di Carla Polastro
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"Un improvviso desiderio di antiche pietre e di canti"
Christian Bobin
A Gianluca, "amor mi mosse"
Mi ha fatto da prezioso vademecum in questo viaggio attraverso il Nepal, lo
scritto di Pietrone, "Nepal per plantigradi". Definizione che calza
a pennello alla sottoscritta, nota cariatide che, per dirla con il buon vecchio
Eugenio M., appartiene alla "razza di chi rimane a terra"...
Il mirabile testo di Pietrone, però, mi ha posto davanti ad un grosso
problema: cosa scrivere di più, o di originale, su questo Paese? Sul
legno di sal meravigliosamente intarsiato, intagliato e scolpito, così
duro e resistente da sembrare pietra? Sui templi pervasi dall'aroma dell'incenso,
affollati di gente la cui fede è palpabile, col sangue dei sacrifici
sul pavimento, il latte, la frutta, i fiori, il riso delle offerte davanti alle
statue delle divinità? Sull'espressione assorta dei monaci tibetani,
i suoni dei loro antichi strumenti, l'armonia rasserenante delle preghiere e
dei canti? Sugli splendidi bambini, dagli "occhi come olive nere",
sulle aggraziatissime donne in sari, sui loro sorrisi, i loro cenni di saluto?
Sulle verdissime risaie a terrazza, i salici piangenti, le magnolie in piena
fioritura, la rigogliosa bouganvillea, gli alberi dai profumatissimi fiori viola?
Sulle colline più lontane che, come in una stampa giapponese, sono una
massa evanescente, appena percettibile all'orizzonte.
Ho quindi deciso di non scrivere il mio solito "diario di viaggio",
più o meno dettagliato, ma di concentrarmi sulle emozioni, impressioni
e sensazioni che il Nepal e la sua gente mi hanno suscitato, sperando di riuscire
a dare un minimo di coerenza al flusso di parole che mi frullano in testa e
- soprattutto - nel cuore.
Mi piacciono le stanze d'albergo, le antitetiche sensazioni di estraneità
ed intimità che nascono da uno spazio anonimo, che diventa nostro per
un lasso di tempo più o meno breve, che si "popola" di indumenti
ed oggetti famigliari... Così come ha sempre esercitato su di me un fascino
irresistibile la carta intestata degli hotel ed è su quella dello Yak
& Yeti di Kathmandu e poi su quella del Fishtail Lodge di Pokhara, che ho
iniziato a buttare giù i miei primi pensieri, le mie prime impressioni
su questo viaggio.
Mentre scrivo, rifletto sulla "gentilezza degli sconosciuti", su quanto
siano preziosi i fugaci, memorabili istanti d'empatia con chi incrociamo lungo
il cammino e lasciamo entrare - anche solo per quell'attimo - nell'angolo dell'anima
dove, di solito, si sta del tutto soli. Rifletto sull'enormità di quanto
ci accomuna, al di là ed al di sopra delle differenze razziali, sociali,
culturali, religiose, ideologiche, economiche... Sul nutrimento che ci viene
da un sorriso, da una frase o un gesto gentile. Su quanto importante sia per
me (e certo non solo per me!), non lasciarmi imprigionare nello stereotipo-camicia
di forza del "turista occidentale che porta valuta pregiata". Inutile
negare d'essere "anche" questo, ma voglio soprattutto ed innanzitutto
essere qualcuno che reca con sé il proprio desiderio di comunicare, di
capire, di conoscere e farsi conoscere, per quanto possibile in così
poco tempo... Trovo che uno dei più grandi piaceri del viaggiare sia
poter dialogare con persone che, altrimenti, non avresti mai incontrato, siano
esse autoctoni o altri visitatori. Un altro di questi piaceri è rappresentato
dalla lettura dei giornali locali (quando la lingua in cui sono scritti me lo
permette, ovviamente!). Allo Yak & Yeti, ogni mattina, trovo sotto la mia
porta una copia de The Kathmandu Post ed è subito diventato un piccolo
rituale leggerlo prima di scendere a fare colazione, anche se le notizie - ahinoi
- non sono affatto buone.
