di Carla Polastro
http://www.gianlucanigro.net/viaggi/
"America" di Pablo Neruda
Sei bella e immensa, o Nord America!
Vieni da umile culla, come una lavandaia,
lungo i tuoi fiumi, bianca.
Radicata, incompresa,
la dolcezza è la tua pace di favo.
Amiamo i tuoi uomini dalle mani
rosse del fango dell’Oregon,
il tuo bambino nero
che ti portò la sua musica, nata
nel paese dell’avorio.
Amo le tue città, la tua sostanza,
la tua luce, le macchine, la forza
dell’Ovest, il placido
miele d’alveare, quello del villaggio,
il ragazzo gigante sul trattore,
l’avena – eredità di Jefferson – la ruota
rumorosa che misura i tuoi oceani terrestri, il fumo d’una
fabbrica e il bacio n° 1000
d’un nuovo villaggio;
ecco, amiamo il tuo sangue di colono,
la mano di popolano unta d’olio…
… e quanti, quanti altri avvolti d’ombra:
su loro splende la stessa aurora,
ed è fatto di loro ciò che siamo.
DIARIO DI VIAGGIO
Già all’arrivo nel bellissimo aeroporto di Denver veniamo colpiti
dalla quantità di bandiere esposte un po’ dovunque: sembra il Quattro
di Luglio ma senza l’aria di festa. I giochi d’acqua nella hall
principale non sono in funzione, in segno di lutto. Tantissime persone "indossano"
la bandiera a stelle e strisce, la Old Glory, con spille, distintivi, decalcomanie,
magliette… Il personale delle United Airlines, con cui voleremo a Salt
Lake City, oltre alla bandiera, hanno attaccati alle divise dei nastri neri,
a ricordo dei colleghi uccisi l’11 Settembre.
Sia a Francoforte che a Denver i controlli di sicurezza sono più accurati
che in passato e qualsiasi oggetto tagliente viene sequestrato. Arriviamo a
Salt Lake City al tramonto. Usciti dal terminal dell’aeroporto, ci accolgono
un’aria tiepida ed un cielo sereno, gremito di stelle. Ritiriamo la nostra
Ford Taurus all’autonoleggio e ci dirigiamo – dopo qualche difficoltà
iniziale di Gianluca con il cambio automatico – verso il Marriott City
Center, dove ceneremo e pernotteremo. La stanza è confortevole, arredata
con molto buon gusto, e – nonostante il jetlag – sprofondiamo subito
in un bel sonno ristoratore. Domattina ci aspetta il lungo trasferimento fino
a Yellowstone!
Domenica 23.9.2001 – Salt Lake City – Yellowstone National Park
Percorriamo la Interstate 15, la via più rapida per arrivare a Yellowstone,
il più vecchio parco nazionale degli Stati Uniti e del mondo. Attraversiamo
regioni agricole dello Utah e dell’Idaho, non molto interessanti dal punto
di vista paesaggistico. Ma verremo ricompensati dalle meraviglie naturali di
Yellowstone, dove giungiamo nelle prime ore del pomeriggio. Ci fermiamo alla
West Entrance per acquistare il National Parks Pass, la tessera annuale che,
costando 50 US $, conviene se si visitano più di due parchi nazionali
(la tariffa per veicolo è quasi sempre di 20 US $). Insieme alla tessera,
ci vengono consegnati un paio di cartine (fatte veramente molto bene) ed il
notiziario del Parco. Ci dirigiamo immediatamente all’Old Faithful, il
geyser più famoso del mondo. Che non delude le nostre aspettative: pochi
minuti di attesa ed ecco l’alto getto di vapore, candido contro il cielo
terso. Ma a Yellowstone ci sono tantissimi geyser, questa è forse la
caratteristica più affascinante – a nostro parere – di questo
luogo magnifico.
Approfittando del paio d’ore di luce che ancora ci rimangono, ci fermiamo
a fare delle foto al Black Sands Geyser Basin e al Midway Geyser Basin. C’è
molta meno gente che all’Old Faithful e possiamo goderci l’incanto
di questi spazi immensi, dell’acqua dai colori più svariati, della
"vegetazione pioniera" che riesce a sopravvivere dove regna lo zolfo.
In queste prime ore a zonzo nel Parco, abbiamo incontrato bisonti (fino ad alcuni
decenni fa a rischio di estinzione, ora numerosissimi), cervi, scoiattoli, uccelli
di varie specie e coyote. Né alci né orsi, che non vedremo nemmeno
l’indomani. Nel ’94, nell’Ovest canadese, era andata decisamente
meglio! Torniamo a West Yellowstone, Montana, per assistere ad una proiezione
all’Imax Theater: le immagini, sullo schermo gigantesco, sono estremamente
suggestive, il commento ha accenti poetici. Sono ormai le 19 e la stanchezza
comincia a farsi sentire. Riprendiamo l’auto e ci rechiamo allo Yellowstone
Lodge, dove ci fermeremo due notti. Un consiglio "in negativo": se
vi trovate a cenare a West Yellowstone, evitate accuratamente il ristorante
Stagecoach. Si mangia male ed è pure caro (soprattutto con il dollaro
USA a più di 2.100 lire!). Un posto di gran lunga migliore, da tutti
i punti di vista, è il Three Bears, sulla via principale.
Lunedì 24.9.2001 – Yellowstone National Park
Ci alziamo ad un’ora antelucana (le alzatacce saranno una caratteristica
costante di questo viaggio), per sfruttare al massimo il tempo a disposizione.
Iniziamo dalle Kepler Cascades, piccole cascate incastonate nel verde. Poi altri
geyser al West Thumb Geyser Basin e le polle di fango del Mud Volcano e del
Sulphur Caldron. Nella tarda mattinata ci accoglie il suggestivo paesaggio del
Grand Canyon of the Yellowstone River, all’Artist Point, con le cascate
inferiori e superiori. Dopo pranzo è la volta delle concrezioni formate
dall’attività geotermica a Mammoth Hot Springs, quali la Palette
Spring e la Minerva Terrace, che ricordano la Cappadocia. E ancora geyser, fra
i quali il notevole Steamboat Geyser, al Norris Geyser Basin.
