Brasile

San Silvestro 1999


di Marco Z.
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Visto che a qualcuno la RECE della partita è piaciuta, e ha proposto di continuare, ecco un lunghissimo flash dalla notte di Capodanno... il titolo delle due RECE omaggia in un certo senso i due album dei Queen "A day at the races" e "A night at the Opera". Si accettano prenotazioni e richieste su quali altri capitoli dovrei affrontare oltre al "churrasco", che sarà la prossima...
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Com'è calda la spiaggia di Leme, proprio a due passi da Copacabana, ma senza il caos che affligge la zona forse più turistica e conosciuta di questa Rio de Janeiro che mi ospita già da qualche giorno nel suo ventre bollente.
E' l'ultimo dell'anno, ma è un San Silvestro particolare: domani sarà il primo giorno del 2000, e questa sarà la notte che da anni tiene svegli tecnici informatici di tutto il mondo per la paura del Millennium Bug. "Ma chi vuoi che se ne fregherebbe - dico tra me e me sorseggiando dell'agua de coco bem gelada - se rimanessi in Brasile per chissà quanto tempo, con gli aerei bloccati a terra, i computer che non funzionano più, le linee telefoniche che mi rendono irreperibile al mondo. Eh sì, non sarebbe una brutta cosa, se questa balla del Millennium Bug funzionasse sul serio!" concludo tuffandomi nelle fredde acque dell'Atlantico, rese vermiglie da una strana ondata di alghe rosse di cui nessuno qui riesce a spiegarmi l'origine. Le ore passano lente, il sole picchia come un disgraziato e io sto per avere allucinazioni dovute al colpo di calore quando mi decido a rientrare nell'appartamento di Dan per una doccia veloce. Questo non è un Capodanno come tutti gli altri: non solo per me, ma per Rio de Janeiro sarà una notte memorabile quella del Revellion do Milénio (Veglione del Millennio), colossale scemenza del marketing che ormai riesce ad anticipare anche il ciclo dei secoli per vendere di più: sulle spiagge di Copacabana e Leme tutto è pronto da giorni, decine di quintali di fuochi d'artificio aspettano solo di esplodere nel cielo notturno della città carioca.
Esco per una capatina veloce al supermercato: nei patti di convivenza tra le dodici persone che occupano l'appartamento di Dan c'è scritto che per stantotte ognuno provvede da sé alle bevande alcoliche. Io arraffo una economica bottiglia di batida, al gusto di cocco e ananas, e me ne torno in casa, visto che ormai sono quasi le 19 e tra poco si cenerà. Niente di pesante in ogni caso: le donne hanno preparato giusto degli stuzzichini, una specie di buffet freddo per stare leggeri e rilassati, anche perché non avremmo spazio per sederci attorno a un tavolo.
Scattiamo qualche foto buffa, siamo tutti vestiti di bianco perché è tradizione che sia il colore da indossare per augurarsi buona fortuna nell'anno che inizia, e la carnagione abbronzata risalta sulla camicia immacolata. Affacciati alle grandi finestre osserviamo rapiti il tramonto del sole, la gente che rientra in casa, e in silenzio ognuno segue il corso dei propri pensieri: e i miei corrono inevitabilmente verso un luogo lontano qualche centinaio di chilometri da Rio de Janeiro, nel nord dello stato di Espirito Santo, dove Josie è andata con una sua amica per alcuni giorni.
Le ore volano, sono già le 23 quando ci uniamo al grande fiume di folla che trabocca dalle strade a Nord e che sfocia infine sull'arena ancora calda di Copacabana, dove Iemanjá, la grande dea del mare della macumba (i carioca chiamano così il candomblé bahiano) riversa le onde fredde dell'Oceano Atlantico. Vedo tantissime persone con in mano un piccolo lumino e un candido fiore di giglio, proprio come ognuno di noi: in pochi minuti, tutta la spiaggia si riempie di piccole buche dove vengono accesi i lumini, un altro rito che propizierà la fortuna per tutti coloro che ne hanno portato uno. Le piccole fiamme resistono alle raffiche di vento freddo che investono la sabbia grazie al fatto di essere interrate, e danno uno spettacolo surreale ai nostri volti mentre stiamo accosciati a guardarle esprimendo il nostro desiderio. I secondi inesorabili arrivano e lasciano il posto al successivo, in una frenetica attesa che tutti condividono, le band di musica sugli enormi palchi in mezzo alla spiaggia, i cariocas che continuano ad affluire e sembrano voler tappare ogni metro libero con la loro presenza, i turisti che si guardano attorno spauriti: perfino l'enorme orologio che segna l'arrivo dell'anno nuovo da tanti e tanti mesi proprio al centro di Copacabana sembra aver fretta di cominciare un nuovo conto, che non sia più alla rovescia e destinato a uno zero finale ma aperto al futuro pieno di speranza, che questo Paese enorme attende da un secolo e mezzo, ricchissimo e poverissimo insieme, Eldorado mancato di tante generazioni di emigrati da tutto il mondo. Poi ecco, il momento arriva, partono i primi fuochi, l'allegria si scatena, si beve, si brinda all'anno nuovo, alla salute, alla gioia di vivere, e tutto sembra così irreale da scendermi nelle vene come una droga irresistibile, a cui mi abbandono. Venti minuti di giochi pirotecnici lungo quattro chilometri, con cinque o sei postazioni almeno che vomitano fuoco in continuazione, in un tripudio di colori, di emozioni, di sensuale rilassamento, con i brividi che massacrano la schiena insieme all'umidità che si trasforma presto in una pioggerellina lieve che ci inzuppa fino alle ossa.