A proposito dello Yak & Yeti, la sua ala ottocentesca, ovvero il palazzo
rana "Lal Durbar", è magnifica. Di sera, fiocamente illuminata,
è ancora più suggestiva. Vorrei veder uscire dalle cornici i personaggi
storici immortalati nei dipinti e nelle fotografie appesi alle pareti. Gentiluomini
in alta uniforme, delicate signore in sari o crinolina, la preziosità
delle parures: li immagino scendere lentamente l'imponente scalone che adorna
la grande sala centrale, dal soffitto altissimo, nel brillio di centinaia di
candele. Mentre mi aggiro senza fretta tra le sale, mi sembra di sentire le
note dei walzer importati da Vienna, il brusio delle voci, il profumo inebriante
delle signore, che si confonde con quello dei fiori.
Nel curatissimo giardino dell'albergo, dove non giunge alcun rumore dalla città
che è pure tutto intorno a noi, parrebbe d'essere in un qualsiasi Paese
europeo. Ma basta alzare gli occhi e vedere una scimmia che corre sul tetto,
per rendersi conto di essere invece in Asia! Un corvo si posa su di un tavolino
e beve tranquillamente da un bricco del latte, ciò che resta del tea-break
di qualche ospite. Arriva un gatto (l'unico che abbia visto qui in Nepal): un
ospite giapponese gli dà da mangiare dei pezzetti di muffin, io del latte
da bere. Il micio sembra apprezzare entrambi e vi fa subito onore! Un gruppo
di donne fa yoga vicino al grande salice. L'aria è satura del profumo
delle magnolie e del gracchiare fortissimo dei corvi. Il cielo è percorso
da enormi nuvole, come in un affresco manierista.
Un piccolo episodio che illumina la mia intera giornata: in ascensore incontro
un giovanotto con in braccio un cucciolino tutto nero di forse sei settimane,
una vaghissima somiglianza con un labrador. Mi dice di averlo trovato alla frontiera
con l'India e di aver deciso di adottarlo. Decisamente un soul-mate! Gli racconto
di Lea, Camilla e Daphne, le mie pelosotte adottate in un canile, e concludiamo
- all'unisono - che sono cani meravigliosi, pieni d'amore e di gratitudine.
Scene di ordinaria, serena quotidianità, lungo le strade che portano
da Kathmandu al Terai, dal Terai a Pokhara, e da quest'ultima nuovamente alla
capitale. Un giovane uomo porta un bimbo sulle spalle: di colpo, rivedo me stessa
a cavalluccio sulle spalle di mio Padre, nelle nostre lunghe passeggiate valdostane.
Ricordo quanto bello, spensierato e sicuro apparisse il mondo da lassù,
la certezza che nulla di brutto mi potesse capitare, finché ci fosse
stato il mio alto Papà a proteggermi. Ora è il turno del bimbo
nepalese...
Passa una donna, i capelli corvini raccolti in un morbido chignon, a mettere
in risalto l'eleganza del lungo collo sottile. Sembra una statuina di Tanagra
che, per magia, abbia preso vita.
Un bambino gioca con due caprette e ha l'aria di divertirsi un mondo. Ride,
con l'adorabile risata di gola tipica della prima infanzia. Un altro corre a
perdifiato, seguito entusiasticamente dal suo cane. Su di un piccolo prato,
dei ragazzini giocano a cricket. Lo scenario è ben diverso dagli impeccabili
sports grounds del St. John's College di Oxford e dalle immacolate divise dei
suoi studenti, ma il piacere del gioco - è evidente - appare identico!
