Indonesia

 

di Ado
http://www.ciaoweb.net/adothepoet/indo1.htm

Alla fine mi sono deciso e ho scelto l'Indonesia. Eccovi alcuni stralci del diario di bordo. martedì 18 aprile 2000 Dopo 21 ore di viaggio ( via Venezia - Francoforte - Kuala Lumpur) arrivammo a Medan (isola di Sumatra - nord Indonesia) alle 9 e mezza del mattino io Massimo, Renzo e Manuel. All'aeroporto ci aspettò Giorgio, zio di Renzo, tra palme rigogliose, gente molto accogliente e sempre sorridente. Cambiati i dollari, andammo in hotel, un hotel molto tipico del luogo (per modo di dire). Interessante il bagno, la vista fronte moschea con camere che davano su una vasca di pesci esotici, prospicienti una terrazza che ispirava uno stile coloniale. Da ricordare i canti religiosi profusi a gran voce dagli altoparlanti su tutta la zona, con cadenza ritmica verso le sei di sera (si ripetono almeno 5 volte al giorno). A lato della moschea un cimitero. Alle 10.45 telefonai a Leni , e ci demmo appuntamento a Medan Plaza per l'una del pomeriggio. Sistemate le cose in albergo (pieno di giovani turisti soprattutto europei) ci concedemmo una tazza di te' e poi ci incamminammo per la città. Giorgio è una persona straordinaria, conosce bene lingue ed usanze del posto, e ci condusse attraverso strade caotiche, rumorose, polverose, colme di traffico, con un inquinamento acustico e da smog incredibile, però senza stress, dove la gente ti guarda con curiosità, aspetta un cenno di intesa e sorride, ti sorride deliberatamente, in maniera semplice, spontanea, inconsapevole di un amore che gli appartiene dentro, perchè l'amore basta all'amore e va bene così. La cordialità, la gioia e i sorrisi che trasmette la gente d'Indonesia è ciò che più mi ha colpito, ed in me resterà a lungo scolpito. Ci fermammo a chiedere per i biglietti della nave che ci avrebbe portato a Sabang, l'isola dove vive Giorgio, all'estremo nord di Sumatra nella regione di Aceh (dove ora però è pericoloso andarci per via della guerriglia). Una decina di ragazze che lavoravano nell'agenzia si girarono per guardarci: il nostro essere turisti europei mai passò inosservato dal primo minuto in cui mettemmo piede nell'isola, tutti si giravano a guardarci e poi sorridevano, ci sorridevano amichevolmente. In una seconda agenzia acquistammo i biglietti ad un prezzo più economico (117.500 rupie, circa 31000 lire). Chiedemmo di Medan Plaza ad un conducente di 'riscio'' e perfino a due signore alla fermata dell'autobus. Entrati finamente in questo centro commerciale ricevemmmo un'accoglienza inverosimile: specialmente ragazze, ma un po' tutti alla nostra vista si giravano incuriositi sorridendoci continuamente: sulle scale mobili, tra i corridoi, le commesse delle bancarelle e perfino dei negozi dai quali uscivano precipitandosi fuori per osservarci meglio. Fummo meravigliati e completamente frastornati da cotanta curiosità e benevolenza. Chiesto invano a qualcuno informazioni sullo "Strawberry cafe'" (il luogo dell'appuntamento), c'era problema nell'intendersi forse per la lingua (non tutti parlano inglese) e soprattutto per la sorpresa che destavamo loro rivolgendogli la parola. Finalmente all'una e dieci, dopo aver girato per 10 minuti per piani e corridoi, una ragazza mi venne incontro dicendomi: "Edo?" (il mio soprannome Ado inglesizzato). Era Leni, conosciuta tramite icq la settimana scorsa, una cara ragazzina quasi ventenne, col cappellino ed i capelli accorciati rispetto a come l'avevo vista nella sua pagina web. E' una ragazza molto carina, dal viso freschissimo e puro, tanto che all'apparenza dimostra 15 anni. Dopo le presentazioni di rito (assieme a lei c'era Kelly e un'altra amica; con Kelly avevo chattato assieme sabato scorso, era il mio riferimento di cellulare, ed è credo l'amica del cuore di Leni). Seduti al caffè tutti assieme, superammo subito e facilmente l'imbarazzo del primo impatto ed era come ci conoscessimo da una vita. Dietro al nostro tavolo ricordo una splendida ragazza in minigonna mozzafiato che continuò a guardarci per tutto il tempo, mentre Manuel mi diceva fosse una commessa di un negozio al piano superiore, che ci aveva già apprezzato quando le eravamo passati davanti. Leni è una ragazza dolcissima, era molto imbarazzata nel starmi a fianco, quasi non ci credeva, dati i pochi giorni che ci conoscevamo, e le distanze tra me e lei. Mi diede un regalo, un pensiero pensato apposta per me , un bellissimo cappello blu con una fascia bianca e viola credo in lana e lavorato a mano. Al riceverlo ero molto felice ed al contempo imbarazzato, non me lo aspettavo proprio, la sua ospitalità è stata graditissima ed inimmaginabile. Siamo stati assieme gran parte del primo pomeriggio compreso il pranzo in un luogo gradevole vicino ad una fontana che sgorgava acqua, quasi un sollievo per ritemprarci da una giornata torrida, caldissima, sui 32° - 33° all'ombra, ed umidissima. Scambiatici foto ed indirizzi, ci demmo un nuovo appuntamento per le sei e mezza. Nel frattempo noi 5 uomini ci 'facemmo' una bella birra fresca in un bel bar del centro, dopodichè una doccia rigeneratrice in albergo. Col taxi arrivammo all'appuntamento alle 6 e quaranta, nei pressi di una fiera con prodotti artigianali tipici di Sumatra, dai braccialetti di tartaruga ai loro matrimonii cerimoniali tradizionali. Alle 8 circa iniziò a piovere, e Leni e Kelly apparivano abbastanza stanche: alle 9 dovettero rientrare. Le accompagnammo a casa, sfruttando il tragitto per un giro turistico della città, passando pure lentamente attraverso un grandisimo campus universitario con 4 entrate principali di stampo americano, dove loro studiano attualmente. Ado ----- segue forse domani, comunque prossimamente ---> ---per dirla in inglese TO BE CONTINUED (fino al 5 maggio 2000)

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 2° giorno
mercoledì 19 aprile Stanotte ho riposato parecchio, dormendo abbastanza bene, a parte i canti islamici del Ramadan provienienti a gran voce dai microfoni della moschea tra le 5 meno venti e le 6 meno un quarto (un incubo!!). Svegliati verso le 10, c'è stata una buona colazione a base di te' e macedonia di frutta (ananas, papaya e banane), partitina a carte e poi col taxi verso Belawan, il porto da dove imbarcarci per l'estremo nord di Sumatra (18 ore di nave), da dove domani si prenderà il traghetto per Sabang, città principale dell'isola Pulau Weh, dove vive Giorgio (il nome Pulau Weh sta a significare isola che si allontana perchè si narra l'isola si muova continuamente e si stia allontanando sempre più dal gruppo di isole di cui fa parte; altri nomi delle isole vicine fanno invece riferimento al riso, ed in particolare al punto di cottura del riso, a cominciare dal riso crudo, per testimoniare la loro distanza dalla terraferma, nel senso che per raggiungere un'isola denominata riso crudo, ad esempio, occorreva più di un giorno di viaggio, ed era necessario avere a bordo delle scorte di riso, mentre un isola denominata riso appena cotto, stava a significare un viaggio breve per raggiungerla). Da segnalare il primo imprevisto capitato, ossia la gomma bucata del taxi, nel tragitto per raggiungere il porto (distante circa 40km da Medan), per cui è stata necessaria una piccola sosta, del resto ampiamente prevedibile, uditi i rumori di svariata provenienza all'interno del taxi che continuavano a preoccuparci. La partenza era fissata per le due del pomeriggio, e siamo comunque giunti al porto con largo anticipo. Dopo un rapido spuntino, l'imbarco è avvenuto senza difficoltà, a parte la ressa e la concorrenza della gente del posto per portarci le valigie. Sulla nave abbiamo consumato un pasto a base di pesce, riso e verdure, bevendo (come sempre durante la vacanza) acqua bollita (purtorppo ancora calda, visto che non si era freddata). Ci siamo goduti lo splendido tramonto verso le 7 di sera (siamo di poco sopra l'equatore, che taglia in due l'isola di Sumatra poco più a sud, per cui la temperatura e le ore di luce sono costanti tutto l'anno) sul ponte della nave, la temperatura è molto calda (circa 30°), soffia un vento caldo e umido, ma l'afa è sopportabile. Costeggiamo tutta la costa est di Sumatra per andare da Medan verso la regione di Aceh, ma staremo lontani dalla guerriglia (persistente all'interno, tra le montagne e la foresta pluviale). La navigazione avviene lungo lo stretto di Malacca (luogo epico per le imprese e le scorribande dei pirati, ancora attuali, frequentato da innumerevoli imbarcazioni mercantili e passeggere). Mare, clima equatoriale e tramonto offrono emozioni indescrivibili.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 3° giorno
giovedì 20 aprile Notte ancora rumorosa e difficile, col sonno rotto dai richiami del Ramadan alle 4 e 40 e durati circa un'ora. Alle 5 e mezza poi colazione in nave a base di riso, te' e uova. Finalmente arrivati al porto di destinazione dopo 18 ore di viaggio, alle 9 del mattino circa sbarchiamo. Il traghetto per l'isola di Pulau Weh (meta finale) è alle 2 e mezza del pomeriggio, così noleggiamo un pulmino (costo 90.000 rupie, dopo la classica contrattazione per il prezzo) per farci un giro nella capitale della regione (BandaAceh), distante circa mezz'ora. Lungo il tragitto ci fanno osservare un palazzo governativo, raso al suolo il giorno prima da una bomba, fortunatamente non in orario di ufficio, per cui non ci sono stati morti, e poco prima dell'ingresso in città costeggiamo la stazione principale di polizia, dove invece è stato ucciso un poliziotto il giorno prima, lanciando una bomba molotov da una motocicletta. La polizia è il nemico principale dei guerriglieri, e degli indipendentisti di Aceh (in pratica tutta la popolazione civile), e ultimamente sono arrivati numerosi rinforzi dal governo centrale di Giakarta per pattugliare maggiormente le zone più calde e a rischio. Passiamo attraverso il mercato stracolmo di ogni varietà di frutta esotica (e zanzare), un'immersione in un mondo insolito ma affascinante con gli occhi di tutti puntati addosso, seguiti dal richiamo di ognuno per favorire una compravendita. Ci compriamo un batik (lenzuolo di seta tipico indiano finemente lavorato e multiuso) ciascuno e legandocelo alla vita riusciamo così ad avere accesso al giardino della moschea; tutti ci guardavano con stupore e sorrisi misti di meraviglia, spontaneità e apprezzamento; i turisti qui sono merce rara, addirittura più di qualcuno ci chiede di fare la foto assieme. Di seguito visitamo un museo della città, dove sono raccolti usi e costumi tipici del luogo, oggetti d'arte, monili antichi, case in miniatura e mappe storiche geografiche, modellini di templi e moschee, e costruzioni secolari in scala. Dopo un ristoro in un gradevole chiosco all'aperto a base di frutta e succhi di frutta (nel senso proprio e finalmente vero del termine) torniamo col minibus (il conducente ha guidato coi miei occhiali) al porto e verso le due del pomeriggio ci imbarchiamo in prima classe per sfruttare l'aria condizionata. Come al solito siamo guardati con amorevole curiosità e sorrisi da tutti i passeggeri, specialmente passeggere, tutte o quasi con il classico velo islamico. Dopo due ore di navigazione finalmente sbarchiamo sull'isola (scendendo ho perso il mio batik) conoscendo nel frattempo in simpatico ragazzo argentino (Carlos) in viaggio da 9 mesi tra Indocina ed Oceania (mi ha raccontato di incredibili esperienze vissute in Papua Nuova Guinea, dove i primi stranieri li hanno visti negli anni cinquanta, e della stupenda accoglienza ricevuta dalle tribu' di Papua e oltremodo in Nuova Zelanda, mentre l'Australia non lo ha molto entusiasmato, sia per il costo caro della vita, sia per la faticosa raccolta di banane per mantenere il suo soggiorno lì e ripartire). Con un pulmino scandaloso raggiungiamo la casa di Giorgio, che curiosamente abita a fianco di un tale Dr. Yasser Arafat, lo stesso nome del leader palestinese. Dopo aver sistemato i bagagli, beviamo e mangiamo da cocco appena estirpato da una palma, e poi ancora papaya e banane piccole dolcissime. Ceniamo a base di spaghetti in centro a Sabang. Trascorriamo la serata al chiaro di luna (un po' offuscata dalle nubi) in compagnia di uno svizzero e dell'unico altro italiano nell'isola venditore di libri a Bangkok.

