Perù

 


di Gabriele Poli
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HUAYNAPUTINA

(IL VULCANO CHE SCONVOLSE LA TERRA)

Liberamente tradotto da Gabriele Poli

Gli altipiani andini della provincia di Moquegua racchiudono splendide zone, spesso sconosciute anche agli stessi peruviani. Vulcani maestosi, villaggi deliziosi, geyser, acque termali, tradizioni antiche, resti archeologici, deserti d'altitudine e molto di più.
Era una notte dell'estate del 1600 quando gli abitanti di Ciudad de los Reyes (la futura Lima) furono svegliati di soprassalto da una violenta scossa, accompagnata da lontane detonazioni. Il sisma non tornò a ripetersi, ma il rumore prodotto dalle esplosioni continuò per il resto della notte e per tutto il mattino successivo, tanto che i cittadini, riunitisi in Piazza Maggiore, si convinsero trattarsi di un attacco pirata contro il porto del Callao.
Le esplosioni provocarono un'isteria generale quando le detonazioni si fecero più forti, perché la gente di Lima era sì abituata ai forti movimenti sismici, ma la minaccia di un'incursione pirata incuteva terrore.
Per eliminare ogni dubbio, il vicerè don Luis de Velasco, ordinò ad alcune vedette di salire il colle di San Cristóbal, dal quale si gode di una stupenda vista sulle spiagge del Callao e sulla vicina isola di San Lorenzo.
Alcune ore più tardi, gli osservatori tornarono in città, recando la buona notizia che le spiagge del porto erano tranquille. Le misteriose detonazioni, tuttavia, continuarono ancora per vari giorni.
Un mese dopo, i cittadini di Lima vennero a conoscenza che Arequipa e molti altri centri del sud erano stati quasi cancellati dalla mappa geografica a causa della violentissima eruzione del vulcano Huaynaputina, nella provincia di Moquegua, le cui detonazioni di udirono a mille chilometri di distanza.
Le cronache dell'epoca descrivono l'eruzione dello Huaynaputina come uno degli eventi naturali più terrificanti del tempo: mesi di continua pioggia vulcanica che distrusse le coltivazioni e coprì le città, precedettero la violenta eruzione, accompagnata da un terremoto che rase al suolo ogni edificio nelle province di Arequipa, Moquegua e Tacna. La cenere distrusse i tetti delle case e coprì per un'intera settimana i cieli di Arica e Arequipa, oscurando il giorno.
Nella zona di Carumas, ubicata proprio di fronte al vulcano, nella Sierra del nord-est di Moquegua, scomparve ogni segno di vita, trasformando il bel paesaggio coperto di "andénes" e di coltivazioni, in una desolata landa lunare, coperta di cenere vulcanica e percorsa da profondi crepacci.
Quattrocento anni più tardi, la natura e la tenacia degli abitanti di Carumas hanno ridato alla zona il suo aspetto originale; le vallate e le gole sono ora nuovamente ricoperte di verde, ogni centimetro di terreno è stato reso coltivabile e le innumerevoli andénes sembrano sospese sugli abissi. Queste terre sono famose per i ricchi raccolti di patate, di mais, origano e fichi d'india.
Ad attirare la nostra attenzione su questo angolo di mondo dimenticato, però, sono stati i paesaggi da favola, l'amabilità della gente, i suoi tipici abiti colorati, le feste, l'architettura delle costruzioni, i vulcani.
L'accesso alla valle di Carumas non è però semplice. Occorre, innanzi tutto raggiungere la bella cittadina di Moquegua (descritta nel mio libro "Magie delle Ande", n.d.t.) e prendere la nuova strada che sale verso le sponde del lago Titicaca. Passata Torata, si inizia la faticosa salita verso la "puna" di Moquegua, passando per il centro archeologico di Camata (cultura Tuquina) e sempre più su, fino ai 4100 metri di altitudine, giusto nei pressi della deviazione per Carumas, dove il paesaggio è dominato dall'imponente presenza del vulcano Ubinas.
Qui termina la nuova e fiammante arteria asfaltata e inizia una strada sterrata il cui terribile stato di conservazione obbliga il viaggiatore a munirsi di un fuoristrada a trazione integrale.
Quattro ore più tardi, e dopo una discesa tutta curve, si giunge al villaggio di Carumas. Qui la luce elettrica funziona solo fino alle dieci della notte; abbiamo giusto il tempo per sistemarci nel comodo albergo ricavato nelle stanze del municipio e cenare in uno dei negozi-ristorante del paese.
Molto presto, il mattino successivo, ci arrampichiamo sul tetto del municipio per ammirare il paesaggio dell'ampia gola che scende fino alla falde del vulcano Hauynaputina. Oggi, l'Huaynaputina pare un nevaio incompiuto - simile ad un'enorme tavola circondata da abissi - , infatti la sua punta fu distrutta dall'eruzione del febbraio 1600.
