Messico

2001

di Pino

- Una storia Tarahumara - prima parte
Cogliendo un recente appello di Albertuan e relativo alla opportunita' di dare un pò più di contenuti al nostro ng, inserisco un racconto che ho raccolto durante un viaggio in Messico, ormai qualche anno fa. A sud della lunga frontiera tra Usa e Messico, rappresentata dal letto del Rio Grande, si trova quell'area geografica denominata Deserto di Chihuahua. E' un vasto territorio che parte dalle pianure coperte di arbusti negli Stati Uniti sudoccidentali e che si inoltra fino al cuore del Messico. Di questo deserto fanno parte anche le estremità settentrionali delle due grandi catene di montagne Messicane, la Sierra Madre Oriental e la Sierra Madre Oriental che si dirigono a sud quasi in maniera parallela con i loro contarfforti che stabilmente raggiungono i 3000-3500m. Ma nonostante il loro nome comune, le due catene si differenziano notevolmente l'una dall'altra. Quella orientale e' infatti composta da imponenti calcari a cui si sono aggiunti i sedimenti dell'antico mare che ricopriva questa parte della Terra. I massicci sono forati da enormi grotte, i "sotanos", logica conseguenza del paziente lavoro di erosione delle acque; qui la vegetazione e' piu lussureggiante, consentendo alle speci viventi una vita piu' accogliente. La parte occidentale ha un'origine vulcanica, e' piu' accidentata ed austera ed e' solcata da numerosi canyon chiamati "barrancas" le cui vertiginose pareti segnano la Sierra Madre come profonde rughe che ne rivelano la lontana genesi. Queste gole per ampiezza e profondita' superano spesso il tanto decantato Grand Canyon del Colorado. In queste zone proibitive, evitate per molto tempi anche dai primi conquistadores, vive un popolo riservato e schivo: i Tarahumara. La loro origine resta abbastanza incerta a causa della mancanza di tracce scritte, si pensa tuttavia che fossero emigrati dal nord, quando ancora era forte la loro natura nomade. Successivamente persero questa peculiarità per dedicarsi principalmente alla monocoltura del mais ed entrando in conflitto con gli Apache ed i Comanches che rimasero i loro piu' temuti nemici sino alla scoperta delle miniere d'argento nello stato di Chihuahua. La conseguente invasione dei cercatori ottenne come risultato l'inizio di una lunga guerra costellata di insurrezioni e conseguenti sanguinose repressioni. Di fatto questo popolo fiero non fu mai ne completamente sottomesso ne in qualche maniera conformato agli usi dei bianchi mostrando un'enorme reticenza non solo alle scuole ed alle numerose chiese, ma anche agli ambulatori, preferendo affidarsi ai culti magici ed ai numerosi stregoni. Essi credono infatti che tutti gli esseri viventi di qualsiasi genere animale o vegetale, posseggano un'anima che dopo la morte raggiunge i cieli, ma questo avviene solo dopo un anno non potendo lo spirito farlo subito. Le anime dei morti si aggirano quindi nei villaggi dei vivi e la loro tristezza puo' provocare malattie ai vivi oppure siccita' ed altri eventi negativi. Solo gli sciamani hanno il potere di tranquillizzare e pacificare le anime oppure di curare le malattie attraverso preghiere ed offerte. I Tarahumara si fregiano anche dell'appellativo "raramuri", ovvero "il piede che corre", titolo che mette in risalto la loro fama di atleti infaticabili. Durante alcune feste e cerimonie si tengono gare che consistono in corse di resistenza che si potraggono in alcuni casi per tre giorni e tre notti coprendo distanze che possono superare i 300 Km. Questa usanza sembra si sia sviluppata per la necessità di inseguire la selvaggina, preziosa fonte di sussistenza e variazione della dieta a base di mais. Nonstante questa capacita' di spostarsi nel territorio, essi sono un popolo solo parzialmente nomade, vivendo un periodo dell'anno in semplici capanne di legno e durante l'inverno si stabiliscono in grotte a contatto con la terra e con solo pochi utensili a loro corredo. Alcune di queste "cuevas" si possono trovare negli altopiani della "serranìa", ma poiche' essi evitano gli stranieri, preferiscono stabilirsi nelle grotte localizzate lungo le pareti dei canyon. Stavo appunto discendendo uno di questi canyon quando venni a conoscere per la prima volta dell'esistenza di questo popolo. Uno sgangherato bus dai pneumatici lisci mi stava conducendo attraverso una stretta strada sterrata e con un viaggio spossante di 8 ore, ben 1900 metri piu' in basso, al pueblo di Batopilas, costruito dai cercatori d'argento nei primi anni del 1700 ed ormai abitato solo da poche centina se non decine di persone. Ero stato attirato dalla curiosita' di passare, attraverso una distanza teorica di poche migliaia di metri, dalle gelide notti dell'altopiano che sovrasta il "Barranca de Batopilas" e la cui vegetazione è essenzialmente composta da boschi di pini, al caldo umido del fondo del canyon, in cui crescono i frutti di mango, arance, aguacate e guayaba e dove c'e' un periodo vegetativo medio di 330 giorni all'anno.