Martedì 25.9.2001 – Yellowstone National Park – Salt Lake
City
E’ ancora buio, e fa decisamente freddo, quando lasciamo West Yellowstone
per puntare nuovamente verso sud, seguendo però un itinerario più
suggestivo di quello di due giorni prima. Il primo stop è alle Lewis
Falls, graziose cascate al confine meridionale del Parco, non lontano dal Flagg
Ranch. Fatto qualche acquisto nel gift-shop del Flagg Ranch, proseguiamo attraverso
il Grand Tetons National Park, in uno splendido paesaggio montano, reso ancora
più attraente dalle vivide tinte autunnali. Passata Jackson, Wyoming,
ci inoltriamo dapprima nella splendida vallata dello Snake River e poi in una
serie di Foreste Nazionali: la Targhee, la Caribou, la Bridger-Teton e la Cache
N.F. Fra Idaho e Utah, costeggiamo il Bear Lake, molto frequentato dagli appassionati
di vela. Attraversate la città universitaria di Brigham City e Ogden,
arriviamo finalmente a Salt Lake City, dove pernotteremo.
Mercoledì 26.9.2001 – Salt Lake City – Bryce Canyon National
Park
Oggi ci attende uno degli high point del nostro viaggio: i fantastici pinnacoli
del Bryce Canyon! Per arrivarci, attraversiamo l’ennesima foresta nazionale,
la Dixie National Forest. Come "assaggio" di quel che troveremo a
Bryce, percorriamo il Red Canyon, che fa senz’altro onore al suo nome…
L’effetto cromatico è spettacolare: le rocce sono di un intenso
color Terra di Siena e si stagliano contro un cielo azzurrissimo, come di porcellana.
Lasciati i bagagli al Ruby’s Inn, a pochi chilometri dall’ingresso
del parco nazionale, ci dirigiamo verso uno dei numerosi punti di osservazione
del Bryce Canyon, Sunset Point. L’emozione è veramente forte. Quante
volte abbiamo visto questo scenario mozzafiato in fotografia, nei documentari…
E ora ci siamo davvero! E’ tutto perfetto, i colori smaglianti, il sole
caldo sui nostri visi, il volo degli uccelli, le acrobazie degli scoiattoli,
le straordinarie formazioni rocciose, dal Natural Bridge ai Grottos… E
più tardi il tramonto, a rendere il panorama ancora più magico,
a farci dimenticare per qualche istante la tragedia dell’11 Settembre,
a farci sentire due minuscoli frammenti dell’universo in completa armonia
con la natura circostante.
Giovedì 27.9.2001 – Bryce Canyon National Park – Grand Canyon
National Park
Ennesima alzataccia, perché riteniamo che l’alba sul Bryce Canyon
sia imperdibile! L’aria è fresca e umida, nell’oscurità
che precede di poco l’aurora. Sopra di noi brilla Venere. Quando arriviamo
al Sunrise Point ci sono già parecchie persone e altri giungeranno nella
mezz’ora seguente. All’apparire dei primi raggi del sole all’orizzonte,
il silenzio è pressoché totale. L’istante è troppo
bello, troppo emozionante per turbarlo con le parole, o con qualsiasi altro
suono. Ci lasciamo semplicemente avvolgere da questa luce soffusa, con lo sguardo
che scivola sulle rocce dai colori cangianti, sugli alberi tenacemente attaccati
alla vita, su questo cielo terso. E’ difficile staccarsi da tanta bellezza,
ma anche oggi la strada da percorrere è tanta…
Oggi, per me, si realizza un sogno: visitare Best Friends, il più grande
rifugio per animali del mondo, nei pressi di Kanab, nello Utah meridionale,
al confine con l’Arizona. Ogni settimana visito fedelmente il loro bellissimo
sito web, con tante storie a lieto fine (quelle che preferisco!) e non mi sembra
vero di poter vedere the real thing!
Il posto è stupendo: Angel Canyon (in precedenza noto come Kanab Canyon),
dove sono stati girati tanti film western, oltre alla serie TV The Lone Ranger.
E in questo posto stupendo è stato costruito un rifugio modello, dove
cani, gatti, cavalli, maiali, capre, uccelli, coniglietti, ecc. vengono amorevolmente
accuditi per il resto della loro vita. Molti di loro vengono adottati da persone
provenienti da tutti gli Stati Uniti, ma tanti altri resteranno qui per sempre,
coccolati dai dipendenti, dai volontari, dai visitatori, perché Best
Friends è lontano anni luce dal tipico canile o gattile, è un
microcosmo davvero speciale. Per chi fosse interessato, questo è l’indirizzo
del loro sito: www.bestfriends.org
Naturalmente io sarei rimasta lì alcune settimane (e soprattutto mi sarei
portata a casa tutti gli ospiti!), ma il tempo stringeva e le miglia da fare
ancora così tante… Dopo un ottimo pranzetto messicano a Kanab,
da Fernando’s, ci siamo diretti verso le Vermillion Cliffs (Arizona),
altro tipico paesaggio da film western, fino ad arrivare al Navajo Bridge, sul
Fiume Colorado. Abbiamo poi proseguito attraverso il Painted Desert e fatto
una sosta al Canyon of the Little Colorado, una sorta di Grand Canyon in miniatura!
"Le prime ombre della sera" calano sul Grand Canyon National Park
quando finalmente arriviamo allo Yavapai Lodge, una delle strutture ricettive
all’interno del parco.
