Perù e Bolivia

2000

di Pino

 

Ciao a tutti, inizio anchio a mettere nel ng qualche racconto dei miei viaggi, mi aspetto di ricevere commenti e o critiche visto che è la prima mia uscita, forse sono stato un po troppo prolisso, le prossime parti saranno più sintetiche.
Ciao
Pino

Mentre scrivo questi appunti, non è passato ancora un anno dall'ultimo viaggio con il mio inseparabile amico Fabio. Siamo qua all'aereoporto di Newark due passi da Manhattan in attesa del nostro volo per Lima e siamo finalmente entrando nel clima del viaggio, anche se a dir la verità già ieri sera quando Fabio si è fermato a dormire da me avevamo chiuso la porta con "il mondo fuori" ed abbiamo passato la notte a fantasticare e a riproporci le stesse emozioni dei nostri viaggi precedenti. A parte la solita levataccia per arrivare a Malpensa tutto è filato liscio ed il volo fino agli States e filato via veloce scambiando quattro chiacchiere con i vicini di posto. Fabio conosce una bellissima ragazza italiana che va a New York a lavorare per l'azienda del padre. E dichiara di essere perdutamente innamorato. Le dieci ore di attesa a Newark passano lente ma questa è stata la condizione per avere una tariffa del volo bassa. Finalmente ci imbarchiamo sul volo per Lima. La costa peruviana nei pressi della capitale è brulla e ci accoglie con una calda e afosa nebbiolina, comunque non possiamo scoraggiarci per così poco inoltre dobbiamo ancora prendere il volo per Cuzco. Nell'attesa cambiamo un po' di dollari e riconfermiamo il volo di rientro ( subito non volevano farlo ma dopo aver intonato "Quel mazzolin di fiori" non so se per una sana simpatia oppure per pietà ci hanno tolto questa formalità che avremmo dovuto fare solo 3-4 giorni prima del rientro). Il volo verso "l'ombellico del mondo" dura un'oretta, peccato che le nuvole non ci consentano di vedere un granchè, però ci dicono che qui è normale, fortunatamente si apre un po' prima dell'atterraggio ed abbiamo modo di ammirare l'intenso verde di queste alte vallate. Finalmente il viaggio inizia!. Ci portiamo subito con un taxi alla Plaza des Armes, veramente stupenda con il classico parco centrale e la Cattedrale che si impone sul resto degli edifici e dei numerosi portici con negozietti ed agenzie turistiche. Ci sediamo sugli scalini di un'altra chiesa della piazza ad assaporare il momento. Il profumo dell'aria fredda, il vocio delle persone, gli odori che si percepiscono, nonché l'intensità dei colori delle circostanti montagne e della città stessa (resi più vivi dal sole già basso all'orizzonte), ci stanno già acutizzando i sensi e rendono impaziente la nostra voglia di conoscere il paese. Troviamo ben presto una sistemazione per la notte è una stanza modesta ma pulita, quello che ci servirà spesso, non siamo venuti per buttare soldi in lussi inutili, inoltre il posto è in posizione panoramica e fuori dal probabile viavai di viaggiatori. La fame ci prende subito e scendiamo alla plaza per un boccone, una ragazza di un' agenzia ci propone i vari pacchetti dei tour che partono da Cuzco, noi gentilmente gli diciamo che decideremo tutto a pancia piena ed approfitto per chiedergli un consiglio per un comedor fequentato dai locali e magari anche un piatto tipico, lei gentilmente ce lo indica e ci raccomanda di mangiare una leccornia ovvero il Kui (si scriverà così?) fatto al forno. Entrati in un bel locale piuttosto ruspante dove ordiniamo questa famosa località contornata da riso, il tutto con una o più immancabili cervecas. Finalmente arriva il nostro piatto, rimarrà uno dei ricordi più indelebili del viaggio, infatti il famoso Kui si presenta in tutto il suo splendore; trattasi di un "rattone" che ci viene servito perfettamente diviso per lungo, una metà a me e l'altra a Fabio, non mancava niente la testa con i dentini che ghignavano, le zampette e perfino la coda!!!!. Inoltre l'occhio di quella testolina mi fissava da qualsiasi lato la guardassi ( solo la Gioconda di Leonardo al Louvre mi aveva dato un'effetto analogo!). Comunque forti di altre esperienze del genere provammo ad assaggiare "l'arrosto" ma fu tutto inutile riuscimmo a mangiare ben poco poiché il sapore era abbastanza particolare, non importa andrà meglio domani.

Finalmente iniziamo a fare sul serio. Ci aspetta il tour al Valle Sagrado che durerà fino a sera, per farlo ci appoggiamo ad una delle tante piccole agenzie di Cuzco, non si ha molta libertà di modificare il percorso però quando non si ha troppo tempo è l'unica alternativa valida. Partiamo alle 6.30 del mattino con un'allegra combriccola di ragazze cilene e due francesi, si rivelerà un bel gruppo. Lasciamo Cuzco e ben presto cominciano i panorami sulle vallate circostanti, il verde è veramente intenso anche perché siamo nella stagione delle piogge, comunque si capisce perché gli Inca abbiano scelto questi luoghi per fondare le loro città più importanti. Il primo stop è presso un pugno di casupole che prende il nome di Ccorao ci fermiamo perché vicino c'è un piccolo mercatino di prodotti artigianali per turisti, lo si capisce dal numero di piccoli pulman che in rapida successione fanno sosta. Fabio ed io non siamo interessati e decidiamo di andare a dare un'occhiata al piccolo paesino attraverso una strada in terra che, come d'abitudine, diventa anche la rete fognaria, nella piazzetta ci sono una bellissima coppia di vecchietti dall'età indefinibile, mi avvicino e tento un approccio di discorso, il vecchietto mi sorride e blatera qualcosa, non parla granchè, lo spagnolo probabilmente qui si usa uno dei tanti dialetti locali, comunque riusciamo a scambiare almeno qualche sorriso e qualche saluto, in fondo era quello che ci interessava.