Oggetto: [RECE]- Una storia Tarahumara - seconda parte
Il bus e' pieno ma non stracarico, tutti hanno un posto a sedere, pagato ben 35 pesos. A parte i messicani c'e' solo qualche raro indio, invece come stranieri ci sono io, il mio amico ed altre tre donne, due giovani americane ed una svedese sulla cinquantina. Durante il tragitto faccio conoscenza con una signora che vive giu' a Batopilas; affitta stanze ad un prezzo accettabile, è molto disponibile alle mie domande, inoltre e' appassionata di storia e quindi decido di restare da lei per le due notti che mi fermerò. Intanto il viaggio prosegue. Discendiamo il primo tratto del canyon per poi risalirlo dall'altro lato, il panorama è bellissimo. Nel tempo in cui il bus si ferma per una sosta, scambio quattro chiacchiere con la signora svedese. E' una giornalista che scrive per diverse riviste e giornali scandinavi, lavora anche come documentarista per la televisione del suo paese. "Sono venuta fin qui dall'europa" - attacca lei -"per raccogliere alcune notizie sui Tarahumara; un popolo che io amo molto e che ha vissuto molti momenti terribili a causa dell'avidita' del colonizzatore europeo". Ascolto con molto interesse e la invito a proseguire. Mi racconta che sta' adoperandosi per terminare una novella che sta' scrivendo e che si basa su una storia vera. Si tratta della dolorosa vita di una donna, si presume una Tarahumara, che nacque con una malattia rarissima e di cui si conosce ad oggi solo un'altro caso in Peru'. Questa donna al momento del parto presentava il corpo ricoperto da una folta peluria, tanto da farla sembrare quasi un animale. "Quello che sono venuta a scoprire" - prosegue lei -"è se è plausibile pensare che gli stessi genitori abbiano abbandonato la bimba al proprio destino, forse consigliati dagli sciamani di liberarsi di essa in quanto simbolo di cattivo presagio". "Sta' di fatto che, per non si sa quale combinazione di casualità, il governatore di uno degli stati del Messico (probabilmente quello di Chihuahua), la vide e decise di portarla nella sua casa. Dopo un certo tempo, questa ragazza scappo' dalla casa del governatore, quasi certamente a causa dei maltrattamenti ed in ogni caso stanca delle umiliazioni e sofferenze che doveva patire di continuo, ed ando' a rifugiarsi in una grotta (per questo si pensa che fossa una Tarahumara). Sfortunatamente dopo un certo tempo, la trovò un uomo che era stato incaricato dal governatore di scovarla e la prelevò dalla cueva nella quale si era rifugiata. Vista la faticosa ricerca a cui si era sottoposto, l'emissario del governatore gli chiese se poteva averla in prestito per un anno dopodichè gliela avrebbe riportata. Il governatore accettò". "Con questa ragazza l'uomo circumnavigò l'intera America Latina (si era intorno agli anni 1830-1850) fermandosi in varie città. Ad ogni tappa la gente rimaneva sbalordita alla vista della donna e tutti correvano a vedere questra strana e mostruosa creatura, infine dopo alcuni mesi arrivarono al porto di New York, qui l'uomo intuendo che avrebbe potuto ricavare del denaro dopo alcune settimane la vendette ad un'inglese il quale le diede un nome europeo e se la portò nel vecchio continente". Il racconto si fa sempre più interessante, ma il bus stà per ripartire. Chiedo ad un ometto dai folti baffomi di scambiarci i posti per poter sedere accanto alla mia narratrice che riprende la storia. "Era evidente" - riattacca lei - "che il destino di questa donna non aveva ancora finito di riservarle umiliazioni. Infatti una volta arrivata in Europa il suo "padrone", decise di portarla nei circhi, dove a pagamento la gente poteva ammirare il "mostro" al guinzaglio o dietro le sbarre di una gabbia. Tanta fu la sorpresa e meraviglia che la povera ragazza destò, infatti ben presto divenne famosa, ed i ricchi e i regnanti di mezza europa fecero a gara per averla alle loro feste o alle loro corti. L'uomo che se la portò dall'America, per paura di vedersela sottrarre da qualche intraprendente nobile, la vincolò a se promettendosela in sposa, con la menzogna di una vita finalmente diversa.
