di Marco Z.
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Visto che a qualcuno la RECE della partita è piaciuta, e ha proposto
di continuare, ecco un lunghissimo flash dalla notte di Capodanno... il titolo
delle due RECE omaggia in un certo senso i due album dei Queen "A day at
the races" e "A night at the Opera". Si accettano prenotazioni
e richieste su quali altri capitoli dovrei affrontare oltre al "churrasco",
che sarà la prossima...
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Com'è calda la spiaggia di Leme, proprio a due passi da Copacabana,
ma senza il caos che affligge la zona forse più turistica e conosciuta
di questa Rio de Janeiro che mi ospita già da qualche giorno nel suo
ventre bollente.
E' l'ultimo dell'anno, ma è un San Silvestro particolare: domani sarà
il primo giorno del 2000, e questa sarà la notte che da anni tiene svegli
tecnici informatici di tutto il mondo per la paura del Millennium Bug. "Ma
chi vuoi che se ne fregherebbe - dico tra me e me sorseggiando dell'agua de
coco bem gelada - se rimanessi in Brasile per chissà quanto tempo, con
gli aerei bloccati a terra, i computer che non funzionano più, le linee
telefoniche che mi rendono irreperibile al mondo. Eh sì, non sarebbe
una brutta cosa, se questa balla del Millennium Bug funzionasse sul serio!"
concludo tuffandomi nelle fredde acque dell'Atlantico, rese vermiglie da una
strana ondata di alghe rosse di cui nessuno qui riesce a spiegarmi l'origine.
Le ore passano lente, il sole picchia come un disgraziato e io sto per avere
allucinazioni dovute al colpo di calore quando mi decido a rientrare nell'appartamento
di Dan per una doccia veloce. Questo non è un Capodanno come tutti gli
altri: non solo per me, ma per Rio de Janeiro sarà una notte memorabile
quella del Revellion do Milénio (Veglione del Millennio), colossale scemenza
del marketing che ormai riesce ad anticipare anche il ciclo dei secoli per vendere
di più: sulle spiagge di Copacabana e Leme tutto è pronto da giorni,
decine di quintali di fuochi d'artificio aspettano solo di esplodere nel cielo
notturno della città carioca.
Esco per una capatina veloce al supermercato: nei patti di convivenza tra le
dodici persone che occupano l'appartamento di Dan c'è scritto che per
stantotte ognuno provvede da sé alle bevande alcoliche. Io arraffo una
economica bottiglia di batida, al gusto di cocco e ananas, e me ne torno in
casa, visto che ormai sono quasi le 19 e tra poco si cenerà. Niente di
pesante in ogni caso: le donne hanno preparato giusto degli stuzzichini, una
specie di buffet freddo per stare leggeri e rilassati, anche perché non
avremmo spazio per sederci attorno a un tavolo.
Scattiamo qualche foto buffa, siamo tutti vestiti di bianco perché è
tradizione che sia il colore da indossare per augurarsi buona fortuna nell'anno
che inizia, e la carnagione abbronzata risalta sulla camicia immacolata. Affacciati
alle grandi finestre osserviamo rapiti il tramonto del sole, la gente che rientra
in casa, e in silenzio ognuno segue il corso dei propri pensieri: e i miei corrono
inevitabilmente verso un luogo lontano qualche centinaio di chilometri da Rio
de Janeiro, nel nord dello stato di Espirito Santo, dove Josie è andata
con una sua amica per alcuni giorni.
Le ore volano, sono già le 23 quando ci uniamo al grande fiume di folla
che trabocca dalle strade a Nord e che sfocia infine sull'arena ancora calda
di Copacabana, dove Iemanjá, la grande dea del mare della macumba (i
carioca chiamano così il candomblé bahiano) riversa le onde fredde
dell'Oceano Atlantico. Vedo tantissime persone con in mano un piccolo lumino
e un candido fiore di giglio, proprio come ognuno di noi: in pochi minuti, tutta
la spiaggia si riempie di piccole buche dove vengono accesi i lumini, un altro
rito che propizierà la fortuna per tutti coloro che ne hanno portato
uno. Le piccole fiamme resistono alle raffiche di vento freddo che investono
la sabbia grazie al fatto di essere interrate, e danno uno spettacolo surreale
ai nostri volti mentre stiamo accosciati a guardarle esprimendo il nostro desiderio.
