Thailandia

2000

di Easysmile!

La Thailandia che non ti aspetti
Cari amici, da tanto tempo frequento questo NG, ma mai prima d'ora avevo pubblicato la RECE di un mio viaggio. Credo che per farlo stessi attendendo una occasione speciale, un viaggio cosi’ straordinario e talmente meritevole di nota da non poter passare inosservato. Bene, questa occasione e’ arrivata, e vorrei che voi la condivideste con me. Questa recensione sara’ piuttosto lunga, quindi chiunque vorra’ leggerla fino alla fine si sieda e si metta comodo. Ho preferito infatti scrivere di getto e pubblicare tutto in una sola volta (anche se per non creare mex troppo lunghi la spezzettero’ in 4 parti), nella speranza di dare piu’ enfasi e continuita’ alla mia esperienza. Ed eccola qua!: Come faccio ogni anno nei periodi di bassa stagione turistica, anche quest’anno mi sono preparato un paio di itinerari con I quali raggiungere angoli piuttosto inesplorati della Thailandia, alla ricerca di nuovi luoghi da scoprire e visitare. Come pero’ ogni anno mi succede, questi viaggi hanno in me il potere di farmi sentire tanto piccolo ed insignificante nei confronti di un Paese nel quale vivo da lungo tempo, e che ingenuamente ed istintivamente ho la pretesa di conoscere gia’ bene in virtu’ appunto della mia permanenza. Puntualmente invece mi ritrovo di fronte a realta’ e splendori talmente devastanti quanto inaspettati da farmi capire che questo Paese e’ imprevedibile, immenso ed infinito. Ero partito da Bangkok per questo viaggio di 4 giorni con 18 rullini fotografici piu’ un paio di diapositive (dove mi rechero’, I materiali fotografici non saranno reperibili), credendo che (malgrado mi conosco e so di avere lo scatto facile) sarebbero stati piu’ che sufficienti. Lo scenario che invece mi ritrovero’ di fronte mi costringera’ a finire I rullini ben prima del previsto, cosi’ che non ho potuto documentare l’ultimo dei 4 giorni. In ogni caso prometto che appena avro’ tempo, faro’ la scansione delle foto piu’ significative e le uplodero’ in internet. Datemi solo un paio di settimane di tempo!:-) Questa mia avventura si svolge in un’area di confine decisamente isolata dalla Thailandia “ordinaria”, ad una distanza di circa 800 KM da Bangkok ed abitata in maggioranza da varie etnie minori e provenienti quali rifugiate dagli adiacenti Paesi confinanti (ma non e’ a nord, anche se la descrizione ne puo’ richiamare le caratteristiche). E’ un’area quasi priva di strade (se si eccettua quell’unica che la collega al piu’ vicino capoluogo di provincia, distante comunque 240 km). Il punto di riferimento dal quale partire per la visita e’ un microscopico paesino fatto di capanne di paglia e disperso tra le montagne, dove I locali (come vi dicevo non thai), si stanno a stento (e di certo non aiutati dal governo) organizzando per impostare una certa ricettivita’ turistica impostata sull’ecoturismo. Sono cosi’ gia’ sorti I primi bungalows e guesthouses (che e’ meglio non descrivere!:-) Il protagonista incontrastato di questa area geografica e’ la sorgente di uno dei fiumi piu’ importanti del Paese, che nasce da una catena montuosa piuttosto aspra ed inaccessibile, ricca di una jungla fitta ed inesplorata, e di sorgenti di acqua che sgorgano da tutte le parti e che si gettano copiose su questo imponente corso d’acqua che si ingrossa e si allarga strada facendo. Scendendo dalle montagne, il corso forma delle rapide sulle quali I locali organizzano I percorsi di white water rafting piu’ avvincenti ed impegnativi della Thailandia. Prima di proseguire faccio una premessa: avevo scelto questa destinazione basandomi esclusivamente su una foto che avevo reperito attraverso una collezione fotografica, collezione che aveva come soggetto alcune significative bellezze ambientali dell’Asia. Questa foto rappresentava una cascata cosi’ straordinariamente bella, rigogliosa ed imponente da chiedersi se davvero fosse una foto oppure un disegno! Chiesi in quale Paese orientale si trovava questa cascata. Quando la risposta (che ovviamente fu “Thailandia”) mi giunse alle orecchie, ebbi uno di quei classici smarrimenti durante I quali ci si sente stupidi, disinformati ed ignari del mondo che ci circonda (nel mio caso da mooolto vicino!:-) Decisi cosi’ di partire per il luogo dove quella foto era stata scattata, con l’unica certezza data da questa cascata. Non sapevo niente altro e non mi ero organizzato in alcun modo (ottimo per un agente di viaggi vero?!:-). Pensavo (o istintivamente speravo) di arrivare in loco, trovare un buon hotel dove fare base, quindi esplorare la zona appunto in qualche giorno. Sappiate che io sono persona con indole alquanto poco propensa all’avventura. Mi piacciono maledettamente le comodita, gli hotels di alta categoria, e soprattutto sono alquanto schizzinoso!:-) pero’ (come credo tutti voi) le cose belle non le voglio perdere! Dopo un viaggio in auto piuttosto tormentato e durato quasi un giorno, lungo strade di certo in non buone condizioni e di difficile percorribilita’, giungo (in compagnia della mia consorte) in questo piccolo villaggio. Mi rendo subito conto che il buon alberguccio che vado cercando di certo non c’e’! Ci fermiamo allora di fronte ai