Oggetto: [RECE]- Una storia Tarahumara - terza parte
La mia narratrice incalza con il seguito del racconto. "Passati alcuni mesi ed in seguito alle continue violenze, la ragazza rimase incinta. Non contento di tutto il male già fatto, l'uomo organizzò l'evento del parto come uno spettacolo a pagamento. L'istinto materno di lei alimentava comunque la speranza della nascita di un figlio bello, sano e "normale". Il destino volle però che anche il bambino avesse il corpo ricoperto da un folto pelo, ma la creatura morì subito dopo il parto ed anche la povera madre lo raggiunse dopo una settimana a casa di una infezione. Ebbene il buon marito non trovò di meglio che imbalsamare il corpo della sfortunata ragazza e di venderlo al miglior offerente, vista la fama che lei ormai aveva acquisito nel vecchio continente. Un ricco uomo d'affari svedese acquistò il corpo che in seguito venne requisito dalla polizia ed ora si trova in un sotterraneo di una segreta stazione di gendarmeria insieme a secchi e scope". "Termina qui questa triste storia" - precisa infine la mia interlocutrice - " ed anche se può sembrare il frutto della fantasia di qualche lugubre scrittore, è una storia vera, per quanto incredibile, ed io stessa ho raccolto documenti dell'epoca che provano quanto ti ho narrato". "Adesso è mia intenzione pubblicare il racconto, perchè si sappia cosa i popoli precolombiani come lo sono i fieri Tarahumara, hanno dovuto patire dopo l'arrivo dell'uomo bianco in queste terre, un popolo che io ammiro per la loro nobiltà d'animo. Tutti dovremmo avere più coscenza e rispetto per queste tribù". Intanto il viaggio prosegue, adesso sono rapito dalla bellezza selvaggia del canyon che stiamo discendendo, la strada in alcuni punti è talmente stretta che dal finestrino non riesco a scorgere il ciglio della strada ma solo il precipizio. Con il cuore in gola mi auguro di arrivare presto, ma la gola è talmente in basso che non riesco a scorgere il letto del fiume, mi vengono allora in mente le tavole che Dorè disegnò per illustrare l'inferno di Dante in una pubblicazione di fine '800. La strada a tratti ha una pendenza incredibile e sono un po preoccupato per i freni del bus. Fortunatamente facciamo un'altra sosta in prossimità di quattro baracche che una volta erano il riparo per i cercatori d'argento, ne approfitto per conoscere le due ragazze. Sono due fotografe che lavorano per la Society Press, una è inglese e l'altra, Rosa, è una bella bruna di nazionalità americana, è nata nel New Mexico ed in effetti i lineamenti sono sicuramenti molto messicani. "Faccio servizi di vario genere" - mi dice - "ma sono innamorata delle comunità indiane, ed in particolare dei Tarahumara. E' per questo motivo che stò andando a Batopilas. Lì se ne possono incontrare alcuni che quasi non salgono la valle. Anche se non sono quì per un servizio, spero di riuscire a documentare qualche momento di vita di questi straordinari uomini." Risaliti in torpedone procediamo per la nostra destinazione con gli sguardi che non si distolgono un attimo dal panorama. Finalmente arriviamo al rio, attraversiamo uno stretto ponte per passare sull'altra sponda, attraversiamo due o tre pueblitos ed infine, dopo quasi nove ore di viaggio arriviamo a Batopilas. Il paese presenta praticamente un'unica calle, posto comè sulla gola del fiume. La plaza si trova al termine di questa via ed è qui che il bus ha il suo capolinea. Scendo e seguo la signora che ci ospiterà nel suo piccolo hotel. E' un bell'ambiente,con un patio composto da un pavimento a selciato ed un giardinetto con molte piante tra cui alcuni alberi di mango e palme tanto alte da notarsi anche prima di arrivare al paese. Stanchi del viaggio, prendiamo posto nelle semplici ma accoglienti stanzette, dove una bella doccia ci rimette in sesto, poi ci sediamo nel patio, osservando alcuni schiamazzanti ragazzini bagnarsi nelle acque del fiume e chiacchierando prima con le due fotografe e poi con la giornalista svedese. Le loro parole denotano ancora una volta "l'estasi" di trovarsi nella sierra Tarahumara. Comincio a pensare che deve essere speciale davvero questa gente per suscitare un tanto acclamato amore. Ad un certo punto appare quasi d'incanto un giovane indio; i suoi lineamenti ed il suo abbigliamento non mi lasciano dubbi: è un Tarahumara. Lavora per la signora Mouse della quale siamo ospiti. Le tre donne, subito si avvicinano cominciando a fargli domande, cortesemente si presenta, poi Matias (questo è il suo nome), inizia a cucinare il nostro pasto. Durante la cena, Monika, la giornalista svedese, mi racconta delle sue esperienze di lavoro e delle tristi storie di miseria e sfruttamento raccolte in Guatemala e Salvador.
