di Jack Burton
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Come il solito ci siamo svegliati tardi, per questo dobbiamo affrettarci se
vogliamo consumare la colazione prima della partenza. Sono le 7.30 del mattino
e la "sala delle colazioni" dell'albergo, in realtà costituita
da un ampio porticato ci accoglie con il profumo delle uova e del bacon ben
cotto. Mario e Chiara, i nostri compagni di viaggio, ci hanno preceduto e stanno
già servendosi un'abbondante dose di caffè' nero e pane tostato.
Ordino un paio d'uova fritte e bacon per me, mentre Moon e Giulia si orientano
verso il vasto assortimento di frutta fresca: cocomero, piccole banane, e "lamoot"
dolci e succosi. Il tempo di divorare il tutto ed un minibus della Royal Fern
si ferma dinanzi alla reception.
Si parte.
Anche quest'anno abbiamo deciso di utilizzare come base per la nostra vacanza
l'isola di Phuket. Ormai la conosciamo a memoria e non fatichiamo a notare i
cambiamenti dall'ultima nostra visita. E' sempre più affollata ed occidentalizzata,
è stata ormai stravolta, e con lei i suoi abitanti travolti dal rullo
compressore dell'industria turistica. Ha perso molti dei connotati tipici di
un'isola tropicale, sono spariti molti degli stereotipi che popolano i sogni
dei turisti occidentali, ma ha mantenuto indubbiamente il pregio di essere un'ottima
base di partenza per escursioni a medio raggio ed è ancora in grado di
regalare, al visitatore attento, angoli di rara ed incomparabile bellezza.
Mentre il minibus corre sulla larga strada che conduce a Phuket Town, mi soffermo
a vedere il netto contrasto tra il sonnacchioso mattino dei centri turistici
costieri e la fervida attività delle località dell'interno, dove
gli abitanti sono già tutti al lavoro. Al terminal marittimo di Rassada
Port il battello ha già cominciato ad imbarcare i passeggeri. La sua
destinazione è la famosa isola di Phi Phi Don, quindi l'imbarcazione
è al completo. I bagagli dei viaggiatori sono stivati alla rinfusa e
quelli che non hanno trovato posto in stiva formano una montagna nelle prime
file di sedili.
Durante la notte un forte vento caldo ha soffiato impetuoso, lo sentivo fischiare
attraverso le palme del resort, e sono un po' preoccupato per le condizioni
del mare. All'orario previsto il battello molla gli ormeggi percorrendo un breve
e basso canale prima di lanciarsi in mare aperto. Le onde s'infrangono contro
l'alta prora mentre l'imbarcazione, probabilmente ben appesantita dal centinaio
e passa di passeggeri, le supera senza problemi. A bordo servono caffè
e biscotti e molti approfittano di questo per integrare la colazione consumata
in fretta. Ora il mare si è fatto più calmo e ha abbandonato il
colore smeraldo del sottocosta per assumere quella tonalità di blu tipica
del mare aperto.
Esco sul ponte e cominciano a sfilare ai lati della barca isolotti senza nome,
panettoni di granito ricoperti da alberi verdi; in lontananza le due sagome
delle Phi Phi Islands. Dopo un paio d'ore i diesel riducono i loro giri e la
massa vociante di turisti inizia la ricerca dei bagagli. L'imbarcadero di Ton
Sai Bay, con la sua bianca scritta "welcome" pitturata sul tetto,
ci accoglie sotto un sole abbagliante
Il battello che ci condurrà alla nostra meta non è ancora arrivato,
perciò non resta che attenderlo all'ombra della "stazione marittima".
