di Carla Polastro
http://www.gianlucanigro.net/viaggi/
“... Ma le donne di Plaza de Mayo non hanno permesso che avessero un
mondo del genere [dove chiunque altro fosse sparito], insinuandosi su di loro
[i generali argentini] settimana dopo settimana. Figure strane, fantasmi alla
ricerca di fantasmi. Hanno fatto tutto ciò come protesta politica, o
pensavano che i loro mariti e figli potessero realmente essere riconosciuti
e resi loro sani e salvi? Lo pensano ancora?
Non avevano nulla in cui sperare, camminavano in circolo, non dicevano niente,
e così facendo hanno restituito molto di quello che era stato portato
via all'Argentina.”
Roger Rosenblatt
Gennaio 1984
Questo diario di viaggio è dedicato a Juana Maria Armellín, desaparecida
italo-argentina, e a suo fratello Roberto, che per anni e anni non ha smesso
di sperare in un suo (im)possibile ritorno e di lottare perché la verità
– per quanto indicibilmente dolorosa - venisse a galla. Vi voglio bene,
hermanos.
Questo in Argentina è per me una sorta di sentimental journey, sulle
tracce del mio nonno paterno, Carlo Polastro, che da giovane faceva il marinaio
(sì, esistono marinai piemontesi!). Arrivò a Buenos Aires per
la prima volta alla fine dell'Ottocento e se ne innamorò subito. Lo vorrei
ora come guida, anche se credo faticherebbe a riconoscere in questa metropoli
di oltre 10 milioni di abitanti la città che aveva tanto amato più
di un secolo fa. Città dove si sentiva a casa, grazie alla presenza di
numerosissimi immigrati italiani (molti dei quali provenienti dal Piemonte e
dalla Liguria) e per la quale ha nutrito per tutta la vita una struggente nostalgia.
Sabato 11/domenica 12 gennaio 2003:
Il viaggio non è iniziato sotto i migliori auspici. Per un problema all'impianto
elettrico del vecchio Boeing 747 delle Aerolineas Argentinas, decolliamo da
Fiumicino con due ore di ritardo, a mezzanotte e mezza passata (e noi siamo
già “in ballo” dalle 14!). Per allungare ulteriormente le
cose, il volo fa scalo a San Paolo del Brasile, dove arriviamo dopo 12 ore di
volo. Possiamo almeno sgranchirci un po' le gambe, facendo due passi nel lugubre
aeroporto della città brasiliana, reso ancora più triste dal cielo
uniformemente grigio. Dopo poco più di un'ora ripartiamo verso la nostra
destinazione finale, dove atterriamo alle 12.30. In solo mezz'ora passiamo il
controllo passaporti e recuperiamo i bagagli. Usciti indenni dalla dogana, ci
aspetta il pullmino che ci porterà all'Hotel Elevage, nella zona centrale
di Buenos Aires, a due passi da Florida, la più importante via pedonale
della città, dal quartiere finanziario irto di grattacieli e dal vecchio
porto che, un po' come a Genova, Montréal o Cape Town, è ora uno
spazio molto accogliente, con una miriade di locali e negozi.
Il tempo di una doccia e di indossare degli indumenti estivi (il termometro
segna 27° C), usciamo alla scoperta della capitale argentina. L'atmosfera
che si respira in giro è analoga a quella ferragostana in Italia. E'
una domenica di mezza estate, la città è semi-deserta, il traffico
quasi inesistente. Sono affollati solo i bellissimi parchi e le piscine pubbliche.
La parte centrale e settentrionale di Buenos Aires è verdissima e disseminata
di monumenti e fontane. Nell'architettura, estremamente eterogenea, appare fortissima
l'influenza francese, confermando la fama di Buenos Aires come la “Parigi
del Sud America”. Il guazzabuglio di stili è impressionante: si
alternano edifici moderni (alcuni molto belli, altri del tutto anonimi), a splendide
ville e palazzi neo-classici, neo-rinascimentali o in stile Luigi XIII.
Una delle zone più eleganti e prestigiose della città è
senz'ombra di dubbio il quartiere Palermo (dal nome dell'italiano che vi possedeva
una vasta hacienda nell'Ottocento), dove si trovano quasi tutte le ambasciate
della capitale argentina. Le vie laterali sono abbastanza strette, ombreggiate
da fitte file di alberi, fra cui spiccano grandi ficus dalle foglie scure e
lucide, ed affiancate da raffinate ville e palazzine, bianche o con i mattoni
a vista, spesso circondate da giardini curatissimi.
Lasciata Palermo, entriamo in un altro quartiere chic, quello della Recoleta
(dal nome dei frati francescani che avevano qui il convento), che ospita l'equivalente
porteño del Père Lachaise, il Cementerio de la Recoleta, il più
esclusivo della capitale. Accanto al cimitero svetta un monumento storico nazionale,
la Iglesia de Nuestra Señora de Pilar, una chiesa dell'epoca coloniale,
consacrata nel 1732.
Nel parco intorno al cimitero, dove sorge anche il monumento funebre di Eva
Duarte Perón, vediamo passare un giovanotto in compagnia di sette od
otto cani, alcuni al guinzaglio, altri liberi: è senz'altro un paseoperros,
uno dei caratteristici dog-sitter di Buenos Aires.
Dirigendoci verso Plaza de Mayo, imbocchiamo l'Avenida 9 de Julio, la più
imponente arteria della città, larghissima e lunghissima, che fa pensare
più ad un'immensa piazza, che ad un semplice viale. Passiamo davanti
al celeberrimo Teatro Colón, il più importante teatro lirico del
Sud America. Peccato non avere il tempo per visitarne l'interno...
E' difficile trovare le parole per descrivere le nostre emozioni quando arriviamo
in Plaza de Mayo... Quanti giovedì della nostra vita abbiamo manifestato
idealmente con le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, davanti alla residenza
presidenziale, la famosa Casa Rosada! Ci commuove profondamente la scritta “gracias
madres”, perché riflette alla perfezione i nostri sentimenti ed
il nostro stato d'animo in questo momento...