Oggetto: [RECE]- Una storia Tarahumara - quarta ed ultima parte
Terninato di cenare, abbiamo la possibilità di chiacchierare con Matias. Rosa non si lascia sfuggire questa occasione ed inizia a rivolgergli domande su dove vive, come e con chi. La spontaneità del ragazzo è palese e si riflette nelle tenere occhiate che lui rivolge alla bella Rosa che, conscia, lo lusinga promettendogli che lei tornerà, che gli porterà dei regali e che si farà festa, che però vorrebbe andare con lui al suo villaggio per conoscere altre persone della sua gente. Così lei dice. Noto con evidenza l'imbarazzo di Matias che, innegabilmente vorrebbe, ma, per qualche ragione (forse poi, non così incomprensibile), non può. Allora il discorso passa ad altro, anche se la tenace fotografa, di tanto in tanto, azzarda la proposta di salire al villaggio. Il tempo scorre rapido chiacchierando con il giovane tarahumara sul come loro trascorrono il susseguirsi delle stagioni. Ed è già molto tardi quando la giornalista svedese, che si era ritirata nella sua camera terminata la cena, esce bruscamente dalla porta e, senza pronunciare una parola, si mette a sedere tra Matias e Rosa. E non si è ancora dissipato lo stupore quando lei, dopo solo alcuni istanti chiede seccamente: "Cosa succede presso la tua gente quando nasce un bambino non sano?". Ancora sorpreso, il ragazzo balbettando dice di non capire. "Vorrei sapere se quando viene alla luce un nuovo tarahumara, e ci si accorge che non è normale, la tua gente lo abbandona, lo affida a qualche curandero od altro!". Deglutisco, incredulo alla scena a cui stò assistendo. Rosa si alza e lanciando una smorzata imprecazione, se ne va. Anche Matias passato lo stupore abbandona il patio e con lo sguardo offeso svanisce nel buio. Il mattino seguente a colazione manca Monika, la donna svedese. Seguendo il sentiero che costeggia il rio, raggiungo in un'oretta di cammino e dopo un paio di morbide anse, una zona più verdeggiande in mezzo alla quale si erge la bianca e grande figura di una chiesa, E' la "catedral perdida". Nome azzeccato. Non si capisce infatti per quale motivo sia stata costruita una chiesa tanto enorme in un luogo isolato e privo di case. Solo un paio di baracche rivolgono, da una certa distanza, la loro facciata verso l'edificio. Nonostante ciò il luogo ha un suo particolare fascino, qualcosa di inspiegabile, immerso tra il rumore suadente delle acque ed il sinistro sibilo del vento tra le crepe dei muri cadenti. Ritorno a Batopilas. Anche un piccolo pugno di case, se guardato con occhi attenti, può regalare scorci interessanti. Attraversiamo il ponte per visitare una vecchia hacienda diroccata e dalla mole imponente, testimonianza di un passato più florido, ma dal presente impossibile. Più che dalla costruzione sono attratto da un'enorme albero, un fico tescalama che aggrappato alle sue sinuose radici, cresce in mezzo al grande muro verticale dell'hacienda, incurante delle leggi di gravità e dello sferzare del vento nel canyon. Circa mezzo chilometro fuori da Batopilas, una piccola centrale idroelettrica cattura le acque di un vivace affluente. Qui armeggiano tre uomini intenti a far partire il motore a scoppio di un indefinito marchingegno. Sono cercatori d'oro. La loro vita si divide tra le zone estrattive poste nella parte alta del canyon e la riva del fiume, dove l'acqua corrente è ancora l'unico mezzo per separare la roccia sbriciolata dalla polvere del prezioso metallo. Colgo al volo l'occasione per ascoltare il racconto del loro duro lavoro, spesso avaro di soddisfazioni. Mi spiegano le varie fasi che hanno portato al risultato finale, una pepita avvolta in un