di Roberto Bassi
Tornato a casa da pochi giorni mi ero immerso subito nei vecchi ritmi. Volevo
presto disfare le valigie, integrare nella mia casa oggetti e ricordi, residui
di viaggio. Riposare la testa.
Facevo finta di nulla mentre, seduto sui sedili di Palazzo Farnese, come ai
tempi della scuola, ammiravo le eleganti architetture della piazza, coccolato
da un pallido raggio di sole al tramonto.
Eppure mi sbagliavo e, chiudendo gli occhi, cercavo di evocare le mille cupole
e minareti di Istanbul, la tristezza intrisa di sole e di vento che la Città
mi aveva trasmesso e che avevo provato mentre ne ripartivo.
L’aereo, anche lui, sembrava non volersi staccare da quella terra per
me ancora misteriosa ed affascinante, la rincorsa sembrava non voler finire
mai, quasi che il peso di mille ricordi e mille sensazioni lo tenessero incollato,
immobile e sospeso in un attimo infinito.
Come ero arrivato a scegliere Istanbul per quella piccola vacanza ancora non
mi era chiaro. Avevo organizzato la partenza in fretta e furia, prenotato un
albergo al volo e acquistato un biglietto senza molta convinzione. Ero partito
con poco bagaglio ed un sasso nella tasca come zavorra del passato. Sarebbe
bastato gettarlo da qualche parte per sentire il sollievo dai miei pensieri,
o, almeno, ne ero convinto. Sono arrivato in un pomeriggio di agosto, inondato
di sole, caldo e soffocante, avevo preso un taxi e non più di tanto mi
ero meravigliato della guida spericolata. Sporgevo la testa fuori dal finestrino
aspettando di vederla. Ecco apparire, elegante dall’alto della sua storia
e dei suoi colli, uno spicchio della vecchia Stamboul, come l’avevo studiata
su un vecchio libro in francese. L’emozione non tardò ad arrivare.
A mano a mano che la mia destinazione si avvicinava, la Città si presentava
con strade sempre più strette che impennavano verso l’alto. Pietre
bianche tagliate a formare contrafforti ed alti recinti mi accoglievano ed io
ho iniziato a scoprire colori e forme ed immaginare storie. Riconoscevo, dalla
solita lettura, le forme emergenti dell’Ippodromo e con un tuffo al cuore
mi riempivo gli occhi della grandiosa eleganza di Santa Sofia. Giravo la testa
ad ogni elemento che mi si parava davanti, catturando ogni singolo particolare
conosciuto o riconosciuto e mentalmente studiavo il percorso per impiegare il
poco tempo che avevo per scoprire la Città.
L’albergo mi accoglieva, un po’ come me lo aspettavo, elegante e
pulito. Mi attendeva una grande stanza all’ultimo piano in quella che
una volta, credo, fosse una terrazza. Metà, quasi, della stanza non aveva
un tetto ma un vetro ricurvo a chiudere una parte del soffitto, che, anche di
notte, sembrava di essere all’aperto. Una grande finestra fungeva da quinta
verso il balcone dalla grande balaustra in ferro battuto che non escludeva la
vista sottostante. L’inserviente mi accompagna, mi mostra la stanza, ma
io mi giro: la finestra dà verso oriente e guardo il mio nuovo orizzonte.
Mi volto e mi accorgo che sono rimasto da solo. Dalla finestra vedevo una parte
della cupola di Santa Sofia, tre dei quatto minareti svettavano sul panorama
circostante che, per la maggior parte, dava sul retro di case sbrecciate e lerce,
con cassoni d’acqua nascosti alla vista della facciata di Divanyolu Caddesi,
ornata di edifici alti dalle finestre strette, perfettamente restaurati.
Sulla destra, nello spazio creato dalla ampia via, si intravedeva Scutari, affacciata
su uno specchio di mare e sulla sinistra si intuiva fra i tetti uno spicchio
di Bosforo con il ponte sospeso. A tale vista la mia testa era già confusa,
agitata, emozionata.
La voglia di tutto scoprire e tutto vedere mi spingeva, subito, fuori all’aria
aperta per la prima passeggiata di orientamento. Senza meta e senza troppo studiare
la guida esco sulla via e cerco immagini.
Il fatto di aver scelto un albergo nell’area di Sultanhamet aveva facilitato
ogni cosa. Sembra un quartiere nato per soddisfare i nuovi viaggiatori che giungono
ad Istanbul sull’onda di un non mai sopito sogno romantico che l’Europa
occidentale ha della Città. Si trovano infatti qui intorno gli edifici
più belli ed eleganti dell’antica capitale o, meglio, delle capitali.