Nella piazza svuotata dalla canicola, immaginiamo le madri dei desaparecidos
camminare in circolo, in silenzio, con le foto dei loro cari scomparsi appese
al collo, coi cuori spezzati ma invitte, sorrette da una forza morale ed una
dignità straordinarie.
L'atmosfera cambia del tutto mentre attraversiamo il quartiere di San Telmo,
a sud della piazza. E' una zona “mista”, bohémienne e popolare,
ricca di locali di tango.
Confinante con San Telmo è La Boca, il quartiere tradizionalmente italiano
di Buenos Aires, noto per gli edifici coloratissimi del Caminito (dal nome di
un tango). E' qui che avverto più acutamente la presenza “in spirito”
di mio nonno Carlo: chissà quante volte ha camminato per queste vie,
ben prima che diventassero una “trappola per turisti”, dall'aria
terribilmente finta.
A due passi dai locali ed i negozietti di souvenir del Caminito, si sprofonda
in un grande squallore, mentre si attraversa il porto in disuso, punteggiato
di navi e barche ormai ridotte a carcasse arrugginite.
Giunti alla Defensa, la via degli antiquari, iniziamo una bella scarpinata verso
l'albergo, ripassando da Plaza de Mayo, per poi percorrere un tratto di Avenida
de Mayo, fiancheggiata da numerosi palazzi in stile art nouveau o art déco.
Da lì imbocchiamo una via laterale che ci porta a Florida. Sono quasi
le 19 e quest'isola pedonale, dove si trovano i più bei negozi della
città, quasi deserta nel primo pomeriggio, è ora affollata di
porteños e turisti intenti allo shopping o semplicemente a guardare le
vetrine. Dopo una brevissima sosta in hotel, andiamo a cena al Ristorante Las
Nazarenas (le staffe che i gauchos attaccano alla sella nei giorni di festa),
al 1132 di Reconquista (tel/fax 4312-5559/3691, sito web: www.lasnazarenas.com.ar),
dove gustiamo un favoloso filetto alla brace, “innaffiato” da un
ottimo Cabernet Sauvignon '97 “Luigi Bosca”.
Lunedì 13 gennaio 2003:
L'ora della sveglia è di quelle disumane, le 3,15! Lasciamo l'albergo
che è ancora completamente buio ed in giro non sembra esserci anima viva...
a quest'ora la gente “normale” dorme della grossa! Sono circa le
4,30 quando arriviamo all'Aeroparque, il moderno aeroporto nazionale di Buenos
Aires. Intorno alle 5 ci imbarchiamo sul volo AR 1890 per Ushuaia, la “città
più meridionale del mondo” (è per questo detta “fin
del mundo”), a più di 3.000 km. dalla capitale federale.
Atterriamo alle nove. Il cielo è percorso da grandi nuvole, continuamente
sospinte qua e là dal vento, caratteristica centrale del clima fueghino
(e patagonico in generale). Infatti non si vede un singolo albero dritto! L'aria
è fresca, quasi fredda. E' difficile credere che siamo in piena estate!
Ma dobbiamo considerarci fortunati, visto che un paio di giorni fa ha nevicato...
Recuperate le valigie, le lasciamo all'hotel Las Lengas, che avrebbe urgente
bisogno di una bella ristrutturazione. Prendiamo una scorciatoia in mezzo alla
boscaglia che in pochi minuti ci fa arrivare in centro, sull'Avenida San Martín.
I piccoli giardini intorno alle case – in genere alte non più di
due piani – sono pieni di fiori, soprattutto variopinti lupini. Su di
un terrazzo, un dalmata aspetta con ansia il ritorno dei suoi padroni, gli anteriori
appoggiati alla balaustra.
Siamo in giro da una quindicina di minuti quando, calato il vento, incomincia
a piovere. Dapprima cade una pioggerellina fitta e leggera, ma ben presto intensifica
e ci ritroviamo sotto un vero e proprio nubifragio. Per fortuna il nostro pullmino
ci aspetta in Avenida Maipù, all'altezza del Molo Turistico. E' piacevole
ritrovarsi al caldo ed all'asciutto!
Dopo qualche minuto cessa di piovere e torna a splendere il sole, almeno per
un po'... L'adagio secondo il quale, in Terra del Fuoco, si possono vivere,
nell'arco di una singola giornata, le quattro stagioni dell'anno, non sembra
affatto una boutade!
Ci fermiamo nei pressi dell'Aeroclub, da dove si gode una bella vista della
baia, del Canale di Beagle e dei monti che sovrastano Ushuaia, che ha strade
ripide come quelle di San Francisco. Tanto ripide da venire chiuse d'inverno,
a causa della neve e del ghiaccio.
Il pullmino ci porta sulle alture, passando davanti al Presidio, l'ex-carcere
di tristissima memoria, ora Museo Marittimo. Ushuaia è cresciuta molto
rapidamente e disordinatamente. Graziosi cottage sono stati costruiti accanto
a modestissime casette in legno, poco più che catapecchie. Ma lo scenario
dei monti innevati è così suggestivo da far dimenticare l'estrema
semplicità della cittadina, duramente colpita dalla chiusura di quasi
tutte le fabbriche di assemblaggio di componenti elettroniche, che avevano dato
un grande slancio all'economia locale e provocato l'improvviso sviluppo di Ushuaia.
Ora i suoi abitanti stanno puntando molto sul turismo, fenomeno relativamente
recente in Terra del Fuoco. Un suo importante atout, oltre alle notevolissime
bellezze naturali, è quello di trovarsi a soli mille chilometri dall'Antartide.
Per Gianluca, il cui più grande sogno è proprio quello di visitare
il sesto continente, è terribilmente frustrante essere così vicino
e non poterci andare!
Tornati sul lungomare andiamo a visitare il Museo della Fine del Mondo, dove
tutti (noi compresi, ça va sans dire, l'effetto pecora funziona sempre!)
si fanno religiosamente timbrare il passaporto. Nella prima sala fa bella mostra
di sé la polena della Duchess of Albany, naufragata da queste parti nel
1893. Molto interessante e simpatica la ricostruzione del Primer Argentino,
il primo emporio di Ushuaia. L'edificio che lo ospitava, in Avenida San Martín,
esiste tuttora. In un'altra sala sono esposti moltissimi esemplari impagliati
della fauna fueghina. Una sezione del museo è dedicata all'Antartide.