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venerdì 21 aprile Notte molto movimentata a causa del panico da zanzare, condito dalla preparazione di zanzariere a tendina sopra i letti, per cui piantando chiodi sulle pareti, e tirando fili per tutta la stanza dove eravamo accomodati, arrivando per di più a tessere una ragnatela di tiranti nella quale occorrevano delle acrobazie per spostarsi. Per di più, appena assopito, Massimo mi ha svegliato a causa della presenza di un enorme scarafaggio rosso sopra i miei piedi al che, dopo aver verificato che era all'interno della mia zanzariera, sono seguiti attimi di panico, ho raggruppato i piedi al petto, e fortunatamente il mio amico è riuscito nell'intento di renderlo innocuo con l'aiuto di una ciabatta dopo un'aspra lotta nella stanza adiacente. Il sonno ancora leggero è stato poi nuovamente rotto dai canti del ramadan, verso le 5 del mattino, durati oltremodo 2 ore perchè il venerdì è il giorno principale di preghiera. Alzati verso le 9 e mezza la giornata è iniziata camminando finalmente su una magnifica spiaggia corallina colorata di bianco giallognolo e striature nere (derivanti dallo sgretolamento di rocce vulcaniche), assaggiando coi piedi l'acqua del mare splendidamente trasparente e caldissima. Dopo un'ora di cammino tra rocce, arenili e sentieri siamo giunti in un'incantevole spiaggetta, gran parte graziata dall'ombra di palme di cocco e alberi giganteschi. Il primo pomeriggio è corso via apprezzando le meraviglie del mare, dove le varie tonalità intense di azzurro risaltavano appena appena in una non splendida giornata, nuvolosa col sole a tratti. Lo snorkeling con pinne e maschera è estremamente piacevole, la varietà, i colori e le forme dei pesci tropicali suscitano emozioni forti e una senzazione di pace ed armonia coi doni della natura in altro modo difficilmente accostabile. Molto belle le stelle marine blu, i pesci romboidali gialli a striature nere e ancora dei piccoli pesci di un azzurro intenso quasi fosforescente. La barriera corallina descrive un fondale assimilabile alle favole dei libri per bambini, e il concerto dei colori vivi trasmette una musicalità serenamente prossima alla pace dei sensi. Poi è seguito un breve ristoro al bar sulla spiaggia poco distante, giusto dirimpetto un piccolo porticciolo, dove i pescatori attraccano le loro imbarcazioni di legno a motore, con uno stile particolare che ricorda il dominio olandese (in effetti le tecniche di costruzioni sono rimaste tali e quali dall'epoca coloniale, e nelle quali spicca la poppa molto pronunciata rispetto alla prua, quasi sia un accorgimento per tagliare le onde in caso di mare agitato). Il bar oggi ha aperto solo dopo le 3 del pomeriggio causa il venerdì santo, rispettato pure dagli islamici: ottimo il latte di soja. Serata tranquilla con cena a base di riso e pesce in un locale a conduzione familiare (i pasti costano estremamente poco, abbiamo pagato circa 800 lire a testa), dopodichè un caffè sul golfo portuale di Sabang. Curioso e artistico il modo di sbucciare gli ananas.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 5° giorno
sabato 22 aprile Sveglia presto perchè per le 9 abbiamo noleggiato un pulmino per un tour nell'isola (l'isola di Pulau Weh non è molto grande, è disegnata a forma di farfalla, il punto più stretto si percorre 'coast to coast' in circa mezz'ora, ad esempio dal golfo di Sabang al porto dove si prende il ferry che conduce solitamente due volte al giorno verso BandaAceh, mentre al massimo in un'ora si attraversa longitudinalmente l'isola nei punti dove è più estesa), finalmente ho dormito a lungo e bene. E' stata una giornata molto intensa: prima sosta per vedere un lago in cui la guida locale ci narra parecchie persone sono morte in circostanze misteriose, e a detta della gente del posto a causa delle loro impurità (ossia gli spiriti si portano via le persone che non sono pure). Subito dopo siamo giunti in una zona interna ricca di vegetazione in prossimità di un torrente dove una strada sterrata va a terminare. E' iniziata così la nostra passeggiata per risalire il torrente e giungere alle cascate dell'isola. Una camminata abbastanza lunga tra vegetazione molto rigogliosa contraddistinta da piante di vario genere tra cui menta, cacao, agrumi, alberi da frutto sconosciuti in europa, alberi in fiore con bulbo rosso gustoso da assaggiare e variopinto nelle sfumature e varie altre piante a carattere medicinale oppure con frutti simili a noci con proprietà energetiche ed eccitanti. A metà via ci siamo imbattuti in un serpente, non saprei dire se velenoso, comunque gli siamo passati a prudente distanza. Finalmente giunti ai piedi delle cascate, ci siamo concessi un tuffo refrigerante sotto la forza prorompente dell'acqua in caduta, che formava attiguamente un piccolo bacino attorniato dalle rocce sotto una cornice paradisiaca dove il verde scuro della foresta sembrava non finire mai puntando lo sguardo verso l'alto alla luce che a stento s'infiltrava tra il fogliame. Sulle rocce circostanti migliaia e migliaia di piccoli ragni circolavano disinteressatamente per cui occorreva stare bene attenti a dove appoggiare le mani per risalire. E' seguito un piccolo ristoro in una caffetteria lì vicina, da cui si godeva un panorama suggestivo sul mare; è costruita in legno poggiante su dei pali sulla scogliera, mentre l'impagliatura del tetto le da un tocco esotico: gli avventori del momento seduti sul terrazzo in completo relax di profilo all'orizzonte e all'acqua dell'oceano Indiano dando l'impressione che lo stress quì sia una malattia parecchio sconosciuta. Subito dopo ci siamo diretti verso un luogo dove emergono i fanghi e che qui chiamano in inglese 'hot springs'. Data l'alta marea, per raggiungere la destinazione ci siamo introdotti a piedi in un tratto di vegetazione un pò scomoda, perchè parecchie piante sono dotate di rami insidiosi per la pelle e per i vestiti con spine più o meno fitte e appuntite, ed inoltre si trovavano ovunque, ai lati, sopra le nostre teste, per terra, penzolanti sul sentiero quasi fossero liane. Finite le contorsioni con il corpo per evitarle, la vegetazione all'improssivo svanisce e sembra di camminare sopra delle rocce. Ma la mia ciabatta è affondata al primo passo: il fondo è quasi argilloso, molto tenero, occorreva e occorre prestare attenzione, il piede ne è uscito nero e la temperatura del fango misto ad acqua non era tale da lasciarlo lì più di un secondo. Lì ci siamo cucinati le uova, tanto per capirsi, col vapore che fuoriusciva. Poi la giornata è proseguita concedendoci un breve bagno tonificante in una piccola spiaggia poco distante dal porto di sbarco col ferry, e giusto per toglierci il sale dalla pelle, lì a 10 metri era presente una risorgiva di acqua termale, caldissima (all'incirca 35° - 40°), che sgorgava da una roccia vulcanica e veniva poi raccolta in un paio di piscine costruite artificialmente e di libero accesso. Lì a fianco stazionava un baracchino di ristoro con vista sul mare, corredato con l'immancabile antenna satellitare (non manca mai in nessuna abitazione, escludendo la casa di Giorgio, per il quale la televisione sarebbe un controsenso secondo il suo stile di vita) e la televisione che proiettava "La vida loca" di Ricky Martin su Mtv. L'ultima tappa quotidiana esplorativa dell'isola è stata dedicata a quello che qui chiamano 'vulcano'. In realtà si tratta di un area montuosa in mezzo alla foresta vergine resa completamente arida dalle emissioni sulfuree che trovano spazio da buchi più o meno piccoli tra le rocce. La pressione dei gas che fuoriescono è abbastanza elevata, l'aria colma di zolfo è quasi irrespirabile nei pressi, e i colori dominanti sono il bianco delle rocce e le tracce gialle lasciate dal minerale. Provando ad accostare un dito ad uno degli innumerevoli buchetti la scottatura è garantita. La guida che ci accompagna raccoglie un pò di pietruzze di zolfo in un sacchetto per uso domestico, dicendomi che sono utili per curare i reumatismi. Siamo tornati alle cinque, dedicando personalmente il tardo pomeriggio al relax con una lettura di Hermann Hesse sull'amaca, poi cena in casa con Giorgio cuoco d'eccezione che ci ha preparato un bel piatto di spaghetti (italiani) con pomodoro, aglio, olio e peperoncino, erbe cotte e patate. Dessert con ananas, banane, tè, biscotti e caffè. Io e Manuel abbiamo stracciato a carte Massimo e Renzo. Fine serata telefonando a casa in Italia, dove erano un pò preoccupati dalle notizie che davano dei turisti rapiti e sequestrati in Malesia, dove avremmo dovuto recarci la settimana successiva.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 6° giorno
Domenica 23 aprile Buona Pasqua! Dopo l'ormai abituale colazione di questi giorni a base di frutta tropicale tagliata sbucciata e tagliata a pezzi e condita con scaglie di cocco, te' e caffe', come due giorni fa ci siamo diretti verso la spiaggia. Dovevamo uscire con la barca di Giorgio, ma è fuori a pesca, così forse andremo domani. Una decina di bambini del posto ci ha seguito per un lungo tratto, entusiasti ed eccitati alla vista del pallone che portavamo appresso (e che qui chiamano 'bola', quasi fosse un termine di derivazione spagnola: la lingua indonesiana è di concezione e costruzione molto recente, un artifizio per uniformare parecchi idiomi differenti, che ancora contraddistinguono il linguaggio principale di ogni isola indonesiana, o meglio di ogni regione e provincia; tra le sue caratteristiche spicca la semplicità di costruzione delle frasi e del suo apprendimento, l'uso limitato dei verbi, la costruzione dei plurali che si formano ripetendo la parola al singolare due volte, e tante piccole sfumature, tra le quali le rare volte nelle quali quì si pronuncia un no, inteso come taglio netto, per cui ad esempio se ci viene chiesto - sei sposato? - occorre rispondere - non ancora - visto che un no tassativo indica per loro la decisione di non sposarsi mai) e convinti di giocare una partitella con noi. Hanno desistito solo dopo almeno un chilometro di camminata, visto che si stavano allontandando un po' troppo dalle loro case. A metà della via c'è stata come nei giorni precedenti una piccola sosta al bar - ristoro di quel tratto di costa sulla spiaggia proprio dinanzi al porticciolo per le piccole imbarcazioni di stile olandese usate per pescare. Ne abbiamo approfittato per comperare un paio di pesci da degustare poi in riva al mare. A noi si è aggregato un turista (insolitamente il primo turista incontrato) invitato da Giorgio a trascorrere il pranzo assieme. Giunti nella spiaggetta dove usa sistemarsi lo zio di Renzo, e già assaporata due giorni fa, sono seguiti dei momenti di relax alternati dall'immancabile snorkeling tra le rocce. Dopo un pò sono arrivati due giovani per portarci un paio di tonni e anche delle cernie, freschi freschi e pronti per essere cucinati. La preparazione del pranzo merita una descrizione. Uno dei due si è procurato una palma di cocco, e dopo averla privata delle foglie, l'ha divisa in due con un coltello al fine di introdurvi i pesci in fila, quasi fossero allo spiedo. Intanto Giorgio raggruppava dei sassi e dava fuoco ad alcuni arbusti per alimentare il fuoco. In mancanza di corda lo spiedo è stato legato agli estremi con dei filamenti di pianta particolarmente resistenti, per poi essere posto sopra le braci. Nel frattempo si sono prese delle foglie molto larghe a forma di palmo da delle piante molto basse, e dopo averle opportunamente lavate all'acqua del mare, sono servite come basamento e letto da porre sulla spiaggia disteso: il nostro tavolo era così apparecchiato. E' bello ricordare il gusto e la genuinità di quel pesce fresco, assaporato tra le mani col dolce fragore delle onde sul bagnasciuga. Il pomeriggio è corso via impegnandolo con altre esplorazioni subacquee ed una partita a calcio sulla sabbia, dopo aver preparato e liberato lo spazio di gioco dai coralli più in evidenza. La serata è corsa via tranquilla, non prima però di aver preso accordi al porticciolo per uscire con la barca l'indomani, perchè ci premeva vedere i delfini da vicino.
