di Ivan Marcialis
http://www.pbase.com/ivan76/
Ciau bella gente, finalmente ho trovato un po’ di tempo e di voglia per
scrivere il resoconto del viaggio in Thailandia. Spero che possa in qualche
modo esservi utile e possa ricambiare i mille consigli che mi avete dato prima
di partire. E’ decisamente lungo ma come diceva Pascal, “Ho scritto
un racconto più lungo del solito, semplicemente perché non ho
avuto il tempo per farlo più corto” e scopiazzando dal diario tenuto
in viaggio sono uscite miliardi di pagine. Abbiate pazienza :( Devo ringraziarvi
inoltre per avermi chiesto di scrivere il resoconto. L’essermi preso “l’impegno”
con voi mi ha dato lo stimolo per stare qualche ora davanti al pc a ripercorrere
con attenzione i miei primi 40 giorni orientali, cosa che mi ha consentito di
riordinare idee e sensazioni e di fissarle su “carta”. Grazie.
*PS* Ho inserito alcune foto del viaggio su pbase: http://www.pbase.com/ivan76/
*Resoconto*
Grazie alla meritoria China Airlines e dopo dieci ore di soporifero volo, sono
arrivato a Bangkok il 14 di dicembre dell’anno appena terminato. Sono
sceso dall’aereo con la convinzione di seguire il piano di lasciare subito
la capitale nuova per visitare la più tranquilla capitale vecchia. Essendo
partito solo col mio sacco non avevo da attendere bagagli, quindi appena sceso
dall’aereo sono andato a piedi alla vicinissima stazione dei treni. Destinazione
Ayuthaya, raggiunta in circa una mezz’ora e per pochi bath ma con in testa
ancora strani dubbi riguardo alla sua pronuncia: Ayuthayà, Ayuthàya...
o forse Ayùthaya. Arrivato in città ho preso una stanza al Tony’s
Place, un posto carino, in una comoda posizione e soprattutto economico, 200
bath per una camera pulita e spaziosa senza il bagno. Qui ho trascorso la mia
prima notte in oriente e due giorni pieni, abbastanza stancanti. Per visitare
i vari templi sparsi all’interno del parco storico ho noleggiato una bicicletta,
caldo e voglia non consentivano che un’andatura moderata e le due giornate
sono volate via rapidamente. Tra i vari Wat visti mi va di ricordare il Wat
Phanan Choeng visitato la seconda sera. Un tempio relativamente moderno e certamente
meno suggestivo di altri visti ad Ayuthaya prima e in tutta la Thailandia poi,
ma ricordo bene questo perché ero, se non l’unico turista, sicuramente
l’unico occidentale. Qui mi sono sbilanciato nella mia prima pratica buddista:
ho acceso qualche incenso e ho donato un fiore di loto all’immenso Buddha
in bronzo posizionato nella sala principale. Ho cercato di imitare i presenti
ma mi sono sicuramente incasinato buttando via la sottilissima foglia d’oro
da appiccicare al Buddha, credo nella parte per la quale si chiede la guarigione.
Peccato, mi avrebbe pure fatto comodo. Prima di uscire, riparato dalla mia solitudine,
mi sono addirittura prodigato in un breve ma sincero inchino. Ho provato una
strana sensazione, difficile da decifrare. Nulla di mistico, purtroppo. Mi sono
invece quasi vergognato, un po’ perché stavo contravvenendo al
mio tanto sbandierato ateismo, un po’ perché lo stavo facendo più
per spirito di partecipazione che per uno slancio religioso. Vabbé sicuramente
nessuno l’ha trovato fuori luogo, come detto, ero solo. Restituita la
bici e liberata la stanza ho fatto un bel giro per i vicoli del mercato di Chao
Phrom. La Lonely Planet lo indicava come un possibile posto dove mangiare: non
mi è venuta fame! Lo so che la carne esposta li è la stessa che
ritrovavo nei piatti dei ristoranti, ma odori, insetti e sporcizia non erano
proprio da acquolina in bocca, poi tra zampe di gallina e strani pesci, il vedere
esposte anche tartarughe di tutte le dimensioni e rospi grandi quanto principi
normanni mi ha un po’ inquietato. Non sto qui a dirvi che questo tipo
di reticenze le ho lasciate in quel mercato e da allora ho mangiato praticamente
di tutto ed ovunque, anche se gli scarafaggi essiccati davvero sono stati una
barriera insormontabile. Al Tony’s Place ho acquistato il biglietto del
bus notturno per spostarmi a Chang Mai: 350 bath e dieci ore. Il bus era uno
di quelli turistici, enorme e a due piani, con colori e disegni discutibili.
