di federicoP
Ho deciso di andare a spulciare tra i miei appunti di viaggio e di scrivere
qualcosa sul nostro viaggio fatto in Bangladesh nel 2003.
L'ho fatto sperando che, essendo un paese del quale non si parla spesso sull'Ng,
possa interessare a qualcuno.
Inoltre andare a rivedere gli appunti, la guida e le fotografie è stata
per me l'occasione di rinfrescare la memoria e di rivivere dei bellissimi momenti
di viaggio.
Ho inserito alcune fotografie su yahoo e ho messo i link nel corso del testo,
spero che la cosa funzioni e che le immagini possano "aiutare" quello
che ho scritto.
Prima del viaggio, due notizie sul visto:
Erano un po’ di anni che volevamo andare in Bangladesh, ma le complicazioni
per avere il visto turistico ci avevano sempre fatto scegliere altre destinazioni.
L’ambasciata in Italia, contattata al telefono, pretendeva che ci presentassimo
personalmente a Roma per fare la domanda.
Poi abbiamo provato in Malesia, andando direttamente all’ambasciata di
Kuala Lumpur, ma anche lì ci avevano fatto un sacco di difficoltà
facendoci capire che non avevano nessuna intenzione di rilasciarcelo, e poi,
cosa andavamo a fare in Bangladesh ?
Nel 2003 abbiamo provato a Bangkok, che è sempre stato il paradiso dei
visti difficili, e lì, in un paio di giorni, il nostro passaporto è
stato fornito dei tanto desiderati timbri.
Dopo altri due giorni, eccoci in volo per Dhaka.
Ed ecco il viaggio:
La prima immagine di Dhaka sono i moltissimi risciò a pedali che circolano
per le strade: http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=faacre2.jpg&.src=ph
Non si sa esattamente quanti siano in tutta la città, qualcuno dice più
di 600.000 (su una popolazione di 7.000.000 anime). Certo è che per molte
persone che si spostano dalla campagna in città in cerca di vita un po’
migliore, riuscire a prendere in affitto o a comprare un risciò può
presentare un importantissimo aiuto per la loro sopravvivenza. Ma non tutti,
ovviamente, sono così fortunati.
Troviamo subito alloggio nel quartiere di Gulshan, una zona residenziale relativamente
“di lusso”, alla Green Goose Guest House, posto pulito e frequentato
da occidentali che si trovano a Dhaka per lavoro, soprattutto giapponesi che
lavorano al vicino Japan-Bangladesh Friendship Hospital.
Per girare in città si va con il risciò a pedali o, su distanze
più consistenti (la città è grande) con i più lussuosi
e tecnologici risciò a motore. I taxi a quattro ruote sono più
rari e si trovano solo in alcune zone della città.
Andiamo subito a soddisfare il nostro desiderio di immergerci nell’umanità
bengalese dirigendoci a Sadarghat, il terminal dei trasporti su fiume della
città.
Il trasporto via acqua, ovviamente, è una forma di trasporto molto diffusa
e importante per l’economia locale, e i moli sono affollatissimi. Sembra
regnare ovunque la confusione, gente che parte o arriva coi barconi si mescola
con chi cerca di vendere qualcosa e con gente che trascina la propria vita sulla
riva fangosa o sui relitti semiaffondati che giacciono attorno.
Vecchi barconi trasportano merci e persone stipandoli in maniera inverosimile.
Alcune donne lavano i panni in questa acqua maleodorante color fango. Gruppi
di bambini riescono a giocare nell'acqua mentre noi abbiamo la sensazione di
aver ricevuto un pugno nello stomaco.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=b107re2.jpg&.src=ph
Ci sentiamo completamente fuori posto, ci sembra quasi di esserci intromessi
nel privato di altre persone, vorremmo chiedere scusa per essere nati in un
altro paese, per stare bene, per essere fortunati e, soprattutto, per avere
voluto infilare il naso nella loro vita.
E’ difficilissimo, non sono in grado di descrivere la sensazione che abbiamo
provato, ma è stata una delle sensazioni più forti che abbiamo
mai avuto in uno dei nostri viaggi. Una tale concentrazione di miseria, di confusione,
di disordine, di sporcizia raramente l’avevamo mai vista nel passato.
