoppiamo in una fragorosa risata.Un uccellino, vedendo la sua immagine riflessa nel vetro specchiato, lo beccava curioso! Poltriamo un po' e, dopo colazione, decidiamo di visitare Izamal, la "ciudad amarilla", ed il convento che la domina, situati a poco più di un'ora di pullman da Merida. E' una mattinata piacevole e la visita della città - davvero tutta gialla - richiede poco tempo, tanto è piccola. Ma ce la prendiamo con calma, godendoci ogni scorcio ed ogni angolo. Aspettiamo che finisca la Messa e visitiamo anche l'edificio che ospita il convento di San Antonio. In piazza, intanto, c'è l'immancabile fiesta domenicale, con bancarelle, spettacoli e tanta gente che chiacchiera e passa ore piacevoli con la propria famiglia. Finito il nostro giro, torniamo a Merida, ci riposiamo un po'e prepariamo con un pizzico di tristezza il grosso dei bagagli. Poi usciamo e passiamo un po' di tempo in un Internet café dove seguiamo l'imperdibile derby Lazio-Roma che termina, per la gioia di Giorgio, in un generosissimo 1-5. Dopo la nostra seconda Messa messicana (alla quale arriviamo in ritardo), ce ne andiamo a cena. La sera, nel letto, ci raccontiamo questi giorni, rivivendoli ora dopo ora e facendo un consuntivo di quello che ci è piaciuto, di quello che ci ha sorpreso, delle emozioni che ogni luogo, volto, esperienza, ci hanno regalato. Vorremmo davvero che questa notte non finisse più.
11/03/02
Stamattina dobbiamo fare gli ultimi giri prima di dirigerci all'aeroporto e così, con in testa un programma ben dettagliato, ci dirigiamo al mercato per acquistare spezie, frutta e peperoncini. Compriamo mamey, papaya, mango e poi habanero, jalapeño ed altri peperoncini piccolissimi che una signora indio ci indica come piccantissimi. E ancora cannella, cumino, peperoncino essiccato, salsa per il pollo mole, tortillas. E improvvisamente ci ritroviamo nel capannone dove viene venduta la carne. Io rimango di sasso e mi sento svenire. Teste di maiali appese a ganci, intestini, pelli, interiora di ogni genere, il tutto appoggiato su banconi di marmo senza alcuna refrigerazione. Il pavimento è coperto da uno spesso strato di grasso ed il sangue cola copioso dai banconi, formando delle pozze scure. Cammino velocemente, attenta a non scivolare, e non vedo l'ora di essere fuori perché tutto inizia a girare intorno a me e non sono sicura che arriverò alla fine di questo lungo corridoio. Finalmente la luce del sole! Rientriamo in albergo, posiamo le buste piene di ogni sorta di mercanzia ed usciamo di nuovo per comprare qualche regalo promesso prima di partire. Torniamo a quella che credevamo essere la Casa de las Artesanìas, il negozio patrocinato dal governo, ma è chiusa! Giriamo la testa e dall'altra parte della strada scorgiamo la vera Casa de las Artesanìas, quella dalla quale la persona che ci aveva accompagnato la prima volta aveva saputo così bene nascondere il nostro sguardo. Sorridiamo dolcemente pensando alla nostra ingenuità ed entriamo ad acquistare quanto ci necessita. Nel frattempo il negozio "fasullo" ha aperto, così entriamo anche lì, e con un po' più di scetticismo compriamo qualche altra cosa, contrattando al massimo il prezzo. Finiti i nostri giri, ci fermiamo per un panino e torniamo in albergo per gli ultimi preparativi. E' stato bello in questi due giorni poter "vivere" Merida come se abitassimo qui: passeggiare senza meta, guardare le vetrine dei negozi, fonderci tra la gente al mercato, senza avere l'ansia di visitare, vedere, scoprire. Dopo una doccia rigenerante, chiudiamo zaini e zainetti ed in taxi ci dirigiamo all'aeroporto, guardando la città che, con i suoi bassi edifici, scivola velocemente dietro di noi. La malinconia condisce questi minuti e non riusciamo a dire niente. Ci stringiamo le mani, un po' tristi, ma sereni. Il viaggio sarà lungo ed estenuante, fatto di valigie trasportate a mano per chilometri nell'aeroporto di Città del Messico, ore di ritardo, coincidenze perse e attese interminabili, fino a quando, recuperati i bagagli a Fiumicino, scorgiamo gli occhi lucidi di mio padre che è venuto a prenderci e con un sorriso, distrutti dalla stanchezza, lo abbracciamo, riconciliandoci con la vita che ci aspetta. Francesca

22/02/02
Ancora non riesco a rendermi conto del fatto che stiamo finalmente partendo per il Messico. Questo viaggio, così agognato, così sognato e di conseguenza preparato con la massima attenzione a tutti i particolari, ci aspetta da un anno e mezzo. Non abbiamo idea di quello che ci aspetta, essendo alla nostra prima esperienza messicana, e questo rende ancora più emozionanti questi momenti. Il volo Roma-Parigi parte e atterra con quasi un'ora di ritardo. Il che significa che dobbiamo attraversare il labirintico aeroporto Charles de Gaulle correndo come pazzi per non perdere la coincidenza per Città del Messico. Sarà per l'emozione del viaggio, sarà per la noia di queste dodici ore che sembrano non passare mai, ma Giorgio mangia come uno sprocedato e mi fa tanto ridere, perché a dire la verità non l'ho mai visto ingurgitare una tale quantità di cibo: la mia e la sua colazione sul volo per Parigi, il mio e il suo pranzo ed il mio e il suo spuntino prima di atterrare, sul volo per Città del Messico, e infine il mio e il suo sandwich sul volo per Merida. Questa volta la mia paura di volare è stata meno forte; forse per la stanchezza accumulata fino al giorno della partenza o forse per una sorta di rassegnazione che man mano sta subentrando. Sorvolare Città del Messico ci lascia letteralmente a bocca aperta. Non se ne vede la fine, le luci si estendono fino all'orizzonte ed io continuo a schiacciare il naso contro il finestrino ad inghiottire, con gli occhi sbarrati, questa distesa di luci senza fine. Appena atterrati, ecco la prima sorpresa: le nostre valigie non ci sono. L' addetta al check-in a Roma ci aveva avvertito che avremmo dovuto ritirarle a Città del Messico, passare la dogana e poi rimbarcarle sul volo per Merida, ma dei nostri zaini neanche l'ombra. Dopo un'ora di fila, con l'ovvia preoccupazione ed il relativo nervosismo a roderci il fegato, scopriamo che il nostro bagaglio è miracolosamente e al di là di ogni aspettativa, già imbarcato per Merida. E così, un po' più tranquilli, riattraversiamo l'aeroporto, correndo come forsennati per cercare di non perdere la nostra coincidenza. Anche questa volta ce la facciamo e, dopo un'ora e mezza, Merida appare sotto di noi con le sue luci. Ritiriamo, sollevati, i nostri bagagli e ci dirigiamo con un taxi verso l'hotel Dolores Alba, che avevamo già prenotato. Il tassista guida come un pazzo ed ho la netta sensazione che questa è una caratteristica alla quale dovrò abituarmi durante il mio soggiorno messicano. La città ci appare addormentata, visto l'orario, ma non possiamo fare a meno di notare le botteghe che si susseguono lungo le strade con le loro insegne dipinte con la vernice direttamente sul muro. Eccoci in albergo. Dopo il rapido check-in ed una sciacquata ancora più veloce, piombiamo in un sonno pesantissimo. La nostra vacanza è iniziata.
23/02/02
Ci diamo il nostro primo "Buongiorno" messicano. A causa del fuso orario ci siamo svegliati prestissimo e ne abbiamo approfittato per iniziare subito la scoperta della città. Ci siamo diretti verso la Plaza Mayor, fulcro della vita di Merida, e dopo una ricca colazione abbiamo cominciato ad esplorarla. La piazza è molto bella, con i suoi giardini al centro e gli edifici coloniali ad orlarne il perimetro. Ma appena mettiamo piede nel giardino un tipo losco inizia a seguirci. Cambiamo strada più volte, ma è sempre dietro a noi; al costo di passare sulle aiuole e di scavalcare recinzioni, continua a seguirci. Alla fine decidiamo di sederci su una panchina per vedere che strategia adotterà e lui, forse conscio del fatto che ci siamo accorti della sua presenza, decide finalmente di lasciarci stare e tira dritto. Dieci minuti dopo, mentre ci accingiamo a visitare la Catedral, il tipo è stato fermato dalla polizia. La Catedral non è molto ricca di particolari ornamentali, visti i saccheggi anti-clericali e gli incendi attraverso i quali è passata, ma in una cappelletta in fondo alla navata, sulla sinistra, c'è il Cristo de Las Ampolas, scampato miracolosamente agli incendi e a cui i devoti, ai quali ci uniamo volentieri, indirizzano le proprie preghiere. Usciti dalla Catedral, ci dirigiamo verso la Casa de Montejo, dimora della famiglia che aveva provveduto ad assoggettare e cristianizzare i Maya in tutto lo Yucatan. La facciata è notevole e conserva delle sculture che rappresentano "gentiluomini" nell'atto di calpestare le teste dei "selvaggi". Impossibile non cogliere il chiaro riferimento alla colonizzazione dei Maya. Ora il palazzo è divenuto la sede di una grande banca, e la cosa ci sembra quanto mai appropriata, visto che oggi come allora è la sede del desiderio di potere economico e culturale che aveva spinto a suo tempo i Montejo a cimentarsi nella spedizione in Yucatan. Sul lato opposto della piazza, al centro della quale peraltro svetta una grande bandiera, visitiamo il Palacio del Ejecutivo. E' davvero bello. Il cortile interno, lascia intravedere il balcone coperto che gira tutto intorno al perimetro e che è adornato da affreschi enormi di grande impatto emotivo, dipinti da Fernando Castro Pacheco. Con colori cupi, e pennellate decise, raccontano ancora la conquista e l'assoggettazione dei Maya. Siamo turbati da quelle scene. Dentro di me, i dipinti si animano e con la mente vado velocemente indietro nel tempo e cerco di immaginare, per quanto difficile, quale barbarie sia stata la conquista di questa regione. Mi sembra di vedere gli occhi spaventati e sbigottiti dei Maya alla vista dei conquistatori venuti dal vecchio mondo. E poi battaglie, violenza, il loro orgoglio calpestato, la riduzione in schiavitù nei campi di mais. Torno con i piedi per terra e mi sembra di aver acquistato un briciolo un più di coscienza storica, come avviene ogni volta che, deposta ogni resistenza, lascio che la storia di un popolo mi entri nel cuore, mi comunichi le proprie ricchezze, il proprio dolore, la propria via per andare avanti. Poi procediamo verso il Parque Hidalgo, dove facciamo la conoscenza di Ricardo, un ragazzo che sbarca il lunario pubblicizzando la Casa de las Artesanias, un negozio di artigianato, patrocinato da governo messicano, che ci dice promuovere