Ero convinto che pochi avrebbero proseguito il viaggio ed invece mi accorgo
che molta gente si sta radunando sul molo. Mentre Giulia distribuisce briciole
di pane ai pesci corallo che nuotano sotto il pontile, osservo i passeggeri
in attesa: mentre nella prima tratta del viaggio la maggior parte dei viaggiatori
era accompagnata da capaci valigie, ora la quasi totalità dei turisti
in attesa è munita di capaci zaini da dove spuntano stuoie, bottiglie
d'acqua e cuffie di walkman. Sono quasi tutti giovani di evidente provenienza
nordeuropea o statunitense, questi nuovi "backpackers" non sfoggiano
bagagli ingombranti o attrezzature fotografiche di lusso e non hanno bisogno
di consultare continuamente mappe o cartine, passano l'attesa leggendo libri:
probabilmente loro il viaggio lo hanno studiato a tavolino e sanno alla perfezione
cosa li aspetta. Personalmente non condivido il loro comportamento, mancano
di spontaneità, dell'euforia del nuovo e dell'insolito, di quell'infantile
curiosità che spesso circonda il mio modo ideale di viaggiare. Sembrano
pendolari in attesa del solito bus che li riporterà a casa, non si guardano
mai intorno, ogni tanto distolgono gli occhi dalla loro lettura giusto per controllare
quanto manca all'arrivo. Sembrano completamente indifferenti alla realtà
che li circonda. Sarà un effetto della globalizzazione ?
Finalmente il traghetto, più piccolo e "geloso" del primo,
accosta al pontile; gli addetti fanno scendere le persone sottocoperta per poi
indirizzare i restanti passeggeri sul ponte superiore. A noi tocca il ponte,
i marinai ci fanno segno di sederci per terra mentre l'imbarcazione lascia l'approdo.
Lasciata Phi Phi Don e superato il promontorio di Laem Poh, vediamo le vicine
isole di Bamboo e Mosquito, mentre sfilano sullo sfondo Krabi e le sue decine
di isole. A bordo alcuni procacciatori d'affari stanno cercando, nel breve tempo
della traversata, di catturare clienti per questo o quell'albergo, proponendo
prezzi e mostrando foto e depliants. Conosciamo già i nomi di qualche
albergo, letti sulla Lonely Planet o scovati su Internet; Mario e Chiara propendono
per un resort abbastanza nuovo dai prezzi incredibilmente bassi, personalmente
preferirei qualcosa di più noto come il Lanta Villa o qualcun altro nella
parte settentrionale di Lanta, ma alla fine scegliamo per la spesa minore.
Passa poco più di mezz'ora ed eccola apparire nel caldo sole invernale.
Koh Lanta ci viene incontro con la sua sagoma verde scuro separata dal blu del
mare dalla sottile striscia bianca delle sue spiagge. Guardandola di lato l'isola
sembra immensa; in realtà ciò che si staglia davanti alla prora
del traghetto è l'insieme di due isole ben distinte: Lanta Noi a nord,
dalla forma rotondeggiante, piu' vicina alla terraferma, quasi disabitata, la
cui parte orientale è costituita da un complicato intreccio di canali
e di mangrovie, Lanta Yai a sud, più montuosa della sorella è
lunga e stretta, da nord a sud è attraversata da una piccola catena montuosa
le cui pendici ricoperte di fitta foresta scendono verso il mare fino a costituire
un anello pianeggiante ove corre la stretta strada che, nel fare il periplo
dell'isola, collega i numerosi resort ed i pochi villaggi. Entriamo in quello
che sembra l'estuario di un fiume, mentre in realtà è lo stretto
che separa Lanta Yai da Lanta Noi, costeggiando quello che fino a pochissimo
tempo fa doveva essere un tranquillo e dimenticato villaggio di pescatori. Si
notano senza difficoltà le sue povere origini, i tetti in lamiera e le
stinte assi di legno di alcune abitazioni, ma si notano anche i segni premonitori
di un turismo in via di progressiva espansione: ristoranti realizzati su palafitte,
negozi, insegne e bar.