Per l’ennesima volta faccio la considerazione di quanto siamo stati fortunati
noi, che la lotteria della vita ci ha fatti nascere nel nostro paese, contro
la grande maggioranza di esseri umani per i quali sono invece state scelte,
per la nascita e per la vita, condizioni ben diverse. E per l’ennesima
volta penso che per una grande fetta di umanità la speranza più
ottimistica che può avere è quella di riuscire ad arrivare al
giorno dopo.
Veniamo attorniati da un gruppo di facchini, curiosissimi di noi, e la foto
di gruppo è inevitabile. L’entusiasmo e la confusione vanno alle
stelle quando faccio vedere, sul dorso della mia macchina fotografica, la fotografia
appena scattata.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=54f8re2.jpg&.src=ph
Fuori della zona dei moli ci dirigiamo verso la zona storica della vecchia Dhaka,
poco lontana dal molo.
Visitiamo l’ Ashal Manzil, bel palazzo costruito nel 1872 per uno dei
più ricchi “zamindar” locali. http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=5789re2.jpg&.src=ph
Gli zamindar erano i proprietari terrieri, quasi sempre indù che, all’epoca
degli inglesi, avevano stretti rapporti di collaborazione con gli occidentali.
Per avere un’idea di quello che poteva essere la “collaborazione”
tra proprietari terrieri e inglesi, è interessante leggere le parole
pronunciate dal Governatore Generale dell’India Lord Bentinck a proposito
decreto di privatizzazione delle terre indiane, che aveva portato grandi ricchezze
agli alleati locali di Londra:
"Pur essendo necessarie appropriate misure di sicurezza contro sommosse
o rivoluzioni popolari, il "Permanent Settlement", anche se è
stato un fallimento sotto molti altri importanti aspetti, ha avuto almeno il
vantaggio di creare un gran numero di proprietari terrieri benestanti, profondamente
interessati alla continuazione del Dominio Britannico, i quali sono in grado
di controllare la massa del popolo".
La classe più povera invece, era nella zona costituita dai musulmani.
L’Islam ha fatto particolare presa da queste parti proprio perché,
a differenza dell’induismo che ha sempre teso a conservare le differenze
di casta e di classe esistenti, predicava l’uguaglianza tra tutti gli
uomini. Facile immaginare che gli ultimi scalini della complicata struttura
indù fossero ben felici di passare all’altra religione egualitaria.
La costruzione del forte di Lalbagh è stata iniziata, anche se non è
mai stata conclusa, nel 1677 da uno dei figli di Aurangzeb, l’ultimo dei
grandi imperatori Mogul che hanno regnato nel subcontinente, ma questo forte
ha poco da spartire con i grandiosi palazzi mogul che si trovano ancora in India.
Lo Shankharia Bazar, chiamato anche “strada indù” ospita
parecchie botteghe di artigiani, in particolare sono curiose quelle dove si
costruiscono e si decorano i coloratissimi risciò a pedali. http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=69dcre2.jpg&.src=ph
La Chiesa Armena della Santa Resurrezione costituisce un’oasi di pace
e tranquillità in questo animatissimo quartiere. E’ stata costruita
nella seconda metà del 1800 dalla comunità armena di Dhaka, costituita
da non più di una quarantina di famiglie ma molto ricca grazie agli stretti
legami di affari che aveva con la Compagnia delle Indie.
Merita una menzione speciale, nella parte nuova di Dhaka, il palazzo del Parlamento.
Un palazzo moderno, progettato nel 1963 dall’architetto americano Louis
Kahn. E’ un’architettura sorprendente e inattesa, ma soprattutto
molto bella:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=e3e9re2.jpg&.src=ph
Notiamo che in Bangladesh l’attenzione per il gusto architettonico moderno
è particolarmente raffinata, ci sembra decisamente più raffinata
di quanto lo sia nella vicina, e più “ricca” India.
La gente è sempre molto cordiale e curiosa. Vogliono sapere perché
siamo lì, cosa facciamo, da dove arriviamo, quanti figli abbiamo, ecc.
Quando gli spieghiamo che non abbiamo figli sono sempre molto stupiti e ci guardano
con un po’ di commiserazione, da questo aspetto ci vedono più sfortunati
di loro. Molti ci chiedono speranzosi di aiutarli a trovare un posto di lavoro
in Italia, e con imbarazzo ci arrampichiamo sugli specchi per dire che da noi
non è poi tutto così bello, che si guadagna abbastanza ma la vita
è carissima, che c’è molta delinquenza, ecc.
