di Medaebe
"I BAMBINI DEL PERU' E DEL MESSICO"
(Sono ricordi... ognuno li assorbe alla sua maniera, a seconda di cosa percepisce
maggiormente. Io ho notato queste cose, mi piacerebbe sapere cos'hanno vissuto
altri di voi. Grazie) P.S. Non intendo dare connotazioni negative o positive,
ne' sottintendere alcunche' di politico, mi raccomando. Sono solo osservazioni,
come dicevo prima, ricordi.
Dalle mie parti non ci sono cosi' tanti bambini per le strade, e da voi? in
quelle condizioni, poi... naturalmente varia da citta' a citta', pero' la maggiorparte
che ho visto erano sporchi e piuttosto laceri. Ho sempre avuto una fortuna:
riuscire a comunicare con i bambini anche solo con gli sguardi; di solito non
mi temono, mi accettano subito anche se sono una extranjera.
PERU - di solito non elemosinano: vendono. E sorridono se li vuoi fotografare,
ne sono quasi orgogliosi.
A Chincheros, in mezzo alle montagne, ho dato inconsapevolmente il via a una
specie di gara per vendermi i braccialettini intrecciati, perche' mi sono infatti
saltati addosso in 4-5 e alla fine ho dovuto prenderne uno da ciascuno. C'era
anche una bambina, avra' avuto 6 anni, che non osava venire da me perche' i
suoi braccialettini non erano fatti bene come quelli degli altri, si slacciavano
tutti... ma basta poco per regalare un sorriso a ciascuno. Ho preso il mio ultimo
braccialettino da lei. E in Italia li ho regalati tutti, tranne il suo.
Canyon del Colca (dintorni di Arequipa): ad un certo punto ci fermiamo ad un
mirador assolutamente favoloso, da cui si vede tutta la valle e il fiume, ma
non e' un vero e proprio mirador, e' una specie di corsia di emergenza allargata
sulla strada, senza cartelli. Ci sono alcuni locali con la loro coperta e i
loro ricordini, accompagnati dal solito gruppetto di marmocchi. Uno dei paesini
della Valle del Colca: qui non c'e' molta gente in giro per le strade, e poi
fa caldo, e' una delle ore centrali, ma sentiamo un rumore dalla piazza principale.
E' un bambino, circa 6 anni, che scorrazza da solo per la piazza, con un cerchio
e un bastone. E' dai tempi dei film di Dino Risi che non vedo bambini giocare
in quel modo. E dovevate vedere come rideva, si divertiva come un matto: parlava,
cantava...
Tra questi ce n'e' uno, il piu' piccolo, che quasi non parla il castigliano,
mi fissa da lontano e io ricambio lo sguardo, sorridendo. Penso che voglia una
monetina, ma non e' cosi'. Mentre gli altri turisti danno qualche soldino ai
suoi amici, lui e io ci veniamo incontro, senza parlare, lui mi prende la mano
e mi porta al lato opposto della strada. Cerca con lo sguardo qua e la', poi
soddisfatto allunga la manina e coglie un'erbetta. Mi dice qualcosa che non
capisco, poi mi fa vedere cosa intendeva: prende questa erbetta, se la sfrega
tra le mani e annusa a pieni polmoni. Con un gran sorriso con pochi dentini
mi invita a fare altrettanto, e io eseguo. E' una specie di menta, che mi da'
quasi un capogiro se l'aspiro con forza. A gesti mi fa capire che loro (i bambini)
la usano contro il soroche (mal di montagna, unica parola di "castigliano"
che ha detto) e la danno a chi si sente debole per l'altitudine in genere (siamo
a ca. 4000 mt., se non sbaglio). Tutto contento perche' finalmente l'extranjera
ha capito, fa per andarsene. Vorrei sdebitarmi, fargli capire che mi ha fatto
grandissimo piacere quello che ha fatto, ma non vuole niente. Accetta solo le
caramelle. E non ho il coraggio di fotografarlo, temo di spaventarlo. Sul trenino
per Macchu Picchu: il treno fa parecchie soste lungo la via, ma i bambini le
conoscono a memoria - riconoscono subito le carrozze con solo turisti e saltano
per attirare l'attenzione fuori dai finestrini. Si stupiscono se qualcuno tira
loro delle monetine: sono in cerca di dolciumi e caramelle. Io ho solo delle
merendine (poche) prese in un negozietto di Cuzco, le indico a uno di loro che
mi invita a gettarle e cosi' faccio. Mi sento in colpa come se li avessi picchiati,
ma era quello che loro cercavano da me.
Sul pullmino per Macchu Picchu: c'e' un lavoro tutto particolare per certi bambini
di Aguas Calientes (paesino ai piedi di M.P.): correre su e giu' per le scalette
che portano direttamente al sito archeologico (tagliando le curve trasversalmente),
salire di tanto in tanto sul pullman che e' costretto ad arrancare tra i tornanti,
e urlare a squarciagola "gooood-byyyyyee". E i turisti ridono. Lo
rifa, e lo rifa, finche' non si arriva a destinazione. E poi passa con la mano
aperta tra le file a raccogliere il frutto del suo lavoro. Los Uros: sono del
tutto indifferenti ai turisti, che girano, fotografano e acquistano i bellissimi
tappeti intessuti a mano. Sono vestiti nel piu' classico dei modi, abiti coloratissimi
e, se sono maschietti, portano il classico cappellino che copre anche le orecchie
(mi sfugge il nome); se sono femminucce, la bombetta e la gonnellina a piu'
strati. E girano a piedi nudi. Sono riuscita a riprenderli a ca. 3 metri di
distanza, mentre in 4 si spartivano una mela - non se ne sono neanche accorti.