Dan riesce a chiedermi nel fragore dei botti se sono felice e io, con la bottiglia di batida già mezza vuota, me lo guardo dimenticandomi completamente di aver già vissuto una vita fino a quel momento, giurandogli che mai mi sono sentito così bene e che gli devo veramente il merito di avermi fatto essere lì per un evento irrepetibile. L'unica jattura oltre la pioggia è che siamo in una posizione infelice, proprio sotto il luogo in cui i fuochi vengono sparati: molto meglio se la godono gli abitanti delle favelas, da sopra i morros, che però hanno lasciato spazio ai danarosi turisti capaci di pagare fino a 1000 reais per una notte con vista su Copacabana dalla camera di una casa della favela. Ma loro non potranno offrire il fiore di giglio a Iemanjá, come faccio io voltando le spalle all'Oceano e lanciando insieme a migliaia di altri il lungo stelo, sperando che la grande dea del mare lo porti lontano con sé, accogliendo la mia offerta e dimostrando così di voler esaudire il desiderio che segretamente esprimo dentro di me. L'acqua mi bagna le scarpe nere, i pantaloni di tela bianca si riempiono di sabbia sporca, e quando esco dal punto in cui si infrangono le onde faccio prima a togliermi calze e calzature e camminare a piedi nudi.
Quando i fuochi finiscono, milioni di persone si incamminano verso casa per evitare di buscarsi un malanno sotto l'acqua, che non smette di scendere e rovina anche lo spettacolo della cascata di fuoco che l'Hotel Meridien offre attraverso il proprio lato affacciato sulla spiaggia. Io perdo di vista Dan e gli altri, ma l'appuntamento è a casa sua, e non mi preoccupo più di tanto. Ritorno verso l'appartamento e mi piazzo lì ad aspettare un cenno del destino che mi indichi cosa fare questa notte: una visione celestiale mi coglie, mentre ho la bocca ancora impastata dal liquoroso e dolciastro sapore della batida e non riesco a parlare. Un'affascinante mulatta sui diciott'anni, vestita di un bianco che la rende simile agli angeli del paradiso, accompagna dentro l'edificio un'anziana signora bianca; io resto inebetito a guardarla, chiedendomi se avrò mai il coraggio di presentarmi, conciato in quel modo dall'acqua, scalzo, senza una sufficiente padronanza del portoghese e senza voler rivendicare la mia italianità che qui mi rende un'attrazione turistica al pari del Corcovado per i brasiliani che guardano la novela di Rede Globo sull'emigrazione italiana verso São Paulo (sì, proprio "Terra Nostra", che qui sta avendo un successo incredibile per gli stessi che l'hanno girata). Dopo pochi minuti la dea riesce, e si dirige verso la spiaggia passeggiando come la "garota de Ipanema", con un "balançado" che mi rende perfettamente dimentico di Josie.
