di "Dario e Gabri"
http://web.tiscali.it/darioegabri
Viaggio in VENEZUELA: 25.12.2000 - 07.01.2001
"...Alonso de Ojeda, accompagnato dall'italiano Amerigo Vespucci, navigò
fino alla Penìnsula de la Guajira, all'estremità occidentale dell'odierno
Venezuela. Entrando nel Lago Maracaibo, gli uomini della spedizione spagnola
videro che le popolazioni indigene vivevano in rustiche case su palafitte con
il tetto in paglia e decisero di chiamare la nuova terra Venezuela, letteralmente
PICCOLA VENEZIA..." Non è facile riportare le emozioni di questo
particolare viaggio in Venezuela. "Particolare" perché è
stata una cosa diversa dal solito e un po' tutto inaspettato. Cercherò
comunque di trasferirle a voi, nostri ospiti, nel miglior modo possibile. Abbiamo
prenotato e organizzato tutto con il fido notebook, internet e l' immancabile
Lonely Planet. Dopo aver spulciato centinaia di messaggi sul NG soc.culture.Venezuela
e chiesto info nel NG it.hobby.viaggi, ho messo nero su bianco quello che m'
interessava di più. Poi con la L.Planet e i consigli della Gabri, ho
stilato il programma e l'ho proposto a 5-6 agenzie turistiche Venezuelane, con
"preghiera" di modificarlo secondo specifiche esigenze logistiche.
L'Energy Tours (energytour@cantv.net) con sede a Ciudad Bolìvar, ha risposto
in maniera più dettagliata, e seguendo il nostro "fiuto" (anche
perché nel "virtuale" c'è sempre da tenere gli occhi
ben aperti), ci siamo fidati di loro: Cosimo e Beatriz Amico. Dopo una fitta
e puntuale corrispondenza via e-mail per alcune precisazioni, ho telefonato
al loro cellulare. A qualsiasi mia richiesta, la risposta era sempre pronta
e esaustiva. Ok, mi decido: faccio il bonifico internazionale (US$ 250), acquisto
il solo biglietto aereo e partiamo il 25/12/2000 da.. Venezia per fortuna!!
Con tutto quello successo a Natale a Malpensa!! Assieme all'ansia trasmessaci
da qualche lettura di notizie poco rassicuranti sia sui NG che su riviste di
settore sulla pericolosità del Venezuela (furti, scippi, violenza, droga
e altre menate del genere), durante il volo pensavo anche alla precarietà
delle cose prenotate: tutto poteva risolversi in un metro cubo di "aria
fritta". E invece, in barba a tutto ciò, è stato un viaggio
indimenticabile. Le persone alle quali ci siamo affidati (Energy Tour) hanno
organizzato tutto a dovere e per qualsiasi evenienza erano sempre pronti a risolvermi
i problemi. Spreco solo tre righe per il volo, merita di essere fatto. Si, perché
con la KLM ci siamo trovati veramente bene! hostess e steward gentilissimi,
cibo buono e climatizzazione perfetta.
Bene, atterriamo a CARACAS. Arrivati all'aeroporto Internazionale, troviamo
ad aspettarci una persona di fiducia di un nostro concittadino, che da circa
40 anni vive a Caracas. Ora è in pensione, ha venduto le fabbriche che
è riuscito a fondare negli anni fiorenti del Venezuela. Dieci gg. Prima
di partire gli ho telefonato e con l 'occasione ci ha invitato alla cena di
Natale. All'uscita dall'aeroporto ci assale quella "magica" sensazione
di calore su tutto il corpo, ormai abituato al clima invernale. Posta a un'altitudine
di circa 900 m., la città gode di un clima piacevole, relativamente secco
e soleggiato. La temperatura media si aggira intorno a 22°C e la stagione
delle piogge dura da giugno a ottobre. L'aeroporto dista circa 30 minuti d'auto
dal centro città. Lungo la strada s 'incontrano auto nuove in stile americano
e vecchie carrette scassate anche senza targa. La strada, quasi tutta in leggera
salita, attraversa numerose colline verdissime. Man mano che ci avviciniamo
al centro, s'intravede qualche baracca o piccole costruzioni in mattoni, disperse
qua e la sulle pareti delle montagne (ranchitos o barrios). Ci avviciniamo ancora
e, in periferia, si notano tutt'intorno decine, poi centinaia.. migliaia di
ranchitos una attaccata all'altra, con migliaia di cavi elettrici e antenne
TV aggrovigliati tra loro!! In centro città invece, è caratterizzato
da una mescolanza disordinata di moderne costruzioni e ville-bunker con guardie
armate. Conscio della pericolosità che caratterizza Caracas, non ho approfondito
la nostra visita. Andiamo direttamente in albergo per una doccia salutare. Verso
le 19-19,30 con un taxi andiamo a casa del nostro amico Luigi. Vive con la moglie
Tea in un bel quartiere collinare, ma sono... segregati. Si, il residence dove
hanno l'appartamento è circondato da una recinzione alta circa tre metri,
con telecamere, guardie armate tutt'intorno e in portineria principale. Ci spiega
che purtroppo dopo le 17,30 è praticamente impossibile girare a Caracas
senza avere dei grossi problemi. E' già buio. Dal poggiolo dell'appartamento
(bellissimo) arredato con buon gusto dalla moglie (architetto), si vedono a
sud-est migliaia di lucette. Sembra la Via Lattea: sono le ranchitos. L'espansione
selvaggia di Caracas ha avuto quale conseguenza la comparsa di una vasta distesa
di baraccopoli sulle colline che circondano i quartieri del centro, e la sua
particolare posizione in una vallata tra rilievi ondulati non fa che rendere
ancora più evidente il contrasto tra ricchezza e povertà. Verso
sud-ovest invece il contrasto: migliaia di watt illuminano le strade e i palazzi
del centro. A cena c'è ogni ben di Dio. Assaggio un po' di tutto e mi
spiegano che il piatto tipico Venezuelano del Natale è l'Ajacca. Una
specie di pasta sfoglia di soia che avvolge un impasto di carne di manzo, maiale,
pollo, noci ecc.. Squisito! Dopo una bella e lunga chiacchierata, torniamo all'albergo.
Il mattino dopo la sveglia è alle 4,00!! Ci alziamo, chiudiamo le valigie
e con un taxi andiamo all'aeroporto alle partenze nazionali. Alle 5,55 partiamo
col volo Caracas/Puerto Ordaz e poi in auto fino a Ciudad Bolìvar dove
prendiamo il volo delle 08,30 per Canaima. Verso le 10,00 arriviamo all'aeroporto
di Canaima.
LA GUAYANA VENEZUELANA - Parco Nazionale di CANAIMA - Aeroporto???. Mah! E'
una striscia di asfalto e terra battuta, senza torre di controllo, servizi a
terra, ecc. C'è un bar con qualche panchina e due "banchetti"
che vendono le solite cianfrusaglie. Sicuramente però è da preferire
una sistemazione così spartana. Non potendo atterrare i grossi aerei
(non esistono altre strade di collegamento con il resto del paese) il flusso
di turisti non è eccessivo, conseguentemente non servono grandi strutture
ricettive e men che meno strade, auto, ristoranti ecc.. Si va a piedi o in barca,
in mezzo alla natura. Canaima, il punto di partenza per il Salto Angel, è
un insediamento indio abitato da circa 150 famiglie dell'etnia Pemòn
che sta conoscendo un rapido sviluppo come centro turistico. Il villaggio fece
la sua comparsa sulle carte turistiche del paese negli anni '60, dopo la costruzione
di un complesso di villeggiatura chiamato Campamento Canaima e dell'aeroporto.
Canaima gode di una posizione spettacolare. Si trova infatti sulla cosiddetta
"Laguna Canaima", un tratto ampio e tranquillo del Rìo Carrao
situato immediatamente sotto il punto in cui il fiume forma una serie di magnifiche
cascate chiamate "Saltos Hacha". Il Campamento Canaima si trova in
riva a questa romantica laguna, a nord del villaggio indio. In queste occasioni
si fa presto amicizia perché gli organizzatori ti dividono in gruppetti
di 10-12 persone e per due-tre giorni si vive tutti assieme. E qui inizia la
nostra VERA avventura. Verso le 12,30 ci consegnano dei grandi sacchi neri di
nylon per i bagagli. Li consegniamo a due persone che ce li faranno recapitare
all'accampamento vicino al Salto Angel. Saliamo in barca, attraversiamo la Laguna
di Canaima e ammiriamo le numerose cascate che la circondano. Poi a piedi attraversiamo
delle zone sabbiose che fiancheggiano il Rio Charrao. Saliamo su rocce levigate
di granito, ancora qualche piccola cascata e arriviamo al "SALTO EL SAPO":
è una cascata da attraversare!! O meglio, per proseguire bisogna passare
sotto un costone dove è praticamente impossibile venirne fuori asciutti.