Affittata, non senza fatica, un’auto con autista ci dirigiamo verso la
zona sud orientale del paese. La prima tappa è Comilla, dove visitiamo
le rovine di Mainimati. Tra il sesto e il tredicesimo secolo questa zona è
stata un importante centro buddista, e in zona si calcola che ci siano una cinquantina
di siti buddisti. Pare che sia passato da queste parti anche il famoso monaco
cinese Xuan Zhang nel suo viaggio da Xian all’India lungo la via della
seta nel 600, e che abbia fondato una settantina (?!) di monasteri in questa
zona.
Tutte le rovine che vediamo sono costruite in mattoni, non si vede nulla costruito
in pietra. Nel seguito del viaggio ci renderemo conto che praticamente in tutto
il Bangladesh, costituito essenzialmente da terreno fangoso trascinato dal corso
dei due grandi fiumi Gange e Brahmaputra, non esistono pietre. Questo spiega
la grande scarsità di statue scolpite e il fatto che tutte le costruzioni
che vediamo siano invariabilmente in mattoni. In compenso la grande quantità
d’acqua disponibile fa di questo paese un enorme e lussureggiante giardino.
La zona archeologica è quasi tutta militare, e questo rende un po’
più complicata la visita del sito. Nel museo sono esposte delle belle
statue in diversi stili e molte formelle di terracotta decorate con realistiche
e vive raffigurazioni di persone e di animali.
Da Chittagong a Rajshahi passando per Cox's Bazar, Dhaka e Tangail.
Il viaggio poi prosegue verso Chittagong, dove ci fermiamo all’albergo
Meridian (Meridian, eh, non Meridien …). Il portiere in divisa militare,
con i suoi bei baffoni grigi, ci accoglie con tutta una cerimonia costituita
da presentat’arm, colpi di tacco e giravolte degne di Buckingam Palace.
Tutte le volte che usciremo e rientreremo dall’albergo il simpatico portiere
ripeterà questa cerimonia, neanche fossimo il principe Filippo e la regina
Elisabetta.
Di notte sentiamo dalla strada sottostante un grande chiasso, e altoparlanti
montati su macchine che urlano qualcosa, ovviamente per noi incomprensibile.
Al mattino vediamo dalla finestra che la strada è completamente deserta
e tutte le botteghe sono chiuse. In albergo ci spiegano che nel corso della
notte è stato deciso un “hartal”, ossia uno sciopero di protesta.
Spesso vengono effettuati questi scioperi improvvisi, totali e rigidissimi,
e pare che possa essere piuttosto pericoloso cercare di muoversi durante queste
agitazioni. Il personale dell’albergo ci raccomanda di non mettere il
naso fuori dalla porta del palazzo, e noi non ce lo facciamo ripetere due volte.
Infatti ci viene incontro subito dopo il nostro autista che ci conferma la necessità
di una segregazione totale in albergo fino a nuovo avviso. Anche lui dice che
non muoverà un passo fuori dall’albergo ma in serata, quando lo
sciopero è ormai terminato, si presenterà da noi con il vetro
dell’auto rotto, probabilmente da una sassata, e con il serbatoio della
benzina quasi vuoto. Quando gli chiediamo particolari sul vetro rotto lui è
molto evasivo. Questo fatto avrà un seguito al nostro ritorno a Dhaka.
Finalmente liberi, andiamo a visitare la tomba del sultano Bostami, dove si
tiene periodicamente un grande festival. Sugli appunti di viaggio di mia moglie
è così descritto: “orrendo laghetto con orrende tartarughe
giganti”.
Al mattino successivo una rapida visita al museo etnologico, poi ci mettiamo
in cerca della zona dei cantieri di demolizione navi. In questo tratto di costa
vengono portate per la demolizione molte carcasse di navi, anche superpetroliere
molto grandi. Vengono fatte arenare sulla spiaggia e poi vengono prese d’assalto
da una marea di persone che, ovviamente con mezzi molto limitati tipo martelli,
tenaglie, flessibili e tranciatrici a mano, recupera tutto quello che c’è
da recuperare e poi provvede al taglio delle parti in ferro per riutilizzarle
come rottami. Inutile dire che non c’è la più pallida idea
di cosa possano essere le più elementari precauzioni di sicurezza e che
i “sergenti” che dirigono questi lavori non gradiscano più
di tanto la presenza di occhi estranei sul loro modo di lavorare e di far lavorare.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=51abre2.jpg&.src=ph
Le strade che portano a questa zona sono piene di banchetti e botteghe dove
si vendono i materiali recuperati. C’è quello che vende salvagenti,
quello che vende lavandini, tute da palombaro, scialuppe di salvataggio, ecc.