Ad ogni conquista la Città è stata chiamata a recitare nei diversi
ruoli che il destino ha disegnato per lei. Inevitabile in questo spazio di mondo
al centro della civiltà. Ho letto da una parte che mai come in questo
luogo la geografia modifica la storia ed è vero: spaziando lo sguardo,
intorno, ci si accorge che siamo in un cardine di importanza strategica; vitale
è il controllo, per chi amministra potere, di questo spicchio di terra
a cavallo di mondi diversi, ponte di passaggio, cordone ombelicale, luogo principe
di scambi culturali e commerciali. Provo tenerezza per questa città oggetto
di tali e tante attenzioni che l’hanno modificata, cancellata e ricostruita
tante e tante volte; mi hanno raccontato che sotto il livello attuale esisterebbero
sette città. Non faccio fatica ad immaginarlo. Eppure le tante tracce
dei tanti passati sono ancora evidenti, segno che ogni nuovo conquistatore ha
in parte rispettato l’essenza intima della sua forma. Mi sono chiesto
se la Città stessa abbia messo dei limiti, concedendosi, ma a condizione
di questo intimo rispetto, esercitando attrazione ma nello stesso tempo timore
in chi osò e osa violarla per fregiarsi dell’ambiziosa sfida: la
sua conquista.
Le stradine si intersecano, salgono e scendono, mostrano o escludono, con una
curva, la vista su scorci che volgarmente definirei pittoreschi, ma sono di
più: attraverso quegli squarci la Città mostra la sua essenza.
A volte si scopre senza pudore e scopri angoli abbandonati, pietre crollate,
muri sbrecciati e nascosti da erba, case di legno bruciate e ruderi abbandonati
tra rifiuti. I piedi mi portano verso Santa Sofia, gli occhi ne erano, invece,
rimasti incollati dal primo momento che ne avevo riconosciute le linee. Il suo
nome, che in latino, greco e turco ha un suono dolce e persistente, come un
profumo forte e antico, la dice lunga sulla sua importanza ed indiscreta presenza
in questo lembo di terra. Ogni edificio successivo ha subito l’influenza
della sua linea originaria. In italiano suona come Divina Sapienza e mai nome
sarebbe mai stato più azzeccato per questa presenza: suona come una nota,
come una preghiera nella testa nei viaggiatori che si lasciano incantare dalle
sue forme eleganti, dai rimaneggiamenti architettonici che le hanno permesso
di resistere ai secoli, ai momenti di luce e di distruzione e, poi, di nuovo
luce nei passaggi infiniti delle stagioni e dei tempi.
Abbacinato dalle forme e dal taglio della luce tento di scattare qualche foto
consapevole che mai riuscirei a fissare nelle immagini la sensazione di grandezza
che mi esplode dentro.
È tardi e la visita è rimandata al giorno successivo. Comincio
a bighellonare per le strette vie che circondano le alte mura di cinta della
basilica. Case ottomane delimitano una via ricca e silenziosa addossate all’alta
recinzione del Topkapi Saray, sono in legno quasi a sottolineare la fragilità
dell’umanità rispetto alla forza delle pietre che le circondano,
dei due poteri, quello della forza dell’uomo e quello del mistico e trascendente
che, inevitabili, si fronteggiano divisi dalla stretta strada.
Gettando uno sguardo verso la Moschea Blu, vedo un hamam, trasformato in negozio
di tappeti, sarà interessante da visitare, penso. La Moschea, invece,
si erge fiera con i suoi minareti che indicano il cielo celeste e luminoso,
senza una nuvola. Gareggia nelle linee con la Basilica. Tende le sue dita al
cielo inanellate da bianchi balconi e delicati ricami di marmo. Di fianco si
appoggia mollemente l’Ippodromo coperto di verde, alberi e fiori con le
sue emergenze che il tempo ha fatalmente conservato. La loro bellezza si indovina
quasi, è però intima e possente nel contempo. La Città
le ha quasi fagocitate in una quinta costruita loro intorno, non le riconosce,
quasi, ma passerei ore ad osservare un passato lontano che ha lasciato tracce
profonde come rughe su un viso.
Percorsi pochi passi mi trovo quasi ingurgitato dalla Città sotterranea.
La Basilica Cisterna o Yerebatan si apre sotto i miei piedi profonda e nera
come voragine misteriosa, raccolta e ieratica come area sacra. Non credo che
l’acqua possa vantare una simile costruzione eretta in suo onore in nessun
altro luogo. La più grande delle fontane sparisce nel confronto con questa
opera idraulica che ha fornito per secoli acqua alla Città: volte di
laterizio sorrette da un numero infinito di colonne, un velo d’acqua fa
galleggiare luci basse che illuminano la penombra, musiche teatrali rompono
il silenzio e accompagnano in un percorso creato per sollecitare mistero e suggestione.