Quando tornano Dan e gli altri, una ventina di minuti dopo, sono ancora intontito e provo a descrivere loro la mia visione: le donne fanno finta di non sentire, io continuo a ripetere di aver visto Dio sotto forma di donna, anzi di una diciottenne carioca che avrebbe massacrato miss Italia in un confronto a due, davanti a qualunque giuria. Si sale su, molti sono stanchi, qualcuno pensa di andare a dormire (e infatti sono le due del mattino) e srotola per terra il proprio materasso dopo essersi dato una veloce lavata. Io, affacciato alla finestra, ascolto i ritmi del samba che salgono dalla via sotto di noi: quando vedo un gruppo di gente che balla libero muovendosi al suono della banda che li precede, guardo Adriana e le chiedo se secondo lei posso scendere e aggregarmi. Non faccio in tempo a rispondere al suo "Ma davvero ci vuoi andare???", perché mi sono già cambiato con un paio di pantaloncini, la camizeta della Seleção e un paio di ciabatte infradito, le Havaianas, imboccando di corsa la porta dell'ascensore e facendo in tempo a godermi gli ultimi cinque minuti di danza nella strada. Difatti, arrivato all'ultimo tratto di Avenida Atlantica, il gruppo si scioglie e la banda ripone gli strumenti, lasciandomi incerto sul da farsi: ascolto la musica che proviene dai grandi palchi sulla spiaggia, e mi dirigo al primo di essi. Noto una bella ragazza che balla, ha un po' di spazio attorno e mi avvicino, ma gli sguardi infastiditi di due o tre corteggiatori mi consigliano di andare a cercare altrove. Dal marciapiede scendo sulla spiaggia, individuo un gran mucchio di ciabatte e scarpe e ci lascio le mie, ballando come so fare, e cioè come un tronco di legno sballottato dall'acqua. A pochi metri da me, tre ragazze cariocas ballano insieme ad altrettanti ragazzi, il più grande dei quali avrà sì e no diciannove anni. Immagino che siano un gruppo di amici o di coppie, visti gli approcci di uno di loro alla più carina delle tre, e continuo a ballare per conto mio, senza smettere di osservare la scena, e avvicinandomi a piccoli passi. Due delle ragazze infatti guardano più volte verso di me, e io faccio finta di non esserne perfettamente consapevole. Alla fine entro anche io nel cerchio, lasciando che quella immensa vergogna che mi assale quando ballo venga lavata via dall'insistente pioggerellina che non accenna a smettere. Il terzetto di maschi rapidamente si sfalda e molla la presa, dirigendosi altrove e lasciandomi sinceramente stupito: chiedo se non fossero amici loro, o fidanzati, e loro mi rispondono che in realtà non vedevano l'ora di levarseli di torno, proprio come sta succedendo ora con un ridicolo vecchietto che ha preso di mira la più piccola e che le balla fin troppo ammiccante e vicino per non dare fastidio anche a me.
In qualche modo riesco a fargli capire di girare al largo, perché ubriaco com'è sta diventando anche molesto nell'approccio verbale e ci manca poco che allunghi le mani sull'abbondante seno della ragazza. Dopo mezz'ora di balli ci allontaniamo verso l'acqua, dove la musica è meno assordante e riusciamo a presentarci.
"Marco, dove vivi?", mi chiede la più alta e meno carina: quando rispondo che "moro na Italia" in perfetto portoghese, mi prendono per un millantatore. Ripeto loro che sono italiano, che ho imparato il poco di portoghese che so in questo momento nelle ultime due settimane, racconto di Dan, di quello che faccio, e alla fine sembrano convinte. Ma l'obiezione più forte che sollevano non è per la camizeta verdeoro, e mi lascia a bocca aperta: "Nos achamos você brasileiro, por seu jeito de dançar". Beh, che in questa notte potesse accadermi di tutto, lo sospettavo, ma non al punto di sentirmi prendere per brasiliano a causa del mio modo di ballare. Le ringrazio tutte e tre come se mi avessero appena insignito della massima onoreficenza possibile, e propongo un bagno notturno. Una di loro non può per motivi tipicamente femminili, un'altra vorrebbe ma non ha il costume (è quella con il seno generoso e si dimostra parecchio affettuosa, ma quando scopro che ha quindici anni la tratto come una sorella minore), e la più carina (che è l'unica di cui ricordi il nome, Marcela) non ne ha assolutamente voglia.
Entro in acqua da solo, lasciando i miei panni alla loro custodia, e mi allontano con poche bracciate dalla riva: non sono comunque l'unico ad averne voglia, visto che numerose testoline si vedono spuntare tra le onde. Esco dopo pochi minuti, per tornare da loro e ricominciare a ballare: sono le quattro del mattino, la pioggerellina è diventata una tortura per le ossa e l'unica possibilità per scaldarsi è quella di muoversi freneticamente. Ma dopo un paio d'ore anche i musicisti crollano, staccano le spine e ci lasciano lì mezzi morti di sonno e stanchezza. Fa troppo freddo per rimanere sulla spiaggia fino allo spuntar del sole, cui manca ancora un'ora abbondante: decidiamo di darci appuntamento alle nove di fronte all'Orologio del Millennio per fare colazione insieme, e ognuno di noi torna verso la propria destinazione per qualche ora di sonno. Alle sette del mattino, mentre spunta il sole, busso piano all'appartamento di Dan. Mi apre Adriana, mi guarda sconsolata e divertita e mi chiede com'è andata. "Non è ancora finita, tra un'ora riesco, mi devo lavare e stendere un momento", le rispondo mentre mi infilo sotto la doccia...

(chissà se continua...)

Marco Z.
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