Con una secca virata che fa inclinare non poco lo stretto battello, ci fermiamo
al Saladan Boat Pier dove veniamo accolti da una moltitudine di persone che,
innalzando un cartello con il nome di questo o di quel resort, si contendono
i clienti indirizzandoli quindi verso diversi pick-up e pochi minibus. Individuiamo
a fatica il cartello dell'albergo da noi scelto e veniamo indirizzati verso
un malandato pick-up modificato artigianalmente per trasportare i clienti. Per
me e Moon non è una novità, nel nord della Thailandia molti collegamenti
sono effettuati con veicoli di questo tipo chiamati "songthaew", i
nostri amici invece sono molto perplessi. A loro scusa va certamente il fatto
che per la prima volta in vita loro si ritrovano proiettati fuori del dorato,
comodo e, per molti aspetti, falso mondo dei viaggi all inclusive dove al turista
è richiesto solo di divertirsi e di pagare. Ora si ritrovano seduti sulla
stretta e scomoda panca della vettura, lamentandosi del cospicuo numero dei
passeggeri e della mancanza dell'aria condizionata. Dopo aver stipato bagagli
e persone, il pick-up parte lasciandosi alle spalle il piccolo abitato di Saladan,
il fondo stradale è solo in parte asfaltato e grosse buche costringono
l'autista a compiere brusche frenate e gimcane improvvise che però non
evitano ai passeggeri sobbalzi notevoli.
La strada scorre ad una certa distanza dalla spiaggia dove sono stati costruiti
la maggior parte delle costruzioni, decine di cartelli ed insegne indicano le
strade secondarie che portano a questo o quell'albergo. Sono tutti nomi esotici:
Sun Fun & Sea, Golden Bay, Diamond Sand, Ocean View, Sea Pearl, Long Beach.
Mi sorge spontaneo il raffronto con le strutture della ben conosciuta Versilia,
quando si percorre in auto la statale dalle parti del Forte. Ma lì non
ci sono palme e noci di cocco. Una piccola strada sterrata ci conduce verso
il mare e verso una bassa costruzione dove una mano imprecisa ha disegnato sul
muro la scritta "Lanta Palace".
A Lanta non esistono costruzioni a più di due piani in quanto le autorità
locali, memori degli scempi urbanistici di Phuket, hanno imposto l'avveduta
regola che ogni costruzione non possa superare le fronde delle palme da cocco.
Questa regola fa sì che, da lontano, i pur numerosi alberghi siano quasi
invisibili, salvaguardando il carattere quasi selvaggio dell'isola. Il resort
da noi scelto è di recente realizzazione, la costruzione più grande
ospita la casa dei proprietari, la reception ed il ristorante, sulla sinistra
una trentina di piccoli, ma moderni bungalows in cemento, a destra un'ampia
costruzione di legno e stuoie è destinata ad ospitare il personale di
servizio. Il tutto all'interno di un palmeto immediatamente a ridosso di un
piccolo tratto di spiaggia racchiuso tra due punte rocciose. L'acqua cristallina
fa intravedere decine di piccoli scogli che faranno capolino durante la bassa
marea, alcune minuscole barche di pescatori locali sono state tirate a secco
e la loro povertà stride con i vicini e variopinti ombrelloni e sdraio
destinati a "farangs" affamati di sole.
Mario, al contrario della sua compagna, non riesce a riprendersi dal breve viaggio
su quello che continua a chiamare "carro bestiame". Cerca di superare
l'impatto con questa realtà per lui strano, ma non riesce a vedere oltre
i lati negativi della situazione. Si aggira per il giardino con l'immancabile
videocamera riprendendo ciò che lo circonda e registrando per i futuri
spettatori le sue impressioni e perplessità.
Il pomeriggio ci vedrà distesi sulla spiaggia nell'attesa di un tramonto
che si annuncia degno di numerosi scatti fotografici. Il vento della notte precedente
è ormai lontano ed una leggera brezza porta fino a noi il profumo del
mare e di terre lontane. Moon e Giulia sono sulla spiaggia e stanno raccogliendo
decine di minuscole e variopinte conchiglie che quotidianamente la marea regala
a coloro che sanno apprezzare quest'angolo di paradiso. Qualche barca passa
al largo puntando verso il nord dell'isola. La spiaggia è completamente
priva di rumori, qui non sono ancora arrivati i potenti motoscafi e le moto
d'acqua che fanno da contorno alla maggior parte delle spiagge thailandesi;
persino le barche dei pescatori sono ancora a remi ed il mare sembra salutarci
con lo sciacquio della marea che si ritrae.
Mi distendo su di una sdraio, la Nikon posata sulle ginocchia, ed aspetto senza
fretta. Il globo luminoso cambia man mano la sua tonalità, passando dal
bianco incandescente al giallo e quindi al rosso intenso. Sulla battigia Giulia
rincorre felice frotte di piccoli granchi che scavano le loro tane nella sabbia.