Le colonne si declinano disuguali con capitelli disuguali, sono affascinato
dagli architetti che hanno riutilizzato materiale diverso per ricreare un luogo
unico. Il percorso punta su una colonna con enormi lacrime scolpite. In una
di queste un buco dove puntare il pollice ed esprimere un desiderio ruotando
la mano aperta. Alla fine del percorso una sorpresa: la bellezza pietrificata
di due Meduse raccontate dallo scultore in un frammento di infinita pena. Una
è coricata mentre l’altra è capovolta, sono prigioniere
di due colonne che ne impediscono l’azione ma ancora possenti e vive nel
loro sguardo sbarrato che, comunque, è meglio non sfidare. Ho appoggiato
il palmo della mano sul mento capovolto e fradicio per ascoltare la sensazione
della pietra, ma non l’ho trattenuta a lungo: non si sa mai.
Nella piazza giardino dell’Ippodromo il riposo non sembra inutile, verso
sera si svuota di turisti e si riempie di fauna locale, chiacchiere serene di
signore attempate, velate e non, che fanno gruppo; signori anziani che si scambiano
saluti e parole, seduti su panchine; bambini che giocano allegri, che corrono
a piedi nudi su biciclette senza luci e senza freni. Uno nota che mi sto interessando
alle sue evoluzioni, fa di tutto per scarrettare più spericolato e fare
numeri, mentre una madre richiama all’ordine due piccoli che si azzuffano
per gioco. La sera aveva portato un po’ di tregua al calore e schiudeva
un mondo nuovo all’esterno, finalmente. Con passo solenne e fiero mi passa
accanto un personaggio. Un signore sulla settantina, con uno sguardo scuro e
profondo. Fez come copricapo, camicia bianca e pantaloni neri, un fiocco rosso
come cravattino. Sul volto bruciato due baffi bianchi ed enormi, curatissimi
e lunghi a coprire la bocca che immaginavo carnosa e ghignante. Sembrava uscito
da una stampa di genere, ottocentesca, di quelle che ritraggono personaggi del
vecchio impero, tanto care all’occidente romantico. Il signore ottomano
vende spremute di arance poco distante dall’Ippodromo, sulla strada che
ripida scende verso il mare. Una sera, risalendo, mi si è parato di lato,
ho accennato ad un saluto con la testa e lui ha risposto con un cenno grave
e gentile chiudendo appena gli occhi e abbassando leggermente il capo altero.
Regale come il ricordo di un popolo sospeso tra passato e futuro ancora indeciso
su quale parte del ciglio viaggiare.
La prima mattina mi accoglie calda e avvolgente, decido di dedicarla alla scoperta
di Santa Sofia. Quante cose lette, quante descrizioni più o meno dettagliate,
quante immagini. Scelgo di non frequentare guide e non leggere testi. Ho voglia
di immergermi nello stupore, lasciarmi guidare dalle pietre. Santa Sofia mi
stringe in un abbraccio che mi soffoca la voce. Quanta solenne beatitudine in
quella volta sospesa nel nulla, fluttuante ed impalpabile nella sua luce. I
segni del tempo incidono profondi squarci, la storia lascia ferite e si stratifica
nell’essenza di questo luogo magico e misterioso. Immagino le navate piene
di fedeli e delle loro preghiere ed il salmodiare di preti bizantini o imam
islamici, il luogo trasuda misticismo. Oggi è un museo ma ogni singola
pietra, ogni tessera di mosaico racconta ieratica la sua storia di fede. La
visito in silenzio, alzo gli occhi su una tenera madonna con bambino miracolosamente
tracciata sulla lunetta dell’abside e sotto lo splendido mihrab, la nicchia
intarsiata di marmi preziosi che indica la direzione della preghiera verso la
Mecca e mi accorgo di un gatto rossiccio che miagola carezze dai turisti che
scattano foto. Il gatto, il primo della serie dei gatti di Istanbul che incontrerò,
mi scuote dal silenzio, rifletto su questo incontro prodigioso tra tradizione
cristiana ed islamica. Colonne, capitelli finemente scolpiti, lastre di marmo,
mosaici e pitture, segni calligrafici e ceramiche di Iznik, lampadari e portalumi
in ferro battuto, balaustre e porte di pietra, si inseguono e accendono lo stupore
mentre una curiosa scala senza scalini, ma cesellata di pietre, ascende alla
loggia ricca di reliquie che santificano il luogo. La balaustra che corre lungo
il perimetro e che sembra farti toccare la cupola, esaltandola, è stata
incisa da antichi writers. Alcuni segni risalgono ai vichinghi ma sono attratto
da alcune scritte in greco bizantino tra cui riconosco una invocazione, alzando
gli occhi, sulla testa, la cupola consolante e protettiva.
Santa Sofia mi regala l’incontro con Elisa e Roberto, romani, con i quali
avevo condiviso il viaggio di andata e, con loro, Silvia e Massimo, pisani,
appena conosciuti all’esterno della basilica. Iniziamo a parlare e le
nostre chiacchiere, sensazioni e racconti ci accompagneranno per tutta la permanenza.