Risaliti nel nostro mezzo partiamo alla volta della nostra prima vera tappa ovvero Pisaq dove un indio sta tranquillamente orinando sul ponte che ci dà l'accesso alla città, però passiamo velocemente la cittadina ed andiamo a visitare le rovine che si trovano più in alto. I resti di questa città non sono sicuramente tra i più belli della zona, ma ci permettono di avere un primo approccio con il particolare stile architettonico Inca ed interessante notare la forma trapezoidale delle porte d'ingresso e degli stessi edifici, questa tecnica ha permesso ai siti Inca di restire ai violenti terremoti di queste inquiete catene montuose e solo la furia devastatrice dei conquistadores spagnoli riuscirà a fare diversi danni. La visita dura comunque una mezzoretta dopodichè riscendiamo a Pisaq a visitare il mercato e ne è valsa la pena poiché alle consuete bancherelle di vasellame, tappeti etc. , si sommano numerosi piccoli banchi che vendono i prodotti agricoli locali o cianfrusaglie per il lavoro domestico o dei campi. Sono infatti questi i presupposti perché il mercato stesso sia frequentato non solo da turisti (come ad esempio a Chichicastenango) bensi dalle popolazioni locali ed infatti ci siamo "persi" a chiedere informazioni su questo o quell'altro prodotto in esposizione e quindi entrare un po' in contatto con la vita di questa gente, ritorniamo al nostro bus con un piccolo sacchetto di foglie di coca, aiutano, ci dicono a combattere il mal di testa provocato dall'altura.

Ripreso il viaggio ci fermiamo a Ollantaytambo dove ci sono delle mura o meglio fortificazioni davvero notevoli ed anche alcune case Inca intatte (probabilmente ricostruite in parte). La salita ai gradoni è faticosa vista l'altitudine però ne vale la pena, poiché in alto si può ammirare il preciso lavoro di incastro effettuato su macigni a volte enormi ed ancora più incredibile è il fatto che questi enormi massi provengono da una cava lontana alcuni chilometri e situata sull'altro lato della valle.

Ormai si è fatto tardi e ci aspetta l'ultima tappa del nostro odierno tour ovvero la visita al piccolo mercato di Chinchero.

Una sola parola: Fantastico, sia per il luogo, un verde altopiano, sia per la tipicità del paesetto e, cosa non secondaria al presenza di numerose donne vestite con i loro vestiti tradizionali. Il momento è meraviglioso, favorito anchè dalla luce del sole al tramonto che carica i colori della scena. Penso che varrebbe la pena vederlo anche all'alba.
Il giorno è ormai andato ed avvolti dall'oscurità della notte arriviamo a Cusco.

.. Oggi ci aspetta una delle tappe fondamentali, ovvero si va verso il Macchu Picchu. Come d'obbligo partiamo al mattino presto ed arriviamo in bus fino alla stazione di Ollantaytambo, li ci sono già altri numerosi bus ed un bel po' di viaggiatori in coda per il biglietto, cosa che facciamo anche noi. Dopo un certo tempo i militari che controllano il cancello di ingresso ci aprono e a spintoni la gente si affretta a salire nelle carrozze anche perché come al solito piove.

L'attesa è lunga ma alla fine partiamo. L'andatura è degna della tradizione latinoamericana (40-50 km/h) però ci permette di gustarci il paesaggio, anche se non è ancora nulla di speciale, purtroppo la calca nel treno non ci permette di scambiare quattro parole con i vari campesinos che si trascinano con loro sacchi verdure e prodotti vari.

Come già eravamo venuti a conoscenza il treno non arriva fino ad Aguas Calientes (il pueblito da cui si parte per salire al Macchu Picchu) perché le impetuose acque del rio Urubamba hanno eroso una parte di sede della ferrovia causando anche una frana che impedisce al treno di proseguire, quindi tutti noi ci dobbiamo sobbarcare 14km di strada a piedi che non sono per nulla agevoli dovendo per lunghissimi tratti camminare sulle traversine dei binari. Comunque ogni inconveniente ha il suo lato positivo e possiamo ammirare sia la meravigliosa valle che poco a poco si fa sempre più fitta di vegetazione subtropicale e la violenza del rio Urubamba. Arrivati ad Aguas Calientes troviamo facilmente una camera e poi via a rendere omaggio al nome del paesetto. Le acque termali anche se non sono niente di immemorabile, ci rimettono in sesto e possiamo apprezzarle ancora di più visto che il tragitto ci ha regalato innumerevoli scrosci di pioggia e comunque una volta qua vale la pena di andarci. Aguas Calientes sembra più un ammasso di baracche di lamiere e cemento che un paesino subamazzonico, però gironzolando qua è la ci sono anche un paio di viuzze carine con le varie tiendas e comedores dove è praticamente impossibile non intrattenere una chiacchierata con la gente.

Andiamo a letto molto presto poiché vorremmo salire al sito alle 4 del mattino ed essere lì prima dell'arrivo della massa di turisti. L'assordante rumore della pioggia contro il tetto della nostra pensioncina ci fa desistere dall'attuare tale levataccia e ci auguriamo solo che il tempo domani ci dia una tregua. In effetti saliamo come tutti gli altri con il bus ma l'intera vallata è coperta di nebbia. Sarebbe un grosso dispiacere non poter ammirare la città sacra a causa della bruma ma sappiamo che ad altri è già successo e quindi la stagione delle piogge non sarebbe proprio quella ideale per venire quaggiù.

Comunque la fortuna ci assiste ed una volta entrati, numerosi squarci diradano la nebbia sotto di noi rendendo incredibile il paesaggio della vallata del rio Urubamba ed è veramente magico questo posto, molte volte mi ero chiesto se le aspettative che mi ero creato mi avrebbero poi dato una delusione, ma così non è, il Macchu Picchu diventa la trasformazione in realtà di certi favolosi paesaggi che nella mente di bambino si generano all 'ascolto delle fiabe.

Innanzitutto il luogo geografico: la città è posta in cima ad un fianco della vertiginosa vallata dell'Urubamba, tale da restare ignota alla vista degli avidi conquistadores che scesero la valle spinti dalla loro insaziabile fame di oro. La valle stessa è uno spettacolo della natura con pareti che scendono verticalmente fino al letto del fiume che sembra trovarsi 2000 metri più sotto ed il tutto ricoperto da una vegetazione che già lascia immaginare l'imminente area amazzonica. Anche le nuvole sembrano non voler abbandonare la bellezza del posto, timorose di perdere tale vista. Poi la città. E' incredibile come tutto sia in perfetta armonia. I terrazzamenti serviti per la coltivazione salgono quasi a piramide fino al "corpo" della città dove tutto sembra costruito in perfetto equilibrio. L' ancora scarso numero di visitatori ci permette di visitare i luoghi in tranquillità e devo ammettere anche con una certa emozione (solo Tikal in Guatemala mi aveva dato una sensazione analoga).