Alla sera, al ristorante in albergo, il capo sala ci manda continuamente assaggi
gratuiti di piatti che, secondo lui, vale la pena farci conoscere. Veramente
gentile e ospitale, come tutto il personale dell’albergo e come tutti
i bengalesi che abbiamo incontrato.
Ed eccoci in partenza per Cox’s Bazar, la spiaggia più famosa del
Bangladesh. Beh, non è proprio Saint Tropez, ma c’è la sabbia
e c’è il mare.
Nei fine settimana il posto si riempie di turisti (ovviamente solo turisti locali),
ma la spiaggia, enorme e lunghissima, resta quasi completamente deserta durante
il giorno, affollandosi un po’ al momento del tramonto.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=2e9ere2.jpg&.src=ph
Passa ogni tanto qualche pescatore e passa ogni tanto qualche turista locale,
con l’immancabile borraccia e, a volte, con una improbabile borsa 24ore
in mano che, da queste parti, deve essere un importante status symbol.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=979ere2.jpg&.src=ph
Il problema di questa spiaggia è che, immancabilmente, tutti i turisti
locali chiedono se possono farsi una fotografia insieme a noi, soprattutto con
mia moglie che è bionda ed è vista come un animale strano e curioso.
Il loro desiderio deve essere quello di poter mostrare ai parenti la fotografia
con gli amici occidentali. Ci sentiamo un po’ come dei panda allo zoo
e ce ne andiamo dalla spiaggia, per fortuna ci sono altre cose da vedere.
Questa zona è molto vicina alla Birmania, e ci sono alcuni templi e monasteri
buddisti, in legno, in stile birmano veramente belli, quelli di Ramu, Lamapara
e quello di Aggameda Khyang, situato proprio a Cox’s Bazar . Questo è
Lamapara :
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=f25dre2.jpg&.src=ph
Anche questi templi, come qualunque altra attrazione turistica del Bangladesh,
sono difficili da raggiungere perché quasi nessuno sa dove siano o come
arrivarci e gli autisti dei taxi non sono abituati a portare turisti. Restando
una ventina di giorni in Bangladesh, nel mese di febbraio 2003, non abbiamo
incontrato nessun altro turista occidentale, gli unici occidentali incrociati
erano persone che si trovavano in quel paese per lavoro o nell’ambito
di programmi di cooperazione e sviluppo. E quando parlavamo con gente del posto,
stentavano a credere che fossimo andati in Bangladesh solo per “turismo”
e per vedere il loro paese.
Nota dell'ultimo momento: solo oggi ho saputo che se fossimo andati in Bangladesh
un anno prima avremmo anche potuto incontrare Beppe "Giumak". Peccato,
il fato non ci è stato propizio, vero Beppe ?
Nella zona ci sono diversi campi profughi dove viene ospitata parte dei birmani
fuggiti dalla loro terra per evitare i soprusi del loro regime (soprattutto
se di religione islamica) o perché in cerca di migliori condizioni di
sicurezza e attratti dalle migliori paghe che si possono avere in Bangladesh.
Sì, c’è anche chi, nella speranza di passare una vita un
po’ meno disgraziata, vuole emigrare in Bangladesh !
Siamo in periodo di elezioni e qui, come in molti altri paesi dove non tutti
sanno leggere e scrivere, i simboli dei partiti sono degli oggetti facili da
identificare: una bicicletta, una ruota, una palma, ecc. Questo è uno
stand pubblicitario del partito dell’Ananas:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=e233re2.jpg&.src=ph
La somiglianza con un ananas forse non è perfetta ma hanno cercato di
fare del loro meglio.
E questa è una coda di votanti, che vengono rigidamente divisi tra uomini
e donne : http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=6006re2.jpg&.src=ph
Rientriamo poi su Dhaka, per organizzarci il proseguimento del viaggio. Durante
il ritorno, anche per la velocità folle a cui viene spinta la macchina,
abbiamo un incidente con un risciò a motore. Per fortuna nessuno si fa
niente e si fracassa solo un parafango dell’auto.