Sono personaggi importanti e diversi che d’ora in avanti si rifletteranno
in questo racconto in maniera originale ed intensa, così come intenso
ed originale è il mio sguardo che si riflette ora nelle belle foto che
scorro nel sito degli amici di Pisa.
Santa Sofia ci saluta nell’abbraccio caldo del mezzogiorno, cerchiamo
di serbarne la meraviglia. Chiudendo gli occhi cerco ancora una volta di imprimere
nella testa le sue linee ed indago quella che sarebbe stata la sua forma senza
minareti e contrafforti, ma senza successo. La sua forma non sarebbe migliore
o diversa, ma senza la polifonia delle sue linee, che racconta e sottolinea
il destino della Città, non avrebbe questo fascino.
Un leggero vento accarezza il viso mente mi avvio con i miei nuovi compagni
di viaggio verso la piccola stradina le cui quinte sono formate dalle case di
legno che, ormai familiari al mio sguardo, imperturbate fanno la guardia.
Il pomeriggio assolato ci accompagna in una escursione, decidiamo infatti di
trascorrere il pomeriggio ammirando il tramonto sul Corno d’Oro. Ali la
guida aveva dato indicazioni su come raggiungere questo posto magnifico che
lo domina. Foto e riprese, grandi passioni dei miei amici, avrebbero avuto uno
scenario incomparabile. Io non vedevo l’ora di ammirare l’acqua
tinta nell’oro del tramonto.
Ci tuffiamo nella folla accaldata ed accalcata e ci ritroviamo accaldati ed
accalcati a perderci nella folla.
Raggiungiamo il ponte di Galata e lo attraversiamo eccitati nella vista e nei
nostri racconti, Istanbul sta attraversando le nostre rispettive vite ed in
un attimo si mostra diversa ai nostri occhi, da un orizzonte diverso, si allarga,
distesa su un tappeto finemente intessuto di case colorate cupole e minareti.
Sembra rilassata mentre fuma un narghilè e si affaccia nello stesso tempo
su tre fronti diversi per cultura e stili. Stambul, Pera e Scutari si guardano
allo specchio e si riflettono contemporaneamente nelle acque di Marmara, Bosforo
e Corno d’oro. Il vociare dei pescatori e dei viandanti, il traffico caotico
delle auto che, su e giù per il ponte, sono risucchiate da strade che,
curvando, le ingoiano, il ritmo frenetico delle imbarcazioni che transitano,
approdano o fanno larghe manovre, che sbuffano e lanciano acuti segnali, lo
stridio dei gabbiani in volo sulle ricche prede, si mescolano nell’eco
sempre più familiare dei muezzin che intonano il richiamo. Mi perdo nel
sole, mi volto e vedo la Città che mi segue, la sensazione di luce e
caldo fa assumere all’immagine un leggero tremore, la visione è
fantastica ed immagino quale fosse lo stupore dei viaggiatori romantici dell’ottocento
che la raggiungevano stanchi ed affamati di questa visione, attraverso viaggi
avventurosi.
Il traffico ci travolge, le persone che ci circondano sono frenetiche, autobus
che vomitano gente e ne ingoiano altrettanta in un ordine misterioso. Incontriamo
un personaggio buffo e simpatico, Ibrahim, questo è il suo nome, ci fa
cenno di seguirlo, capiamo che ci indicherà la strada, dal bus, quello
giusto, alla fermata quella giusta. Comunicheremo per ore in una non-lingua.
Ma il suo ricordo è pieno di parole gentili. Ibrahim ci scorta attraverso
un quartiere molto ordinato con una grande Moschea, ci indica un grande albero
ed una fontana bellissima con zampilli d’acqua altissimi, passiamo in
una stradina sui cui lati si svolge un mercatino, un signore molto gentile mi
mostra un opuscolo sul pensiero del Mevlan, peccato sia in lingua turca.
A destinazione l’attesa del tramonto e l’accendersi della Città
distesa al nostro sguardo ci avrebbe rapito. Sotto, digradando lo sguardo verso
il Corno d’oro, si appoggia un cimitero. Dall’alto vedevo le tombe
e parenti che passeggiavano e sostavano a parlare. La vista non accendeva tristezza:
immaginavo quanta quiete e quale bella vista per l’infinito. Con Ibrahim
ci saremmo salutati alla fermata dell’autobus del rientro, non sapendo
dire grazie ho appoggiato la mano sul cuore, lui ha risposto con lo stesso gesto.
Contenti e stanchi avremmo mangiato un panino col pesce alla brace ed insalata.
Anche le lische sapevano di buono mentre ripensavamo eccitati alla giornata
trascorsa insieme.
