di Max Italbiker
Premetto che amo il mondo e, nei limiti del possibile, amo pure girarlo. Ho
investito i miei pochi risparmi per conoscere gli usi, le abitudini, le culture.
L'India rappresentava per me, da sempre affascinato dall'oriente, il viaggio
per eccellenza. Ho ancora tra le mani il biglietto aereo, l'unico conservato
tra i tanti utilizzati. Se lo riguardo, se lo tocco, risento le emozioni, le
voci, gli odori di quella terra. Avevo una sorta di timore, la paura di non
reggere all'urto psicologico che quella regione poteva darmi. Lasciavo Milano
il 29 ottobre 1991, in una mattina di pioggia torrenziale. Portavo con me un
bagaglio fatto da 30 giorni di ferie strappate all'azienda, uno zaino tattico,
2 amici (Patrizia e Stefano), pochi dollari e un biglietto aereo. Nulla di prenotato.
BOMBAY Arrivammo a Bombay che erano circa le tre del mattino. La prima esigenza
era cercare un posto per dormire un po. Fuori dall'albergo un pullmino, tra
i piu' belli che ho visto, era l'unico mezzo in grado di portarti alla citta'.
Recava un'insegna rossa, elegante, Hotel Royal. La periferia di Bombay e' interminabile,
fatta di poche cose e di molte persone, buttate sui bordi delle strade come
sacchi dalla notte che porta con se il sonno. Uomini, donne, bambini, avvolti
in stracci multicolori tra le braccia di una notte stellata. L'albergo era un
nido di scarafaggi e sporcizia in ogni dove eppure un indianino vestito da Maraja
stava sulla porta, te la apriva e chiudeva. Non me ne fregava nulla dell'albergo,
del fatto che passammo la notte tirandoci sti animaletti marroni da un letto
all'altro. Ero in India. Bombay e' una citta' a suo modo affascinante e snervante.
E' una citta' che sembra non dormire mai. Ha un aspetto precario, instabile.
La mia concezione di citta' europea mi porto' a pensare che solo una ruspa gigantesca
poteva dare un nuovo aspetto a quell'insieme di mattoni, legno e plastica che,
insieme, componevano i quartieri. Muoversi per Bombay e' impossibile senza un
taxi. Non sai mai dove sei, dove vai, dove vorresti andare. Ci facemmo quindi
portare alla porta dell'India, che sorge davanti al Taj Mahal. Per natura sono
un tipo sensibile ma, di fronte a quella semplice costruzione che e' un semplice
arco, avvertivo i brividi della storia passarmi dentro. Avvertivo la colonizzazione
e la distruzione di un popolo cosi' ricco di storia, di cultura. Passammo la
giornata in quello che si puo' considerare il centro di Bombay, entrando in
botteghe dove bimbe che avevano al massimo 5 anni parlavano un Italiano perfetto,
dove gli intoccabili, che e' la non casta piu' numerosa, dormivano sui marciapiedi,
coperti dalle mosche. Ho l'immagine di una ragazza davanti agli occhi: era sdraiata
per terra e dormiva. Al suo fianco un bimbo di pochi mesi a cui lei, dormendo,
teneva la mano. Pensai che se una Madonna fosse mai esistita, era cosi' che
doveva essere:bella e sconfitta. La sera ero ancora seduto dinnanzi alla porta
dell'India, stremato piu' dalle emozioni che dal caldo e dalla fatica. Guardavo
bambini correr dietro a topi di fogna grossi come gatti a pochi metri da me
e non riuscivo neppure ad avere paura. Era bastato un giorno solo per essere
inglobato in un ritmo cosi' diverso dal mio abituale. Questa gente non aveva
nulla e sorrideva. Sorrideva dagli occhi neri e profondi. Il benvenuto in questa
terra me lo diede verso l'una di notte un uomo di un'eta' impossibile da definire
che portava a tracolla una cassetta contenente della semplice acqua. Si fermo'
a parlarci, ci chiese da dove venivamo e ci saluto' dicendoci:questa e' l'India
e questa e' la mia vita. Domani sara' un giorno uguale all'oggi per me e durera'
sino alla fine dei miei giorni. E' una figura che porto nel cuore e spesso,
in momenti tra i piu' impensati, il ricordo di lui mi attraversa la mente come
una luce e mi ritrovo a chiedermi cosa ne sara' stato di lui. Buonanotte Bombay
