Petra

 

di Saver

"Viaggiare è un modo di leggere il mondo,se è vero che ogni modo di stare al mondo ha un suo stile. E scrivere di viaggio è un momento per confrontare e saggiare quali rapporti corrono tra intuito,memoria e giudizio". Una vecchia valigia di cuoio che resiste al tempo con la chiusura a scatto piena di fogli appunti fotografie di viaggio di cose trovate in giro per il mondo girato in fretta,come viaggiare che non si dovrebbe mai fare. Comunque c'è un tempo per scrivere e per trovare uno spazio dove infilare i ricordi e allora un foglio bianco incontra alcuni pensieri persi e così tra le righe, di getto, cadono un po' di parole. Ora a trovare un modo, ora una combinazione, così per sublimare quell'incontro, per ricordare a me stesso ancora una volta con una fotografia di parole ingiallite quel luogo. Tra le mani gli appunti di Petra. Gran parte di Petra è ancora sepolta tra la polvere di arenaria rossa e con essa quasi tutta l'abilità dei Nabatei che regnarono sulle terre a est del Giordano. Qui passava la via carovaniera lungo la quale si trasportavano le sete cinesi di qualità e di brillanti colori e la città era stata edificata in un punto strategico sopra un passo dei monti Shara che dividevano con la loro altezza tutta intorno ai mille metri l'antica Arabia e la Siria da Palestina ed Egitto. Quando fu occupata dai Romani nel 106 d.C. Petra contava circa 30 mila abitanti , ma furono loro nel II° secolo dirottando le vie commerciali a condannare a morte questa meravigliosa città. Dopo duemila anni le antiche ombre si stagliano ancora sul deserto e quel vento porta per un attimo mescolate ai granelli di sabbia ancora una volta le grida dei bambini che accorrevano alla carovana, per annunciarla tra i fuochi lievi della sera tra i fumi profumati di tè e le braci odorose di carne. Proprio come questo profumo di pane cotto su di una lastra metallica posta sopra un piccolo fuoco d'acacia acceso sulla sabbia che si diffonde insieme al fumo nell'aria tiepida di Petra. Afez mi lancia i suoi occhi profondi e neri e mi appaiono ora a un tratto le sue mani, mentre affondano ritmicamente nel bianco e sacro impasto beduino del pane. Mani scure e ricamate con disegni immortali figure intrecciate, dai percorsi indefiniti di punti neri che corrono a salire lungo il suo braccio che vanno poi a sparire come un wadi*sparisce nella sabbia, come una via di stelle lontana, tra la pelle nascosta dai panni,ampi e neri come la notte , che misteriosamente avvolgono il suo corpo e gran parte del viso. Sembra ancorata,scavata in questo paesaggio monumentale fatto di roccia che incombe mentre noi invece siamo qui spersi a cercare con la mente a disegnare figure di consolazione o stelle già cadute e perse nella notte silenziosa del deserto e incrociando il vuoto di un cielo così ampio fatto di tramonti di un colore stupendo che si conserva qui nell'arenaria mentre sopra noi passano carovane di nuvole lunghe,lunghissime, di una lunghezza spropositata a cui non siamo abituati. Suo padre è qui tra gli scoppiettii del piccolo fuoco con le spalle rivolte a nord coperte appena da un panno di lana scuro e lo sguardo fisso nel vuoto perché ha perso la vista consumata nella troppa luce di questa terra. Il suo volto come cuoio vecchio è una mappa di quei luoghi vissuti così immensi, silenziosi e vuoti e solo a tratti riempiti da qualche volo d'uccelli che vanno ignorando i confini e dai belati delle sue pecore. Loro hanno sempre vissuto qui a pochi passi dal centro di Petra. Appartengono alla tribù dei Bedoul . La sua famiglia è composta di dieci persone e sei dei suoi otto figli sono cresciuti in una grotta qui vicino. Hanno utilizzando per vivere l'acqua di una cisterna nabatea per le loro necessità fino a quando nell'anno 1985 Petra fu dichiarata patrimonio dell'umanità e allora costretti dal governo andarono via a vivere in casermoni di cemento tutti uguali costruiti lontano da qui. Ma tornano spesso a vivere a Petra. Mi parla rivolto con lo sguardo come a seguire i confini di arenaria che cadono nella sabbia, con il suo inglese stentato rubato ai tanti turisti passati. Mi racconta piano. Tanto io ho tempo, stanotte dormirò nella loro kheyma* per godere il tramonto. Poi proseguirò, andrò via all'alba domani . Questa terra è immersa nei misteri del passato, in questo suolo calpesterai delicati frammenti di ceramiche nabatee e domani, prima dell'arrivo dei turisti nella prima mattina,percorri per primo la strada, potrai cogliere a tratti anche i rumori dell'antica città,sentirai come allora i versi dei cammelli. Sentirai le voci raccolte come bisbigli tra la prima luce che attraversa le roccia e vedrai i primi raggi di sole incantati, portare l'antico pulviscolo sospeso,lo respirerai movendoti tra le antiche mura e troverai quelle vie d'acqua che permettevano la conservazione del prezioso liquido miracolo e vita di questa antica città. Io invece qualche volta al tramonto amo tornare verso lo spazio aperto e attendere là il vento per sentire ancora una volta la voce di Kaled,uno dei miei figli. Fu là nell'erg* che il mio sguardo rimase fisso all'orizzonte l'ultima volta che lo vidi, chiedevo aiuto a Dio,solo e impotente sotto questo cielo giordano mentre la vita abbandonava Kaled e il calore della sabbia continuava a scaldare inutilmente il suo corpo. Con l'orecchio appoggiato alla sabbia sentii i suoi ultimi battiti convulsi, allora gridai più volte: waladì* Kaled con tutto il mio dolore e la voce scavalcò tantissime dune. Ma lui fuggì lontano in fretta e si perse laggiù sull'onda ramata di luce che fluttuava dondolante,si perse verso il sole dove i miei occhi lo inseguirono a fantasticare per ore.

Saverio

*Wadi : fiume secco
*Keyma : tenda
*reg : deserto di pietre
*waladi: figlio mio