lo sviluppo delle popolazioni indigene. La tappa era comunque nei nostri progetti, avendo già letto di questo negozio sulla guida, e così ci andiamo ora, anche perché la chiacchierata con Ricardo, che tra l'altro non si è dimostrato affatto invadente, è stata davvero piacevole. Visitiamo la Iglesia de Jesùs e poi torniamo indietro fino al negozio. Lì parliamo col gestore spiegandogli che compreremo qualcosa solo il giorno prima di partire, quando saremo di nuovo a Merida, per evitare di trasportare più peso del necessario in giro per lo Yucatan e il Quintana Roo. Nonostante questo, ci mostra di tutto e così possiamo farci un'idea di quello che desideriamo acquistare. Fatto questo, ci ridirigiamo sulla calle 60, che ci porta in direzione del Paseo de Montejo, un lungo viale stile "boulevard" francese, costellato di bellissime ville coloniali ormai decadenti, ma che danno un'idea chiarissima di come dovesse essere questa zona cento anni fa. Il viale è lunghissimo e noi lo percorriamo quasi tutto sotto un sole cocente dal quale troviamo un po' di riparo grazie agli alberi che, dai giardini delle case, regalano un po' d'ombra anche all'ampio marciapiede. Torniamo indietro e mangiamo un panino, visto che è ormai pomeriggio inoltrato e la fame e la stanchezza cominciano a farsi sentire, e poi andiamo in albergo dove, per ritemprarci un po', facciamo un "pediluvio" nella piccola piscina. Dopo esserci parzialmente ripresi dalla fatica, ci dirigiamo verso quel susseguirsi di vicoli rumorosi che è Merida, dove il vociare delle tante persone che affollano la strada si fonde con la musica a tutto volume che proviene da ogni negozio. Questo mi ha colpito più di ogni altra cosa a Merida: la musica onnipresente che mi faceva venir voglia di ballare e che rendeva dolce la fusione con le tantissime persone che, in un arcobaleno di colori, procedevano lungo le strade o affollavano i marciapiedi, intente in ogni tipo di occupazione. Procediamo verso il terminal degli autobus di seconda classe, dove acquistiamo i biglietti per Uxmal e la Ruta Puuc per domani e quelli per Chichen Itzà per il giorno successivo. Tornando passiamo per il mercato ed è un'esperienza davvero curiosa. Devo dire che io e Giorgio abbiamo una predilezione per i mercati d'ognidove: ci piace lasciarci trascinare dalla folla, o metterci in disparte ad osservare il via vai di mani che toccano, provano, portano al naso per odorare quello che si trova sui banchi colorati. E ascoltare le grida, le contrattazioni, gli inviti a servirsi dall'uno o dall'altro. Qui a Merida c'è chi è specializzato in banane, chi in peperoncini, chi vende solo mele ed uva e chi offre agli avventori quattro solitarie papaye che sono probabilmente tutto quel che possiede. Compriamo un po' di frutta e ci lasciamo trasportare da profumi, odori, musiche e risa, finché siamo fuori dalla zona del mercato e un po' storditi raggiungiamo di nuovo il nostro albergo. Per cena la cucina offre due o tre alternative da consumarsi su un tavolo nel giardino o a bordo piscina. Optiamo per una "quesadilla" e una "enchilada" che mangiamo in piscina. Non sono un gran che, a dire il vero, ma concludiamo il nostro pasto con mango e papaia acquistati al mercato e ci sembra già tutta un'altra cosa. Domani ci aspetta una severissima sveglia alle sei.Alle 20.30 siamo già a letto, esausti e felici.
24/02/02
Ci alziamo ancor prima che suoni la sveglia. Ci prepariamo degli improbabili panini che ci sfameranno durante tutta la giornata e, dopo un’abbondante colazione, ci dirigiamo in taxi alla stazione degli autobus. Siamo un po’ in anticipo, ma vediamo la sala d’aspetto riempirsi ben presto di passeggeri di ogni nazionalità. In cuor nostro siamo felici di aver acquistato il biglietto il giorno prima. Il nostro autobus, con destinazione Labnà, Xlapak, Sayil, Kabah e Uxmal, è stato chiamato. Montiamo su e ci sistemiamo su due posti a caso, perché nessuno sembra aver rispettato il posto assegnato sul biglietto. Ma i passeggeri sono più dei posti disponibili e così sorgono problemi che una pazientissima impiegata riesce a risolvere con la collaborazione di tutti solo dopo mezz’ora. Finalmente, con un po’ di ritardo, partiamo per la Ruta Puuc. Ci allontaniamo da Merida e ben presto le case basse lasciano spazio alla campagna e poi alla foresta. Ogni tanto un piccolo agglomerato di casupole con i tetti di lamiera, dalle quali esce un esile filo di fumo, segno che si sta cucinando; i bambini giocano sulle aie polverose, dove qualche gallina spennacchiata è alla ricerca di un po’ di becchime. Un cane e un gatto, magri all’inverosimile, giacciono stancamente sulla terra battuta. Mentre il nostro pullman procede, facciamo amicizia con i nostri vicini: un ragazzo italiano da tempo emigrato in Germania e la sua compagna tedesca, che sono in viaggio da qualche mese per tutto il Centro America. Ci troviamo subito in sintonia e la chiacchierata fa scivolare via il tempo velocemente. Siamo a Labnà.
Oggi è domenica e l’ingresso a tutti i siti è gratuito. Le nostre tasche severe tirano un sospiro di sollievo…
L’autista ci annuncia che abbiamo mezz’ora per visitare il sito. Uno stretto sentiero ci conduce fino al Palacio ed abbiamo il primo, mozzafiato, incontro con l’architettura Maya. Un’ampia distesa d’erba si apre davanti a noi e sulla sinistra svetta il palazzo. E’ davvero bello ed io e Giorgio ci arrampichiamo su scale e per cunicoli che ci portano sino alla sua sommità. E qui, di nuovo un primo incontro: finalmente un iguana! Questi animali mi sono sempre piaciuti e ho da sempre provato nei loro confronti una sorta di curiosa attrazione. Così pacifici, sembrano godersi il meglio della vita, crogiolandosi al sole tutto il giorno. Scendiamo di nuovo e ci dirigiamo, lungo il bianco sentiero calcareo, verso il Mirador, un alto edificio che serviva forse da torre di avvistamento, di fronte al quale si erge, perfettamente conservato, il bellissimo Arco. Saliamo sul Mirador, passiamo attraverso l’Arco, ed è già ora di tornare al pullman.
Da Labnà ci spostiamo verso Xlapak. Il sito è più povero, ma il palazzo è ornato da bassorilievi notevoli. A Xlapak Giorgio fa amicizia con un gatto magrissimo con il quale divide volentieri il suo panino. Ogni tanto intrecciamo qualche parola con il nostri nuovi amici e nel frattempo il nostro mezzo ci ha portati a Sayil. Il Palacio di Sayil è davvero imponente con i suoi tre livelli. Entriamo nelle stanze buie e umide e in un angolo del soffitto sorprendiamo un serpente che, entrato in un nido, sta senza dubbio cibandosi delle uova preziose che esso custodiva. Da un’altra stanza escono improvvisamente due uccelli. Il nostro nuovo amico sostiene che sono due quetzal, l’uccello sacro ai Maya rarissimo da incontrare, perché i colori sono proprio quelli: le piume sono azzurro-verdi e la coda è lunga. La sua compagna dice, invece, che non sono due quetzal e a sostegno della sua tesi ci sono le ridotte dimensioni ed una piccola macchia rossa sul petto degli uccelli che abbiamo avvistato. In effetti, il responsabile del sito ci spiegherà che questa non è zona di quetzal e che gli uccelli che abbiamo visto sono simili al loro sacro quanto lontano parente solo per i colori che li contraddistinguono.
Dopo Sayil è la volta di Kabah. Il sito è il più grande che abbiamo visitato sinora ed il colpo d’occhio sul complesso monumentale è eccezionale. La piramide, il Palazzo delle Maschere, qualche edificio minore ed una vasta distesa d’erba terrazzata. Kabah ci rapisce. Sembra che un sentiero calcareo, ormai inghiottito dalla foresta e dalla terra, la collegasse anticamente a Uxmal da una parte e a Labnà dall’altra.
Sul lato opposto della strada si erge un altissimo cumulo di pietre. Era il tempio più grande di Kabah, del quale non rimane altro che questa collina di ciottoli.
La stanchezza comincia a rallentare i nostri ritmi. Dopo la visita al sito ci sediamo all’ombra a bere e mangiare qualcosa.
Ed ora ci dirigiamo alla volta di Uxmal. Devo dire che sono un po’ emozionata all’idea di visitare un sito della cui maestosità ho letto ovunque. Ed eccoci arrivati. Ad Uxmal ci sono concesse due ore e mezza di visita che, visto l’orario pomeridiano che vede la presenza di pochissimi visitatori e l’impossibilità di salire sulla Piramide del Mago, ancora in restauro, saranno più che sufficienti.
Ad Uxmal si respira un’aria davvero mistica. Forse per la poca gente che gira per il sito, o per i molti alberi che creano giochi d’ombra e di luce, o per gli innumerevoli iguana, veri padroni del luogo, che sembrano far da guardiani ad ogni tempio e palazzo.
La Piramide del Mago, il Quadrilatero delle Monache, la Casa delle Tartarughe, il Palazzo del Governatore, il Campo del gioco della palla, e tutti gli edifici minori, rapiscono la nostra attenzione sempre di più e, seppur allo stremo delle forze, continuiamo a trotterellare salendo scalini che mi appaiono sempre più alti e numerosi e percorrendo distanze che sembrano diventate impossibili da coprire.
Torniamo al pullman esausti, ma allo stesso tempo pieni di tutto quanto i nostri occhi hanno avuto la fortuna di vedere. Tra una chiacchiera ed un pisolino, il viaggio fino a Merida sembra brevissimo. Scendendo dall’autobus salutiamo i nostri amici augurando loro buon viaggio e ci dirigiamo a piedi verso l’albergo, rendendoci conto di aver parlato a lungo e di tante cose, di aver condiviso questa esperienza così intensa, senza esserci detti i nostri nomi.
Passiamo in albergo per una doccia veloce. La sensazione è che se ci lasciassimo cadere sul letto anche solo per un momento non riprenderemmo conoscenza fino a domani. E così ci facciamo forza e ci dirigiamo verso la Catedral perché è domenica ed io non vorrei perdere l’occasione di andare a Messa e di partecipare alla fiesta.
Le strade sono piene di persone allegre e la musica avvolge tutto. Entriamo nella Catedral che si sta velocemente riempiendo, da una porta laterale e prendiamo posto su una panca. Nell’attesa della Messa, vengono recitati i vespri, che ascoltiamo curiosi, nel tentativo di scoprire differenze e affinità con i nostri. Poi finalmente inizia la celebrazione. Abbiamo preventivamente dato un’occhiata al foglietto per farci un’idea delle letture e scoperto così il significato di alcune parole. In particolare sono colpita dalla parola spagnola per “onnipotente” che suona: “todopoderoso”.