Prima uno, poi un altro, una ragazza. e nessuno rimane con un centimetro quadrato
asciutto! Ok, tocca a me: mi reggo alle corde, "raccolgo" il più
possibile lo zaino tra le braccia e passo! Bagnato?? Noooo, di più! Per
fortuna il clima caldo e ventilato, permette un' asciugatura veloce ma. ma..
nessuno mi aveva detto che bisognava attraversare una cascata!! Continuiamo
la nostra camminata. Mezz'ora. Un'ora. Si attraversano torrenti, si passa in
mezzo alla foresta, ancora qualche salita sulle rocce, ancora torrenti (..e
ti togli le scarpe o le inzuppi.), sabbia, rocce, ancora scorciatoie tra la
foresta... Altro che trekking!! Sono un po' stanco e. inizia a piovere. E' un
acquazzone. Ancora più forte. Passano 15 minuti e c@zz. non smette! Si
continua a camminare. Il nostro "capo cordata" è una ragazza
Venezuelana, Aña, che sa un po' d'inglese. A chiudere c'è sempre
un ragazzo venezuelano (con caratteri somatici indio), con un coltello e un
macete. Dopo 20 minuti circa smette di piovere e in 4-5 minuti siamo già
asciutti. E si continua. Tutt'intorno. che dire. c'è una natura florida
e rigogliosa: curioso è l'effetto delle immense distese di sabbia rosa
e prati verdi, ai piedi degli imponenti Tepuy (formazioni montane con le cime
piatte). Si sente solo il rumore del Rio Charrao che ci accompagna col suo colore
rosa. Anche l'acqua delle cascate è colorata con sfumature che vanno
dal giallastro al marrone, un po' come la birra o il brandy. Il loro colore,
come quello di altri fiumi e cascate della regione, è dovuto al Tamino,
un composto solido che si trova in alcune specie di alberi e di piante locali.
In particolare negli alberi di Bonnetia. Continuiamo a camminare. Aña
dice che non possiamo fermarci. Il tramonto arriverà presto. Prima si
rideva e si scherzava, ora solo qualche piccola frase. Nulla più. Forse
non sono l'unico ad essere stanco.. Ci fermiamo in una spiaggetta dove ci aspettano
due giovani ragazzi venezuelani con una barchetta scoperta (curiara) e con tutti
i nostri bagagli. Il nostro gruppo è formato da 12 persone: una famiglia
di 4 francesi, un ragazzo coreano, due americani, due tedeschi, un messicano
e due venezuelani. Il più "anziano" è il tipo messicano,
avrà circa 45 anni. Partiamo tutti contenti per esserci finalmente seduti
(abbiamo fatto circa tre ore e mezza di marcia), ma.. Inizia a piovere!! Subito
il coreano (o giapponese, non so. non parlava mai), ultra organizzato, sfodera
dallo zaino un mega mantello impermeabile e noi... restiamo in t-shirts!! Vabbè,
penso, quando smette ci asciugheremo. Passa un quarto d'ora, mezz'ora, un'ora
e. non smette! Per fortuna non è freddo, riusciamo a resistere. Ad un
certo punto, sfiga delle sfighe, il motore fa le bizze, borbotta un po' e quindi?
Si spegne!! I due ragazzi armati di un semplice cacciavite cercano di sistemarlo.
Nel frattempo piove sempre più forte, le gocce diventano sempre più
grosse, ormai siamo tutti inzuppati e rassegnati. Inizia a tramontare il sole
e piove, piove.. Piove ancora! Porc.. Putt., non ho mai preso così tanta
acqua in vita mia! Si riparte, ma siamo ancora troppo lenti. Aña non
nasconde un po' di preoccupazione. Le chiediamo quanto manca, ma è circa
un'ora che ci risponde :«.. Fra 10 minuti arriviamo..». In qualche
tratto il Rio Charrao si restringe e davanti a noi non si vede che qualche metro
d'acqua. I rami degli alberi, poco sopra di noi, invadono il letto del fiume,
a destra e a sinistra.. In qualche punto s'incontrano, quasi a formare il soffitto
di una grotta. Ogni tanto la barca è costretta a manovre d'emergenza,
perché la pioggia ingrossa il fiume e anche... le rapide!!! Non nego
che in qualche momento mi aspettavo un bagno non previsto. Qualcuno, forse intimorito
dalla situazione, ha rimproverato Aña. Doppia fatica, ho pensato. E continua
a piovere. Avete presente quegli acquazzoni estivi che da noi durano solo pochi
minuti, ma riescono ad allagare strade e piazze? Ecco, solo che questo durava
da circa due ore! Ho freddo. Il sole ormai sta tramontando. Guardo gli altri..
Nessuno più parla. La ragazza di fronte a me sta tremando. Non è
l'unica. Non so se per il freddo o per la tensione. Uno dei due ragazzi dell'equipaggio
(!!) ogni tanto tira fuori un barattolo e inizia ad espellere l'acqua dalla
barca. Ho la maglietta e i pantaloni ormai inzuppati, le scarpe inzuppate, lo
zaino inzuppato. Quasi non riesco a tenere gli occhi aperti per la violenza
delle gocce sul viso. Finalmente arriviamo. Ci fermiamo in una spiaggetta (e
continua a piovere) con grossi massi di granito e sabbia rosa. Sono tra gli
ultimi a scendere e che vedo? Il tipo messicano giace a terra con una profonda
abrasione in testa. Si vede un pezzo di cuoio capelluto completamente spellato
e un profondo taglio sopra il ciglio sinistro. Il sangue esce copioso. Scendendo
dalla barca è scivolato sui massi resi viscidi dalla pioggia.................
E' cosciente, chiede se il taglio è profondo, si preoccupa per l'occhio.
Qualcuno cerca di riparargli il viso dalla pioggia con un cappello di paglia.
Esce ancora sangue. Ca##..., non so che fare, vorrei rendermi utile, dargli
una mano. Pensi subito al telefono, ma in questi casi la tecnologia va a farsi
fottere. Ci si rende conto della lontananza da qualsiasi pronto soccorso o ospedale.
Sam, il ragazzo americano, chiede se qualcuno ha ago e filo, ma poi chi può
effettivamente cucire la ferita? Lo aiutiamo ad alzarsi, tutti gli offrono dei
fazzoletti di carta per tamponare la ferita, ma prima di arrivare all'occhio,
sono già inzuppati d'acqua! Si riprende un po', non si sente male. Ci
vede bene e si rende conto che la ferita non è profonda, ma c'è
bisogno di qualche punto. Aña confabula un po' con i ragazzi della curiara
che lo riportano indietro. L'ho visto andar via un po' più tranquillo.
Ognuno prende il proprio sacchettone con i bagagli e ci incamminiamo. La pioggia
finalmente smette e termina il lungo tormento. Dopo un quarto d'ora, 20 minuti
circa, arriviamo all'accampamento "Aonda". Sono ormai le 18,30 ed
è buio pesto. Ci appare davanti una tettoia costruita con pali in legno
e qualche mattone, senza pareti e senza letti. Si, perché qui si dorme
in amaca! Tutti assieme. Solo i bagni sono divisi per uomini e donne. Le docce?
4-5 tubi di plastica con acqua piovana (quella no non manca!!). Nulla più.
Subito ci cambiamo e mettiamo a stendere i vestiti umidi. Vi dirò: ci
siamo asciugati in fretta e il corpo non si è raffreddato perché
la temperatura è sempre abbastanza alta. Verso le 19,00 chiamano per
la cena. Ci sediamo tutti assieme in un'unica tavola e si torna a parlare e
scambiarsi impressioni. Il cibo è buono (o è la fame che è
tanta?). E' cotto in una piccola cucina adiacente, sempre sotto la stessa tettoia.
In un'altra tavola stanno cenando altre 5-6 persone. Il tutto è illuminato
da qualche lampadina alimentata da un generatore che borbotta e smette di funzionare
poco dopo. Mano alle torce elettriche. Ci serviranno per cambiarci, per andare
al bagno, per prendere le cose dallo zaino, insomma per tutto, perché
se le spegni, qui è buio pesto! Sono quasi le 21,00 e chi si vede?? Il
messicano "ricucito" alla meno peggio. Dice che sta bene e non vuol
perdersi nemmeno per sogno l'escursione di domattina al Salto Angel. Lo guardo
e mi rendo conto che, nonostante tutto, la situazione è migliorata. E
sono contento. Contento della fatica che abbiamo fatto per arrivare fin qui
e del tragitto sotto la pioggia. Contento di questa grande capanna, contento
che tutto è spartano e nel rispetto della natura. Non desidero e non
sento il bisogno della classica doccia calda, del buffet e di tante altre cose,
forse. anzi qui sicuramente inutili. Guardo la Gabri un po' preoccupato senza
farlo trasparire. Sai, le donne hanno bisogno del loro "spazio", e
invece anche lei, come le altre, si trova a proprio agio. E' ora di coricarsi,
siamo stanchi morti. E' da stamattina alle 4 che siamo in piedi. Prima però
diamo un occhio ad un venezuelano che dorme in amaca per vedere come si è
sistemato. Cerchiamo di fare lo stesso per non svegliarci il giorno dopo con
le ossa anchilosate. In una certa maniera si riesce a stare quasi orizzontali.
Si ride un po' per come ci si sistema e penso che stanotte la farò in
bianco, nessuno di noi è abituato a dormire in un'amacaaaa....Zzzzzzzzzzz.......
Ogni tanto il rumore della pioggia che picchietta sulla tettoia mi sveglia,
ma solo per pochi minuti. Durante la notte piove quasi sempre.