fazzoletto e frutto della fusione delle pagliuzze trovate in tre giorni di lavoro. Non è molto, ma quello che guadagnavano da campesinos era molto meno. Ritorno alla mia pensione dopo aver salutato calorosamente i miei nuovi amici. In una zona ombreggiata del patio Rosa sta scattando delle foto ad una anziana coppia di tarahumara. Li fa sedere, poi rialzare. Posiziona un cane pulcioso ai loro piedi. Poi mette nella mano del vecchio, un gallo che la signora Mouse aveva accoppato per la cena. Osservo il tutto con fastidio, mentre Matias, serio, osserva Rosa armeggiare con la macchina fotografica. I due vecchietti timidamente manifestano insofferenza, ma lei. imperterrita sembra non percepire il disagio ed anzi prega Matias di comunicare ai due, che non capiscono lo spagnolo, le posizioni da prendere. Durante la cena non ho moltas voglia di parlare, sono stanco, inoltre domani dovrò alzarmi presto, il bus che mi riporterà a Creel parte alle 4. Vengo a sapere che Monika, la giornalista, è ripartita in mattinata grazie ad un passaggio che è riuscita ad ottenere. Quando mi alzo per andare a dormire Rosa stà parlando con Matias. Afferro casualmente l'ennesima promessa di lei. Mancano cinque minuti alle quattro quando io, il mio amico e le due fotografe arriviamo alla piccola piazza da dove parte la corriera. Ben presto scopriamo che il bus è già partito, è un bel guaio. Essendo sabato, il prossimo che giungerà qui a Batopilas, non potrà riportarci su negli altopiani che martedì all'alba. Fortunatamente alle cinque troviamo un passaggio seduti sulle bombole da gas sistemate sul cassone di una jeep pickup. Il viaggio è scomodo e Rosa mi infastidisce parlandomi delle foto realizzate, del suo innamoramento per i tarahumara e del suo rammarico per non aver avvisato Matias della sua partenza da Batopilas. Non alimento la discussione e insonnolito ammiro lo straordinario paesaggio della gola che a poco a poco appare al primo crepuscolo del mattino. Dopo un'ora raggiungiamo il bus, fermo per il cambio del pneumatico posteriore forato. Il lungo tragitto che ci resta da fare diventa quindi decisamente più comodo, nonostante i continui sussulti del mezzo. Purtroppo so anche se mi porterà lontano da questo luogo che non potrò più dimenticare. E' passato un anno dal mio lungo viaggio in Messico, casualmente nella biblioteca dove mi trovo per restituire un libro, mi capita per le mani una rivista che tratta di fatti e notizie internazionali. All'interno un' articolo parla dell'imminente sfruttamento intensivo dei boschi di pini della sierra tarahumara da parte delle solite grandi compagnie. Alcune associazioni si stanno opponendo, denunciando i rischi di un progressivo disboscamento e conseguente scomparsa della selvaggina, così importante per gli autoctoni. A loro difesa come al solito, le società replicano affermando che ciò avrà al contrario effetti positivi, si creerà lavoro per la gente del posto, si costruiranno strade ed anzi, loro sono i primi a volere il bene dei nativi. Di colpo mi viene un groppo alla gola rammentando tutte le persone conosciute là e dichiaratamente innamorate dei tarahumara, torna alla mente il ricordo di Matias e lo sconforto mi attanaglia al solo pensiero del nuovo imminente pericolo. Poi, improvvisa, ritorna l'immagine del tenace fico, la sua grande fronda ed il fusto che flette scosso dal vento nonostante la sua precarietà. Un breve sorriso prende allora il sopravvento. Ripongo la rivista e me ne torno a casa, fiducioso che tutto andrà bene. Con questa parte termina il mio racconto. Se vi è piaciuto ne ho qualche altro sul genere da tirare fuori dal cassetto (e da sistemare).
Ciao Pino