Di nuovo Bombay. Questa mattina mi sono svegliatoall'alba, assieme alla citta', col rumore lontano del?india che entrava dalle persiane socchiuse. Un caffe' veloce e poi ad una delle stazioni ferroviarie. Fuori, una gigantesca buca dalla quale uscivano donne indiane che reggevano sulla testa enormi cesti contenenti pietra e terra: Ho chiesto cosa stessero facendo e la risposta, alquanto stupita, mi mise a conoscenza che erano i lavori per una metropolitana sotterranea. Le stazioni sono un formicaio, gente che va e viene con bagagli rudimentali fatti di tele, stracci, cartoni. Code in ogni dove. Chiedere informazioni e' un rebus. Poi fogli da compilare, da rendere, da riconsegnare, tutto con una pazienza indiana. Dopo ore riesco a prenotare per Aurangabad. Abbiamo ancora tutta la giornata davanti. Dopo una tappa all'isola di Elephanta, insisto perche' si vada in una Bombay piu' vera: il quartiere dei DHOBI. Questo e' il quartiere dei lavandai, indiani fuori casta che lavano i panni per i ricchi che vivono sulla collina. Il quartiere dei dhobi e' un insieme di baracche con al centro una piscina. Vi si accede attraverso una lunga scalinata che entra direttamente in una pozza di acqua. Qui la gente si ammazza di fatica per le caste privilegiate. Qui si vive all'ombra del quartiere dei ricchi che e' la in cima e ricorda il tuo stato sociale ogni volta che volgi gli occhi al cielo.Sono sconvolto ed anche spaventato. La poverta' e l'immondizia sono ben al di la' di ogni immaginazione. L'immondizia lungo le stradine strette talvolta mi copre i piedi. La disperazione beh, quella la leggo neglio occhi di ogni indiano che guardo e che mi sorride. La leggo nei bambini, che sono diventati per me il simbolo di questa terra. Sono il futuro senza futuro. Sorrisi rassegnati e stanchi ma sorrisi. Ad ogni domanda che rivolgo, quel sorriso profondo e vero accompagnato da quel ciondolar di testa che solo gli indiani sanno fare. Io, che non so fare a meno dell'igiene, che scarto i cibi che non mi piacciono, mi sento una merda. Mi vergogno per quel che ho sempre gettato via, per le giornate italiane passate pensando che non avevo a sufficenza. Questo mi hanno insegnato i Dhobi; a valorizzare tutto cio' che ho. La sera voglio vedere il quartiere a luci rosse. Voglio farmi male perche' voglio sapere, conoscere. Il taxista che mi accompagna mi scoraggia dall'attraversarlo a piedi. It is dangerous, mi dice. Meglio l'auto. Lo attraverso lentamente e mi sembra di essere in un bosco. Dall'esterno arriva un suono che sembra un cinguettio. Sono i baci di quella moltitudine di infelici prostitute. Sono bambine. Il taxista male interpreta le mie intenzioni e, vantandosene, mi spiega che con 25 rupie (1500 lire) posso averne una. Sento un morso allo stomaco e vorrei urlare ma guardo l'uomo e mi rendo conto che anche la prostituzione minorile e' nel dna di questa gente. Io non posso farli cambiare. Esce da ogni mia logica, e' disgustoso ma io sono qui per vedere e non per giudicare. Ripenso al quartiere dei Dhobi e mi domando se davvero e' peggio essere prostitute o schiave. Non ho mai saputo rispondere a questa domanda. Il moralismo mi porta a pensare che e' meglio essere schiavi ma io, al loro posto, cosa farei? La musica indiana e' in ogni dove e mi riporta all'albergo, al mio nido di innoqui scarafaggi. Mi sembra quasi bello con la sua moquette una volta rossa, con le incrostazioni nel bagno e con gli animaletti marroni in ogni dove. Pazzesco, sono riuscito a convivere anche con loro. Domani il treno ci allontanera' da Bombay. Immagino che le campagne avranno un suono meno duro. Gli animali, gli orti. Ma e' un arrivederci a Bombay, non un addio. Entro un mese saro' di ritorno con gli occhi pieni di una fetta di India da raccontare, da dividere ma soprattutto da utilizzare come insegnamento di vita.