Il museo è ubicato al no. 177 di Avenida Maipù ed è aperto
dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20 in estate, soltanto
dalle 16 alle 20 il resto dell'anno.
Usciamo dal museo poco prima dell'una e andiamo a pranzo in un ristorante a
pochi passi di distanza, il Tía Elvira, al 349 di Avenida Maipù,
dove facciamo la conoscenza di una squisita specialità locale, i granchi
(centollas). Nel pomeriggio il tempo registra un netto peggioramento. Ad un
certo punto addirittura nevischia! Siamo così costretti a rimanere in
città. Entriamo nei negozi più per ripararci dalla pioggia che
per fare acquisti, visto che non c'è granché di interessante da
comprare... Esauriti i negozi dell'Avenida San Martín, ci sediamo in
un bar per “a nice cup of tea”: con questo tempaccio ci vuole proprio!
Prima di rientrare in albergo scarichiamo la posta elettronica in uno dei tanti
Locutorios (posti telefonici pubblici, spesso forniti anche di computer). Ceniamo
al Las Lengas. Dalle grandi vetrate della sala da pranzo si scorge la baia,
di un grigio metallico sotto il cielo plumbeo. A questa latitudine viene buio
molto tardi d'estate, alle 22 è ancora chiaro... A noi che veniamo dalle
brevi giornate invernali italiane, fa un effetto strano, come se la giornata
non dovesse più avere fine.
Dato che siamo in piedi dalle tre e un quarto del mattino, terminata la cena
siamo ben lieti di andare a fare la nanna: domani ci attende il Parco Nazionale
della Terra del Fuoco! Speriamo che Giove Pluvio sia più clemente...
Martedì 14 gennaio 2003:
Partiamo di buon'ora alla volta del Parco Nazionale della Terra del Fuoco, un'area
protetta di circa 63.000 ettari creata nel 1960, a dieci chilometri da Ushuaia.
Per arrivare al Cañadon del Toro, con una breve sosta alla cascata La
Macarena (che sarebbe più giusto chiamare cascatella), prendiamo il “Treno
della Fine del Mondo”, un trenino a scartamento ridotto che ripercorre
un tratto della famigerata linea ferroviaria che partiva dal Presidio. Fino
al 1947, quando il carcere venne chiuso, un certo numero di detenuti, scortati
da un folto gruppo di guardie armate, prendevano il treno (ben diverso da quello
turistico, ovviamente) fino al bosco dove facevano legna. Legna che serviva
a riscaldare non solo la prigione, ma anche le altre case di Ushuaia, all'epoca
popolata da poche centinaia di persone.
Andando dal Cañadon del Toro alla Baia Ensenada vediamo una volpe, che
sembra seduta lì apposta per dare il benvenuto ai visitatori del Parco!
Il panorama è incantevole. Da una parte i monti, con le candide distese
dei ghiacciai. Dall'altra il Canale di Beagle e le sue isole. Le acque del canale
qui sono molto tranquille, poiché la baia è protetta da due isole,
Redonda ed Estorbo. Più in là, già in territorio cileno,
si staglia l'isola Hoste. Ci inoltriamo nel bosco, al riparo dall'onnipresente
vento, per osservare la vegetazione più da vicino. Nel Parco, il bosco
subantartico o andino-patagonico è composto da sei specie arboree: la
lenga, che d'autunno assume uno splendido colore rosso, il coihue o guinda,
sempreverde, il ñire, a foglie caduche, il canelo, che cresce sulle coste
del Canale di Beagle, il notro, che arriva fino ai 100 metri di altitudine,
ed infine la leña dura, che prospera nel folto sottobosco.
C'è una gran pace: si sentono solo gli uccelli, il fruscio dei rami più
alti degli alberi, smossi dal vento e, poco più in basso, quello dell'acqua
che viene a lambire dolcemente le rocce. Molti alberi giacciono a terra, uccisi
dai funghi, altri sono tenuti in piedi dalle piante circostanti, creando un'atmosfera
un po' spettrale, non priva di fascino.
La purezza dell'aria è confermata dalla rigogliosa presenza del lichene
Usnea barbata, popolarmente detto “barba di vecchio”, che non riesce
a sopravvivere al pur minimo inquinamento atmosferico. Risaliti in pullman,
dopo qualche chilometro ci fermiamo alla Laguna Verde, dove vediamo dei conigli,
che non sono autoctoni ma, al pari dei castori, sono stati introdotti. Qui nidificano
i macá (svassi), in mezzo all'acqua per sfuggire ai predatori. Oggi il
livello dell'acqua è molto alto, a causa delle abbondanti piogge dei
giorni scorsi, e di nidi riusciamo ad intravederne solo uno, insieme al suo
occupante.
A proposito di castori, dopo aver percorso per circa 800 metri un sentiero fra
gli alberi, arriviamo ad una loro diga, work in progress ma già di dimensioni
notevoli. Nel 1946, il Ministero della Marina ebbe la pessima idea di importare
alcune coppie di castori dal Canada, con l'obiettivo di farli “crescere
e moltiplicare” (e non sono certo stati delusi!), per poi sfruttarne le
pelli. Il progetto si è rivelato un disastro su tutta la linea. Il clima
fueghino, per quanto rigido, è meno gelido di quello canadese e quindi
i castori hanno sviluppato una pelliccia di gran lunga meno folta e morbida
di quella degli antenati nord-americani. Hanno potuto moltiplicarsi indisturbati
perché, sempre a differenza col Canada, qui non ci sono orsi, loro naturali
predatori. Ma nessuno lo ha detto ai castori fueghini, che continuano perciò
a costruire le loro dighe, che stanno causando sempre crescenti danni all'ecosistema
del Parco, inondando alcune zone e lasciandone altre all'asciutto. La nostra
ultima meta è la Baia Lapataia, dove finisce la Ruta Nacional n. 3. Un
cartello ci informa che siamo a 3.063 km. da Buenos Aires e a 17.848 km. dall'Alaska.