Canta il gallo!!! Ma porca putt..... sono solo le 05,30 (del 27.12.2000) e non
la smette più! Gli avrei tirato il collo ben volentieri! Verso le 06,00
qualcuno si alza, Aña ci chiama perché la colazione sarà
alle 06,30. Mi alzo, guardo alle mie spalle verso la foresta e che vedo? L'
AUYANTEPUI!! Una meraviglia. Fa un effetto strano avere a pochi metri un massiccio
così imponente. Le pareti rocciose sono a picco sulla foresta e la vetta,
un po' coperta dalle nuvole è quasi completamente piatta. Pensate che
questa montagna ha una superficie di circa 700 chilometri quadrati! Come l'
Isola Margarita. Il Salto Angel si getta proprio da questa vetta che in lingua
"Pemòn" significa "Montagna del Dio del Male". Il
Salto Angel, l'Auyantepui e la zona circostante sono posti entro i confini del
Parque Nacional Canaima, il secondo parco nazionale più grande del Venezuela.
Quest'area protetta occupa una superficie di 30.000 chilometri quadrati e si
estende verso est e verso sud fino quasi al confine con il Brasile, abbracciando
gran parte della Gran Sabana. Facciamo colazione, andiamo verso la spiaggia
sul Rio Charrao, saliamo sulla curiara e risaliamo il Rio Churun, fino all'isola
Ratoncito. Qui scendiamo e inizia la camminata in mezzo alla foresta: all'inizio
il percorso è semplice, poi s'inerpica sempre più. E' mezz'ora
che si cammina e si fa sempre più difficile. In qualche tratto bisogna
arrampicarsi tra le rocce e le enormi radici degli alberi. Il cielo quasi non
si vede da quanto è fitta la vegetazione. Non ci sono sentieri "battuti",
stradine, indicazioni. niente. Aña prosegue con passo svelto, qualcuno
rallenta per la stanchezza. Proseguendo gli alberi e le piante ci "opprimono":
cespugli con foglie grandi come una ruota di un autocarro, radici che creano
trabocchetti, foglie taglienti come lamette e formiche grosse come un... pollice!
Sono le famose "formiche 24 ore". Chiamate così perché
se ti beccano, provocano un febbrone alto per circa 24 ore continuate. Proseguiamo
ancora e dopo circa 2 ore di cammino arriviamo verso le 11,15 al "Mirador
Laime", un affioramento posto proprio davanti al Salto Angel. Alzo gli
occhi ed eccola: la cascata più alta del mondo, 979 metri. E il salto
ininterrotto più alto del mondo: 807 metri, ovvero 16 volte quello delle
cascate del Niagara! SALTO ANGEL Il nome della cascata non ha nulla a che vedere
con gli angeli. Deriva invece da quello di Jimmie Angel, un pilota americano
che nel 1937 atterrò con il suo aereo a quattro posti sulla cima dell'Auyantepui
in cerca d'oro. L'aereo però rimase bloccato nel terreno paludoso, impedendo
a Angel di ripartire: insieme alla moglie e a due compagni attraversò
a piedi una zona vergine e accidentata arrivando sino al margine dell'altopiano,
poi scese per un chilometro lungo un dirupo quasi verticale e dopo un'odissea
durata 11 giorni fece infine ritorno alla civiltà. L'acqua precipita
da quello che viene chiamato il Cañoñ del Diablo (Gola del Diavolo),
nella parte centrale della parete rocciosa, ed arriva giù ormai ridotta
a pulviscolo. Mano alla macchina fotografica, ma una foto non darà l
'idea della maestosità con tutto il contesto ricco di natura. In sommità
ci sono ancora un po' di nuvole, la cima s'intravede solo per brevi intervalli.
Riprendiamo il cammino per avvicinarci ancora. Arriviamo ai piedi di una piccola
cascata a circa 200 metri dai piedi del Salto Angel. Forma una "vasca"
dove ci si può bagnare tranquillamente senza problemi, o stare appollaiati
sulle rocce rosa ad ammirare lo spettacolo. Qualcuno si lascia "massaggiare"
dall'acqua che cade sul laghetto, seduto sulla roccia. Dove finisce il Cañoñ
del Diablo, (con le spalle al Salto Angel) la visuale si apre su un'altro rilievo
di fronte a noi completamente coperto di verde, da dove sbucano altre due piccole
cascate. Tutt'intorno qualche aquila che volteggia con impercettibile movimento
d'ali. Dopo un po' c'incamminiamo per il ritorno. Arriviamo vicino alla riva
del Rio Churun verso le 13,30-14,00 e ci fermiamo sotto una capanna per il pranzo
che i ragazzi della curiara stanno preparando: hanno già acceso il fuoco,
infilzato 4-5 polli sui bastoni ed appoggiati vicino al fuoco. E il contorno?
C'è anche quello: Patate al forno.. Ehm.. Patate messe vicino al fuoco
e cotte sulla brace! Che dire: tutto era squisito. (Non mi dilungo ulteriormente
nelle cibarie xchè già sono stato bacchettato ;-)). Altro che
mucca pazza, pollo d' allevamento o altre menate del genere. Ok, adesso si può
ripartire. Saliamo in canoa e torniamo all'accampamento. Prima però faccio
ancora qualche foto al Salto Angel. Da qui s'intravede senza nuvole. Sono le
16,30 circa e abbiamo il tempo di sistemare un po' le nostre cose. Tutto quello
che abbiamo messo a stendere il giorno prima è già asciutto. Ci
sdraiamo un po' anche noi al sole. E' la prima ora di relax che ci dedichiamo
da quando siamo partiti!! Si chiacchiera con tutti gli altri del più
e del meno. Scopriamo che Dirk, uno dei ragazzi tedeschi, vive a Londra e lavora
per un'importante società d' informatica, la coppia di americani insegnano
in una scuola e stanno seguendo un corso per diventare missionari in qualche
località del Sud America. Nel frattempo arriva un gruppo di gente che
si fermerà qui una o due notti. E tra loro nemmeno un italiano. Forse
i nostri T.Operator non offrono questo tipo di sistemazione. La sera, a cena,
è un po' più animata: ci si conosce meglio, si ride e si scherza
con più serenità.
Il giorno dopo (28.12.2000) il solito gallo che canta rompe le balle. Ci prepariamo
per il ritorno togliendo le cose dall'armadio... ehm... dal muretto in pietra
sotto le amache e dopo colazione si parte. Per un pezzo il tragitto è
diverso che all'andata, lo si percorre un po' in barca e un po' a piedi. Attraversiamo
un tratto sabbioso con poca vegetazione e in lontananza, verso nord-ovest, si
scorge il KUSARI TEPUI, un'altro imponente massiccio con la cima piatta. Tutt'intorno
il silenzio è interrotto dal Rio Charrao e dal richiamo di qualche aquila.
Oltre a noi non si vede anima viva. Dopo un po' si risale in curiara e dopo
circa mezz'ora si approda e continuiamo a piedi. Passiamo vicino ad una centrale
idroelettrica perfettamente mascherata nella vegetazione e qui facciamo qualche
foto tutti assieme. Torniamo verso la laguna di Canaima e verso le 10,30 siamo
all' aeroporto. Il nostro volo per Ciudad Bolìvar non è puntuale,
ma non ci faccio caso, non c'interessa. Non abbiamo tutta 'sta fretta di ripartire.
Pe r altri il problema è più grosso: non solo il loro aereo è
in ritardo, ma addirittura non hanno nemmeno il posto prenotato! ..Misteri..
Verso le 14,30-15,00 siamo all'Hotel Valentina di Ciudad Bolìvar. Una
doccia e prendiamo un taxi per andare in centro. Le numerose notizie lette sulla
malavita locale, mi inducono ad essere prudente così non porto nulla
appresso: né macchina fotografica, né telecamera e pochi soldi
nel portafoglio. Mah, Nulla di più sbagliato! Come ci è già
capitato, anche in altri stati abbiamo esagerato con le precauzioni, solo per
aver ascoltato qualcuno che non ha osservato delle semplici regole di comportamento
quando si è "ospiti" in un altra nazione. Le stesse regole
che bisogna rispettare in tutte le metropoli del mondo. O anche solo per aver
ascoltato qualche dossier alla Tv, pilotato ad hoc per qualche campagna politica.
Ritengo che ognuno di noi dovrebbe farsi un' opinione del posto solo dopo averlo
visitato. A Ciudad Bolìvar non esiste malavita come a Caracas e la gente
è gentile e disponibile.
CIUDAD BOLIVAR Ciudad Bolivar è una calda città che si estende
sulla sponda meridionale dell'Orinoco, a circa 420 Km dall'Atlantico. Fondata
nel 1764 su un'altura rocciosa nel punto più stretto del fiume, venne
giustamente chiamata "Angostura" (letteralmente 'strettoia') e per
lungo tempo rimase un sonnolento porto fluviale distante centinaia di chilometri
da qualsiasi centro abitato importante. Poi, improvvisamente e inaspettatamente
diventò il luogo in cui venne decisa buona parte della storia del paese
e dell' intero continente. Oggi Ciudad Bolivar è la capitale dello stato
di Bolivar, una città di discrete dimensioni (280 mila abitanti) con
diversi luoghi di interesse turistico. In centro ha mantenuto la sua atmosfera
di vecchia città fluviale e conserva ancora alcuni edifici risalenti
ai suoi 50 anni di dominio coloniale. E' un luogo molto frequentato dai viaggiatori,
che si fermano in parte per vedere i suoi monumenti e in parte per partire verso
il Salto Angel. Il centro città si sviluppa di fianco al fiume Orinoco
con numerosi negozi, stipati all'inverosimile di qualsiasi genere di oggetto
vendibile: frigoriferi, mobili, oggetti da giardino, condizionatori, alimentari,
fuochi d'artificio, quadri.. All'ingresso dei negozi di scarpe e di abbigliamento,
ci sono 4-5 ragazze che t'invitano ad entrare. Per gli acquisti di prima qualità,
sviluppato in un'elegante galleria tra i fabbricati, c'è un centro commerciale
con ottimi negozi, bar, ristorante e internet cafè. Di fronte, la strada
principale è percorsa da numerosi autobus con le porte aperte e la musica
altissima. Sui vetri qualche pubblicità abbozzata con pennello e vernice.