I secondi inesorabili arrivano e lasciano il posto al successivo, in una frenetica
attesa che tutti condividono, le band di musica sugli enormi palchi in mezzo
alla spiaggia, i cariocas che continuano ad affluire e sembrano voler tappare
ogni metro libero con la loro presenza, i turisti che si guardano attorno spauriti:
perfino l'enorme orologio che segna l'arrivo dell'anno nuovo da tanti e tanti
mesi proprio al centro di Copacabana sembra aver fretta di cominciare un nuovo
conto, che non sia più alla rovescia e destinato a uno zero finale ma
aperto al futuro pieno di speranza, che questo Paese enorme attende da un secolo
e mezzo, ricchissimo e poverissimo insieme, Eldorado mancato di tante generazioni
di emigrati da tutto il mondo. Poi ecco, il momento arriva, partono i primi
fuochi, l'allegria si scatena, si beve, si brinda all'anno nuovo, alla salute,
alla gioia di vivere, e tutto sembra così irreale da scendermi nelle
vene come una droga irresistibile, a cui mi abbandono. Venti minuti di giochi
pirotecnici lungo quattro chilometri, con cinque o sei postazioni almeno che
vomitano fuoco in continuazione, in un tripudio di colori, di emozioni, di sensuale
rilassamento, con i brividi che massacrano la schiena insieme all'umidità
che si trasforma presto in una pioggerellina lieve che ci inzuppa fino alle
ossa.
Dan riesce a chiedermi nel fragore dei botti se sono felice e io, con la bottiglia
di batida già mezza vuota, me lo guardo dimenticandomi completamente
di aver già vissuto una vita fino a quel momento, giurandogli che mai
mi sono sentito così bene e che gli devo veramente il merito di avermi
fatto essere lì per un evento irrepetibile. L'unica jattura oltre la
pioggia è che siamo in una posizione infelice, proprio sotto il luogo
in cui i fuochi vengono sparati: molto meglio se la godono gli abitanti delle
favelas, da sopra i morros, che però hanno lasciato spazio ai danarosi
turisti capaci di pagare fino a 1000 reais per una notte con vista su Copacabana
dalla camera di una casa della favela. Ma loro non potranno offrire il fiore
di giglio a Iemanjá, come faccio io voltando le spalle all'Oceano e lanciando
insieme a migliaia di altri il lungo stelo, sperando che la grande dea del mare
lo porti lontano con sé, accogliendo la mia offerta e dimostrando così
di voler esaudire il desiderio che segretamente esprimo dentro di me. L'acqua
mi bagna le scarpe nere, i pantaloni di tela bianca si riempiono di sabbia sporca,
e quando esco dal punto in cui si infrangono le onde faccio prima a togliermi
calze e calzature e camminare a piedi nudi.
Quando i fuochi finiscono, milioni di persone si incamminano verso casa per
evitare di buscarsi un malanno sotto l'acqua, che non smette di scendere e rovina
anche lo spettacolo della cascata di fuoco che l'Hotel Meridien offre attraverso
il proprio lato affacciato sulla spiaggia. Io perdo di vista Dan e gli altri,
ma l'appuntamento è a casa sua, e non mi preoccupo più di tanto.
Ritorno verso l'appartamento e mi piazzo lì ad aspettare un cenno del
destino che mi indichi cosa fare questa notte: una visione celestiale mi coglie,
mentre ho la bocca ancora impastata dal liquoroso e dolciastro sapore della
batida e non riesco a parlare. Un'affascinante mulatta sui diciott'anni, vestita
di un bianco che la rende simile agli angeli del paradiso, accompagna dentro
l'edificio un'anziana signora bianca; io resto inebetito a guardarla, chiedendomi
se avrò mai il coraggio di presentarmi, conciato in quel modo dall'acqua,
scalzo, senza una sufficiente padronanza del portoghese e senza voler rivendicare
la mia italianità che qui mi rende un'attrazione turistica al pari del
Corcovado per i brasiliani che guardano la novela di Rede Globo sull'emigrazione
italiana verso São Paulo (sì, proprio "Terra Nostra",
che qui sta avendo un successo incredibile per gli stessi che l'hanno girata).
Dopo pochi minuti la dea riesce, e si dirige verso la spiaggia passeggiando
come la "garota de Ipanema", con un "balançado" che
mi rende perfettamente dimentico di Josie.