Ado

From: "ado" <adothepoet@libero.it> Newsgroups: it.hobby.viaggi Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 7° giorno
Lunedì 24 aprile Bellissima giornata invasa dalla pioggia da mattina fino a notte inoltrata. Il giro in barca per vedere i delfini è stato rimandato date le condizioni del tempo, per cui abbiamo ripiegato per una visita alle due spiagge turistiche dell'isola: Iboh e Gapang. Queste spiagge si trovano ad ovest di Sabang, sempre sulla costa nordoccidentale dell'isola, nell'ala sinistra della 'farfalla', giusto per intendersi, a circa 20 minuti dall'abitazione di Giorgio. L'attrazione turistica è data dalla presenza di una meravigliosa barriera corallina (reef), e il comfort turistico è garantito da alcuni bungalow fronte mare, per cchi volesse soggiornarvi. La pioggia persistente non offriva ovviamente possibilità di abbronzature o passeggiate, così a me e Massimo è venuta l'idea di provare un'immersione subacquea. A Gapang ci sono un paio di scuole - sub, per cui ne abbiamo approfittato per chiedere informazioni sui costi e sui corsi. Giusto per mezza giornata ci è convenuto richiedere un minicorso che qui chiamano 'introduction' durante il quale ci sono state spiegate le basi per un'immersione di circa un paio d'ore e ad una profondità massima di 12 metri. La scuola è tenuta da una coppia di ragazzi olandesi, e a noi fortunatamente è toccata l'insegnante femminile, molto carina, nonostante l'età non più giovanissima (la scuola si chiama lumbalumba che in indonesiano significa delfini). Le istruzioni teoriche sono durate all'incirca un'ora, ovviamente in inglese (che è già una fortuna, viste le rare persone incontrate che se la cavano con l'inglese), sarebbe stato troppo chiederle in italiano (a Massimo, che non lo conosce benissimo, traducevo istantaneamente). E' seguito poi un training in acqua già equipaggiati di muta e bombolone sulle spalle, per la verità molto pesante (caricato a 200 bar di aria compressa), almeno 20 kili. Superate le prove a cui siamo stati sottoposti, ci siamo finalmente avventurati nel fondale fino a 10 metri di profondità: a parte la bellezza dei coralli, la varietà dei pesci aumenta rispetto allo snorkeling dei giorni precedenti, ci sono delle tartarughe gigantesche dal diametro di almeno un metro, e poi ancora le murene (ne abbiamo scrutate almeno un paio a guardia minacciose del loro habitat), i simpatici e piccoli pesci combattenti che ci si avvicinavano per farci paura sputandoci addosso per poi riscappare, gli insidiosi pesci istrice, tanto per citarne alcuni. Era fantastico vedere da sotto il tintinnio delle gocce di pioggia a pelo sull'acqua, mentre la tranquillità e l'armonia subacquea regnava sovrana. Terminata anche questa meravigliosa esperienza è arrivata l'ora del pranzo. Ci siamo recati, su indicazione di Giorgio, nel vicino villaggio di Iboh, prossimo alla spiaggia di Iboh. Lì, c'è un ristorantino - capanna che da direttamente sulla costa, e ovviamente ci siamo accomodati su un tavolo fronte mare, dal quale si godeva una vista a dir poco magnifica, resa ancora più ricca di atmosfera dalla pioggia scrosciante, che nulla toglieva alla varietà di tonalità di azzurro dell'acqua, mentre i nostri occhi cadevano su una bellissima isoletta di fronte, prossima al reef, ed un gatto alternava le fusa al gironzolarci attorno, stando bene attento a non bagnarsi, per cui da buon acrobata passeggiava su e giù sul davanzale di legno che circondava la baracca. Addirittura abbiamo avuto l'onore di sceglierci i pesci di cui mangiare, tenuti al fresco sotto ghiaccio: l'imbarazzo nella scelta non c'era, data la loro freschezza ed il loro costo limitatissimo, una gran mangiata dal costo di circa duemila e cinquecento lire a testa.
Ado

From: "ado" <adothepoet@libero.it> Newsgroups: it.hobby.viaggi
Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 8° giorno
Mercoledì 25 aprile Ancora una giornata nuvolosa, ma niente pioggia, solo un vento abbastanza forte che soffia sull'isola e soprattutto sul mare. Dormito bene, colazione e poi un giro a Sabang (il centro dista a piedi circa 300 metri dal nostro alloggio, e ovviamente con altri mezzi la distanza è la medesima) con Renzo per comprare un pò di rotoli di carta igienica (ne abbiamo presi 6 in previsione anche della settimana che ci aspetta, e di cui non anticipo niente per mantenere la sorpresa). Siamo passati per il quartiere cinese, in una via del quale c'è la vecchia casa di Giorgio da cui si vede il mare(vecchia nel senso che era quella di sua proprietà, ma dimostra sicuramente meno anni di quella dove sta ora in affitto). Tra l'altro vorrei aprire una piccola parentesi. La casa attuale di Giorgio costa all'incirca 300 mila lire di affitto all'anno, praticamente nulla, confrontando i nostri affitti, ed è una casa particolare, con una storia alla spalle. Era di proprietà di un giapponese, infatti lo stile lo ricorda, e successivamente è stata abitata da una donna europea: entrambi sono morti lì dentro di morte violenta. Per questo motivo, data la superstizione degli abitanti del luogo, è generalmente creduto che tale casa sia posseduta dagli spiriti, e più di qualche volta alcuni di essi, quando fanno visita a Giorgio, dicono di vedere lo spirito di quella donna olandese muoversi tra le piante del giardino interno: lo stesso Anafi, che aiuta Giorgio nelle faccende domestiche, dice di vedere spiriti passare tra le stanze, ma non è affatto impaurito, avendo accettato di collaborare con Giorgio in quella casa (tra l'altro lui prima viveva da solo nella foresta). E' seguito un giretto al mercato, fatto molto velocemente, data l'aria difficilmente respirabile contraddistinta da un odore al limite della sopportabilità. In quel mercato si vende ogni varietà di frutta che cresce sia nell'isola che in Aceh, e poi ancora pesce, pollami vivi e morti, vestiti, dolciumi, casalinghi, in genere solo beni di prima necessità. Qua e là qualche bar nei quale parecchia gente stava seduta a guardare la televisione (alle dieci di mattina). Tornati a casa ci siamo diretti verso il porticciolo con bar della spiaggia incorporato, dove Giorgio ha chiesto la disponibilità della sua barca. Causa il forte vento, e dato che i delfini già sono passati e sono ora diretti verso ovest, abbiamo rinviato l'escursione all'indomani. Così, dopo un bel bicchiere di latte di soja, si è deciso di vedere qualche nuovo tratto costiero. Suliman, un simpatico ragazzo ventiquattrenne che vive sulla spiaggia (si è appena costruito la sua nuova casa sull'albero principale poco distante dalle imbarcazioni ormeggiate), è riuscito a trovarci un PK che ci ha 'traghettato' fino ad una spiaggia nella zona orientale dell'isola, distante circa venti minuti con quel mezzo. Ci siamo accomodati in una gradevole spiaggia nera, chiaramente di origine vulcanica, non prima però di un breve ristoro. Poco prima cè stata una sosta in una zona abbastanza rocciosa, dove abbiamo camminato per un pò attraverso sentieri e saliscendi e dando un'occhiata perfino alle innumerevoli trincee che dominano tutto quel tratto costiero. In alcune di esse ci sono ancora i cannoni adoperati un tempo, mentre in altre sono stati rimossi, anzi proprio portati via per rivenderli come ferro negli anni recenti della crisi economica asiatica. Dopo aver localizzato una piccola baia dove accamparci, è parso necessario dare un'occhiata al fondale con pinne e maschera, e l'idea è stata buona perchè in quella zona i pesci sono ancora in numero maggiore come varietà di forme e colori e ovviamente come quantità. Un dolce vento accarezzava le onde (un promontorio di scogliere ci riparava dal forte vento), mentre alcuni pescatori pescavano seppie e calamari da uno scoglio con rudimentali ma efficaci rocchetti e fili, preoccupandosi di mantenerli in tiraggio facendoli passare tra le rocce. Le esche erano sia pescetti finti, che piccoli pesci appena pescati ed usati per prede più grandi. Mi è venuta voglia di scrivere due righe seduto su uno scoglio: Il fragore delle onde sulle rocce Il fruscio del vento sulle foglie di mango Il riverbero della mareggiata su sabbia e sassi Flebili i fischiettii dagli alberi attorno Pescatori lanciano esche dagli scogli a picco sul mare Le palme colme di cocco si agitano In sempiterne fronde ritmiche danzanti La brezza s'impenna dolcemente e poi ricade Nella lieve e fresca forza vitale di un incanto Paradisiaca cornice dove affiora All'improvviso un calamaro due palmi di mano In lontananza pescherecci da ovest verso est Più in là una ventina di delfini, ventuno Seguiranno il ritorno nel tardo pomeriggio Un pescatore affila la lama del coltello sulla roccia Seppie sputano nero all'aria mortale. Una voce mi chiama per andar via: Fine dell'incantesimo. Sulla nera spiaggia cè stata una simpatica sfida a calcio con alcuni ragazzi del posto. Ci ha accompagnato, in questo pomeriggio che ha visto finalmente verso sera il cielo schiarirsi, il sole timidamente apparire, ed i colori del mare farsi così più intensi e variegati con bellissime tonalità di azzurro e verde all'ombra delle palme e di rigogliosi giardini dirimpetto la strada costiera, il simpatico Suliman, la cui fidanzata diciasettenne sta tutt'ora combattendo assieme ai guerriglieri nelle regioni interne di Aceh. Il PK ci ha recuperati verso sera e sulla via verso casa ci ha consentito di dare uno strappo a quel turista australiano che aveva assaporato assieme a noi il pesce sulla spiaggia.
Ado

From: "ado" <adothepoet@libero.it> Newsgroups: it.hobby.viaggi Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 9° giorno
Ultimo giorno nell'isola di Pulau Weh, più conosciuta come Sabang, dal nome del maggiore centro abitato, dove sono allocati tutti i servizi amministrativi, gli uffici governativi, e i resti della colonizzazione olandese. Siamo ormai propensi ad avventurarci nella regione di Aceh, nonostante le preoccupanti notizie che ci giungono di scontri, attentati, e vera e propria guerriglia ormai quotidianamente, ma stiamo studiando un percorso per evitare le zone più calde. C'è molta difficoltà a reperire un mezzo, perchè tutti hanno paura, e i pochi che se la sentono di accompagnarci chiedono cifre elevate per fornire questo servizio. Inizialmente il percorso individuato era quello che prevedeva di costeggiare tutta la parte occidentale di Aceh, però all'ultimo momento i piani sono cambiati per cui, dopo un breve tratto in cui attraverseremo la costa orientale, ci inoltreremo all'interno della regione per raggiungere la foresta pluviale ed il parco nazionale circostante. Oggi la sveglia è suonata presto, alle otto, per dedicare la giornata alla ricerca dei delfini (lumbalumba). La barca di Giorgio è previsto che ci aspetti per le 10 al porticciolo. Alle 10 e mezza circa ci imbarchiamo, non appena l'imbarcazione è riapprodata da una battuta di pesca. Si tratta di un'imbarcazione di legno, con motore a nafta, colorata tutta di azzurro, e rispecchiante lo stile olandese di tutte le altre attraccate o fuori al largo. Per seguire la rotta dei delfini ci dirigiamo verso est, su di un mare calmo liscio come l'olio. La giornata è tiepida, una temperatura ottimale, con il sole spesso offuscato dalle nuvole, ma comunque presente dati i segni mutati dell'abbronzatura rispetto ai giorni precedenti. Mi accomodo dietro in prua, a fianco del timoniere, un ragazzo del posto, con il quale era difficilissimo comunicare, conoscendo a malapena un paio di parole in inglese. Portava un simpatico cappellino a forma di cono, ma con la base molto ampia, che ricordava i mandarini cinesi. Ogni tanto abbandonava il timone, glielo reggevo io, oppure lo guidava lui con le ginocchia, perchè c'era bisogno di sollevare alcune tavole e con un secchio liberare il fondo della barca dall'acqua che continuava ad incamerarsi. Purtroppo la ricerca è risultata vana, dopo almeno un'ora di navigazione, dei nostri amici non vi era alcuna traccia, e tra le cause, a sentire il timoniere, vi era il mare calmo: i delfini preferiscono ricercare il mare più mosso, dove le onde siano abbastanza increspate, per avere più facilità nel mangiare. Abbiamo ripiegato sull'ennesima esplorazione del fondale, per cui approssimatici a un tratto costiero frastagliato e ricco di scogli, è seguito un tuffo all'indietro dal peschereccio, con maschera e pinne, come fanno i sub nei film. E' noioso ripetere la meraviglia di quei fondali, però c'è da ricordare che in quel frangente, avvicinatici ad un peschereccio ormeggiato vicino a riva, nuotando sott'acqua abbiamo visto dei piccoli squali morti adagiati su un fondo sabbioso, probabilmente rimasti avvighiati nelle reti dei pescatori. Presili in mano, faceva impressione la loro dentatura, per cui da vivi, anche se piccoli, era consigliabile starne alla larga. Tra l'altro, l'unico altro turista permanente del luogo, di origine svizzera, facendo il bagno proprio in quel tratto, il giorno in cui stavamo esplorando l'interno dell'isola, ha avuto il piacere di avvistare uno squalo a circa 3 metri da dove stava nuotando, però per fortuna è riuscito rapidamente ad allontanarsi e a guadagnare il bagnasciuga. Gli squali solitamente si avvicinano a riva per nutrirsi del plancton, non so bene se seguendo il corso delle maree, le fasi della giornata, oppure quando gli gira. Abbiamo pranzato sulla spiaggia mangiando delle ottime cernie rosse, cotte come già in precedenza enunciato. La giornata nuvolosa fino a quel momento, ha visto finalmente schiarirsi il cielo verso sera, regalandoci lo splendore del sole accecante al tramonto sulla via del ritorno, camminando a pelo d'acqua, tra rocce, granchi e piccoli acquitrini, in direzione ovest con la bassa marea. Prima dell'imbrunire ci siamo fermati a comperare della papaya e un casco di banane presso una famiglia di contadini che tiene un frutteto proprio a due passi dalla sabbia, e a detta di Giorgio le cui produzioni sono piacevolmente da assaporare, facendosi apprezzare per qualità e dolcezza.