I sedili erano abbastanza scomodi e l’aria condizionata troppo... condizionata,
fortunatamente ero stato avvertito e mi ero tenuto a portata di mano un maglione:
utilissimo. Con me avevo anche qualche mandarino e dell’acqua che uniti
ad un sonno da tenere al guinzaglio hanno composto un bagaglio più che
sufficiente per completare lo spostamento. A Chang Mai non ho avuto nessuna
difficoltà a trovare un comodo alloggio, tra le altre cose il più
economico in cui sono stato, 90 bath, presso la Lamchang Guesthouse. Nella capitale
del Nord mi sono trattenuto 4 notti, forse una di troppo all’interno dell’economia
del viaggio. Anche se decisamente meno turistica di altre località Chang
Mai è in grado di offrire qualsiasi cosa, mercati belli ed economici,
meravigliosi wat, parchi ricchi di vegetazione e animali, uno grande zoo e tutto
quello che non è a portata di mano o di motorbike e facilmente raggiungibile
acquistando uno dei mille servizi offerti dalle numerose agenzie di viaggi.
Tra le varie esperienze vissute a Chang Mai mi sembra doveroso segnalare il
mio primo massaggio tradizionale tailandese, presso l’Old Medicine Ospital,
che ospita anche una scuola dove poterne apprendere l’arte. Che meraviglia.
La massaggiatrice non rappresentava esattamente lo stereotipo di tailandese
gnocca, era più che altro una donna al cubo, ma il messaggio è
stato spettacolare, decisamente poco rilassante e talvolta anche doloroso ma
finita la seduta stavo talmente bene che durante il resto del viaggio non ho
dovuto cercare scuse per ripetere l’esperienza. Altra esperienza singolare
che mi va di raccontare è stata la scalata al Doi Suthep. Avevo ancora
la moto in affitto ma ho deciso di lasciarla a valle e salire a piedi, il tutto
per il mio solito spirito di emulazione. L’aveva fatto infatti Corrado
Ruggeri e l’ha brevemente raccontato in “Farfalle sul Mekong”
(uno dei libri che mi sono portato dietro). So che cercare di scopiazzare esperienze
di altri lette in un libro non è il massimo ma... che dire... credo davvero
ci sia di peggio. Ho iniziato la “scalata” di buon ora, alle otto
meno un quarto ero già in cammino, con la vana convinzione di evitare
il caldo. Ho cominciato con un buon passo, superando addirittura un gruppo di
giovani bonzi. Lo spirito è rimasto alto fino a quando, già stanchissimo,
ho trovato il primo cartello. Speravo di essere circa a metà dell’opera
ma la segnaletica mi annunciava beffardamente che ero si alla metà ma
della metà del percorso. Avevo percorso solo tre dei dodici chilometri
che portano al tempio. Intanto i passeggeri dei sawngthaew (i taxi pick-up che
si trovano ovunque in Thailandia) mi salutavano con sorrisi ironici che sembravano
ricordarmi quanto fossi inconsapevole di cosa mi aspettasse, non avevano tutti
i torti, la parte più difficile doveva ancora arrivare. Un ragazzo tailandese
mi ha addirittura salutato come si deve ai monaci, bastardissimo! Intanto i
piedi mi facevano un male cane... le stronze Superga che indossavo non erano
certo adatte alla camminata, ho provato a fare qualche metro scalzo, follia.