Torniamo a Ushuaia nel primo pomeriggio. Abbiamo giusto il tempo per buttar
giù un boccone al Barcito Ideal in Avenida San Martín, prima di
imbarcarci sul catamarano che ci porterà fino alla Isla de los Lobos
(isola delle otarie o leoni marini). Ci sediamo a poppa, all'aperto, a goderci
non solo il panorama ma anche questo bel sole, che finalmente splende in un
cielo quasi del tutto sereno.
Lasciati il Molo Turistico ed Ushuaia dietro di noi, navighiamo nella baia,
nell'ormai famigliare cornice di monti e ghiacciai, prima di entrare nel canale
vero e proprio. Sul battello c'è un'atmosfera allegra, un po' da gita
scolastica, si ride e si chiacchiera. Come non essere di buon umore in momenti
come questo?
Dopo oltre un'ora di navigazione, si incominciano a vedere, sugli isolotti e
gli scogli di cui è disseminato il Canale di Beagle, folte colonie di
uccelli (cormorani e gabbiani) e di otarie, pigramente sdraiate al sole. Ci
muoviamo per il battello, alla ricerca della visuale migliore, scattando un
bel numero di foto. E' molto divertente stare sulla prua del catamarano, guardando
l'acqua scorrere veloce sotto di noi, in mezzo agli spruzzi sollevati dal vento...
Al Faro des Eclaireurs (non siamo riusciti a scoprire l'origine del nome) facciamo
dietro-front e torniamo al Molo Turistico di Ushuaia. Per Gianluca è
un vero supplizio di Tantalo guardare le navi da crociera in partenza per l'Antartide!
So close and yet so far...
Mercoledì 15 gennaio 2003:
La giornata, per gli standard fueghini, è addirittura radiosa! Ne siamo
ben lieti, avendo deciso di prendere la seggiovia che porta ai piedi del ghiacciaio
Martial. Da lassù, il panorama su Ushuaia ed il Canale di Beagle è
davvero mozzafiato! L'acqua è blu scuro, leggermente increspata dal vento
che, oggi, soffia meno forte. Sopra di noi, il cielo è di un azzurro
intenso, limpido, le rare nuvole sono alte e sfilacciate, bianchissime. Il ghiacciaio
è di un candore accecante, messo ancor più in risalto dal verde
scuro degli alberi, le lengas che crescono fino ai 600 metri sul livello del
mare. La temperatura è assai gradevole e rende meno faticosa la salita.
Peccato non poter stare qui tutto il giorno... Ma nel pomeriggio ci aspetta
il volo per El Calafate da dove, nei prossimi giorni, visiteremo il Parco Nazionale
dei Ghiacciai.
A El Calafate (la località prende il nome da una pianta tipica della
regione) alloggiamo al delizioso Hotel El Quijote (Gregores 1155, tel. 0902/91017-54),
mentre vi sconsigliamo vivamente il ristorante dove abbiamo cenato la prima
sera, il Don Diego de la Noche (è il nome di un fiore): si mangia maluccio
ed il servizio è mostruosamente lento!
Giovedì 16 gennaio 2003:
Alle 8 ci dirigiamo verso Puerto Bandera, il punto di partenza per le escursioni
in battello sul Lago Argentino. Un po' prima delle 9 ci imbarchiamo sul grande
catamarano ALM, che è già quasi tutto pieno: ci sono molti argentini,
oltre a turisti tedeschi, francesi, giapponesi ed italiani. Per tutta la giornata,
gli argentini berranno ettolitri di mate, l'infuso d'erbe che non è semplicemente
la loro bevanda nazionale, ma rappresenta un vero e proprio rituale sociale.
Qualche minuto dopo le 9, il catamarano si stacca dal molo e in men che non
si dica, passato lo stretto detto Boca del Diablo e inoltrandoci nel Brazo Norte,
ci ritroviamo in un paesaggio fiabesco, circondati da montagne, iceberg che
paiono immobili sulla superficie lattiginosa del lago, grandi foreste... E tutto
questo a 185 m. sul livello del mare!
L'UNESCO ha dichiarato il Parque Nacional Los Glaciares “Patrimonio Mondiale
dell'Umanità”, riconoscendo così la sua unicità.
Quante volte abbiamo visto questi luoghi in fotografia, nei documentari, per
quanto tempo abbiamo atteso questi istanti! Ci sentiamo quasi increduli, ora
che possiamo ammirare questo fantastico scenario con i nostri occhi... L'ALM
gira a sinistra e penetra nel Brazo Spegazzini e mentre si avvicina al ghiacciaio
Seco, saliamo sul ponte superiore. Il Seco è uno dei ghiacciai più
piccoli del Parco: sembra un rivolo di latte tra gli scuri pendii di due montagne.
Passiamo a pochi metri da un grosso iceberg azzurro pallido. Gianluca mi spiega
che il colore del ghiaccio è dettato da due fattori principali: dalla
sua compattezza e dalla luce. Ne vedremo di tutte le sfumature, dal bianco sporco
al blu elettrico, dall'azzurro al blu cobalto. Dopo il Seco, è la volta
dello Spegazzini, dal nome del botanico Carlos Spegazzini, che fu il primo a
studiare la flora locale. Si vedono a stento le cime delle montagne alle spalle
del ghiacciaio, velate da nuvole basse.
Lo Spegazzini è uno dei ghiacciai più alti del Parco e –
al pari del Perito Moreno – non dà segni di arretrare, anzi sembra
espandersi di anno in anno. Dopo aver sostato per parecchi minuti di fronte
allo Spegazzini, il catamarano torna indietro, percorre un tratto del Brazo
Upsala, per poi girare nuovamente a sinistra verso il Lago Onelli (dal nome
dell'assistente di Francisco Moreno), dove sbarcheremo ad osservare altri tre
ghiacciai: il ghiacciaio omonimo, il Bolado e l'Agassiz (lo scienziato svizzero
padre della glaciologia). Il posto è bellissimo, con il sentiero che,
attraverso il bosco, porta al lago disseminato di iceberg e circondato dai monti
e dai ghiacciai. Peccato che, data la folla, sembri di essere a Rimini d'estate!