AURANGABAD, POONA E AJANTA L'India e' anche la terra dei paradossi. Siamo di nuovo alla VICTORIA STATION, e vaghiamo disperati tra vecchi vagoni ferroviari. C'e' stato detto che se abbiamo prenotato dobbiamo cercare il vagone con i nostri nomi scritti sulla porta. Finalmente lo troviamo ma partira' solo dopo 2 ore. La distanza da coprire non e' molta ma occorreranno circa 12 ore. Torniamo fuori dalla stazione per approvvigionarci di frutta da utilizzare come cena. Il paradosso e' che Stefano e patrizia si siedono in un rettangolo d'erba e vengono cacciati con un bastone. Solo pochi istanti prima una donna si era accosciata a poche decine di metri da loro, sulla strada, ed aveva urinato. In un paese dove cio' e' normale, e' invece vietato sedersi sull'erba. Mangio un mandarino ed ecco che mi si avvicina un ragazzetto, dieci anni circa, stessi occhi profondi, Porta le mani alla bocca nel gesto universale di chi ha fame e gli cedo tutto cio' che ho ma, appena si allontana, mi lascio andare a due calde llacrime. Non ne posso fare a meno. Ho a casa un fratello della stessa eta' del ragazzetto che io coccolo e vizio. Non posso non pensare a lui. Il treno e' una specie di galera. I sedili sono in legno. E' superaffollato. Ogni finestra e' chiusa da sbarre per evitare che la gente vi entri. In ogni vagone un controllore chiude a chiave la porta. Sono prigioniero del mezzo.Il treno corre lento tra case e stazioni. Si fa notte e le banchine si coprono di corpi sdraiati. Tra i corpi che dormono ogni tantosi scorge un morto, sdraiato assieme ai vivi, che sembra attenda il proprio treno che lo portera' al gange. La famiglia lo carica sul treno di fronte al mio come fosse un bagaglio. Inghiottito dal vagone di terza classe pieno come non mai. Tutti li' tutti assieme, vivi e morti sdraiati aterra alla ricerca di un po di pace che verra'. Se un paradiso esiste, deve essere per la gente dell?india. La notte ingoia il treno. Arriviamo ad Aurangabad che sono le quattro del mattino. Aurangabad non ha in se nulla di particolare; solite case, solita gente. Mi sto ormai completamente adattando a questa strana terra. Il mercato della citta' e' il solito mercato indiano, pieno di spezie e colori. Ajanta e Poona, invece, sono insieme miracolo e prodigio dell'opera umana. Un insieme di templi posti sul fianco di un monte e tutti scavati nella roccia. Li raggiungiamo il mattino utilizzando un autobus che sembra impossibile possa sopportare il viaggio. Le strade sono buche e buche e poi ancora buche. I templi sono bellissimi ma non riesco a godermeli appieno. Do di stomaco, ho la febbre. La sera prima, come mio solito, non sono stato attento a cio' che ho mangiato, lasciandomi ingannare da una strana crema di funghi indiani ai quali non ho saputo resistere. Volevo conoscerne il sapore. Torno in albergo con lo stomaco in mano, consolato dal mio amico Stefano che per consolarmi mi dice che avro' preso la malaria. Il solito Stefano. La sveglia per prender l'autobus per Poona e' alle 5 del mattino. Da li, con un treno, intendiamo proseguire per Goa. Da Aurangabad a puna ci vogliono 6 ore di autobus. Sono ore fatte di baracche fatiscenti che fanno poiposto a capanne costruite con sterco e paglia. Non fosse per il fatto che sto viaggiando su un autobus, sembrerebbe il mondo di 2000 anni fa. Carri trainati da buoi e bambini e uomini e donne e bambini in una fila interminabile. Con la testa appoggiata al vetro lascio che la mente vaghi. Gia', l'india con i suoi tempi lenti, lascia molto tempo per riflettere, pensare, ricordare. In questa terra la realta' e l'immaginario si fondono. realta' sono donne che fanno pipi' davanti a te, bambini che esplodono di gioia per una penna, per una rupia. C'e' poi anche l'India dei furbi, di quelli che per portarti nell'ufficio a fianco ti scarrozzano con la loro Ape Piaggio per tutta la citta'. L'unico mezzo per raggiungere Goa e' l'autobus. Fa solo servizio notturno. Sono 14 ore ed e' una delle nottipiu' micidiali della mia vita. E' un alternarsi di buche, salti, frenate, contraccolpi, odori intensi, puzza. Bambini soli nellanotte che salgono, scendono, mi guardano incuriositi. Bambini protagonisti della loro terra che divorano tutto con lo sguardo, con quegli occhi che anno gia' visto di tutto, anche cio' che io non avrei mai voluto vedere. Sono stanco, esasperato dal viaggio. Rifletto sul fatto che se il mio primo viaggio all'estero fosse stato in India, forse avrei smessso di viaggiare. Preso dallo sconforto mi ripeto che avrei fatto meglio a starmene a casa mia. Ma sono li, naso sul vetro, mentre quella terra mi passa davanti.