Ora il disco del sole si è fatto di porpora e si è appoggiato
sull'orizzonte. Attraverso l'obiettivo lo vedo affondare nella massa liquida
e quasi immobile del mare lucido, mentre nella foschia della sera s'intravedono
le ombre di isole lontane. Il mare è d'oro e il cielo di un rosa intenso.
Tutti sono immobili con lo sguardo rivolto ad occidente, mentre il silenzio
del tramonto è rotto dalla roca voce di un muezzin che chiama i fedeli
alla preghiera.
Dopo una notte tranquilla trascorsa in un silenzio quasi innaturale, il sole
spunta da dietro la piccola catena montuosa che costituisce la spina dorsale
di Lanta. Abbiamo deciso di fare un giro in barca alla ricerca di fondali su
cui fare snorkelling ed alla scoperta di altri isolotti vicini. Per la felicità
di Mario ci vengono a prendere alle otto in punto con un altro pick-up, questa
volta privo di panche e di ripari. Siamo circa una decina stipati nell'esiguo
cassone, penso a quello che sta passando nella testa del nostro amico, Moon
lo guarda e ride osservando la sua espressione quasi disperata. A Saladan un
grosso battello ha già avviato i motori ed in breve ci avventuriamo attraverso
stretti canali in mezzo alle mangrovie. L'acqua non è certamente invitante,
col suo colore verdastro, ma in questo momento e' la vegetazione la primadonna
della scena. Migliaia di tonalità di verde ci scorrono velocemente intorno,
dalla riva una foresta ininterrotta arriva fino ai 500 metri della sommità
della montagna. Qui la mano dell'uomo non è ancora arrivata e la natura
la fa ancora da padrona. Superato il piccolo ed isolato villaggio di Thung Yée
Phang la barca entra in mare aperto e si dirige verso uno dei tanti isolotti
della zona. Sopra una piccola punta rocciosa è stato costruito un minuscolo
riparo per i pescatori, alcune boe da ormeggio consentono alle barche di fermarsi
senza dover buttare l'ancora rischiando di distruggere le formazioni coralline.
Una sgradita sorpresa ci accoglie in acqua, alcune specie di coralli in questa
stagione rilasciano invisibili spore urticanti. Pur non essendo pericolose,
rimanere a lungo in acqua può rivelarsi veramente difficile. Una miriade
di pesci multicolori ci passa accanto, grossi carangidi fanno capolino dalle
loro tane ricavate nell'intreccio dei coralli blu e rossi. Un vero peccato non
poter rimanere a lungo in mezzo a questi splendidi animali. Il battello riparte
verso altri isolotti e nuove spiagge mentre un marinaio distribuisce fette di
cocomero e di ananas. Dopo una sosta a Koh Chueak, la barca si dirige verso
la costa sabbiosa di Koh Ngai, una tra le più grandi delle tante isole
del mare tra Lanta e la costa di Trang. Subito a ridosso dell'arenile l'equipaggio
allestisce un'improvvisata mensa da campo, servendo riso all'ananas e calamari
in umido. Ci stendiamo all'ombra di un grande albero di casuarina le cui radici
sbucano nella sabbia e sembrano raggiungere la cristallina acqua del mare. Mario
e Chiara preferiscono saltare il pranzo e fare snorkelling nelle tranquille
acque della piccola baia. Sulla spiaggia il grosso scheletro di un peschereccio
semidistrutto. Il tempo di una piccola sosta ed il comandante della barca ci
avvisa che è ora di riprendere il mare. La nota prossima meta sarà
l'isola di Muuk che cela al suo interno una meraviglia della natura: la Emerald
Cave.
Le poche miglia che ci separano da Koh Muuk sono superate in pochi minuti; la
barca si ferma a fianco di un paio di grossi traghetti intenti a scaricare in
mare decine di turisti per la maggior parte cino-thailandesi che si concedono
un periodo di vacanza in occasione del Capodanno Cinese. In mare alcune grosse
cime delimitano un corridoio che conduce verso un'ampia grotta che penetra all'interno
del granitico monolito dell'isola.