Esploriamo con tutta calma i dintorni, per poi tornare sul battello nel primo
pomeriggio. Ritorniamo nel Brazo Upsala, fino a giungere davanti all'omonimo
ghiacciaio, il più esteso del Parco. Deve il suo nome all'Università
della città svedese che sponsorizzò i primi studi di glaciologia
agli inizi del '900. E' in realtà un insieme di ghiacciai, per una superficie
totale di circa 1.000 kmq. Nell'ultimo decennio ha subito un arretramento notevole.
Rimane tuttavia uno spettacolo impressionante! E' finalmente uscito il sole
ed il ghiaccio presenta un'affascinante gamma di colori, riflettendo l'azzurro
del cielo ed il turchese pallido del lago. Intorno a noi, le esclamazioni di
meraviglia si sprecano (comprese le nostre, naturalmente!). Anche le macchine
fotografiche e le videocamere lavorano a ritmi serrati.
Purtroppo è già arrivato il momento di fare ritorno a Puerto Bandera,
dove arriviamo intorno alle 20. Ceniamo a base di agnello allo spiedo nell'elegante
ristorante della Posada Los Alamos di El Calafate (noi, vestiti da “Gruppo
Vacanze Piemonte”, facciamo un po' macchia!), per poi tornare –
godendoci l'aria fresca e tranquilla della sera – al nostro albergo.
Venerdì 17 gennaio 2003:
Meno male che non siamo superstiziosi! Anzi, siamo certi che ci attende una
bellissima giornata, incentrata sulla visita al ghiacciaio Perito Moreno, forse
l'high point del nostro viaggio argentino. Partiamo bello presto e dopo circa
80 km. - per gran parte di strada sterrata ma in ottime condizioni – all'uscita
da una curva, eccolo! Ci fermiamo in una piazzuola panoramica, ad assaporare
da lontano questa meraviglia.
Quando arriviamo alle passerelle sono da poco passate le 9 e c'è ancora
poca gente in giro, per fortuna. Di tanto in tanto, pezzi del ghiacciaio si
staccano, cadendo con gran fragore in acqua o sul ghiaccio sottostante. Percorriamo
lentamente i 1.800 metri di passerelle, fermandoci ogni pochi passi ad osservare
il Perito Moreno da quante più angolazioni possibili. Anche qui ci prende
la stessa sensazione di incredulità e di stupore provata il giorno prima.
Si fa strada dentro di noi una profonda contentezza, come da bambini la mattina
di Natale.
Ancora una volta, il contrasto cromatico è stupefacente. L'immensa massa
di ghiaccio, fra la volta azzurra del cielo ed il verde-azzurro indefinibile
e cangiante del lago, li riflette entrambi. E poi le tinte della vegetazione
tutt'intorno, i lengas, le piante di calafate, le piccole orchidee rosse, il
giallo squillante delle bocche-di-leone, il viola delicato delle campanule,
il bianco delle margheritine...
Su una panchina qualcuno – chiaramente un italiano/a – ha scritto
“M'illumino d'immenso”: le parole di Ungaretti sintetizzano perfettamente
le nostre emozioni, quasi fossero state scritte qui ed ora.
Alle 12,30 saliamo su un piccolo battello, che ci porterà a qualche decina
di metri dal fronte del Perito Moreno. Siamo solo una decina a bordo. Il vento
pare essere il respiro del ghiacciaio, questa cosa viva ed in continua evoluzione.
E' segnato da lunghissime fenditure, che sembrano illuminate da un neon blu
al loro interno e che creano un ulteriore, drammatico effetto cromatico.
Quando il battello si rimette in movimento verso Puerto Moreno – da dove
siamo partiti – il vento agita la bandiera argentina, le cui strisce celesti
quasi si confondono con i colori del lago, del cielo e del ghiaccio.
Abbiamo appena lasciato il Perito Moreno dietro di noi, quando avvistiamo un
condor. Ha l'aria di essere perfettamente a suo agio, in questo universo di
acqua e ghiacci eterni, di foreste e di montagne, le grandi ali spalancate a
“catturare” le correnti. Subito dopo ne vediamo altri tre, alti
contro il sole, spiccano nerissimi contro il cielo sereno.
All'ingresso di El Calafate, fra i paddock dei cavalli, ecco un ibis che esce
dai cespugli, per sparire un attimo più tardi. Recuperati i bagagli in
albergo, andiamo in aeroporto, dove prenderemo il volo AR 2809 delle 16,51 per
Trelew. L'aereo non ha quasi il tempo di arrivare in quota, che già comincia
la discesa su Trelew (città di Lewis), dove atterriamo intorno alle 18,30.
Da lì, in pullman, andiamo a Puerto Madryn, stazione balneare frequentatissima
dagli argentini e porta d'ingresso della Península Valdés, la
grande riserva naturale che visiteremo nei prossimi giorni. Puerto Madryn è
stata così battezzata in onore di Sir Jones Parry, barone di Madryn,
che condusse le trattative col governo argentino in vista della creazione della
Colonia Gallese del Chubut e che venne qui nel 1863.
Sabato 18 gennaio 2003:
Lasciamo l'hotel-residence Villa Piren di Puerto Madryn alle otto, diretti a
Puerto Pirámides, l'unico centro abitato della Península Valdés.
La scelta del nome è stata, direi, “obbligata”: le scogliere,
ricchissime di fossili, hanno qui forme piramidali.
Lungo la RP 2 il paesaggio è monotono, quasi uniformemente piatto. Il
terreno è coperto da erbusti spinosi e da ciuffi d'erba ingiallita dal
sole e dal vento. Ai nostri occhi inesperti, la vegetazione appare tutta uguale,
mentre invece sono presenti oltre cento specie di piante diverse! La Península
Valdés è quasi del tutto disabitata. Solo di rado c'è una
fattoria. Vediamo però molti animali. Oltre alle onnipresenti pecore,
vivono qui guanachi, mara, armadilli, nonché svariate specie di uccelli,
fra le quali i ñandú e le graziose martineta. Sulle coste si trovano
grandi colonie di leoni ed elefanti marini e di cormorani.
