Perù

 


di Gabriele Poli
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Ciao. vi propongo quest'altro racconto andino. Spero che vi piaccia. Altri racconti (e molto di più) li potrete trovare nel mio sito
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Gabriele

COME PARLA LA COCA
Di Enrique López Albújar
(liberamente tradotto da Gabriele Poli)

Mi ero dato alla coca. Non so se al peggiore o al migliore dei vizi. Nemmeno se per atavismo o curiosità, o per quella fatale condizione della nostra natura che ci porta a dover sempre lamentarsi o vergognarsi di qualcosa. A ben guardare, un vizio inutile per me; vizio di idiota, di ruminante, dove la bocca del chacchador (masticatore di coca. N.d.t.) finisce per assomigliare a quella bavosa e cavernosa del rospo e l'uomo torna ad assomigliare alla bestia.
Durante il giorno, il lavoro d'ufficio mi assorbiva completamente. Ogni cosa era decreti, atti e sentenze. Vivevo sommerso in un mare di cavilli legali, filtrando lo spirito della legge fra le volute del cervello; pizzicando, come uno scrupoloso asceta, i triti ed elastici articoli dei codici, per tamponare con quelli le falle di una fragile giustizia; tacitando la voce di profondi ed umani sentimenti; nascondendo dietro le inesorabili frasi della legge tutto l'umano spirito di giustizia di cui ero capace, pur ossequioso della disciplina giudiziale e prosciugando, d'altro canto, la fonte delle mie ispirazioni con la spugna delle consuetudini legali. Sotto il peso di questo fardello di responsabilità, il vizio, come il pipistrello, stava appeso alle fenditure della mia volontà, pronto a volare nell'ora del crepuscolo.
Era l'ora in cui, alla schiavitù della ragione, si sostituiva la schiavitù dell'avvilimento. Cominciavo a provare sete di qualche cosa, una sete fittizia, angosciante. Facevo venti volte il giro della casa, senza motivo, come fa il cane prima di coricarsi. Prendevo un giornale e immediatamente tornavo a riporlo. Mi alzavo e mi sedevo di continuo. E l'orologio, col suo palpitare isocrono, pareva dirmi: "chac.chac.chac.chac.chac.chac.". E la bocca s'inumidiva
Un giorno provai a ribellarmi. "Se sono un uomo, devo ribellarmi. Oggi niente coca", mi dissi, "Basta con questa porcheria che mi corrompe e mi rende passivo come un indio". E, indossato il cappello, uscii e presi a camminare per le vie buie come un nottambulo. Ma il vizio, che le cose dell'uomo conosce meglio dell'uomo stesso, vedendomi uscire, ipocrita, sornione, sorrise a questa fuga. E cosa credete che fece? Non m'impedì il passaggio, non implorò l'aiuto del "desiderio" per convincermi della necessità di ubbidire alla rispettabile legge dell'abitudine; non mi risvegliò il ricordo delle piacevoli sensazioni che offre il lento chacchar di una foglia fresca e succosa; e nemmeno mi agitò davanti la lusinga di una catipa (divinazione mediante la coca. N.d.t.) evocatrice dell'avvenire, che tante volte avevo sognato.