La Messa è presieduta dal vescovo di Merida (quale onore!) e la seguiamo attenti, tentando di rispondere nel nostro spagnolo approssimativo aiutandoci con il labiale degli altri fedeli ed il preziosissimo foglietto. Il momento dello scambio della pace è molto intenso. Le mani si cercano rapide e in pochi secondi i nostri occhi si sono incontrati con quelli di tantissime persone. Poi la comunione, e la Messa finisce.
Usciti dalla Catedral, ricchi di questa ulteriore esperienza, incontriamo Ricardo che cammina velocemente attraverso il fiume di persone della fiesta per raggiungere casa sua e cenare con la sua famiglia. Scambiamo qualche parola e poi anche noi mangiamo qualcosa e torniamo in albergo, dove il nostro letto in muratura ci sembra il luogo più dolce dove lasciarci cadere.

25/02/02
Stamattina si parte alla volta di Chichen Itzà. Ripetiamo il rituale di ieri e, dopo aver fatto colazione, ci dirigiamo in taxi alla stazione degli autobus di seconda classe. Durante il viaggio abbiamo modo di attraversare piccoli, sonnolenti pueblos dove venditori di ogni sorta di cibo salgono sul pullman con l’intento di vendere la propria mercanzia: “Chicharrones, palomitas, papas….”. La loro voce cantilenante mi risuona ancora nelle orecchie.
Giorgio fa sedere una signora anziana rimasta senza posto. Come tutte le signore indio indossa un vestito bianco a maniche corte decorato con motivi floreali sul petto e sull’orlo, al di sotto del quale esce una sottoveste ricamata che sembra voler supplire la lunghezza ridotta del vestito, che lascerebbe le gambe troppo scoperte. Sono donne forti queste indio. Hanno il volto segnato dal sole e le mani rovinate dalla fatica, ma gli occhi sono lucenti e i visi seri, ma sereni.
Poi è stata la volta di una giovanissima maya con il suo piccolo che emanavano l’odore eloquente di chi non si lava da giorni…
Dopo due ore e mezza eccoci all’entrata delle rovine. Ci facciamo portare da un simpatico e disponibile tassista all’Hotel Dolores Alba di Chichen Itzà, succursale di quello di Merida, che scopriamo essere gestito da un poco cordiale signore dall’aspetto europeo. Le stanze sono poste a schiera intorno ad una piscina rotonda. Non sono nulla di eccezionale, forse un po’ buie, ma nel complesso l’albergo è molto carino. Dopo qualche minuto di relax ed un panino servito da un instancabile cameriere di cui solo più tardi scopriremo le doti, ci facciamo trasportare dall’apprezzatissimo pulmino gratuito dell’albergo all’entrata delle rovine.
Paghiamo il salato biglietto d’entrata e siamo velocemente di fronte al Castillo, la pubblicizzatissima piramide, emblema della cultura maya in tutto il mondo. In effetti la piramide è molto bella, ma siamo così lontani dalla magica atmosfera di Uxmal…
Il complesso si trova su un’enorme spianata soleggiatissima, dove centinaia di persone si danno il cambio nel salire e scendere dal Castillo. Gruppi con guida, in visita dalle spiagge della Riviera Maya, ragazze in bikini e schiere di cappellini tutti uguali a compiere a turno lo stesso rituale.
Non possiamo far altro che salire anche noi. Le scale sono davvero ripide, ma salire è abbastanza agevole. Una volta in cima, il colpo d’occhio è eccezionale. Tutto intorno alla zona archeologica non si vede altro che foresta a 360°. Una distesa senza soluzione di continuità. Dall’alto possiamo scorgere anche gli altri edifici del complesso ed osservare le schiere di turisti muoversi dall’uno all’altro. Dopo aver girato tutto intorno al Castello ed ammirato le bellissime sculture degli ingressi, è tempo di scendere. L’operazione è un po’ più complicata. Scendo nello stesso verso in cui sono salita, per garantirmi un po’ più di equilibrio e mi aiuto con la corda che è stata montata lungo la scalinata proprio a questo scopo. Tutto sommato anche la discesa è fattibile.
Poi procediamo con la visita degli altri edifici, tra i quali ci colpiscono in particolare il Gruppo delle Mille Colonne, il Tempio dei Giaguari, il Campo principale del gioco della palla (enorme!) e El Caracol. Dopo aver esplorato il sito in lungo e in largo ed aver visto tutto quanto offre, ci dirigiamo verso l’uscita e ritorniamo in albergo. Stasera torneremo per lo spettacolo di luci e suoni che si svolge intorno al Castillo. Passiamo un po’ di tempo a rilassarci in piscina. L’albergo in realtà ne ha due: quella tonda e tipica cui ho accennato prima ed una fatta di roccia naturale, assai più particolare. Ma intorno a quest’ultima gli alberi creano troppa ombra e così, dopo poco, ci dirigiamo alla piccola piscina tonda di fronte al ristorante. Un bagno, un po’ di sole, ed è già ora di prepararci. Inizia a fare buio e stranamente non c’è luce nella camera, né tanto meno al ristorante. Apprendiamo con profonda delusione che c’è un black out in tutta la zona e che, di conseguenza, lo spettacolo notturno non si terrà. E così siamo costretti a cenare prestissimo e a mangiare pollo e manzo non meglio identificati alla tenue luce di una candela, che rende tutto molto romantico, anche se l’atmosfera non basta ad alleviare il nostro dispiacere per non aver potuto assistere allo spettacolo. Il cameriere è bravissimo e, nonostante le difficoltà pratiche che il buio crea, serve tutti con cura ed entusiasmo. Poco dopo ce ne andiamo in camera. Fortunatamente la stanchezza ci fa crollare immediatamente. Nel cuore della notte veniamo svegliati dalla luce che è tornata e che si accende improvvisamente insieme al rumorosissimo condizionatore. Come un sonnambulo, Giorgio si alza, spegne tutto e torna a dormire come se niente fosse. Sorrido e riprendo i miei sogni.
26/02/02
Stamattina, dopo colazione, ci dirigiamo al cenote Ik-Kil, che si trova all' interno di un rigogliosissimo parco, proprio dall'altra parte della strada rispetto all'albergo. E' il nostro primo cenote, e ne rimaniamo davvero impressionati. L'acqua è pulita e si potrebbe nuotare tranquillamente, ma è ancora presto e il timido sole che arriva dalla bocca del cenote non ha ancora scaldato l'aria. Così ci gustiamo il silenzio e, seduti sul bordo con le gambe a mollo nell'acqua, osserviamo gli strani pesci neri che nuotano curiosi intorno ai nostri piedi. L'atmosfera è carica di mistero e sembra davvero di tornare indietro nel tempo. Ci godiamo questo momento senza proferire parola, intenti a guardare meravigliati le radici degli alberi che dal giardino, decine di metri sopra le nostre teste, sono giunte sino al pelo dell'acqua. Il contrasto tra la luce che filtra dall'alto e il buio dell'acqua profonda è notevole e ammetto a me stessa che se anche non avesse fatto così freddo, difficilmente mi sarei lasciata convincere a bagnarmi in quell'acqua limpida e scura al tempo stesso. Torniamo in albergo, ci prepariamo e prendiamo il primo autobus che passa, con destinazione Valladolid. L'autobus è davvero sporco e ad un certo punto io e Giorgio ci guardiamo e ci diciamo all'unisono: "Ho la sensazione di avere i pidocchi." Sbottiamo in una risata fragorosa e ci cominciamo a scherzarci su, cercando di sdrammatizzare la situazione. Dopo un'ora giungiamo in questa tranquilla cittadina di stampo coloniale che è Valladolid e dopo aver preso una stanza (altro che spartana!) all'albergo Maria Guadalupe, partiamo per una nuova scoperta. La città ci piace da subito. E' curata e a misura d'uomo e sulla piazza principale svetta una bellissima cattedrale. La giriamo in lungo e in largo, fermandoci di tanto in tanto a salutare i bambini che ci guardano incuriositi. Il Cenote Zaci, la Chiesa e il Convento di San Bernardino, e poi di nuovo per l'intrico di vie che ci riporta verso il centro. Sulla piazza di fronte alla chiesa di San Bernardino c'è una scolaresca che prova i suoi strumenti. Costituiscono una piccola banda ben assortita: tamburi, piatti, trombe. I bambini si divertono un mondo, mentre il povero maestro sembra al limite della pazienza. Quando ci vedono si girano tutti per esibirsi davanti ai nostri occhi e noi applaudiamo e cerchiamo di regalare loro il sorriso più dolce che le nostre labbra abbiano schiuso. E' presto sera e, entrando nel cortile del ristorante/albergo Maria de la Luz, troviamo i nostri amici della Ruta Puuc che hanno appena ordinato la loro cena. E' così strano incontrarsi di nuovo! Ci invitano a sederci con loro, e lo facciamo volentieri. Ceniamo insieme e passiamo una serata davvero piacevole, durante la quale apprendiamo che in realtà sono in viaggio da un anno e mezzo, durante il quale hanno attraversato Egitto, Siria, Iran, Giordania, Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, e poi Australia, Fiji e ancora Panama, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, El Salvador, Guatemala e infine il Messico. Ci scambiamo impressioni ed esperienze fino a tardi con l'intimità che c'è tra vecchi amici, e alla fine ci congediamo di malavoglia davanti al nostro albergo, con l'augurio di poter di nuovo incrociare le nostre strade. Emanuele e Claudia, questi i loro nomi, rimarranno a lungo nei nostri pensieri.
27/02/02
Stamattina entriamo in una panaderia e compriamo pan dulces e dolcetti per colazione e per il viaggio di due ore e mezzo che ci porterà ad Akumal. Alla stazione degli autobus salutiamo Emanuele e Claudia che prenderanno un autobus diretto per Tulum e, con quasi un'ora di ritardo, partiamo. La strada che da Valladolid porta a Tulum, passando per Cobà, è praticamente un eterno rettilineo sul quale si possono scorgere le macchine anche a chilometri di distanza. A Tulum svoltiamo a sinistra in direzione di Cancun e una mezz'ora siamo alle porte di Akumal. In realtà non c'è un paese, ma sembriamo essere sbarcati in una zona residenziale. L' "italianofobia" di Giorgio ha ora il suo picco più alto. In effetti, all'entrata di Akumal, dove si concentrano due telefoni pubblici e due piccoli negozi di generi alimentari, si sente parlare solo italiano. Chiamiamo Maribel, la proprietaria dell'albergo che abbiamo prenotato, che viene prontamente a prenderci in macchina e ci conduce tre chilometri più a nord al Qué Onda, un piccolo albergo interamente costruito e arredato da lei e il marito, che si trova di fronte alla caletta Yalku. Dalla chiacchierata con Maribel apprendiamo che sono svizzeri di Lugano e che sono trapiantati in Messico da oltre 14 anni. Prendiamo possesso della nostra camera che ci lascia a bocca aperta: il letto e la sua alta testata sono in muratura e quest'ultima, adorna di conchiglie e sassi incastonati nel cemento, divide la camera dal bagno. Un armadio a muro provo di ante, finestre su tre lati ad inondare la stanza di luce, due poltroncine di cuoio e ovunque piastrelle bianche rustiche, bellissime. Siamo più che felici della scelta che abbiamo fatto. Dopo una doccia veloce, mangiamo un delizioso sandwich e ci dirigiamo alla spiaggia più vicina, Half Moon Bay. Ci aspetta una lunghissima distesa di sabbia candida, formata da minuscoli pezzi di corallo ed un mare dai colori eccezionali. Ci godiamo un po' di relax, mentre osserviamo i pellicani volteggiare e tuffarsi nell'acqua una volta individuata al loro preda. C'è molto vento e decidiamo di non bagnarci, ma la spiaggia è praticamente deserta e ci sentiamo davvero in grazia di Dio. Su questa baia infatti, si affacciano solo ville private, molto belle tra l'altro, alcune delle quali vengono affittate a famiglie o piccoli gruppi, ed ogni villa ha il suo pezzetto di spiaggia, quindi la parte di baia dove non ci sono case è tutta per noi. Vero le 5 rientriamo in albergo e crolliamo in un sonno di quattro ore dopo il quale, un po' frastornati, ci dirigiamo al piccolo ristorante all'aperto per la cena. La parte forte del menu è la pasta, che Maribel prepara con le sue mani, ma vorremmo evitarla e così ci orientiamo verso alternative meno note. Dopo la cena, riprendiamo possesso del nostro letto e ci addormentiamo felici, l'uno delle braccia dell'altra.