Mi dispiace non avere la macchina fotografica, perché parte del centro
storico della città si sviluppa a monte del fiume Orinoco con decine
di calli strette, pulite e pavimentate con ciottoli. Alcuni vecchi fabbricati
colorati ne fanno da cornice. Camminando sotto il portico, ad un certo punto
incontriamo Dirk e Mark, i due ragazzi tedeschi che facevano parte del nostro
gruppo a Canaima. Andiamo a mangiare tutti assieme al ristorante "Mezzaluna"
in periferia, gestito da siciliani e gustiamo degli ottimi spaghetti al pomodoro
e basilico e un filetto di LauLau, un pesce d'acqua dolce tenero e saporito.
Anche questa notte alloggiamo all'hotel Valentina.
IL DELTA DELL'ORINOCO - regione "Delta Amacuro" -
Il 29.12.2000 ci viene a prendere un'auto per il trasferimento da Ciudad Bolìvar
al porticciolo di Tucupita. Ci accompagna il fratello di Beatriz Amico (la moglie
di Cosimo dell'Energy Tours) con un suo amico e la rispettiva fidanzata. Il
percorso è lungo, ma il tempo passa veloce, perché si instaura
un bellissimo rapporto con quei giovani: i ragazzi hanno circa 22-24 anni al
massimo e per la ragazza siamo sui 18. Conoscono abbastanza bene la geografia
del loro territorio e sono contenti del posto in cui vivono. Dopo essere arrivati
a San Felix, carichiamo l'auto su un traghetto per attraversare il Rio Orinoco
(mezz'ora circa) e infine altri 20 chilometri circa per arrivare a Tucupita.
Qui saliamo su un motoscafo assieme ad una giovane coppia di svizzeri (Beatrice
e Daniele). La barca è piena di viveri, Taniche di acqua potabile e grossi
pezzi di ghiaccio. Dopo un'ora circa, la flora di fianco al fiume si infittisce.
Iniziamo a vedere, avvertiti dai ragazzi venezuelani, qualche Tucano e... i
delfini! Sono di un grigio-azzurro più intenso rispetto a quelli di acqua
salata. Si vedono solo quando escono per respirare, perché l 'acqua è
di color marrone chiaro, dovuto alla complessa reazione ai componenti chimici
che formano le rocce e il suolo del letto e delle rive del fiume, nonché
alla flora che cresce lungo le rive, al clima e a numerosi altri fattori. Il
fiume diventa sempre più chiaro mano a mano che si va verso la foce.
Dopo circa tre quarti d'ora arriviamo al Delta Lodge, www.orinocodelta.com sul
Delta dell'Orinoco. Attracchiamo su un piccolo molo in legno e ci accolgono
Victor, un Venezuelano factotum e la proprietaria del villaggio, arrivata per
festeggiare qui l'ultimo dell'anno. Con immenso piacere noto che tutto il complesso
è stato costruito nel rispetto della natura, o almeno ce l'hanno messa
tutta! La capanna più grande (circa 50 mq), accoglie la reception, il
bar, ristorante e cucina. Tutto sotto un unico tetto e tutto in comune. La cucina
è divisa dal resto da un semplice muretto alto un metro e mezzo e la
zona adibita a ristoro è costituita da 5 tavoli in legno, contornati
da qualche pianta tropicale. Nient'altro. L'unico cemento (ma non lo sembra)
è quello del pavimento con qualche mattonella fatta a mano. Ci accompagnano
al bungalow e ci invitano a camminare sempre lungo i corridoi costruiti in legno
tutti rialzati, che collegano gli alloggi tra di loro e con la reception. I
bungalow sono costruiti interamente in legno e rialzati da terra. Non esistono
finestre, solo zanzariere accuratamente sigillate. Le uniche mattonelle sono
sul bagno, formato da un muretto che divide (!) i due letti dove è stato
fissato un lavandino piccolo come un quaderno. L' acqua della doccia zampilla
da un tubo di plastica ed è quella.. del Fiume!! Non esistono prese per
la corrente, armadi, ecc., solo qualche attaccapanni e un'unica lampadina al
centro del tetto. Dopo aver mangiato qualcosa, ci accompagnano ad un'escursione
in canoa lungo dei piccoli canali che s'immettono nella jungla. Dopo una bella
spruzzata con Autan, e una spalmata di crema protettiva, partiamo con i nostri
remi. Non ci sono tante zanzare, ma in compenso alcune mosche che sembra che
il loro piatto preferito sia proprio l'Autan! Il sole picchia verticale su di
noi, ci saranno 30-32 °C circa. Ad un certo punto piove, e siamo costretti
a tornare . Ne approfitto per vedere un po' la "situazione": tutti
i parenti della proprietaria danno una mano chi in cucina, chi nelle pulizie,
chi nell'organizzazione. Le comunicazioni si hanno solo tramite una radio e
un unico telefono che non ho ben capito se adopera una rete cellulare o via
cavo. Ogni tanto arriva un indio (di solito donna con bambino) in una piccola
e stretta barca ricavata da un tronco scavato, con qualche tubero (Jucca) o
frutta da scambiare con un sacchetto di riso. Non smontano nemmeno dalla barca.
Attendono in silenzio e come sono arrivati se ne vanno, scomparendo nei numerosi
affluenti del fiume. Ci sediamo sul molo del Lodge. Di fronte a noi il fiume
sembra un lago immenso, non si vede il verso della corrente. In questo punto
sarà largo circa 150 metri, forse più. Sulle sponde, una fitta
vegetazione che, anche con lo zoom, non si riesce minimamente a penetrare. Non
si vede un metro più in la. Il contesto non è nemmeno monotono,
poiché le specie di piante e di animali che ci circondano variano di
metro in metro. Dappertutto si vedono scimmie che saltano di ramo in ramo così
come svariate specie di uccelli coloratissimi. La sera dopo cena, c'è
l'escursione sul fiume. Si esce per circa un'ora per vedere il tramonto: è
una meraviglia. -------------------------------------------------------------------
Il mattino dopo (30.12.2000) ci svegliano le. scimmie!! Una inizia con uno strano
urlo, poi due, tre, quattro. dieci, tutte assieme! All'inizio non nego di aver
passato qualche momento di angoscia, anche perché non sapendo cosa fossero
e non riuscendo a vedere nulla.... Eppoi, vetri non ce ne sono, inferriate men
che meno!?! Ok, ci prepariamo e dopo un'abbondante colazione, partiamo con una
barca a motore per l'escursione assieme alla nostra guida Rafael e ad una famiglia
di indiani: abitavano in Venezuela, poi si sono trasferiti in USA. Alcuni di
loro sono tornati in Venezuela e vivono a Puerto la Cruz, sulla costa nord.
Una delle loro figlie si è laureata in statistica in Usa e parla bene
l' italiano, l'inglese e lo spagnolo, oltre alla loro lingua madre. Appena Rafael
vede qualche animale, spegne il motore e ci informa sul comportamento e abitudini.
Qualche delfino e uno strano uccello con parecchie piume colorate sulla testa.
Si chiama "Uacaracia" e ad un certo punto ne incontriamo 5-6 appollaiati
su un cespuglio basso. Sono bellissimi e sembrano non aver paura. Più
avanti ci fa notare dei Tucani che riesco a vedere con più nitidezza
con lo zoom della macchina fotografica. Di solito sono fermi sui rami più
alti degli alberi. Ancora qualche delfino che viene a galla per respirare, ma
si rituffa immediatamente. Quando il motore è spento, sembra di essere
in paradiso. Nessun rumore, una brezza che soffia leggera, il sole che scalda
360 giorni all'anno, pappagalli coloratissimi che svolazzano, il lento scorrere
del fiume senza grosse correnti, l'acqua pulita, inquinamento ancora inesistente,
insomma è un luogo che riunisce molte fra le più belle cose che
la natura può esibire. Verso le 12 ci fermiamo in una piccola insenatura.
L'acqua è piatta, immobile e senza il tipico colore marrone, con tutti
i riflessi colorati degli alberi. Rafael tira fuori quattro bacchette di legno
con filo e amo, un pezzo di carne cruda e si mette a pescare i.. Piraña!
Invita anche noi a provare e chi vuole fare il bagno può accomodarsi!
Oddio..., dico, non è che sia il massimo della tranquillità! Ci
dice che non c'è alcun problema: il Piraña non attacca l'uomo!