Un’ultima passeggiata alla Moschea Blu per studiare il percorso dell’indomani
ed un ultimo the sorseggiato sulle panche di legno allestite in un angolo del
grande piazzale. Io avrei iniziato un po’ prima con la Moschea Blu che
non avevo ancora visitato. Sarebbe per me stata la prima volta in un tempio
islamico e non nascondevo la mia emozione. Istanbul stava lentamente defluendo
come una calda linfa nelle mie vene. Mi addormentai sfinito di un sonno corto
e pesante. Mi svegliai infatti prima del richiamo del muezzin. Dalla tenda filtrava
una lieve luce. Pochi rumori si alzavano dalla strada, non potevo riprendere
sonno. Accaldato ed ancora insonnolito decido di farmi un caffè. Un orribile
Nescafé solubile con latte solubile, non avevo di meglio. Mi siedo sul
terrazzo mente una lieve luce si diffonde. Il mio caffè non sembrava
poi così male, dal buio l’oriente si tingeva di indaco e blu, dopo
pochi istanti un leggero vento da Nord mi tocca il viso, lame di colore tingono
il cielo celeste acqua. Un timido e veloce sole stava allagando la cupola di
Santa Sofia ed i suoi minareti di luce arancio ed oro.
La mia prima visita in una Moschea è salutata da una mattina fresca e
luminosa. Esco di buonora per evitare la calca. Stamani sono attese molte navi
da crociera ed Ali ci aveva suggerito di evitare il centro, pertanto avevamo
deciso un percorso alternativo che ci avrebbe portato verso il mercato delle
spezie. Prima di incontrare i miei compagni di viaggio sono entrato in Moschea.
L’atto di togliere le scarpe riassume il senso di attenzione e cura per
il luogo sacro. Il tappeto affonda morbido, l’ambiente è ovattato
e mistico. Faccio dei confronti nell’uso dell’acqua usata per le
abluzioni o per segnarsi, ricerco il significato di purificazione e atto di
fede. I piedi scalzi sono un po’ come il capo scoperto per gli uomini,
mentre il velo, per le donne, ricorda ancora molte signore che si velano entrando
nelle chiese, due atti di rispetto che ricordano la stessa valenza nel significato
profondo. L’iconografia è invece completamente diversa e ne soffro,
vorrei saper leggere i versetti che si rincorrono ovunque. Mi riempio gli occhi
della luce chiara che filtra dalle finestre ampie, tinta di blu mentre si riflette
sulla miriade di tessere musive, sulle ceramiche, sui marmi delle colonne e
degli intarsi, illuminando disegni geometrici e vetri dipinti. La luce si diffonde
proprio dietro il Mihrab inondato e nascosto in una visione, impalpabile, di
potenza mistica. Rimango in silenzio.
L’edificio dell’antico hamam, ora colmo di tappeti in vendita, apre
le sue porte invitante, i gestori sono gentili e ti permettono il giro quasi
fossero i custodi di un museo. Mi aggiro per le sale dove la raffinatezza dei
marmi e dei decori rimanda a tempi lontani. Le cupole bianche di calce fresca
richiamano i fumi del vapore caldo. Nel silenzio immagino voci che si raccontano
e il rumore delle fontanelle che scrosciano acqua.
A tanto silenzio si oppone, invece, il vociare del mercato delle spezie. Lo
raggiungiamo in tram. La costruzione seicentesca è affascinante, la struttura
elegante nelle tante cupole che, geometricamente perfette, si inseguono. Colonne
scandiscono le quinte e gli spazi di mercato. All’interno ci accolgono,
in un frastuono di benvenuto, profumi, odori e lampi di luce; colori cangianti
dal rosso all’arancio, dal giallo all’amaranto, dal nero al noce,
di spezie, tagliate, sminuzzate, macinate, polverizzate o grezze, impacchettate
o sciolte in contenitori di vetro o in sacchi di iuta, esposte in mucchi tutti
uguali, nella scansione della geometria del luogo, in forme piramidali o coniche.
Sculture cubiche di caramelli alla frutta dolce, secca, speziata, dai colori
che invogliano a gustarne il sapore e che ti invadono di profumo e delizia.
E poi gli infusi: the alla menta, alla rosa, alla cannella e quello dell’amore,
non penseresti ne esistano di così tanti tipi e poi pietre dure e preziose
di sfumature diverse, di ametista, di corallo, di turchese, di granato, d’ambra,
d’argento e d’oro e poi, ancora, tessuti, pezze di seta e cotone,
colorati di sole e d’acqua, di cielo e di nuvole, di tramonti e di albe,
di primavere e di estati piene di frutti maturi o di autunni e di inverni di
foglie secche e morte. Un tripudio.
Nulla è fuori posto, nulla è scadente o di cattivo gusto, tutto
appare ordinato pur nella confusione condita dalla voci dei mercanti che ti
parlano in tutte le lingue del mondo. Mercanti e mercanzie. Qui assumono il
vero significato sembra il terminal di stoccaggio e vendita di merci preziose
ed antiche che hanno perduto significato nell’ordinato occidente e che
qui trovano punto di incontro nel loro viaggio in arrivo dai tanti orienti.