Ado

From: "ado" <adothepoet@libero.it> Newsgroups: it.hobby.viaggi
Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 10° giorno
Giovedì 27 aprile Salutato e ringraziato Giorgio per la magnifica ospitalità iniziamo oggi il nostro Tour avventura nella provincia speciale di Aceh. Più volte ho nominato la presenza della guerriglia, senza però spiegarne i motivi. Storicamente Aceh era un sultanato indipendente, ricco di risorse e senza problemi. In seguito ci fu la colonizzazione olandese, che però non venne considerata tale dagli acenesi in quanto i 'dutch' riuscirono ad appropriarsi soltanto dei porti e delle città costiere, per controllare i traffici commerciali di questa regione strategica dove si incontrano lo stretto di Malacca e l'oceano Indiano, per cui rotta obbligata per ogni tipo di imbarcazione, mentre non potettero penetrare e colonizzare le regioni interne per la forte resistenza opposta dalle popolazioni e tribù locali. Ci fu tra l'altro un grosso contributo portato dagli acenesi per la guerra d'indipendenza, essendo un popolo molto forte, combattivo ed orgoglioso. Poi un grosso segno lasciò la dittatura di Suarto sugli equilibri sociali ed economici dell'Indonesia, per cui emerse un forte potere dei militari e della polizia, e la corruzione dilagò, un po' come succede nei paesi dell'America Latina. Raggiunta finalmente la democrazia, lo stato di Indonesia si presenta come un arcipelago immenso di isole che si estende dall'India fino all'Australia e Papua Nuova Guinea, ciascuna con problematiche, necessità, religioni, risorse, lingue, culture diverse, per cui il governo di Giakarta ha parecchie difficoltà nell'amministrare un 'mondo' così vasto e variegato. Inoltre la giovane democrazia non poteva dissipare del tutto la pesante eredità della dittatura precedente, per cui la corruzione è persistente sempre ed ovunque, ed i poteri della polizia sono rimasti forti, perché i vari comandanti e generali del regime di Suarto si sono riclicati e continuano direttamente od indirettamente ad esercitare il loro potere. La regione di Aceh è particolarmente ricca di risorse, tra le quali giacimenti di oro, petrolio e gas, completamente in mano però alle multinazionali, che fanno i propri interessi, senza coinvolgere minimamente le popolazioni locali, ridotte ad un'economia primaria di pura sussistenza. Il governo centrale non favorisce in alcuna maniera lo sviluppo della regione, che oltre allo sfruttamento delle risorse minerarie, potrebbe essere portato da una incentivazione del turismo. D'altro canto vi è il problema della salvaguardia delle risorse naturali, per la quale ben pochi oppongono resistenza, sono frequenti i disboscamenti per la messa a coltura di nuove terre (occorre ricordare che la foresta pluviale del Borneo e di Sumatra è la più antica del mondo con una datazione di circa 130 milioni di anni). Ciò è stato favorito anche dal governo di Giakarta, che per frenare la crescita demografica dell'isola di Giava iper-affollata ha provato a spostare gente nella regione di Aceh seguendo una politica di trasmigrazione contribuendo al disboscamento per favorire l' integrazione di questi 'nuovi' contadini. Il risultato è stato la forte resistenza degli acenesi, che mal hanno sopportato questa imposizione, e sono passati subito alle vie di fatto iniziando ad incendiare case e campi, azioni intimidatorie tali da costringere i nuovi arrivati alla fuga. Un altro fattore discriminante che fa della regione di Aceh, una questione estremamente delicata è la questione religiosa. Aceh è stata la porta dell' islam verso l'Indonesia, ne consegue che È islamica almeno il 95% della popolazione, a parte i pochi cinesi che dominano il commercio e i cristiani che sono una minoranza (comunque a Sabang ho notato una chiesa cristiana, ed abbiamo incontrato pure il suo prete sul ferry per raggiungere l'isola di ritorno dal giubileo di Roma). L'intento della popolazione, sulla spinta dell'islam, è di farne una religione di Stato, per cui l'indipendenza richiesta è anche volta a creare una costituzione e delle leggi che siano le medesime del Corano, per arrivare ad avere una piena identificazione di religione, diritto e politica. Questa guerra per l'indipendenza va avanti da almeno 50 anni, ed ha preso nuovo vigore ed impulso dopo i recenti fatti di Timor Est. La speranza della popolazione civile è che vengano investiti del problema gli Stati Uniti e l'ONU in modo tale da esercitare delle pressioni su Giakarta (giornalisti americani erano presenti nei giorni scorsi a BandaAceh per raccogliere informazioni). Negli ultimi giorni sono arrivati nuovi contingenti di polizia ed esercito da Giakarta, in soccorso delle forze presenti in visibile difficoltà. Nei zone più calde della guerriglia si legge negli occhi di donne e anziani il timore e la preoccupazione per i mariti ed i giovani impegnati e nascosti nella foresta e sulle montagne a sostegno e parte integrante dei guerriglieri, mentre i sorrisi dei bambini testimoniano la loro inconsapevolezza e serenità, un po' come il figlio di Benigni ne 'la vita è bella'. Abbiamo pure vissuto dei momenti assieme ai poliziotti, arroccati e protetti da sacchi di sabbia nelle loro caserme e stazioni; capita ormai quotidianamente che siano oggetto di lancio di bombe da parte di ribelli che passano con le moto, oppure bersaglio di altri generi di attentati. Solitamente ci fermano, e a volte ci invitano ad entrare nelle loro stazioni. Dopo averci chiesto i documenti, con l'aiuto della traduzione della nostra guida (soprannominata Paradise) oppure attraverso qualche parola in inglese, le nostre conversazioni assieme riguardavano soprattutto il calcio. Conoscono tutti i nostri calciatori, da Del Piero a Mancini, da Lombardo a Inzaghi, ed addirittura ci identificavano con qualcuno di essi, guardando le somiglianze fisiche e di capigliatura. In quel particolare frangente non erano in divisa, per cui vestivano abiti borghesi nelle ore di relax, pur continuando a presidiare le piccole caserme, giocando in quel momento a domino con delle tavolette nere. Pure nei loro occhi si leggeva la preoccupazione ed i timori che porta la guerra, sono tutti di età giovanissima, attorno ai vent'anni, e si mostravano particolarmente sopresi dagli stipendi (ovviamente elevati per loro) che percepiscono i 'nostri' poliziotti e carabinieri, dopo aver soddisfatto quella loro curiosità a proposito (del resto tutto è relativo e rapportato al costo della vita, ma non sembrava avessero colto questo dettaglio comparativo). Alle 6 e mezza è passato a prenderci il minibus che siamo riusciti con difficoltà a reperire, con a bordo l'autista, la guida turistica Paradise e un giovane aiutante. Il prezzo che siamo riusciti a spuntare è di 250000 rupie al giorno per un totale di otto giorni (cioè all'incirca 72000 lire al giorno, per cui 18000 lire a testa). Le uniche altre spese avrebbero riguardato vitto e alloggio di guida ed autista (inutile ricordare l' economicità dei pasti e degli alloggi, mediamente di 1000 - 1500 lire i primi, e ugualmente che i pernottamenti). L'imbarco con il ferry per raggiungere la terraferma (per modo di dire, perché anche Sumatra è un'isola seppure grandissima) è previsto per le 7 e mezza. Sbarcati con il ferry verso le 9 e mezza raggiungiamo velocemente BandaAceh, la capitale, e ci fermiamo allo scopo di cambiare i dollari. Il primo imprevisto (non molto imprevisto, vista la situazione di tensione della quale eravamo già informati) è stato il secondo stop di polizia prima di entrare in città. Ci hanno fatto scendere ed aprire i bagagli per verificare se avessimo armi, però occorre sottolineare che i poliziotti erano sorridenti e cordiali, e sembrava quasi dalle loro espressioni volessero scusarsi per il contrattempo che ci avevano creato (a detta della nostra guida, non sempre sarebbero stati così cordiali, ma a prima vista, e poi verificato in seguito, i turisti sono guardati con rispetto, mentre ovviamente i locali sono guardati con più sospetto, visto che potrebbero avere legami coi guerriglieri, e dato che tutta la popolazione locale civile appoggia l' indipendentismo). Stranamente incontriamo delle difficoltà per il cambio, in alcune banche ci respingono i dollari perché alcuni tagli presentavano una testa piccola anziché grande (quelli con la testa grande ovviamente sono i più recenti), in altre banche sembrava non fossero aggiornati col cambio, mentre curiosamente in una banca un'impiegata mi ha detto scherzosamente che non me li avrebbe cambiati perché il mio naso più lungo del suo non le ispirava fiducia. Alla fine il cambio l'abbiamo ottenuto nella banca governativa di Indonesia, la più importante della città, cambiando un dollaro contro 7600 rupie (il cambio ufficiale sta rapidamente salendo dal giorno di arrivo, soprattutto nei rapporti col dollaro; curiosamente ci hanno proposto di cambiare al cambio nero, quando eravamo addirittura all'interno dell'istituto di credito, ma abbiamo rifiutato). I paesaggi interni presentano una ricca vegetazione lussureggiante, gli alberi da frutta sono dominanti (papaia, mango, ananas, banane, cocco,..), ed inoltre cominciamo ad avvistare le prime piantagioni di caffè e bambù. Innumerevoli sono le risaie, e notiamo una predominanza delle donne nel lavoro dei campi: le piantine di riso vengo controllate e raccolte ad una ad una a mano da queste mondine, in un lavoro contraddistinto da un pazienza e dedizione difficilmente riscontrabile altrove. Ad un certo punto Paradise mi fa notare che c'è una bandiera rossa con uno stemma innalzata tra i fili dell'alta tensione: è la bandiera dell' indipendenza. Si vedono ancora aratri trainati da buoi, e numerosi bufali allo stato brado oppure sfruttati per trainare dei carri con le ruote. Qua e là, perfino in mezzo alla strada, il riso viene esposto al sole, raccolto e distribuito su tappeti orizzontali, accostati uno all'altro, in modo tale da formare una striscia lunga e stretta (per non invadere ovviamente troppo il tratto stradale). Qualche improvvisato commerciante di banane ne vende lungo il nostro tragitto a circa 500 rupie al casco (500 rupie sono all'incirca 150 lire per un casco di piccole e dolcissime banane). Transitiamo, dopo circa due ore dalla partenza da BandaAceh, per il centro di Sigli, che dalla lettura dei giornali, è una delle zone più calde, oggetto di numerosi scontri nei giorni precedenti. Subito chiara ai nostri occhi la situazione di tensione, poca gente cammina per le strade, almeno ad ogni chilometro vi è una postazione di polizia od una caserma. I poliziotti stanno nascosti come fossero in trincea dietro a dei sacchi di sabbia, oppure addirittura rintanati nelle caserme, certe volte si posizionano dal lato opposto delle caserme, nascosti, temendo ovviamente gli attentati. Un'altra loro precauzione subito apparente è la disposizione di transenne, pietre o quant'altro lungo i tratti di strada che costeggiano le loro stazioni, in modo tale da costruire una gimcana o percorso rallentato (ovviamente una prevenzione per costringere i veicoli in transito a rallentare, visto che con le motociclette nei giorni precedenti era fin troppo facile passare a tutta velocità e lanciargli addosso le Molotov). Attraversata Sigli senza problemi e senza nessun stop da parte