A Puerto Pirámides, indossati i giubbotti salvagente (che siano un filino
un overkill?), saliamo su un piccolo battello, col quale visiteremo la riserva
naturale lungo la costa settentrionale del Golfo Nuevo. Da giugno a dicembre,
questo è il posto ideale per gli avvistamenti delle balene (balena franca
australe). Noi, quindi, siamo fuori tempo massimo, purtroppo. Dovremo “accontentarci”
delle otarie e dei cormorani. Forse, se siamo fortunati, incontreremo dei delfini
(nota a posteriori: non lo siamo stati).
Sulla barca mi stupisco di me stessa. Di norma soffro il mal di mare a livelli
pazzeschi (per darvi un indizio, mi sono sentita di schifo fra le Aran e Galway).
Invece ora mi sento splendidamente, in piedi sulla prua, il vento sul viso bagnato
dagli spruzzi salati.
Ben presto ci avviciniamo agli scogli dove stanno sdraiate le otarie. Una ha
appena partorito! Più in là ci sono i cormorani, alcuni dei quali
in fila indiana, come disciplinati scolari...
Rientrati a Puerto Pirámides, pranziamo al “Punta Ballena”:
squisite l'insalata di mare e la cazuela de mariscos (zuppa di crostacei e frutti
di mare). Nel primo pomeriggio proseguiamo per il Faro di Punta Delgada, dove
pernotteremo. Fra Puerto Pirámides e Punta Delgada si estendono due saline,
non più sfruttate dagli anni Sessanta: Salinas Grandes (35 kmq) e Salinas
Chicas (18 kmq), a 42 metri sotto il livello del mare.
Il Faro di Punta Delgada, un tempo, era una scuola per guardini di fari, ora
è un albergo-ristorante. Il posto è davvero molto suggestivo,
in mezzo al nulla, a strapiombo sull'Atlantico, con il vento estivo che soffia
impetuoso, alzando vortici di polvere. La maggiore attrattiva di Punta Delgada,
però, consiste nell'impressionante colonia di elefanti marini sulla spiaggia
sottostante il faro.
Per la prima volta in vita nostra, ci ritroviamo a camminare ad un paio di metri
da questi cetacei, che se ne stanno immobili, indeboliti dal lungo digiuno,
intenti alla muta della pelle. Si spostano solo con l'avanzare della marea.
Mancano all'appello i maschi adulti, che in estate rimangono in mare aperto.
Qui ci sono le femmine ed i maschi giovani. La spiaggia è disseminata
di brandelli di pelle, oltre che da grosse e bianchissime ostriche fossili.
Abbandonano pure le conchiglie fossili. Quando gli altri visitatori si allontanano,
Gianluca ed io rimaniamo in silenzio, a goderci tutto questo: gli elefanti marini,
stretti gli uni contro gli altri, i mille colori e riflessi dell'oceano, l'azzurro
ora pallido ora più intenso del cielo, l'incessante sibilo del vento,
lo stridio dei gabbiani. Quanto ci sembra lontana l'Europa, ancora più
lontana della semplice distanza geografica...
Domenica 19 gennaio 2003:
Stamane l'intensità del vento ha assunto proporzioni da tromba d'aria!
Appena usciti all'aperto, gli occhi, il naso, le orecchie ci si riempiono di
sabbia, la sentiamo scricchiolare sotto i denti. Persino i gabbiani sono in
difficoltà! La nostra prima meta, oggi, è Caleta Valdés,
ad una quarantina di chilometri a nord, lungo la RP 47. Siamo i primi visitatori
ad arrivare e se non fosse per la violenza del vento (sposta Gianluca, che non
è precisamente un fuscello!) si starebbe così bene... Caleta Valdés
è un'insenatura protetta da una striscia di terra ghiaiosa lunga 32 km.
circa ed ospita un'importante colonia di leoni ed elefanti marini. D'estate
vi arrivano anche delfini ed orche e d'inverno le balene. Abbiamo visto alcuni
pinguini, sulla spiaggia, e delle martineta lungo il sentiero.
Dove troviamo una colonia significativamente più nutrita di leoni ed
elefanti marini è a Punta Norte che, come suggerisce il nome, rappresenta
l'estremità settentrionale della Península Valdés. La spiaggia
è affollatissima, soprattutto di leoni marini, poiché questa è
la loro stagione delle nascite. Due gabbiani, infatti, stanno “banchettando”
su una placenta. I nerissimi “leoncini” ispirano – come tutti
i cuccioli – una tenerezza infinita.
A Punta Norte c'è inoltre un piccolissimo ma interessante museo (l'ingresso
è libero), incentrato sui mammiferi marini (non l'avreste mai detto,
eh?). Ritorniamo al Faro di Punta Delgada per il pranzo per poi far ritorno
a Puerto Madryn, dove alloggeremo nuovamente all'hotel-residence Villa Piren.
Non vediamo l'ora di farci la doccia, per toglierci di dosso alcuni chili di
sabbia! Ma prima di rientrare in città, visitiamo il museo del Centro
de Interpretación, dove le cose più interessanti, fra i reperti
esposti, sono uno scheletro di balena franca australe ed una foto satellitare
della Península Valdés. Dopo la sosta in albergo, tornati ad avere
un aspetto relativamente civile, facciamo un giro per Puerto Madryn fino all'ora
di cena. Fra i tanti ristoranti del centro, optiamo per Antigua Patagonia, scelta
che si rivela molto felice. Si trova in Mitre y Roque Saenz Peña, tel.
45-8738. Completamente rintronati a causa del vento fortissimo (le raffiche
hanno raggiunto i 130 km/h!), andiamo a dormire presto, per essere freschi e
riposati per la visita alla colonia di pinguini di Magellano, a Punta Tombo,
domattina...
Lunedì 20 gennaio 2003:
Alle 8,30 puntiamo verso sud, destinazione la Reserva Natural de Punta Tombo,
creata nel 1979 col contributo delle Società Zoologiche di New York e
Francoforte e dell'Associazione Geografica della Patagonia. Ospita un'immensa
colonia di pinguini magellanici che, da settembre a marzo, approdano qui per
riprodursi. Secondo alcune stime, nidificano qui più di 500.000 pinguini!