Comunque io il bagno non lo faccio.. Dopo averne pescati 3-4, torniamo al Lodge
per il pranzo. Si riparte verso le 14,30 per la camminata all'interno della
Jungla. Ci fanno indossare degli stivali alti fino alle ginocchia e dopo 10-15
minuti di barca, inizia l'escursione. Ci intrufoliamo tra palme e cespugli,
allungando le maniche della camicia e alzando il colletto. Anche con Autan o
Off le zanzare pungono lo stesso. Rafael ci spiega tante cose, ma ne capisco
poco più della metà perché non spiaccica una sola parola
d'inglese. Solo ed esclusivamente spagnolo e il dialetto degli indios. Avanziamo
ancora: in qualche punto si sprofonda. Ad un certo punto Rafael inizia a tagliare
un tronco già a terra, e ci fa assaggiare il Palmito: è il cuore
di palma, molto usato nella regione, sia da solo che per preparare piatti squisiti.
Poi ancora della frutta simile ai fichi d'india e per bere?? Nessun problema:
raccoglie un piccolo tronco, ne taglia le estremità con il macete e inizia
a bere l'acqua che sgorga limpida dal pezzo di legno! Ce lo porge e. ne abbiamo
usufruito quasi in sei! Poi ancora ci spiega a cosa serve quell'altra pianta,
per cosa la usano gli indios, come si cucina quell'altro frutto, e, cosa molto
importante, ci ha elencato una serie di malattie, guaribili con quel tipo di
foglia o con l' infuso di quell'altra pianta. Tra una cosa e l'altra siamo stati
in giro tre ore circa. Risaliamo in barca e pian pianino ci porta a visitare
diversi affluenti un po' lontani dal Lodge. Siamo gli unici in giro, non si
vede anima viva. Ad un certo punto ci fa vedere due tucani sull'albero, poi
altri due.. Dall' altra parte tre pappagalli colorati, sul ramo di fronte a
noi sono in fila cinque cocorite verdi, alcune scimmie curiose ci osservano
e poi entrano nella foresta, insomma di tutto un po'. Più avanti scorgiamo
un albero con poche foglie e tantissimi nidi a forma di pera, con piccoli uccellini
gialli e neri, chiamati "Arndaho" che fanno capolino. Più ti
avvicini più si sente un animato e curioso cinguettio. Ad un certo punto
uno stormo di uccelli bianchissimi attraversa il fiume, si gira, torna indietro,
e con una piroetta passa di nuovo dall'altra parte. Saranno una dozzina, grandi
più o meno come un tucano e sono tutti sincronizzati, si muovono tutti
assieme! Si fermano su un albero e poi ripartono. Incredibile! Uno spettacolo
unico. Rafael ci dice che a quest' ora, verso sera, è facile incontrare
dei gruppi di uccelli che tornano ai nidi. Verso le 18 ci fermiamo all'incrocio
di tre corsi d'acqua per fare il bagno e poi ammiriamo il tramonto: il sole
stava calando e riflesso sulle nuvole formava dei colori bellissimi. Torniamo
al villaggio con un po' di malinconia: era bello stare lì rilassati,
stesi sulla barca in mezzo all'acqua che con un leggero dondolìo ti invitava
ad un pisolo. Eppoi è l'ultimo giorno che stiamo qui. Peccato. Se sapevo
che si stava così bene avrei prolungato il soggiorno ben volentieri,
anche a scapito di qualche altro posto da visitare.
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Il giorno dopo (31.12.2000, mio compleanno!!) andiamo ad incontrare gli indios
Warao nel loro villaggio. Sinceramente dopo tutto quello che ho ammirato il
giorno prima, non è che m'interessasse così tanto fare questo
tipo di escursioni, costruite ad hoc per i turisti. Magari anche disturbiamo...
Per fortuna partiamo solo in 5 persone e già questa è una cosa
gradita. Durante il percorso in barca, incontriamo altre capanne e tutti salutano.
Sono costruite ai bordi del fiume, che offre loro, assieme alla flora e alla
fauna, tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere. Acqua potabile compresa:
si, perché ho visto con i miei occhi che loro la bevono! Chiedo a Rafael
e me lo conferma. Anche lui la beve! Oddio, penso, ma se all'USL mi hanno consigliato
(con tanto di visita) di fare il vaccino contro la Febbre gialla, l'antitifica,
l'antimalarica, l'antitetanica A, B ecc..???? Ebbene: non serve a nulla! Anche
al villaggio mi hanno confermato che li non esiste febbre gialla, tifo, malaria
e altre menate del genere!! E dire che il dottore che mi ha visitato, aveva
sottomano un libretto con tutte le zone del mondo a rischio infettivo! Mah.
sarà stata l'edizione del 1902!!! Arriviamo al villaggio, ma... ma è
una capanna! Che bello! Non c'è nessun altro e tre bambini ci vengono
incontro! Uno di loro tiene al guinzaglio un piccolo alligatore. Rafael dice
che quando cresce lo lasciano libero. Beh. Ne sono convinto! Ci offrono qualcosa
da acquistare, parlano sottovoce tra di loro e Rafael fa da interprete. Non
insistono, restano accovacciati vicino alle loro poche cose e ci guardano. I
bambini giocano animatamente, e la Gabri con loro. Acquistiamo due oggetti in
balsa (circa 4mila lire!!), e ci sediamo con loro sul pavimento fatto di tronchi
d'albero accostati. Vorrei chiedergli tante cose, ma non si può. La loro
lingua è incomprensibile. Forse è meglio così. Chiedo a
Rafael di tornare al lodge e poco dopo ripartiamo. Prima di pranzo chiedo a
Victor qualcosa sugli indios Warao: mi dice che il governo Venezuelano ha istituito
un programma di istruzione, per evitare che il futuro contatto con la civiltà
sia disastroso. Se hanno una cultura di base e conoscono la lingua, possono
riuscire a difendere i loro diritti. E mi indica un cartello, di fianco al banco
del bar-reception, con la richiesta di offerte per attuare quest'idea, anche
con penne e quaderni. Mah.. speriamo bene... Nel frattempo arriva Rafael con
un grosso ragno in mano. E' un parente stretto della vedova nera, ma meno pericolosa.
Questa se ti becca non è mortale, ma provoca un febbrone alto per 4 giorni!
Chiedo se non ha paura di essere morso, e mi risponde che il ragno è
in grado di "sentire" se la persona che ha vicino è impaurita
o se la situazione è pericolosa. Allora morde. Chiede alla Gabri se vuole
provare a tenerlo in mano, ma credo sia inutile!! Con l'occasione domando del
tanto decantato Anaconda: mi risponde che il serpente più pericoloso
è il "draga benado" e cioè il Boa! L' anaconda, dice,
è più difficile che attacchi l'uomo che si può più
facilmente liberare dalla sua forte presa.
Ci sediamo un po' sul molo e Victor, con un grosso pesce in mano, inizia a
fischiare. Ad un certo punto arrivano due Lontre (Perro de agua) che, come due
cagnolini, attendono il loro pranzo. Taglia il pesce in più parti e lo
distribuisce un po' a loro e qualche fetta al micio che nel frattempo è
arrivato di corsa. Dopo un po', con la panza piena, si crogiolano al sole. Si
possono accarezzare e non destano la minima preoccupazione. Dopo pochi minuti,
arriva maestoso un Airone. Si appoggia sul parapetto del molo e attende anche
lui la sua razione. Victor gli lancia due pesci che in un attimo ingoia interi!
Dopo un po' mi avvicino con cautela per una foto, ma non sembra farci caso.
E' la prima volta, in tutti i nostri viaggi, che riesco ad avvicinarmi così
ad animali non domestici. In cucina ho visto arrivare mezzo maiale già
pulito e pronto da cucinare alla brace, due tacchini e chissà cos'altro!
Stanno preparando per la festa di fine anno e.. ci piange il cuore! Saremmo
stati molto volentieri qui a festeggiare con tutta questa gente cordiale e disponibile,
ma il programma non ce lo permetteva. Prima di partire restiamo a chiacchierare
con la proprietaria, con Victor, e con l'avvocato della società che gestisce
il Lodge: è un italiano stabilitosi ormai da tantissimo tempo in Venezuela.
In quei giorni è venuto a trovarlo anche il figlio che abita in Florida.
Insomma il clima è conviviale, nessuno si arrabbia, tutti i dipendenti
fanno il loro lavoro senza fretta e sempre col sorriso sulle labbra. E questo
ci crea ancor più malinconia. Prendiamo le valigie e partiamo con la
barchetta: dopo un'ora e mezza circa arriviamo al porticciolo di Boca De Uracoa,
dove ci aspetta il fratello di Beatriz per il trasferimento in auto fino a Ciudad
Bolìvar. Purtroppo siamo arrivati con più di mezz'ora di ritardo
e non vedo nessuno. Gli unici due "estranei" siamo io e la Gabri.
Nessun altro. Il porticciolo è costituito da un porticato in mattoni,
un negozietto, una stazione della polizia e qualche piccola casa. Tutt'intorno
non c'è paese o villaggio nell'arco di 50 chilometri! La proprietaria
del Delta Lodge ha raccomandato al ragazzo che ci ha accompagnato in barca,
di non allontanarsi fino a quando qualcuno non sia venuto a prenderci. Acquisto
una tessera per il telefono pubblico, situato all'interno della stazione (sono
due piccoli locali!) della polizia. Di fronte c'è un tipo chino sul motore
della sua auto, chiedo dov'è il telefono, ma dice che non funziona! Ci
chiede a cosa ci serve, perché siamo lì, fa qualche domanda anche
al giovane che ci ha accompagnato.... Deduco che è della polizia, e ci
spiega che se qualcuno deve venirci a prendere di non preoccuparci: ha una grossa
responsabilità e per questo verrà senz'altro! Beh, penso, io non
ne sono tanto sicuro.. Torno sotto il portico: il sole scotta e non c'è
un filo d'aria. Ad un certo punto arriva una signora con un telefono cellulare.