dei militari, transitiamo per numerosi piccoli villaggi e paesi, con strade non sempre perfette, che seguono comunque l'andamento del territorio, per cui continui saliscendi, tra colline di varie altitudini, e perfino piccole montagne con tornanti da pendenze anche del 18%. La vegetazione a volte assume connotati stranissimi, piante mai viste nelle nostre zone, con foglie dalle svariate forme e colori. Man mano che ci avviciniamo alla foresta le coltivazioni e le piantagioni si riducono, gli alberi si fanno sempre più alti, e il rigoglio della vegetazione assume connotati sempre più fitti ed intensi. Raggiungiamo la meta prefissata per la giornata, ossia la città di Takengon, esattamente al centro della regione di Aceh, impiegando circa 7 ore da BandaAceh (320km), quando già il sole è tramontato da un'ora e mezza (erano le 8 e mezza di sera). Giunti in Italia, Giorgio mi ha scritto via mail che era un po' preoccupato per noi per quel giorno, perche' arrivavano notizie di violenti scontri proprio a Takengon, ma noi fortunatamente non ne abbiamo avuto sentore nel contempo. Takengon è un centro abbastanza grande, e si affaccia su un lago bellissimo tra due vulcani che visiteremo domani, dopo una bella dormita per recuperare le energie dopo una giornata abbastanza stressante passata interamente dentro un pulmino. Ci accomodiamo in un hotel pagando 40000 rupie a stanza, non male, con la televisione ed il bagno in camera. La televisione trasmette però in bianco e nero, e si vede malissimo un solo canale. Il bagno è privo di acqua, per cui la richiediamo e ce la portano in poco tempo, travasandola con un secchio dalla camera adiacente. Ovviamente in tutti i luoghi dove siamo stati non esiste l'acqua corrente, l'acqua è razionalizzata e viene distribuita facendola scorrere al massimo 2 o 3 ore al giorno, viene incamerata in delle vasche, e per lavarsi occorre usare un mestolino, per cui per una vacanza del genere un minimo di spirito di adattamento oltrechè consigliato, è quantomeno necessario.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 11° giorno
Venerdì 28 aprile Giorno intenso prevalentemente di trasferimento per raggiungere il parco nazionale del Leuser, ma particolarmente impegnativo a causa dei numerosi imprevisti intercorsi. Alle 8 del mattino ci siamo dati appuntamento con la guida e l'autista per un breve giro panoramico. Costeggiamo il lago di Takengon, su di una strada prevalentemente non asfaltata, con gran sofferenza per le sospensioni ed i freni già provati del pulmino. Ne approfittiamo oltremodo per vedere l'interno di una grotta che si addentra in uno dei due vulcani che costeggiano il lago: il passaggio all'interno non è dei più agevoli, più volte siamo costretti ad abbassarci con la schiena a 90°, ed al massimo ci inoltriamo per 300 - 400 metri; qualche pippistrello sfiora le nostre teste uscendo verso la luce. Fino ad una decina di anni fa il cunicolo dentro la montagna era più agevole, un esploratore canadese era riuscito a penetrare la montagna per almeno 60 metri, stabilendo un record, mentre si racconta che un tempo si riusciva dopo un lungo tragitto a raggiungere dalla grotta l'imboccatura del lago, però ora stalattiti e stalagmiti impediscono ed ostruiscono tale passaggio. Raggiungiamo nuovamente Takengon per una breve colazione, con l'intento di partire sulle dieci, in modo tale da raggiungere il parco nazionale prima del tramonto (l'obiettivo primario è di evitare per quanto possibile di viaggiare di notte, a causa ovviamente della guerra). Il primo imprevisto era però dietro l'angolo. Ancor prima di salire sul minibus osserviamo l'autista ed il giovane aiutante al nostro seguito operosi attorno al pneumatico anteriore destro. Ci è voluto poco per capire che si trattava di un problema ai freni: le ganasce erano completamente 'finite' a conferma dei preoccupanti rumori che già avvevamo avvertito il giorno precedente. Solitamente non si fa opera di prevenzione nei confronti di qualsiasi mezzo (semplicemente si aggiusta quando si rompe), però Paradise mi informa che tutti coloro che possiedo un mezzo hanno le conoscenze e le capacità per fare le opportune riparazioni (per quanto e nei limiti del possibile ovviamente). Fortunatamente si è riusciti a trovare un paio di ganasce nuove in una rivendita poco distante, e l'autista, dopo un paziente e laborioso lavoro, ha risolto provvisoriamente il problema in un tempo accettabile (anche i ferodi sarebbero da rettificare, ma si spera almeno con la sostituzione delle ganasce di arrivare fino all'aeroporto; lungo il tragitto pensiamo ad eventuali mezzi sostitutivi, ma non ci era di conforto, perchè gli altri autobus e minibus che transitavano erano superaffollati, e decine di persone si sistemavano perfino sui loro tetti oppure appesi alle porte posteriori o laterali). La sosta ci è costata complessivamente un paio d'ore visto che siamo riusciti a muoverci da Takengon appena dopo mezzogiorno. Ci aspettava davanti un tragitto di circa 350 chilometri, sempre percorrendo strade che seguono la conformazione del territorio, per cui continui saliscendi, tornanti, salite, discese, e ovviamente sollecitazioni elevate ai freni aggiustati in chiara situazione di emergenza. Ogni tanto subivamo i classici posti di blocco da parte della polizia, ai quali ormai avevamo fatto abitudine, e che comunque duravano lo spazio di due chiacchiere ed un rapido controllo dei documenti. Sulle strade di montagna capitava di dover guadare qualche torrente in piena che riversava una quantità considerevole di acqua sulla strada così corrosa e priva di asfalto: in quei frangenti l'aiutante (soprannominato da noi in modo dialettale 'sgorla' perchè la prima volta che l'abbiamo visto all'opera aveva l'incarico di smuovere il furgone nell'atto di incamerare carburante, in modo tale forse da far distribuire meglio il gasolio su tutto il serbatoio) scendeva dal pulmino e si preoccupava di sondare il terreno camminando con molto coraggio a piedi nudi su un acquitrino color marrone, e così facendo segnalava all'autista la possibilità o meno del passaggio, e l'eventuale presenza di buche. Dopo circa 3 ore di viaggio ci troviamo davanti alla seconda grossa difficoltà della giornata. In un tratto di salita, all'improssivo l'asfalto veniva a mancare: al suo posto vi era una considerevole buca, preceduta da un tratto molle e fangoso. Fatti i debiti conti abbiamo ritenuto opportuno fermarci, perchè non ce l'avremmo mai fatta a superare l'ostacolo, senza prima aver sistemato quel pezzo insidioso. Lì intorno c'erano numerosi pali e tavole di legno abbastanza lunghe con le quali abbiamo formato un basamento ed una doppia pedana per le ruote del Mitsubischi, rendendo così possibile il passaggio. Dopo circa un chilometro un altro rumore ha subito risvegliato la nostra apparente e appena recuperata tranquillità: avevamo perso la ruota di scorta, sfilatasi da sotto il carro. Altri rumori sono seguiti, per cui è stata necessaria un'altra sosta di circa 40 minuti per verificare l'origine del danno (presumibilmente collegato alla trasmissione o alla scatola dello sterzo) e per rimettere a posto la ruota. Finalmente ripartiti, per alcune ore non vi sono stati altri imprevisti, a parte qualche sosta in piccoli villaggi, perchè gruppi di ragazzini improvvisavano posti di blocco in mezzo alla strada per raccogliere fondi per la moschea, perfino sotto la pioggia. Le sette di sera segnavano l'inizio e la rapida fine del tramonto, per cui già un quarto d'ora dopo le sette si era fatto buio pesto (dell'illuminazione stradale specialmente in quelle zone non c'è traccia, anzi già è una conquista la corrente elettrica). Calata la notte, avevamo davanti solamente lunghi tratti di strada spesso senza asfalto e curve e tornanti, però eravamo nel bel mezzo della foresta. Massimo mi dice di aprire il finestrino ed ascoltare. Cercando di depurare dal mio udito il rumore assordante del pulmino, sono riuscito per un pò a concentrarmi sui suoni della foresta: qualcosa di meraviglioso e fantastico. Migliaia di suoni armoniosamente raccolti davano sacralità all'aria, alla notte, al tutto: è una musica fantastica, assoluta, nemmeno da confrontare coi suoni della foresta che si trovano nelle librerie con musica new age. Lì era tutto vero, respiravamo quei suoni, nè eravamo partecipi, avvolti, rapiti.Sono di una varietà incredibile, se ne avvertono di lontanissimi, di più vicini, alcuni sembra provengano da sotto i piedi, acuti, gravi, di chiamata, di risposta. Per un attimo sarebbe stato bello riconoscerne alcuni: poco prima che fosse buio una specie di puma ci aveva attraversato la strada, ma il buio di quel momento forse era l'ideale per assaporarli in piena completa e totale libertà. Verso le otto i freni cominciano nuovamente a dare dei segnali preoccupanti, ed infatti dopo pochi minuti l'autista ferma nuovamente il furgone per far riposare il sistema frenante surriscaldato e provato dopo enormi sollecitazioni. Ci fermiamo nel bel mezzo di un paesino di circa un centinaio di anime nel bel mezzo della foresta pluviale. La luce non viene data nè dalla luna nè dalle stelle, il buio è ovunque pesto, ma si denotano le ombre ed alcuni tratti dei visi del luogo, grazie alle candele accese qua e là. Ne approfitto per una breve passeggiata di un centinaio di metri: tutte le famiglie sono raccolte intimamente nelle case, regna il silenzio, ...riesco ad intravedere tra le fessure lasciate dalle tavole di legno della parete di una capanna una piccola candela che da luce a un nucleo familiare splendidamente raccolto ad essa, e seduto a terra formando in quella maniera quasi un cerchio. Per un attimo ho pensato quello fosse il paese dei sogni, delle favole, l'armonia con la natura e tra le persone era assoluta. Raffreddati i freni ripartiamo e giungiamo finalmente a destinazione quando mancava un quarto d'ora alle dieci. La nostra guida Paradise va a bussare alla porta di una casa di legno (ma è superfluo dirlo, tutte le case sono di legno in quella zona immersa nella foresta). Ha praticamente svegliato i proprietari degli alloggi dall'altro lato della strada. Dei ragazzi ci accompagnano ai bungalow affittati per la nostra sistemazione. Dette capanne poggiavano su delle palafitte nel bel mezzo di un acquitrino, quasi uno stagno, strapieno di foglie e di rane e ranocchi. A due passi c'era lo splendido fiume Alias, che taglia tutta la foresta ed il parco nazionale per poi sfociare sull'oceano, e sul quale domani abbiamo in programma di avventurarci per una giornata dedicata al rafting. Io e Massimo accettiamo di scambiare il nostro bungalow con quello di Renzo e Manuel: loro, un pò femminucce, si lamentavano del forte odore di nafta all'interno. L'indomani abbiamo saputo che il carburante era usato per tenere lontano le innumerevoli zanzare, per cui la nostra notte è corsa tranquilla (del resto ci eravamo già premuniti a proposito acquistando una zanzariera in un mercato, per cui non abbiamo chiuso occhio prima di aver sistemato tale protezione richiedendo martello e chiodi per tirare i fili). Renzo e Manuel hanno dormito vestiti dalla testa ai piedi sotto un nuvolo di zanzare (comprese anche le nostre, attirate a loro perchè avevano acceso una lampada), infilandosi perfino i calzini sulle mani.