Venerdì 28.9.2001 – Grand Canyon National Park
Avrete già indovinato: sveglia prima delle sei per assistere all’alba
sul Grand Canyon, ma che delusione! Una fitta nebbia ricopriva il canyon e quindi
l’alba l’abbiamo immaginata più che averla vista…L
In attesa che la nebbia si diradasse, per poter effettuare il volo panoramico
in condizioni di visibilità più accettabili, ci siamo recati all’Imax
Theater, a Tusayan, per il primo spettacolo del mattino. Altre immagini spettacolari,
in particolar modo le riprese lungo le rapide del Colorado. Usciti dall’Imax,
abbiamo "fatto vela" verso il piccolo Grand Canyon Airport, che si
trova nella medesima località, sperando di trovare due posti sul primo
volo panoramico disponibile. Ci siamo quindi diretti al bancone delle Grand
Canyon Airlines ed abbiamo trovato posto senza problemi. Questa compagnia utilizza
Twin Otter opportunamente modificati per i voli panoramici: finestrini più
grandi, eliche con quattro pale anziché tre per rendere il volo più
silenzioso e così via.
Per fortuna l’aereo non era al completo, consentendo ad entrambi di sedere
vicino a un finestrino e di fare foto a iosa! Solo dall’alto si può
avere una pur vaga idea di quanto immenso sia il Grand Canyon… Qualche
cifra: è lungo più di 440 km.; la sua ampiezza massima è
di quasi 29 km.; la profondità raggiunge i 1.600 m. Sul fondo si trovano
rocce che hanno la bellezza di 1,8 miliardi di anni, fra le più antiche
del pianeta.
Avevo sempre pensato al Grand Canyon come ad un luogo molto arido, privo di
vita. Quanto mi sbagliavo! Lungo il North Rim, ad esempio, si estende la Kaibab
National Forest, la più grande foresta di pini Ponderosa ("pini
gialli") del Nord America. Entro i confini del Grand Canyon National Park
vivono quasi novanta specie di mammiferi, per non parlare del gran numero di
rettili ed uccelli.
Tornati a terra, dopo poco meno di un’ora di volo, siamo ripartiti in
auto verso il Grand Canyon Village, da dove partono i bus-navetta che percorrono
la Hermit Road fino ad Hermit’s Rest, uno dei punti panoramici più
suggestivi del South Rim.
N.B. All’andata, i bus-navetta effettuano numerose fermate, ma al ritorno
queste si riducono a due, ovvero Mohave Point e Hopi Point. Questo genere di
informazioni le potete trovare sul giornalino che vi viene consegnato, insieme
alla cartina, all’ingresso del Parco. La Hermit Road è aperta al
traffico privato dal 1.12 al 28.2.
Tutta la Hermit Road offre vedute spettacolari ed è stato bello potersi
fermare anche a Pima Point, The Abyss, Mohave Point, Hopi Point e Maricopa Point.
Ad ogni sosta la stessa meraviglia, la sensazione di essere come soverchiati
dall’immensità del canyon, ma allo stesso tempo si fa strada un
curioso sentimento di "appartenenza", l’impressione di conoscere
questo luogo straordinario da sempre e che lui ci conosca a sua volta…
Tornati al parcheggio del Village, ci siamo diretti dapprima a Moran Point e
poi a Grandview Point, verso l’ingresso orientale del Parco. Erano ormai
quasi le 17 e non volevamo perderci il Sunset Walk (passeggiata al tramonto)
con un ranger del Parco, dall’Yavapai Point al Grandeur Point. E’
stata un’esperienza bellissima, sia dal punto di vista umano che paesaggistico.
Il Ranger Ron Brown è una persona molto speciale, di grande sensibilità.
Ha tenuto a sottolineare come i Parchi Nazionali USA appartengano all’intera
umanità e non solo al popolo americano. Come tutti rimangano –
ognuno a modo suo – affascinati e toccati dalla magnificenza del Grand
Canyon, non importa se giovani atletici in grado di raggiungerne il fondo o
di anziani che vengono accompagnati in giro con le vetturine elettriche…
Perché ogni visitatore può sentirvisi "a casa", può
identificarsi – in qualche maniera – con le rocce e gli animali
del canyon. Fermi al Grandeur Point, nell’incredibile luce del tramonto,
fra le esclamazioni di gioia e di stupore dei presenti, parlando con il Ranger
Brown, ho citato un concetto di Borges che condivido appieno: "I Paesi
dove a conoscerci sono le pietre valgono quelli dove, a conoscerci, sono le
persone". Il Ranger Brown ha scritto queste parole nel suo bloc-notes,
per i Sunset Walk a venire! Più tardi abbiamo cenato al ristorante del
Bright Angel Lodge (da consigliare) e, per concludere "in bellezza"
la serata, abbiamo preso un drink al bar dell’Hotel El Tovar, un historic
landmark dell’Ovest americano.
Sabato 29.9.2001 – Grand Canyon National Park – Shoshone, California
Altra giornata di trasferimento. Lasciamo l’Arizona, per entrare nel Nevada:
a darci il benvenuto sono la Diga Hoover ed il suo lago Mead, area ricreativa
nazionale. Scattate le foto "d’obbligo", proseguiamo per la
curatissima Boulder City, dove mangiamo un boccone. Las Vegas è un posto
che non ci interessa né attrae minimamente, quindi continuiamo per la
nostra strada, facendo una breve sosta a Pahrump. Siamo ormai al confine con
la California e decidiamo di cenare e pernottare a Shoshone, minuscolo villaggio
(100 abitanti!) ai margini del Death Valley National Park. A Shoshone, il viandante
non ha molta scelta: ci sono solo un piccolo motel, il Shoshone Inn, un unico
diner, un general store con la sua brava pompa di benzina, a fianco dell’ufficio
postale. Per fortuna ci sono ancora delle stanze libere e ci "aggiudichiamo"
quella con il miglior condizionatore d’aria, dettaglio non trascurabile,
visto il clima locale!J
Ceniamo al diner (e dove, se no?), che ricorda da vicino quello del film Baghdad
Café: avete presente? Grazie alla vicinanza con la Valle della Morte,
però, gli avventori vengono da varie parti del mondo, dando una bizzarra
aria cosmopolita a questo posticino in mezzo al nulla. Prima di andare a dormire
facciamo due passi fino alla High School. Fa dolce, l’aria è immota.