"Vai", sembrò dirmi, "Vai, tanto ritornerai più sottomesso che mai". E iniziai ad andare, disorientato, inciampando sugli uomini e le cose, divorando strade su strade, superando fossati, sfidando il furioso ringhiare dei cani, colmo di rabbia sorda contro me stesso, cercando di costruire, sulla base di una ribellione, il baluardo di una decisione irremovibile. E quando già iniziavo a sentirmi libero dall'orribile schiavitù, una forza giunta non so da dove, imperiosa, irresistibile, mi costrinse a tornare sui miei passi, al tempo stesso che una voce delicata, armoniosa, iniziò a volteggiare sopra alla fucina delle mie proteste, una cascata irrefrenabile di ragionamenti, con mille domande e altrettante risposte. "Hai camminato molto? Ti senti stanco? Sì? Nulla è meglio di una chaccha contro la fatica; nulla. La coca aiuta a recuperare le forze esauste, ridona in un istante tutto quello che il lavoro si è rubato durante il giorno. Dì la verità, non vorresti fare una chacchita, una piccola chacchita?.Pare che la mia domanda non ti abbia infastidito. Però, per far ciò è necessario mettersi a sedere e questo nella strada non è possibile. L'incarico che ricopri e il tuo abbigliamento te lo impediscono. Se vestissi un poncho.Che? Non vorresti ancora tornare a casa? Che sciocchezza! Per quello che c'è da vedere a quest 'ora e in queste strade. E poi, tutto quello che c'è da vedere lo hai già visto e quello che non hai visto è perché non lo devi vedere. Andiamo, lasciati andare. L'intransigenza è una camicia che occorre cambiare almeno due volte alla settimana, per evitare il rischio che puzzi. Non esiste altra cosa peggiore nella vita dell'intransigenza. Se non ci credi, pensa a tutti i nostri grandi politici di successo. Quando sono andati lungo i binari dell' intransigenza, deragliamento sicuro. Quando hanno seguito la strada della condiscendenza e dei compromessi, sono giunti alla meta. E nella vita, la cosa più importante è arrivare. Non ti ostinare, ritorna. A meno che tu non preferisca farti una chaccha camminando. Perché la coca non deve mancare. Cerca, cerca. Stai cercando nella tasca sinistra? In quella no; e nella destra? Vedi? Sono due foglioline rimaste dalla chaccha della notte scorsa. Due, nient'altro che due. Come?.Le vuoi gettare? Che crimine! Un atto di superbia, di codardia, che non si addice ad uomo forte come te. Così tanto temi questo paio di foglioline che tieni in mano? Neanche fossi un fumatore d'oppio!
Ascolta, l'oppio è febbre, delirio, ittero, avvilimento. L'oppio possiede la voracità di un vampiro ed è maligno come la tarantola. La carne che cade fra le sue spire, la stringe, la tortura, la succhia, l'avvinghia, la spreme, la disseca, l'annichilisce. E' un falso alchimista che, avvolto nella porpora del suo prestigio orientale, va per il mondo centellinando nell' immaginazione dei tristi, degli addolorati, degli sconfitti, degli infelici, degli insaziabili, dei nevrotici, un poca di felicità a gocce. Però è felicità illusoria, fantastica, che passa lasciando sulla superficie sensibile del piacere fugace, l'amarezza del dolore. La coca non è così. Tu lo sai. La coca non è oppio, non è tabacco, non è caffè, non è etere, non è morfina, non è hascisc, non è vino, non è liquore.E, senza dubbio, è tutto questo assieme. Stimola, distrae, rallegra, intristisce, ubriaca, illude, allucina, anestetizza., ma, a differenza di tutti quei cortigiani del vizio, possiede la lealtà di non camuffarsi, la virtù della forza e la gloria di non essere un vizio. Perché, forse lo è? Bene, ammettiamo che lo sia. Sarà in ogni caso un vizio nazionale, un vizio che dovrebbe riempirti d'orgoglio. Non sei forse peruviano? Bisogna essere patrioti in tutto, anche nel vizio. Non solamente le virtù salvano i popoli, lo fanno anche i vizi. E' per questo che tutti i grandi popoli possiedono il proprio vizio. Gli inglesi hanno il whisky. Una stupidaggine distillata da un tubercolo. E i francesi? Anche loro hanno il proprio vizio: l'assenzio. Pensa, l'assenzio, in pace, ha fatto più stragi in Francia che Napoleone in guerra. E i russi? Hanno la vodka; e i giapponesi il sakè, i messicani il pulque. E gli yankee il gin, che è pure un vizio. Neppure i tedeschi sfuggono a questa legge universale. Sono viziosi come gli inglesi e i francesi messi assieme. Cosa sarebbe della Germania senza la birra? Chiedi all'orzo e al luppolo e loro ti racconteranno la storia della Germania. La birra è la madre delle loro teorie intricate e acri, come aringhe affumicate, e del loro ferreo militarismo, militarismo freddo, rude, mastodontico, che crede nella gloria attraverso gli elmi dei guerrieri. Sì. Come si mangia e si beve, così si agisce e si pensa. Il pensiero è figlio dello stomaco. Per questo motivo il nostro indio è lento, impassibile, impenetrabile, triste, ritroso, fatalista, sfiduciato, sordido, implacabile, vendicativo e crudele. Crudele ho detto? Sì, soprattutto crudele. E la crudeltà è un piacere, una sete di godimento, una reminiscenza tragica della selva. E molte di queste qualità le deve alla coca. La coca è superiore al frumento, all'orzo, alla patata, all'avena, all'uva, alla carne.Tutte queste cose, da che esiste il mondo, vivono ingannando la fame dell'uomo. Che è un pane o un pezzo di carne, un boccale di birra o una coppa di vino di fronte ad un uomo triste, ad una bocca affamata? Il bere genera tristi ed elefantiaci pensieri, oppure scimmieschi scoppi di ilarità. E il pane non è altro che il simbolo della schiavitù. Un pugno di coca è più di tutto questo. E' la semplicità del piacere a portata di mano; una semplicità senza manipolazioni, né adulterazioni, né frodi. In città, il vino smette di essere vino e il pane di essere pane. E perché il povero possa davvero mangiare pane e bere vino, è necessario che prima sacrifichi nella sinistra cappella della fabbrica un poca di allegria, di intelligenza, di sudore, di forza, di salute. La coca non esige questi sacrifici. La coca dà, non toglie. Ridi? So perché. Perché hai sentito dire dai nostri topi di biblioteca che la coca è il peggiore nemico della cellula cerebrale, del fluido nervoso. L'hanno provata loro come l'hai provata tu?.Sei di nuovo serio, ora. Credi che la coca assunta fino a divenire vizio sia un problema degno dei nostri pedagoghi? Forse così pensano i fisiologi. Forse così credono i medici. Ma tu puoi tranquillamente ridere dei medici, dei chimici, dei fisiologi. Il fatto è che la coca non è vizio, bensì virtù. La coca è l'ostia del campo. Tutti i giorni l'indio comunica con lei. E con quale religiosità apre il suo huallqui (o chuspa; è la borsa che contiene le foglie di coca. N.d.t.) e con quale devozione estrae la coca a piccole quantità, scegliendola lentamente, accuratamente, per fare con lei la sua santa comunione! E per prevedere il futuro, anche. La coca parla col sapore. Quando sia dolce, buona sorte, successo, felicità, allegria.se amara, pericolo, disgrazie, calamità, perdite, morte.Non sorridere. Il fatto è che tu non hai mai voluto consultarla. Ti sei burlato del suo potere evocatore. Ti sei limitato a masticarla come un dilettante. Non bevi, non fumi, non ti droghi, né t'immobilizzi, come un maiale rimpinzato, sotto la diabolica suggestione dell'oppio. Fino a poco fa, sei stato orgoglioso della tua temperanza, di sapere che la tua ispirazione era opera della tua carne, del tuo spirito, di te stesso. Però tutto ciò non appartiene ad un artista. L'arte e il vizio sono fratelli. Fratellanza eterna, satanica. Laccio di dolore.nodo di peccato. Gli imbecilli non hanno vizi; possiedono appetiti, manie, abitudini.
Un'eresia? Una verità!.Il vizio è un piacere, qualcosa che, al passare attraverso il corpo, si trasforma in essenza di vita, in combustibile intellettuale. Il vizio è per il corpo ciò che lo sterco è per le piante. E' per tale ragione che devi avere un vizio: il tuo vizio. Come tutti. Poe lo aveva; Baudelaire l'aveva.e pure Cervantes: aveva il vizio delle armi, il più stupido dei vizi.