Alla sera si presentano in albergo due tizi, che scopro essere i proprietari
dell’auto che ho affittato, e che mi chiedono dei soldi per la rottura
del parabrezza (avvenuta in nostra assenza durante lo sciopero di Chittagong)
e del parafango. Ovviamente io mi rifiuto e loro insistono, e la conversazione
diventa sempre meno gradevole. Poi riesco a capire che queste persone giustificano
la richiesta sostenendo che il danno era stato provocato mentre l’autista,
per salvarci dalla folla mal disposta verso di noi, aveva accelerato l’auto
in mezzo alla gente e che qualcuno aveva allora buttato dei sassi contro la
macchina. Al che spiego per bene quello che era accaduto realmente e questi
si guardano, fanno cenno di aver capito tutto e mi chiedono scusa, guardano
con occhi feroci l’autista che era venuto anche lui ma che se ne stava
in disparte in un angolino, e se ne vanno. Il giorno dopo, un altro autista
si è presentato sulla loro macchina. Ci siamo rimasti un po’ male.
Ci dirigiamo verso Tangail, in direzione nord-ovest.
Anche questo nuovo autista guida come un demente. Direi che non abbiamo mai
visto un modo di guidare così sconsiderato e stupido come in Bangladesh.
Le strade sono quello che sono, piene di pedoni, biciclette, carretti e autobus,
le macchine difficilmente sono in condizioni accettabili, ma gli autisti hanno
sempre e comunque la necessità di mantenere la velocità più
alta possibile tenendo l’acceleratore costantemente schiacciato a tavoletta.
Gli autisti indiani, rispetto ai bengalesi, sono dei tranquilli e pacifici dilettanti
. Questo modo di guidare ci provocava uno spiacevole senso di disagio non solo
mentre facevamo i tragitti in macchina, ma anche quando pensavamo a quello che
ci aspettava il giorno successivo.
Ma torniamo a Tangail, che ospita uno dei monumenti più belli del paese,
la moschea Atia, raffigurata anche sulle banconote da 10 taka. E’ stata
costruita nel 1609, ovviamente in mattoni, vista la carenza di pietre, e le
decorazioni sono tutte ricavate su pannelli in terracotta. Mescola elementi
mogul con elementi precedenti, e il risultato è una cosa di una bellezza
e, soprattutto, di un equilibrio straordinario:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=ac0are2.jpg&.src=ph
All’interno un mullah sta tenendo una lezione ad un gruppo di bambini
del luogo, molto attenti e disciplinati, beh, disciplinati prima di accorgersi
della nostra presenza.
Continuiamo il nosro viaggio e, ovunque ci fermiamo, dopo un attimo dal nulla
si forma un capannello di curiosi:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=3764re2.jpg&.src=ph
Attraversando il ramo principale del Brahmaputra andiamo a Rajshahi, dove il
Gange divide il Bangladesh dall’India. Il Brahamputra qui è chiamato
Jamuna (nella parte ancora a monte, in Tibet, il nome è Yarlung Tsangpo)
che vuol dire gemello, evidentemente del Gange, mentre quest’ultimo è
chiamato Padma. Le acque, senza saperlo, cambiano nome ogni volta che attraversano
un confine.
Andiamo all’hotel Parjatan, che dalla nostra LP viene considerato il Top
End della città. Chissà gli altri … C’è grande
agitazione perché è atteso l’arrivo dell’ambasciatore
russo, che viene a passare il fine settimana a Rajshahi. Viene accolto da un
gruppo di bambini con le bandierine, dalla banda locale, e da un breve spettacolo
di balletto folcloristico nel cortile dell’albergo. Insieme a lui e alla
sua famiglia, noi siamo gli unici ospiti dell’albergo, e al ristorante
lo guardiamo con invidia mentre si beve la vodka che fa parte della sua scorta
personale. Noi ci dobbiamo accontentare della solita acqua minerale.
Alla sera è d’obbligo la passeggiata sulla riva del Gange, per
vedere il tramonto e guardare, in lontananza, l’opposta riva indiana.
Venditori di noccioline e di gelati, barcaioli che propongono piccole escursioni
in battello e gente che affitta la sedia ai ricchi signori che vogliono godersi
il tramonto seduti in maniera confortevole e più consona al loro stato
sociale.