Iniziamo la nostra visita dalla parte più il alto dove c'è il cimitero e che permette una completa vista panoramica per poi scendere fino alla porta di ingresso che accoglieva le persone che giungevano lungo quel percorso che oggi viene chiamato "Cammino Inca", che è ancora possibile percorrere a piedi e che arriva fino a Cusco. Così ci addentriamo tra i vari edifici e palazzi. Splendida è la zona delle fontane, incredibile il lavoro di incastro delle pietre che compongono le costruzioni sacre soprattutto "la tumba real" e il "templo del sol". L'ampia zona residenziale degli artigiani infine abbraccia la grande piazza maggiore. Insomma il Macchu Picchu non tradisce le attese e ci dispiace lasciarlo, ma già dobbiamo ritornare in giornata a Cusco.

Mentre con il nostro bus riscendiamo a valle, un bambino di 8-10 anni scende scalzo e correndo a velocità incredibile aspettandoci ad ogni tornante e gridando (anzi quasi cantando): -" .. Goodbye!!!!!". Ovviamente il furbone, una volta arrivati al ponte sul rio Urubamba, sale sul bus e raccoglie una generosa mancia da tutti i passeggeri, però va premiata la fantasia (non parliamo di spirito imprenditoriale per carità).

Giunti ad Aguas Calientes non aspettiamo un minuti in più e ci avviamo lungo la ferrovia per i restanti 14km del ritorno, ovvero 4 ore di cammino. Arriviamo stanchi nella zona della frana e qui la gente del posto ha trasformato un problema in una situazione positiva, ovvero hanno fatto sorgere provvisori "comedor" o vendita di bibite.

Il viaggio fino a Cusco si rivelerà molto lungo e disagevole ma quando arriviamo, ci infiliamo nel nostro sacco a pelo. Domani siamo già di nuovo in viaggio .

Alle 6 e 30 io e Fabio siamo già in stazione a Cusco. Puntiamo decisamente verso la Bolivia e più precisamente a Puno sulle sponde del lago Titicaca. Ci muoviamo all'alba perché non sappiamo quanta gente ci sarà che prenderà il treno stesso e preferiamo essere tra i primi in quanto la guida che abbiamo ci consiglia di andare sui vagoni della classe Autobus (si. si chiama proprio così), in quanto più spaziosa e più sicura dal punto di vista dei furti ( .devo dire che personalmente ritengo eccessive molte delle avvertenze che spesso ci sono nelle guide, anche se è ovvio che bisogna sempre stare con gli occhi aperti, ma se hai poco da farti rubare hai anche pochi motivi per essere preoccupato).

Siamo i primissimi ad acquistare il biglietto e possiamo andare a far una buona colazione che termina con l'ormai consueto ed eccezionale "mate" di foglie di coca (decisamente più gradevole del cugino argentino!!!!), dopodiché lascio a Fabio la custodia dei pochi bagagli e vado a farmi un giro per il mercato di Cusco. In un labirinto popolato da un formicaio di uomini e donne trovo le usuali montagne di verdure e sementi sparsi ovunque. Purtroppo non ho tempo di continuare a scambiare quattro chiacchiere con un campesino del posto che mi spiega la semplice arte di lavorare la terra, Fabio mi aspetta alla stazione.

Finalmente prendiamo posto nel nostro vagone, un lusso direi per i nostri abituali standard, ma il viaggio durerà fino a sera ed il ritmo con cui ci spostiamo sarà così fino alla fine.

Lasciamo quindi Cusco ad un'andatura blanda, anche perché il treno attraversa la città viaggiando praticamente parallelamente alle strade cittadine in mezzo ad auto e pedoni.

Nel nostro vagone ci sono ben poche persone e quindi ci sediamo vicino ad una simpatica coppia di ragazzi tedeschi, ovviamente anche loro in viaggio e che andranno a provare l'ebbrezza dello sci a 5000-6000 m in una montagna vicino a La Paz, per un attimo ci la tentazione di andarci anche noi, ma questa deviazione ci costerebbe troppo tempo e la cosa muore lì, anche se, come si sa, il viaggio si ciba e vive di "momenti", basta uno sguardo fuori dal finestrino, un'incontro con una persona, un'autobus che si rompe, un' acquazzone improvviso che tutto viene stravolto: itinerari, stati d'animo, ricordi. Non è il viaggio che improvvisamente muta; sei tu che vieni cambiato dal viaggio.

Ma ben presto lo sguardo è catturato dal paesaggio che possiamo godere dall' ampio finestrino e percepiamo che stiamo percorrendo un percorso in pendenza, il treno percorre una valle verde ma praticamente priva di alberi, la luce ha un'intensità propria a questa altitudine.

Alcuni viaggiatori ritengono noioso e troppo lungo questo tragitto in treno e preferiscono linee di minibus più rapide, ma io e Fabio non siamo d' accordo tra l'altro il paesaggio si fa più vario e passiamo attraverso una valle stretta e noi ci mettiamo a goderci il viaggio seduti sugli scalini dei vagoni ed è veramente divertente (anche se in verità un po' pericoloso) aggrapparsi alle maniglie delle porte e sporgersi a guardare il serpentone di ferro percorrere queste valli. All'inizio il personale del treno ci prega di rientrare nei vagoni, ma ben presto tutti sono lì a farsi accarezzare dall'aria pungente e fredda e desistono dal loro tentativo, comunque anche solo passare da una carrozza ad un'altra si prova una certa "ebrezza" in quanto non ci sono molte misure di sicurezza ed in effetti qualche sprovveduto potrebbe anvhe andare a farsi male. Comunque anche questo aspetto da un po di "sale" al viaggio, basta solo non essere troppo stupidi.

Durante l'intero percorso incontriamo ben pochi centri abitati, solo qualche pugno di case disposte ai lati del binario, ma qui il treno fa tappa dovunque ci sia un'anima viva e quindi smontiamo dal treno ogni volta che c' è una sosta, anche se questa dura solo tre quattro minuti, naturalmente l' arrivo del treno rappresenta uno dei pochi eventi concreti della giornata e un po tutti si affacciano con curiosità dalle loro case. Poi si riparte. Ora ci troviamo a 4000 metri con panorami di una estensione che non avevo mai visto prima, eppure qualche pezzetto di mondo l'ho pure visto!!!. Credo rimarranno altri ricordi indelebili.