Le stelle, a frotte, fanno pensare a diamanti sparsi su del velluto nero. Gianluca,
da bravo astrofilo, si diverte a riconoscere le varie costellazioni. C’è
un gran silenzio, rotto soltanto dal lontano abbaiare di un cane. In un piccolo
giardino un’oca, resa ancora più candida dalla luce lunare, monta
la guardia. Le colline, che si stagliano nettissime contro il cielo perfettamente
limpido, sembrano ieratiche figure umane fissate per l’eternità
nella roccia.
Domenica 30.9.2001 – Death Valley National Park – June Lake
Come è di prassi, ormai, usciamo dalla nostra stanza che è ancora
buio. Sembrano dormire ancora tutti, allo Shoshone Inn, nessuna luce filtra
dalle finestre. Cercando di fare il meno rumore possibile, saliamo in macchina
e ci dirigiamo verso la Valle della Morte, con in mente le immagini del famoso
film di Antonioni, Zabriskie Point. L’alba, in questa zona desertica,
è – ovviamente – luminosissima. Ci fermiamo sul ciglio della
strada. Non c’è nessuno in giro, data l’ora. Gianluca ed
io ci godiamo questo momento di solitudine, nel tepore del primo sole. La nostra
prima meta è Dante’s View, lassù in alto, a dominare Badwater,
che davvero ricorda l’Inferno dantesco. Il paesaggio è lunare,
diverso da qualsiasi altro abbiamo visto finora in giro per il mondo. Scendiamo
poi nel Twenty Mule Team Canyon, ciò che resta di un antico lago. Nonostante
il nome, qui di muli (quelli che tiravano i carri col borace) non se ne sono
mai visti.
Per dei cinefili come noi, Zabriskie Point è una sosta obbligata! Grazie
al solito pannello esplicativo, scopriamo finalmente chi fosse il Sig. Zabriskie:
un sovrintendente della miniera di borace, un tipo dalla vita decisamente variegata
e dinamica, tipica dell’epoca della Frontiera. Anche qui, un tempo, c’era
un lago. Dopo un cospicuo breakfast al Furnace Creek Ranch, ci rechiamo al Devil’s
Golf Course (il Campo da Golf del Diavolo), nome calzante per questa immensa
distesa di cristalli salini.
Dopo di che è la volta di Badwater, già visto dall’alto
del Dante’s View. Questo è il punto più basso degli Stati
Uniti: 85 metri sotto il livello del mare. Decidiamo di raggiungere il Natural
Bridge, un arco di roccia a cui si arriva percorrendo un sentiero di circa 400
metri, in leggera salita. Molto, molto tempo fa, questo sentiero era un corso
d’acqua. Nelle rarissime occasioni in cui piove, qui nella Valle della
Morte, lo può ridiventare in pochi istanti! Lungo l’Artist’s
Drive ed in particolar modo all’Artist’s Palette (la Tavolozza dell’Artista),
l’ossidazione ha dato vita ad uno straordinario mosaico di colori: infinite
sfumature di rosso, giallo, arancione, verde, viola, marrone e nero. A detta
delle guide, il momento ideale della giornata per apprezzare questo "capolavoro
cromatico" è il tardo pomeriggio, allorché i colori raggiungono
la massima intensità.
Colti da un attacco di incoscienza (ed evidentemente di autolesionismo), pensiamo
bene di percorrere, alle 11,30, il Golden Canyon, sotto un sole – è
il caso di dirlo – da spaccare le pietre! Non siamo i soli, però:
di matti in giro ce ne sono parecchi oggi…J Spinti da una pervicacia degna
di miglior causa, arriviamo in vista della Red Cathedral, un grande anfiteatro
naturale. L’idea di dover rifare, in senso inverso, lo stesso percorso
è un filino demoralizzante, ma – non potendo rimanere nel Golden
Canyon fino a sera inoltrata – ci rimettiamo in marcia e – in qualche
modo – torniamo al parcheggio. L’auto è un forno, ovviamente,
ma il potentissimo impianto di aria condizionata della Taurus riporta, in un
lasso di tempo ragionevole, la temperatura ad un livello accettabile. Non ricordo
di aver mai bevuto tanta acqua come in questo frangente (sono nota come "il
cammello"!), ma – come mi fa saggiamente notare il consorte –
non avevo mai camminato a queste temperature, prima d’ora… Alla
radio trasmettono lo spassoso monologo di un cabarettista, cresciuto fra i luterani
del Minnesota. Fra le sue battute e l’aria condizionata, comincio a sentirmi
meglio, anche se la mia faccia ancora molto congestionata mi fa sembrare sull’orlo
di un attacco apoplettico!J
Per pranzo ci fermiamo al ristorante di Stovepipe Wells, nella zona delle Sand
Dunes (dune di sabbia). I loro tramezzini col roast-beef sono eccellenti! Nel
primo pomeriggio lasciamo la Death Valley, per ritrovarci nella California rurale,
quella della Central Valley, potenza agricola a livello mondiale, a cominciare
dalla produzione di mele. Le cittadine che incontriamo lungo la strada, quali
Lone Pine e Bishop, hanno l’aria tranquilla, un po’ sonnecchiosa,
lontanissime dall’immagine "hollywoodiana" del Golden State.