La zona è frequentata da milioni e milioni di zanzare voracissime. Due
zampironi e l’autan blu distribuito con generosità non hanno nessun
effetto, e per riuscire a dormire un po’ dobbiamo fasciarci completamente,
inclusa testa e volto, nei nostri inseparabili sarong (che ci fanno anche da
lenzuola). Con il caldo che faceva è stata una notte memorabile.
Rajshai e dintorni, poi verso sud a Khulna poi nel delta del Gange e poi di
nuovo a Dhaka.
Molto interessante è il museo di Rajshahi, che è anche il museo
più vecchio del Bangladesh. Tra l’altro ospita alcuni reperti che
arrivano da Mohenjodaro, in Pakistan, e alcune belle statue indù eseguite
su blocchi di pietra importati dal Bihar indiano.
A Rajshai si possono vedere i resti di un “Indigo Khuti”, uno dei
tanti stabilimenti di preparazione dell’indaco che fiorivano in questa
regione a metà del 1800. Gli inglesi avevano praticamente imposto in
tutto il Bangladesh la coltivazione quasi monoprodotto della pianta da Indaco
(successivamente sarebbe stata la juta), che garantiva enormi utili a loro e
ai loro alleati “zamindar” locali, ma non ai contadini. I contadini
bengalesi facevano quindi periodicamente dei tentativi di convertire i campi
a coltivazioni che fossero più proficue anche per loro, ma i signorotti
locali si opponevano in maniera brutale a chi cercava di disobbedire con imprigionamenti,
torture, omicidi e incendi di interi villaggi (questa politica è ancora
seguita oggi in alcune zone del Bihar indiano). E infatti le cantine di questo
palazzo erano usate come prigioni. Si diceva che non esistesse cassa di indaco
che arrivasse in Gran Bretagna senza essere macchiata di sangue umano. A seguito
di questa situazione nacque una rivolta generale, nel 1859, chiamata la Rivolta
dell’Indaco, che durò due anni e che portò poi negli anni
successivi alla scomparsa di queste coltivazioni.
Andiamo poi a Puthia, piccolo paese molto suggestivo, dove si trova un gran
numero di importanti strutture induiste. Il bel tempio di Shiva ci attende all’ingresso
del paese.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=34e6re2.jpg&.src=ph
Poi un grande palazzo di fine 800 che mescola elementi di architettura locale
con elementi europei, con un imponente colonnato e che adesso ospita una scuola.
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=987cre2.jpg&.src=ph
E altri stupefacenti templi indù, sempre in mattoni con decorazioni in
terracotta, tra cui il tempio di Govinda : http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=73ebre2.jpg&.src=ph
e quello di Jagannath:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=5906re2.jpg&.src=ph
Mentre qui si vedono i pannelli in terracotta decorati:
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=ff8ere2&.dnm=9f30re2.jpg&.src=ph
Andiamo poi a Natore, per vedere il palazzo del Maharaja di Dighapatia, che
adesso viene utilizzato come una delle residenze ufficiali del Presidente. Per
visitarlo occorre chiedere il permesso alla polizia locale. Cerchiamo quindi
il Comando di Polizia, il solito grande edificio malandato e triste dove la
polvere, che probabilmente risale ai tempi della Regina Vittoria, ricopre vecchi
mobili e tonnellate di vecchi documenti. Veniamo introdotti nella sala di attesa
e aspettiamo il nostro turno per essere ricevuti dal Gran Capo. Accanto a noi
una folla di persone attende pazientemente con la speranza di essere ricevuta
per poter esporre il proprio problema di pensione, di cure mediche, di furto
di bestiame o di liti con i vicini. L’attesa si preannuncia piuttosto
lunga. Nel frattempo scambio due chiacchiere con una persona “elegante”,
che si è addirittura messa una giacca per l’occasione, e dopo un
po’, sapendo di fargli cosa gradita, gli porgo il mio biglietto da visita.
Come il nostro autista vede questo, gli si illuminano gli occhi e mi chiede
anche lui un biglietto da visita. Con questo in mano va dal Capo Sala d’Aspetto,
gli sussurra qualcosa e gli consegna il mio biglietto. Questo a sua volta bussa
alla porta del Gran Capo, entra con il mio biglietto e ne esce dopo pochi secondi
con un sorriso smagliante: veniamo immediatamente introdotti a corte, sorpassando
tutti quei poveri cristi che avevano certo problemi ben più gravi del
mio, che desideravo invece solo visitare un vecchio palazzo.