Il punto più alto del tragitto si trova a circa 4300 metri e la temperatura ci lascia pochi dubbi in questione, qui il treno si ferma per la solita presenza di alcune case e di una chiesetta che con il suo color giallo pastello regala un colore nuovo al verde del paesaggio ed al bianco dei grossi nuvoloni in cielo.

Nel frattempo il pomeriggio è già arrivato, ad un tratto il treno si ferma abbastanza bruscamente, Fabio scende per vedere se è l'ennesima fermata e risale ridendo sonoramente, chiedendomi di scendere. Ben presto capisco il motivo del suo buon umore. L'irregolare piano del binario ci aveva fatto sobbalzare già fin da dopo Cusco e in uno di questi salti la locomotiva con la sola eccezione di un solo fedele vagone, si era liberata del resto del treno e ci aveva piantato lì in mezzo alla brughiera. Il conducente aveva tardato qualche istante ad accorgersene e quindi il nostro mezzo locomotore stava facendo retromarcia per venire a riprenderci. Occasione ghiotta per quattro scatti fotografici.

Finalmente dopo una ventina di minuti riprendiamo la marcia ed ormai il paesaggio ci aveva già regalato quello che doveva, impazientemente quindi aspettiamo di arrivare a Puno ed il paesaggio piatto ed in alcuni punti acquitrinoso ci annuncia la vicinanza del lago di Titicaca e quindi della nostra meta odierna. L'arrivo a Puno con il calar della sera è un'altra emozione in quanto la città e già in festa per l'imminente carnevale ed il treno si fa letteramnete strada tra le centinaia di bancherelle poste in ogni dove e brulicante di vita, suoni, colori nonche odori.

Velocemente prendiamo un taxi e con qualche problemino troviamo una "abitaciòn". Ci restiamo solo il tempo di sistemare i bagagli e per una rapida doccia poi ci rituffiamo nel cuore della città in festa, pullulante di gruppi in maschera che sfilano per il centro accompagnati dalle varie bande musicali, a modo nostro partecipiamo all'allegria generale improvvisando improbabili danze locali, ma fortunatamente per il popolo peruviano, un'acquazzone mette fine al nostro show. Quattro birre ed una telefonata al nostro amicone Andrea in Italia, nostro abituale compagno di viaggi, solo per buttarlo giù dal letto alle tre di notte.

Oggi si passa il confine e si entra in Bolivia, partiamo da Puno abbastanza presto e possiamo vedere la città con la luce del giorno. Così come prima impressione sembra piuttosto insignificante. Nella tarda mattinata arrivo alla frontiera, direi la classica frontiera latinoamericana con un nugolo di piccole attività: venditori di cioccolate, patatine, coca-cola etc e gli immancabili cambiavalute con pacchi di banconote consunte che chissa quante mani avranno passato, ovviamente dobbiamo fare la fila per la compilazione della Visa e relativa timbrata del passaporto.

Dopo pochi chilometri in territorio boliviamo arriviamoo a Copacabana sempre sulle sponde del lago Titicaca, peccato che il cielo grigio oggi non ci regali una bella vista sulla cittadina che comunque lasciamo subito non prima di aver pranzato. Lasciando Copacabana è subito una distesa di campi verdissimi, panorama che migliora quando la strada "si snoda" un paio di centinaia di metri sopra al livello del lago. Il viaggio prosegue così per un bel tratto fino all'arrivo a Tiquina punto di traghettamento che accorcia di parecchi chilometri il tragitto verso La Paz. Scendiamo dal pullman e facciamo la traversata a bordo di un classico battello mentre il nostro mezzo viene caricato in una specie di zatterone che non mi da molta fiducia ed in effetti un ragazzo boliviano che stava seduto accanto a me mi conferma che qualche tempo prima durante una traversata con il lago "inquieto" un bus era caduto rovinosamente dentro al lago.

Il viaggio prosegue con visuali sempre ampie sul brullo altopiano boliviano e finalmente arriviamo a La Paz. La città si presenta in maniera spettacolare è mi dà l'impressione di trovarsi all'interno un vasto cratere. E' la città dei record a partire ovviamente dall'aeroporto che si trova a 4085 metri d altitudine. Domina la città l'imponente vista dell' Illimani (6400 m), ovvero uno dei più maestosi giganti montani del continente. Con il nostro mezzo e attraversando la periferia (in verità non un granchè), scendiamo alcune centinaia di metri più in basso dove si trova il centro della città. Troviamo un hotel in una zona consigliataci da un nostro amico, qui vicino c'è un mercato indio molto interessante. Il nostro programma prevede solo una sosta di un paio di giorni. Ed allora non perdiamo neanche un minuto, ci tuffiamo nella magia della città che senza ombra di dubbio ne ha molta da dare. Innanzitutto la popolazione essenzialmente india è molto tranquilla ed affabile e benchè il commercio rappresenti una delle attività più diffuse, alle bancherelle dei mercati non c'è mai accanimento nel voler venderti a tutti i costi ed anzi spesso il prezzo dei loro manufatti è veramente irrisorio. Poi la particolare "posizione" della città. La Paz è forse l'unica città al mondo dove i ricchi vivono nella parte bassa e meno panoramica, ciò è dovuto all'alta differenza di altitudine tra le varie zone cosicché la parte a nord cioè la più alta è anche la più fredda, mentre giù nel fondovalle il clima e decisamente più mite e questo viene riflesso anche dalla diversa vegetazione che vi si può trovare. La posizione strategica del nostro hotel ci permette di risalire la calle Sagàrnaga e immergersi nel mercato della stregoneria il cui nome comunque trae in inganno, infatti ci troviamo immersi in un tipico mercato con tutti i prodotti tipici anche se vi si possono trovare erbe curative e dagli effetti miracolosi, così ci dicono le meravigliose donne indie ad ogni nostra fermata davanti alle loro bancarelle. Sono loro a rendere così vivo questo luogo che vorremmo conoscere cm dopo cm. Su alcune bancarelle ci sono dei feti di lama essiccati, mi dicono che chi li acquista li pongono sotto le fondamenta delle case come auspicio di fortuna per tutti i dimoranti. E' un luogo dove i soggetti da fotografare sono a bizzeffe, ma un paio di indie con una smorfia del viso mi fanno capire che non gradiscono e come è giusto rispettosamente desisto scusandomi con un gesto, chissà se avranno inteso le mie scuse.