Le bolle sui mignoli facevano male davvero e in più di un’occasione
ho pensato di cedere, fermare un bus, un pick-up, un motorino, un elefante o
il santo protettore di chi cerca passaggi, dargli tutti i bath che voleva e
salire con lui. Nel mentre, però, continuavo a salire e le espressioni
di chi mi superava cominciavano a cambiare, oppure ero io ad aver bisogno di
leggere in quei visi incoraggiamento e non scherno, fatto sta che ogni pollice
rivolto verso l’alto mi ha fatto fare qualche centinaio di metri fiducioso,
senza dubbi e perplessità. Sono arrivato al tempio stanco come mai in
vita mia, dopo circa due ore e mezza: trenta minuti in più dei bonzi
ma anche trenta in meno del giornalista-scrittore. La mia fatica, però,
non era terminata, ancora 306 gradini mi separavano dalla meta: non sono stati
un problema. La scalinata bella com’è pareva quasi una passerella
d’onore messa li apposta per chi decide di salire a piedi. Nelle scale
almeno una decina di persone mi hanno fermato per dirmi che mi avevano visto
salire a piedi e per farmi i complimenti, qualche giapponese ammiccava dicendomi
che era una cosa buona per la “forza”, non ho indagato sul significato
recondito del termine. Il tempio è comunque davvero bello anche se pieno
di turisti, la maggior parte dei quali tailandesi, il Wat Phra That Doi Suthep
è infatti uno dei templi più sacri del paese e merita davvero
una visita anche se si dovesse decidere di raggiungerlo in maniera più
comoda. Ho lasciato Chang Mai per partecipare ad un trekking di due giorni nelle
campagne poco più a nord della città. Ho acquistato il pacchetto
presso un’agenzia ma praticamente tutte le guesthouse offrono servizi
identici anche se forse un po’ più cari. Io ho speso circa 1200
bath. L’escursione era organizzata alla perfezione e oserei dire anche
troppo, ingenuamente speravo potesse essere un modo per vedere un pizzico di
Thailandia non corrotta dal turismo e non è stato così, davvero.
L’escursione è stata comunque divertente. Le campagne che abbiamo
attraversato erano veramente molto suggestive e il villaggio Karen (una di quelle
che chiamano Tribe Hill) era spettacolare. Non eravamo certo il primo gruppo
di farang che mettevano piede in quelle terre ma per me è stato davvero
qualcosa di nuovo. Un breve tuffo in qualcosa che credo assomigli alla vera
cultura thai di qualche decennio fa e che oggi sta forse vivendo quella fase
di transizione che le città hanno vissuto da tempo. Lì si vedevano
ancora chiare le contraddizioni tra ciò che era e ciò che qualcuno
ha deciso dovrà essere: tra la biancheria stesa si alternavano t-shirt
nike con costumi tipici delle tribù del nord e le palafitte, case per
i karen ma anche per porci e galline che vivono tra i pilastri, sono alimentate
da piccoli pannelli solari. Il trekking comprendeva anche un due ore di “elephant
riding” in mezzo alla foresta e rifting su una zattera fatta con enormi
bamboo: uno spasso. Siamo tornati dall’escursione verso le cinque del
pomeriggio, il tempo per farmi una doccia nell’agenzia di viaggi (quando
si dice servizio completo :) e poi volare verso la stazione dei bus. Ho preso
il biglietto per Bangkok su un autobus di seconda classe, un po’ più
caro di quello dell’andata ma decisamente più comodo e soprattutto
pieno di tailandesi e non di miei vicini di casa. Sono arrivato all’Eastern
Bus Terminal prestissimo, ho acquistato un biglietto per Aranya Prathet e sono
partito senza dove attendere più di qualche minuto, prezzo 150 bath e
5 ore di viaggio. Avevo già il visto per la Cambogia, l’ho fatto
in un’agenzia a Chang Mai pagandolo trenta dollari invece che i venti
che avrei speso al confine, poco male. Ho passato la frontiera senza nessun
problema e accompagnato da un giovane cambogiano che, mentre rispondeva alle
mie domande, cercava di vendermi il biglietto del bus per arrivare a Siem Reap.