Bah!, devi essere felice di avere anche tu il tuo vizio. Ora, se dubiti della virtù divinatoria della coca, niente di più facile: torna a casa tua e consultala. Provala, anche se fosse per una sola volta. Una volta è nulla, come dice l'adagio. Ascolta, arrivi a casa tua, entri nello studio, ti rinchiudi con un pretesto qualsiasi, per non insospettire la tua donna; fingi di lavorare e poi, dal cassetto che tu conosci, piano e con attenzione, come accondiscendendo alla debolezza di un vecchio e simpatico compagno, prendine un aptay (pizzico), non un purash (manciata), come l'indio ghiottone, nulla più che un aptay; di seguito ti sdrai e, dopo esserti ripromesso che sarà l'ultima volta che lo farai, l'ultima -potresti anche giurarlo per tranquillizzare la tua coscienza di uomo forte-, inizi a masticare alcune foglioline. Non per vizio, naturalmente. Puoi prescindere dal vizio questa volta. Lo farai per studio. Tu sei l'osservatore e occorre osservare "in corpore sano" gli effetti della foglia alcalina. E, soprattutto, consultarla, vale a dire, fare una catipa. Cosa mai ti potrà accadere?.Potrai sapere se il viaggio in montagna che hai in mente di fare andrà bene.Se il tuo prossimo rampollo sarà maschio o femmina.Se il tuo ruolo nella magistratura è stabile, così saldo che nemmeno una scossa politica ti potrà affossare (Perché in questo paese, come ben sai, nemmeno i giudici sono immuni dalle insidie della politica). Oppure, se corri il pericolo che uno di questi giorni i signori della corte ti prendano per le orecchie e t'infliggano qualche punizione.
Quando farai la tua catipa, dovrai farla con fede, con tutta la fede india di cui la tua anima meticcia è capace. Ti prego, non sorridere. Tu pensi che la parola sia un dono esclusivo del bipede umano, o che si possa parlare solo articolando suoni. Anche le cose parlano. Le pietre parlano. Le montagne parlano. Le piante parlano. E i venti, i fiumi, le nubi.Perché mai la coca -questa fata benedetta- non dovrebbe parlare? Non hai visto l'indio dentro la capanna, dietro il muro d'argilla, lungo i sentieri, all'interno dei templi, nelle carceri, seduto con fare impassibile, col suo huallqui sulle gambe, imperturbabile come un fachiro, masticando e masticando per ore intere, mentre la vita scorre e si affanna attorno a lui, come un sinistro sciame? Cosa credi che stia facendo, dunque? Sta pregando, sta facendo l'atto di fede sull'altare della sua anima. E' sacerdote e fedele al tempo stesso. Sta dando conforto al corpo ed elevando la sua anima verso l'invincibile potere dell'abitudine. La coca è, quindi, simile ad un rito religioso, alla preghiera di un'anima pura che cerca nella semplicità delle cose la necessità di una soddisfazione spirituale. Così, come l'uomo civilizzato tende alle complicazioni, alla raffinatezza per mezzo della scienza, l'indio tende alla semplicità, alla purezza, con l' aiuto della chaccha. L'uomo civilizzato possiede la suggestione complicata degli oracoli, degli esoterismi orientali; l'indio, la superstizione del "cocaismo", al quale tutto sottomette e tutto pospone.