Ado

From: "ado" <adothepoet@libero.it> Newsgroups: it.hobby.viaggi Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 12° giorno
Sabato 29 aprile 2000 Giornata dedicata al rafting. Dopo una buona colazione a base di te' e pancake, cominciamo ad equipaggiarci con i salvagente ed un remo ciascuno per poi salire su un bel gommone giallo appena gonfiato (l'ultimo segno di passaggio di turisti risale a due mesi fa, quindi ovviamente non era già tutto pronto per l'uso). Ci chiedono 25$ a testa, compreso un pasto 'volante' da consumare in seguito, per un'escursione della durata di circa 6 ore. Saliamo complessivamente in sette, perché Oltre a noi quattro si è aggregato Paradise e due guide del posto controllavano e ci istruivano sul da farsi posizionati dietro, uno a sinistra ed uno a destra. Le istruzioni erano abbastanza semplici, in inglese, che tradotte significavano all'incirca: rémino solo quelli di destra, rémino solo quelli di sinistra, rémino tutti assieme. Ed eccoci finalmente nel bel mezzo del fiume Alias, il più grande fiume di Indonesia (a detta di Paradise il più grande fiume dell'Asia, ma mi sembrava esagerato ricordando ad esempio il fiume Giallo della Cina Popolare). Il primo tratto di questo bellissimo corso d'acqua presentava molto spesso pendenze significative, gorghi d' acqua, e rocce qua e là, a sinistra, a destra, centralmente. Completamente immersi nella foresta, una florida vegetazione si ergeva da entrambi i lati, i colori dominanti il verde scuro e intenso, il marrone dell'acqua per i detriti, il legno ed il fango trasportati a valle dagli affluenti, e l'azzurro del cielo non propriamente limpido, ma di una colorazione pura, a testimonianza della totale assenza di ogni forma di inquinamento. Ben presto ci siamo abituati alle istruzioni delle nostre guide, anzi fin da subito le loro istruzioni si sono trasformate semplicemente in un 'rema, rema' che ci ordinavamo reciprocamente, a seconda del lato verso il quale dovevamo spostarci per evitare le rocce, per tagliare le curve o le insenature, o per seguire una precisa direzione quando il fiume si diramava in certi tratti. dove la corrente si faceva più forte, inevitabilmente si creavano dei vortici dove molto spesso andavamo a cozzare, per cui questi violenti impatti ci procuravano frequenti ma allegre lavate dalla testa ai piedi. Più a valle la corrente cominciava a farsi meno forte, la pendenza del fiume via via diminuiva, fino a rendersi quasi invisibile, dato l'approssimarsi alla pianura e alla città di Kutakane (distante 32 kilometri da Ketambe, il luogo dove eravamo alloggiati). Ogni tanto sopra le nostre teste passavano dei rudimentali ponti poggianti su pali e tavole di legno. Erano utilizzati per attraversare il fiume a piedi: suggestivi fotogrammi rimangono impressi nella mente ricordando il passaggio di qualche donna con dei pesi o delle ceste sopra la testa. Si è visto perfino un ponte degno di esercitazioni militari, per attraversare il quale, completamente privo di tavole sulle quali appoggiare i piedi, occorreva affidarsi solo a dei fili in tiraggio e a una buona dose di equilibrio ed acrobazia personale. Verso mezzogiorno accostiamo su di una riva ghiaiosa, per dedicarci al pranzo. Al seguito abbiamo dei sacchetti di cartone nel quale è raccolto del riso condito con verdure e uova, oltre ad alcune bottiglie di acqua naturale. Terminato lo spuntino osservo una delle nostre guide che si avventura nel fiume facendo il bagno. La corrente è molto forte, il ragazzo si lascia trasportare dal corso d'acqua e riesce a fatica a raggiungere l'altra riva circa 300 metri più avanti. Non ho resistito alla tentazione, per cui anch'io ho voluto provare l' ebbrezza dell'Alias river. Paradise mi dice di essere comunque prudente. Il fiume è largo all'incirca 20 - 30 metri. La corrente, ad esserci dentro a nuotare, è davvero molto forte e ti trascina via con impeto. Conviene effettivamente dosare le forze e lasciarsi trasportare quando la sua forza prevale notevolmente, per poi guadagnare metri verso l'altra riva quando cede un attimo il passo. Non senza fatica riesco a raggiungere l'altra riva, ma mi devo poi arrampicare su delle rocce, facendo leva perfino sulle radici di un albero per salire e poggiare i piedi a terra. Mi ritrovo a piedi nudi nel bel mezzo di erbe molto alte, avevo un po' di timore perché non ero pienamente sicuro dell'assenza di biscie, serpenti o altri animali pericolosi, per cui avanzo lentamente sperando bene. Sento all'improvviso la voce di Massimo, poco lontana dalla mia, intuisco subito che anch'egli ha attraversato a nuoto il fiume. Chiamandomi mi dice di essere già sulla strada: poco dopo riesco a vederlo, e a raggiungerlo. Mi rimane solo qualche traccia sulle gambe lasciatami da rovi o comunque piante spinose. Risalendo a piedi per un tratto la strada, scegliamo il punto migliore dal quale tentare di ritornare sull'altra sponda, dove ci aspettano gli altri. Anche il ritorno non è stato dei più semplici, e giunto finalmente al punto di partenza, mi sono sdraiato a terra esamine: forze ed energie erano ridotte allo stremo. Ripartiti col gommone raggiungiamo in un paio d'ore la città di Kutacane. Durante il tragitto ci ha scattato alcune foto il nostro autista, che ha percorso la strada parallela al fiume per recuperarci col pulmino al punto prefissato di arrivo. Dopo esserci rifocillati e cambiati i vestiti inzuppati d'acqua, vista l'ora non tarda, abbiamo deciso di farci un giro per Kutacane, dove tra l'altro ci è stato consigliato di acquistare delle speciali imbragature (sacchetti di tessuto molto fitto, da calzare sopra le scarpe e legare fin sotto le ginocchia quasi) che ci sarebbero risultate utili l' indomani per difenderci dalle sanguisughe durante l'escursione - tracking dentro la foresta. Ritornati a Ketambe, abbiamo deciso di cambiare alloggio, perché ci siamo accorti di non essere sistemati nel posto originariamente consigliatoci da Giorgio, bensì presso amici di Paradise. Chiesto ed ottenuto di andarcene, pur scusandoci per la repentina nostra decisione (del resto pagavamo 60000 rupie a camera, mentre avremmo dovuto pagarne 10000 a detta di Giorgio), abbiamo guadagnato la poco distante 'tenuta' del ranger, amico dello zio di Renzo. Imboccata così una laterale che si inoltra verso il bosco, ci accordiamo col ranger a guardia di quella zona del parco e decidiamo di accomodarci per la cena oltre che per dormire nei suoi bungalow (due stanze doppie per un totale di 20000 rupie a notte). Per l'illuminazione delle stanze ci offre delle candele (l'energia elettrica viene fornita lì saltuariamente), mentre terminiamo la serata giocando a carte sotto la luce di una lampada a petrolio, efficace pure per tenere a distanza moscerini e zanzare.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 13° giorno
Domenica 30 aprile La notte è iniziata dolcemente assopiti con la gradevole ninna nanna della melodia sonora della foresta. Spenta la candela, chiusi gli occhi in maniera tale da comprendere più a fondo dove mi trovassi in quel momento, e concentratomi solamente sui suoni percepiti, entravo in simbiosi con la pura e semplice verginità della natura e del bosco, la cui vita veniva trasmessa e si manifestava continuamente rendendolo l'aria carica e ricca di una suggestiva e mai prima percepita atmosfera. In quei pochi attimi prima di crollare nel sonno, piccole ma intense emozioni e sensazioni si accavallavano, la magia dei sogni da bambino si confondeva con la bellissima e fantastica realtà: un coro continuo di voci cantava liberamente e gratuitamente quasi a sussurrare quanto sia bella la vita nella sua espressione più semplice, vera ed incontaminata. Nel bel mezzo della notte un brusco risveglio ci è dato da un rumore esplosivo: Massimo mi chiama - Hai sentito? - ed io - Sì, qualcosa! In realtà io tentavo già di riprendere sonno, mentre la preoccupazione del mio amico è stata tale, che subito ha cominciato a chiamare i nostri amici nella stanza a fianco. Sinceratici che tutto fosse a posto, ci è parso di scorgere una luce che si muoveva tra gli alberi vicini. Era il 'nostro' ranger' con una pila, che stava perlustrando la zona, anche lui risvegliato da quell'enorme botto. L'indomani ci siamo accorti, che un paio di piccoli rami, lunghi all'incirca 50 centimetri, avevano sfondato il tetto della terrazza del nostro bungalow, precipitando da un'altezza di circa 40-50 metri, da un albero proprio sopra le nostre teste. Le notti sono tutte piovose, non per niente si chiama foresta pluviale, dato il clima equatoriale e la vicinanza alla sua linea immaginaria, e proprio quella notte, un tremendo temporale si stava particolarmente accanendo agitando continuamente la vegetazione, della quale si percepiva chiaramente il fruscio. Questa giornata abbiamo pensato di dedicarla al tracking nella jungla.. Contrattiamo rapidamente il prezzo dell'escursione col ranger, che ci farà da guida: si accontenta di 10 dollari a testa, compreso il pranzo da consumare durante il tragitto. Partiamo verso le 9 del mattino, dopo una rapida colazione. Davanti il ranger armato di machete, per liberare i sentieri dal fogliame imprevisto, di seguito noi in fila indiana, ci addentriamo rapidamente nella fitta boscaglia. I raggi di luce a fatica penetrano le foglie, per cui l' immersione nell'ombra è totale, completamente avvolti da piante alte decine di metri. Ci inoltriamo attraverso continui saliscendi, guadiamo qualche piccolo torrente, scavalchiamo o passiamo sotto a tronchi messi di traverso che talvolta ci ostruiscono la via. Il terreno non è molto accidentato, la vegetazione è ovunque rigogliosa, nei tratti di salita ci sono utili le scarpe da tracking su di rocce spesso miste a suolo fangoso e scivoloso. Il tormento della giornata è rappresentato dalle sanguisughe. Pensavamo di trovarne due o tre, magari guadando qualche corso d'acqua: tutt'altro. Ben presto ci siamo accorti che si attaccavano a noi ad ogni passo, incollandosi da sotto le scarpe. Tipicamente questi piccoli vermiciattoli stavano eretti sopra le foglie, e dotati di un efficace sensore al calore umano, appena avvertivano il nostro passaggio, erano pronte ad appiccicarsi in qualsiasi modo. Penetravano dovunque, perfino intromettendosi tra i calzini e le calzature, oppure infilandosi nelle prese d'aria delle scarpe. Qualcuna si attaccava sulle suole, e poi rapidamente saliva velocemente fin quasi al ginocchio, se non eravamo pronti a toglierla prima. Qualcuna la trovavo sul bordo della manica corta della mia maglietta, altre sulle schiene dei miei amici.Per fortuna le speciali imbragature acquistate il giorno prima ci sono state utili, però ogni tanto facevamo delle piccole soste per ispezionare bene il nostro abbigliamento, e togliere questi amici indesiderati. Ovviamente per toglierli è necessario usare ad esempio dei piccoli bastoncini di legno, data la loro vischiosità (le mani era meglio non adoperarle, altrimenti sarebbero state altro loro cibo preferito). Ovviamente non di sole sanguisughe è piena la foresta. Abbiamo avvistato numerose specie di uccelli e scimmie, ma per fare ciò occorreva qualche piccolo ma semplice accorgimento. Su esempio del ranger infatti, era opportuno di tanto in tanto fermarsi, ed osservare attentamente tutto intorno, piccoli spostamenti delle foglie erano indice che qualche scimmietta stava saltando da un ramo ad un altro, oppure che qualche specie di volatile si era ad esse adagiato o da esse aveva spiccato il volo. A mezzogiorno, arrivata l'ora del pranzo, abbiamo scelto di accomodarci in riva ad un torrente, che scendeva tra le rocce da un non ripido pendìo. La scelta era più che opportuna, perché i nostri succhia sangue sulle rocce non trovano conforto. Ne ho approfittato assieme a Massimo per un bagno refrigerante, stando bene attento a non farmi trasportare a valle dalla corrente, per cui facevo leva e presa sulle rocce e sui sassi sott'acqua o sporgenti. In quel frangente è stato opportuno ispezionare per bene il nostro abbigliamento, le sanguisughe avrebbero potuto essere rimaste impigliate da qualche parte, ed infatti alcune rimaste vive stavano ancora vagando tra i sassi a bordo del torrente. Me ne sono accorto perché addirittura una di esse, piccolissima, mi stava succhiando il sangue sotto il mio alluce destro, e per puro caso l'ho scoperta visto che nella loro opera di autonutrimento sono totalmente indolori: praticamente non se ne avverte la presenza addosso. Dopo il breve ristoro siamo ridiscesi verso il fiume Alias, che si trovava ad sud - ovest rispetto a quel punto, e verso le due e mezza del pomeriggio, siamo quindi giunti alla sua riva. Eravamo un po' sconsolati, perché un obiettivo dell'escursione era l' avvistamento dell'orangotango, ma di esso non c'era traccia: gli unici riferimenti incontrati erano gli alberi da frutto di cui si nutre. Abbiamo consumato una tazza di te' presso un bellissimo alloggio da cui si gode una vista meravigliosa sull'Alias river, in un tratto nel quale esso è circondato da ripidi pendii ed alberi imperiosi. Si scorge una piccola cascata, nel senso che un'improvviso cambiamento della pendenza del fiume ne fa riversare l'acqua per un breve tratto imbiancandola a causa della corrente e del dislivello. L'affittuario temporaneo dell'alloggio, un ricercatore americano, ci comunica che l'orangotango era transitato di lì poche ore prima. Dopo pochi minuti raggiungiamo nuovamente la nostra base, affollata di bambini che approfittano del fine settimana per visitare il Leuser. Almeno duecento bambini ci accolgono come fossimo extraterrestri: 400 occhi puntati addosso, ci fissavano in maniera inverosimile, il nostro imbarazzo era tale che non ce la sentivamo nemmeno di andare a fare una doccia. Approfitto del momento per ripulire le scarpe nel fiume, ovviamente attorniato da una decina di loro, che mi ponevano le classiche domande in inglese: "da dove vieni?" "dove vai?" "cosa stai facendo?". Ero semplicemente in costume, nell'attesa di una bella rinfrescata, quando Manuel mi chiama per vedere l'orangotango. Non sapevo se andare a vederlo, quasi avessi sentore che essere in costume, pur in mezzo alla foresta, e sulla riva di un fiume, non fosse propriamente conforme all'islam. Però la tentazione di vedere l'orangotango era forte che non ho saputo resistere. Per evitare di passare in mezzo ai bambini ho scelto di raggiungere il maestoso albero, dove l'amico arancione stazionava, attraverso un percorso più lungo, in mezzo all'erba alta. Ciò non mi ha impedito di essere visto da alcuni bambini, tra i più piccoli, di un'età compresa tra i 5 e i 7 anni. Mi hanno seguito fino ai piedi dell'albero dalla base del quale si poteva scorgere un enorme bestione arancione (dall'altezza di almeno un metro, ma era difficile stabilirla data la lontananza) che saltava da un ramo all'altro quasi fosse un trapezista, facendo leva principalmente con le braccia. Non ho fatto nemmeno in tempo a gustarmi quel la meravigliosa vista, che un uomo di circa 50 anni mi si è avvicinato apostrofandomi pesantemente in inglese, intimandomi di andarmene subito di lì, di andare a mettermi e a coprirmi con qualche vestito, e che era una cosa inaccettabile che io andassi in mezzo ai bambini ridotto solo in costume. Per evitare discussioni e per rispetto della loro religione mi sono subito allontanato, un po' a malincuore, perché la vista dell'orangotango era quasi impagabile, sicuramente irripetibile, ed anche un po' sofferta dato che avevamo camminato per sei ore senza vederne nemmeno l'ombra quando invece se ne stava bello e tranquillo quasi sopra la nostra casetta. La serata è scivolata via tranquilla pranzando a base di riso, spaghetti e uova. Mi ha stupito che la moglie del ranger non avesse mangiato assieme a noi, ma mi hanno spiegato che l'islam impone che prima mangino gli uomini, e solo quando hanno finito tutti, possono mangiare le donne ciò che è avanzato. Questo è uno stralcio di e-mail che mi ha mandato Giorgio appena tornati a casa: "...ora che avete visto il Leuser e la giungla potete avere un'idea migliore che che cosa e' la natura nella sua essenza pristina, prima che venga distrutta o degradata dall'uomo. Ricordo che quando camminavo in mezzo al parco, ascoltando al profondo silenzio della natura, il profumo dell'aria pura e l'incanto e la magia della vita attorno, quel mondo primordiale mi dava una sensazione di sacralita', ben maggiore di quella che provo quando entro una chiesa o un tempio, una sacralita' vera e pura, incontaminata dall'uomo."