28/02/02
Questa mattina ci sembra di esserci svegliati nel bel mezzo di una foresta! Arrivano alle nostre orecchie centinaia di versi diversi di uccelli ignoti che mai avremmo creduto popolassero così numerosi questo angolo di mondo. Questa musica dolce culla i nostri ultimi attimi di sonno e i minuti successivi passati a poltrire, guardandoci, sorridendoci, promettendoci con gli occhi un'altra bellissima giornata insieme. La cortesia di Maribel e Indu non ha eguali. Dopo un'eccezionale colazione, durante la quale assaggiamo per la prima volta il delizioso mamey, ci consentono di utilizzare, gratuitamente e per quanto tempo vogliamo, il loro computer per poter mandare un messaggio tranquillizzante a chi ci aspetta a casa. Acquistiamo da loro dei biglietti scontato per la caletta Yalku e ci dirigiamo con maschere e creme protettive in questo luogo incantato. Ecco l' insegna: appoggiato sul cartello c'è un serpente morto che qualcuno ha lasciato seccare al sole! Uno stretto sentiero si fa strada tra le rocce e finalmente arriviamo ad un piccolo molo dal quale ci si può tuffare nella acque limpide della caletta. Appena ci sediamo sul molo, una miriade di pesci colorati ci viene intorno, incuriosita dalla nostra ombra. Dopo pochi secondi Giorgio è in acqua, mentre io indugio ancora un po' sul molo, perché sento un po' freddo e vorrei prendermi tutto il tempo per entrare in acqua con calma. Un cane tutto nero mi viene vicino, poi si tuffa soddisfatto in acqua e raggiunge Giorgio: un paio di lappate sul viso, qualche energica "bracciata" ed è già di nuovo sul molo, pronto al prossimo tuffo. Mi lascio scivolare anche io in acqua e nuoto in questo fiordo naturale, un po' intimorita, tenendo la mano salda di Giorgio. Il labirinto di rocce e piante dà riparo ad una quantità inaspettata di pesci di ogni colore. Ogni tanto il cane nuota fino a noi come se volesse richiamare la nostra attenzione prima di arrampicarsi sulle rocce ed esibirsi in un altro tuffo. E' troppo divertente fare il bagno con lui! Ma la signora americana a qualche metro da noi la pensa diversamente ed inizia ad urlare all'impazzata: "Whose dog is this?" perché il cane le è arrivato accanto sin troppo entusiasticamente, travolgendola mentre faceva snorkeling. Giorgio, mosso a compassione dal suo terrore, richiama l'attenzione del cane, che la lascia finalmente perdere. Un po' stanchi per la nuotata, usciamo ad asciugarsi e cediamo il molo ad un gruppo di americani che da Cancun sono venuti ad ammirare i colori della laguna. E' divertente vedere come si preparano con i loro super-equipaggiamenti mentre ascoltano le fantasiose storie che la loro guida sta raccontando. Poi ci lasciano di nuovo soli. Giorgio fa un ultimo bagno e, quando sono ormai le tre, ci dirigiamo in albergo con l'intenzione di tornare più tardi. Ma il tempo, ahimè!, non ce lo consente, perché dopo poco una pioggia torrenziale comincia a cadere. Approfittiamo di questa "reclusione forzata" per fare il bucato e le altre cose pratiche che avevamo fino ad ora rimandato. Poi ci leggiamo l'un l'altra il primo libro di questo viaggio: "La ragazza dello Sputnik" di Aruki Murakami, risolviamo uno schema di parole crociate e ci addentriamo in una sfida a carte all'ultimo sangue. Il tutto accompagnato dal rumore della pioggia che batte sulle vetrate e dal fruscio del vento che scuote le palme e le altre piante del giardino, in un suono energico e rilassante al tempo stesso. Queste poche ore volano letteralmente ed è già ora di cena. Stasera c'è un piatto del giorno, una carne eccezionale accompagnata da fagioli e verdure, che mangiamo di gusto accompagnando ogni boccone con delle tortillas appena preparate da Maribel. Una vera delizia! La pioggia è cessata, ma il vento soffia più forte di prima. Ci addormentiamo sperando di poter vedere il sole, domani.
01/03/02
E' ancora nuvoloso, ma niente ci ferma. Prendiamo le bici un po' scassate che Indu ci mette a disposizione (e che, nonostante l'aspetto, fanno benissimo il loro lavoro) e percorriamo i tre chilometri che ci separano dalla spiaggia principale di Akumal. Giorgio accusa la durezza del sellino, che in effetti è anche un po' impennato verso l'alto, e procede in piedi sui pedali o a piedi trascinando la bici, a seconda del momento, mentre io mi sbellico dalle risate e gli giro intorno infastidendolo. La spiaggia è bella e costellata di palme, ma a dire la verità preferiamo Half Moon Bay, perché qui ci sono barche ormeggiate, alberghi e piccoli ristoranti e di conseguenza più gente e meno intimità. Oltretutto, sotto il sottile strato di sabbia c'è il cemento, che rende meno confortevole lo stare sdraiati. E poi, dove sono i coralli di cui l'altra spiaggia è piena? Passiamo tutta la mattinata a leggere "Oasi proibite" di Ella Maillart sotto il sole che ogni tanto si nasconde dietro una nuvola e all'ora di pranzo riportiamo le bici in albergo e ci spostiamo nella nostra nuova camera, cosa della quale Indu ci aveva avvertito la sera prima. La camera è al piano di sopra; è ancora più bella e grande della prima ed ha un balcone che si affaccia sulla piccola piscina e sul giardino rigoglioso in cui l'albergo è immerso. Dopo aver goduto un po' della nuova sistemazione, ci dirigiamo a piedi ad Half Moon Bay, e passiamo questo ventosissimo pomeriggio in quest' oasi di tranquillità. E' già sera, ed un altro giorno ad Akumal è volato via.
02/03/02
Eccoci al nostro ultimo giorno qui. Una passeggiata e un po' di foto sugli scogli ed il resto del giorno in spiaggia a goderci il sole timido che ogni tanto fa capolino tra le nuvole. La sera preparo svogliata i bagagli, mentre Giorgio mi legge un po' di libro. Un pizzico di malinconia ci assale. Dopo cena sistemiamo i conti con Indu e prendiamo accordi per il mattino dopo, quando ci darà un passaggio fino alla fermata dell'autobus, all'entrata di Akumal. Ci chiede di lasciare una dedica nel loro "guest-book" e lo facciamo molto volentieri. Ci addormentiamo sereni, sognando l'avventura che ci aspetta.
03/03/02
Ci svegliamo pieni di energie. Durante la notte la malinconia ha lasciato il posto all'entusiasmo per l'esperienza che stiamo per vivere. Dopo un' abbondante colazione, Indu ci accompagna con la macchina alla fermata. Guida scalzo (in realtà "vive" scalzo) e ha fatto salire in macchina con noi anche il cane Max, che si siede accanto a me sul sedile posteriore. Dopo pochi minuti di attesa prendiamo un colectivo che ci porterà a Playacar, dove dovremmo trovare la nostra Chevy Pop (la versione "americana" della nostra Opel Corsa) pronta ad aspettarci presso l'agenzia Alamo del luogo. Il colectivo è pieno all'inverosimile. Sono costretta a sedere su uno gabellino minuscolo in precario equilibrio tra l'autista e il passeggero davanti e per evitare di ondeggiare pericolosamente ad ogni curva, ho stampato le mani sul parabrezza. Giorgio non ha sorte migliore. E' pigiato tra decine di passeggeri e deve scendere ad ogni fermata per dare la possibilità agli altri di farlo. Ci viene da ridere! Ogni tanto ci lanciamo occhiate eloquenti. Tra l'altro l'autista guida ad una velocità spaventosa, mentre sorseggia una coca-cola (alle 8 del mattino!) e mangia due tortillas piene di cipolle fritte e altre verdurine non meglio identificate (alle 8 del mattino!). Non vedo l'ora di arrivare (incolume). Eccoci finalmente all'entrata di Playacar. Chiediamo al guardiano indicazioni per raggiungere la Alamo e lui, dopo averci mostrato sulla mappa dove si trova, ci fa capire chiaramente che vista la distanza e gli zaini che portiamo con noi, sarebbe opportuno prendere un taxi. Seguiamo il suo consiglio e in pochi minuti arriviamo a destinazione. Alla Alamo abbiamo il primo incontro ravvicinato con i "tempi" messicani. L'appuntamento per il ritiro della macchina era stabilito per le 9. Noi siamo puntualissimi, ma la macchina non c'è. Il commesso alle prime armi ci dice che la stanno lavando e che tra una mezz'ora sarà pronta. Decidiamo di fare una passeggiata per Playacar che ci appare subito molto diversa da quanto abbiamo visto finora. I ristoranti e i locali notturni si susseguono senza soluzione di continuità. Sono tutti chiusi, però, e qualche negoziante insonnolito sta aprendo la porta della sua bottega. Si percepisce chiaramente che le strade che stiamo attraversando sono frequentate per lo più di sera. Incontriamo poche persone nel nostro vagare senza meta. Avvistiamo una panaderia dove, forti dell'esperienza di Valladolid, decidiamo di acquistare qualche pan dulce per il viaggio che stiamo per affrontare. Panini e dolcetti hanno un aspetto delizioso e facciamo una buona scorta di quanto ci sembra più appetibile. Verso le dieci siamo di nuovo alla Alamo, e cominciamo la prassi burocratica necessaria affinché ci diano in consegna la macchina. Apprendiamo con gioia che potremo riconsegnarla all'agenzia di Tulum, al nostro rientro, così non saremo costretti a tornare quassù solo per questo. Miguel, il responsabile nonché meccanico, ci spiega un po' tutto. Ci dice che il serbatoio è pieno per metà e ci avvisa di rischi e condizioni delle strade che