Sta cercando di fare un numero, ma forse non riesce a prendere la linea. Le
chiedo se mi fa fare una telefonata a Ciudad Bolìvar, e senza alcun problema
mi porge il telefono. In quel mentre arriva Miguel, il fratello di Beatriz con
il suo amico e la rispettiva fidanzata. Mi dice che era tutto preoccupato e,
non vedendoci arrivare all'ora prestabilita, hanno cercato di telefonare in
agenzia. Il cellulare non aveva linea e così sono tornati indietro per
circa 40 Km prima di riuscire ad avvicinarsi a qualche ripetitore!! Dopo aver
chiamato il Delta Lodge e/o l'agenzia, sono tornati indietro per aspettarci.
Quindi...Il poliziotto aveva ragione!! Anche questo trasferimento passa veloce
e, tra una chiacchiera e un'altra, arriviamo al trasbordo sul traghetto per
attraversare di nuovo il Rio Orinoco, verso San Felix e alle 19,00 circa siamo
all'hotel Valentina di Ciudad Bolìvar. Per la notte dell'ultimo dell'anno
non abbiamo prenotato nulla, anche perché, sinceramente, non c'interessa
tanto. Pensiamo ancora al Delta Lodge: li sarebbe stata sicuramente una bella
serata. Usciamo a piedi in cerca di un ristorante, nel quartiere vicino al nostro
hotel. Sono tutti chiusi. Chiediamo a qualcuno, ma sembra che nessuno tenga
aperto l'ultimo dell'anno!!! Prendiamo un taxi per andare in centro, ma anche
qui niente di niente. Nemmeno le discoteche o i locali pubblici sono aperti.
Tutto chiuso. I venezuelani trascorrono il veglione con i parenti a casa propria.
Qualche fuoco artificiale e nulla più. Troviamo delle persone gentili
al Grand Hotel Bolìvar che, sebbene la sera ci sia solo una festa per
gente di un certo livello, pranzo escluso, ci preparano delle pietanze squisite.
Dopodiché entriamo nella sala della festa (mamma mia che squallido...),
attendiamo la mezzanotte e ce ne andiamo. Chiediamo alla reception se ci chiama
un taxi, ma. sorpresa: le centrali non rispondono!! Ci portiamo di fianco alla
strada per vedere di fermarne qualcuno: ne saranno passati una decina, ma tutti
con la macchina piena di parenti e amici. Dopo una mezz'ora circa, vedendoci
un po' spaesati, si avvicina il proprietario dell'hotel Valentina, anche lui
a festeggiare con moglie e figlia, e ci chiede se vogliamo un passaggio in auto!
Cerrrrrto che si! Saliamo in una Lincoln nuova di zecca. Nei posti dietro c'è
spazio per 4 persone belle larghe! In pochi minuti arriviamo all'hotel. Lungo
la strada non abbiamo visto tutta quella confusione tipica delle nostre città
all'ultimo dell'anno. Tutti festeggiano in casa propria.
Il mattino dopo (01 gennaio 2001) l'appuntamento è per le 8,00 con un'auto
per portarci a Puerto La Cruz, città a nord-est del Paese. Aspettiamo
mezz' ora, un'ora, niente da fare. Ad un certo punto arriva un tipo dell'Energy
Tours e, vedendoci ancora lì, fa due-tre telefonate e si scusa una decina
di volte (secondo me se lo sentiva.). Dice che in Venezuela gli orari sono una
questione soggettiva e soprattutto il primo dell'anno è difficile trovare
qualcuno che lavori. Ok, non me ne importa. Non ho appuntamenti e men che meno
ho bisogno di rodermi il fegato. Nel giro di mezz'ora arriva la nostra auto.
Prendiamo l'autostrada, attraversiamo il bellissimo e moderno ponte Angostura
sul fiume Orinoco. La strada continua sempre diritta, alla nostra destra c'è
un oleodotto (tubo in acciaio) che ci "accompagnerà" per tutto
il viaggio. Ogni tanto c'è uno spiazzo con delle pompe, saracinesche,
tubi ecc. protetto da una recinzione. Abbiamo già fatto circa 150 chilometri.
E' strano, penso, non abbiamo ancora incontrato qualche campo coltivato.. ma
se il clima è ottimo.. e ancora avanti ettari ed ettari di terreno con
un po' d'erba verde, qualche albero e basta. Vorrei sapere. Prendo la L.Planet
ed ecco svelato il mistero:".La possibilità di realizzare guadagni
con il petrolio portò ugualmente a un progressivo disinteresse per l'agricoltura,
il che ebbe come conseguenza un costante aumento delle importazioni di derrate
alimentari e una rapida crescita dei prezzi.. Il petrolio ha posto in secondo
piano altri settori dell'economia. L'agricoltura che non è mai stata
forte, è stata notevolmente trascurata e solo il 3% del territorio nazionale
è coltivato". Infatti per tutti i circa 300 chilometri non abbiamo
visto un metro quadro che sia uno di territorio coltivato!! In compenso abbiamo
incontrato numerose pompe per l'estrazione del petrolio (da lontano sembrano
grossi uccelli neri che beccano il terreno). Arriviamo a El Tigre, poi Cantaura,
Anaco e proseguiamo per la statale n° 16 abbastanza larga e senza alcun
dissesto, verso Barcelona e infine Puerto La Cruz. Sono ormai le 14,00. Il nostro
hotel (Cristal Park) è in una laterale del lungomare ed è sporchissima!!!
Quintali (non esagero) di spazzatura, bottiglie, cartoni, tutto per terra!!
Mamma mia, non eravamo abituati a queste sorprese!
PUERTO LA CRUZ e PARCO NAZIONALE MOCHIMA regione "Anzoàtegui"
Dopo una doccia ci corichiamo per un meritato riposino. Verso le 17 usciamo
e notiamo che la spazzatura è stata ammucchiata e più in la c'è
un' escavatore (!!) che la sta caricando sul camion. Meglio così. C'è
una leggera brezza tiepida che soffia dal mar dei Caraibi. Camminiamo lungo
il Paseo Colòn, un viale pieno zeppo di alberghi, bar e ristoranti che
si estende per 10 isolati sul lungomare. L'atmosfera si anima in modo particolare
e più tardi aprono le bancarelle di oggetti artigianali: legno, cocco,
vetro (lo lavorano in quel momento), quadri, collane, conchiglie ecc.. Verso
ora di cena cerchiamo un ristorante, ma sono tutti chiusi. Ci allontaniamo dal
centro, ma è peggio ancora. Ritorniamo al Paseo Colòn e ne troviamo
uno aperto: è gestito da italiani e sono un po' arrabbiati perché
i camerieri e gli aiutanti della cucina non si sono presentati e quel che è
peggio senza avvisare! Ci spiegano che per i venezuelani è normale. Se
non hanno voglia di lavorare stanno a casa. Punto e basta! Gustiamo un ottimo
piatto di pasta e ce ne torniamo all'hotel. Domattina, tanto per cambiare la
sveglia è alle sette. PUERTO LA CRUZ Puerto la Cruz è una città
giovane e dinamica (160 mila abitanti) che sta conoscendo una continua espansione.
Fino agli anni '30 non era altro che un anonimo villaggio della costa, ma quando
furono scoperti i ricchi giacimenti di petrolio nella regione a sud iniziò
a prosperare. A est della città furono costruiti i porti di Guanta e
Guaraguao, quest'ultimo divenuto una delle principali stazioni terminali per
il petrolio destinato all'estero. Puerto La Cruz si è fatta un nome in
Venezuela anche come località di villeggiatura ed è molto turistica.
E' infatti la principale porta d' accesso all'Isla Margarita, la destinazione
balneare più sfruttata dal turismo di massa venezuelano. E' ugualmente
il punto di partenza per il bel Parco Nazionale Mochima, che si estende subito
a nord e a est della città.
