di Carla
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CAMBOGIA 27.12.2001-7.1.2002 (Con Viaggi di Cultura)
27-28.12.2001: Milano-Linate/Francoforte/Singapore
29.12.2001: dopo un pernottamento all’elegantissimo Inter-Continental
Hotel di Singapore, ripartiamo alla volta di Phnom Penh, con Silk Air, la compagnia
regionale di Singapore Airlines. Nel pomeriggio visitiamo la città: il
Museo Nazionale, con alcuni esempi di statuaria davvero notevoli, il Palazzo
Reale, terribilmente kitsch, ed il Museo del Genocidio, agghiacciante nella
sua assoluta nudità, nella sua totale mancanza di retorica. Centinaia
e centinaia di foto di vittime dei Khmer Rouge, uomini, donne e bambini dagli
occhi colmi di terrore, che non dimenticherò mai più. Rivedo le
immagini dei rapporti di Amnesty e per l’ennesima volta mi si riempie
il cuore di angoscia e gli occhi di lacrime, la mia mente vacilla di fronte
a tutto questo dolore, a tanta crudeltà, vorrei con tutte le mie forze
che fosse solo un incubo… Tutto il viaggio sarà per me “segnato”
da questi pensieri, da questi volti, e proverò un affetto, una tenerezza
struggenti per questo popolo stoico e gentile, che sta ritrovando il sorriso
– pur tra enormi problemi – dopo decenni di inaudite sofferenze.
Al tramonto passeggiamo lungo il Mekong: c’è tantissima gente,
molta di più rispetto a qualche anno fa, segno che la città, come
tutta la Cambogia, sta ritornando ad una vita “normale”. Phnom Penh
è ricca di contrasti. Strette vie affollate ed ingombre di merci lasciano
qua e là il posto a grandi viali alberati, eredità dell’epoca
coloniale. 30.12.2001: dopo la prima colazione, partiamo in pullman per Kompong
Thom. Il primo tratto di strada è buono, l’asfaltatura è
stata recentemente rifatta dai giapponesi. Superata Skuon (la cittadina famosa
per i ragni fritti) la situazione “precipita” e la strada diventa
tutta un buco. Si procede quindi a sobbalzi e a una velocità decisamente
ridotta. Il paesaggio è quello della Cambogia rurale: risaie a perdita
d’occhio, piccole case in legno su palafitte, stagni ricoperti di ninfee
o fiori di loto, palme e bouganvillea, contadini intenti a ripetere gesti millenari,
tantissimi bambini ovunque, che ci salutano con la mano e grandi sorrisi, placidi
bufali con le zampe immerse nel fango. Prima di arrivare a Kompong Thom, ci
fermiamo a visitare il Wat Kohear Nokor, tipico esempio di un tempio provinciale
dell’11° secolo. Intorno alle 15 arriviamo finalmente alla meta. Dopo
aver mangiato qualcosa, ci dirigiamo alla pagoda Phnom Suntonk (phnom significa
montagna). Per raggiungerla bisogna salire ben 980 scalini! Per fortuna la scalinata
è in mezzo al verde e si è ricompensati, una volta arrivati in
cima, da un paesaggio incantevole, reso ancora più suggestivo dalla morbida
luce del tramonto.
31.12.2001: di buon mattino proseguiamo per Sambor Prei Kuk, notevole complesso
monumentale pre-angkoriano, immerso in un’ampia foresta. I templi risalgono
al 7° secolo e furono fatti erigere dal re Isanavarman. Le costruzioni più
importanti sono quelle di Ishanapura, quattro gruppi di edifici in mattoni,
in origine ricoperti di stucco (ne rimangono esigue tracce qua e là).
La cinta muraria è invece in laterite. E’ piacevolissimo passeggiare
sulle foglie secche, all’ombra dei grandi alberi, i loro rami gentilmente
smossi da una brezza leggera. Subito dopo pranzo ripartiamo per Phnom Penh,
dove ci aspetta il cenone di S. Silvestro del nostro albergo, il Sunway Hotel.
1.1.2002: atterriamo a Siem Reap a metà mattinata. Le nostre camere all’Angkor
Century Hotel non sono ancora pronte e perciò iniziamo subito le visite.
1-5.1.2002: cinque giornate estremamente intense, anche dal punto di vista fisico,
dato che visitare i templi-montagna implica salire e scendere scalinate ripidissime,
dai gradini molto stretti. Molto approfondite ed interessanti le spiegazioni
della nostra preparatissima accompagnatrice culturale, l’incantevole D.ssa
Nicoletta Celli dell’Università di Venezia. Questi i monumenti
visitati: Gruppo di Roluos: Preah Kô (879), Bakong (881), Lolei (900)
Baksei Chamkrong (10° sec.) Phnom Bakheng (907 ca.) Prasat Kravan (921)
Mebon Orientale (953) Pre Rup (961) Bat Chum (metà 10° sec.) Phimeanakas
(2a metà del 10° sec.) Preah Palilay (12° sec.) Kleang (10°
sec.) Banteay Srei (967) Ta Keo (1002) Baphuon 1050-65 Thommanon (fine 11°
sec.) Chao Say Tevoda (fine 11° sec.) Baray Occidentale con Mebon Occidentale
(1050-65) Angkor Wat (ci sono voluti 28 anni per costruirlo, prima metà
del 12° sec.) Ta Prohm (1186) Neak Pean (fine 12° sec.) Preah Khan (1191)
Bayon (fine 12° sec.) Terrazza degli Elefanti (fine del 12° sec.) Terrazza
del Re Lebbroso ( “ “ ) Porta Sud di Angkor Thom (“Grande
Capitale”, fine 12° sec.) Banteay Kdei (fine 12° sec.) Bacino
di Srah Srang (fine 12° sec.)