Dopo il caos di Kathmandu, è piacevolissimo trovarsi nella quiete della
giungla sub-tropicale del Terai, nonostante il caldo umido feroce. Visitiamo
il Royal Chitwan National Park a dorso d'elefante ed in canoa. Com'era facilmente
prevedibile, di tigri e leopardi neanche l'ombra! Incontriamo invece rinoceronti
unicorno, cinghiali (con i loro deliziosi cuccioli dal manto striato), manguste,
un pitone, cervi pomellati, bufali, stupende farfalle nere e turchesi a frotte,
pavoni (che all'alba faranno risuonare il loro lugubre verso), un'antilope.
Lungo il fiume Rapti, troviamo numerose egrette, martin pescatore, un'aquila,
molti altri bufali, ma nessun coccodrillo.
Non c'è habitat naturale che io trovi più affascinante di questo,
coi suoi alberi dal foltissimo fogliame (sal, baniani, pipal), col rosso squillante
dei simal ed il bianco avorio delle magnolie, l'altissima elephant grass, sfiorata
dalla lieve brezza che si leva al tramonto. Il silenzio rotto soltanto dai versi
degli uccelli e dai pesanti passi degli elefanti che - al pari di uno schiacciasassi
- abbattono tutto ciò che si trovano davanti. Osservo con grande attenzione
i gesti ed i movimenti dei taciturni kornak: i comandi vengono impartiti premendo
i piedi contro le orecchie dei pachidermi, talvolta a voce.
La notte, dal mio bungalow del Gaida Wildlife Camp, sento l'incessante frinire
dei grilli. Mi fa un'impressione strana, un po' irreale, questo suono così
famigliare in un luogo che di famigliare non ha proprio nulla! Un'emozione fortissima,
indimenticabile, ci viene regalata a Pokhara, nell'incantevole giardino del
Fishtail Lodge, nella luce tenue e soffusa dell'aurora che - pian piano - illumina
le cime dell'Annapurna, che si stagliano contro il cielo limpido e si riflettono
nelle acque tranquille del Lago Phewa. Il pomeriggio precedente c'è stato
un violentissimo temporale, i prodromi della stagione dei monsoni che sta per
giungere, con vento, grandine, tuoni e fulmini, le strade trasformate in torrenti
impetuosi in pochi istanti. Subito prima del nubifragio, in barca, ammiro la
cupa bellezza del lago sotto il cielo plumbeo, solcato dalle prime saette. Torno
al lodge che sono da strizzare e ben presto la mia camera è pavesata
di indumenti appesi ad asciugare!
Il viaggio si è concluso in bellezza, con il volo panoramico (Mountain
Flight), a bordo di un Beech 1900D della Buddha Air. Sottoscrivo in pieno il
loro slogan: "Non ho scalato l'Everest, ma l'ho toccato con il mio cuore"!
Già sul volo da Doha, "strategicamente" seduta accanto ad un
finestrino sul lato sinistro dell'aereo, avevo potuto ammirare, quasi senza
fiato per l'emozione (non certo per lo sforzo fisico!), alcune cime dell'Himalaya,
con le nuvole - simili a panna montata - che si confondevano con la neve. E
tutto quel candore creava un fantastico contrasto con l'azzurro intenso del
cielo. Purtroppo, però, durante questo breve soggiorno in Nepal, è
successo qualcosa di terribile di cui sono stata testimone, insieme ai miei
tre compagni di viaggio ed al nostro autista (oltre a migliaia di altre persone,
naturalmente): un camion, sulla highway che collega Kathmandu a Pokhara, ha
investito ed ucciso due bimbi. Non dimenticherò mai i loro corpicini
stesi sull'asfalto, i piccoli piedi costretti nella spaventosa immobilità
della morte, che non sapranno più la gioia delle corse e dei salti. Non
conosco i loro nomi, quanti anni avessero, so solo che ho pianto per loro e
per i loro genitori. Spero con tutte le mie forze che ora siano in quel luogo
molto speciale che dev'essere il paradiso dei bambini, insieme al mio fratellino
Carlo Ottavio... Queste mie righe sono dedicate anche a tutti loro.
Carla Polastro