Il giorno seguente decidiamo di fare un giro più culturale della città visitando alcuni musei e "perdendoci" volutamente tra i saliscendi di alcune viuzze e plazas che si trovano nei paraggi di una delle vie più rinomate di La Paz ovvero calle Jaèn che si presenta splendidamente conservata con i suoi palazzi coloniali arricchiti da bellissime balconate in legno e con preziose inferriate alle finestre ed alcuni portoni che lasciano intravedere splendidi cortili. E' in questa zona che visitiamo alcuni musei: il museo il Museo Nacional de Arte, splendido edificio con un cortile interno raffinatamente curato, e quando si dice la casualità, c'è una mostra fotografica sull'Italia che visitiamo anche se siamo venuti per qualcosa di diverso, ma comunque non ci pentiamo, le foto del Belpaese sono molto belle. Poi visitiamo il museo del folclore con costumi, maschere e strumenti indio. Infine il museo navale, dove all'interno possiamo renderci conto di quanto astio ci sia ancora tra la Bolivia ed il Cile causato dall'invasione e relativa conquista di terre che ora sono nord Cile e che una volta erano lo sbocco al mare per questo paese.

Verso sera andiamo a goderci le ultime luci del giorno a plaza Murillo dove si trova la cattedrale, osservando il viavai di gente e dove conosciamo due giovincelle locali con le quali andiamo a bere qualcosa in una specie di minicentrocommerciale (sob!).Passiamo una serata piacevole camminando qua e là per il centro, poi, con immenso dispiacere di Fabio, ce ne andiamo a nanna. Domani siamo di nuovo in viaggio.

Il trillo della sveglia, anche se all'alba, è sempre benvenuto quando, come oggi, ci desta per ricordarci che ci immergeremo in una delle più importanti e rinomate feste tradizionali Boliviane; la nostra meta è infatti Oruro città posta a sud di La Paz e lungo la direttrice che arriva fino alla favolosa Potosì.

La mattina si presenta con un bellissimo sole (uno dei rari giorni) ed è l' ideale per il programma che ci aspetta oggi.

Ci confondiamo con il brulicare umano della stazione dei bus, da dove lasciamo la capitale per un tragitto di almeno quattro ore, ed è sempre un' ambiente fantastico quello delle stazioni dei bus, frequentato dal più incredibile miscuglio di personaggi: campesinos con le loro mercanzie, famiglie indios composte da frotte di bambini ed in arrivo dai più sperduti angoli del paese, uomini che sgridano le madri dei loro figli, figli che gironzolano incuriositi dai viaggiatori, viaggiatori che sono assaltati dagli agguerriti impiegati delle innumerevoli microsocietà di "transporte", impiegati che si affannano a dare spiegazioni a militari e si potrebbe proseguire per ore a descrivere il pullulare di vita che ora sto vedendo e che incessantemente si perpetua giorno e notte senza soluzione di continuità.

Il panorama che vediamo dal nostro finestrino comincia ad esserci familiare con i soliti spazi aperti, racchiusi dalle catene di montagne laggiù in fondo e questa sarà la nostra visione fino all'arrivo ad Oruro in tarda mattinata.

La città famosa per i giacimenti di stagno, piombo e argento ci accoglie sotto un caldo sole ed è un elemento importante poiché si sta' svolgendo il più rinomato carnevale della Bolivia. Il numero di pullman e persone che gravitano nella zona della stazione ce lo confermano.

La festa raggiunge il suo apice oggi, ovvero il sabato prima del Mercoledì delle ceneri (ed è stato una delle ragioni del nostro veloce andare) ed è famosa soprattutto per la danza "diablada" una estenuante sfilata di gruppi in costume: splendidi diavoli che al ritmo frenetico di tamburi e flauti si agitano compiendo salti incredibili , e sfilano incessantemente per il centro fino a cadere sfiniti dalla fatica (nonché dall'alcool). E' uno spettacolo che dimostra quando profonda sia diventata la mescolanza tra antiche usanze cristiane e spagnole con le tradizione tipicamente indios dove i diavoli che impersonano lo spirito maligno della montagna (Huari), lottano contro una schiera di angeli e dedicano a Pachamama (la Madre Terra) appunto una frenetica danza.

Ben presto ci mettiamo a gironzolare per le viuzze, perché non c'è posto nelle gradinate predisposte lungo la via principale della città e ben presto ci confondiamo con le migliaia di persone, dobbiamo stare anche molto attenti perché i bambini, audaci come non mai, ci bersagliano con bombe d' acqua, nascondendosi dietro le porte o gli angoli delle vie.

Ci buttiamo dentro un locale perché sono le due di pomeriggio ed abbiamo fame. La televisione boliviana sta trasmettendo in diretta la sfilata di Oruro. Terminato un veloce pranzo ci riportiamo nella zona della parata e riusciamo anche a trovare due posticini nelle gradinate da dove effettivamente si può assistere in modo migliore allo spettacolo.

Per un paio d'ore assistiamo al passaggio dei numerosi gruppi che, provenienti un po' da tutte le parti, danno sfoggio dei costumi colorati preparati per l'occasione. Ogni gruppo esibisce un ballo diverso, così come per i costumi, splendidi.

Il caldo stimola gli spettatori a movimentare la situazione e ben presto si scatena una battaglia di bombe d'acqua tra noi e gli altri spettatori collocati nella tribuna di fronte alla nostra sul lato opposto della strada, fortunatamente gli sfilanti sotto non vengono colpiti dai numerosi lanci e ben presto tutti sono coinvolti. Il risultato è chiaro: una "lavaggio" generale anche se ogni tanto con l'ausilio del mio capellino intercetto qualche "granata" che prontamente rispedisco al mittente e questo fuoriprogramma rallegra un po tutti. Ma a noi non basta. Decisi ad ergersi a protagonisti Fabio ed io, ci chiudiamo per bene nei nostri ponchos e, acquistate un paio di bombolette di schiuma, attraversiamo la strada tra due gruppi che stavano passando, e puntiamo verso un gruppetto di giovani con il quale ci eravamo scambiati abbondanti dosi di bombe d'acqua, una volta lì abbiamo iniziato a dare fondo alle nostre bombolette. Nel giro di dieci secondi l'intera tribuna si mise a bersagliarci con tutto quello che capitava a tiro e noi dopo due-tre minuti di eroica resistenza ritorniamo verso la nostra tribuna sotto uno scrosciante applauso. Ripuliti dalla montagna di schiuma che ci aveva letteralmente seppellito, impavidi, ritorniamo all'assalto sotto l'incitamento della nostra tribuna ma anche sotto il tiro micidiale di tutta la gradinata opposta. Ovviamente le forze in campo erano impari, cosicché abbiamo resistito solo qualche minuto quindi ridendo come pazzi ci siamo definitivamente allontanati da lì, sfilando anche noi per un pezzo accanto ai gruppi, coperti come eravamo di schiuma e suscitando le risa degli spettatori.