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 14° giorno
Lunedì 1° maggio A malincuore lasciamo la foresta dopo due brevi ma intense giornate trascorse nel parco nazionale del Leuser. Il ranger ci aveva perfino proposto un tracking di due o tre giorni, le notti dei quali da trascorrere dormendo in tenda in mezzo alla jungla: l'idea ci allettava parecchio, però il tempo residuo ed il programma che avevamo precedentemente stilato non ce lo permetteva. In tre giorni sarebbe stato possibile persino raggiungere un area ai piedi del monte Leuser dove gli elefanti hanno il loro habitat naturale, e vivono in piena libertà. Abbiamo chiesto delle tigri, la famosa tigre della Malesia nominata da Salgari (un tempo tutta la regione che comprende Sumatra e Malaysia peninsulare era chiamata Malesia): è occasione rara avvistarne qualcuna, il ranger stesso ricorda di averne vista una qualche anno fa. Riguardo ai serpenti invece, pochissime specie sono velenose o pericolose per l'uomo, e se ne incontrano soprattutto nel tratto ad ovest del fiume Alias dove il terreno si fa più scosceso ed accidentato e lascia spazio al pendio della montagna. Per curiosità chiedo quante varietà di uccelli conosciute vi siano nel parco: all'incirca 120 specie diverse. Ripartiamo da Ketambe (il nome di quel tratto di parco nazionale) verso le dieci del mattino dopo una rapida colazione. Impieghiamo circa 6 ore, compresa una sosta di mezz'ora per il pranzo per raggiungere il lago Toba, la località turistica più famosa dell'isola di Sumatra. Durante il tragitto non incontriamo nessuna difficoltà, e l'unico imprevisto è stata una sosta forzata proprio in prossimità del confine della Provincia Speciale di Aceh con la regione centrale di Sumatra, a cui capo vi è la capitale dell'isola, ossia Medan. Esattamente sul confine, diviso da una sbarra, c'è il posto di polizia di frontiera. I militari ci fanno scendere per ispezionare il pulmino, poi ci invitano all'interno della caserma per controllarci i documenti, e la conversazione cade come sempre sulla nostra origine italiana, e sui nostri calciatori e squadre di calcio. Ci lasciamo in maniera distensiva e dopo molte calorose strette di mano ci salutiamo amichevolmente col sorriso. Notiamo che progressivamente la presenza dominante dell'islam diminuisce, villaggio dopo villaggio, sempre meno donne portano il velo, persino l'abbigliamento di uomini, vecchi e bambini sembra differente. A Medan la percentuale è equamente divisa tra cristiani e musulmani. Arriviamo nei pressi del lago Toba verso le quattro del pomeriggio, in una località turistica chiamata Sipiso Piso, dalla quale si gode una splendida vista panoramica dall'alto sul lago e su imperiose cascate. Scendiamo per centinaia di gradini al fine di toccare propriamente con mano l'impatto della cascata d'acqua con il torrente che fluisce poi dentro al lago. Più che altro quello che riusciamo a toccare è l'impressionante nebulosa di acqua provocata dall'impeto dell'acqua sull'acqua, anzi veniamo completamente annaffiati dagli spruzzi di vapore acqueo delle particelle che s'innalzano anche per metri e si distribuiscono su un'ampia superficie all'intorno. Risaliti, ci concediamo un breve ristoro e alcune foto panoramiche sul lago. Poi decidiamo di avvicinarci a Brastagi, distante solo una mezzoretta da Sipiso Piso per accomodarci nell'hotel consigliatoci da Giorgio, el Shaddai, gestito anche da una coppia di giovani italiani. Il posto è accogliente, la cucina apprezzabile, le camere sono abbastanza pulite e molto economiche (10000 rupie ogni stanza doppia). Ceniamo e trascorriamo la serata in tranquillità passeggiando per le vie del centro e poi giocando a carte e a scacchi (gioco molto popolare praticato da tutti quì) sulle note di una chitarra che propone evergreen in un angolo relax che ricorda gli anni sessanta.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 15° giorno
Martedì 2 maggio Una notte trascorsa quasi in bianco, forse a causa di qualche verdura cruda, che sarebbe stato meglio evitare, come abbiamo generalmente fatto con l' acqua (consumata solo bollita, oppure confezionata in bottiglia) e con il ghiaccio (prudentemente mai accettato). Questi due ultimi giorni li abbiamo dedicati al relax, la nostra vacanza è stata molto intensa e ricca, contraddistinta dall'azione e dagli imprevisti. Lo spirito di adattamento non è mai mancato, però sentiamo l'esigenza di ricaricare le energie in vista di un viaggio di ritorno abbastanza lungo e stressante, ed ovviamente della ripresa della solita routine in Italia. La mattina scorre via velocemente tra una ricca colazione e qualche partita a scacchi, dopodiché giunte ormai le 11 decidiamo di dirigersi verso quelli che qui chiamano 'hot spring'. Mentre gli 'hot spring' dell'isola di Sabang erano dei fanghi a cielo aperto tra un'acqua bollentissima che fuoriusciva ai piedi del vulcano e si confondeva con l'acqua del mare, qui si tratta invece di acqua sulfurea, sempre donata da un vulcano attivo, che scorre a valle attraverso ruscelli e viene raccolta in vasche o piscine per terapeutici e rilassanti bagni ai piedi del vulcano stesso. Durante il tragitto per raggiungere questi 'hot spring' raccogliamo due splendidi bambini che ci chiedono un passaggio di ritorno da scuola. Non si fanno assolutamente nessun problema a salire con 8 persone estranee (a noi sette abituali si era aggiunto un cliente dell'hotel), teneramente splendidi nelle loro divise rosse e bianche, dell'età di circa sei sette anni, calzavano dei sandali che come minimo provenivano da 3 generazioni diverse, rattoppati e ricuciti più volte in modo molto artigianale. Ci intimano dove lasciarli, come fossimo un pulmino della scuola, e prima uno poi l'altro, poco più avanti, scendono allegramente col sorriso sulle labbra salutandoci col braccio alzato non appena scesi e diretti verso le loro famiglie. Paghiamo appena 270 lire a testa (corrispettivo di 1000 rupie) per aver accesso a queste piscine a cielo aperto, per la verità non molto aperto perché le emissioni di gas del vulcano stabilmente oscurano il sole mantenendo perennemente nell'ombra tutta la zona. Ci immergiamo in un acqua caldissima, almeno 40°- 45°, quasi ci scottiamo appena dentro, però poi l'effetto di quei bagni è pienamente salutare e tonificante, lasciando una sensazione di refrigerio e benessere nella pelle e nella circolazione. A prima vista fa un certo effetto tuffarsi perché l' acqua e ovviamente di un colore misto tra il bianco ed il giallo derivante dallo zolfo, per cui limpidezza e trasparenza non esistono, ma il relax che si prova totalmente immersi è totale, salvo qualche opportuna fuoriuscita per non cuocersi, dato che dopo una decina di minuti comincia a mancare il respiro. Rimaniamo circa un paio d'ore, per poi ritornare verso l'El Shaddai (il nostro albergo). Sulla strada del ritorno optiamo per una sosta allo zoo di Brastagi, nel quale pare ci siano le scimmie e gli elefanti. Paghiamo l'entrata e all' interno ci aspetta una graditissima sorpresa: non c'è nessuno, nessun animale che sia uno, né una scimmia, né un elefante, né un serpente a sonagli: uno zoo fantasma. Parlando con Paradise ci viene naturale dirgli che in Italia chiamiamo zoo i luoghi dove ci sono gli animali: quello invece era uno zoo molto fantasma. Lì gli animali vivono completamente in piena libertà, per cui ci hanno spiegato occorre fissare un appuntamento ad esempio per vedere gli elefanti, che solitamente vengono usati per andare in escursione in mezzo ai boschi. Ci consoliamo con la promessa di poter vedere i pachidermi da vicino domani pomeriggio. Le prime ore del pomeriggio le trascorriamo in albergo, dopo di che dedichiamo il restante tardo pomeriggio per lo shopping al mercato, tra innumerevoli bancarelle dove tutti ti chiamano alla loro ombra sotto le tende. Tra gli articoli più interessanti vanno ricordate le loro coloratissime magliette, gonne e pantaloni, con disegni tipici e variopinti, ed inoltre i batik disegnati, ossia dei lenzuoli che vengono dipinti con vari temi, e poi ideali da incorniciare ed affiggere a qualche parete. Contiamo di trascorrere la serata all'insegna del divertimento, però veniamo a conoscenza di un risvolto poco piacevole, o meglio riprovevole, del tessuto sociale locale: certe famiglie, probabilmente per bisogno di soldi, costringono le figlie, spesso non ancora maggiorenni, a prostituirsi, ed esse sono obbligate ad accettare e ad adattarsi a tale imposizione, quasi sempre tristi, controvoglia, e con le lacrime agli occhi: questo è l'aspetto più raccapricciante dei nostri giorni in Indonesia, del quale non sarebbe poi tanto da stupirsi, visto lo sfruttamento al quale sono sottoposte le donne straniere in Italia, ma il solo pensare che questo sfruttamento proviene dalle famiglie stesse in cui esse nascono e che dovrebbero proteggerle è sicuramente un fenomeno gravissimo e da combattere con ancora più forza.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - 16° giorno
Mercoledì 3 maggio Altra giornata intensa. Questa è l'ultimo nostro giorno a Brastagi, perchè per domani è fissata la partenza ed il nostro ritorno in Italia: il nostro volo è previsto all'ora di pranzo da Medan. La mattinata è corsa via tranquilla e veloce, perchè le partite a scacchi mi appassionano e gli avversari che mi trovo di fronte sono tutti ben preparati, e qualche volta anche più forti di me: con Paradise riesco a vincere, ma un cliente di El Shaddai un po' pazzo di Giakarta (lo stesso che si è aggregato ieri a noi per andare agli hot springs, tra l'altro molto bravo a fare massaggi) è risultato proprio un osso duro, bravissimo ad attaccare e a mettere in difficoltà l'avversario. Continuava a ridere sempre, perfino per delle sciocchezze, e talvolta era persino irritante, ma lì eravamo in Indonesia, il fatto di sorridere è comune a tutte le persone, non c'era poi molto da stupirsi se uno lo faceva in maniera più accentuata: la loro indole è chiaramente un simbolo ed una caratteristica di fraternità qui in Italia purtroppo insolita e rarissima da riscontrare. Usciamo dall'albergo per gli ultimi acquisti e regali da portare in Italia, per cui ci dirigiamo verso Sipiso Piso, ricordandoci di aver visto un piccolo negozio che vende dei batik dipinti molto belli. Praticamente svaligiamo e denudiamo quel bazar, portando via almeno i tre quarti dei disegni esposti, dopo una tormentata contrattazione sul prezzo. Ne approfittiamo per scendere verso il lago, distante appena un paio di chilometri e raggiungibile dopo una serie di tornanti in discesa molto ripidi. Di ritorno verso Brastagi effettuiamo un breve sosta per vedere qualche imitazione di orologi in una cittadina di media grandezza. In quel frangente incontriamo una giovane donna che parlava un fluente inglese. Diceva di essere membro di un'organizzazione che combatte per la difesa della natura e per la salvaguardia delle foreste e dei parchi dell'isola di Sumatra, in conflitto con le istituzioni ed il governo a cui il problema pare non interessare molto. Si aggrega spontaneamente a noi, dopo averci invitato perfino a casa sua per cena (avremmo dovuto comperare il pesce al mercato, poi la madre ce lo avrebbe cucinato, però abbiamo gentilmente nosto malgrado rifiutato, dato che era l'ultima sera e dovevamo ancora preparare i bagagli). Alle quattro ci aspettavano gli elefanti allo zoo. Attendendo