Il Gran Capo ci riceve nel suo immenso ufficio seduto ad una grande scrivania
completamente vuota, e inizia a fare i soliti discorsi di chi si ritiene importante
(di dove siete?, bel paese l’Italia, ma dove si trova esattamente?, ho
un amico che è stato in Europa, io conosco il mondo e sono abituato a
trattare con le persone potenti, ecc.). Esaurito il repertorio chiama l’attendente
e gli dà istruzioni per prepararci il lasciapassare che ci permetterà
di entrare nell’agognato Palazzo. La visita del palazzo non è stata
un gran che, ma la trafila per avere il permesso è stata un di quelle
indimenticabili esperienze di viaggio che ti fanno capire qualcosa in più
del paese che stai visitando.
Andiamo verso sud e dopo un numero imprecisato di traghetti arriviamo a Khulna,
che sarà il punto di partenza per il nostro giro nel Sundarbans. Lì
abbandoniamo l’auto che ci ha portato da Dhaka.
L’albergo è buono oltre che, ovviamente, molto economico, e ha
un ottimo ristorante. Sul menu i gamberi alla termidoro sono indicati come ”prawn
thermometer”, li ordiniamo ugualmente augurandoci che non li chiamino
così perché contengono mercurio: sono eccellenti.
Il mattino dopo cerchiamo un taxi per andare a Bagherat, poco lontano da Khulna,
dove vogliamo visitare alcune moschee del 1400.
Con un po’ di fatica saliamo sul traghetto
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=bd69re2.jpg&.src=ph
attraversiamo il fiume e ci mettiamo alla caccia dei luoghi che ci interessano.
Nonostante l’autista sia della zona trovare tutto quello che vogliamo
vedere sarà un’impresa difficilissima.
La nostra fatica viene però premiata da quello che riusciamo a vedere:
la moschea a nove cupole, la tomba di Mazhar Khan Jahan Ali, la moschea di Ronvijoypur
e, soprattutto, quella di Shait Gumbad. http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=5862re2.jpg&.src=ph
Quest’ultima è la più grandiosa delle moschee tradizionali
del paese, costruita nel 1459, con l’aspetto di una piccola fortezza e
adornata da 77 piccole cupole. Il nome della moschea significa “60 cupole”,
ma da queste parti, si sa, la gente non è troppo pignola.
Al mattino dopo ci aspetta un’imbarcazione per la gita di qualche giorno
nel parco nazionale di Sundarbans, costituito da una enorme foresta di mangrovie
e occupato da acqua per un terzo della sua superficie. Ci troviamo nella zona
del delta del Gange e del Brahmaputra. Ecco il nostro battello.: http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=1345re2.jpg&.src=ph
Sul battello siamo in undici: alcuni occidentali che si trovano in Bangladesh
nel quadro di un programma di sviluppo finanziato dalla Germania, e un giornalista
bengalese del quotidiano locale con sua moglie.
Nota positiva : nel Sundarbans l’acqua è salmastra e non esistono
zanzare: evviva !
Questo parco è noto, oltre che per le sue bellezze naturali, per la presenza
di animali come tigri, cervi, coccodrilli, scimmie, rettili, ecc. La navigazione
è piacevolissima, il confort a bordo assicurato dal gentilissimo personale
e dalla nostra guida, una specie di “crocodile dundee” che ha cercato
disperatamente di farci vedere una tigre ma è riuscito solo a farci vedere
una, come dire, “deiezione solida” sostenendo che era stata lasciata
da una tigre.
Però le tigri ci sono veramente, e fanno anche vittime umane, soprattutto
tra i raccoglitori di miele, si calcola che ogni anno da cinque a dieci di loro
vengano uccisi. Questa zona è una delle fonti maggiori di miele per il
paese, e ogni anno tra aprile e maggio una moltitudine di gente gira per queste
foreste per raccogliere miele. Nei momenti in cui cercano di seguire il volo
delle api fino al loro alveare sono particolarmente vulnerabili agli attacchi
delle tigri, che assalgono sempre alle spalle. Nella parte indiana del Sundarbans
usano delle maschere con la rappresentazione di un volto indossate al contrario,
in modo da ingannare la tigre che vuole attaccare alle spalle, ma nella parte
del Bangladesh queste maschere non vengono utilizzate.