bungalow che ci sembrano I meno peggio. Un omone ci viene incontro e ci da il benvenuto. Non e’ thai, ma Karian, e parla una lingua a me non molto comprensibile (purtroppo questo problema lo avro’ durante tutta la permanenza, in quanto I locali che parlano bene il thai sono proprio pochi). Per fortuna mia moglie riesce a comprenderli meglio di me (parlano un dialetto che lei riesce a capire con una certa disinvoltura). Quest’omone e’ il proprietario dei bungalows. Ci invita nel suo ufficio (!?!) dove si trovano altre persone. Gli spieghiamo che cerchiamo un posto dove dormire e che nei giorni seguenti vorremmo dare una occhiata al fiume ed alle cascate della zona, pregandolo di indicarci le strade percorribili dalla nostra Toyota Corolla fino ai luoghi piu’ interessanti. Dalla seguente risata generale di tutti I presenti capiamo subito che visitare questi posti non sara’ invece per nulla agevole, e che se davvero vorremo ammirare da vicino quello che qui c’e’ da vedere, dovremo rimboccarci le maniche e metterci tutta la nostra buona volonta’. Le impressioni sono giuste. Non esiste strada che porta oltre a dove gia’ ci troviamo. O meglio, l’unica strada che ci portera’ alla meta e’ il fiume! Improvvisamente tra noi e quella stupenda foto che avevamo seguito come una cometa, si infrappongono 3 giorni di viaggio in gommone giu’ per un fiume selvaggio, attraversando alcune tra le rapide piu’…..rapide che esistano e dormendo in tenda in accampamenti di fortuna! L’omone ci puo’ organizzare il tour, ed ovviamente si offre di gran lena per farlo. Io e Mem (mia moglie) ci guardiamo abbastanza perplessi. Di certo Lei non e’ molto piu’ coraggiosa di me, e la paura e l’incertezza ci assalgono. Per rientrare al villaggio dal punto piu’ lontano che raggiungeremo (a circa 40 km) l’unico modo sara’ quello di intraprendere un lungo trekking nella foresta. Possono venirci in aiuto solo gli elefanti, gran maestri nello scalare montagne, e che possono riportarci in groppa fino a casa. Malgrado lo sconforto, dobbiamo decidere in fretta, in quanto se vogliamo intraprendere questa avventura partendo il giorno seguente, dobbiamo affrettarci a confermarlo in quanto si devono reperire gli elefanti con una certa urgenza e farli partire per il punto che noi raggiungeremo in gommone, in modo che I poveretti avranno un giorno per riposarsi prima di riportarci indietro. La decisione e’ ardua. Alle nostre spalle abbiamo le 14 ore di auto che abbiamo percorso per arrivare fino in questo luogo ai confini del mondo, e che dovremo ripercorrere a ritroso con grosso rammarico nel caso decideremo di non andare. Di fronte a noi abbiamo invece quella foto fissa negli occhi, unita ora a tanta paura dell’ignoto e di qualcosa che non abbiamo mai fatto. Da bravi abitanti di citta’, provenienti dalla modernita’ e dalla tecnologia, siamo completamente privi dell’equipaggiamento necessario per intraprendere un viaggio di piu’ giorni nella jungla. A dire la verita’ non abbiamo nemmeno la piu’ pallida idea di che tipo di attrezzatura sia necessaria per fare un viaggio del genere! Dopo una davvero sofferta titubanza, ci rendiamo conto che di sicuro non ci sara’ mai piu’ una seconda occasione per scoprire quello che ci attende oltre l’ignoto, e, tutto d’un fiato e con una certa componente di spregiudicatezza decidiamo di partire. Avete presente quelle decisioni che si prendono senza ben rendersi conto di che cosa realmente si ha appena deciso di fare? Avete presente quelle decisioni per le quali un attimo dopo (quando pero’ e’ troppo tardi :-) gia’ ci si e’ pentiti? Bene, quello era il mio stato d’animo del momento! Due delle persone li’ presenti saranno le nostre guide. Inutile dire che nemmeno loro sono Thai. Il capo spedizione (Lung) e’ un ometto piccolo ed asciutto, sdentato e piuttosto buffo. Dimostra gia’ una certa eta’, grazie alla quale riesce ad infondere una impressione di consumata esperienza che in un qual modo ci rassicura. Il suo aiutante invece (Manha) e’ un ragazzetto piuttosto ben piantato, e che sara’ fondamentalmente l’uomo di fatica. E’ quest’ultimo che con una mano sola ci carica tutte le nostre belle e lucide valigie “cittadine” piene di bei vestiti che non ci serviranno e che ci accompagna nel nostro alloggio, dove trascorreremo la notte in attesa della partenza. E’ una camera sporca e per nulla confortevole, dove pero’ dovremo riposare molto bene in quanto la sistemazione che ci attendera’ nei prossimi giorni sara’ ben peggiore. Prima di infilarmi sotto le coperte, da bravo schizzinoso come sono, le controllo e le esamino ben bene, alla ricerca di eventuali scarafaggi o altri “brutti animali” che invece non ci sono, e gli ultimi pensieri che mi confondono la mente prima di prendere sonno sono rivolti ovviamente a quello che ci aspettera’, riflettendo soprattutto sul fatto che mai e poi mai sarei partito da casa se avessi saputo che cosa mi aspettava. Siccome so molto bene che le cose migliori e piu’ interessanti in materia di esperienze di viaggio nascono proprio dalle condizioni inaspettate e non programmate, ma nate per caso, mi faccio coraggio nella speranza che questa circostanza sia di buon auspicio. Fine prima parte.