IL KARNATAKA - GOA e BANGALORE La notte passata sul pullman e' finalmente terminata. Abbiamo lasciato la regione del Maharashtra per il Karnataka. Stefano aveva voglia di mare. Il solito precario alloggio, a cui comunque sono ormai piu' che abituato. Il nome di quello che viene definito un "complesso turistico" e' Amour beach Resort. E' un insieme di costruzioni (chiamarli bungalows e' un po pretenzioso) in muratura, con il tetto di lamiera, con dei letti "d'epoca" ed uno sgabuzzino con una turca ed un braccio della doccia sopra ad essa. Ha il vantaggio di dare su una spiaggia bella, chiara, lambita dall'oceano. Il posto ha un vago sapore turistico. Direttamente sulla spiaggia vi sono delle capanne. Sono i ristoranti, dove puoi mangiare pesce grigliato. Non vi sono molti turisti. Socializziamo con il proprietario di uno dei ristorantini che, per farci cosa gradita, ogni sera, mentre ceniamo, ci delizia con una cassetta di Albano e Romina. E' un incubo ma non voglio essere scortese e quindi sopporto pazientemente. Qui il tempo e' legato al sorgere ed al calare del sole. Ci si sveglia all'alba, si cena al tramonto, e tra le 9.30 e le 10 si va a letto. Al tramonto la spiaggia di goa si riempie di meravigliose stelle marine che con i loro tentacoli molto lentamente si scavano un posto nella spiaggia umida. E' uno spettacolo unico come unico e' sedersi assieme ai pescatori Indiani, aspettando il tramonto seduti sulla spiaggia, nell'attesa che il cielo si riempia dei suoi piccoli diamanti. Poi questi uomini piccoli, dalla pelle color bronzo, accendono le lanterne delle loro barche e prendono il largo per una notte di pesca. Ha un sapore meraviglioso l'essere li, insieme a loro, in attesa della notte. Le loro luci fanno compagnia al mare per tutta la notte, in quel moto perpetuo che e' l'onda, ed ho la sensazione che comunque mi proteggano da lontano. Ogni cosa ha comunque i suoi inconvenienti. Il bungalow ha fessure in ogni dove e durante la notte si riempie di centinaia di grilli gigantesci e neri che saltano di qua e di la. La prima notte l'abbiamo passata cacciando grilli mentre dalla seconda abbiamo tappato le fessure con ogni cosa avessimo a disposizione. Nulla potemmo, invece, con il serpente che decise di annidarsi nello scarico della fogna. Gia', perche li le fogne sono a cielo aperto. Il tubo che collega la turca al fosso e' non piu' di due metri. Questo serpentone si e' infilato nel tubo e non si e' piu' mosso cosi', alla prima espletazione del bisogno fisiologico, anziche' scender nel tubo e scomparire e' ritornato nella camera. La naturale conseguenza e' che Patrizia, quando va a fare pipi', porta con se la sedia, la posiziona sulla turca e la fa dal trespolo. Il serpente e' stato scacciato dal proprietario del luogo ma nulla toglie che esso possa ritornare sui suoi passi e, addirittura, decidere di venire a dormire con noi. Il viaggio, comunque deve continuare. Siamo a meta' strada dalla nostra meta finale. La prossima tappa e' Bangalore, citta' dell'interno. Goa e Bangalore sono separati da 650 chilometri; 20 ore di treno. Il treno e' il solito treno indiano, pieno zeppo. Siamo sempre chiusi dentro. La vecchia locomotica si arrampica a stento sulle colline, aggira le valli, passa in mezzo alle piantagioni. E' uno spettacolo unico, mozzafiato. Lungo i binari della ferrovia sorgono le misere case. Il treno passa lento, sputando fumi di vapore. La gente indiana alza gli occhi, ti guarda e sorride ed alza il braccio in un cenno di saluto. Sul treno viaggiano come al solito una marea di bambini soli, masci e femmine. Te li ritrovi ad ogni stazione ed ogni volta ti chiedono da mangiare. Viaggiano aggrappati alle sbarre, viaggiano sui tetti, in un continuo peregrinare senza meta. Il vecchio vagone fatiscente, il cesso pieno di scarafaggi neri, gigantesci, ormai mi sembrano una reggia. Il treno vanta pure il servizio ristorante per la cena. Ordiniamo riso e pollo ma quando ce loportanto, proprio questa volta non riesco a mangiarlo. Il polloe' in una tazza di plastica, cotto in una strana puzzolente brodaglia. Questa volta non riesco proprio a mangiarlo. Il riso e' invece confezionato in una lurida carta di giornale. Alla prima stazione cediamo tutto ai bimbi che, meno schifettosi di me, divorano tutto molto felicemente. Fortunatamente ad ogni stazione (e ve ne sono tante), gli indiani si ingegnano come commercianti e ti vendono ogni cosa. Strani dolci al cocco, bibite, frutta. Ad ogni stazione e' un megarifornimento perche' non dobbiamo dimenticare chi ci chiede da mangiare lungo il tragitto. La notte indiana e' la solita notte, accompagnata dallo sferragliare del treno, dalle musiche che aumentano di intesita' man mano che ci si avvicina ad un centro abitato. I nostri piccoli compagni di viaggio che son rimasti aggrappati tutto il giorno al treno non si vedono piu'. Probabilmente