Moon indossa per sicurezza un giubbotto salvagente, Giulia un paio di braccioli
gonfiabili, mentre io prendo, piu' per prudenza che per necessità, una
maschera subacquea. L'acqua e calda e limpida, ci dirigiamo verso l'interno
della grotta tenendoci a debita distanza da una sorta di trenino umano di cinesi,
il fondo marino illuminato dai raggi del sole pomeridiano fa da contrasto alla
volta nera dell'antro. Nuotiamo tenendoci per mano ed in breve ci ritroviamo
nell'oscurità quasi assoluta. La caverna compie una serie di curve e
quindi la luce esterna non raggiunge mai la parte centrale; nel buio le voci
degli altri nuotatori rimbombano assumendo i toni di una dantesca cacofonia.
Dopo aver abituato gli occhi alla semioscurità, mi dirigo verso una tenue
luminescenza che appare in lontananza facendo ben attenzione a non urtare le
taglienti sporgenze della roccia; andando avanti la penombra viene man mano
spazzata da una lama di luce sempre più intensa fino a quando non arriviamo
alla fine del lungo tunnel naturale.
Meraviglia delle meraviglie! Una piccola baia appare all'interno dell'isola.
Circondata da altissime pareti verticali, senz'altra via d'uscita se non la
grotta appena percorsa, una piccola e bianchissima spiaggia si stende davanti
a noi, un fitto boschetto di alberi di vari tipi ne costituisce il contorno.
L'acqua, molto bassa, è così limpida che non riusciamo a individuare
la linea del bagnasciuga. La sabbia, impalpabile e bianca come talco, luccica
illuminata dai pochi raggi di sole che la raggiungono. Molte persone ora sono
uscite dalla caverna, eppure non si odono più le grida di finto terrore
o gli schiamazzi dei più giovani. Quasi in silenzio, tutti guardano il
limitato orizzonte per poi alzare lo sguardo verso la piccola porzione di cielo
visibile tra le scoscese pareti.
E' una sensazione indescrivibile; in questo momento, come in un mondo parallelo,
impenetrabili pareti di roccia ci separano dalla civiltà, dalle macchine,
dal mondo intero. Le nostre preoccupazioni, i nostri pensieri ed il nostro stress
sono rimasti fuori, al di là di quella lunga grotta scura che, ahimè,
prima o poi dovremmo riattraversare. Il mio più gran disappunto in questo
momento è quello di non avere avuto a disposizione un contenitore stagno
per trasportare la Nikon, ma forse non è stato un male. Il lavoro che
la natura ha compiuto nel corso di millenni non avrebbe potuto essere adeguatamente
riprodotto su di un pezzo di carta, quando invece è tuttora vivo e completo
nei miei ricordi. Con un pizzico di malinconia nel fondo del cuore c'immergiamo
nuovamente nel buio della caverna, nuotiamo più in fretta quasi per allontanare
da noi l'impossibile desiderio di restare.
Giunti al battello il metallico freddo della scaletta di risalita ci richiama
alla realtà, per fortuna addolcita da una fresca fetta di anguria che
un marinaio sta distribuendo ai passeggeri. Il motore diesel si avvia e, dopo
pochi minuti, il bianco faro di Ta Noad Cape, estrema punta meridionale di Koh
Lanta, appare sulla nostra destra, mentre i colori, nel tramonto tropicale,
assumono tonalità sempre più calde. Mai Pai, Khlong Jak, Nui,
Kantang, le piccole baie situate nella parte meridionale dell'isola custodiscono
numerose barche alla fonda. Ecco iniziare la lunghissima Khlong Nin Beach, interrotta
di tanto in tanto da piccole punte rocciose che talvolta separano i già
numerosi resort nascosti dalla verde fila costiera delle palme. Nella sua parte
settentrionale la spiaggia assume il nome di Khlong Khoang Beach e diventa più
rocciosa, specie con la bassa marea; mentre i resort si fanno più numerosi
la costa ritorna sabbiosa prima con Long Beach e quindi con il cuore turistico
di Lanta, l'ampia e stupenda baia di Khlong Dao Beach. E' qui che sono stati
realizzati le prime strutture turistiche, prima semplici capanne con il tetto
di paglia, poi moderni e raffinati bungalows in muratura con aria condizionata,
piscine e ristoranti di livello sempre più elevato. Immagino come doveva
essere pochi anni fa, quando il business non era ancora iniziato o, perlomeno,
era solo agli albori. E' il destino dei paradisi turistici thailandesi, e forse
del mondo intero; i luoghi più incantevoli sono all'inizio avventura
per pochi, poi scommessa per piccoli imprenditori coraggiosi, quindi preda per
grosse società dai capitali illimitati. Trenta anni fa Pattaya, venti
anni fa Phuket, poi Samui, Phi Phi, ed ora luoghi come Lanta, sempre alla ricerca
di nuovi paradisi da proporre sui cataloghi dei tour operators. Intanto la barca
ha superato la punta settentrionale dell'isola; quello che durante l'alta marea
sembra un isolotto, ora è la propaggine estrema del promontorio che,
protendendosi verso il largo, separa Khlong Dao Beach dal villaggio di Saladan,
nostra meta finale.