MESSICO - Alcuni cercano di vendere, tutti (o quasi) cercano comunque soldi.
Oaxaca - mentre gustavamo un ottimo piatto di chapulines (cavallette, di solito
fritte in aroma piccante), nella piazza principale, venivamo "attaccati"
da bambini che vendono qualsiasi cosa, dai palloncini, alle chapulines, alle
spezie, alle bolle di sapone... ce n'e' una piccolissima, semisdentata, con
un abitino rosa, che sembra una bambolina vivente. E' in giro con le bolle di
sapone. Le dico che siamo un po' grandini per comprare le bolle di sapone e
lei ride. Faccio una battutina sui suoi denti mancanti e lei ride. Si aspetta
che dica qualcosa di divertente ma non mi viene: in quel momento penso che e'
la stessa bambina che ho visto al mattino presto, mentre adesso sono circa le
10 di sera. Per cancellare il malessere che mi sta prendendo, le do una mancia,
sperando che vada da qualcun altro. E cosi' e'. S. Juan Chamula - siamo preparati
al fatto che non si puo' fotografare. Ma quando scendiamo dal pullman ci corrono
incontro 3 bambini, che chiedono di essere fotografati dietro mancetta. E insistono,
con i loro visetti sporchi, tra sorrisi e ghignatine. Sara' l'unico scatto fatto
in quel paese. Zinacantan - E' un paesino ricco, per essere in Chiapas. Andiamo
a visitare la casa di un'amica della nostra guida, che ha allestito in giardino
la sua "vetrina" personale: un pannello a cui ha appeso coloratissimi
tappeti e tovaglie, intessute a mano. Parlano molto bene il castigliano e non
solo ci lasciano gironzolare tra le mura della casa, insistono perche' curiosiamo
proprio dappertutto. Da una parte c'e' la carne affumicata ad asciugare, dall'altra
c'e' "l'armadio", ovvero una serie di sacchetti di plastica contenenti,
credo, abiti, appesi con chiodi enormi al muro... e in un angolino, nel lettone
principale, c'e' una bimbetta che gioca con una banana. Avra' si' e no un paio
di annetti, ma non parla, emette solo gorgheggi e versetti. Appena mi vede cerca
di darmi la banana semi maciullata, perche' io giochi con lei. Non so cosa vuole
che faccia, cosi' fingo che sia una specie di yo-yo e la allontano e la avvicino
al suo faccino. Dire che ride e' un eufemismo, si sganascia proprio dalle risate.
Allora cerco di fare di piu' per divertirla, faccio facce buffe e fingo di parlare
con la banana, e lei - birichina - ne approfitta, mi fa gli scherzi, ci divertiamo.
E per almeno un quarto d'ora non mi accorgo neppure di dove sono, mi sto divertendo
anch'io come una bambina, il tutto senza parlare. Poi, quando ce ne andiamo,
non ho il coraggio di chiedere alla padrona di casa il nome della piccola: dovrei
spiegarle che ci ho giocato, invece vorrei che restasse un piccolo segreto tra
la bimba e me. S. Cristobal - Museo Na-Bolom - Nel cortile ci sono delle panchine
per aspettare, le visite guidate sono solo a certi orari, bisogna attendere
il prossimo turno. Cosi' si curiosa tra le immancabili 2-3 tovaglie stese con
tappeti e relativi venditrici, donne vestite con abiti tipici. Mi incuriosisce
una ragazzina, che mi fissa da lontano e mi sorride, sembra che voglia dirmi
qualcosa. Anche lei ha una tovaglia con tappeti vari e ricordini, lancia una
battuta per cercare di accaparrarsi i clienti. E' atipico come comportamento,
mi incuriosisco e cerco di saperne di piu'. Si chiama Marta ed e' una nahuatl.
Adesso e' "vacanza" con la scuola, per cui vende anche lei, ma oggi
non ci sono molti acquirenti. Dal mio viso capisce quanto sono stupita per il
fatto che lei vada a scuola, infatti aggiunge che lei fa di tutto per mettere
da parte soldini e cultura, quando sara' grande andra' a Tuxtla Gutierrez e
poi fara' l'insegnante. Mi insegna alcune paroline in nahuatl: "liote"
(buenos dias), "liune" (buenos dias, risposta a "liote"),
"batcun" (adios) e "colabal" (gracias). Non c'e' piu' tempo
per proseguire la lezione, dobbiamo entrare, la guida ci aspetta. Marta avra'
circa 13 anni. Sempre S. Cristobal: il mercato e' la manna dei turisti, c'e'
di tutto ed e' tutto bello (o almeno a me piace!), tutti fotografano la chiesa
ma io noto un'ombra nascosta in fondo a una bancarella: una bambina, di circa
3-4 anni, con il pancino scoperto perche' la camicia e' stretta e piccola, sporca
e spettinata, la gonna un po' strappata e il musetto imbronciato. Ai suoi piedi
c'e una bottiglia vuota di pepsi. Guardo la bambina per vedere se ha paura di
me, ma lei non reagisce. Ho una bottiglia d'acqua in mano e gliela indico, magari
ha sete (fa caldo oggi). Non muove un muscolo. Le faccio segno che vorrei fotografarla,
se non vuole puo' fermarmi. Non lo fa. Ne nascera' una foto in b/n, una delle
mie preferite di tutto il Messico.
Beh e' fin troppo lungo, ora stop. Spero di non avervi annoiato troppo con i
miei ricordi sparsi...
Ciao
Medaebe