si sono stesi da qualche parte lungo il percorso e sono stati avvolti dalle spire di un sonno ristoratore. Il mio dormiveglia sul treno sembra la proiezione del mio corpo in un altro mondo. Sono fiero di me perche' ce la sto facendo. Sto sopportando tutto questo ma non solo. Sto capendo. Sto capendo perche' chi torna dall'India si sente cambiato, diverso. Ogni cosa ha un significato nuovo, diverso. Il semplice atto di cibarsi ha un significato nuovo. Mangiare per vivere e non per gustare. Il treno si e' riempito di gente in ogni dove. C'e' chi dorme steso a terra e chi, addirittura, al posto dei bagagli. Poi e' il sole del giorno dopo. Ancora poche ore e saremo a Bangalore. Anche Bangalore e' la classica citta' indiana, citta' fatta di niente. Dobbiamo trovare un mezzo che arrivi a trivandrum. Scopriamo che autobus non ce ne sono. Il treno ci impiega 40 ore. Io non reggo due giorni ancora in treno. C'e' l'aereo e decidiamo di concederci un lusso. In fondo con trentamila lire copriamo la tratta. Il volo e' per la sera stessa, altrimenti occorre aspettare 7 giorni. Qui a Bangalore ho vissuto una delle esperienze piu' incredibili dell'india. Bangalore non e' affatto una citta' turistica e pochi sono i turisti che vi passano. Decidiamo di fare un giro per il mercato, immancabile in ogni citta'. I mercati indiani sono una festa dei colori, degli odori, dei sapori. Al mercato di Bangalore credo che di europei non ne vedano mai. Apena entrati fummo accolti da immensi sorrisi; la gente ci accompagnava in ogni dove, ci spiegava cio' che era questa o quella merce, questa o quella spezia, senza mai avere la pretesa di venderti nulla. Lo facevano cosi', per accoglierti, forse anche per poter raccontare agli altri la cosa strana che era loro capitata in quella giornata. Li ho mangiato l'anguria piu' buona e calda della mia vita. Ne abbiamo comperata una immensa, ce la siamo fatta tagliare e l'abbiamo divisa con chi ci stava a fianco. Il gusto di buttarvi dentro la faccia e sputare i nocciolini in un continuo ridere e sorridere a loro, con loro. Il mercato e anche un'opera artistica. Ogni merce e' sistemata in modo da apparire piu' bella. Quindi arance sistemate a piramide, e le piramidi raggiungono anche i due metri di altezza. Stoffe e sete appese come fossero mille bandiere al vento. Frutta adagiata su verdissime foglie immense. Collane di fiori dai mille profumi. Poi le spezie, dai colori accesissimi, rossi, fucsia, blu, verdi, gialli, a decine e decine, sistemate in coni perfettissimi nella forma. Gli odori sono meravigliosi, speciali e unici. Quel posto l'ho sentito mio, l'ho fatto mio e sara' mio per sempre. Ho lasciato quel mercato, quella gente con le lacrime agli occhi. Il dividere con loro una semplice anguria e' stato un gesto che mi ha fatto sentire piu' vicino a loro. Gia', loro sono senza nulla ma se hanno tre mele e sono in sei, se ne danno meta' a testa. Hanno il senso della condivisione e non del possesso mentre noi tendiamo ad accumulare, ad avere piu' di altri e a non dividere. Gli indiani poveri no. Con piu' son poveri e con piu' dividono. Nel tardo pomeriggio siamo all'aeroporto e qui sto per perdere i miei due compagni di viaggio perche' e' bastato che mi allontanassi un attimo e loro, anziche' starsene buoni buoni tra i passeggeri diretti a trivandrum, si sono appollaitai tra quelli per Bombay. Ero gia' in aereo, abbastanza disperato, quando li ho visti correre sulla pista con la carta di imbarco tra le mani. Questa sera sara' Kerala
IL KERALA - KOVALAM BEACH, TRIVANDRUM sara' satota la stanchezza. lo stress,
la voglia di civilta' me la prima notte nel Kerala l'abbiamo passata nel migliore
degli hotel. E' pero' bastata una sera per farci cambiare idea. Questa non e'
l'India, Questo e' cio' che l'uomo indiano costruisce per l'uomo europeo e a
noi non va. Qui sembra l'Europa,; la gente non ti guarda, non ti sorride. Il
giorno dopo cambiamo albergo. Una stanza con un letto matrimoniale piu' un materasso
per terra. Sara' piu' scomodo ma e' piu' vero. Kovalam regala un panorama da
brivido. E' vicinissima allo Sri Lanka e quindi ne' e' simile.Speronirocciosi
racchiudono spiagge bianche e le palme che si proiettano nel mare blu. Il tempo
e' segnato solo dal sorgere e dal tramontare del sole. Negli occhi e nel cuore
rimangono le sensazioni vissute sin li. Scene di vita intrise di un significato
cosi' profondo, disperato e vero. Gia' dalle prime ore del mattino giunge incessante
un rumore secco di pietre che si spezzano. La strada che porta al paese e' un
susseguirsi di piccole capanne dove donne spezzano sassi con una mazza per crearne
la ghiaia. Ogni giorno passiamo da loro per un saluto, un sorriso, per portare
ai loro banbini delle caramelle, delle penne che qui non bastano mai. La sera
ceniamo nel solito ristorantino che altro non e' che due tavoli in un palmeto.