percorreremo. Ci chiede se abbiamo intenzione di arrivare fino a Palenque. Ci fa capire chiaramente che con la macchina che sta per consegnarci non sarebbe il caso di affrontare una tale distanza.Noi ci guardiamo perplessi, ma facciamo spallucce e procediamo, visto che Palenque non era comunque nei piani. Completate le scartoffie usciamo con il commesso aiutante di Miguel che ci mostra la macchina. Rimaniamo attoniti. Non è proprio in gran forma la nostra Chevy Pop: il serbatoio è vuoto, graffi e ammaccature varie dappertutto, mancano parti della marmitta, il paraurti anteriore non è saldato alla carrozzeria.Giorgio e Eugen prendono nota di tutti i danni. Poi, finalmente saliamo a bordo - io sarò il pilota ufficiale e Giorgio il navigatore - e nell'aprire il finestrino mi rimane in mano il pomello della manopola. Rimaniamo qualche secondo piegati in due per le risate, mentre il sole si alza e fa sempre più caldo e finalmente partiamo alla volta di Xcalak, nel profondo sud del Quintanaa Roo, al confine con il Belize. La superstrada Cancun-Tulum è larga e scorrevole, e in men che non si dica ci troviamo ad attraversare Tulum. Ci guardiamo un po' perplessi, perché non ci fa una grande impressione, ma decidiamo di occuparcene al ritorno. Appena usciti da Tulum, iniziamo a costeggiare la Biosfera di Sian Ka'an e subito il paesaggio cambia. Decine e decine di farfalle attraversano l'aria davanti a noi. Il verde domina a destra e a sinistra della strada e le macchine che incontriamo sono sempre più rare. Gruppi di lavoranti viaggiano all'aperto nel rimorchio di un camion, superiamo un ragazzo che pedala all'impazzata sulla sua bici e sorridiamo ad operai che alzano lo sguardo al nostro passaggio. Procediamo con calma. Non abbiamo alcuna fretta e non vogliamo perderci nulla durante il nostro passaggio. Siamo attenti a cogliere qualsiasi variazione del paesaggio, ma in realtà gli alberi si susseguono in una rasserenante, piacevole monotonia, che rende il viaggio molto rilassante. Qua e là qualche casa e ragazze ferme alle topes che contano sul rallentamento delle macchine per cercare di vendere ai passeggeri frutta o bibite. Come onde del mare si avvicinano alla macchina con la loro mercanzia per poi ritrarsi non appena acceleriamo. Arriviamo a Felipe Carillo Puerto, che sarà l'ultimo insediamento prima di Xcalak, l'ultima frontiera al di là della quale niente più benzina, negozi, ristoranti. Decidiamo di non fermarci, perché il serbatoio è ancora sufficientemente pieno e non abbiamo fame, visto che i pan dulces - non all'altezza del loro aspetto, ahimè! - hanno fatto comunque il loro dovere. A Felipe Carillo Puerto, una manciata di isolati appena, la vita sembra scorrere lenta e tranquilla. E' domenica e sulle strade c'è un po' di gente che passeggia. Usciti dalla cittadina, incontriamo un posto di blocco, dove non veniamo neanche fermati, e un paesaggio di rocce dipinte di blu, rosso, giallo, verde, delle quali non capiamo il significato. Quando siamo abbastanza lontani da Felipe Carillo Puerto e Xcalak è ancora troppo distante, sento la necessità irrefrenabile di fare pipì. Giorgio lo dice sempre che ho la vescica debole.Forse sarà per la grande quantità di acqua che bevo! Accosto la macchina e lascio che Giorgio entri per primo tra gli alberi. Quando ha ormai finito, mi avvicino a lui di nascosto con la macchina fotografica fingendo di averlo immortalato nell'intimo atto, e lui monta su tutte le furie (scherza!!), giurandomi vendetta (scherza??). Superate le necessità fisiologiche, continuiamo il viaggio fino a Limones. Da qui dovrebbe esserci qualche indicazione per Mahahual, ma.niente! Una strada si apre sulla sinistra. Ci fermiamo a chiedere informazioni ad un ragazzo che la provvidenza ha voluto proprio in quel momento a quell' incrocio nel nulla. E fortunatamente ci dice di girare. Lo ringraziamo sorridendo, consci dei chilometri in più che avremmo percorso se non avessimo avuto la fortuna di incontrarlo. E dopo qualche centinaio di metri appare il fatidico cartello che indica Mahahual. Solo che dall'incrocio non poteva assolutamente essere visto, quindi ci chiediamo un po' perplessi a cosa possa servire in quel punto.Mah! Procediamo adesso su una strada completamente diritta, nemmeno una curva, che corre nel bel mezzo di un terreno paludoso, dove la vegetazione è più rada e più bassa e ha cambiato colore. Finalmente un paesaggio desolato, ma diverso! Ancora una cinquantina di chilometri senza incontrare anima viva ed arriviamo ad un altro posto di blocco, proprio sull'incrocio per Xcalak. I soldati ci fanno un po' di domande, riempiono un modulo con i nostri dati e ci salutano. Il posto di blocco è delimitato da enormi funi che corrono da un lato all'altro della strada.Altro che topes! Sembrano davvero colline! Svoltiamo a destra e percorriamo gli ultimi sessanta chilometri che ci separano da Xcalak in perfetta solitudine. Non una macchina, non un rumore. Solo uccelli silenziosi e leggiadri che scendono a cercare cibo nella laguna. Sono aironi, ma non solo. Decine di specie che non sappiamo riconoscere. Ci fermiamo per qualche minuto ad ammirare la natura che ci circonda. Qualche pigro iguana attraversa la strada. La vegetazione sembra voler prepotentemente riprendere possesso dello spazio rubato dal cemento: gli alberi si piegano sulla strada e la invadono lentamente, riducendone la larghezza. Procediamo ancora in questa terra incantata, dove ogni contatto con il mondo "civile" sembra lontano anni luce e finalmente siamo a Xcalak. Un piccolo agglomerato di case a pochissimi metri dalla spiaggia, una scuola tutta colorata, una strada dissestata coperta da una coltre di sabbia candida. Questo è il luogo che a lungo abbiamo immaginato ed è esattamente come ce lo aspettavamo, solo ancora più bello. Preseguiamo a nord del villaggio per otto chilometri durante i quali incontriamo solo poche, bellissime ville sul mare e parcheggiamo finalmente davante alla casa che ci ospiterà "Sandwood Villa". E' una casa grandissima, su due piani, tutta bianca, con il tetto rosso. Non aspiravamo a tanto. Bussiamo un po' imbarazzati alla porta di quello che ci sembra l'appartamento padronale al piano terra e Andy, il proprietario, ci accoglie con entusiasmo. Ci mostra il nostro appartamento al primo piano e noi rimaniamo letteralmente di stucco: due camere da letto, due bagni, un ampio salone con cucina all' americana ed un bel terrazzo sul mare. Andy ci spiega e racconta fatti e curiosità di Xcalak e della sua casa. Trae energia solo dai pannelli solari, quindi ci chiede di non usare phon o altre apparecchiature ad alto consumo. Ci mostra il frigorifero a gas, pieno di ogni ben di Dio, ci dice di servirci tranquillamente delle arance al piano terra se vogliamo farci delle spremute, ci mette a disposizione kayak e quant'altro desideriamo. Non potremmo non sentirci a casa! Dopo poco fa l'ingresso anche Ruth, sua moglie, con la quale prendiamo accordi per la cena. Stasera, nella piccola palapa sulla spiaggia, che è il ristorante "Mama Ruth's" ci preparerà dei gamberi. Chiudiamo la porta e ci guardiamo allibiti. Mai avremmo potuto pensare di sbarcare in un paradiso come questo. Indossiamo velocemente i costumi e in men che non si dica siamo in spiaggia. Prima di arrivare al mare dai colori più meravigliosi che abbiamo mai visto, c'è da superare un banco di piante marine, all'interno del quale Andy ha tracciato un sentiero. Io sono un po' impressionabile, e così mi arrampico su Giorgio per evitare il contatto con le alghe. Scherziamo e ridiamo di gusto. Poi facciamo una passeggiata lungo la spiaggia che, deserta, non reca alcuna orma se non quella di qualche gabbiano. Camminando ci imbattiamo in centinaia di enormi conchiglie meravigliose che il mare ha portato a riva. Non ne avevamo mai viste di così grandi e stupiti ci fermiamo ad osservare ogni cosa. Intanto Pinky e Tatich, i cani "guardiani" della nostra casa ci seguono zompettando allegramente sulla sabbia. Torniamo in casa per una doccia, perché è quasi ora di cena. I nostri ospiti ci aspettano nella palapa, perché mangeranno con noi. Un profumino delizioso ariva dal barbecue dove Ruth, con tanto di visiera in perfetto stile americano, sta cucinado e nel frattempo ci godiamo un'insalatina appetitosa che divoriamo con gusto. Ah! Come mi erano mancate le verdure in questa settimana! Giorgio beve un margarita preparato da Andy ed intanto la conversazione va avanti piacevolmente. Ecco i nostri gamberoni, attorno ai quali Ruth ha attorcigliato una sottilissima fetta di bacon. L'accostamento è strano, ma io li trovo buonissimi. Insieme ai gamberi, del riso e delle verdure cotte (evviva!). Con la complicità del luogo, questo mi sembra il pasto più buono da quando siamo arrivati in Messico! Dopo cena Andy ci offre il suo PC portatile per mandare un messaggio a casa e noi accettiamo con gioia. Prendiamo accordi per la colazione dell'indomani e ce ne andiamo a letto felici (e sazi!). Ci sembra di aver trovato esattamente quello che cercavamo. Ed un sorriso pieno di gratitudine, si scioglie sulle nostre labbra.