Mentre il sole scende oltre le palme, percorriamo a ritroso la strada che collega
Saladan con il nostro resort. Il tempo di una doccia per sciacquarsi dal sale
di un'intera giornata e l'oscurità della notte, seguendo alcuni gruppi
di scimmie che escono dal folto della vegetazione, scende dalla montagna. Il
ristorante dell'albergo è posto sotto l'edificio principale, in un ampio
porticato che guarda verso il mare. Dal vicino bar, illuminato da decine di
lampadine multicolori, ci arrivano le note di una canzone di Tata Young.
Mario e Chiara sono stanchi della cucina locale e sognano qualcosa di più
italico. Con l'aiuto di Moon sfogliamo il menu mentre la cameriera, avvolta
in un vestito tradizionale color porpora e oro, attende paziente. L'attenzione
dei nostri amici è richiamata dalla scritta "spagetti bolognaise"
e, pur superando qualche nostra perplessità, ci convincono a tralasciare
l'onnipresente riso a favore di un piatto di pasta. Con gradita sorpresa, forse
anche dovuta al fatto che ormai da lungo tempo non assaggiamo qualcosa di mediterraneo,
gli "spagetti" sono veramente buoni ed abbondanti. Al bar alcune persone
si sono sedute sugli alti sgabelli, in realtà semplici grossi tronchi
d'albero piantati a terra; la musica di sottofondo riesce solo in parte a superare
il rumore del mare che lentamente s'infrange sulla battigia. Dopo un caffè
all'americana ci accomodiamo in alcune poltrone di vimini nel giardino vicino
alla spiaggia. Qualche chiacchiera e diversi momenti di silenzio in cui ognuno
è assorto nei suoi pensieri, Giulia ha trovato una coetanea thai, probabilmente
figlia di qualcuno del luogo, ed entrambe giocano tra il prato e la spiaggia,
mentre nel buio della sera migliaia di stelle ci fanno da tetto.
Il sole è già alto quando ci svegliamo dopo una notte tranquilla,
a tratti rotta dal rauco richiamo di un "tuckee", una specie di lucertolone
che nottetempo contribuisce a mantenere accettabile il numero di zanzare ed
insetti. Decidiamo di dedicare la giornata all'ozio e, dopo una discreta e rilassata
colazione, ci stendiamo sotto gli ombrelloni. Qualche barca raggiunge la riva
per far salire piccoli gruppi di turisti in gita, qualcun'altra passa lontano,
oltre gli scogli che la marea non ha ancora cancellato. Il sole è bruciante,
per cui passiamo la mattinata a fare la spola tra l'ombrellone e l'acqua del
mare. Dolce far niente. Un altro dei lati positivi di Lanta. A Phuket o a Krabi
saremmo stati probabilmente invogliati a muoverci vuoi dalla voglia di acquistare
qualcosa, vuoi dalla necessità di sentirsi il mare addosso. Qui invece
c'è tutto e niente nello stesso tempo. Il mare ci aspetta a pochi metri
dal bungalow, mentre sono lontani i negozi pieni di souvenirs o i drivers di
taxi o barche che propongono questa o quella meta.