Anche per quanto riguarda gli altri animali il viaggio è stato un po’
deludente. Molto belli sono stati i paesaggi, incredibilmente lussureggianti,
interessante vedere i pescatori che fanno la pesca notturna utilizzando delle
lontre per spingere i pesci contro le reti, i villaggi di pescatori e le miriadi
di barche con le reti calate in acqua ad aspettare che la corrente del fiume
faccia il suo lavoro. http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=9169re2.jpg&.src=ph
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=3e9dre2.jpg&.src=ph
Dopo quattro giorni torniamo a Khulna e poi a Jessore da dove prendiamo un aereo
(un dignitosissimo ATR) per tornare su Dhaka.
Mi accorgo alla sera che mi è sparito un borsellino che conteneva 200
dollari, non so se mi è caduto, o se l’ho “perso” sul
battello, in aeroporto o in albergo. Quando dico la cosa in albergo, per chiedere
se per caso lo hanno trovato da qualche parte, restano stupefatti per la grande
cifra contenuta nel borsellino. Mi consolo pensando io miei 200 dollari siano
finiti in mano a qualcuno per il quale questa somma sara’ stata sicuramente
più importante di quanto lo fosse per me.
A circa un’ora da Dhaka si trova Sonargaon, antica capitale del sultanato
fino al 1608, con la sua moschea del 1519 in stile pre-mogul ed un misero museo,
situato però in una bella “rajbari” (casa di un proprietario
terriero).
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=449ere2.jpg&.src=ph
Poco lontano si trova Painam Nagar, una strada lunga mezzo chilometro su cui
si affacciano una cinquantina di bellissimi palazzi costruiti verso la fine
del 1800 dai ricchi proprietari indù. Al momento della partizione, nel
1947, gli indù sono emigrati verso la parte indiana, lasciando i palazzi
ai loro poveri servitori musulmani, che in parte li abitano ancora adesso ma
che non hanno potuto far nulla per mantenerli in condizioni dignitose. L’aspetto
è surreale: http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=519are2.jpg&.src=ph
http://it.pg.photos.yahoo.com/ph/federicoparo/detail?.dir=/ff8ere2&.dnm=a08dre2.jpg&.src=ph
A Dhaka andiamo poi al Museo Nazionale, non entusiasmante. La cosa più
interessante, per noi, è stata una bella raccolta di statue indù,
mentre la cosa più interessante per gli altri visitatori ……..
siamo stati noi. Il museo era discretamente affollato e tutti i visitatori,
quando ci vedevano, si avvicinavano seguendoci, ascoltando i nostri commenti
e guardandoci fissamente. Per liberarci ogni tanto da questa attenzione troppo
pressante dovevamo battere le mani, fare la faccia un po’ cattiva (veramente
ci veniva da ridere) e gridare “go! go!”. Per dieci minuti la cosa
funzionava, poi ritornavano all’attacco. L’abitudine di guardare
così fissamente le persone l’abbiamo notata solo in Bangladesh.
Succede spesso di trovarsi fermi da qualche parte, a leggere la guida, a riposarsi
o ad aspettare qualcosa. Invariabilmente dopo pochi minuti arriva una persona
che ti si piazza davanti, vicinissima, e inizia a guardarti in silenzio e in
maniera, almeno per noi, un tantino imbarazzante. Immancabilmente alla prima
persona ne segue una seconda, poi una terza, e così via.
Alla sera andiamo a cena con i nostri compagni di viaggio del Sundarbans, in
un buon ristorante coreano dove loro, in qualità di stranieri momentaneamente
residenti in Bangladesh, possono portare delle ottime bottiglie di vino californiano
ottenute tramite le loro organizzazioni. E’ il segnale che ci stiamo riavvicinando
alle nostre abitudini.
Il giorno dopo, mentre il nostro aereo ci riporta a Bangkok, pensiamo che là
sotto tanta gente continua a trascinare la sua vita sui moli di Dhaka, qualcuno
sta guadagnandosi il pane cercando di strappare un pezzo di lamiera dal relitto
di una petroliera, qualche ricco sta passeggiando con la sua 24ore sulla spiaggia
di Cox’s Bazar mentre altre persone sono pazientemente in coda in attesa
di essere ricevuti dal Capo della Polizia di Rajshahi. Speriamo che, almeno
oggi, riescano a farsi ricevere.
federicoP