04/03/02
Stamattina, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine, è ancora nuvoloso. Anzi, a darci il buongiorno c'è una pioggerella fine ed un vento dalla forza eccezionale che ci fanno intuire, senza mettere il naso fuori dalla finestra, che ci aspetta una giornata grigia, ancora peggiore di quelle appena trascorse. Ci alziamo e un po' svogliati scendiamo nella piccola palapa dove Ruth ci ha preparato una colazione luculliana. Parliamo un po' con lei, chiedendole informazioni sui posti limitrofi, perché vorremmo fare un'escursione, vista l'impossibilità di goderci il mare e il sole. Decidiamo di andare a Chetumal, capitale del Quintanaa Roo, all'estremità opposta della baia. Ruth ci regala una mappa e ci dà tutte le informazioni del caso. Ci raccomanda di tornare per cena, perché stasera la gran parte della comunità americana di Xcalak si riunirà nella palapa per una cena a base di aragosta. Accettiamo con gioia e partiamo con la nostra Chevy Pop scassata alla volta di Chetumal. Percorriamo a ritroso la strada fino all'incrocio per Mahahual e da lì sino a quello con Limones. Questa pioggerella fitta rende l'atmosfera surreale e non una sola macchina appare sul lungo rettilineo che stiamo percorrendo. Ogni tanto vediamo in lontananza animali strani che attraversano la strada. Forse scimmie, forse qualcosa di più simile ad una donnola, ma non riusciamo proprio a capirlo. Cantiamo tutto il tempo. Con un filo di voce canzoni vecchie, di cui ricordiamo appena qualche parola, ma che evocano sensazioni sopite. E poi, a squarciagola, quelle che ricordiamo meglio. Svoltiamo a sinistra all'incrocio con Limones e procediamo su una strada in costruzione che costeggia la meravigliosa laguna Bacalar, fino ad arrivare al confine con il Belize e finalmente a Chetumal. Cominciavamo a temere di rimanaere senza benzina.Dopo aver fatto il pieno cerchiamo, non senza difficoltà, di raggiungere il centro. L'orientamento non è semplicissimo in questa città! Raggiungiamo la baia che percorriamo lentamente per goderne appieno la vista. Poi scendiamo per qualche foto, prima di dirigerci verso il centro. Parcheggiamo la macchina e passeggiamo, noncuranti della pioggerella che continua a cadere, per la città che è praticamente deserta. Ordiniamo qualcosa in un posto fetido, che è tra l' altro l'unico che ci è sembrato frequentato da altri avventori, ma il mio stomaco è già sottosopra da quando siamo entrati (che ci posso fare, mi è sembrato subito TROPPO sporco) e così non mangio niente, mentre Giorgio fa onore al cuoco. Ancora quattro passi per la città e poi ci dirigiamo di nuovo alla macchina, pronti a ripercorrere le due ore abbondanti di strada che ci separano da Xcalak. Sulla via del ritorno ci fermiamo lungo la laguna Bacalar per ammirarne i colori eccezionali ed il forte piratesco che la domina, e decidiamo di arrivare a Mahahual, prima di tornare a casa. Mahahual è molto carina, molto simile a Xcalak, naturalmente, e forse per questo ci piace altrettanto. Ci compriamo patatine e coca cola che smangiucchiamo sulla spiaggia, visto che ha finalmente smesso di piovere. Giorgio si tira su i pantaloni della tuta per entrare in acqua e passeggia in questa piscina isolata dal mondo, mentre gioca con pesci e granchi che incrociano la sua strada. Io cerco di scattare qualche foto al mio soggetto un po' schivo, e intanto mi riposo dalle ore di guida passate sotto la pioggia. Torniamo a casa verso le 5. Ci rilassiamo un po', finché Ruth non ci chiama per la cena. Entrando nella piccola palapa, troviamo 12 persone intente a consumare un gustosissimo antipasto a base di nachos, formaggio, olive, guacamole, pomodorini con coriandolo e peperoncino, tutto deliziosamente preparato da Ruth e Christiane, la giovane indio che aiuta Ruth nella gestione della casa. Facciamo conoscenza con i nostri vicini di tavola, e Giorgio mi fa morire dalle risate mentre cerca di star dietro al suo nuovo amico Larry che, complice il margarita, continua a fare battute incomprensibili e a scoppiare ogni minuto in una fragorosa risata alla quale Giorgio non si sente di non partecipare per non offenderlo. Arrivano finalmente le nostre aragoste e anche Larry è costretto ad allentare la presa su Giorgio per mangiare la sua. L'aragosta è servita con una salsetta a base di burro e aglio (a parte), una patata al cartoccio e tante buone verdure. Davvero bella (e buona!). Come se non bastasse per dessert Ruth ha preparato uno squisito dolce al cucchiaio al mango! Chiacchieriamo ancora un po' con i nostri compagni di desco, proprietari delle ville che abbiamo visto lungo la strada, ma dopo un po' la stanchezza, e la voglia di allontanarci da quella folla alla quale non siamo più abituati, hanno la meglio, così salutiamo tutti e ci dirigiamo, accompagnati da Pinky e Tatich su per le scale che ci conducono al nostro appartamento. Chiudiamo rumori e luci dientro la porta, scoppiamo in una fragorosa risata ripensando a Larry e ci affacciamo sul terrazzo ad ammirare la luce della luna che si riflette sul mare argentato.
05/03/02
Queste nuvole sembrano non volerci abbandonare più. Ormai non siamo più sorpresi e facciamo finta di niente, anche se in realtà il brutto tempo sta condizionando un po' troppo i nostri programmi. Giorgio ha un lampo di genio: e se abbandonassimo l'idea di passare tre notti a Tulum (che tra l'altro non ci aveva fatto una buonissima impressione) e facessimo la pazzia di raggiungere Tikal, in Guatemala? All' inizio sono un po' perplessa, ci penso un po' e poi mi faccio rapire anche io dall'idea. Andy fa un po' di ricerche per nostro conto, telefona alla loro agenzia di viaggi di Chetumal, ma non riesce a trovare un volo a prezzi ragionevoli che ci porti da Chetumal a Flores.La soluzione più economica, ma praticamente improponibile, sembra quella di volare da Cancun, dove esiste qualche charter, comunque non proprio economico. Dobbiamo rinunciare, purtroppo! La giornata passa pigramente tra una passeggiata in paese, dove cerchiamo di casa in casa (senza fortuna) un certo Alan, che sembra avere una connessione internet che vorremmo utilizzare per non approfittare troppo della gentilezza di Andy, un po' di lettura, il bucato. Nel pomeriggio decidiamo di sfidare questo tempo che non ci dà tregua e scendiamo in spiaggia. Ruth ci presta due mute, visto che il vento è fortissimo ed uscendo dall'acqua sentiremmo sicuramente freddo. Io, da brava testarda, decido di non metterla, mentre Giorgio la indossa ubbidiente. Scattiamo un po' di foto per cogliere il sorprendente contrasto tra il cielo plumbeo e il mare cristallino e poi, a bordo della canoa, superiamo il banco di piante marine e ci troviamo nel bel mezzo del mare più bello che abbiamo mai visto. Ruth ci aveva spiegato verso quali gruppi di coralli dirigerci e così, pagaiando lentamente, li raggiungiamo. Gettiamo l'ancora e Giorgio si butta immediatamente alla scoperta di questo giardino rigoglioso, dove abitano tantissimi pesci colorati delle più svariate forme e dimensioni. Io rimango sulla canoa a godermi il movimento rilassante creato dalle piccole increspature dell'acqua contro lo scafo. La verità è che in effetti sento piuttosto freddo, ma non voglio ammettere che avrei dovuto indossare la muta. Guardo verso l'orizzonte e vedo le grandi onde che in lontananza si infrangono contro il reef e mi sembra così strano che neanche una traccia del gran movimento che si svolge là fuori riesca a raggiungerci. Torniamo a riva e ci concediamo una lunga doccia, prima di raggiungere la piccola palapa di Mama Ruth per un aperitivo con alcuni degli ospiti di ieri sera. Tra una chiacchiera e l'altra si fa l'ora di cena e questa sera Ruth ci ha preparato il "Pollo Molè", quello che da qualcuno viene chiamato "Pollo al Cioccolato" a causa del colore scuro della salsa in cui è cotto. Lo accompagniamo con riso pilaf e tortillas calde ed è una vera delizia. Per dessert una squisita torta al cioccolato preparata dai mormoni di Chetumal che arrivano settimanalmente con il loro furgoncino a vendere pane e dolci. Ruth ci racconta la storia di Cristiane, la ragazza indio che vive con loro e li aiuta nella gestione della casa. Lei annuisce e condisce il racconto di Ruth con qualche risatina e qualche gorgheggio per i quali non potremo mai dimenticarla. Ci sembra davvero di trovarci a casa nostra e non facciamo fatica a sentire Ruth e Andy come i nostri genitori "acquisiti", tante sono le attenzioni che ci rivolgono e l'affetto di cui ci fanno sentire circondati.
06/03/02
In tutta la vacanza non mi sono mai svegliata più tardi delle 6.30, ma oggi ho superato ogni record. Sono le 5.30 e di dormire proprio non se ne parla. E così decido di godermi l'alba seduta in terrazzo, mentre scrivo qualche appunto. Nel silenzio totale di quest'ora ci sono solo gabbiani e pellicani che si librano nell'aria e che infrangono il pelo dell'acqua alla ricerca di cibo. E' uno spettacolo eccezionale, per la particolarità della luce che c'è e per l'armonia con la natura che sento di vivere. Oggi è il nostro ultimo giorno a Xcalak. Ci concediamo una colazione tipica messicana, che Cristiane ci porta su in casa, composta da uova con pomodori e cipolla servite su una tortilla calda, fagioli neri rifritti con formaggio fresco e nachos e l'immancabile piatto di frutta a concludere il tutto. Partiamo di nuovo alla ricerca del fantomatico Alan, che anche stavolta non troviamo, passeggiamo sulla spiaggia e decidiamo di partire anche oggi con la canoa per un bagno. Di nuovo non indosso la muta, ma c'è meno vento di ieri e non dovrei avere problemi. Arriviamo al centro della baia, gettiamo l 'ancora e.Non facciamo neanche in tempo a buttarci in acqua, perché il vento si alza improvvisamente e la pioggia inizia a cadere con una violenza tale che le gocce enormi sembrano bucare la pelle. Cominciamo a remare all' impazzata per raggiungere alla svelta la riva, ma si fa una fatica del diavolo, perché il vento spinge la canoa nella direzione opposta e la pioggia non ci permette di vedere un bel niente davanti a noi. Alla fine riusciamo ad arrivare, esausti, a riva e a correre su un casa a chiudere le finestre che avevamo lasciato aperte.Ahimè! La pioggia ha già allagato metà del salone! Riprendiamo fiato e scendiamo giù per chiedere a Ruth il necessario per asciugare il pavimento. La troviamo che acquista provviste dal camioncino che passa quotidianamente per approvvigionare di frutta e verdura l'intera zona. La pioggia è già cessata e scoppiamo in una fragorosa risata commentando con Ruth che non avremmo potuto scegliere momento migliore per fare il bagno! La sera nella palapa ci sono due nuovi ospiti. Sono americani e possiedono un resort ad Akumal, ma sono venuti a Xcalak perché lui ama pescare. Per cena Ruth ha preparato una meravigliosa fajita di manzo che mangiamo con gusto, ma la conversazione con i nuovi ospiti della casa non è molto piacevole perché hanno un po' la puzza sotto al naso e l'aria saccente di chi considera il suo prossimo, chiunque esso sia, sempre e comunque inferiore. Fortunatamente sono stanchi per il viaggio e vanno a dormire quasi subito, così noi cinque possiamo rientrare nel clima familiare delle sere precedenti. Ci sediamo tutti vicini a chiacchierare. Ruth e Cristiane, stanche, rientrano in casa, mentre noi ci tratteniamo al lungo con Andy, parlando di ogni cosa, e strappandogli la promessa di un viaggio a Roma in un prossimo futuro. Ci abbracciamo e ci auguriamo buona notte, poi saliamo lentamente le scale fino alla nostra casa, prepariamo le valigie e ci addormentiamo sereni.