Ed arriva l’alba. Sempre da bravi “abitanti della citta’”, ingenuamente avevamo fissato la sveglia del cellulare (che in un luogo sperduto come questo non puo’ far altro che fungere da orologio, oltre che da sopramobile). Il gallo invece ci richiamera’ al nostro dovere ben prima del cellulare stesso! Per poter rispettare I tempi siamo costretti a partire alle prime luci dell’alba, diversamente rischiamo che I 3 giorni di viaggio diventino 4! Siamo tra alte montagne, e malgrado l’area tropicale, la temperatura del mattino e’ piuttosto bassa e Mem non fa altro che battere I denti. Ancora con gli occhi pieni di sonno ci incamminiamo per un ripido vicolo che dal resort porta direttamente al fiume. Tra la semioscurita’ scorgiamo molto facilmente il rosso vivo del gommone che sara’ per 3 giorni la nostra casa. Li’ c’e’ Manha. Vispo e veloce come una anguilla, e’ gia’ all’azione da parecchio tempo. E’ alle prese con una pompa elettrica collegata alla batteria di un’auto nell’intento di portare il mezzo a pressione. Questo ragazzone sa molto bene che cosa lo aspettera’: due intense giornate di remate a tutto spiano e senza respiro (Lung, in virtu’ della sua anzianita’, lo aiutera’ ben poco, limitandosi ad impartire ordini e controllando che tutto vada per il verso giusto. Questa e’ una importante caratteristica culturale di tutti I popoli asiatici con I quali sono stato a contatto) ma la cosa non sembra preoccuparlo molto. Tutto e’ pronto. Da bravo capitano Lung ci fa segno che e’ ora di salire a bordo. Lo facciamo, con l’aria di chi sa dove si trova al momento ma non dove sara’ la sera stessa. Sul gommone ci sono 4 remi. Siccome fino a 4 sappiamo contare bene, e di altre persone aldila’ di Lung e Manha non ne vediamo, Mem ed io capiamo che anche per noi sara’ piuttosto dura!:-) Ed eccomi qua: da bravo fifone ed amante delle cose semplici, mi trovo sbattuto sopra un gommone e legato al giubbotto salvagente come un sacco di patate, lanciato giu’ per le rapide con il remo in mano e pronto a dormire in una canadese, io che in una tenda non ci avevo mai dormito nemmeno a Riccione! Il gommone scivola dolce su questo primo tratto di fiume liscio come l’olio. La giornata si preannuncia come nuvolosa, o comunque con visibilita’ non eccezionale, ragion per cui malgrado sia gia’ trascorso qualche tempo, la natura, il verde e l’acqua che ci circondano, ancora non riusciamo ad inquadrarli in maniera nitida. Le foto che faro’ in questa parte del fiume (parliamo gia’ di diversi rullini!:-) saranno pressoche’ tutte da buttare in quanto la luce fioca non sara’ sufficiente a far risaltare I colori delle rocce ed il verde smeraldo dell’acqua. Malgrado mi rendo conto di questo, l’eccitazione che mi assale e’ cosi’ travolgente da farmi inquadrare e scattare su ogni foglia che si muove, o su ogni roccia che incontriamo! Alterniamo zone di relativa pianura nelle quali la vegetazione e’ fittissima e gli alberi scendono grondanti sul fiume, ad altre in cui il fiume stesso si inerpica nervoso sul fondovalle di altissime montange, che ci guardano severe dalla loro dominante posizione a picco sulla nostra testa. E’ ovviamente in questi punti particolarmente rocciosi che il fiume forma le rapide. Incontriamo I primi due salti. A noi fanno gia’ paura, ma Lung li affronta e li oltrepassa con estrema disinvoltura, facendoci capire che questo e’ nulla a confronto di quello che sara’ di fronte a noi. Al primo salto io e Mem siamo davvero spaventati. Vorremmo girare il gommone ed usare tutta la forza della nostra volonta’ per remare a ritroso, tornando la’ dove eravamo partiti. Sul secondo salto invece, gia’ esperti del primo passaggio, ci lanciamo allegri e divertiti con un urlo di sfida e insieme di soddisfazione. Il fiume e’ gia’ nostro! Su questo secondo salto cerco di tenere salda la macchina fotografica e realizzare una foto di “azione”. Il risultato e’ discreto (lo vedrete!:-). Lung pero’ mi lancia un monito severo, facendomi chiaramente capire che sui prossimi salti la macchina dovro’ scordarmela, ed usare le mani per reggermi con tutta la mia forza. Cosi’ sara’, ed il rammarico piu’ grande rimarra’ quello di non aver sufficientemente documentato I salti piu’ belli ed impegnativi. Usciamo poi dalle montagne e ci ritroviamo in un tratto di calma. C’e’ poca corrente, ed il gommone lo si deve portare avanti con la forza delle braccia. Io e Mem ci troviamo nel centro del gommone, Lung fa il timoniere a poppa, mentre Manha rema come un forsennato a prua. Lung e’ una persona piuttosto disinvolta, e si perde volentieri in chiacchiere durante le quali ci illustra le specie di animali rari che si trovano attorno a noi e che se saremo fortunati riusciremo a scorgere. Molti di questi animali purtroppo non li vedremo, ma I loro versi inconfondibili riempiono l’aria che ci circonda in un eccheggiare di gemiti striduli, urla, fischi, mugoli, cinguettii e una infinita’ di altri rumori grevi o acuti che ci proiettano in una dimensione surreale. Visto da dove ci troviamo, Manha ci appare come una robusta molla inarcuata sulla pagaia. Compie dei movimenti ritmici, rotondi, velocissimi e di grossa potenza e rendimento, tanto che il gommone fila veloce sul pelo dell’acqua, emettendo un gradevole gorgoglio ogni volta che la pala trafigge il liscio e regolare tappeto d’acqua per inabissarsi in mezzo alla nitida trasparenza del fiume. Manha e’ come un automa. Non parla mai. Non riusciamo a capire se ascolta I nostri discorsi intavolati con Lung. Forse quegli argomenti non lo interessano. Del resto, lui sa gia’ molto bene quali specie di animali si nascondono attorno a noi. Potrebbe avere 14 anni, o forse qualche annetto in piu’. Di lui comunque scopriremo ben poco, mentre di Lung verremo a sapere vita, morte e miracoli, di lui e della sua famiglia. Procediamo forse da due ore quando giungiamo in una zona dal paesaggio lunare. Qui Il fiume e’ incanalato in mezzo a rocce non troppo alte, ma dalla geometria piuttosto regolare. Sono rocce di facile erosione, infatti il fiume le ha lavorate e scavate sotto, creando delle fosse