“Com’è che abbiamo superato il confine della Thailandia e
nessuno ci ferma?”, “Perché non siamo ancora entrati in Cambogia,
siamo in terra franca” fa lui. “Come? 500 metri di terra franca?”,
e lui prontamente “Il discorso è che hanno spostato il confine
Cambogiano per far posto ai Casinò!”. Assurdo! Tra le due frontiere
c’è davvero una concentrazione di case da gioco degna di Las Vegas,
ricchi tailandesi si avvicendano tra i vari hotel a 5 stelle accompagnati da
procaci donzelle e attesi da limousine bianche, duecento metri più avanti
bambini di pochi anni muoiono di fame dimenticati dentro cunette mute e invisibili,
al riparo dagli occhi indiscreti delle telecamere di sicurezza degli alberghi
appena superati. Da brivido. A Poipet, la prima cittadina che si incontra entrando
in Cambogia, trovare un mezzo per raggiungere Siem Reap non è stato facile.
Volevo arrivarci con un pick up, avevo letto che era il mezzo più economico
e mi ero convinto fosse anche il più interessante. Trovarne uno è
stata una lotta. Sulla via principale decine di ragazzini autisti di mototaxi
insistono per portarti alla stazione dei bus che dista solo pochi metri dal
confine e cercano di persuaderti che questi siano gli unici mezzi disponibili
per lasciare Poipet. E i pick up? “I turisti non possono usarli, è
troppo pericoloso e la polizia non lo permette” questa era la parola d’ordine
sulla bocca di tutte le persone a cui ho chiesto, ho insistito a lungo fino
a quando la ragazza della biglietteria dei bus, mossa a compassione o forse
solo più gentile di altri personaggi, mi ha spiegato il da farsi. Ho
camminato per circa due chilometri lungo la strada principale nella direzione
opposta alla frontiera dribblando venditori vari finché ho trovato il
mio pick up che per circa quattro dollari americani (usati alla frontiera e
a Siem Reap quanto il Riel, la moneta locale) mi ha portato prima a Sisophon
e poi a Siem Reap. Non credo di aver risparmiato tempo con questo mezzo alternativo
e nemmeno troppi soldi, perlomeno rispetto al bus (costava circa dieci dollari),
e fare il viaggio nel retro del furgone e tutt’altro che comodo, ma è
stata un’esperienza interessante, il pick up si è fermato decine
di volte in un continuo alternarsi di passeggeri e ho avuto modo di dare rapide
occhiate ai villaggi di passaggio. La LP diceva che le strade in Cambogia sono
notevolmente migliorate negli ultimi tempi, ora non so se il pick up prenda
una strada alternativa rispetto a quella dei bus (di fatto non ne abbiamo incrociato),
ma quella percorsa non era propriamente agevole. Sui 130 chilometri percorsi
quelli asfaltati si potevano contare sulle dita di una mano e i ponti attraversati
sembravano sostenerci più per cortesia che per senso del dovere, fatto
sta che il viaggio è durato 5 ore durante le quali avrò respirato
non meno di due etti di polvere. Per il ritorno ho optato per un posto all’interno
del pick up, un po’ più caro ma decisamente più comodo e
poi c’era almeno la possibilità di fare un briciolo di conversazione.
Sono arrivato a Siem Reap di sera, ho facilmente trovato una guesthouse carina
con bagno in camera per due dollari a notte, incluso nel prezzo anche un socievole
odore di muffa col quale ho condiviso la mia permanenza in Cambogia: la stanza
era senza finestre. La cittadina offre centinaia di sistemazioni per tutte le
tasche e davvero parecchi posti dove mangiare, Angkor richiama migliaia di turisti
e Siem Reap offre tutti i servizi di cui possono aver bisogno. Per quel poco
che ho visto, avendola girata solo di notte visto che passavo le mie ore diurne
al sito archeologico, Siem Reap mi è parsa carina e vivace ma nulla di
più. Mi sono trattenuto quattro notti e tre giorni anche se due, forse,
sarebbero stati sufficienti ma visto che il biglietto era stato pagato (40 dollari
per visite di 3 giorni altrimenti 20 dollari al giorno) l’ho sfruttato
per tutta la sua validità. Comunque sia in tre giorni non ho mai visto
due volte la stessa cosa, eccezion fatta per i templi che mi sono piaciuti di
più e che ho voluto rivedere a differenti ore del giorno e quindi con
luce diversa. Angkor è un sogno. E’ talmente bella che pare finta.
