Afghanistan

Marzo 2003

di Gimaqu
www.beppequarta.it

 

"Quel treno da Kabùl"

- riflessioni durante il tragitto in treno, al ritorno da Kabul, 30 anni dopo. ____________________________
Ho ancora nella testa il frastuono assordante dei motori del cargo "C130-J" Hercules dell'I.S.A.F.: vi ho trascorse sei ore da Kabul ad Abu Dhabi e nonostante siano già trascorse alcune ore, non passa. Sarà veramente il rombo dei motori a tormentarmi, oppure è tutto ciò che mi porto dietro da questa esperienza?

Il rumore dell'intercity mi sembra come ovattato. Sono stanco, molto stanco. Non tanto fisicamente, quanto emotivamente stanco.

La campagna padana, che in tante altre occasioni mi è passata davanti agli occhi nel suo insignificante grigiore, mi sembra quasi bella, ne noto per la prima volta l'ordine, le geometrie, la pulizia.

Mi astraggo inevitabilmente, mi accadrà spesso: il mio pensiero è là, sempre là, sincronizzato a poche ore indietro, è rimasto e vi resterà per sempre in una Kabul straziata dalle ferite incancellabili del suo recente passato. E' rimasto in quegli occhi, in quei sorrisi a volte malinconici, a volte arroganti, fra quella gente disperata nella quale si è accesa finalmente una flebile luce di speranza. Nella paura che tutto, per loro, per chi come me spera con loro, precipiti nuovamente in un'altra terribile delusione. Un'altro abbandono!

Equilibrio precario, generato soltanto da un'odio più forte sull'altro, più armato, più potente. L'odio: si respira nell'aria mescolato alla polvere, ne sono impregnate le rovine sparse ovunque, testimonianza tremenda dei recenti e passati combattimenti. L'Afghanistan, quello che avevo visto e vissuto trent'anni fa, non esiste più!

A Kabul, oggi, esistono invece strati diversi di vita, strati che scorrono l'uno sull'altro di continuo, restando fortemente aderenti l'uno all'altro, ma sempre ed inesorabilmente separati fra loro da una membrana invisibile.

Il più appariscente è costituito dagli imponenti dispiegamenti militari che presidiano ogni angolo della città, poi quello dei lussuosissimi fuoristrada rigorosamente bianchi, da migliaia di dollari, con i quali si spostano i funzionari delle numerose organizzazioni occidentali presenti ed infine quello della povera gente, la solita povera gente, quella di sempre. Quella stessa che vi lasciai trent'anni fa, epoca in cui ancora non era ancora stata provata da una tragedia simile a questa: gente avvezza al dolore, alle sofferenze, ai sacrifici ma forte, mai sconfitta da nessuno nei secoli nel suo orgoglio e nella sua dignità. Gente che nella grande maggioranza paga un prezzo insostenibile, per colpe spesso non sue. Gente che, dal resto del mondo, subisce l'ingiustizia della standardizzazione ad una fama terribile guadagnata grazie alle nefandezze compiute da poche migliaia di esaltati, complice una rete complessa ed indecifrabile di strumentalizzazioni, volute e prodotte dall'opportunismo di una politica turpe.

Lo scenario emana ovunque odore di morte, urla di rabbia, di dolore. La vita respira la sua flebile speranza, forse l'ultima, attraverso una generazione giovane nata e vissuta nell'odio, nel terrore, nella violenza abituale; generazione che NON CONOSCE UN MODO DI VIVERE DIFFERENTE DA QUESTO. Eppure, nonostante tutto ciò, non traspare in alcun modo nella gente, la resa, la rassegnazione.

Sto per cedere alla stanchezza accumulata, a quella fisica stavolta: irrompono nello scompartimento due garrule donne orientali, filippine probabilmente. Nell'immediato mi danno quasi fastidio, la loro esilarante gioiosità mi disturba, il loro parlare ad alta voce mi duole nelle orecchie; poi mi strappano un sorriso, un sorriso forse liberatorio dopo tanto tempo ed il gracchiante altoparlante, mescolato alla cantilena del loro linguaggio, avverte che siamo giunti a destinazione.