di Gimaqu
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"Il Malèk di Dech Biazàr"
"come diavolo ci si può abituare a muoversi con questa specie di
armatura addosso?"
Senza più esitare, mi slaccio il grosso e pesante giubetto antiproiettile e ne esco fuori a fatica riprendendo a respirare ed a muovermi liberamente, senza oppressione: meglio una pallottola che questo supplizio!
Il Capitano Carlo M., responsabile della mia ed altrui incolumità, mi lancia uno sguardo severo, poi sorride, mi capisce: " Dottore, io ho il dovere di consegnarle il giubetto antiproiettile in dotazione, lei è libero di usarlo o meno a suo rischio personale!"
Il Capitano è un veneto di una trentina d'anni: una grande professionalità. Un volto che tradisce il suo atteggiamento da duro. Un volto da bravo ragazzo. Nel contingente italiano Italfor, di ISAF - Kabul, ha il ruolo di coordinatore del C.I.M.I.C., il reparto militare responsabile dei servizi umanitari in collaborazione con i civili e non soltanto: lui, assieme all'altrettanto bravo Tenente Massimiliano F. ed a molti altri, si occupa personalmente di portare a buon fine una gravosa serie di interventi umanitari destinati alla popolazione residente nei villaggi montani a nord di Kabul.
Con la sua squadra coordina anche i sanitari presso l'Hope Hospital di Jalalabad Road dove, una volta alla settimana, si effettuano le diagnosi e le terapie principalmente contro la Lehismaniosi, una zoonosi, malattia cioè trasmessa all'uomo dagli animali, una piaga endemica che assieme a molte, moltissime altre malattie, falcidia una popolazione già stremata dall'inedia.
Durante gli altri giorni, a bordo di automezzi blindati, si recano fuori Kabul per tentare di alleviare le sofferenze di coloro che, più sfortunati ancora degli altri, i quali non trovandosi nei pressi di Kabul, non possono usufruire nemmeno di quel poco che si tenta di fare per lenire l'estremo disagio nel quale sopravvivono. Distribuiscono loro riso, coperte (l'inverno Afghano è rigorosissimo), medicinali, latte in polvere. Con il Veterinario militare eseguono trattamenti preventivi e vaccinazioni sulle greggi e sul resto del bestiame, unica preziosa risorsa alimentare per molti. Una goccia d'acqua nell'oceano!
Abbandoniamo la strada che porta al thunnel di Salang, costruito dai sovietici durante l'invasione degli anni ottanta ed in seguito distrutto dai mujaheddin. Collegava il sud con il nord del paese. Il blindato rallenta, voltiamo a sinistra all'altezza della carcassa di un container devastato dallo scoppio di una granata. Sembra una scultura moderna.
Il paesaggio è sempre lo stesso: bellissimo! Le spoglie montagne di polvere e sassi, si susseguono all'infinito verso l'orizzonte e vengono fermate soltanto dalla imponente solennità delle candide vette dell'Hindu-Kush. Fa freddo ma l'aria è asciutta ed il sole è tiepido. Il grande inverno, qui, arriva con un mese circa di ritardo rispetto a noi ed è più breve, ma la temperatura notturna discende già ora abbondantemente sotto lo zero.
Fuori da Kabul il cielo è finalmente blu, terso, il cielo afghano che ho tanto amato e tanto amo, fuori dallo smog e dalla spessa coltre di polverel, illumina ogni cosa ridonando un'aspetto ridente perfino allo squallore tetro dei crateri provocati dai bombardamenti ed ai relitti militari sparsi ovunque nei campi.