L’invito all’acquisto è assordante ed inevitabile. Scegliamo,
contrattiamo comperiamo convinti e tra tanti oggetti invitanti ne lasciamo altri:
per la prossima volta. Inevitabile. Affamati e contenti usciamo da quella bolgia
di voci colori e odori intensi. Lo sguardo indietro mi rimandava la bellezza
del tessuto urbano ancora sbrecciato e decolorato, stinto di sporco e di tempo
che ha sciacquato via il colore originario. Le cupolette del mercato egizio
riflettono la luce chiara del pranzo in bilico in un passato non ancora tale.
Un muezzin richiama la sua attenzione.
Il Topkapi Saray si appoggia su una collina dolce che digrada verso tre specchi
di acqua in un punto dove gli occhi precipitano in un paesaggio in continuo
movimento. E’ il paesaggio delle imbarcazioni che incrociano, quello del
vento che spazza la bruma e quello della stessa bruma che cambia contorni e
colori attraverso una lente annebbiata a seconda dell’ora. In realtà
non me lo ricordo come un palazzo, ma come una città fortificata nella
Città a sua volta cinta di mura. L’armonia delle corti immense,
dei prati e degli alberi, dei padiglioni che declinano opulenza, delle emergenze
architettoniche dalle linee sagge e potenti, della teorie delle cupole e dei
comignoli come minareti spinti in alto. La ricchezza affiora dalle collezioni
conservate, le porcellane, i gioielli e anche qui ricami di marmo e di maioliche
geometriche che formano prati di blu e turchese su pareti altissime. Tugrah
disseminate ovunque, informano e tramandano i nomi dei sultani che hanno transitato
le stesse porte nel loro destino terreno. Gli oggetti o le decorazioni troppo
occidentali stonano nell’equilibrio delle linee originali delle decorazioni
ottomane, le stesse che si riscontrano in oggetti d’uso quotidiano quasi
che una traccia del passato sedimenta ancora un presente non meno nobile. Il
Gran Turco, come chiamavano il Sultano gli occidentali romantici, ne esce quasi
senza corpo. La sua figura ieratica conferisce a quel luogo una impalpabile
non-appartenenza. Immagino racconti mentre ammiro un belvedere col baldacchino
dorato, costruito solo per ammirare il tramonto sul Corno d’oro, Haliç
come mi ha insegnato Ibrahim. il palazzo mi appare come una prigione dello spirito,
dorata ed ingemmata.
Attraversiamo il caotico traffico cittadino che ci opprime e diverte, giungiamo
verso San Salvatore in Cora. Un’antica chiesa bizantina, oggi museo, con
un passato da Moschea, nella quale sono conservati mosaici e pitture di bellezza
straordinaria con racconti della vita di Cristo. Figure imponenti si inseguono
nella rappresentazione teatrale dell’arte bizantina e disegnano con dettagli
di luminosa precisione paesaggi prospettici e significati mistici che appartengono
alla nostra cultura. Anche qui la devozione e l’ammirazione per un’opera
straordinaria ne hanno impedito la distruzione. Il rispetto per il luogo è
stato talmente grande che solo un minareto è stato aggiunto senza stravolgere
le linee originali. Il luogo, nonostante sia stato trasformato in un museo,
mantiene tutta la sua sacralità nelle linee diritte ed in quelle curve,
nei suoi narceti, nelle sue absidi e cupole e vele e colonne. Parla di secoli
di preghiere che hanno impregnato mattoni, intonaci e ogni singola tessera di
mosaico. Cristo nella sua mandorla di infinito raccoglie lo spirito della madonna
dormiente sul letto di morte a significare l’eterno. Con l’oro dei
suoi mosaici negli occhi lasciamo la chiesa, raccolgo un sasso, un piccolo pezzo
di antracite che pavimenta il sentiero di accesso: per ricordo o nel segno lasciato
da un ricordo.
Il pomeriggio, dopo tanto correre inseguendo la Città alla scoperta del
suo tessuto, lo dedichiamo al riposo ed agli acquisti. Per qualcuno di noi il
viaggio sta per terminare e ne sentiamo, nelle leggere brezze, il sapore del
distacco. Sento che queste giornate stanno per finire ed il pensiero porta bruciore
agli occhi. Il caldo abbraccio del sole riscalda le guance mentre l’emozione
spinge da dentro.
Mi affaccio sul terrazzo per ammirare le linee delle emergenze architettoniche
di Santa Sofia che si intravedono dietro le quinte dei palazzi di fronte, i
suoi minareti spingono lo sguardo verso l’alto, gabbiani si inseguono
nel vento, il muezzin attacca la sua litania, un altro lo insegue sullo stesso
tono e un altro ancora. Le voci si rincorrono in una nenia che sbalza l’anima.