E' un luogo bellissimo. Il vento è finalmente calato. Il cielo è
terso, per la prima volta da quando siamo in Patagonia, l'oceano “sfoggia”
le sue più profonde tonalità di verde e di blu. Sotto i cespugli,
anche a notevole distanza dalla spiaggia, si celano i nidi dei pinguini, che
tendono a tornare sempre a quello lasciato l'anno precedente. La selezione naturale
è spietata: solo la metà dei pulcini riesce a sopravvivere. I
pinguini di pochi mesi sono inconfondibili. Non hanno ancora il piumaggio permanente,
bianco e nero, ma sono ricoperti da una lanugine grigia.
C'è un via-vai incredibile fra la spiaggia e i nidi. Stiamo ben attenti
a non tagliare la strada ai pinguini, cosa che li scombussola non poco, e facciamo
grande attenzione a dove mettiamo i piedi. Ci viene spontaneo chiederci se siamo
noi ad osservare i pinguini, o sono loro che osservano noi! Dopo aver mangiato
un boccone alla tavola calda ad un chilometro dalla Riserva, proseguiamo per
Gaiman (“punta di pietra” in araucano), un angolino di Galles nel
Chubut. Ci fermiamo davanti alla prima scuola e poi alla prima casa costruite
dai coloni gallesi alla fine dell'Ottocento. Fa una certa impressione vedere
scritte in gaelico in Patagonia!
La maggior attrazione di Gaiman, soprattutto per i golosi, sono le sue case
da tè. Quando arriviamo nei pressi della più grande, la Ty Caerdydd,
subito fuori dal centro abitato, ci sentiamo paracadutati in un altro mondo,
rispetto a quello patagonico! La casa da tè è circondata da un
bellissimo e rigoglioso giardino all'inglese (i gallesi non me ne vogliano!),
pieno di rose che stanno cominciando a sfiorire. Accanto alla porta d'ingresso,
una targa ricorda, con malcelato orgoglio, la visita della Principessa del Galles,
Lady Diana Spencer. Il tè è – naturalmente – squisito,
così come le torte ed i tramezzini che ci vengono serviti in abbondanza.
E' un high tea sontuoso, un vero banchetto. Finiamo degnamente la giornata con
la visita, a Trelew, del Museo Paleontologico Egidio Feruglio (paleontologo
e geologo udinese), inaugurato nel 1999. E' una meraviglia, sia dal punto di
vista dei reperti, che da quello dell'allestimento museale. E' in Av. Fontana,
di fronte all'Università, ed è aperto dal lunedì al venerdì
dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 13,30 alle 20, il sabato dalle 9 alle 12 e dalle
14 alle 21, la domenica ed i festivi dalle 14 alle 21. Tel. 42-0012; il sito
del museo, www.mef.org.ar, è in costruzione.
All'aeroporto apprendiamo, fra il giubilo generale, che il volo AR 2817, delle
20.15, per Buenos Aires Aeroparque, dal 16 gennaio non è più diretto,
ma fa scalo a Comodoro Rivadavia, a sud di Trelew!!! Forse è per farci
stare un po' più a lungo in Patagonia... Grazie al cielo sereno e al
fatto che voliamo abbastanza bassi, possiamo ammirare il paesaggio sottostante,
nella morbida luce del tramonto.
Approdiamo all'Hotel Elevage di Buenos Aires a mezzanotte e mezza. Fra soltanto
nove ore saremo nuovamente all'Aeroparque, per volare ad Iguazú. Be',
è già un miglioramento rispetto alle 5,25 del volo per Ushuaia...
Martedì 21 gennaio 2003:
Secondo il programma originale, avremmo dovuto restare due notti ad Iguazú.
Ma – avendo Aerolineas Argentinas pensato bene di cancellare il volo Buenos
Aires-Roma del 23 gennaio – siamo costretti a ripartire la sera del 22.
Risultato: addio alla visita alle rovine delle missioni spagnole e al giro in
gommone (sigh!).
Nel giro di poco più di dodici ore, siamo passati dall'aridità
della steppa patagonica del Chubut, all'opulenza della foresta pluviale nella
quale sono incastonate le Cascate di Iguazú. Siamo nella provincia di
Misiones, nel nord-est argentino, al confine con Brasile e Paraguay. Subito
prima dell'atterraggio nel piccolo aeroporto di Puerto Iguazú, si diradano
le nubi ed ecco apparire il fiume e le cascate, parzialmente velate dallo spray.
La nostra emozione è – naturalmente – fortissima. Una volta
atterrati ritiriamo in breve tempo le valigie, che poi lasciamo nella nostra
camera all'Hotel Cataratas. Oggi pomeriggio andiamo a vedere le cascate dal
lato brasiliano, un must per averne una visione d'insieme.
Col tempo (meteorologico) ci è andata di lusso. Ieri c'è stato
un mega-temporale, che ha fatto abbassare un po' sia la temperatura che il tasso
di umidità. La giornata è serena, il sole mette ancor più
in risalto gli smaglianti colori della vegetazione sub-tropicale.
Passata la frontiera, ci fermiamo a fare i biglietti d'ingresso al Parque Nacional
do Iguaçu. Il pullmino ci lascia poi in prossimità dell'Hotel
das Cataratas, dove comincia il sentiero panoramico. Ad accoglierci è
una piccola folla di coatimundi, adorabili “parenti” dei procioni.
Nonostante il divieto di dar da mangiare agli animali, molti turisti li hanno
fatti diventare “caramelle-dipendenti” e quindi arrivano en masse
all'arrivo di ogni nuovo gruppo. Ci ricordano gli scoiattoli obesotti del Bryce
Canyon! Scattate le prime foto, cominciamo a scendere verso le cascate. Qui,
al contrario del lato argentino, si rimane quasi sempre ad una notevole distanza
dalle cascate, ma il colpo d'occhio è a dir poco spettacolare! Un paio
di dati: la loro larghezza complessiva è di circa 3.000 metri e sono
composte da 275 salti.
Camminiamo in mezzo al verde, nelle orecchie il rombo incessante dell'acqua.