La strada si restringe, diventa un sentiero delimitato dalle mura di fango e mattoni che circondano i poderi e le abitazioni afghane: ben presto inizia a salire tortuosamente. I mezzi blindati si arrampicano potenti superando le profonde buche senza difficoltà: mi è stato consentito di uscire con il busto, stando in piedi nell'abitacolo, da uno dei passa-uomo posti sul tetto del veicolo per poter scattare delle fotografie, al ritorno ne sentirò le dolorose conseguenze sui fianchi. Attraversiamo alcuni piccoli villaggi, stuoli di bambini messi in allerta dal rumore dei motori, ci inseguono festanti, "Mister, Mister, a bottle, Mister, give me a bottle!" gridano, non capisco. Cosa significa? Lo domando al militare più vicino, "vogliono le bottiglie vuote! Qui hanno un piccolo valore e le rivendono al mercato per pochi afghani", è la risposta.
Finalmente arriviamo a - Dech Biazàr -, il piccolo villaggio meta della missione: all'ingresso un guardiano armato di kalashnikov resta accovacciato sui talloni coperto dal patù, il tipico mantello afghano beige, grigio o marrone bordato di verde. Ci fa un gesto di benvenuto sorridente, poco più avanti, sul tetto di una delle case, nascosta ma non troppo da alcuni logori teli mimetici, intravedo la canna di una mitragliatrice pesante. Un ragazzino sporge il capo da dietro di essa curioso, sorride e saluta come se nulla fosse.
Entriamo molto lentamente tra le strette vie del villaggio, attraverso un varco di ingresso, sbuchiamo in un grande piazzale completamente circondato da mura a secco, il sole è alto e tiepido ed il vento si è calmato. Il Capitano dà ordine ai militari di scendere per primi in perlustrazione, noi civili siamo invece invitati a restare ancora all'interno del blindato, per precauzione. Il luogo si presterebbe ottimamente ad un'imboscata. In un angolo dello spiazzo ci sono due vecchi containers affiancati, sono anche questi crivellati di fori prodotti dai kalashnikov e dalle schegge delle granate, ci spiegherà la differenza tra gli uni e gli altri il capo del villaggio più tardi.
Da dietro i containers appaiono cinque o sei afghani, davanti a loro uno di essi con una folta e lunga barba, un grande ed importante lungee, il turbante, avviluppato sul capo, un giaccone di pelle sdrucito, casacca e pantaloni afghani: indiscutibilmente, dal suo portamento, è lui il "Malèk", il capo dei villaggi della zona, tutti abitati da pashtuni.
Ci fa cenno di avvicinarci, i militari si distanziano dal mezzo ancora in moto di una ventina di passi aprendosi a ventaglio, guardandosi intorno con le armi imbracciate, la prudenza non è mai troppa di questi tempi ed in questo paese, poi ci fanno cenno che possiamo scendere dal mezzo e seguirli. Per un momento, vista l'atmosfera, rimpiango il giubetto antiproiettile, poi il solito fatalismo di cui sono abbondantemente dotato, prevale come sempre.
Ci raduniamo tutti nei pressi dei containers, ci sono delle stuoie adagiate sul terreno sabbioso, il Malèk, si chiama Mirza Khan, saluta calorosamente il suo caro amico il Capitano, il quale lo ricambia altrettanto calorosamente: "Salàm-aleikùm, Mirza Khan", "Aleikùm-salàm, Capitain", si abbracciano come è usanza qui, poi il Khan viene incontro a ciascuno di noi.
Il Capitano ci presenta uno alla volta, spiega il nostro ruolo, la nostra professione, il perchè siamo anche noi laggiù.
Secondo il classico rituale tradizionale afghano egli si porta la mano destra sul cuore chinando il capo in segno di rispetto e di pace, poi ci stringe la mano e, tenendola stretta nella sua, ci dà il suo benvenuto, ci domanda cioè se stiamo bene, se la nostra famiglia sta bene, se abbiamo trascorsa una notte tranquilla, com'è stato il viaggio ecc. ecc. Quanto straordinario calore umano infondono questi antichi rituali! Sembra impossibile che dietro a queste delicate e premurose forme di accoglienza, possa celarsi l'animo terribile dei leggendari guerrieri, indomiti e coraggiosi ma allo stesso tempo feroci e spietati.