Quando tornano Dan e gli altri, una ventina di minuti dopo, sono ancora intontito
e provo a descrivere loro la mia visione: le donne fanno finta di non sentire,
io continuo a ripetere di aver visto Dio sotto forma di donna, anzi di una diciottenne
carioca che avrebbe massacrato miss Italia in un confronto a due, davanti a
qualunque giuria. Si sale su, molti sono stanchi, qualcuno pensa di andare a
dormire (e infatti sono le due del mattino) e srotola per terra il proprio materasso
dopo essersi dato una veloce lavata. Io, affacciato alla finestra, ascolto i
ritmi del samba che salgono dalla via sotto di noi: quando vedo un gruppo di
gente che balla libero muovendosi al suono della banda che li precede, guardo
Adriana e le chiedo se secondo lei posso scendere e aggregarmi. Non faccio in
tempo a rispondere al suo "Ma davvero ci vuoi andare???", perché
mi sono già cambiato con un paio di pantaloncini, la camizeta della Seleção
e un paio di ciabatte infradito, le Havaianas, imboccando di corsa la porta
dell'ascensore e facendo in tempo a godermi gli ultimi cinque minuti di danza
nella strada. Difatti, arrivato all'ultimo tratto di Avenida Atlantica, il gruppo
si scioglie e la banda ripone gli strumenti, lasciandomi incerto sul da farsi:
ascolto la musica che proviene dai grandi palchi sulla spiaggia, e mi dirigo
al primo di essi. Noto una bella ragazza che balla, ha un po' di spazio attorno
e mi avvicino, ma gli sguardi infastiditi di due o tre corteggiatori mi consigliano
di andare a cercare altrove. Dal marciapiede scendo sulla spiaggia, individuo
un gran mucchio di ciabatte e scarpe e ci lascio le mie, ballando come so fare,
e cioè come un tronco di legno sballottato dall'acqua. A pochi metri
da me, tre ragazze cariocas ballano insieme ad altrettanti ragazzi, il più
grande dei quali avrà sì e no diciannove anni. Immagino che siano
un gruppo di amici o di coppie, visti gli approcci di uno di loro alla più
carina delle tre, e continuo a ballare per conto mio, senza smettere di osservare
la scena, e avvicinandomi a piccoli passi. Due delle ragazze infatti guardano
più volte verso di me, e io faccio finta di non esserne perfettamente
consapevole. Alla fine entro anche io nel cerchio, lasciando che quella immensa
vergogna che mi assale quando ballo venga lavata via dall'insistente pioggerellina
che non accenna a smettere. Il terzetto di maschi rapidamente si sfalda e molla
la presa, dirigendosi altrove e lasciandomi sinceramente stupito: chiedo se
non fossero amici loro, o fidanzati, e loro mi rispondono che in realtà
non vedevano l'ora di levarseli di torno, proprio come sta succedendo ora con
un ridicolo vecchietto che ha preso di mira la più piccola e che le balla
fin troppo ammiccante e vicino per non dare fastidio anche a me.
In qualche modo riesco a fargli capire di girare al largo, perché ubriaco
com'è sta diventando anche molesto nell'approccio verbale e ci manca
poco che allunghi le mani sull'abbondante seno della ragazza. Dopo mezz'ora
di balli ci allontaniamo verso l'acqua, dove la musica è meno assordante
e riusciamo a presentarci.
"Marco, dove vivi?", mi chiede la più alta e meno carina: quando
rispondo che "moro na Italia" in perfetto portoghese, mi prendono
per un millantatore. Ripeto loro che sono italiano, che ho imparato il poco
di portoghese che so in questo momento nelle ultime due settimane, racconto
di Dan, di quello che faccio, e alla fine sembrano convinte. Ma l'obiezione
più forte che sollevano non è per la camizeta verdeoro, e mi lascia
a bocca aperta: "Nos achamos você brasileiro, por seu jeito de dançar".
Beh, che in questa notte potesse accadermi di tutto, lo sospettavo, ma non al
punto di sentirmi prendere per brasiliano a causa del mio modo di ballare. Le
ringrazio tutte e tre come se mi avessero appena insignito della massima onoreficenza
possibile, e propongo un bagno notturno. Una di loro non può per motivi
tipicamente femminili, un'altra vorrebbe ma non ha il costume (è quella
con il seno generoso e si dimostra parecchio affettuosa, ma quando scopro che
ha quindici anni la tratto come una sorella minore), e la più carina
(che è l'unica di cui ricordi il nome, Marcela) non ne ha assolutamente
voglia.
Entro in acqua da solo, lasciando i miei panni alla loro custodia, e mi allontano
con poche bracciate dalla riva: non sono comunque l'unico ad averne voglia,
visto che numerose testoline si vedono spuntare tra le onde. Esco dopo pochi
minuti, per tornare da loro e ricominciare a ballare: sono le quattro del mattino,
la pioggerellina è diventata una tortura per le ossa e l'unica possibilità
per scaldarsi è quella di muoversi freneticamente. Ma dopo un paio d'ore
anche i musicisti crollano, staccano le spine e ci lasciano lì mezzi
morti di sonno e stanchezza. Fa troppo freddo per rimanere sulla spiaggia fino
allo spuntar del sole, cui manca ancora un'ora abbondante: decidiamo di darci
appuntamento alle nove di fronte all'Orologio del Millennio per fare colazione
insieme, e ognuno di noi torna verso la propria destinazione per qualche ora
di sonno. Alle sette del mattino, mentre spunta il sole, busso piano all'appartamento
di Dan. Mi apre Adriana, mi guarda sconsolata e divertita e mi chiede com'è
andata. "Non è ancora finita, tra un'ora riesco, mi devo lavare
e stendere un momento", le rispondo mentre mi infilo sotto la doccia...
(chissà se continua...)
Marco Z.
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