La prima serata ci avevan colti di sorpresa. Conoscendo i ritmi indiani, ci
siamo seduti alle sette ed abbiamo cenato alle nove. La cosa stupefacente era
che eravamo gli unici clienti del locale. Poi ne capimmo il perche'.Non esistono
frigoriferi, cibi gia' cotti. Unosemplicemente siede al tavolo e ordina dopodiche'
la folla che lavora nel locale, appartenente alla stessa famiglia, parte ognuna
per una direzione diversa. vanno a fare la spesa per noi. Il pesce lo vanno
a comperare al momento cosi' come la frutta, l'acqua. Tutto insomma. Dalla sera
dopo ci vedevano arrivare intorno alle sei. Ordinavamo e poi, seduti per terra
sotto le palme, aspettavamo la cena. Ogni sera ci propinavano una novita'; il
gelato (liquefatto), un dolce tipico. Si era instaurato un rapporto cosi' intenso
e amicale che non vedevo l'ora di andarvi. Ci spiegavano i misteri di quella
terra, orgogliosi del loro Kerala, la regione meglio funzionante dell'india.
Ci segnalarono alcuni posti da visitare quali il paese dove fabbricavano corde
ed il Monastero di Lourdepouram dove vissi l'esperienza piu' unica e toccante
di tutta la mia vita. Il paese delle corde non e' altro che un insieme di capanne
dove famiglie intere, accovacciate per terra, creano corde dalla semplice lavorazione
manuale della fibra di noce di cocco. Il monastero fu tutta un'altra cosa.Era
il 12 novembre. Prendemmo untaxi per farci accompagnare in questo posto, distante
una cinquantina di chilometri. La filosofia dei taxisti indiani e':"io
ti carico eti sparo il prezzo facendoti vedere che so perfettamente dove devi
andare; in realta' non lo so comunque chiedo e vedrai che prima o poi si arriva".
In questo modo coprimmo i 50 chilometri che divennero cento Li arrivati ci aspettava
una chiesa disadorna, un cimitero e tre fedeli che pregavano con una devozione
che non avevo mai visto prima. Ci fecero fare il giro della chiesa e poi, con
un timore reverenziale di proporzioni gigantesche, ci presentarono il parroco
il quale parlava solo inglese. L'attimo dopo successe di tutto. Il parroco volle
assolutamente accompagnarci con la propria auto in un altro monastero, gestito
da suore italiane. Li ci accolse suor Angela, una donna indiana che parlava
bene l'italiano. Avevano da poco aperto una scuola per i figli poveri dell'India
in un villaggio dipescatori di nome Poovar. La semplicita' e la purezza di quella
gente mi fecero sentire aspetti di umanita' che non conoscevo. Suor angela si
scuso' per l'assenza della madre superiora e ci invito' ad una festa organizzata
dai loro bambini e che si sarebbe tenuta da li a tre giorni. Vi andammo. L'Italia
dal Kerala e' irraggiungibile. Con la solita pazienza ci sedemmo per due ore
in un ufficio del telefono in attesa di essere collegati con la famiglia. I
miei non sapevano piu' nulla di me da 10 giorni. Ogni tentativo falli'. Essendo
stato, il giorno della festa, il momento piu' carico di vita che ho mai vissuto,
lo riportero' fedelmente cosi' come lo scrissi quella sera sulle pagine del
mio diario di viaggio, per non deturparlo da sentimenti, sensazioni, immagini
che potrei aver costruito negli anni successivi. "E' il gran giorno; e'
il giorno del bambino; "the childrn's day", come lo chiama suor Angela:
Ci alziamo alle 6 del mattino, ci laviamo e dopo la colazione partiamo con il
solito taxi. Arriviamo alla scuola e suor Angela ci accoglie con una frase di
benvenuto ed uno dei piu' bei sorrisi del mondo.Restiamo per un attimo li, in
piedi, mentre ella va a chiamare la Madre superiora. Sono imbarazzato, teso,
mentre cerco di immaginare come possa essere questa donna ed ecco che appare
facendoci il saluto indiano. Gia' da li capisco che e' una donna dalla dolcezza
infinita. E' italiana. Ci parla dell'India in generale e della sua india in
particolare. E' una persona che crede fermamente in cio' che fa. Indipendentemente
dal fatto che sia una missione cattolica e non laica, quello che provo e' quantodi
piu' bello abbia mai potuto immaginare. E' il momento della festa. Bambini e
genitori sono tutti assiepati sotto una enorme tettoia fatta di foglie di palma.