Il Capitano domanda al Capo, con aria di rimprovero, che cosa significhino quelle armi poste all'ingresso del villaggio: Mirza Khan sorride, i suoi occhi vivaci, profondi, nascosti fra le folte sopracciglia e le profonde rughe scavate dal forte riverbero del sole e dal grande freddo della montagna si illuminano di una luce astuta ma tagliente, "perdonami, i miei figli sparsi lungo il cammino ci hanno riferito per errore che si trattava di una pattuglia di americani e noi non amiamo molto le pattuglie americane in rastrellamento. So che esse dicono di venire in amicizia, ma poi entrano di prepotenza nelle nostre povere case alla ricerca di guerriglieri, violano l'intimità delle nostre donne, portano via i nostri giovani per controllarli! A volte siamo costretti ad impedire che ciò accada...".
Ci adagiamo sulle stuoie, dopo quello del Capo, tutti gli altri, uno alla volta, ripetono lo stesso rituale di benvenuto, di donne in giro assolutamente nemmeno l'ombra.
Alcuni uomini portano fuori alcuni vecchi banchi di scuola e li sistemano a mò di tavoli; poi arrivano altri con alcuni vassoi pieni d'uva e li adagianosui banchi assieme ad una caraffa di rame colma d'acqua per risciacquarla e l'immancabile chay (thè). Qui l'inquinamento delle falde acquifere non è altrettanto grave come a Kabul, è acqua che discende direttamente dalle falde montane, la si potrebbe anche bere, ci informa il Capitano, ma è meglio essere prudenti ed evitare rischi.
Il Malèk ci invita a servirci, "è uva di quest'anno", ci dice indicando con la mano i grappoli migliori, "noi, ne conserviamo una parte appesa al soffitto nelle case e la consumiamo durante l'inverno, quando ci sono ospiti di riguardo come voi". E' uva dagli acini lunghi e piccoli, resa ambrata dalla leggera sovramaturazione, è fresca, dolcissima. Ne mangiamo tutti con avidità. Non è facile mangiare della buona frutta quaggiù, i militari, per ragioni di sicurezza igienica, non usano la frutta locale e sono costretti alle solite mele che sanno di plastica provenienti dai nostri mercati.
"Vedi?", dice il Capo con soddisfazione rivolto al Capitano, "ho addosso la giacca che mi hai portato la volta scorsa, è molto comoda e calda!"
Senza ulteriori indugi, chiedo al Capitano l'autorizzazione per rivolgere al Capo alcune domande di vita comune, sono ansioso di sapere da chi ha vissuta in diretta la tragedia Afghana degli ultimi anni e vive lontano da Kabul, cosa ne pensa!
"Mirza Khan, quante persone vivono nel tuo distretto?" gli chiedo e lui mi risponde con aria subito importante: "Siamo in quaranta piccoli villaggi ed ogni villaggio è composto da circa trenta famiglie. Considerando che la famiglia afghana è composta mediamente da sei persone, ora siamo una comunità di circa 700 - 800 persone ma una volta, qualche anno fa, eravamo quasi il doppio".
"Allora, prima del napalm dei russi e poi della lunga siccità seguita dai bombardamenti americani" , continua Mirza Khan allargando il braccio per indicarla, " tutta questa vallata era ricoperta dal verde, la nostra frutta spezzava i rami delle piante per l'abbondanza ed era fra la migliore del paese, era la più ricercata nei bazar".
"Avete subito quindi molte perdite, durante gli anni di guerra, qui?":
"I Russi ammazzarono 400 di noi, un pò durante i bombardamenti un pò durante i rastrellamenti", " è stato molto doloroso! Ad un certo punto non eravamo rimasti nel villaggio altri che vecchi, donne e bambini; un grande dolore per molte delle nostre famiglie!", "Ma quello non è stato niente, come
dolore" prosegue il Khan, " rispetto alle centinaia di altri nostri fratelli morti, periti successivamente a causa della sciagurata guerra fratricida fra fazioni mujaheddin. Quello è stato dolore, dolore vero!