E' quasi ora di ritornare, e ci incamminiamo verso la stazione. Ci puliamo proprio nello spiazzo antistante, restando quasi in mutante e disseminando nell'erba tutti i nostri indumenti zuppi d'acqua, in attesa del nostro bus che ci ricondurrà a La Paz. Facciamo conoscenza con i taxisti ed in generale con la gente boliviana che ci osserva incuriositi mentre aspettiamo che i nostri panni disseminati un po' dovunque si asciughino un po'.

Il viaggio di ritorno ci coglie molto stanchi dalle ragazzate odierne e non abbiamo molta voglia di guardare il paesaggio ma ricordiamo ridendo la lunga giornata e l'allegria con cui abbiamo partecipato, in maniera attiva al carnevale di Oruro, sicuri che resterà impresso nella memoria. E' ormai quasi sera quando arriviamo a La Paz sempre formicolante di gente e soprattutto donne con le loro caratteristiche bombette che ogni volta riescono a strapparmi un lungo e sincero sorriso.

Oggi inizia il nostro ripiegamento verso il Perù. Da La Paz prendiamo un bus che ci riporta a Copacabana sulle rive del lago Titicaca ripercorrendo la stessa strada di alcuni giorni fa ed arriviamo lì verso mezzogiorno. Le strade tappezzate di pozzanghere ci ricordano che siamo ritornati verso zone più umide. La città è in piena festa per il carnevale. E' una grossa opportunità, anche se cercata, che non ci lasceremo sfuggire. Innanzitutto il meraviglioso disordine di bancarelle ammucchiate e traboccanti di ogni genere di cose, ma soprattutto zampillanti di vitalità. Il luogo è l'ideale per una sequela ininterrotta di foto anche se come sempre non è cosi facile. Le macellerie a cielo aperto ci ricordano che non abbiamo ancora mangiato ed in questi periodi di festa c'è solo l'imbarazzo della scelta dato che sono a decine i piccoli comedor locali che cucinano per turisti locali o non. Ci rituffiamo nel centro del paese, un gruppo di uomini formano una fantastica banda di fiati che dà il ritmo ed il tempo ad una sfilata di donne vestite con le loro voluminose gonne e che danzano ruotando su loro stesse in perfetta sincronia e con un effetto che ci lascia a bocca aperta, è un peccato che molti viaggiatori non pianifichino i loro itinerari tenendo conto che certi spettacoli e feste già da sole motivano il viaggio, assistere a certi spettacoli non è cosa che si dimentica tanto facilmente. Ma i motivi di curiosità oggi sono molti. Davanti al cortile della chiesa alla domenica si tiene una bizzarra usanza, ovvero la benedizione degli automezzi. E ce ne sono davvero molti pazientemente in colonna ad aspettare il loro turno. Arrivato il loro turno, in prossimità del luogo della benedizione i proprietari coprono di petali di fiori le auto insieme a striscioline di carta colorata, spesso c'è l'intera famiglia che partecipa al rito e mentre il prete, compiendo un giro attorno, benedice il mezzo, i proprietari aprono una bottiglia di birra e spruzzano l'intero contenuto sulle auto. Acqua santa e birra. E' così che nel continente latino si sono evolute talune cerimonie che mescolano il sacro al profano e che dimostrano ancora una volta la personalissima maniera di essere devoti ad una religione che è stata introdotta in questo continente "violentando" se non distruggendo le tradizioni ed i credo dei nativi. E poiché siamo di fronte alla cattedrale andiamo a visitarla e a vedere la famosa Madonna nera, motivo di pellegrinaggio durante tutto l'anno di fedeli provenienti anche dal Perù e dal Cile. Finalmente il sole ci regala un tardo pomeriggio un po' più colorato e ne approfittiamo per una passeggiata intorno al Monte del Calvario che non è altro che un colle piuttosto ripido e che divide a metà l 'ampia baia. Lungo il percorso incontriamo un vecchietto che sta fissando il lago pensieroso, mi avvicino e cerco di scambiare qualche parola ma non capisco la sua lingua e solo attraverso sorrisi e semplici gesti riusciamo a comunicare un po'. E' vestito in maniera leggera per la temperature di queste altitudine così tolgo dal mio zainetto una vecchia camicia invernale e garbatamente gliela porgo, sperando di non urtare la sua dignità e con mio grande piacere accetta il dono. Proseguiamo oltre spaziando lo sguardo sulle verdissime sponde dell'insenatura di Copacabana. Secondo quello che mi ha raccontato un uomo incontrato, un capitano vascello nativo di questa cittadina, mentre era in navigazione nell'Atlantico, fu sorpreso da una terribile tempesta, durante la quale fece voto alla Madonna nera di battezzare col nome di Copacabana ed in suo onore la terra di approdo se si fossero salvati dall'uragano, cosa che fece quando arrivò presso la famosa spiaggia di Rio de Janeiro, ma non ho avuto altri riscontri per verificare se ciò sia vero oppure il frutto della fantasia e dell'orgoglio degli abitanti. Il tempo ci è amico per salire in cima al colle. Una Via Crucis conduce fino alla sommità e sottolinea ancora una volta l'impronta religiosa di questa cittadina che già ai tempi Inca rappresentava una importante tappa per i pellegrini diretti al santuario dell'isola del Sole. La salita si rivela abbastanza faticosa nonostante che da sotto non sembrerebbe, la verità è che siamo sopra ai 3800 metri e che ogni passo è un dispendio di ossigeno non indifferente. Arrivati in cima due - tre bancarelle vendono bibite e candele votive e nulla più. Ma è lo spettacolo del lago ad offrirci ancora emozioni, lo straordinario specchio d'acqua si perde lontano nell' orizzonte ed anche alcune grosse e grigie nuvole gonfie di pioggia lo vanno ad accarezzare proprio laggiù nel confine tra acqua e cielo. E' facile lasciarsi prendere dall'abbandono ed i pensieri corrono leggeri rincorrendo un tramonto di fuoco e i dorati riflessi del sole sul flemmatico specchio del Titicaca.

Quando ormai il crepuscolo inizia ad avvolgere la cittadina scendiamo dal "cerro" e ci rituffiamo nel centro dove, incessanti proseguono i festeggiamenti per il carnevale. E noi vogliamo esserne parte.