longitudinali profonde, sotto le quali Manha dirige il gommone. Potrebbero apparire come mezza grotta, sezionata per il lungo. Dai “soffitti” di queste voragini aperte dal fiume scendono diverse stallagmiti che vengono sfiorate dalla nostra testa, tanto che Lung ci deve piu’ volte ricordare di porgergli attenzione per non urtarle visto che la nostra eccitazione per la meravigliosa visione ci fa dimenticare ogni pericolo. Sotto queste rocce e’ davvero molto buio. Buttero’ praticamente tutte le foto qui scattate. Uscendo dal buio di una di queste (sara’ l’ultima), scorgiamo di fronte a noi un’ansa dove il fiume gira improvvisamente a novanta gradi con una curva molto brusca. Una roccia piu’ alta ed evidentemente piu’ dura delle altre gli sbarra inesorabilmente la strada, ma di questa roccia non riusciamo a scorgerne la vetta perche’ la vegetazione che si trova sopra di noi ci impedisce una chiara visuale. Siamo gia’ piuttosto vicini a questa roccia quando percepiamo un improvviso cambio climatico. Ora infatti e’ piu’ freddo, piu’ umido, e piu’ ci avviciniamo a questa roccia, piu’ I colori degli elementi attorno a noi diventano scuri, tetri ed inaccessibili. Per un attimo non udiamo piu’ I versi della jungla, poi un rumore continuo ed inesorabile rompe il silenzio. Non c’e’ dubbio: e’ il rumore di acqua che cade, ma da dove ci troviamo (cioe’ senza ancora aver girato l’ansa), non possiamo ancora scorgere che cosa esattamente sta’ provocando quel rumore. Comunque sia, la mia macchina fotografica ha gia’ capito che di li’ a poco un duro lavoro la attendera’. Manha pianta la pala della pagaia in acqua di fronte al gommone, puntellandosi bene in modo da vincere la resistenza della forza di inerzia che non vuole farci rallentare. Impieghiamo una eternita’ per girare quell’ansa, o almeno cosi’ ci sembra, tanta e’ la voglia di scorgere quello che c’e’ oltre. Finalmente giriamo. La mervaglia della natura che scende da quella roccia ci coglie con il collo e la testa tesi in avanti, come due segugi che hanno puntato la preda. Un muro vellutato ed argentato di acqua scende da una altezza di almeno 15 e piu’ metri, occupando in estensione tutta la parete della roccia stessa che si affaccia sul fiume. Dietro al muro d’acqua si scorgono stallagmiti di varie dimensioni, pareti rocciose ricolme di muschi, e piccole grotte che entrano di taglio nel profondo della montagna, e dove l’acqua del fiume si insinua curiosa nell’oscurita’. La sommita’ dalla quale sgorga l’acqua e’ piuttosto sporgente, tanto che il getto cade praticamente quasi in mezzo al fiume, in questo punto largo non piu’ di una decina di metri da sponda a sponda. Penso dentro di me a quanto sarebbe bello potersi intrufolare dentro e dietro la cascata. Nello stesso attimo, Manha si gira all’indietro e mi sorride. Non capisco se quel sorriso e’ di ammirazione per la meraviglia che abbiamo di fronte, oppure se mi abbia appena letto nel pensiero. Comunque sia, con un unico possente colpo del suo remo, ci ritroviamo completamente inondati da quello stupendo getto che ora non e’ piu’ davanti, ma sopra di noi. In un attimo ne usciamo dietro. Ora la roccia ricca di muschi e stallagmiti e’ a un palmo dal nostro naso. La tocchiamo, o meglio la accarezziamo con rispetto. Poi Lung ordina qualcosa di incomprensibile a Manha, che con una reazione immediata ed incondizionata riattraversa il getto della cascata mandando il gommone ad arenarsi sulla sponda opposta del fiume. Quindi e’ Manha stesso che ci invita a scendere. Non ne capiamo perche’, ma ci fidiamo di lui e gli obbediamo. Lui ci segue. Completamente fradici dopo la doppia doccia, siamo in piedi di fronte alla cascata, in un punto in cui la vegetazione e’ meno fitta e permette di scorgere il roccione in tutta la sua altezza, ed e’ proprio verso la sommita’ della montagna che Manha ci invita a guardare. Il nostro sguardo si perde fino ad una altitudine che piu’ o meno potrebbe essere di 150 o piu’ metri. Quello che ora abbiamo di fronte ai nostri occhi e che prima non era visibile, e’ uno spettacolo che credo diffilmente dimetichero’. Quel getto sul fiume che avevamo attraversato altro non era che la parte termianale di una ben piu’ gigantesca ed imponente cascata formata da diversi gradini ognuno dei quali analogo a quello terminale. I livelli superiori si trovano in posizioni piu’ esposte al sole, ed un lungo e nitido arcobaleno si staglia nell’aria. Man mano che si guarda sempre piu’ in alto, la prospettiva schiaccia le dimensioni in modo tale da darci l’impressione che l’ulitimo e piu’ alto livello faccia sgorgare acqua esattamente sopra la nostra testa. Penso vi stiate chiedendo se era questa la cascata della mia foto. Beh, se cosi’ fosse stato, la nostra avventura sarebbe gia’ finita!:-) La nostra foto invece contiene qualcosa di molto, ma davvero molto piu’ bello. Ora io e Mem possiamo continuare nella nostra esplorazione, perfettamente consapevoli che questo luogo di sicuro non ci deludera’. Fine seconda parte.
Siamo gia’ di nuovo usciti dalle montagne quando iniziamo ad avvertire un certo languorino. Ci troviamo ora in una zona piuttosto piatta, dove la vegetazione e’ molto piu’ ricca ed impenetrabile dei punti attraversati in precedenza. Lunghe e grosse liane spiovono dagli alberi gettandosi nel fiume, enormi tronchi ricurvi rendono difficile il nostro passaggio. Sono curiosi soprattutto I disegni creati dall’inerpicarsi delle radici degli alberi, che a volte spuntano dagli argini alti del fiume. Ci rendiamo anche conto che questa zona, non essendo montagnosa, e’ piu’ indicata agli insediamenti umani, tanto che ora incontriamo con una certa ricorrenza pescatori, ed avvertiamo in lontantanza I rumori degli elefanti che lavorano nella foresta trasportando I tronchi d’albero ed occupandosi di altre mansioni ingrate. Nel punto invece attraversato prima, non avevamo percepito la benche’ minima traccia della presenza dell’uomo. Cerco di capire che ore sono, ma sia io che Mem abbiamo lasciato I nostri orologi, assieme a tutti I possedimenti di valore, documenti, contanti ed ogni