Stamattina (02.01.01) andiamo a visitare il PARQUE NACIONAL MOCHIMA. Partiamo
dal molo dell'Hotel Esperia (ex Melìa) con una barca coperta. Siamo in
7-8 persone, per lo più venezuelani. Anche per loro è periodo
di ferie e vanno nelle numerose spiagge delle isole del Parco Nazionale. Ci
avviamo verso "Isla Chimana Grande" e ci fermiamo alla "Playa
El Saco" dove scendono alcuni venezuelani. Continuiamo verso nord-est e
il paesaggio si presenta con un'acqua meravigliosa e terre spoglie, a tratti
rocciose e abbastanza suggestive. Tuttavia alcune hanno belle spiagge e sono
circondate da barriere coralline che offrono buone possibilità di praticare
lo snorkelling. Dopo circa mezz'ora arriviamo all'"Isla Chimana Segunda"
alla Playa El Faro. E' una spiaggia bianchissima, la sabbia è come il
talco. C'è qualche albero e il paesaggio appare un po' spoglio. Non ci
stendiamo al sole poiché è praticamente impossibile: ci saranno
30 gradi all'ombra e il sole picchia verticale su di noi. Andiamo in ricognizione:
dopo la spiaggia, camminando verso l'interno, il terreno assume una colorazione
rossastra, il paesaggio diventa arido e roccioso. Qualche cactus (alti più
di due metri) occupa vaste zone dell' isola. Camminiamo ancora ed arriviamo
all'estremo nord dell'isola: ci sono solo rocce a strapiombo sul mare. Si può
camminare con tranquillità anche sulle zone un po' più ripide,
poiché, stranamente, non sono assolutamente scivolose. Il paesaggio è
bello, ma nulla di speciale. Il caldo è insopportabile. Torniamo alla
spiaggia e ci sediamo qualche minuto all'unico bar-ristorante dell'isola. E'
una costruzione spartana, fatta di legno. L' unico inconveniente è che
i venezuelani in genere non amano usare i cestini per i rifiuti: buttano tutto
a terra. Ad un certo punto giro l'occhio e scorgo un Iguana. Camminano in tutta
tranquillità, sulla sabbia o sull'erba, anche se sono avvicinati dalla
gente, non ci fanno caso. Verso le 13,30 si pranza a base di pesce o carne e
quindi, dopo un'altra sosta in spiaggia, si ritorna. Ci fermiamo in una zona
chiamata la "piscina" per la calma e trasparenza dell'acqua, dove
ci si può bagnare. Oggi però, stranamente, non è tanto
calma e, dopo pochi minuti riprendiamo il viaggio. Ad un certo punto una bambina
si accorge dei Delfini! Stanno nuotando rasentando la chiglia della barca. Sono
bellissimi. Non li avevo mai visti da così vicino. Escono ed entrano
nell'acqua con i loro inconfondibili salti. Ci seguono ancora. Il conducente
rallenta un po', e loro continuano a correre. Passano anche sotto la barca,
da un lato all'altro, uno spettacolo. Poi si allontanano. Ci fermiamo Isla Chimana
Grande per far salire le persone che si sono fermate al mattino e quindi si
prosegue. Arriviamo a Puerto La Cruz verso le 16,30. Sinceramente non siamo
stati entusiasmati da questa escursione. Abbiamo chiesto un po' in giro se ci
sono dei posti un po' particolari da visitare e ci hanno detto che alcuni tratti
della strada che va da Puerto la Cruz a Cumanà, dove fanno servizio numerosi
autobus, offrono splendidi scorci panoramici delle isole. Nei pressi si trovano
dozzine di spiagge: le due più famose sono la Playa Arapito e la Playa
Colorada, la prima posta a circa 23 Km da Puerto La Cruz e la seconda situata
4 Km più a est. Purtroppo non abbiamo più tempo e ci dobbiamo
accontentare.
Torniamo all'hotel, una doccia e subito fuori per una bella passeggiata sul
Paseo Colon. Oggi la città è più animata e quasi tutti
i negozi sono aperti. Abbiamo sentito parlare di una zona residenziale costruita
da poco. Prendiamo un taxi e dopo aver accordato il compenso (praticamente non
ha acceso il tassametro perché ha detto che verrebbe fuori la stessa
cifra (!)), andiamo verso il complesso turistico "El Morro", quattro
Km a ovest della città. Situato su un tratto di terra lungo la costa,
il complesso ha più o meno la forma di un rettangolo di 2 x 2 Km. Già
nei sobborghi ci accorgiamo della modernità del impianto: l'area è
attraversata in tutte le direzioni da un dedalo di canali, sulle cui rive è
edificata una città fatta di palazzine residenziali, villette a schiera
e ville stupende, circondate da giardini meravigliosi. Gli abitanti hanno accesso
diretto al lungomare con un molo e uno scivolo privati! Quasi tutti hanno un
cabinato o grossi motoscafi e auto di lusso. Ci sono due alberghi in riva al
mare: Hotel Doral Beach e Hotel Maremares. Sul lato meridionale si trova il
Centro Comercial Plaza Mayor con negozi moderni, un cinema multisala e ristoranti
per tutti i palati. Qui i prezzi sono completamente diversi: per un primo e
secondo, con acqua e contorno, abbiamo speso circa 50mila lire a testa, a fronte
dei 15-20 mila lire spesi in altri ristoranti sia a Ciudad Bolìvar che
a Puerto La Cruz. Verso mezzanotte torniamo all'hotel. Domattina, tanto x cambiare
ci aspetta un lavataccia per andare all'aeroporto di Barcelona.
Arcipelago LOS ROQUES (Il nord centrale)
Verso le 5,00 del 03.01.2001 ci vengono a prendere e alle 06,30 saliamo in un
vecchio bimotore per arrivare all'aeroporto Maquetìa di Caracas per voli
nazionali. Al check in per il volo di Los Roques ci sono due ragazze senza computer
o terminale. Fanno una gran confusione. Chiedono ad un assistente via radio
se c'è ancora posto in aereo per sapere se fare ancora biglietti! Per
fortuna avevamo già prenotato da parecchi giorni, altrimenti ci toccava
stare a terra. Pesano i bagagli in una bilancia per persone e fanno pagare cifre
non indifferenti per pochi chili in più. Prima d'imbarcarci la polizia
esamina accuratamente i bagagli, a qualcuno li fanno aprire. Finalmente, dopo
lunghe attese, ci fanno salire. L'aereo è un vecchio DC3 ad elica della
seconda guerra mondiale (sigh!!). Bisogna aiutare il personale a caricare il
proprio bagaglio nella stiva dell'aereo! Ha ancora i sedili rivestiti di tessuto
mimetico e i finestrini sono senza doppio vetro. E' senza pressurizzazione e
per questo il tragitto lo facciamo ad una quota di circa 3-400 metri dal pelo
dell'acqua. Pochi minuti prima dell'atterraggio ammiriamo i piccoli atolli dell'
arcipelago di Los Roques, in mezzo all'acqua cristallina. Arriviamo verso le
11,00 all'Isola di GRAN ROQUE. L'aeroporto non esiste. C' è una fettina
d'asfalto per il decollo e l'atterraggio. Non ci sono transenne, recinzioni,
corridoi, strade. solo una sala d'aspetto senza pareti e nient'altro. Appena
smontiamo bisogna arrangiarsi a ritirare il proprio bagaglio e mettersi in fila
per pagare la tassa d'accesso, mi sembra sulle 30mila lire circa. Di fianco
leggiamo un cartello: tutto l'arcipelago e le acque circostanti sono stati dichiarati
parco nazionale nel 1972 e dal punto di vista amministrativo dipendono dal Distrito
Federal. Dal lato del mare, vicino alla pista, la banchina del villaggio è
piena di pescherecci, imbarcazioni, yacht in visita e tanti pellicani. Questa
è l'unica isola di origine vulcanica. A differenza delle altre che sono
sabbiose e completamente pianeggianti, Gran Roque presenta due gobbe rocciose
sul capo occidentale e scogliere che si gettano quasi a picco sul mare. C'incamminiamo
a piedi sulla strada d'accesso al centro abitato, ma... è tutta sabbia!
Non c'è asfalto, non ci sono auto, motorini, biciclette.. Wow!! Arriviamo
alla piazza chiamata "Plaza Bolìvar": qualche albero, una piccola
pavimentazione in cemento circolare e tutt'intorno sabbia! Tutte le strade (sabbiose)
sono fiancheggiate da case dai vivaci colori e non risentono di alcun problema
di traffico. L'unico veicolo che circola da queste parti è il camion
della spazzatura. Vicino alla piazza c'è l'ufficio dell'Inparques, la
stazione della Guardia Nacional, qualche negozio (gestito anche da italiani)
e tre telefoni pubblici. Andiamo nella posada, ma subito ci avvisano che non
è quella prenotata dall' Energy Tours perché è già
piena. Strano ma non c'importa un picchio! Ci hanno assicurato vitto e alloggio
in una poco lontana, siamo a posto! Entriamo nella nostra stanza: i letti sono
due materassi appoggiati sopra una struttura di mattoni, la pala sul soffitto,
il bagno in camera, qualche scaffale e... e... e.. Beh, direi che non manca
nulla. In questo periodo l' aria condizionata non serve perché di giorno
sei sempre in escursione, di notte la temperatura permette dei sonni tranquilli,
l'acqua calda non serve perché quella della doccia non è mai fredda,
non servono tanti armadi perché l'unica cosa che si usa sono pantaloncini
corti, costume e t-shirts,... meglio di così!! Dopo pochi minuti (sono
le 11,30 circa) vengono ad avvisarci che tra poco partiamo per l'escursione
all'isola di "Madrizquì". Saliamo in un piccolo motoscafo assieme
ad un ragazzo giovane Venezuelano che parla abbastanza bene l'italiano: si chiama
Rinaldo ed ha studiato la nostra lingua all'Isola Margarita. In poco tempo approdiamo
all'isola in una spiaggia di soffice sabbia bianca. Non ci sono palme: solo
qualche alberello. Nell'arco di circa 3-400 metri siamo solo la Gabri ed io.