Angkor Wat è così grande e decorato in maniera così spettacolare
che non perdersi dentro per una mezza giornata è davvero un peccato.
Ma tutti i templi sono meravigliosi. Il Bayon con le sue cento facce, il Ta
Prohm e il Preah Palilay sui quali la natura ha sconfitto l’ostinazione
dell’uomo, il Banteay Srei, noto come il tempio delle donne o della bellezza,
è piccolo e splendido. Non mancano certo i turisti ad Angkor ma il parco
è talmente grande che non è difficile visitarne alcune parti in
perfetta solitudine. La novità rispetto a quanto mi era stato detto è
che oggi non è più possibile affittare una motocicletta per visitare
il parco, perlomeno non è più possibile farlo in autonomia, in
compenso farsi portare da un tuk tuk o da una motoretta con autista è
tutt’altro che dispendioso. L’ultimo giorno ho affittato una bicicletta,
non è stato male, anche se i 30 chilometri fatti per arrivare al Banteay
Srei sono stati davvero un massacro, fortunatamente per il ritorno un gentile
operaio ha caricato me e velocipede sul retro del pick up: sia fatta lode ai
gentilissimi operai cambogiani. Sono stato pochi giorni in Cambogia e il poco
che ho capito di questa terra mi ha lasciato tanta voglia di tornarci. Mi è
sembrata un po’ più “vera” di una Thailandia che si
mette abito da sera e ombretto per mostrarsi ai turisti, almeno la Thailandia
con cui sono andato a cena io. La Cambogia mi è parsa davvero diversa,
ha tutto un altro odore rispetto alla terra del sorriso. La guerra non passa
senza lasciare segni, è come una cagnaccio morto che non abbaia e non
morde più ma la cui carcassa puzza a dispetto delle frettolose palate
di calce rovesciategli sopra. Lungo le strade i cartelloni non pubblicizzano
i prodotti delle multinazionali ma ricordano, mostrando un mitragliatore spezzato,
che i cambogiani non hanno più bisogno di armi. Ci sono più centri
di riabilitazione e centri per la costruzione di protesi di quanti tabacchini
si trovino in Italia. La povertà c’è e la si respira ad
ogni passo. Quando cenavo nella bancarelle ero sempre circondato da bambini
che chiedevano soldi. Ho smesso di pensare che gli servissero per droghe o per
pagare il “pappone” di turno la prima sera, quando, dopo essermi
alzato, li ho visti precipitarsi al mio tavolo per divorare il poco che era
rimasto sui miei piatti. Non hanno mai disdegnato le scodelle di riso che ordinavo
per loro e per chissà chi altro. Metà la mangiavano in un baleno
l’altra metà veniva custodita in una bustina offerta dal venditore
e portata via tra mille sorrisi. Della Cambogia non ho visto altro e davvero
non mi è bastato, ero però in viaggio già da due settimane
e avevo troppa voglia di andare al mare, di riposarmi, di stare al mare, di
rilassarmi, di stare al mare: volevo una spiaggia! Ho lasciato la terra dei
Khmer percorrendo la medesima strada usata all’andata ma diretto verso
Ko Samet. La speranza, partendo all’alba, era di arrivare all’isola
in giornata passare li qualche giorno in modo da poter fare poi il capodanno
a Pattaya, come alcuni italiani conosciuti in aereo mi avevano consigliato.