altro oggetto che si possa rovinare o smarrire nella jungla, al villaggio di partenza. Chiedo a Lung, il quale mi mostra radioso il proprio polso nudo e privo di ogni oggetto che possa assomigliare ad un orologio. Come al solito Manha non ha sentito (o non ha voluto sentire) la mia domanda, e non si preoccupa minimamente delle nostre questioni. Inutile chieda a lui l’ora, in quanto il suo polso lo scorgo facilmente, e non c’e’ traccia di orologio. Lung mi sorride mostrandomi la sua bocca sdentata. Mi fa capire che per dove ci troviamo poco importa l’orario. Nella jungla contano solo I periodi di luce, buoni per la percorrenza, e le ore di buio, che invece creano un ostacolo insormontabile. Si rende conto comunque che abbiamo fame. Poco prima di fermarci per il pranzo, scorgiamo una grossa chiatta fatta da possenti pali di bamboo legati tra loro. Su questa chiatta ci sono tre uomini. Due sono pressoche’ nudi, mentre il terzo veste di pochi stracci. Stanno pescando. I pescatori e le nostre guide si scambiano un saluto piuttosto rozzo. La loro attrezzatura e’ composta da reti con grossi piombi alle estremita’, che vanno lanciate a mano. A bordo scorgo un grosso fucile. Chiedo a Lung che diavolo se ne fanno. Mi risponde che lo usano per la pesca, anche se io rimango piuttosto perplesso. Ma ecco che ci fermiamo. Ci troviamo in un punto non distante da quei pescatori, e nello spiazzo dove ci prepariamo per il pranzo si trovano due bambini. Uno e’ davvero piccolo e timido. Cerco di avvicinarlo ma lui non me lo permette. Il secondo invece e’ piu’ grandicello, ed e’ laboriosamente indaffarato a cuocere il riso. Lung mi spiega che lo sta’ facendo per I suoi genitori, e non ci vuole molto per capire che I suoi genitori stanno pescando sulla quella chiatta. Lung annuisce. Il nostro pasto e’ gia’ preconfezionato dal villaggio, cosi’ che il nostro equipaggio puo’ respirare e riposarsi, senza spendere energie alle prese con le padelle. A partire dai prossimi pasti invece, non saranno altrettanto fortunati! E non altrettanto fortunato e’ quel bambino tanto impegnato per la sua famiglia. Dimostra non piu’ di 6 o 7 anni, ma la sua abilita’ nel tagliare la legna, accendere il fuoco, lavare il riso nel fiume e metterlo a bollire sono per la sua eta’ stupefacenti (lo vedrete in azione nella sequenza delle mie foto!). Consumato in fretta il pasto, ci rimettiamo in marcia. Nel pomeriggio completiamo l’attraversamento di questa landa piatta, che di per se’ non offre spunti particolrmente interessanti (a dire il vero attraversiamo zone di natura stupende, ma che sminuiscono di fronte a quello che abbiamo visto in mattinata). Il percorso si fa duro solo per Manha, allorquando incontriamo zone di secca (non siamo nella stagione delle piogge, ragion per cui il fiume non e’ particolarmente ricco di acqua). In queste circostanze Manha deve scendere e tirare il gommone di peso, ma continua a farlo con la sua serena ed impermeabile tranquillita’. Abbiamo un unico sussulto allorche’ un branco di gabbiani piu’ bianchi della neve, si solleva agitato dal rumore del nostro passaggio e vola via in lontananza rasentando il pelo dell’acqua. Finisco in questa occasione un altro rullino di foto, ma nuovamente senza fortuna. Le foto usciranno mosse e non inquadrate sullo svuggevole obiettivo. Peccato. Giungiamo piuttosto presto (mancano sicuramente ancora almeno un paio d’ore all’imbrunire) ad un piccolo villaggetto. E’ qui che dobbiamo passare la notte, in quanto in questo luogo sono custodite le attrezzature preparate in precedenza e che ci serviranno per affrontare il tratto piu’ impervio dell’indomani. Questa attrezzatura e’ costituita dalla tenda, dai sacchi a pelo, dalle vivande e dagli attrezzi da cucina che intelligentemente le guide lasciano custodite in questo villaggio in modo da risparmiarsi la fatica di doverle trascinare lungo il percorso del primo giorno. La base e’ costituita da una capanna fatiscente (che sara’ anche la nostra camera), dove normalmente vive una famiglia di contadini della zona. E’ la donna di casa che accoglie Lung con un caloroso bentornato. Lung ci spiega di avere mal calcolato I tempi. Preoccupato dal fiume in secca e convinto che alcuni passaggi sarebbero stati dispendiosi in termini di tempo, ci aveva inutilmente costretto alla levataccia della mattina. Le braccia di Manha invece, avevano fatto si da far sballare ogni previsone. L’unico rammarico e’ dato dal fatto che se fossimo partiti piu’ tardi, sicuramente avremmo avuto a disposizione una luce di gran lunga migliore per le foto nel punto piu’ bello, ma la calma e la pace del fiume fanno si da far dimenticare ogni rammarico o disappunto. Rapide e frugali presentazioni con I padroni di casa (inutili in quanto non comprendiamo la benche’ minima parola di quello che ci dicono tanto e’ stretto il loro dialetto), una buona cenetta, ed a nanna, con gia’ in saccoccia la visione di quel paradiso di cascata ammirata nel mattino. Il sole e’ gia’ piuttosto alto quando Manha ci sveglia con modi estremamente gentili e rispettosi. Questo gigante buono e’ una persona estremamente educata ed a modo. Ci sta’ davvero simpatico, e lui sa di piacerci. Lung, pacato e flemmatico come sempre, e’ gia’ all’opera da tempo. Lo vediamo alle prese con una grossa scatola di plastica verde militare, dentro alla quale ha sparso un intero sacco di riso. Sapientemente, utilizzera’ il riso come imbottitura per tutto cio’ che e’ fragile, a cominciare dalle uova che ripone sul riso stesso con una precisione chirurgica. Aggiunge poi varie verdure, spaghettini di soia, ed altre prelibatezze che servirano per la giornata. E’ lui il cuoco di bordo, in quanto la cucina e’ considerata cosa di alta classe e sapienza, e Manha non e’ di certo degno di occuparsene. Manha stesso segue questioni piu’ tecniche. Sua infatti e’ la cura del gommone. Tutto sembra piuttosto tranquillo. La giornata e’ piu’ bella e limpida della precedente. Con calma ci accingiamo a consumare un ovetto fritto dalla padrona di casa, quando improvvisamente I movimenti dei due nostri compagni