Lontana la folla defluisce come un fiume instancabile verso l’Ippodromo
ed i sacri luoghi. Il salmodiare svanisce in un’eco, come fiato che muore
mentre pronuncia una lettera gutturale. Il vento leggero si alza e mi spolvera
il viso, mi consola ed invita al ritorno.
Scendendo cerco alcuni negozi, prima di raggiungere i miei nuovi amici, già
benvenuti e già lontani.
Scelgo di cercare un po’ in disparte dal solito giro, scelgo piccole strade
e mi imbatto in una libreria di libri usati, direi quasi di antiquariato, comincio
a cercare con lo sguardo sugli scaffali dorsi in brossura, pelle o tela con
scritte in diverse lingue, persino alcuni libri in italiano di algebra e geometria,
testi ottocenteschi: chissà da quale biblioteca sono usciti. Grandi libri
fotografici di città europee e moltissimi libri in lingua turca. Il libraio,
un tipo grande e scuro di pelle e capelli con profondi occhi neri e barba, mi
aveva accolto gentile. Parla un po’ di inglese e chiede come mi potrebbe
aiutare. Cerco, come al solito, testi specifici ma non essendocene spiego che
vorrei qualcosa che ricordi la vecchia Istanbul. Avevo visto, in albergo, vecchie
foto riprodotte ed incorniciate, firmate dal fotografo Sebah e devo dire che
erano molto intriganti, cartoline primo novecento, vedute di una Città
ormai scomparsa, ripresa e cristallizzata in una delle sue tante vite. Il libraio
annuisce e cerca di mostrare tutto quello che può offrire sul tema, incluse
alcune vecchie carte con iscrizioni nel turco scritto con caratteri arabi pre-riforma.
Erano sicuramente molto decorative ma non era ciò che cercavo. Non cercava
di vendermi cose, voleva solo mostrare fiero la sua cultura, e mi spiegava nel
suo incerto inglese della sua vita culturale, della sua passione per la cultura
tedesca e dei suoi studi. Voleva mettermi a mio agio in quel luogo senza tempo.
Tira fuori da una pila un libro con una copertina molto bella e comincia a leggerlo
e mi spiega che oggigiorno poche persone sono in grado di leggere i caratteri
turco-arabi da quando il nuovo alfabeto è stato introdotto, lamentava
che una parte della cultura ottomana stava sparendo. Recita una prosa dolce
e malinconica, alla fine mi dice: ‘questo è turco’ come ad
affermare una sua identità culturale precisa. Mi racconta delle sue origini
turkmene, mi chiede da dove arrivo e quali lingue parlo e alla fine tira fuori
un paio di libri. Uno di questi è una descrizione delle moschee di Istanbul,
con molte foto firmate dal Sebah e capisce che ha centrato. Ripone i libri in
un sacchetto e mentre mi ringrazia dice che i libri sono come amici, ora ne
perde due ma è contento che io li abbia trovati. Lo ringrazio e mi risponde
in turco battendo la sua mano sul cuore. I miei occhi corrono fuori nella luce:
sembravo uscito da un viaggio nel tempo.
Ammiravo come questa Città sia ospitale con tutti, sembra avere la stessa
essenza che riconosco alla mia di Città. ‘Come Roma’: me
lo ripetevo spesso. In effetti le due Città hanno delle assonanze, come
due gemelle complementari che si riflettono nella luce della loro storia. Rimane
vivo, per entrambe, l’antico spirito che aveva mosso la loro fondazione.
Lo stesso spirito che, pur confrontandosi con una modernità che le violenta,
non riesce a distruggere il sottile filo che le lega al passato.
La gente che mi passa accanto sembra essere fuori dal tempo, molti personaggi
che mi sfiorano sembrano lontani dallo sfrenato consumismo che mi affligge.
Pur nella occidentalizzazione forzata della società, che vuole essere
letta come voglia di emergere da un passato di arretratezza economica, ho notato
che la vita si svolge su livelli, a volte, di una semplicità che sembra
appartenere ad altri tempi. Forse il pensiero corre veloce perché sono
un po’ come tutti: abituato a premere un bottone ed avere il mio desiderio
esaudito, ma ho registrato nella memoria alcuni mestieri che, da noi, sono scomparsi
da tempo e perso, ormai, ogni sapore. Ho ricordato mio nonno, quando curava
il suo orto, nel signore che, accovacciato, innaffiava il prato e le aiuole
dell’Ippodromo, non c’era un sistema automatico ma un anziano signore
che con cura dirigeva il getto del tubo, evitando di creare scompiglio nei fiori
o fare buche nel terreno. Lo stesso signore magari, poco prima, per arrotondare,
avrebbe selezionato a mano plastica da riciclo, cercando direttamente dai sacchi
dell’immondizia depositati in un angolo, il suo lavoro, pur degradante,
soprattutto per noi abituati all’occidente ricco, mantiene dignità
e funzione sociale. Eravamo rimasti colpiti da come l’ingegno aveva aguzzato
le tecniche di abbordaggio ai potenziali clienti e come anche Ali fosse stato
un ingranaggio in quel sistema perfetto ed integrato di conoscenze. Con talento
dirigeva le potenzialità dei nostri acquisti in forma determinata ma
molto acuta e rispettosa. Questo sistema integrato funzionava a meraviglia.