“Il 31 vai a Pattaya, vedrai che ti diverti!”. Avevo sottovalutato
lo spostamento e in una giornata non solo mi e’ risultato impossibile
arrivare a Ko Samet ma anche raggiungere Ban Phe (la cittadina dalla quale si
prende il traghetto per l’isola) o Rayong una città poco distante
un po’ più grande e dove sarebbe stato più facile trovare
alloggio. Era già buio e io stavo ancora a Chonburi così ho deciso
di passare quella notte a Pattaya. Sono arrivato a Pattaya verso le dieci di
sera ed ho girato circa due ore alla ricerca di un posto economico dove dormire:
non l’ho trovato! La stanza l’ho poi presa in un albergo per la
bella cifra di 800 bath (il posto più caro dove ho dormito in Thailandia)
proprio nel mezzo della Wolking Street, il fulcro (almeno spero) dell’animazione
sessuale della città. Pattaya è una città incredibile,
assurda per certi versi. Pattaya è una città dove ti capita di
vedere un McDonald seguito da un Kentaky Fried Chicken che precede un Pizza
Hut dopo il quale c’è un Burger King e quando ci passi davanti
sei pure contento perché sono l’unica pausa pubblicitaria tra le
centinaia di go-go bar e, incredibile a dirsi, sono gli unici posti in cui non
ritrovi decine di giovani palestrati amerigani giunti in branco a Pattaya nella
speranza, forse, di rivivere le atmosfere raccontate dagli ex militari che passavano
lì le loro settimane di congedo durante la guerra in Vietnam. Due ore
di passeggiata mi sono bastate. Due ore durante la quali sono stato fermato
da almeno un centinaio di prostitute vestite tutte come le concubine porche
di Babbo Natale. Due ore sono state sufficientemente istruttive per convincermi
a rifiutare il cortese suggerimento di chi mi consigliava di passare lì
il capodanno. Sono scappato da Pattaya il mattino dopo per non tornarci di sicuro
durante questo viaggio. Si fotta Pattaya anche perché mi è davvero
sembrato che lo stia già facendo. Sono arrivato a Ko Samet il giorno
dopo, all’ora di pranzo. E’ stata la prima località di mare
vista in Thailandia ma davvero non mi è rimasta nel cuore. Troppi cantieri,
troppo cara, troppi turisti. La spiaggia da sogno, Coral Beach (Ao Kiew Na Nok),
che la vecchia LP che avevo con me descriveva come la più tranquilla
e isolata oasi di pace per viaggiatori zaino in spalla, non esiste più.
Altri turisti mi avevano avvisato ma ho voluto controllare di persona. Ho noleggiato
il classico scooter, questa volta nella versione enduro visto le condizioni
delle strade (300 bath per 24h) e ci sono arrivato davanti. Al bivio per la
baia c’era una sbarra con delle guardie che mi hanno bloccato impedendomi
di entrare anche solo per un’occhiata dicendomi che era proprietà
privata, quando ho fatto presente che ero un turista e come tale ero interessato
a visitare la struttura per prendere un bungalow mi hanno nuovamente bloccato
dicendomi che a petto nudo non potevo entrare. Ho chiesto alcune informazioni,
una notte nel nuovo resort costa tra i dodici e sedici mila bath, circa 300
euro, li dove pochi anni fa si spendevano tre dollari per dormire. Coral Beach
non esiste più. Per non dare adito a fraintendimenti gli hanno pure cambiato
nome, ora si chiama Paradise Beach. Coral Beach è scomparsa e Ko Samet,
un immenso cantiere aperto che cerca nuovi spazi per bungalow più accoglienti,
sta scomparendo. Forse, come dice Terzani, è l’Asia, l’oriente,
la spiritualità delle terre del sol levante che stanno scomparendo, che
tristezza. Alla baia sono comunque arrivato da una stradina laterale ed era
davvero un paradiso, ci ho passato due splendide mattinate in perfetta tranquillità
in solitaria compagnia di qualche tailandese intento a raccogliere “pericolosissimi”
pezzi di corallo e pietre non a tono col nuovo albergo. Ao Kiew Na Nok all’alba
è splendida, il mare è così calmo e limpido che è
facile lasciarsi prendere da mistici slanci di onnipotenza e pensare di poterci
camminare sopra, la sabbia è bianca e piatta con qualche palma abusiva
e tanti pezzi di corallo ad insidiare i piedi dei miliardari più temerari.