Il paesaggio cambia ancora, una volta giunti sulla Sierra Nevada. Dalla strada,
le montagne sembrano così vicine da poterle toccare. Le foreste di conifere
sono fittissime e molto estese. Ci fermiamo a fare benzina a Mammoth Lakes,
una delle più note stazioni sciistiche della California. Ormai è
pomeriggio inoltrato e la stanchezza incomincia a farsi sentire sul serio. Superata
Mammoth Lakes, dopo un po’ vediamo segnalato June Lake e notiamo con un
certo sollievo che potremo trovarvi dei motel o dei lodge. Prendiamo quindi
la deviazione per June Lake: il posto è incantevole. Ci fermiamo a fotografare
il lago, nella morbida luce del crepuscolo.
Arrivati in paese, per pernottare scegliamo il Villager Motel, che ha un’aria
simpatica ed accogliente. In camera c’è persino il videoregistratore:
peccato non aver alcun video da guardare!J Dopo la doccia di rito, andiamo a
cena al Sierra Inn: le loro bistecche sono ottime e ci "concediamo"
anche una bottiglia di buon Cabernet Sauvignon (californiano, naturalmente!).
Lunedì 1.10.2001 - June Lake – Yosemite National Park
Per una volta partiamo a giorno fatto! Per la prima colazione torniamo al Sierra
Inn. Prima di dirigerci verso Yosemite, ci fermiamo al Silver Lake, a qualche
chilometro da June Lake, un altro angolo di paradiso per gli appassionati di
pesca sportiva. Dopo di che seguiamo le indicazioni per il Tioga Pass che, con
i suoi 3031 metri sopra il livello del mare, rappresenta l’altitudine
massima toccata in questo viaggio (l’esatto opposto di Badwater!). Imbocchiamo
la Tioga Road, fermandoci qua e là per sgranchirci le gambe e fare qualche
foto. Il Parco è piuttosto affollato e notiamo parecchi scalatori, richiamati
dalle tante pareti rocciose di Yosemite, prime fra tutte quelle di El Capitan
(2307 m.), forse il suo landmark più famoso.
Nuova delusione di fronte alle Yosemite Falls, che in questo periodo dell’anno
sono in secca… Per rifarci, andiamo al Glacier Point, uno dei punti panoramici
più belli del Parco, proprio di fronte all’Half Dome. La strada
per arrivarci si snoda tortuosa fra gli alberi ed è parzialmente chiusa
da novembre a maggio. Una volta arrivati, la vista è veramente notevole!
Con un po’ di pazienza, riesco anche a fotografare un paio di adorabili
scoiattoli, un’altra costante di questo viaggio americano. Mentre torniamo
a valle, il cielo comincia ad oscurarsi di brutto, finché non inizia
a piovere, dapprima debolmente, poi in modo più violento. Proprio ora
che dovevamo visitare il Mariposa Grove of Giant Sequoias, un’occasione
che aspettavo da tanto tempo!L Per fortuna, dopo alcuni minuti, la pioggia si
dirada fino a cessare del tutto e torna persino il sole: meno male! Parcheggiata
la macchina, muniti dell’apposito dépliant esplicativo (il National
Park Service è decisamente ben organizzato), ci inoltriamo su per il
sentiero principale, sentendoci "piccoli piccoli"! Per prime, troviamo
Bachelor and Three Graces (lo Scapolo e le Tre Grazie), poi l’incredibilmente
longevo Grizzly Giant (Gigante Grizzly), che ha la bellezza di 2.700 anni! Poco
lontano dal Grizzly Giant si trova il California Tunnel Tree, che deve il suo
nome alla "galleria" che è stata scavata alla sua base. Cosa,
questa, oggi severamente proibita dalla legge, naturalmente!
Trovarsi ai piedi di questi alberi giganteschi (più larghi ma meno alti
dei loro parenti stretti, i Redwoods) è un’esperienza indimenticabile…
Anche questa giornata volge al termine ed è quasi ora di cena. Ripresa
l’auto, percorriamo i pochi chilometri che ci separano dall’albergo
dove abbiamo prenotato una stanza per la notte: lo storico Wawona Hotel, costruito
nel 1875 dai fratelli Washburn. Ci sembra di essere in Piccole Donne! L’albergo
ha conservato il suo aspetto originale (eccezion fatta per la piscina, che non
ha l’aria molto ottocentesca!), compresa la rubinetteria in ottone e le
vasche da bagno con le zampe di leone, e da tutto l’insieme scaturisce
un certo fascino, un’atmosfera particolare.
Martedì 2.10.2001 – Yosemite National Park – San Francisco
La receptionist del Wawona ci conferma che la via più rapida per San
Francisco è passare da Oakhurst e Modesto. Sono così contenta
di rivedere per la terza volta San Francisco! E’ una delle città
che più amo al mondo (lo so, non sono granché originale!), per
la sua mentalità aperta, l’ambiente cosmopolita, la splendida baia,
le casette vittoriane… Per Gianluca è la prima visita ed è
quindi ancora più emozionato di me. Purtroppo non potremo incontrarci
con Franz, l’amico che abita a Point Reyes Station, poiché si trova
a Denver per lavoro in questi giorni. Arriviamo nella City by the Bay nella
tarda mattinata. Nonostante il complotto ordito contro di noi dai sensi unici,
riusciamo a raggiungere l’Hotel Carlton, in Sutter Street, in un lasso
di tempo più che accettabile! Lasciati i bagagli in camera, la nostra
prima meta è il Museo di Arte Moderna, dove è stata allestita
una mostra di fotografie di Ansel Adams, nel primo centenario della sua nascita.