07/03/02
Ecco che l'alba invade con la sua luce la nostra camera e subito ci alziamo per partire presto e non viaggiare con il caldo. Giorgio "ruba" delle arance al piano di sotto e prepara una bella spremuta per tutti e due e in men che non si dica le valigie sono chiuse, un biglietto per Andy e Ruth è stato scritto ed il conto saldato. Scendiamo al piano di sotto, carichiamo la macchina e andiamo a salutare questa famiglia che ci ha accolto come figli. Siamo tutti un po' tristi. Persino Pinky e Tatich sembrano non voler lasciare che partiamo. Scattiamo una foto tutti insieme e saliamo in macchina. Dallo specchietto li vedo continuare a sbracciarsi e mi sento davvero fortunata per l'esperienza che ho potuto vivere qui con loro. La strada sterrata che porta fino a Xcalak è tutta un pantano. Aggiriamo le pozze più grandi e dopo qualche minuto ci lasciamo alle spalle il villaggio addormentato. Ripercorriamo a ritroso la strada dell'andata, passando un paio di posti di blocco ed eccoci a Felipe Carillo Puerto. Giorgio spinge per fare una colazione "seria", ma l'unico locale aperto non mi ispira un gran che e così compriamo un po' di biscotti e di succhi e mangiamo mentre procediamo con il nostro viaggio. Il programma era di sistemarci a Tulum e poi andare a visitare la biosfera di Sian Kaan, ma non riusciamo a capire da dove si accede. Arrivati a Tulum, giriamo a lungo per cercare un posto decente a buon mercato. Ci sono tantissimi tipi di sistemazione, ma quelli economicamente accessibili sono davvero pochi e sinceramente non valgono quello che chiedono. Alla fine, un po' stanchi e frustrati dalla lunga ricerca, incappiamo per caso in un alberghetto, in una traversa della via principale, chiamato "Luna Gitana". Entriamo, nel cortile e viene ad accoglierci quello che sembra il gestore. Al nostro "Hay habitaciones?" risponde con un "Siete italiani?" e scopriamo che lui e il fratello, romani "de Roma", gestiscono questo posto da qualche anno. Ci accomodiamo in una camera semplice ma carina, e dopo una doccia veloce andiamo a regolare la nostra posizione pagando anticipatamente le due notti che passeremo qui. I due fratelli si spartiscono equamente il bottino e ci danno indicazioni per l'escursione a Cobà che stiamo per intraprendere. Sono entusiasti di avere due concittadini in albergo e ci riempiono di domande e commenti su Roma. Partiamo alla volta di Cobà, mentre sorridiamo pensando ai due strani tipi appena conosciuti. Cobà ci accoglie in tutto il suo verde rigoglioso. Ha un'estensione enorme e le piramidi e gli altri edifici si trovano in vere e proprie radure in mezzo alla foresta, che si allunga fino alle sponde di un lago. Seguiamo il percorso principale verso il Nanhoch Mul,la Grande Piramide, passando per gli altri edifici minori e per un paio di campi per il gioco della palla di struttura completamente diversa rispetto a quelli visti sinora. Ad un certo punto decidiamo di fare una deviazione dal sentiero e ci addentriamo nella foresta verso il lago. Regnano un silenzio ed una solitudine totali. Non c'è anima viva ed io sono un po' nervosa all'idea di incontrare qualche animale scontento della nostra presenza.Giorgio mi dice di fermarmi e di tacere. Punta il dito verso qualcosa. Sembra un cobra nella tipica posizione con la testa gonfia ed il corpo eretto. Io gli dico di allontanarci ed intanto continuo a guardare perplessa questo corpo che si muove, perché non riesco ad identificare gli occhi, la bocca, e non capisco. Dopo qualche secondo, ecco svelato l'arcano: lo scoiattolo abbassa la coda e fugge su un albero! Scoppiamo in una fragorosa risata e torniamo al sentiero principale, attraverso il quale raggiungiamo finalmente la Grande Piramide. A dire il vero non è proprio in buone condizioni, ma con i suoi 42 metri è l 'edificio maya più alto di tutto lo Yucatan. I gradini sono molto irregolari, ma di gran lunga più bassi di quelli del Castillo di Chichen Itzà. Così saliamo lentamente fermandoci a metà del tragitto per riprendere fiato. Dalla sommità della piramide foresta e poi ancora foresta che con la sua inaccessibilità chissà quanti altri reperti e piramidi ancora nasconde. Scendiamo agevolmente e continuiamo il nostro giro dirigendoci verso l' uscita. Da Cobà decidiamo di andare a Punta Laguna, come ci aveva consigliato il nostro ospite. Dopo circa 15 chilometri, di fronte ad un villaggio presso il quale ci attraversano la strada maiali, cani e fagiani in accoppiamento, si apre questa sorta di oasi naturale dove le scimmie regnano sovrane. Senza alcun contenimento, stazionano in questa zona dove gli alberi sono molto alti e volano di ramo in ramo portandosi dietro i loro piccoli aggrappati saldamente. Silenziosamente percorriamo qualche chilometro nella foresta e ci fermiamo di tanto in tanto col naso in su ad ammirare le acrobazie delle scimmie. Rientrando verso la strada ci imbattiamo in una vecchia signora che abita in una casupola di lamiera in una radura al limitare della foresta. Le sorridiamo, non parla spagnolo, né tanto meno inglese. Vive in una semplicità disarmante, con un piccolo quadrato di terra come orto e grossi sassi a far da sedie fuori dalla casetta. Ha anche una scimmia a farle compagnia, ma è legata (ed arrabbiata) e lo spettacolo è davvero triste. Lasciamo questo sperduto angolo di mondo per far rientro a Tulum e, dopo una doccia veloce, usciamo per mangiare qualcosa. Tulum pueblo si sviluppa su un 'unica via orlata di negozi e ristorantini su entrambi i lati. Ci sediamo ad un tavolo in un ristorante piuttosto frequentato e mangiamo una fajitas scadente ed una enchilada che lo è ancor di più. Poi una passeggiata e di nuovo in albergo per goderci il meritato riposo. Ma, come si dice, abbiamo fatto i conti senza l'oste. I bambini corrono per il corridoio all'aperto lungo il quale sono ubicate le camere e, non essendoci vetri alle finestre, ma solo una zanzariera e una tenda, non possiamo non udire urla, risa ed il loro galoppo forsennato. Dopo un'ora insonne, nella speranza che le mamme decidessero di mandarli finalmente a dormire, i bambini hanno deciso di giocare con una pallina da tennis contro il muro della nostra camera e a questo punto mi alzo ed esco in pigiama chiedendo la cortesia di indirizzare i bambini verso diversi campi da gioco. In effetti i rumori si placano e, mentre stiamo finalmente sprofondando in un sonno dolcissimo, arriva dalla strada musica da discoteca ad un volume impossibile. E così siamo costretti a sorbirci i ritmi tutt'altro che latini di questa fabbrica di rumore, chiacchierando nervosamente e ironizzando su quanto ci sta capitando. Alle 4.00 la musica si calma, e noi siamo già pronti per rimetterci a dormire, anche se il nostro dormiveglia è condito dagli innumerevoli galli che svegliano i loro pollai (e non solo quelli) con il loro canto.
08/03/02
Siamo distrutti! Più stanchi di quando siamo andati a dormire. Ci alziamo un po' di malumore e ci prepariamo per partire alla volta di Boca Paila, nella riserva di Sian Ka'an, lungo la costa. Uscendo parliamo con uno dei proprietari che ci racconta dell'incendio che l'albergo ha subito lo scorso anno, in seguito al quale hanno perso praticamente tutto ed hanno dovuto ricostruire da zero molte camere e la struttura centrale in legno. Facciamo colazione presso un piccolo chiosco su una via secondaria, compriamo un po' di frutta per pranzo in una meravigliosa, coloratissima frutteria e ci dirigiamo verso l'entrata di Sian Ka'an, dopo la zona hotelera, sulla costa. La strada è terribile. Bisogna procedere a zig-zag per cercare di evitare i crateri che si aprono sull'asfalto, quando c'è l' asfalto. All'entrata della riserva, segnalata da un arco, il personale addetto alla registrazione degli ingressi prende nota dei nostri dati e finalmente siamo dentro. Procediamo molto lentamente su questa strada in condizioni davvero terribili e facciamo una prima sosta presso una meravigliosa spiaggia deserta dove rimaniamo incantati dai colori del mare. Procediamo poi fino al vecchio ponte di Boca Paila, che mette in comunicazioni i due tratti di costa separati da una laguna. Salgo sul ponte, arrivo a metà e.il ponte è finito. O meglio, la parte sinistra è inesistente perché è in costruzione, mentre la corsia destra è praticamente della stessa larghezza della macchina, senza parapetto, né alcuna protezione, e le assi di legno sono tutte divelte. Non so se si può proseguire e sinceramente anche se si potesse mi rifiuterei. Scendo dalla macchina spaventata e Giorgio si rivolge agli operai che stanno lavorando sul ponte, per capire se si può procedere e se si, come. Nel frattempo un'altra macchina si è accodata alla nostra, quindi non possiamo neanche tornare indietro. Dobbiamo per forza attraversare il ponte. Giorgio si mette alla guida ed io sul sedile del passeggero, a pochi centimetri da un bel salto nella laguna. Uno degli operai dà indicazioni a Giorgio, spostando all'occorrenza le assi sotto le ruote.Attimi di vero terrore. Passato il ponte, Giorgio procede lentamente, per lasciarmi il tempo di riprendermi dalla paura, ma non riesco a sollevarmi del tutto perché penso che questa è l'unica strada che corre lungo la costa e dovremo necessariamente ripercorrerla a ritroso. Procediamo fino ad una punta scogliosa dove scendiamo per ammirare un gruppo di pellicani che puliscono le proprie penne e si alzano in volo spinti dalla forza del vento. L'impatto pieno di schizzi delle onde contro gli scogli e questi uccelli che si librano in volo senza difficoltà, in questo paesaggio strano e un po' surreale, ci fanno cogliere ancora una volta l'energia eccezionale della natura. Decidiamo di tornare indietro. Passiamo nuovamente il ponte. Stavolta lo percorro a piedi e Giorgio si ritrova a guidare dalla parte esterna, dove mi trovavo io all'andata. Mi conferma che anche per lui la prova è stata "pesante". Ringraziamo l'operaio che ci ha portato al di là del ponte, dandogli una piccola mancia e dell'acqua. In realtà ci aveva chiesto delle sigarette delle quali eravamo, ovviamente, sprovvisti. Decidiamo di fermarci di nuovo alla spiaggia deserta di qualche ora prima, dove mangiamo la nostra frutta deliziosa e ci riposiamo all'ombra di una grande palma. E poi, visto che il sole è finalmente alto nel cielo, decidiamo di tornare di corsa in albergo, metterci i costumi e passare in spiaggia il resto il pomeriggio. E così facciamo. La spiaggia di Tulum è lunghissima ed il mare offre uno spettacolo eccezionale, con le sue tonalità di turchese che cambiano a seconda della profondità. Facciamo finalmente un lungo bagno e ci crogioliamo al sole per tutto il pomeriggio, leggendo e godendoci il calore della sabbia attraverso l'asciugamano