Una chaccha è un piacere; una catipa, una preghiera. Quando chaccha, l'indio è una bestia che rumina; nella catipa, un'anima che crede. Evita la chaccha, se vuoi, ma catipa, di tanto in tanto, così sarai uomo di fede. La fede è il sale della vita. Per questo l'indio crede e spera. Per questo l 'indio sopporta ogni asprezza e contrarietà della vita montana, tutte le difficoltà dei cammini accidentati e tortuosi, sotto il peso del carico opprimente, tutte le estorsioni che inventa contro di lui la rapacità del bianco e del meticcio. Può essere che la coca sia colei che fa dell'indio un asino, ma è anche quella che fa in modo che quell'asino umano lavori in silenzio nelle nostre miniere, che coltivi rassegnato le nostre montagne antropofaghe, che trasporti i carichi attraverso sentieri che le auto e gli animali non possono percorrere, che sia il più nobile e durevole motore del progresso andino. Un asino così merita di passare alla categoria di uomo e di godere di tutti i vantaggi della cittadinanza. E tutto per opera della coca. Sì, nonostante il tuo sorriso incredulo. Cosa credi? Se esistesse un governo che prescrivesse l'uso della coca negli uffici pubblici, non esisterebbe il dispotismo dei lacchè, né il mal tratto di persone spregevoli. Perché la coca -già te l'ho detto- dapprima crea stimoli, poi li distrugge. E dove non esistono stimoli, il nervosismo è di troppo. E tu sai anche che i nervi sono il peggiore nemico dell'uomo. Quanti problemi ha sofferto la storia per colpa dei nervi! Le battaglie si perdono generalmente per mancanza di controllo dei nervi. La fatica, la fame, l'orrore, il dolore, la paura, la nostalgia sono gli araldi della sconfitta. E la sconfitta è un prodotto della sensibilità. Ah! Se si potesse castrare l'uomo della sensibilità -perlomeno della sensibilità morale- la vita sarebbe una formula algebrica. E chi lo sa se con l'algebra l'uomo vivrebbe meglio che con l' etica.
Hai meditato qualche volta sulla quiete brahmanica? Essere e non essere in un dato momento è il suo ideale: essere per la forma, non essere per la sensibilità. La qual cosa, secondo l'antica saggezza indostana, è la perfezione, l'emanazione del Karma, la liberazione dell'ego. La liberazione! Hai sentito? E la coca è un inestimabile mezzo di astrazione, di liberazione. E' ciò che fa l'indio: "nirvanizzarsi" quattro o sei volte al giorno. Vero è che in queste "nirvanizzazioni" per nulla entra il proposito morale, nessun desiderio di perfezionamento. Egli sa, per esperienza propria, che la vita è dolore, angustia, necessità, sforzo, logoramento e anche desideri e appetiti; e dal momento che la soddisfazione o la neutralizzazione di tutto ciò esige una serie di atti volitivi, più o meno penosi, un contributo intellettuale, più o meno energico, un collaudo continuo di esperienze e correzioni, l'indio, che ama il giogo della routine, che odia la schiavitù delle comodità, preferisce, a tutti i piaceri del mondo, sprezzanti, fugaci e traditori, la realtà di un'umile chaccha, ma che sia a portata di mano. L'indio, senza saperlo, è un seguace delle idee di Shopenhauer. Shopenhauer e l'indio hanno un punto di contatto: il pessimismo, con la differenza che il pessimismo del filosofo è teoria e vanità, mentre quello dell'indio, esperienza e disprezzo.