Nessun'altro. Rinaldo inizia a montare la tenda (di quelle rettangolari) che
ci riparerà dal sole cocente, ci consegna il "frigo" da campeggio
preparato apposta da loro con panini, frutta fresca, formaggio, qualche affettato,
acqua e bibite in abbondanza. Ci accordiamo l'orario per venirci a prendere
e se ne vanno. Ecco,. qui possiamo dire che ci siamo rilassati. Ci voleva dopo
le innumerevoli ed indimenticabili peripezie. Ci stendiamo un po' al sole con
crema protezione 30 (trenta)!! Impossibile resistere! Sembra di essere allo
spiedo! Facciamo 4 passi, anche verso l' interno: la vegetazione consiste principalmente
in erba, cactus, cespugli bassi e mangrovie. Rinaldo mi spiegava che nell'arcipelago
non esistono mammiferi nativi, ma ci sono quattro specie di tartarughe e alcune
piccole lucertole, salamandre e iguane. Tornati alla nostra tenda mi stendo
sullo sdraio e faccio un bel pisolo. Sfido chiunque a restare svegli: c'è
una leggera brezzolina calda, nessun rumore, magari dopo aver fatto uno spuntino..
Verso le 16,30 vengono a prenderci e torniamo alla posada. Dopo una bella doccia
girovaghiamo un po', e noto come tutte le posadas sono costituite da un solo
piano abitabile e quello superiore è adibito a terrazzo con i serbatoi
dell'acqua. Per la maggior parte offrono vitto e alloggio. Il cibo è
costoso e di reperibilità limitata perché tutto eccetto il pesce
viene fatto arrivare via aerea. Il minimo che si paga per una camera con bagno
privato e trattamento di pensione completa, va da circa 70-80mila lire per persona.
Il modo più economico di soggiornare nell'arcipelago è comunque
offerto dal campeggio, che si può fare a costo zero su tutte le isole
poste all'interno della "Zona de Recreacìon", Gran Roque compresa.
La Zona de Recreacìon è l'area aperta a tutti che comprende Gran
Roque e le isole vicine, mentre la parte restante dell'arcipelago è zona
ad accesso limitato e per visitarla è necessario uno speciale permesso.
Dopo cena, terminata assieme agli altri ospiti della posada, usciamo verso la
piazzetta e, questo è il bello, in t-shirts e ciabatte. Stanno sistemando
degli strumenti e qualche decorazione, per un concerto di musica caraibica che
farà un loro connazionale abbastanza famoso anche all'estero. Per il
momento incontriamo solo turisti. Parecchi italiani, tedeschi, anche venezuelani
soprattutto di Caracas. Mezz'ora prima dell'inizio del concerto, iniziano ad
arrivare, con tanta modestia, i veri abitanti dell'isola. Per loro è
un occasione straordinaria. Non capita tutti i giorni che ci sia qualcosa di
speciale da vedere o da fare a Gran Roques. Si raccolgono con ordine attorno
alla piazza, si sente solo un leggero brusìo. Per l'occasione qualcuno
ha indossato la camicia nuova, i jeans nuovi e qualcuno anche la giacca. Le
donne e le ragazze indossano vestiti attillati, moooolto appariscenti, con colori
vistosi. Pochi minuti dopo l'inizio, tutti sono posati e tranquilli. Dopo un
po' qualche ragazza accenna passi di salsa o merengue. Ad un certo punto la
musica si fa un po' più coinvolgente ed ecco che tutti, soprattutto i
giovani, ballano. Qualche ragazza estera cerca di cimentarsi, sarà anche
brava, ma di fronte a loro non c'è storia!! Verso mezzanotte c'incamminiamo
per un meritato riposo. Loro andranno avanti fino alle due circa.
Il mattino dopo (04.01.2001) ci sveglia il sole che filtra dai balconi della
nostra stanza. Non ho mai provato così tanto piacere alzarmi la mattina
presto!! Apro la porta d'ingresso e siamo direttamente sulla spiaggia. Il mare
di fronte a noi, calmo e piatto, è animato solo da qualche pellicano
che si tuffa per prendere i pesci. Ci sediamo sugli scalini e restiamo lì
ad ammirare questo posto meraviglioso. Ho cercato di imprimerlo nella mente
per incoraggiarmi quando tornerò a casa con 2 o 3 gradi sotto zero!!
Dopo colazione, chiedo di fare un'escursione diversa dalla solita già
prenotata, per poter visitare qualche altra isola. Paghiamo una piccola differenza
e verso le 10,00 partiamo verso l'isola di "CAYO DE AGUA". E' chiamata
così perché verso l'interno c'è una pozza d'acqua dolce,
tutt'ora potabile, che utilizzavano i pescatori durante le loro uscite. Poi
andiamo a "DOS MOSQUISES", dove c'è una stazione biologica
marina gestita dalla Fundaciòn Cientìfica Los Roques e aperta
ai visitatori. Non c'è nulla di speciale. L'unica cosa che ci ha entusiasmato
è la presenza di vasche in cui si allevano tartarughe e altre specie
in pericolo d'estinzione che poi vengono liberate nei mari dell'arcipelago.
Finora sono stati allevati e restituiti al loro ambiente naturale più
di 5000 esemplari di tartaruga. L' unico problema è che il custode degli
acquari, se qualcuno chiede di fare qualche foto, le tira fuori dall'acqua riuscendo
così a rovinare la loro tranquillità. Terminiamo l'escursione
all'isola di "Madrizquì". In tutti i posti delle isole dove
siamo approdati erano disabitati e questo, assieme alle spiagge meravigliose
e ad un'acqua stupenda, li rendeva ancora più incantevoli.
Il giorno dopo (05.01.2001), ci hanno portato all'isola di "Noronquises"
dove abbiamo trascorso dalle 12,00 circa alle 17,00. Dopo numerose passeggiate
e qualche bagno, un'esposizione al sole e uno spuntino, non vedevo l'ora di
tornare: non siamo più abituati ad oziare tutte queste ore. La frenesia
dei primi giorni ci aveva contagiato. Dopo una cena gustosa a base di pesce,
usciamo per una passeggiata lungo le "calli" di sabbia del paesino.
Chiamiamo casa con i telefoni pubblici che sono nient'altro che dei cellulari
a mò di cabina. Ci fermiamo ogni tanto per parlare con nostri amici incontrati
durante le visite alle isole: una svizzera, tedeschi, due ragazzi di Londra,
americani ecc.. Insomma si fa amicizia facilmente. Ho letto e sentito di qualche
persona che si lamentava di Los Roques perché non ci sono discoteche,
divertimenti, locali e a mezzanotte tutti vanno a letto. Nulla di più
sbagliato: secondo me non c'e' posto migliore di Los Roques per fare amicizia.
Ci sono tre-quattro ristoranti con al massimo 10-15 posti a sedere e questa
è già una bella cosa perché se ti siedi con qualcun altro
(o altra.) fai amicizia per forza. Ci sono dei bar per poter passare qualche
ora in compagnia dove si consumano alcolici senza problema; in uno di questi
addirittura, il gestore ci ha offerto il caffè per ben tre volte senza
volere una lira!! All'interno di qualche posada ci sono dei piccoli locali aperti
a tutti dove si può suonare e bere qualcosa. Il paese è piccolo
e per questo prima o poi ci si incontra, ci si ritrova per forza, si fa 4 chiacchiere,
si beve qualcosa e poi magari un giretto in spiaggia. Una graziosa ragazza italiana
ha in gestione un piccolo locale ad uso bar, negozio e ristorante con i tavoli
sulla spiaggia. Ci si può andare direttamente a piedi scalzi! Si chiama
Acquamarina ed è l'unico posto, ovviamente, dove abbiamo gustato un buon
caffè. Verso l'una torniamo in stanza e prepariamo le valigie. Restiamo
zitti, non si scherza. E' l'ultima sera del nostro viaggio e questo non ci rende
certo felici. Il mattino dopo, secondo il mio programma, abbiamo il volo per
Caracas alle 10 circa, ma con il consiglio di Gregorio, il proprietario della
posada, ci rechiamo verso le 07,30 all'ufficio dell'Aeroeyecutives per verificare
il tutto. Infatti il tipo dell'ufficio non fa neanche caso all'orario previsto
per il nostro ritorno, e ci da la carta d'imbarco per le 8,30 circa. Il viaggio
di ritorno è senza problemi, l'unica cosa che all'aeroporto internazionale
di Caracas, il sabato e la domenica tutti gli uffici postali e tutte le banche
sono chiusi e, da ricordare, nessuno parla inglese nè al ristorante,
nei negozi, e nemmeno negli uffici per il nolo auto. Il volo da Caracas ad Amsterdam
è puntuale alle 17,40 e arriviamo a Venezia alle 11,30 del 07.01.2001.
Passare dai circa 30 gradi ai 2-3 di Venezia, è stato uno shock "anafilattico"!
In conclusione: il Venezuela è una nazione splendida e da mettere nei
vostri programmi. Certamente non sarete delusi, anche perché, per il
momento, non è ancora tanto sfruttata e possiede una tale varietà
di paesaggi tale da soddisfare anche il turista più esigente. Potete
passare dalle vette andine, coperte di neve, al vasto Delta dell'Orinoco (uguale
al Belgio per superficie), alla parte meridionale interamente occupata dalla
selvaggia e leggendaria foresta amazzonica, mentre quella settentrionale è
un susseguirsi di spiagge e isole disposte lungo tremila chilometri (!) di litorale
caraibico! Non trattate però il Venezuela alla stregua di un ponte e
concedetevi un po' di tempo per scoprirlo, perché ne vale veramente la
pena. Beh?? Non vi viene voglia di fare subito le valigie?? Buon viaggio!
Gabriella e Dario