e quello del sole sulla pelle salata. Facciamo una lunga passeggiata, durante la quale abbiamo modo di vedere le varie strutture cresciute velocemente sulla spiaggia ed osservare la presenza di un turismo molto, molto disinibito. Torniamo in albergo, ci prepariamo ed andiamo a riconsegnare la nostra compagna di avventure: la scassatissima Chevy Pop, ora più impolverata e sporca che mai. Sbrigate le formalità della restituzione, passeggiamo per Tulum alla ricerca di un posto dove poter consumare la nostra cena che sia migliore di quello di ieri. Mentre osserviamo i ristoranti ci imbattiamo in un bambino che porta a tracolla una scatola piena di cianfrusaglie da vendere ai passanti. E' seduto su un muretto e piange disperatamente. Una persona si è già fermata per sapere se ha bisogno di aiuto e così continuiamo a camminare. Ma Giorgio ha cambiato improvvisamente faccia. Questo incontro lo ha profondamente colpito e gli brilla una lacrima sul volto. Gli chiedo: "Che c'è?", mi risponde "Un bruscolo nell'occhio". Sa che ho capito e non c'è bisogno di ulteriori spiegazioni. Rifletto, mentre camminiamo, sul diverso atteggiamento che abbiamo avuto. Lui, così sensibile, si era fatto carico del dolore di questo bimbo; io, come protetta da una scorza dura, non avevo lasciato che quel dolore scalfisse il mio stato d'animo. Non posso far altro che constatare, ancora una volta, quanto sia fortunata ad avere accanto una persona come lui. Ci sediamo in un ristorante molto romantico, gestito da un ragazzo italiano, dove decidiamo di mangiare un'aragosta per concludere il nostro soggiorno marino. Ordiniamo anche una focaccia e mentre sto addentando la prima fetta con l'acquolina che mi riempie la bocca, arriva il bambino incontrato poco prima che ci offre le sue improbabili mercanzie. Incarto una fetta di focaccia in un tovagliolo e gliela metto nella sua scatola di cianfrusaglie. Mi guarda con quegli occhi scuri e vacui e sembra leggermi dentro, nel profondo, dove sento che questo gesto non basterà a cancellare l' indifferenza di prima. Giorgio mi chiede di aggiungere anche una monetina, lo faccio e il bimbo si trascina stancamente ad un altro tavolo. Il viso di Giorgio un po' arrossato dal sole, alla luce della candela mi appare più dolce che mai e ci godiamo la cena chiacchierando serenamente. Dopo mangiato, viene a chiacchierare al nostro tavolo il gestore, un ragazzo delle Marche che è ancora alla ricerca del posto dove mettere radici e così ogni due-tre anni si sposta da un paese all'altro nell'attesa di trovare il terreno giusto. Ci racconta le difficoltà del vivere qui, l'assistenza sanitaria gestita unicamente da privati, le linee telefoniche ancora non funzionanti, le scuole in condizioni precarie, il denaro dei turisti che ha cambiato i valori e il cuore dei locali. Ci dice che non resterà e che tra qualche mese si sposterà di nuovo. Ci intristisce un po' pensare alla sua vita senza una "casa" alla quale tornare e ci diciamo che forse non troverà mai quello che cerca. Ce ne torniamo lentamente in albergo, sperando di riuscire a dormire qualche ora. Ma, come da copione, c'è un gran chiacchiericcio proveniente dalla camera di uno dei proprietari: un'altra festa! Quando finalmente la festa è terminata e la discoteca ha chiuso i battenti, proprio mentre le palpebre si stanno chiudendo pesanti sui nostri occhi, il cane dell'albergo, un alano di 60 chili, decide di poggiare le sue zampe sul davanzale della nostra finestra e di regalarci qualche abbaio sonoro. Siamo stanchi e disperati, e non abbiamo la forza di reagire. Crolliamo per le due-tre ore che ci separano dal suono della sveglia.
09/03/02
Non vediamo l'ora di lasciare l'albergo. E così ci prepariamo velocemente, mentre tutti dormono, e ci dirigiamo, zaini in spalla, alla fermata degli autobus, da dove partiremo alla volta di Valladolid, dove contiamo di prendere la prima coincidenza per Merida, principio e fine del nostro viaggio. Il viaggio è più pesante del previsto, soprattutto nella tratta da Valladolid a Merida. Appena saliti ci sediamo sui posti assegnati ed io mi rendo immediatamente conto che il mio sedile è zuppo.Mi alzo con uno scatto, neanche mi fossi seduta sul fuoco vivo, e cambio posto, seguita da Giorgio che ride sotto i baffi. L'autobus si ferma ad ogni angolo di strada e questo andamento lentissimo e al limite del surreale mette a dura prova la nostra pazienza...Ma finalmente, quando ci eravamo rassegnati a rimanere su quell' autobus per un tempo non meglio identificato, ecco apparire davanti ai nostri occhi Merida. Che dolce visione! Prendiamo un taxi e ci dirigiamo all 'Hotel Trinidad, consigliatoci da Emanuele e Claudia, i nostri avventurosi compagni di viaggio della Ruta Puuc. In effetti l'albergo, un po' più modesto del Dolores Alba, ci piace subito. Il ragazzo che ci accoglie è disponibilissimo e gentile e ci sono acqua purificata, caffè e tè disponibili ad ogni ora e pan dulces per la colazione compresi nel prezzo, comunque inferiore rispetto a quello del Dolores Alba. Non abbiamo dubbi: rimarremo qui per le due notti che ci separano dalla partenza, in questo posto un po' estroso, pieno di quadri e libri, dove si respira un'aria affascinante ed amichevole. Passeggiamo per la città e ci dirigiamo verso il Paseo Montejo per la cena. Mangiamo benissimo: una eccezionale bistecca e fajitas con una salsa tropicale a base di ananas davvero niente male. Rifocillati e rincuorati, ce ne torniamo in camera dove giochiamo a carte fino a tardi, quasi a non volere - col sonno - abbreviare questo nostro tempo a Merida.
10/03/02
Toc, toc. Toc, toc. Qualcuno bussa sul vetro specchiato della nostra camera, ma è talmente presto che non abbiamo la forza di aprire le tende e vedere chi è. Toc, toc. Bussano di nuovo ed io comincio a preoccuparmi un po'. Chi può essere alle sei di mattina? Giorgio avvolge la testa nel cuscino e fa finta di niente. Io non posso fare a meno di pensare che potrebbe essere qualcuno che ha bisogno di aiuto e così mi alzo e apro un pezzetto di tenda, ma non c'è nessuno. Mi dico che probabilmente la persona in questione ha desistito, visto il nostro silenzio, e mi rimetto a letto. Toc, toc. Giorgio, un po' innervosito, si alza di scatto, apre la tenda ma.Non c'è nessuno! Cominciamo a fare congetture, e decidiamo un po' stizziti che deve essere sicuramente qualche bambino che sta giocando.Dove sarà la sua mamma? Per coglierlo sul fatto, lasciamo la tenda leggermente aperta e aspettiamo. Toc, toc. Io e Giorgio scoppiamo in una fragorosa risata.Un uccellino, vedendo la sua immagine riflessa nel vetro specchiato, lo beccava curioso! Poltriamo un po' e, dopo colazione, decidiamo di visitare Izamal, la "ciudad amarilla", ed il convento che la domina, situati a poco più di un'ora di pullman da Merida. E' una mattinata piacevole e la visita della città - davvero tutta gialla - richiede poco tempo, tanto è piccola. Ma ce la prendiamo con calma, godendoci ogni scorcio ed ogni angolo. Aspettiamo che finisca la Messa e visitiamo anche l'edificio che ospita il convento di San Antonio. In piazza, intanto, c'è l'immancabile fiesta domenicale, con bancarelle, spettacoli e tanta gente che chiacchiera e passa ore piacevoli con la propria famiglia. Finito il nostro giro, torniamo a Merida, ci riposiamo un po'e prepariamo con un pizzico di tristezza il grosso dei bagagli. Poi usciamo e passiamo un po' di tempo in un Internet café dove seguiamo l'imperdibile derby Lazio-Roma che termina, per la gioia di Giorgio, in un generosissimo 1-5. Dopo la nostra seconda Messa messicana (alla quale arriviamo in ritardo), ce ne andiamo a cena. La sera, nel letto, ci raccontiamo questi giorni, rivivendoli ora dopo ora e facendo un consuntivo di quello che ci è piaciuto, di quello che ci ha sorpreso, delle emozioni che ogni luogo, volto, esperienza, ci hanno regalato. Vorremmo davvero che questa notte non finisse più.
11/03/02
Stamattina dobbiamo fare gli ultimi giri prima di dirigerci all'aeroporto e così, con in testa un programma ben dettagliato, ci dirigiamo al mercato per acquistare spezie, frutta e peperoncini. Compriamo mamey, papaya, mango e poi habanero, jalapeño ed altri peperoncini piccolissimi che una signora indio ci indica come piccantissimi. E ancora cannella, cumino, peperoncino essiccato, salsa per il pollo mole, tortillas. E improvvisamente ci ritroviamo nel capannone dove viene venduta la carne. Io rimango di sasso e mi sento svenire. Teste di maiali appese a ganci, intestini, pelli, interiora di ogni genere, il tutto appoggiato su banconi di marmo senza alcuna refrigerazione. Il pavimento è coperto da uno spesso strato di grasso ed il sangue cola copioso dai banconi, formando delle pozze scure. Cammino velocemente, attenta a non scivolare, e non vedo l'ora di essere fuori perché tutto inizia a girare intorno a me e non sono sicura che arriverò alla fine di questo lungo corridoio. Finalmente la luce del sole! Rientriamo in albergo, posiamo le buste piene di ogni sorta di mercanzia ed usciamo di nuovo per comprare qualche regalo promesso prima di partire. Torniamo a quella che credevamo essere la Casa de las Artesanìas, il negozio patrocinato dal governo, ma è chiusa! Giriamo la testa e dall'altra parte della strada scorgiamo la vera Casa de las Artesanìas, quella dalla quale la persona che ci aveva accompagnato la prima volta aveva saputo così bene nascondere il nostro sguardo. Sorridiamo dolcemente pensando alla nostra ingenuità ed entriamo ad acquistare quanto ci necessita. Nel frattempo il negozio "fasullo" ha aperto, così entriamo anche lì, e con un po' più di scetticismo compriamo qualche altra cosa, contrattando al massimo il prezzo. Finiti i nostri giri, ci fermiamo per un panino e torniamo in albergo per gli ultimi preparativi. E' stato bello in questi due giorni poter "vivere" Merida come se abitassimo qui: passeggiare senza meta, guardare le vetrine dei negozi, fonderci tra la gente al mercato, senza avere l'ansia di visitare, vedere, scoprire. Dopo una doccia rigenerante, chiudiamo zaini e zainetti ed in taxi ci dirigiamo all'aeroporto, guardando la città che, con i suoi bassi edifici, scivola velocemente dietro di noi. La malinconia condisce questi minuti e non riusciamo a dire niente. Ci stringiamo le mani, un po' tristi, ma sereni. Il viaggio sarà lungo ed estenuante, fatto di valigie trasportate a mano per chilometri nell'aeroporto di Città del Messico, ore di ritardo, coincidenze perse e attese interminabili, fino a quando, recuperati i bagagli a Fiumicino, scorgiamo gli occhi lucidi di mio padre che è venuto a prenderci e con un sorriso, distrutti dalla stanchezza, lo abbracciamo, riconciliandoci con la vita che ci aspetta. Francesca