Che un uomo muoia combattendo contro un'invasore, è doloroso ma onorevole! E' il suo dovere quello di proteggere l' indipendenza sua e della sua terra! " , "Che esso muoia invece per mano di un suo fratello accecato dall'odio, è soltanto doloroso! E' contro il volere di Allah!".
"Cosa ne pensate, voi, dell'attuale situazione? Pensate che l'Afghanistan possa riuscire a rimettersi in piedi? Avete una speranza di farcela?".
"Se le forze internazionali resteranno in Afghanistan fino a quando non avremo raggiunto un accordo politico fra le diverse fazioni per eleggere un governo giusto per tutti e principalmente fino a quando non avremo scacciati od eliminati tutti gli stranieri musulmani che vogliono la guerra fra noi fratelli, se ci abbandonerete ancora, prima che nel paese ci sia almeno un minimo di stabilità, l'Afghanistan non troverà la pace e moltissimo sangue scorrerà ancora, molto di più che nel passato! Noi siamo stanchi di guerre e di sangue, vogliamo che i nostri figli possano riprendere a correre liberi nei campi senza il terrore delle mine e dei bombardamenti!".
Il sole è dolce e caldo, le bianche vette dell'Hindu-Kush ascoltano i nostri discorsi e ci osservano da lontano severe mentre, seduti come vecchi amici, mangiamo l'uva dai chicchi d'oro parlando con i nostri fratelli afghani.
Mi sembra di percepire momenti di quiete e di pace antichi, difficili da ritrovare ancora dalle nostre parti. E' difficile doverlo ammettere trovandomi proprio qui, in quello che per il resto del mondo è il centro dell'inferno, in una delle terre al mondo più devastate dalle guerre.
Il tempo scorre lento in Afghanistan, esso è scandito dal battito di cuori forti, di vite anonime che non temono la loro anonimità. Vite che uniscono, come da noi, le piccole gioie ai dolori di tutti i giorni, ma che lo fanno con una diversa dignità, con un coraggio dieci, cento, mille volte più grande del nostro.
In Afghanistan, il tramonto invernale inizia verso le cinque del pomeriggio. Con il tramonto inizia un'altra notte di dura lotta per chi non ha legna per riscaldarsi, non ha cibo per nutrirsi, non ha risorse fisiche per difendersi, con il tramonto inizia per tutti il gelo della notte, per molti finisce una esistenza difficile, tormentosa, quasi impossibile!
Dobbiamo rientrare alla base. E' tassativo! Il buio è complice di chi non vuole la pace, quaggiù. L'altra notte, tre missili sono stati lanciati verso l'aeroporto e su Share Now, un quartiere popoloso di Kabul, poteva essere un'altra strage, soltanto per fortuna non lo è stata! Mi giunge notizia che anche oggi sono state udite due forti esplosioni a Kabul, non si sa ancora se ci siano delle vittime, speriamo bene!
Salutiamo il Malèk ed i notabili del villaggio, lo stuolo dei bimbi è stato fino ad allora tenuto "fuori campo" da qualche severo rimprovero a distanza del vecchio ma, non appena usciamo dal recinto loro "proibito", ci si scatena dietro prontamente: "Mister, a bottle, a bottle, Mister"! E' più un gioco per loro, uno dei rari giochi, corrono sorridendo dietro al nostro mezzo facendo a gara fra di loro a chi resiste correndo più a lungo, sono proprio dei piccoli afghani!
Rientrando verso la base, scorro nella mente tutte le impressioni, le parole, i gesti, i colori: "Ma dov'è la guerra?" , domando me stesso, "dov'è veramente la guerra più tragica, più vera?" "E' essa fra questa gente sfortunata, tradita, disillusa, martoriata, della quale nessuno dei media occidentali parla nuovamente più e che, nonostante essa viva tuttora in un'epoca di catastrofi di proporzioni immani, conserva intatta la dignità di essere uomini, oppure tra noi, uomini "evoluti", dove la dignità ed il rispetto non esistono oramai più da anni?"