Ao Kiew Na Nok all’alba è deserta, i miliardari in vacanza, giustamente,
tendono a svegliarsi con comodo ma anche più tardi turisti in spiaggia
non ne ho visto neanche uno, i pochi clienti del Paradise Resort, assurdità
nell’assurdità, stavano in piscina. Il bungalow che ho scelto non
era comunque male, 400 bath a notte per un letto a circa 400 centimetri dall’acqua:
che spettacolo. La spiaggia si chiama Vong Duen, forse la peggiore dell’isola
ma quella dove si potevano trovare gli alloggi più economici e anche
quella con un pochino più di “vita”. Il tempo a Ko Samet
passava sornione, e io sono stato davvero bene. Non credo fosse il posto in
se, tutto sommato mi è piaciuto molto meno di altri, ma per me credo
fosse la vicinanza col mare. Che meraviglia i pomeriggi a Ko Samet passati a
leggere mentre il mare lentamente si ritirava per concedere qualche metro di
spiaggia ai tavoli dei ristoranti, sforzo che si è rivelato a volte inutile
visto che all’imbrunire una incostante pioggia convinceva gli avventori
dell’opportunità di mangiare al coperto, sopra il cemento. Ho passato
la terza e ultima sera a Koh Samet in beata solitudine, cosparso di autan e
circondato da batterie di zampironi, le zanzare però sembravano disinteressarsi
delle mie precauzioni e tutti gli strumenti bellici a mia disposizione hanno
manifestato tutta la loro inefficacia nei numerosi pizzichi disseminati in modo
più o meno casuale su gambe e braccia. Fortunatamente, nonostante inquietanti
avvertimenti riguardanti la presenza della malaria sull’isola, sono ancora
qui, vivo e vegeto. Il giorno dopo l’ho dedicato agli spostamenti. Un
piccolo pulmino preso a Ban Phe (250 Bath) mi ha portato fino a Bangkok, si
era pattuito di lasciarmi al Southern Bus Terminal, ma l’autista, bontà
sua, ha trovato più opportuno risparmiarsi due ore di traffico e lasciarmi
dalla parte opposta della città, sul lato orientale. Ho raggiunto la
stazione nel primo pomeriggio e ho trascorso il resto li attorno, in attesa
del Bus per Krabi che partiva alle otto di sera. L’attesa alla stazione
è stata qualcosa di indescrivibile, non per il tempo e la noia, non il
caldo, non la stanchezza. La cosa incredibile è stata la gente, la folla!
Mai vista una cosa del genere. La confusione era tale che anche quando il pullman
aveva già lasciato Bangkok mi è rimasto il dubbio di aver preso
quello sbagliato. Era come se avessero aperto le porte del paradiso e i meno
meritevoli fossero andati di buon ora ai cancelli con la speranza di trovare
un posto che credevano di non meritare. La gente si accalcava ai banchi informativi
adiacenti ai posteggi per avere informazioni sul proprio bus, prendere il biglietto
per il bagaglio o solo nella fiduciosa attesa che si scoprisse un altro posto
libero e nel mentre decine di bus si alternavano spingendosi e rovesciando cataste
di bagagli pur di trovare posto nel parcheggio di competenza: l’Asia.
Il viaggio verso Krabi è stato... è stato... soporifero. Ho dormito
come un bimbo, forse mezzo sdraiato sul giovane militare che mi sedeva a fianco
o forse ridotto a cuscino del medesimo militare, chissà. Arrivato in
città ho facilmente trovato da dormire poco distante dalla via principale,
in un bungalow, con bagno in comune che usavo solo io, immerso nel verde, alla
modica cifra di 100 Bath a notte. La città in se non offre granché
ma non mi è dispiaciuta. I turisti che frequentano la zona preferiscono
dormire a Ao Nang e quindi la città mi è sembrata risultare serenamente
tailandese. La zona attorno è meravigliosa, altissimi faraglioni di roccia
calcarea fanno ombra a chi gli pare e minuscole e bellissime spiagge si susseguono
a poche decine di metri l’una dall’altra, anche le isolette attorno
sono belle e Ao Phra Nang (Railay Beach) è meravigliosa. Sono stato a
Krabi 4 giorni in modo da avere una base tranquilla dove passare il capodanno.