Se per l'uno la vita è un male, per l'altro non lo è, e nemmeno un bene, è una triste realtà e l'indio possiede la profonda saggezza di prenderla com' è. Di dove ha preso questa filosofia l'indio? Non lo sai tu, dottore di legge? Non lo sai tu, dispensatore di giustizia a chili, investigatore di coscienze peccatrici, psicologo del crimine, eroe anonimo delle battaglie nauseabonde della carta bollata? Sembra menzogna! Ebbene, da dove poteva prenderla se non dal huallqui.? Dal huallqui, sacra arca della sua felicità. Ed esiste qualcosa di migliore, di più perfetto che sedersi in un posto qualsiasi, di prendere la filosofia a manciate e poi, con semplici movimenti della mandibola, estrarre un poca di imperturbabilità, di quiete suprema? Ah!, se Shopenhauer avesse conosciuto la coca, avrebbe affermato verità più manifeste sulla volontà del mondo. E se Hindenburg avesse catipado, dopo il trionfo dei Laghi Masuri, la coca gli avrebbe rivelato che dietro le steppe della Russia si nascondeva l' inespugnabile Verdùn e l'insuperabile barriera della Marna. Sì, mio caro dispensatore di giustizia a chili, la coca parla. La coca rivela verità insospettate, giunte da mondi sconosciuti. E' la Cassandra di una razza vinta e dolente; è una bibbia verde di migliaia di foglie, in ognuna delle quali dorme un salmo di pace. La coca, torno a ripeterlo, è virtù, non vizio, come non è vizio il calice di vino che il sacerdote consuma giornalmente durante la messa. E catipar è celebrare, è porre l'uomo in comunione col mistero della vita. La coca è il dono più prezioso del jirca, questo dio fatidico e capriccioso che durante la notte esce a conversare sulle vette andine e a distribuire il bene e il male fra gli uomini. La coca è per l'indio il sigillo di tutti i suoi patti, l'atto sacramentale di tutte le sue feste, il dolce dei suoi matrimoni, la consolazione dei dolori e delle tristezze, il condimento delle sue allegrie, l'incenso di tutte le sue superstizioni, il tributo alle sue idolatrie, il rimedio delle sue malattie, l'ostia di tutti i suoi culti. Dopo aver udito tutto questo, non vorresti provare una catipa? Sei sicuro del tuo futuro? Non vorresti saperne qualcosa? Ti disturba il mio invito?
Ingrato!.
Ormai sei vicino a casa. Affretta ancora un poco il passo. Così.così. Salisti le scale a lunghi passi. Buon segno. Sei giunto nel tuo studio. Siedi. Perché ti spogli? La catipa la puoi fare vestito. E' un rito assolutamente plebeo. Il rispetto è convenzione. Cos'è che scricchiola? Ah! E' il cassetto che conosci bene. E come fruscia anche quello che c'è dentro! Pare che si ribelli contro gli avidi artigli della tua mano destra. La coca è così; quando si concede, pare che fugga. Come la donna., come l'ombra., come la felicità.Ma non importa che frusci. Ormai l'hai presa. Vorresti catipar ora? Sì? Molto bene! Però, mettici fede, molta fede. Scegli quella più bianca; è la più alcalina e quella che meglio svela il mistero. La senti dolce? No. Non ha gusto, ancora. Solo stai provando un poco di torpore alla lingua; è l'anestesia, fata della quiete e del silenzio, che inizia ad iniettare nella tua carne l'insensibilità.
Attento a non sentirla amara! Attento! Cosa? Hai sussultato? Senti una sensazione sulla punta della lingua? Ti sembra amara? Non ti sbagli? Significa che le hai chiesto qualcosa. Cosa le hai chiesto?.Taci, sputala. Ti fa ribrezzo? No. E' solo che l'hai sentita amara. Perdonami! Avrei desiderato che la sentissi dolce, molto dolce. Quarantotto ore dopo, alla fine di un pomeriggio carico di elettricità e malinconia, vidi apparire un viso conosciuto nella penombra del mio studio. Un telegramma? Mi assalì un presentimento. Non so perché, i telegrammi mi spaventano, mi disgustano, mi irritano. Nemmeno quando li attendo, li ricevo con tranquillità.
Non sono come le lettere che ispirano tante cose, anche quando non dicono alcunché. Le lettere sono amiche gentili, espansive, discrete. I telegrammi mi sembrano gendarmi che vengono a prendermi. Aprii quello che il cameriere mi stava porgendo e lessi d'un fiato questa laconica e dura notizia: "Suprema Corte sospeso voi ieri per tre mesi motivo sentenza giudizio Roca Pérez".
Un colpo brutale, il peggiore che avessi ricevuto in vita mia!
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