Appena entriamo siamo accolti dalla gente dell'india, da questi poveri figli
di pescatori, da questa gente senza nulla, da questa immensita' di occhi neri
che ci guardano, si alzano e fanno partire un lungo, lunghissimo applauso al
nostro indirizzo.e tutto cio' mi crea un imbarazzo incredibile. Poi le parole
di elogio da parte di emozionatissimi papa' indiani per il gruppetto di italiani,
noi, venuti a vedere lo spettacolo dei loro figli. I sacchi delle caramelle
che abbiamo portato vengono messi li davanti, divorate con gli occhi da bimbi
increduli ma composti, che sanno di non poterle toccare finche' non verra' loro
concesso il permesso. Lo spettacolo e' quanto di piu' tenero si possa immaginare.
Questi piccoli indiani recitano, danzano, ballano e poi il colpo di scena. Un
bimbo, avendo promesso di non raccontare a nessuno la storiella che doveva recitare,
si rifiuta di raccontarla anche alla platea. Questa e' l'integrita' dei poveri
dell'India. Il bimbo, imbarazzato e intimorito, si profuse in linguacce verso
tutti i bimbi che , tra le prime file, se la ridevano di lui. Poi ancora parole
di elogio della gente ed io muoio di vergogna perche' sento di rubare un momento
senza aver fatto nulla per meritarlo. Suor Paola, la superiora, ci ha invitato
a pranzo e suor Annie ci ha preparato un pranzo tutto italiano, con gnocchi
di patate al sugo, verdure e pollo. E' tutto cosi' semplice e pulito, pulito
come il loro sorriso. Poi ciaccompagnano al villaggio, mostrandoci come vive
la gente che oggi era li con noi. E' una cosa pietosa. Non ci sono case, non
c'e' igiene. Nulla ricorda la nostra civilta'. Ogni persona supplica queste
suore di aiutarli a sopportare. Tubercolosi che vivono in capanne di paglia
lte 150 cm e longe 2 metri, che quando piove sembrano colabrodi. Bimbi sporchi
e pieni di parassisti che vengono utilizzati per il lavoro. Bimbi storpiati
dai genitori fin dalla nascita per poter dar loro un futuro da mendicante. E'
un'altra India; e' l'india degli orrori. Poi ancora l'oasi quasi innaturale
del convento ed ancora ci offrono the' frittelle, dolci. Suor Paola ci accompagna,
inoltre, a Lourdepouram e ci fa visitare un altro monastero. Poi i saluti, le
promesse, la voglia di fare, di dare di inviare qualche cosa dalla lontana Italia.
Vi e' una differenza enorme tra le suore missionarie e le suore delle nostre
chiese. dalle prime emana una luce celestiale. Le penso come donne e non come
suore che hanno sacrificato la loro vita agli altri. Sono donne che, andando
al di la' della religione o del colore politico, sono uguali a tutte le persone
di buona volonta'.
LA STRADA DEL RITORNO, LE BACKWATERS E DI NUOVO BOMBAY lasciamo Kovalam con
un giorno di ritardo rispetto al programma per uno dei tanti, troppi scioperi
che tempestano il Kerala. Abbiamo lasciato Kovalam dpo una settimana e provo
tristezza. Ho lasciato un mare unico nella sua bellezza, ho lasciato giungle
di palme che si buttano prepotenti verso il mare. Ho lasciato i due ragazzini
che ogni pomeriggio ci portvano ananas e papaye cedute per oche rupie. Ho lasciato
le meravigliose stellate notturne e le colonne sonore dei grilli ed indiamantate
dalla luce viva e intermettente delle lucciole. Tutto questo ho lasciato a Kovalam
e tra le suore, i bimbi, i malati, i pescatori nelle loro capanne ho lasciato
un pezzo della mia vita, attimo senza ritorno. Ho salutato tutto stringendolo
al petto e mi sono lanciato nuovamente in stazione sbattendo contro l'India
e isuoi drammi. L'india fatta di treni fatiscenti, marroni, tutti uguali, col
loro carico di storpi, persone alla deriva che solo l'India ha. Il nostro treno,
che neppure la prima classe ti stacca dalla realta'. Il solito percorso tra
capanne e baracche, le solite. Tra la gente e la loro sofferenza, la solita.
Tra i bambini e i loro sguardi attenti, i soliti.Tutta questa miseria con lo
sfondo di una natura generosa. Arrivo a Quilon ed ho la crisi di India, ho voglia
di casa, di pulizia, di igiene,. Poi tutto passa e torno a vivere la mia esperienza.
Le Backwaters, una ragnatela di canali lunga chilometri e che si snodano paralleli
al mare. Oggi lo ho visto programmato da alcuni tour operator specializzati
ma allora gli unici turisti eravamo noi. Un minibattello superaffollato e nove
ore di navigazione davanti. Il costo di 10 rupie + 5 se vuoi stare sul tetto
ondulato e di lamiera dlla barca. E' li che vado ed il panorama e' stupendo.