Dopo esserci rosolati a dovere ed aver indossato un minimo di vestiario, decidiamo
di andare a cena a Saladan. Una breve contrattazione con il proprietario del
resort per il prezzo della corsa e siamo pronti a partire; il pickup ci porterà
in paese e, alle 22, ci ritornerà a riprendere.
Alle porte di Saladan già si respira un'atmosfera diversa; nell'ampio
cortile di una scuola è in corso una sorta di festa paesana: bancarelle,
giostre, musica e perfino una piccola ruota panoramica. Io e mia moglie saremmo
dell'idea di fermarci qui, ma l'ambiente e' troppo al di fuori dei canoni dei
nostri compagni di viaggio. Preoccupati per la polvere e per il cibo per loro
inusuale, preferiscono il classico ristorante all'atmosfera chiassosa della
festa. Mentre ci dirigiamo a piedi verso il centro del villaggio Mario chiacchera
al telefonino con la figlia rimasta in Italia descrivendo la situazione con
partigianeria e disgusto. Con la coda dell'occhio osservo Moon, osservo i lineamenti
del viso contratti nel sentir parlare male del suo Paese. Mi rivolgo a lei in
inglese, lingua sconosciuta ai nostri amici, cercando di calmarla nell'evidente
tentativo di evitare di guastare una serata di vacanza. Vicino al mare, appena
superata la minuscola stazione di Polizia, troviamo un ristorante gestito da
pescatori locali dove sono esposti pesci dall'aspetto invitante.
Scegliamo una bella cernia e diamo le dovute istruzioni al cuoco per cuocerla
a dovere. Un inserviente ci guida attraverso una costruzione dove sono appesi
a seccare decine di pesci, alcune donne stanno riempiendo capaci scatole di
vimini con altri pesci più piccoli cospargendoli quindi di sale. Superata
questa zona di lavoro il locale si allarga in una gran terrazza coperta su palafitte
dove molti dei tavoli sono già occupati. Ci viene riservato un grosso
tavolo al centro del porticato. Malgrado i commenti negativi di Mario, la cena
è veramente notevole, un susseguirsi di bontà semplici quanto
prelibate preparate sul momento. I dolci poi, manane fritte e torta di cocco
e cioccolato, sono veramente superlativi, tanto da addolcire anche l'umore di
Mario stesso. Il pickup del resort è già in attesa al punto stabilito
e il viaggio di ritorno e' scandito solo dal rumore del vecchio motore.
I nostri giorni sull'isola passano lenti ed in fretta nello stesso tempo. Sembra
un paradosso, ma la mancanza di orari e regole lascia spazio al riposo assoluto
rende la giornata libera e selvaggia. Niente pantaloni, scarpe, camicie, usciamo
dal bungalow al mattino con addosso il costume da bagno, una maglietta e con
il telo da spiaggia sottobraccio. Solo pochi passi, prima di sentire le calde
conchiglie sotto i nostri piedi.
Vorremmo andare a visitare la foresta, le splendide cascate, le grotte, ma l'essenziale
abbigliamento che ci siamo portati non consiglia percorsi di trekking e purtroppo,
o per fortuna, molti dei luoghi magici dell'isola sono accessibili solo a piedi.
Preferiamo quindi rimanere tranquillamente tra la spiaggia e le palme, in quel
alternarsi di sole ed ombra che rende le nostre rimanenti giornate pigre e rilassanti.
Ecco il paradosso: lente giornate in una vacanza che vede il calendario sfogliarsi
velocemente. Quando siamo arrivati a Lanta? forse ieri? o una settimana fa?
e che giorno è oggi? Vorremmo che non finisse mai. Il collegamento ad
Internet ci porta notizie di un mondo lontano, probabilmente un altro pianeta,
chiamato Terra. Talvolta ci viene voglia di fare qualcosa di diverso, andare
da qualche parte, vedere qualcosa di nuovo, ma la forza del profumo del mare
e del riposante silenzio ci tengono prigionieri in questa cella azzurra ed abbagliante
che ha come mura solo la nostra fantasia.
Questa è la grande magia di Lanta.
Jack Burton