di avventura diventano piu’ ritmici e decisi. In due sollevano con energica risolutezza il gommone e lo ripongono in acqua, quindi con sempre crescente ritmicita’ si apprestano a radunare tutti I pacchi attorno al gommone stesso. Estraggono una pila di grossi sacchi di plastica trasparente, con I quali avvolgeranno la tenda, le vivande, il nostro zaino, ed ogni altra cosa che dovremo portare con noi. Manha, con fare severo e risoluto, ci lancia I giubbotti salvagente. Con precisa sincronia di tempi, ma senza guardarci negli occhi, Lung si raccomanda in modo piuttosto paterno di legarli ben stretti e di assicurarsene delle condizioni e della manutenzione degli stessi. Ora I due sono alle prese con una grossa e lunga corda, tramite la quale stanno assicurando tutti I pacchi al gommone. La corda e’ gia’ molto tesa, ma con malcelate smorfie di sofferenza e di fatica Manha le sta’ tendendo fino al limite con tutta la sua forza. Improvvisamente ed in un batter d’occhio, quella calma e rilassata aria del mattino si e’ gia’ trasformata in una atmosfera importante, tesa ed infuocata. L’atmosfera delle grandi occasioni. Fine della terza parte
Ben presto dopo la nostra partenza, le montagne appaiono all’orizzonte. Sono piu’ alte e piu’ misteriose di quelle del giorno prima. Manha rema nuovamente in modo forsennato, ma con fare piu’ attento e scrutando costantemente il fiume in lontananza. Lung si raccomanda per la macchina fotografica. Ci passa un telo di plastica impermeabile nel quale dovremo prontamente infilare la macchina stessa appena lui ci ordinera’ di farlo. Questo telo ha un gancio. E’ Lung stesso ad assicurarlo al gommone. Lung e’ meno sereno del solito, e guarda Manha con insistenza come per assicurarsi che il giovane ed inesperto rematore stia facendo le cose giuste. In breve le montagne sono gia’ ai nostri fianchi. Viste da piu’ vicino, ispirano un deciso timore reverenziale. Inconsciamente mi auguro che la bellezza delle cose che vedremo di li’a seguire sia direttamente proporzionale all’altezza ed alla maestosita’ delle montagne che le contengono. Le mie speranze non rimarranno deluse. Siamo in un tratto in cui il fiume crea un lungo e perfettamente dritto rettilineo quando Lung inizia ad elargire energiche esclamazioni all’indirizzo di Manha. Dal nostro punto di osservazione non riusciamo a distinguere all’orizzonte nessun elemento che possa giustificare quelle grida, ma non abbiamo nemmeno il tempo di pensare a che cosa ci stia attendendo di fronte che Lung ci ordina severo di riporre la machina fotografica e di reggerci alle funi del gommone con tutta la nostra forza. Immediatamente dopo, dietro un ampio masso iniziamo a distinguere I primi scintillii bianchi della rapida che ci attende. Ancora qualche metro ed ecco che questa forza della natura si propone a noi in tutta la sua selvaggia bellezza, ed allo stesso tempo pericolosita’. Manha inizia a frenare con tutto il suo vigore. La rapida e’ di una tale imponenza da non poter nemmeno essere paragonata a quelle del giorno prima. Puntiamo I piedi. Manha ha ancora il remo piantato dritto nell’acqua quando Lung, dopo aver sondato attentamente l’ostacolo, istruisce con minuziosi dettagli il suo aiutante sulla traettoria piu’ sicura con la quale affrontare questo salto che ribolle di bianco lanciando schizzi di schiuma fin fuori dagli argini del fiume. Manha ubbidisce alla virgola. Lung continua ad urlare come un forsennato allorche’ il gommone si presenta piatto ed orizzontale sul bordo del precipizio, formato da una netta linea di separazione tra il normale corso del fiume e la rapida stessa. Ci attendiamo che il gommone cada subito nel vortice, invece prosegue nella sua direzione orizzontale ancora per diverse decine di centimetri, fino a che il punto di equilibrio dei pesi non lo fa sprofondare nel vuoto e cadendo cosi’ gia’ da una certa altezza. Riceviamo un colpo secco alla schiena, che accusiamo fortemente in quanto non atteso. Ora le urla di Lung si confondono nel vorticoso frastuono d’acqua, ma gli ordini arrivano ancora precisi alle orecchie di Manha, che rimane talmente fermo e solido sul gommone da apparire come se per lui le rapide non fossero ancora arrivate. Ora I remi dei due non si dirigono piu’ verso l’acqua, ma verso le rocce, nel tentativo di attutire gli urti e di tenere il gommone il piu’ lontano possibile dalle rocce stesse. In un attimo siamo fuori dalla rapida. Allontanatici di inerzia fino a dove la corrente ci spinge, giriamo il gommone all’indietro in modo da poter ammirare con calma l’imponenza di cio’ che abbiamo appena scavalcato. Vista da sotto la rapida non appare cosi’ paurosa come dall’orlo del vuoto superiore, ma riesce comunque a comunicare tutta la sua grandiosita’ ed asprezza. Faccio per estrearre la macchina fotografica in modo da poterla riprendere almeno da sotto, ma Lung me lo impedisce. Siamo nel punto piu’ difficile di tutto il percorso, e qui le rapide si ripresentano in modo continuo ed ininterrotto una dopo l’altra. Subito infatti arriva la seconda, poi la terza e la quarta. Queste rapide sono cosi’ famose ed importanti da avere ognuna un nome. Gli chiediamo quale sia la piu’ bella e la piu’ difficile, e se gia’ la abbiamo oltrepassata. Lung sorride guardando diritto di fronte a se, a significare che il peggio deve ancora venire. Il peggio (o il meglio, a seconda dello stato d’animo ed abilita’ di ognuno!:-) e’ una rapida dal nome piuttosto mistico (non poteva essere diversamamente!:-). SI chiama Keng Khon Mong, che in Thai significa la rapida dell’uomo che guarda. Chiediamo a Lung dove esattamente si trovi e quanta strada dovremo ancora fare prima di incontrarla, e soprattutto il perche’ di un nome cosi’ misterioso. Il nome e’ dovuto alla particolare conformazione dell’altissima montagna che gli sta di fronte e che la origina, sulla vetta della quale si trova un masso dalla forma a quanto pare riproducente la testa ed il corpo di una persona che dall’alto osserva il passaggio degli avventori. Si trova ancora parecchio davanti a noi, e per raggiungerla dovremo navigare