Adams è il nostro fotografo preferito e siamo perciò felicissimi
di avere l’opportunità di visitare questa esposizione. Che emozione
rivedere alcuni dei luoghi appena visitati – la Death Valley, Yosemite
– nelle stupende immagini di Adams! Il suo bianco e nero è pura
poesia, gli anni non hanno minimamente intaccato il fascino sottile, spesso
enigmatico, dei suoi paesaggi…
Usciti dal Museo, iniziamo una bella scarpinata in direzione del Fisherman’s
Wharf. Attraversiamo il "cuore" finanziario della città, il
cui simbolo è senza dubbio il Transamerica Building, il grattacielo dalla
punta triangolare, circondato da un bellissimo giardino, purtroppo non aperto
al pubblico. Avvicinandoci all’oceano, fotografiamo la Coit Tower, altro
landmark di San Francisco e finalmente arriviamo al Pier 39 (Molo 39). Come
sempre, c’è un sacco di gente. Il porticciolo è affollatissimo
di motoscafi, barche a vela, yacht. Improvvisamente veniamo come "inghiottiti"
dalla nebbia e addio alla bella giornata di sole! La temperatura si abbassa
altrettanto bruscamente e la visibilità, in un attimo, è scesa
a zero. Quando si dice l’imprevedibilità del clima sanfranciscano…
Siamo quindi costretti a rinunciare al giro in battello sulla baia. Gianluca,
però, si "consola" visitando un sottomarino della Seconda Guerra
Mondiale, il Pampanito (apprendiamo che si tratta del nome di un pesce), mentre
io resto ad attenderlo sulla banchina, augurandomi di non beccarmi una bronchite!
E pensare a tutti gli indumenti caldi rimasti in albergo, mannaggia!L Mentre
ci dirigiamo verso Ghirardelli Square, notiamo un tram dall’aria stranamente
famigliare. Ci avviciniamo e scopriamo così che si tratta di un tram
milanese! Questa poi… La foto è d’obbligo, naturalmente!
Subito dopo, per rimanere in tema di trasporti pubblici, fotografo un cablecar,
fermo a pochi metri da noi, che ha un’aria decisamente più "autoctona"!J
A Ghirardelli Square facciamo ancora un paio di foto, prima di fermare un taxi
e tornare in hotel. Il freddo e la stanchezza hanno avuto la meglio, evidentemente!
Mercoledì 3.10.2001 – Napa Valley
Al nostro risveglio, speriamo che la nebbia si sia diradata. Manco per idea!
La città è ancora immersa nell’ovatta e – seguendo
i consigli di Franz – optiamo per un giro nella Napa Valley, dove dovrebbe
invece splendere il sole. La prospettiva di assaggiare qualche buon vino ha
-–naturalmente – il suo peso in questa decisione. Che piemontesi
saremmo, altrimenti? Attraversiamo la zona del Presidio (ricordate il film?),
ai margini del rigogliosissimo Golden Gate Park, affollato di joggers e di cani,
per poi imboccare il "mitico" Golden Gate Bridge, quasi invisibile
nella fitta nebbia. Ci fermiamo a far colazione in un simpatico locale di Sausalito,
dopo di che proseguiamo per Sonoma, uno dei principali centri dell’industria
vitivinicola californiana. Prima di entrare in città, diamo un’occhiata
alla Buena Vista Winery, la cantina più "antica" (forse "vecchia"
sarebbe un termine più appropriato…) della California, fondata
nel 1857. Sonoma è una cittadina deliziosa, molto curata ed ordinata.
I suoi giardini sono ancora pieni di fiori, grazie al clima caldo e asciutto
(molto diverso da quello di San Francisco!).
Attraversata anche Napa, proseguiamo per Oakville, dove ha sede la famosissima
Robert Mondavi Winery (i Mondavi sono di origine marchigiana). Il posto è
splendido: oltre ai vigneti – così diversi da quelli piemontesi
– ci sono vasti prati all’inglese e tante, tantissime rose bianche,
che diffondono nell’aria la loro fragranza. La nostra guida è una
signora francese, Martine Nicolas, che da 26 anni vive in America, ma che ha
conservato il morbido accento natio. Parliamo di Parigi, naturalmente, ed è
piacevole conversare per qualche minuto in francese, come se ci trovassimo in
Borgogna! Visitiamo le cantine, con le lunghissime file di barrique in legno
di quercia francese, dall’aroma inconfondibile. Al termine del tour, ci
sediamo in un bel patio, al riparo dal sole cocente della Napa Valley, e ha
inizio la parte più "interessante", quella delle degustazioni!
Prima uno Chardonnay, seguito da un Pinot Noir e per finire un Cabernet Sauvignon…
tutti ottimi. I vini sono accompagnati da una focaccetta al paté di anitra
davvero squisita. La signora Nicolas ci ha evidentemente presi in simpatia e,
al termine della visita, ci offre un "extra" molto gradito: assaggiare
un paio di vini della Riserva. Il Cabernet Sauvignon del 1996 è da favola,
ma i prezzi sono da capogiro! 150 dollari alla bottiglia! 175 per una bottiglia
del ’95. Non credo che faremo acquisti… chissà come mai!
Della serie "il tempo vola quando ci si diverte", è già
l’ora di rientrare a San Francisco.
Giovedì 4.10.2001 – San Francisco – San Luis Obispo
Il tempo continua a essere grigio, in perfetto stile autunnale. In questi giorni,
la Napa Valley sembra avere il monopolio del sole! Rimpiangiamo già il
cielo terso del sud-ovest… Ci lasciamo alle spalle San Francisco ed imbocchiamo
la California Highway 1, meglio nota come Pacific Coast Highway, una litoranea
dagli scorci indimenticabili. Da queste parti, imperdibile è la 17-Mile-Drive,
la celeberrima strada panoramica di cui conservo un bellissimo ricordo e che
ora sono ben lieta di poter condividere con Gianluca. Ma prima di arrivare al
17-Mile-Drive, c’è un altro posto bellissimo da visitare, grazie
ad una segnalazione su IHV (dove se no?): la Año Nuevo State Reserve,
che ospita un’importante colonia di elefanti marini. In realtà,
il periodo ideale per l’osservazione di questi cetacei è fra dicembre
e marzo, ovvero la stagione degli amori, quando la Riserva è affollatissima
di esemplari adulti. Faute de mieux, ci "accontentiamo" di un folto
branco di elefanti marini che trascorrono qui il loro primo anno di vita. Ci
fa da guida un ranger volontario, un signore di una certa età, simpaticissimo
e molto cordiale, oltre che ferratissimo sugli animali che vivono in questa
zona (oltre agli elefanti marini, ci sono tantissimi e rumorosissimi leoni marini,
e le due "comunità" convivono in perfetta armonia).