Abbandoniamo le feste di Copacabana nel primo pomeriggio in direzione Puno, base per un paio di escursioni nella zona. La frontiera è lì a pochi minuti ed espletiamo le solite formalità di timbratura del passaporto. La giornata è stupenda, situazione ottimale per ammirare ancora una volta questi incredibili altopiani peruviani e quindi nonostante stiamo viaggiando in bus scatto con successo un buon numero di diapo dal finestrino, anche perché l' abbinamento dell'azzurro del cielo con il verde intenso dell'erba uniti al candore dei grossi nuvoloni trasformano il paesaggio in una variopinta tela. Scorgiamo diverse feste con danze e processioni sparse di qua e di là a volte anche in mezzo ai semplici campi ed è un vero peccato non potersi tuffare in mezzo a tutti questi festeggiamenti a capirne il significato ed a carpirne la gioia. Comunque il nostro trasferimento prosegue fino ad arrivare a Puno dove troviamo alloggio e ci precipitiamo a dormire.

Il tempo ci accoglie ancora una volta con una fitta pioggia stamattina, ma ormai non ci spaventa più, sappiamo che il sole farà la sua comparsa prima o poi e d'altra parte siamo troppo presi dalla nostra meta odierna rappresentata dall'isola di Taquile. Al molo arriviamo molto presto e ne approfittiamo per una colazione, poi finalmente scorgiamo le prime imbarcazioni per i vari tour, contrattiamo il prezzo con un omino e prendiamo il posto. Ben presto arrivano alcuni altri turisti, la maggior parte europei e finalmente salpiamo da Puno arrancando lentamente. Il cielo è grigissimo e non promette nulla di buono, comunque stiamo avanzando nel lago navigabile più alto del mondo, verso le Uros ovvero delle isole galleggianti costruite attraverso un fitto intreccio di canne del lago e che vengono continuamente rinnovate per evitare l'affondamento quando, dopo un certo tempo, le canne perdono le loro caratteristiche di galleggiabilità e si inzuppano d'acqua. In origine queste isole, che sono qualche decina sparse qua e là, erano abitate appunto dagli Uro, una etnia indigena con una propria lingua che dopo essere stati scacciati dalle sponde del lago trovarono la maniera di sopravvivere costruendo queste isole di giunco, pianta che rappresentava il materiale di costruzione delle loro imbarcazioni ed anche una fonte alimentare (insieme alla pesca). Purtroppo alcuni ragazzi di Puno, dove ho raccolto qualche informazione, mi hanno detto che gli Uro si sono estinti e le isole sono attualmente abitate da altre popolazione che ne sfruttano turisticamente le potenzialità. Ed in effetti quando attracchiamo in una di queste isole, ci rendiamo subito conto che le tre famiglie lì presenti con i loro piccoli sono in attesa dei turisti per vendere loro gli oggetti di artigianato che loro stessi stanno costruendo o tessendo. Anche le capanne di canna sono quasi puramente coreografiche, in quanto alla sera, terminato il flusso di viaggiatori, tutti si trasferiscono sulla terraferma in case sicuramente più comode. Ma a parte il rimpianto per un'altra delle molte etnie latino-americane perse, e anche se forse il tutto ha perso quel sapore di originalità, la visita alle isole merita di essere fatta e che offre un discreto numero di temi fotografici, inoltre i bambini sono veramente dolcissimi (c'era forse qualche dubbio?). Poi dopo una sosta di un'oretta, riprendiamo la lenta navigazione verso la nostra meta, ammirando le verdi sponde del Titicaca. Di tutti i compagni di "navigazione" solo io e Fabio dormiremo nell'isola, gli altri ritengono che tre o quattro ore siano più che sufficienti e non meriti fermarsi di più; noi invece vogliamo fermarci per questa notte. Poiché il viaggio è piuttosto lungo, risulta normale che a qualcuno possa scappare la pipì, però la cosa diventa divertente poiché un ragazzo inglese ad un certo punto non riuscendo più a resistere, chiede al capitano quanto manchi all'isola. Dopo aver accertato il motivo della domanda il buonuomo gli porge un barattolo a mo' di "pappagallo" ma l' imbarazzo è più forte e quindi rinuncia. La scenetta si conclude 20 minuti più tardi quando, non potendo proprio più trattenersi, il giovanotto si sporge dalla punta della prua a pancia in giù legato come un salame dal capitano che temeva una insalubre caduta in acqua e sotto la colonna sonora del film "Titanic" cantata da me ed il mio amicone Fabio.

Arrivati a Taquile dobbiamo salire un bel po' di gradini prima di arrivare nel pueblo e l'altitudine costringe un po' tutti a sostare più volte durante la lunga scalinata, premiati comunque dal panorama. Dopo una mezzoretta scarsa un bel arco in pietra ci annuncia che la nostra fatica è terminata. Il paese si trova in una specie di pianoro in cima al "cerro" ed è veramente incantevole. Chissà per quale ragione gli abitanti non hanno costruito le loro case in una baia o comunque in un luogo più vicino al lago, che sarebbe sicuramente più comodo sia per la pesca che per gli spostamenti.

Le peculiarità di questo villaggio saltano subito agli occhi. Un dedalo di disordinate viuzze porta al centro del paese ma anche verso i campi ed i terrazzamenti coltivati. Sono sentieri costruiti con grandi lastroni di pietra sia a uso di staccionata che per la stessa pavimentazione dei viottoli calpestati quotidianamente dagli autoctoni il cui unico mezzo di trasporto sono le loro proprie gambe. Non esiste infatti a Taquile altro sistema per girare e visitare l'isola. Anche le case sono costruite a secco con queste pietre scure e secondo una tecnica semplice ed antica. All' infinito azzurro del cielo e all'eterno verde dei piani, si staccano nettamente i brillanti colori dei panni messi ad asciugare un po' di qua e di là e che si scorgono anche nelle lontane capanne isolate. Ed è una gioia scendere il dolce pendio, dilettandoci per un silenzio ormai d'altri tempi ed intingendoci nelle prime casette che ci accolgono con profumi dei cibi cotti a legna.