ancora ore. E’ una rapida particolarmente difficile e ripida. Soprattutto e’ terribilmente lunga, lunghissima, quasi interminabile. Il difficile su questa rapida e’ dato non solo quindi dalla pura e semplice difficolta’ nel riuscire a dominare le rocce, ma anche saper mantenere I giusti equilibri a lungo, molto a lungo, fino alla fine di tutta la rapida. Proseguiamo, ma con una certa difficolta’ e lentezza. Purtroppo infatti giungiamo in presenza di alcune rapide nelle quali il basso livello del fiume e la scarsita’ d’acqua fanno affiorare le rocce, cosi’ da renderle impraticabili. Piu’ volte dobbiamo scendere e fare la rapida a piedi camminando lungo gli argini del fiume, mentre Lung e Manha spingono con violenza il gommone tentando di farlo scivolare lungo le secche. Su una di queste, Lung crede di poter passare senza doverci fare scendere, ma sbaglia I calcoli e rimaniamo (piuttosto buffamente e comicamente) incastrati in mezzo alla rapida stessa con il gommone in bilico. Su un’altra, mentre I due sono impegnati allo scavalcamento a….braccia, Manha perde il controllo della fune con la quale regge il gommone e quest’ultimo guizza via come una anguilla seguendo il corso del fiume. In questa occasione rischiamo davvero di ritrovarci appiedati, ma e’ Lung che con un tuffo a pesce si getta a nuoto giu’ per la rapida, riuscendo ad agganciare la nostra casa galleggiante. Si’, avete capito proprio bene! Lung si e’ gettato a nuoto lungo la rapida! Non ci credete? Beh,…Vedrete le foto!:-) La montagna ci lascia ora un po’ di respiro e si fa da parte, abbandonando la costante compagnia del fiume. Poco dopo arriviamo in un punto dove una spiaggia di fine sabbia bianca si presta alla perfezione per un piacevole bagnetto rinfrescante. Cosi’ facciamo, ancorando il gommone. Questa piccola spiaggia e’ degna delle piu’ esotiche e meravigliose baie tropicali di Phi Phi island. Davvero mi ritrovo ad essere sorpreso davanti a cotanta bellezza. L’acqua e’ fresca ma non fredda, ed un bagno diventa piacevolissimo. Manha scorge qui un enorme pesce che giace moribondo sulla riva del fiume. E’ bianco ed azzurro, e pesa sicuramente non meno di 5 o 6 Kg (anche questo documentato per I non credenti, eh eh eh!:-). Lung ci spiega che sicuramente questo enorme esemplare e’ rimasto intrappolato in quanche rete o amo dei pescatori, risultando mortalmente ferito ed andato alla deriva. Lo ritroveremo ancora, ma dentro ai piatti che mangeremo la sera! La sosta ristoratrice dura una ventina di minuti, dopo di che’ ripartiamo di gran lena, per essere sicuri di rispettare I tempi. Quest’oggi le cose da vedere e da raggiungere sono tantissime, e non rischiamo di ricommettere l’errore del giorno precedente. Incontriamo strada facendo un branco di bufali che si stanno rinfrescando nel fiume. Credo che il bufalo sia l’animale piu’ buffo e simpatico che esista. Ha infatti la tenera proprieta‘ di guardarti con due occhioni sgranati e pieni di stupore quando gli passi vicino e disturbi la sua privacy. In questa occasione, la sua faccia cosi’ espressiva sembra chiedersi che razza di animale sia questo coso tutto rosso che si muove con delle branchie dure e di legno, gialle e azzurre! Chissa’ poi perche’ questo animale debba avere quattro teste!:-) Il piu’ vicino a noi continua a scrutarci a lungo, fino a che, quasi scomparsi in lontananza, lo vediamo cambiare espressione in un “boh,…lasciamo che vada dove vuole!” E infatti noi andiamo. Finalmente ritornano le montagne, e non passa molto a quando Lung mi costringe a fissare lo sguardo verso l’alto, in direzione della vetta di una di queste. Non riesco a scorgere nulla, ragion per cui gli chiedo insistentemente che cosa di tanto interessante si sarebbe da vedere su questo roccione altissimo, piu’ alto di tutte le altre montagne incontrate lungo tutto il corso del fiume. Mi chiedo se voglia proprio farmi notare l’imperiosita’ e la maestosita’ di questa roccia, ma Lung insiste a farmi fissare lo sguardo su un punto ben preciso. Ecco che Mem e’ la prima ad esclamare il suo stupore. Lei ha gia’ capito che cosa ci sia da vedere, ma non cosi’ io. “The man, the man!” esclama Mem. Quale persona mi chiedo io? ”He is looking towards us!!!!!” insiste Mem. Io continuo a non vedere proprio nessuno! In effetti su quella montagna non c’e’ nessun uomo, ma c’e’ quella famosa roccia dalla forma umana che davvero ci sta’ scrutando da una altezza a mio avviso di almeno 400 o 500 metri, o forse piu’. Quell’uomo di pietra e’ il segnale che siamo arrivati! E’ il momento di affrontare la rapida piu’ bella, difficile, rischiosa ed impegnativa: Keng Khon Mong! Facciamo ancora qualche decina di metri prima di scorgerne la bocca. Manha, seguendo come al solito ordini precisi, fa fermare l’imbarcazione prima che la corrente della rapida stessa ci impedisca di stanziare. Lung infatti vuole farcela osservare bene, prima di affrontarla!. Da dove ci troviamo, non e’ possibile osservarla per intero in quanto lungo il suo pecorso si trovano rocce nel centro del fiume che ne ostacolano la vista. In ogni caso ne vediamo una porzione sufficiente per esclamare di stupore. Ci troviamo sicuramente davanti a qualcosa di eccezionale e di meravigliosamente grande. Vediamo le mani di Manha impugnare il remo con una presa rigida e nervosa. Lung invece non urla come suo solito ogni qualvolta che si raggiunge una rapida. Sembra piu’ sulle sue e piu’ concentrato. Forse ha capito che a casua della scarsita’ di acqua, superare Khon Mong sara’ oggi meno impegnativo di chissa’ quante altre volte sia gia’ passato da qui. Manha come detto invece, per la prima volta non ci appare sicurissimo dei suoi mezzi. Avra’ ragione l’esperienza di Lung, infatti, per quanto Khon Mong ci fara’ sballottare ben di piu’ di ogni altra rapida attraversata, vedendola dall’alto ci si poteva attendere ben altro trattamento di riguardo! Diversamente dalle altre comunque, impieghiamo molto tempo per attraversarla, dovendo soffrire un po’ soprattutto in concomitanza di quelle grosse rocce che dall’alto ci nascondevano la visuale. Lung mi dira’ poi che Keng Khon Mong e’ un rapida del quarto livello, e che in concomitanza dei punti piu’ difficili raggiunge addirittura il quinto. Chi e’ pratico di rafting sa bene che cosa questo voglia dire! Nella nostra circostanza pero’, a casua della poca acqua, Lung giudica in un terzo livello la sua difficolta’. Ma Khon Mong, quell’uomo di pietra che ci guarda da lassu’, e’ ben lungi dall’aver finito di stupirci! C’e’ ancora una sorpresa che questo montagnone gigantesco ci riserva, una sorpresa che Lung, appositamente, ci aveva nascosto lasciando che fosse la montagna stessa a mostrarsi in tutto il suo splendore e svelandoci solo all’ultimo I suoi segreti. Questa sorpresa ci attende poco oltre il termine della rapida. Anzi, gia’ dalla rapida stessa riusciamo a scorgerla in lontanza. E’ una meravigliosa cascata, simile nella forma a quella vista il giorno precedente, ma molto, molto piu’ vasta e soprattutto piu’ alta. Lo scenario delle rocce si ripresenta pressoche’ analogo, ma con l’unica differenza che, esattamente sotto al getto piu’ potente, si trova un sassone molto alto e che emerge nettamente dal fiume, di almeno tre metri. Il gommone si ferma attraccando su questa roccia e Manha mi invita a salirci sopra. Io sono titubante, convinto che questa roccia sia scivolosa e pericolosa. Mi conosco e purtroppo so di non essere un buon scalatore. Questo masso invece e’ ripido, e completamente da scalare fino alla sommita’. Non ho il coraggio di farlo, fino a che Mem, ben piu’ leggera ed agile di me, salta sulla roccia stessa mostrandomi che in effetti non e’ per nulla scivolosa. Mi ci butto anch’io, e mi rendo conto che in effetti la roccia, contrariamente a quanto ci si puo’ aspettare, e’ estremamente ruvida ed addirittura abrasiva e quasi tagliente. So che non devo guardare di sotto, altrimenti mi vengono le vertigini, pero’ mi faccio pian piano coraggio fino a piazzarmi con la testa esattamente sotto il getto d’acqua. La sensazione e’ fantastica. Il getto e’ violentissimo in quanto credo di non esagerare dicendo che l’acqua cade da quasi 20 metri di altezza! Difficilmente dimentichero’ quell’uomo di pietra e le cose incredibili che ci ha fatto ammirare. Il luogo dove ci accamperemo per la notte e’ da li’ poco distante, tanto che lo raggiungiamo ben presto. E’ uno spiazzo, neanche troppo esteso, e rialzato dal letto del fiume di circa un metro. Ancoriamo, ed I due “marinai” si apprestano velocemente a scaricare il contenuto ed a togliere il gommone dall’acqua, il quale per questa volta ha gia’ finito le sue fatiche. Manha ci monta la tenda alla velocita’ della luce, e mentre noi ci mettiamo in liberta’, si precipita ad estrarre I piatti ed a scendere al fiume con una bottiglia di Last al limone (ovviamente nella versione thai!:-). Lung invece ancora non si mette all’opera. Ci viene vicino, e si rende conto che per quanto la nostra ammirazione e soddisfazione per le cose viste sia piu’ che appagante, c’e’ qualcosa che ancora ci manca e che ora temiamo di non vedere piu’. Sto’ chiaramente parlando di quella famosa foto. So bene che non sara’ inclusa nel programma dell’indomani, quando non faremo altro che percorrere una lunghissima strada di ritorno in elefante. Lung mi sorride, e dice ad entrambi di infilarci ai piedi buone scarpe. La giornata non e’ ancora finita! Manha rimane tutto solo ad occuparsi dell’organizzazione logistica, mentre Lung ci guida tra la foresta per andare a scoprire l’ultimo e piu’ grandioso mistero di questo luogo irreale ed impossibile. Abbiamo di fronte a noi una montagna piuttosto aspra da scalare. Saliamo a stento e con il fiatone per un percorso segnato a mala pena e che ci toglie pian piano tutte le energie ancora in corpo, avanzate dopo una giornata trascorsa sempre al limite, ma sentiamo che ne vale la pena. Camminiamo gia’ da circa mezz’ora quando arriviamo ad uno spiazzo che ci permette di riprendere fiato, quindi Lung si infila deciso lungo un nuovo percorso, questa volta meglio segnato e piu’ dolce del precedente. Camminiamo ancora forse per un paio di kilometri, quando tutto di improvviso iniziamo a sentire un rumore fortissimo e assordante al quale quasi non riusciamo a resistere. Ancora una volta e’ un rumore di acqua, ma dall’intensita’ del rumore stesso ci rendiamo conto che quello che ancora non riusciamo a scorgere sia qualcosa di spaventosamente enorme. Il percorso diventa un po’ piu’ aspro, ed attraversa un punto della foresta piu’ fitto e praticamente al buio. All’uscita da questo che potremmo definire un tunnel di verde, veniamo bloccati da Lung che, immobile su se stesso ci impedisce di avanzare. Il rumore e’ sempre piu’ assordante. Lung ci guarda, emettendo un ghigno che significa “siete pronti a vedere cosa c’e’ qui dietro?”. Lo guardiamo a nostra volta. Il rumore dell’acqua e’ cosi’ spaventoso da dare perfino l’impressione che ci possa essere un notevole fattore di pericolosita’. Lung invece sorride per l’ultima volta e si sposta di lato, lasciandoci passare. Non vi descrivero’ a parole quello che vedremo, perche’ sono certo di non esserne capace. Sono cioe’ nella piena convinzione che solo quella stessa fotografia che mi aveva guidato tanto lontano, sia in grado di illustrare e di spiegare che cosa la natura sia stata in grado di inventarsi in mezzo a a queste montagne. Tornato a Bangkok, mi rivolgero’ all’ufficio centrale della TAT (Tourism Authority of Thailand) per chiedere maggiori informazioni su cio’ che avevo visto. Scopriro’ che quella davanti ai nostri occhi altro non era che la cascata giudicata quale la piu’ bella dell’Asia, e che, per quanto una classifica di questo tipo possa avere senso, e’ la sesta cascata piu’ bella del mondo. Ovviamente vedrete questa famosa foto (piu’ quelle fatte da me nello stesso punto) e relativo “contenuto” nel sito dove pubblichero’ il mio viaggio, e gia’ da ora vi chiedo cortesemente di segnalarmi se mai durante I vostri viaggi abbiate visto in Asia cascate piu’ belle di questa. Nel caso ditemi quale, perche’ mi precipitero’ immediatamente a vederla! Grazie dell’attenzione Easysmile!