Per raggiungere la spiaggia dove si trovano gli elefanti marini si cammina anche
su della sabbia molto fine, dove – a tratti – si sprofonda fin quasi
alle caviglie. Consigliabili, di conseguenza, scarponcini alti. Ho davanti a
me le foto scattate quel mattino. Rivedo il grigiore metallico del cielo e del
mare ("Il Pacifico nebbioso e vasto", per citare il buon vecchio London),
la spiaggia sabbiosa, il verde cupo della vegetazione che si spinge fino a pochi
metri dalla riva, gli atteggiamenti giocosi dei giovani elefanti marini... Immagini
che evocano suoni -–le grida dei leoni marini, lo stridio dei gabbiani
– e odori – quello fortissimo dell’oceano, quelli più
sottili di alcune piante… Quando un raggio di sole riesce a forare la
coltre di nubi, le acque si ricoprono di miriadi di bagliori, l’aria si
fa di colpo più mite, i colori più vivi, come se – tutto
d’un tratto – fosse giunta la primavera. All’inizio del sentiero
è conservato un pezzo del relitto della Point Arena, un battello a vapore
che naufragò da queste parti il 9 agosto 1913, che sta a ricordare quanto
pericoloso possa essere il Pacifico, con le sue tempeste improvvise e devastanti.
Lasciata a malincuore la Riserva, continuiamo verso sud. Superata Monterey,
resa celebre dai romanzi di John Steinbeck, arriviamo finalmente al 17-Mile-Drive.
Essendo la strada, la località di Pebble Beach e la circostante Foresta
Del Monte proprietà privata, l’ingresso è a pagamento (8
$ a veicolo). Ville più o meno lussuose si susseguono in mezzo agli alberi,
spesso circondate da splendidi giardini. Pebble Beach e dintorni sono il paradiso
dei golfisti, con svariati campi, fra cui i "mitici" Pebble Beach
Golf Links, di fama internazionale, a strapiombo sull’Oceano.
Ci fermiamo ai vari "Punti di Interesse", fra i quali il più
famoso di tutti, il Lone Cypress, l’albero solitario su di uno scoglio,
fotografato ormai milioni di volte! Una piccola curiosità "botanica":
i cipressi americani nulla hanno a che vedere con quelli italiani (di questi
ultimi in California ne sono stati importati e trapiantati parecchi), ma ricordano
piuttosto i nostri pini marittimi. Usciamo dalla Del Monte Forest e puntiamo
verso Carmel, incantevole località costiera, nota per la sua Missione
spagnola del 18° secolo, incorniciata di palme e bouganvillea. Proseguiamo
sempre sulla Pacific Coast Highway, stretta fra l’oceano ed i monti. Il
paesaggio è estremamente suggestivo e variato. Superiamo Big Sur, un
tempo vivace colonia di artisti, il Ragged Point, dalle alte scogliere a picco
su acque color smeraldo, la Los Padres National Forest, fino ad arrivare a San
Luis Obispo, un’altra cittadina deliziosa. E’ ormai il tramonto:
un’ultima sosta alla Missione, risalente al 1772, e anche questa giornata
on the road volge al termine…
Venerdì 5.10.2001 – San Luis Obispo – Los Angeles
Oggi vedremo due nostre amiche, Janet e Barb, e la prospettiva ci rallegra fin
dal mattino, anche se sappiamo benissimo quale sarà il principale argomento
di conversazione… Di buon’ora, come nostra abitudine, lasciamo il
motel di San Luis Obispo dove abbiamo pernottato e andiamo a far colazione in
un diner di Santa Maria, poco più a sud. Dopo di che ci dirigiamo verso
Santa Barbara, seguendo l’itinerario delle Missioni spagnole. Quella di
Santa Barbara è di notevoli dimensioni e molto ben conservata. Come tutte
le altre missioni californiane, è tuttora attiva e non "soltanto"
un ricordo del passato coloniale. E’ ancora presto ed abbiamo quindi il
tempo per visitare il locale Giardino Botanico, anche se il mese di ottobre
non è certo l’ideale! Non è lontano dalla Missione, in un
tranquillo quartiere residenziale verso le montagne.
C’è un’ampia area boschiva, dove dev’essere piacevolissimo
passeggiare e sedersi durante l’estate, e altre "a tema", ma
il comune denominatore è che si tratta sempre di piante, alberi e fiori
nativi dello Stato della California. Al gift shop acquistiamo una raccolta fotografica
del Giardino, per avere un’idea di quanto sia bello qui in primavera!
Subito dopo pranzo arriviamo a Los Angeles e Gianluca ha così il suo
primo assaggio del traffico impressionante sulle freeways locali. E meno male
che siamo ben lontani dall’ora di punta! Per fortuna l’albergo dove
abbiamo prenotato una camera, l’Airport Hilton, è facilmente raggiungibile.
E’ nell’atrio che abbiamo appuntamento, alle 17, con Janet e Barb.
Sono solo le 14 e possiamo rilassarci un po’. Dopo 5.600 km. in meno di
due settimane, ne abbiamo proprio bisogno!J Janet e Barb erano state in Italia
in primavera e ci fa un enorme piacere poterle riabbracciare qui: Janet è
venuta dal Colorado, mentre sua sorella Barb dal sobborgo di San Diego dove
vive con la sua famiglia. Siamo tutti e quattro in vena per una cena messicana
e chiediamo lumi al bell captain dell’Hilton, che ci consiglia Pancho’s,
a Manhattan Beach, a pochi chilometri da dove ci troviamo. Sulla spiaggia dei
ragazzi giocano a beach volley, altri fanno jogging o sfrecciano sui roller:
insomma, la California come uno se la immagina… Le bandiere alle finestre
o sulle auto ci ricordano (come se ce ne fosse bisogno!) i tragici avvenimenti
dell’11 settembre, il dolore nel bel mezzo della "normalità"
quotidiana.