il loro arrivo davanti al parcheggio dello zoo improvvisiamo una partita di calcio - tennis. Puntuali alle 4 del pomeriggio un paio di elefanti di stazza medio - piccola attraversano la strada per entrare nell'area protetta, preceduti da una decina di simpatiche scimmie più o meno grandi, che allegramente saltavano e sembrava formassero un corteo ad introdurre il passaggio dei pachidermi. Mentre giocavamo con delle scimmiette piccoline, una scimmia enorme, forse il loro nonno o papà, metteva paura a Manuel, cercando di addentarlo per poi ritrarsi, presumibilmente perchè non aveva gradito che le troppe confidenze preseci con loro. E' stato questo forse il primo ed ultimo momento realmente turistico della vacanza, perchè effettivamente farsi la foto ed un giretto di 10 minuti sul dorso degli elefanti sa un pò di comportamento da classico turista: la tentazione di vedere e salire in groppa agli elefanti era però così forte, che abbiamo accettato di 'fare i turisti' ma solamente per una mezz'oretta. Non è un controsenso quanto detto, perchè in tutta questa vacanza di turisti non ne abbiamo mai visti, anzi da queste parti non si sa nemmeno cosa siano, soprattutto nelle regioni più interne di Aceh, perfino nel parco del Leuser sono rare le visite straniere, nel 2000 in tutto ci sono stati solamente 20 visitatori, l'ultima traccia di italiani risaliva a due anni prima nel primo luogo dove dormimmo (si trattava di un escursionista proveniente dalla Sardegna). Nel pieno rispetto della natura e della libertà degli animali avremmo preferito vedere i pachidermi liberi scorazzare ai piedi del Leuser, magari dopo 3 giorni di fatica e cammino: chissà, forse ci toglieremo questa soddisfazione la prossima volta. Io una volta sono stato a CapoNord, ho visto il sole a mezzanotte dopo 4300 chilometri percorrendo strade e strade che sembrava non finissero più: l'emozione che si prova vedendo l'alba subito dopo il tramonto è impagabile e di un sapore incredibile che ripaga di enormi sforzi e fatica per poi goderne finalmente, in maniera talmente piena e profonda che la stanchezza tutto in un colpo svanisce e pare non esistere più. Non sarebbe lo stesso che prova chi vi giunge magari in pullmann dopo un paio di ore in aereo oppure con tutti i comfort di una nave da crociera: emozioni totalmente diverse. Tutto sommato però stare sopra un elefante non è così semplice. Tra l'altro io e Massimo, saliti assieme, becchiamo proprio il momento in cui in lontananza tra gli alberi scorazza liberamente uno stupendo purosangue: se il nostro amico sotto di noi ha paura dei topolini, figurarsi dei cavalli: ha cominciato ad indietreggiare per poi procedere all'indietro, ovviamente in un terreno accidentato e molto fangoso, per cui le sue zampe andavano continuamente in profondità e sembrava sempre di poter cadere da un momento all'altro. Per fortuna chi lo conduceva ci rassicurava, ma le nostre mani si tenevano sempre ben strette sui ferri, laterali alla coperta dove stavamo seduti. Il tragitto della breve passeggiata era abbasanza ricco di saliscendi, e soprattutto scendendo di pendenza le enormi zampe, affondando nel terreno fangoso, inclinavano i nostri corpi considerevolmente, pareva quasi di essere in uno scivolo, che appena appena più inclinato ci avrebbe fatto precipitare nella melma. Uscendo dallo zoo le scimmie ci rincorrono, e fanno a gara per raccogliere il cibo che gli lanciamo appresso. Decidiamo poi di andare nuovamente agli hot spring, volendo riprovare il benefico effetto regalatoci già ieri dalla caldissima acqua sulfurea. Nel tardo pomeriggio, poco prima del tramonto (ovviamente e puntualmente sempre alle sette) approffittiamo della vicinanza delle bancarelle del mercato di fronte al El Shaddai per le ultimissime compere. L'ultima serata scivola via in totale relax e tranquillità giocando a carte sulle note della solita chitarra seduti per terra con le gambe incrociate come solito fare nell'estremo oriente.
Ado

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Subject: Di ritorno da un viaggio in Indonesia - ultimo giorno
Eccoci giunti al capolinea di questa nostra vacanza. Il nostro aereo parte alle 12 e 55 da Medan, per cui già alle nove del mattino decidiamo di lasciare El Shaddai e Brastagi e dirigerci verso la capitale con buon anticipo, dato che gli imprevisti sono e sono sempre stati dietro l'angolo. Appena il tempo però di una rapida colazione e dell'ultima partita a carte con Mister Giakarta, quel cliente un po' pazzo dell'albergo, il cui nome è quasi impronunciabile per cui questo soprannome è quanto meno d'obbligo e più sbrigativo per darne l'idea (almeno in questa circostanza sono però riuscito a metterlo in seria difficoltà, e pur non essendo riuscito a chiudere la partita per le incombenze di orario, me ne sono andato di buonumore, come del resto lui allo stesso modo cordialmente si è congedato da noi). Sulla strada verso l'aeroporto qualche piccola sosta per comperare un pò di frutta da portare in Italia (in particolare ananas, papaja e banane). Alle 11, dopo aver rapidamente pagato, ringraziato e salutato Paradise, l'autista e lo 'sgorla', passiamo il check-in, non senza qualche difficoltà, perchè Massimo aveva smarrito la carta dell'immigrazione da riconsegnare all'uscita del Paese: dopo qualche peripezia tuffandosi tra i bagagli già in mezzo alla pista è riuscito a recuperare il documento e ad avere quindi via libera dalla polizia di frontiera. In perfetto orario dopo 50 minuti di volo raggiungiamo la Malesia e la sua capitale Kuala Lumpur. Già le differenze con l'aeroporto di Medan fanno intuire quanto la penisola malese sia progredita economicamente e tecnologicamente, non solo rispetto all'Indonesia (un abisso, due mondi completamente opposti), ma persino rispetto all'Italia data l'avanguardia evidente in certi settori. Giunti nel primo pomeriggio all'aeroporto della capitale malese, visto che il volo per Francoforte è poco prima della mezzanotte, decidiamo di noleggiare un taxi per raggiungere Kuala Lumpur (distante circa un'ora) e visitarne i luoghi più importanti per quanto possibile. Dalle cinque alle nove di sera riusciamo ad ammirare le imponenti torri gemelle, che condividono con le Twins Tower di New York il primato mondiale dell'altezza di edifici abitati (almeno fino a ieri, perchè sembra si stia per inaugurarne una ancora più alta da qualche altra parte del mondo). Per vederle meglio ci viene consigliato di salire sopra la KL tower, una torre alta più di 400 metri, tra le più alte al mondo, appena più bassa di quella di Toronto: in appena 55 secondi di ascensore si raggiunge una magnifica panoramica su tutta la città, che si può dominare percorrendo una superficie circolare dotata di ampie vetrate. Ci rendiamo subito conto che il costo della vita è di pochissimo inferiore a quello italiano, al cambio 100 dollari americani equivalgono a 376,20 Ringitt, dei quali la metà se ne vanno per un'andata e ritorno col taxi. La città è molto bella, soprattutto quando cala la notte, e mille luci contornano di suggestività le strade, le vie pedonali ed i negozi. Circolano ovunque soprattutto autovetture di grossa cilindrata, per lo più giapponesi, le strade sono larghissime e a più corsie, e l'intasamento degli incroci viene spesso evitato grazie alla costruzione di cavalcavia o sottovia, alcuni dei quali s'inoltrano tra i palazzi. Il clima è molto caldo ed umido, l'aria è difficilmente respirabile data l'afa e lo smog da traffico. La gente per le strade è abbigliata secondo la moda occidentale, più nessuna traccia di veli islamici e gonne lunghe fino alle caviglie, bensì dominano le scollature, gli spacchi e le minigonne, ovviamente di donne parlando. Ci è palese la prima differenza rispetto all'Indonesia vissuta fino a poche ore prima: qui nessuno ti saluta, ci vengono a mancare le centinaia di 'hello mister' udite e ricambiate fin ieri, qui nessuno sorride o ti sorride, qui nessuno ti guarda, qui nessuno cammina guardando il sole o le foglie degli alberi o tutto ciò che lo circonda, qui tutti camminano guardando per terra o col pensiero fisso al lavoro, all'ufficio, o agli acquisti da fare, qui tutte le facce sono più chiare, meno abbronzate, qui tutte le facce sembrano tristi, cupe, ombrose, stressate, qui si vive nell'indifferenza del vicino, del prossimo o del mondo accanto, qui nessuno sorride alla vita e a ciò che essa offre, qui c'è il lusso, qui ci sono tutti i comfort, qui gira parecchio denaro, qui tutti corrono, qui nessuno si ferma per un attimo a pensare, qui conta l'apparenza, qui non ci si sente tutti una famiglia, qui nessuno ti chiede da dove vieni, qui nessuno ti chiede dove vai, qui è come se non esistessi, qui non si risponde ad un saluto o ad uno sguardo, qui nessuno è felice, qui...sembra di essere in Italia: la vacanza è finita! E' stata una vacanza magnifica, coinvolgente, unica ed irripetibile, mi continuano ad arrivare numerose e-mail e lettere da tutte le persone incontrate, e alle quali ho lasciato un riferimento per contattarmi. E' una vacanza che lascia traccia, significativa, piena di contenuti ed insegnamenti, lascia bellissimi ricordi e indelebilmente ricorda che i sogni talvolta si confondono alla realtà: non c'è denaro, non ci sono interessi, non ci sono invidie ed egoismi, basta una corsa sulla spiaggia, o un bagno in mare o salire sopra un albero di banane per raccoglierne un casco per divertirsi o avere una qualche soddisfazione, si saluta e si sorride sempre a tutto e a tutti senza tornaconto, spesso si tende la mano per riceverne il calore e la impagabile energia di un'altra, basta un pallone per avere schiere di bambini entusiasti attorno desiderosi di darci solo un calcio, perchè i palloni sono sogni, non esistono qui, testimoniare e vivere questi e altri frammenti di questa vita e modo di vivere semplicemente, spontaneamente, senza malizie o pregiudizi o apparenze o mode, dove si può e si riesce in tutta semplicità ad essere (senza freni, senza timori, senza imbarazzi): questa è l'Indonesia che mi rimane, insieme ai raggi di luce che appena appena a fatica si intrufolavano tra le foglie della rigogliosissima, florida ed altissima vegetazione della foresta del Leuser: seppur a fatica nel verde più verde la luce riesce ad entrare e a far sentire il suo influsso, benessere e calore, chissà che riesca ad entrare un pò di più anche in ognuno di noi. Io, Manuel, Massimo e Renzo ci concediamo un brindisi di birra in un bar all'aperto proprio davanti al Planet Holliwood, quando le luci della città ormai brillano e scintillano assieme alle stelle in un bellissimo contrasto col buio della sera.
Ado
p.s. con questo post ho terminato, spero di poter scrivere qui qualcos'altro in futuro, magari raccontando altri miei viaggi. Ringrazio tutti coloro che mi hanno scritto, personalmente o sulla newsgroup: sono rimasto piacevolmente stupito dai tanti attestati di stima e complimenti ricevuti, proprio non me lo aspettavo, mi hanno fatto un piacere enorme. Appena ho tempo penso di aggiungere moltissime altre foto nelle pagine che sto dedicando a questo viaggio sul mio spazio web. Vi ricordo gli indirizzi: http://www.ciaoweb.net/adothepoet/indo1.htm http://www.ciaoweb.net/adothepoet/indonesia1.htm Appena aggiornati definitivamente, magari li riposto. grazie di nuovo a tutti, e scusate se qualche volta mi sono dilungato un po' troppo. ciao
Ado