Avevi bisogno di una macchina? un taxi? un albergo? una guida? un gioiello?
vuoi vedere tappeti? Vuoi una casa? Beh Ali aveva una risposta per tutto. Ti
accompagnava o indicava e poi spariva all’esterno, non partecipava alle
trattative il suo compito era esaurito, per il momento.
Ali, conoscenza fortuita e preziosa degli amici di Pisa, ci ha offerto consigli
ed indicazioni utili, ci ha mostrato una faccia della Città senza la
quale non avremmo fatto alcune cose nella stessa maniera. Lo ha fatto nel suo
italiano perfetto e ricercato, con semplicità. Integrato in un sistema
di vendite al dettaglio è ora integrato nel ricordo di questo viaggio,
nel tappeto che orgoglioso ammiro nella mia stanza o negli oggetti che sono
entrati nella mia quotidianità. Legati agli oggetti, anche, la cordialità
del the offerto e delle contrattazioni infinite e sfinite che hanno animato
alcune vendite. Il sorriso degli attori nascondeva il gioco e alla fine siamo
usciti da alcuni negozi stanchi ma lieti, mentre il venditore ci dava pacche
sulle spalle. No, non ci aveva fregato, eravamo tutti soddisfatti, ognuno aveva
recitato la sua parte e ci eravamo divertiti.
Mi mancano il the e le chiacchiere sui bassi tavolini ricoperti di stoffe Kilim
su cuscini e tappeti, mi manca il gioco con dadi e pedine che vedevo fare quando
scendeva la sera, all’esterno, di fronte a negozi che vendevano ceramiche
e tappeti e libri e stampe e quadri e rame battuto. Che voglia di fermarmi e
sedere e stare a guardare mentre la cenere cadeva da sigarette di incerta marca!
Dava la certezza che quelle persone erano padrone del loro tempo, eppure erano
occupati fino a tarda notte attendendo avventori per chiudere un affare.
Ripenso a queste sensazioni mentre preparo la mia borsa. Avevo da poco salutato
i miei nuovi amici e rinnovato il desiderio di rivederli. Chissà dove
e chissà quando. Ero consolato dalla bella esperienza condivisa, perché
non prestabilita od organizzata. A fatica infilo tutto nella borsa che scoppia,
vestiti ed oggetti e ricordi ed esperienze presenti e passate che fanno parte
del mio viaggio, ritrovo il sasso che avevo messo dentro all’andata e
quello raccolto sul viale di accesso di San Salvatore in Cora, ero arrivato
per lasciarne uno ma ne parto con due. Ricordi di sensazioni di odori e colori,
buoni o meno, di sapore di mare che lascia la sua traccia nell’aria o
di leggero vento che ti sfiora quando la temperatura si alza e ti soccorre e
consola. Di sensazione che provi quando stai per preparare la partenza e ti
affacci dal balcone, cerchi di catturare dal buio la luce, che da domani non
vedrai così chiara, che provi quando cerchi sempre nel buio di catturare
la sagoma dei minareti di Santa Sofia che indicano il cielo. Santa Sofia sarà
anche il mio ultimo sguardo alla Città quando domani prenderò
un taxi che mi condurrà in aeroporto, ultima meta di questo viaggio.
Richiudo la borsa pigiando camicie oggetti sensazioni emozioni suggestioni in
un unico ammasso di cose da riportare alla rinfusa. Con i giorni li stenderò
e lascerò che tutto prenda forma fino a leggerne il significato recondito,
sistemarlo nei cassetti della mia memoria e fissarne un’ultima traccia
indelebile. Porto dei libri, un tappeto, ceramiche, pietre e vecchi sigilli
in corniola incisa, scovati in un angolo nascosto tra mille oggetti, e due sassi
in fondo alla tasca.
Ripenso velocemente alle chiacchiere e scambi di idee con Massimo e Silvia,
Roberto ed Elisa tra giorni sereni e lunghe camminate, stanchi ed appagati.
Penso ai libri che mi attendono a casa e a tutti quelli che cercherò
e che mi racconteranno di questa storia. Inevitabile, conoscendomi, ricercare
in nuovi libri tracce della Città, anzi, mi verranno a cercare: io li
attendo.
Stringo la cintura di sicurezza. L’aereo termina finalmente la sua lunga
corsa staccandosi dalla pista. Una virata mi mostra la città nuova che
si estende all’infinito e distese di verde e di alberi, lontano un mare
celeste accompagna la vista fino a galleggiare in fitte nuvole bianche ed ovattate.
Chiudo gli occhi.
Il mio viaggio verso Istanbul, è appena cominciato.