Come facilmente prevedibile, a cena non si riesce a parlare d’altro. Barb
ci racconta del figlio di nove anni, gran risparmiatore, che ha offerto 20 dollari
– una somma notevole per un bambino della sua età – al fondo
per i famigliari delle vittime degli attentati terroristici. A dimostrazione
di quanto tutti si sentano coinvolti (e sconvolti) da quanto successo a New
York, al Pentagono, in Pennsylvania. Nonostante il mood non sia – ovviamente
– dei più gai, ci conforta l’essere vivi e insieme, poter
esprimere l’affetto reciproco, celebrare il bene raro e prezioso dell’amicizia.
Sabato 6.10.2001/Domenica 7.10.2001 – Los Angeles – Francoforte
– Milano Malpensa
Il primo pensiero, al nostro risveglio, è che oggi è il nostro
ultimo giorno in America, un pensiero che, naturalmente, ci rende un po’
tristi. Per chiudere in bellezza, però, alle 11 abbiamo appuntamento
con Alex, che conosco da più di vent’anni, dai tempi dell’Università
del Wisconsin. Ora Alex vive a Laguna Beach, in un clima di gran lunga più
mite di quello del Midwest! L’ultima volta che l’abbiamo visto è
stato a Milano, alcuni anni fa. Una volta chiuse le valigie, scendiamo nel garage
sotterraneo dell’Hilton per metterle in macchina, risaliamo nella hall
un po’ prima delle 11 e ci sediamo in attesa che arrivi Alex.
Al suo arrivo, dopo i baci e gli abbracci "di rito", optiamo per un
brunch lì in albergo, dato che Gianluca ed io, nel primo pomeriggio,
dovremo recarci in aeroporto per riconsegnare l’auto e poi fare il check-in.
A causa delle nuove misure di sicurezza, è più prudente arrivare
in aeroporto con un certo anticipo. Il coffee-shop è quasi deserto, a
quest’ora, e trovare un tavolo libero non è, quindi, un problema.
In un angolo, un apparecchio televisivo è sintonizzato sulla CNN. Come
la sera precedente, è inevitabile parlare di quanto è successo
l’11 settembre e nelle tre settimane successive. Per combinazione, Alex
stava volando su Los Angeles proprio quel giorno, dopo una vacanza in Sardegna.
Il suo aereo era stato fra gli ultimi ad avere l’autorizzazione ad atterrare
al LAX. Ma con un vecchio amico come Alex, è altrettanto inevitabile
discorrere della sua famiglia (che io conosco molto bene), degli amici in comune,
dei progetti per il futuro…
Ricordiamo, con tenerezza e commozione, Sylvia Ann – detta Sam –
una delle due sorelle di Alex, morta in Zimbabwe, all’età di trent’anni.
Le ore, come sempre in queste occasioni, passano veloci. Ci accomiatiamo –
a malincuore – da Alex e scendiamo nuovamente nel garage sotterraneo.
Saliamo sulla Taurus per l’ultima volta e ci dirigiamo verso il parcheggio
dell’autonoleggio, all’aeroporto internazionale di Los Angeles.
In pochi minuti ci siamo. Gianluca firma i documenti per il drop-off, recuperiamo
le valigie dal portabagagli e saliamo sul bus-navetta che ci porterà
al terminal da cui decollano i voli della Lufthansa. La compagnia aerea tedesca
ha cancellato il volo per Monaco di Baviera e quindi quello su Francoforte (effettuato
con un Boeing 747) è strapieno, purtroppo! Partiamo con circa tre quarti
d’ora di ritardo. Proprio mentre l’equipaggio di bordo sta servendo
la cena, si incomincia a "ballare" parecchio. Un tempismo veramente
perfetto!J Per fortuna, dopo alcuni minuti, le turbolenze cessano, per ritornare
– a tratti – nelle ore successive. Atterriamo a Francoforte intorno
alle 14 del 7 ottobre. Un po’ più di due ore dopo, ripartiamo per
Malpensa. Recuperata l’auto in un parcheggio nei pressi dell’aeroporto,
affrontiamo l’ultima tratta del nostro viaggio: quella fino a casa nostra,
nell’astigiano!
Fin qui la "cronaca".
Ma, come per ogni viaggio, ciò che resta dentro, nel profondo, sono le
emozioni suscitate da singoli istanti. Tutto quello che dà la sensazione
dell’altrove. Gli spazi infiniti dell’Ovest americano; i lunghissimi
rettilinei che si perdono nella pianura; i colori straordinari delle rocce;
la trasparenza del cielo; il vapore candido e altissimo dei geyser di Yellowstone,
nell’aria fredda del primo mattino; il volo improvviso di una ghiandaia,
a Bryce, un lampo turchino sopra gli innumerevoli pinnacoli del canyon; l’autunnale
solarità degli aspen*. Le voci leggendarie di Woody Guthrie, Louis Armstrong
e Ray Charles alla radio.
I Beach Boys che cantano Catch a Wave mentre percorriamo la Pacific Coast Highway.
Le tante persone incontrate lungo la strada, con cui abbiamo scambiato due chiacchiere,
un sorriso, un saluto…
N.B. Nel corso di questo viaggio, abbiamo appurato che – in linea generale
– il rapporto qualità-prezzo delle strutture ricettive all’interno
dei Parchi Nazionali USA non è dei migliori! Conviene quindi, dal punto
di vista economico, fare un po’ più di strada e pernottare al di
fuori dei confini dei suddetti Parchi.
*pioppi tremuli