Il centro dell'abitato di Taquile è composto da un'ampia piazza lastricata di pietre. La prima cosa da fare è trovare un posto dove dormire. Bastano pochi minuti ed un vecchietto ci offre una stanza lì vicino alla piazza. La gentilezza della persona è più esauriente di mille lusinghe e lo seguiamo con il poco bagaglio che abbiamo. La stanzetta è davvero spoglia con il suo pavimento in terra ed un tavolino con qualche candela per illuminazione, eppure nella sua essenzialità dà un senso di pulito. Sistemate le nostre cose risaliamo la viuzza principale alla volta di un piccolo comedor da dove si percepiva un profumino invitante. Entriamo nel piccolo locale dove il giovane padrone ci invita sottovoce e sorridendo ad un tavolo. Ordiniamo del pescado con patate e verdure. Il pesce ( pegerrey ), dalla carne bianca e delicata è squisito; uno dei sapori del Perù che non dimenticheremo. Ritorniamo quindi nella plaza da dove, su un lato si può ammirare un bellissimo squarcio di lago illuminato dal sole che finalmente ha fatto la sua comparsa al nostro arrivo nell'isola. Il silenzio è una delle ricchezze dell'isola, lo sottolinea il tono di voce con cui tutti gli abitanti comunicano. Infatti qui le parole sono sussurrate e nulla turba la tranquillità che viene conservata gelosamente. Non ci sono cani a Taquile e quando scende la sera la quiete domina, solo il vento o la pioggia hanno il privilegio di rompere il silenzio. I vari sentieri che lasciano il paese ci invitano ad un giro dell'isola approfittando della splendida giornata. Appena lasciate le ultime case incontriamo una giovane coppia ed io ne approfitto per raccogliere qualche notizia sugli usi e le abitudini del posto. Sono incuriosito dall'uomo che sta' lavorando a ferri, mi spiega che è tradizione confezionarsi da sé il copricapo, una specie di cono colorato che ricade per una buona metà su un lato del capo e che ricorda i costumi di talune feste di paesini sardi. Tutti gli altri indumenti vengono realizzati dalla donna ma il berretto è compito dell'uomo. A parte il curioso copricapo, il costume maschile è composto da una camicia bianca ed un gilè scuro infine pantaloni neri e una larga fascia colorata che termina con un grosso fiocco sferico come una volta da noi si usava porre nei berretti di lana invernali. Le donne invece possono vestire in maniera anche diversa tra di loro, non tanto per il tipo di indumento, quanto per i colori, che tra le altre cose indicano se la donna è nubile o sposata. Comunque tutte portano una sgargiante gonna stretta ai fianchi e che "scampana" con un gioco di increspature fin appena sotto le ginocchia ed un altrettanto colorato maglione, infine portano tutte in testa un vello nero. Proseguiamo con il nostro cammino e ben presto l'abitato scompare alla nostra vista e ci perdiamo lungo i dolci saliscendi, ammirando il panorama mozzafiato che ancora una volta ci regala il Titicaca. Ad un tratto, portato dalla brezza, arriva un suono di flauti e tamburi. Ci inerpichiamo lungo il pendio per osservare il piccolo avvallamento sottostante da dove arriva la musica. Ben presto ci rendiamo conto della fortuna che ancora una volta ci arride. Infatti una delle tante feste sta' per compiersi là sotto. E' con emozione che assistiamo ad una specie di "chiamata" alla celebrazione rivolta alla popolazione, la quale al suono dei flauti esce dalle proprie case con i loro costumi vivi, e , come nella fiaba del pifferaio magico, raggiunge da ogni angolo accrescendolo, il fiume di gente in festa. E ad ogni nuovo gruppetto che si unisce, la musica e le danze prendono forza ed il color delle loro vesti tinge di rosso il sentiero da loro percorso. Incuriositi ed affascinati, cogliamo al volo l'occasione per portaci verso il corteo per ammirarlo da più vicino. Aspettiamo un po' in disparte per ammirarne i costumi, una coppia di vecchietti che stanno anch'essi per unirsi al resto delle persone . Arrivati davanti a noi l'uomo si ferma e ci osserva bisbigliando qualcosa nella sua lingua. Probabilmente è in preda di qualche tipo di alterazione, voluta dal cerimoniale o dalla tradizione della festa. Si avvicina a Fabio ed estrae da un sacchetto di stoffa che tiene in vita, una manciata di foglie di coca che va a mettere nel palmo della mano del mio amico. Lo "sciamano" comincia a leggerne i segni e dopo una attenta osservazione, comunica, questa volta in spagnolo, quello che le foglie gli hanno detto, dicendogli che è un uomo sensibile e generoso ma anche di vedere che gli "duele el corazòn", Fabio nella sua immensa semplicità risponde che dev'essere l'altitudine. Trattengo con fatica le risa ma il mio amico è fatto così. La moglie del vecchietto piagnucolando tenta di convincere il marito a raggiungere tutti gli altri che ormai sono già abbastanza lontani, e finalmente per lei, dopo alcuni nostri semplici gesti di commiato, proseguono il loro cammino. Noi li seguiamo un po' a distanza finché non si accodano agli altri e possiamo così assistere per un po' a tutti i loro rituali. A poco a poco raggiungiamo l'altro lato dell'isola e qui lasciamo un po' a malincuore la processione. Essendo gli unici estranei non sappiamo se siamo ben voluti nel luogo, forse sacro, dove il festeggiamento ha il suo culmine.

Ascoltando la musica che a poco a poco si allontana, risaliamo alla parte più elevata dell'isola, dove ci fermiamo in silenzio ad ammirare una volta di più le vette lontane, le bianche nuvole e le azzurre acque del lago. Infine ritorniamo all'abitato di Taquile ad aspettare la notte. Questa ci accoglie con la vista di questo presepio, dove tutto sembra immerso in una serenità ormai da noi definitivamente persa. E le flebili luci delle candele che ogni tanto attraversano le finestre aggiungono un altro verso alla poesia del luogo.

C'è solo una giovane coppia di fidanzati nella piazza, quando l'inchiostro della notte avvolge l'isola. Conversiamo un po' con loro, poi, stesi in un tavolo di lastre di pietre, osserviamo l'incredibile cielo stellato. Senza dire nemmeno una parola fissiamo per molti minuti lo sciame che brilla sopra di noi. E dopo esserci precipitati dentro, il freddo ci desta, consigliandoci di muoverci. Vaghiamo così ancora per un po' per le viuzze a coglierne gli ultimi odori. E quando anche gli ultimi flebili rumori rendono le armi alla notte, torniamo alla nostra semplice stanzetta a riposare, consci che, non è retorica da viaggiatore, Taquile ci ha donato momenti indelebili.

(...continua) ……….. non piu’ terminato dal 28/1/2001