Ognuno di questi templi ha un suo fascino particolare, le sue caratteristiche
individuali, naturalmente, ma le emozioni per me più forti sono state
suscitate dal panorama spettacolare che si può godere dalla cima del
Phnom Bakheng (ma che faticaccia arrivarci!). Ci siamo andati al tramonto del
1° gennaio (la stessa idea, guarda caso, l’avevano avuta centinaia
di altri turisti…) e la vista su Angkor Wat è veramente mozzafiato.
Angkor Thom (“grande capitale”), una delle più estese città
khmer, fondata da Jayavarman VII, rimasta probabilmente la capitale fino al
17° secolo: con il Bayon al centro, è uno splendido microcosmo dell’universo.
Sempre ad Angkor Thom sono bellissime la Terrazza degli Elefanti e quella del
Re Lebbroso; le porte d’accesso monumentali, con le enormi teste degli
Asura*; la grazia squisita delle Apsara** danzanti, scolpite sulle colonne;
le lunghe gallerie coperte; gli elaboratissimi bassorilievi con scene di guerra
o di vita quotidiana (come quello della donna che gioca con dei bambini); il
piccolo santuario buddista, Preah Palilay, nel folto della foresta, “imprigionato”
da alcune altissime ceibe; gli eleganti e misteriosi Kleang, quasi sopraffatti
dalla vegetazione. Straordinariamente raffinato è poi il tempio di Banteay
Srei (il nome è relativamente recente e significa “cittadella delle
donne” o “della bellezza”), consacrato nel 967, e che si trova
a poco più di 20 km. a nord di Angkor. I suoi bassorilievi sono splendidi
e meravigliose le statuine delle Apsara (André Malraux ne rubò
quattro nel 1923, fra cui quella da lui soprannominata Monna Lisa d’Asia,
per fortuna subito recuperate). N.B.: per visitare il sancta sanctorum del Banteay
Srei è necessario chiedere un permesso speciale alla Conservatoria di
Siem Reap. Incredibilmente suggestivo, dall’atmosfera quasi magica, appare
il Ta Prohm, dove le ceibe hanno preso possesso degli edifici, creando una fantastica
architettura vegetale. Completamente diverse, ma altrettanto affascinanti, sono
le rovine del Mebon Orientale, su di un’isoletta artificiale al centro
del Baray Occidentale, il più grande dei bacini di Angkor, grandiosa
opera d’ingegneria della seconda metà dell’11° secolo.
Si starebbe delle ore ad ascoltare il canto degli uccelli, il frinire delle
cicale, ad osservare lo scintillio del sole sull’acqua, appena increspata
dalla brezza mattutina. Che dire poi dell’apogeo dell’arte khmer,
Angkor Wat? Tutto vi è straordinario: le dimensioni maestose, i bassorilievi
di squisita fattura, le grandi vasche piene di ninfee, la lussureggiante vegetazione
tutt’intorno…
6.1.2002: un Airbus della Silk Air ci riporta a Singapore via Phnom Penh. Arriviamo
nel primo pomeriggio. Dato che il volo Lufthansa per Francoforte parte a mezzanotte,
abbiamo parecchie ore per poter fare un giro in città, che rivedo dopo
8 anni. In compagnia di alcuni compagni di viaggio, ho rivisitato con piacere
il bellissimo giardino botanico, famoso per le sue magnifiche orchidee. Siamo
poi andati fino al Merlion, il simbolo di Singapore, che dà il benvenuto
a chi arriva dal mare. Prima di tornare all’aeroporto, abbiamo cenato
nel ristorante situato nel patio del Raffles, il celeberrimo albergo d’epoca
coloniale, sovrastato dai grattacieli del quartiere finanziario. Il mattino
dopo, alle 6,30, scendere dall’aereo in una Francoforte innevata è
stato uno shock termico non da poco! Un paio d’ore più tardi ecco
l’ultima tratta del viaggio, fino a Milano Linate, dove, con grandissima
gioia, ho riabbracciato Gianluca, rimasto in Italia per impegni di lavoro legati
all’entrata in vigore dell’Euro. Ma le emozioni più profonde,
in questo viaggio, me le hanno date le persone, più che i monumenti,
per quanto splendidi. Porterò sempre dentro di me le parole di un cameriere
dell’Angkor Century Hotel e della guida di Siem Reap, che ci hanno raccontato,
con straordinaria, straziante dignità, di non aver mai conosciuto i propri
padri, uccisi dai Khmer Rouge; l’immagine fugace di una bimbetta di tre
o quattro anni che, ferma sul ciglio della strada, davanti a casa, ci saluta
a mani giunte, nell’aggraziatissimo gesto tradizionale; l’immensa
tragedia dei mutilati che, sulle loro rudimentali sedie a rotelle, sono costretti
a chiedere l’elemosina ai turisti; i giochi e le risate dei bimbi nel
monastero di Lolei, perché – nonostante tutto - come ha scritto
Quasimodo, oscuramente forte è la vita.
Carla Polastro