Di fianco a me una delle bimbe piu' belle ch'io abbia mai visto. La fotografo
per portarla con me. Il battello va pianissimo, incrociando barche e barchette
cariche di miseria umana e noci di cocco. Poi pescatori, trasportatori. Le palme
si gettano nei canali e sotto ad esse la gente saluta, sorride, corre assieme
al battello mentre il sole raggiunge il punto piu' alto e poi cala. da un muretto
due ragazzine corrono di fianco alla barca e salutano rievocando in me un'immagine
del film "il colore viola". Hanno il sole alle loro spalle che e'
una palla arancio, a comunicarti che un altro giorno vola via. Allle 7.30 di
sera arriviamo ad Alleppey semplicemente sfiniti. Da Alleppey a Cochin in taxi
sotto la prima pioggia indiana. L'aereo mi riproietta a Bombay ed erano bastati
25 giorni per dimenticarla. Vista dall'alto e' un insieme di baracche ammassate
una all'altra. Sono cosi' sgomento, cosi' profondamente turbato che non fotografo
nulla. Questo e' un ricordo che ci si porta nel cuore per sempre. Ributtarsi
in bombay gia' al mattino. Carica del suo inquinamento, della sua disperazione,
cii accoglie e ci invita alle compere. Poche cose da portare a casa che sono
il ricordo fisico di un'esperienza che e' stata molto piu' di un viaggio e molto
molto piu' di una vacanza. E' stata scuola di vita. In me c'e' un non so che
di diverso. In India ho perso cose che non torneranno mai ma ho guadagnato valori
che ancora oggi sono miei. SALUTO ALL'INDIA anche in questo caso riportero'
fedelmente cio' che io, 26 enne, scrissi sul miodiariodi viaggio "Sono
quasi le tre del mattino e sono gia' a bordo dell'aereo che mi portera' via
da qui. Bastera' un attimo e il bestione, alzandosi in volo, mi proiettera'
lontano. Dieci minuti e tutto sara' parte del passato. Il presente ora e il
passato di poi. Sono lontani gli alberghi pieni di animali, i taxi fatiscenti,
le folle colorate, i poveri ed i ricchi, le vacche magre per le strade e le
baracche peggio di stalle. Sono lontani i templi di Ajanta e le stelle marine
di Goa. Sono lontane le suore e la loro scuola, le palmeche si stagliano nel
cielo e le stellate da notturno indiano. Sono lontani il mare. i canali, i corvi
e i gabbiani. E' il momento dei saluti. Grazie India che ci hai fatto trascorrere
giorni di vita con te, che ci hai dato intensi e penosi momenti tra le tue genti,
che ci hai accolto in modo gentile e garbato coi sorrisi degli uomini d'india
ma che ci hai violentato con la difficolta' del loro vivere. Grazie per averci
mostrato la tristezza coi tuoi dolori. Grazie anche a te, Bombay, tu che sei
come una piaga infetta, tu che non ti curi della tua gente che soffre, tu che
ti vesti la sera di false pubblicita' al neon mentre l'india dei deboli, degli
sconfitti, dorme e muore per le strade. Grazie Bombay che ti sei lasciato odiare
da me ma che ti farai rimpiangere. Io ti rimpiangero'. So che lo faro'. E' finita,
e' proprio finita. E dal tuo suolo mi stacchero. Mi strapperanno a te tra pochi
minuti. Pochi minuti e il miopassato da europeo, da uomo ricco, tornera' presente.
Sei stata, India, come un'amante folle e perversa ma che colpisce nel cuore.
Come in un film io dico Salam Bombay." -----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
5 settembre 1999 Dovevo partire oggi per una vacanza lunga 15 giorni tra i colli
toscani e le spiagge corse io e la mia moto. Il diluvio di oggi me lo ha impedito
ed ho avuto il tempo di finire il mio ricordo. Potrei quasi dire che l?India
ha voluto che parlassi ancora di lei. Ho viaggiato abbastanza ma posso garantirvi
che il viaggio in assoluto e' per me l'India. Spero di avervi fatto provare
le sensazioni che io ho provato anche solo riscrivendo queste pagine. Vi ringrazio
degli incoraggiamenti al primo pezzetto di racconto. Mi sono servitiper proseguire
con sempre piu' accanimento. Riscrivendo mi sono accorto che nulla era stato
perduto, nessuno dei volti che ho visto, dei sorrisi che ho dato ma soprattutto
ricevuto. Non si e' perduto neppure un leggero contatto di mani tra gente che
non si incontrera' mai piu'. Consiglio a tutti coloro che, come me, sono attratti
misteriosamente dall'idia, due libri e un film. "L'odore dell'India"
di Pasolini "Calore e polvere" sia il film che il libro. Questi credo
siano i meno famosi; poi vi sono anche passaggio in india e la citta' della
gioia, piu' volte menzionato da alcuni amici del ng. Me la concedete una dedica?
Questi ricordi li dedico a Massimo e Cristina, amici da poco ma che lo saranno
per molto. Con loro vorrei riviver le emozioni del continente India, il continente
lontano.
Max - italbiker