Ciononostante, la sua imponente presenza domina il paesaggio caratterizzato dalle andénes, dalle coltivazioni che riempiono di colori le scarpate e le pendici delle montagne vicine.
Nella piazza di Carumas, spicca la vecchia chiesa intitolata a San Felipe; un gioiello coloniale che ancora evidenzia le ferite causate dal terremoto del 1948. E' l'unico edificio della zona ancora in piedi a testimoniare la fondazione spagnola del villaggio.
Nei pressi del paese esistono alcuni siti archeologici ancora poco conosciuti e studiati, come quello di Omoya, una cittadina famosa per la tenace resistenza che oppose all'invasione incaica.
Da Carumas si scende per la vallata; più ci si addentra e più antiche sono le costruzioni e le tradizioni dei villaggi che attraversiamo e che ancora mantengono i toponimi di origine Tuquina.
Passiamo per Ataspaya con i suoi declivi ricoperti di coltivi, sfioriamo Lacascate e giungiamo a Sacuaya dove sorge la cittadella preincaica di Halilo. Da questo villaggio è possibile abbracciare con lo sguardo gli abitati di Hautalaque e Yojo, con la bella campagna, i boschi e i campi coltivati delle tre vallate contigue.
Il cammino prosegue fino a Cuchumbaya, capitale del distretto omonimo, con le sue acque termali; attraversiamo il ponte che dà accesso alla valletta di Quebaya e avanziamo lenti per non perdere alcunché delle meraviglie che la natura ci dona. Non c'è anima viva, la nostra è l'unica auto, nessun turista.chissà per quanti decenni ancora.
Ci fermiamo per contemplare i profondi abissi, i canyones, le andénes, i faraglioni tappezzati di silvestri fiori multicolori e la formidabile presenza di ampi crepacci aperti dopo l'eruzione del Huaynaputina.
Il paesaggio è di una bellezza mozzafiato. Costa immaginare come un violento fenomeno naturale possa originare una tale meraviglia.e pensiamo con l' orgoglio delle persone semplici, alla creatività di un popolo che sopravvisse alla catastrofe per approfittare di ogni angolo della zona, dissodando il terreno reso fertile dalla cenere vulcanica.
Andiamo oltre.
Dopo una breve salita percorrendo una strada tutta curve, arriviamo ai villaggi gemelli di Bellavista (nome meritato) e Calacoa, seduti sopra un colle a 3200 metri di altitudine. La prima cosa che richiama la nostra attenzione, è la foggia degli abiti policromi delle donne, il cui disegno è di origine preispanica.
Calacoa festeggia il suo anniversario il 31 gennaio. A febbraio si celebra il carnevale con danze e giochi. Durante la Settimana Santa, si susseguono processioni con le donne, agghindate a festa, che ballano felici facendo sfoggio di collane e bracciali d'argento, mentre gli uomini passeggiano per i villaggi suonando il charango e cantando le dolci nenie della Sierra. Luglio e agosto sono i mesi della "Festa dell'acqua" o della pulizia dei canali di irrigazione.
Fra le maggiori attrattive di San Cristóbal e Calacoa, figurano gli impressionanti geyser e le acque termomedicinali che raggiungono i 90°C di temperatura.
Per tornare alla strada nazionale, dobbiamo attraversare Ichupampa, una zona deserta, ricoperta di cenere vulcanica sputata dal vicino cratere del vulcano Ticsani, Apu, o divinità tutelare di tutta la vallata. Però da queste parti non esiste una strada, solo una pista aperta in un deserto di cenere disseminato di "Yaretas" - curiose piante che ricoprono le rocce e che si sviluppano solamente ad oltre 4000 metri -, dove è necessario fare attenzione per non rimanere insabbiati.
Il cammino prosegue attraverso questo paesaggio lunare, dove solo si ode il sibilo del violento vento altiplanico. E' necessario rallentare, perché la pista ci sta portando proprio dentro al cratere di un vulcano spento, il Ticsani. L'emozione è forte.
Il cielo è azzurro, coperto di nubi che disegnano sensuali figure. Parrebbe di aver raggiunto il tetto del mondo, se non fosse per i due picchi innevati che circondano la laguna di "Toro bravo".
Nonostante l'altitudine, la forte radiazione solare e i venti gelidi, sorprende il poter contemplare la gran varietà di animali che popola la zona.
Nel lago, pare che le trote si possano pescare con le mani, mentre tutto intorno ammiriamo le vigogne e i nandù correre per questo deserto.
In lontananza, già scorgiamo la linea scura della strada nazionale che ci ricondurrà a Moquegua.
Roberto Ochoa Berreteaga e José Alva Salinas