Tutto intorno a noi è un tripudio di piante e fiori. Crescono palme,
lapachos, palos rosas, guapoy, canne di bambù grosse come piccoli tronchi
d'albero, orchidee... Alla fine della discesa, una passerella consente di avvicinarsi
al Salto Santa María, fino a trovarsi immersi negli spruzzi d'acqua...
e negli arcobaleni. Con questo caldo è una sensazione deliziosa! In pochissimi
minuti siamo da strizzare, ma non ci vorrà molto per tornare asciutti.
Infatti, tempo un'oretta siamo appena appena umidi. Prima di tornare in Argentina,
Gianluca ed io – insieme ad un'altra coppia – facciamo un giro,
purtroppo assai breve, in elicottero, con la Helisul (occhio: non accettano
le carte di credito, ma gli euro – oltre naturalmente ai dollari –
sì; la tariffa è di 60 $ a testa, per sette minuti di volo). “Sospesi”
nell'azzurro, vediamo scorrere sotto di noi l'immensa distesa verde scuro della
foresta. Mentre seguiamo il corso del fiume, le cascate sono ancora una mera
nube di spray all'orizzonte. Le sorvoliamo un paio di minuti più tardi
e rimaniamo ancora una volta impressionati dalle loro dimensioni, dagli strapiombi
vertiginosi, dalla potenza della massa d'acqua che precipita in un fragore assordante...
Dopo tre giri al di sopra delle cascate, rientriamo alla base e poi in Argentina.
Stavolta la doccia la facciamo più banalmente in albergo! La visita al
lato brasiliano delle cascate ci ha messo appetito e facciamo allegramente onore
all'ottimo buffet del ristorante del Cataratas.
Mercoledì 22 gennaio 2003:
Arriviamo all'ingresso del Parque Nacional Iguazú intorno alle 8,30 e
prendiamo immediatamente il trenino fino al capolinea, dove inizia la passerella
che conduce al salto più famoso e suggestivo, la Garganta del Diablo
(gola del diavolo). Se possibile, c'è ancora più gente del giorno
prima sul lato brasiliano. Procediamo in fila indiana, attraversando un tratto
del fiume Iguazú molto tranquillo, solo il fragore sempre più
forte dell'acqua fa intuire la presenza di una cascata. E che cascata! Una formidabile
massa liquida che precipita per 80 metri, su tre lati, perennemente avvolta
da una coltre di spruzzi e vapore. Sul balcone panoramico ci facciamo un'altra
bella doccia, ormai è diventata un'abitudine!
Decisamente più umidi che all'andata, torniamo indietro per riprendere
il trenino fino alla stazione intermedia, la Estación Cataratas. Percorse
alcune decine di metri, raggiungiamo il Circuito Superiore. Ai lati del sentiero,
contro il verde brillante della fittissima vegetazione, spicca il bianco latteo
di delicate orchidee dai pelati lunghi e stretti.
Ci dirigiamo, come prima meta, al salto più lontano, quello di San Martín,
davanti all'isola omonima, per poi fermarci davanti al Salto Mbigua, al Bernabé
Mendez e infine al Salto Bossetti. Ogni prospettiva sembra più affascinante
di quella precedente, in un'esaltante escalation di bellezza. Ciò che
forse colpisce di più è l'armonia dei vari componenti, che vanno
a formare un insieme meraviglioso, perfetto.
Superata la Torre Mirador (torre belvedere), scendiamo le scalette che conducono
al Circuito Inferiore, sentieri e passerelle nel folto della foresta che offrono
altri splendidi colpi d'occhio sulle cascate. Su uno dei rami più alti
di un albero si staglia, inconfondibile, il profilo di un tucano e poi di un
altro e di un altro ancora... Poco più in là, alcuni macachi saltano
senza sosta tra gli alberi. Le farfalle, qui nel Parco Nazionale, sono numerosissime,
ci svolazzano intorno, ci rallegrano coi loro colori vivaci e ci incantano con
la grazia del loro volo.
Rivediamo il Salto Bassetti da una diversa angolazione, poi il Dos Hermanas,
fino ad arrivare giù in basso, al Salto Alvar Nuñes. Facciamo
un nuovo rifornimento di acqua minerale allo snack bar “Dos Hermanas”
(a sud dell'omonimo salto): abbiamo proprio bisogno di reidratarci un po'! Da
lì andiamo all'Hotel Sheraton, dove sono state lasciate in deposito le
nostre valigie. Dopo una rinfrescata veloce, abbiamo ancora un'ora e mezza a
disposizione, prima di partire per l'aeroporto. Decidiamo quindi di approfittare
del buffet dello Sheraton, che ha un'aria assai invitante, per non parlare della
vista sulle cascate attraverso le grandi vetrate del ristorante. E' tutto squisito.
Al momento di pagare il conto, prevediamo la classica “stangata”!
Invece siamo piacevolmente sorpresi: sono solo dieci dollari a testa, bevande
– e vista sulle cascate – comprese. Ora comincia la parte meno divertente
del viaggio: ci vorranno più di 24 ore per giungere a casa!
Alle 15 ci imbarchiamo sul volo AR 1735 per l'Aeroparque di Buenos Aires. Una
volta atterrati e recuperati i bagagli, ci trasferiamo all'Aeroporto Internazionale
“Ezeiza”, dove “bivacchiamo”, leggendo e mangiucchiando,
fino alle 22,30. Quando ci imbarchiamo sull'Airbus A 340 delle Aerolineas, che
decolla puntualmente un'ora dopo. Destinazione: Roma Fiumicino.
Giovedì 23 gennaio 2003:
Atterriamo, sotto una pioggia battente, alle 16,30. Arrivati al gate del volo
Air One per Milano Linate delle 18, apprendiamo che, a causa della fitta nebbia
in Val Padana, partiremo con un'ora di ritardo. Visto che siamo in giro da così
poco...
Alle 19 finalmente iniziamo l'ultima tratta del nostro lungo viaggio di ritorno.
Arrivati a Linate, la nebbia, per fortuna, si è parecchio diradata. Recuperati
i bagagli per l'ennesima volta, noleggiamo un'auto e alle 22,30 siamo a casa,
nell'astigiano.
Carla Polastro