Credo che la cosa che ricorderò con più lucidità di questa
breve permanenza saranno le mongolfiere, sono rimasto almeno un’ora a
guardarle la notte di capodanno sulla spiaggia di Ao Nang. Le mongolfiere di
cui parlo erano dei grossi cilindri di carta sul cui fondo, unico punto aperto,
veniva legata una qualche fiammella. Dopo averla accesa bastava attendere pochi
momenti: il cilindro si gonfiava, lentamente la mongolfiera si alzava e infine
se ne andava, diventando solo una luce nel cielo mentre raggiungeva le altre.
Nel buio non era difficile contarne centinaia, migliaia. I cartelli dei venditori
esortavano e invogliavano all’acquisto proponendo un baloon in memoria
delle vittime dello Tzunami ma credo che a quelle finte stelle ci fossero appesi,
più che tristi ricordi, solo semplici e privati desideri. Nel mentre
le mongolfiere aumentavano. Salivano, a volte, dritte e decise, raggiungendo
il cielo in un baleno. Altre volte disegnavano incerte traiettorie sinusoidali
sfiorando quasi l’acqua e lasciando l’improvvisato pubblico di turisti
col fiato sospeso, come se alla mongolfiera altrui avessero appeso anche un
pezzetto dei loro sogni e quasi si sentissero in colpa che quel loro desiderio
gravasse tanto da determinare quel percorso incerto... tutto però, quando
anche le più timide volavano via, finiva in applauso. Si può pensare
che la traiettoria potesse dipendere dalla perizia di chi preparava la mongolfiera
o forse dal vento o dal caso, ma la tentazione di convincersi che le traiettorie
dipendessero dai desideri espressi era troppo forte e dopo pochi lanci anche
io, come forse altri, ho ceduto. Mi piacerebbe poter dire che tutti i palloni
sono diventati stelle, mi piaceva l’idea di donare a tutti fortunati presenti,
e quindi anche a me, il medesimo felice destino, l’avverarsi dei propri
desideri, ma ovviamente non è stato così, alcuni sono tristemente
finiti in acqua. Una ragazza giapponese ha provato ad incitare il suo per qualche
minuto ma non c’è stato nulla da fare. Forse ha avuto troppa fretta
nel liberare il pallone o forse a quella mongolfiera ci appeso un desiderio
troppo grande, troppo pesante per un pallone di carta di riso. A volte il destino
delle mongolfiere si poteva prevedere guardando chi si accingeva a liberarle.
Un occidentale, un tipo sui cinquanta, grosso, con la faccia da marinaio stanco
di star per mare, stava li con la sua compagna tailandese e la figlia circa
quindicenne molto probabilmente avuta con una moglie europea. Il tipo ha diligentemente
comprato tre palloni, uno per ogni permutazione possibile di quella nuova famiglia
“made in Thailand”. Il primo pallone è volato via rapidamente
come se avesse un motore, l’aveva lanciato lui con la sua nuova lei. Il
secondo sempre affidato a lui ma questa volta in compagnia della figlia, ha
tentennato un poco, volando per un po’ parallelo al mare ma tutto sommato
senza preoccupare troppo i presenti, il suo destino era ovviamente già
segnato e poco dopo l’ha raggiunto in cielo insieme agli altri. L’ultimo,
alle cure di figlia e nuova moglie, ha avuto una partenza più difficile,
sembrava non aver voglia di alzarsi, quando è stato liberato ha indugiato
per un po’ lungo la battigia, si è poi alzato di qualche metro
per guadagnare il mare ma di li a poco ha cominciato ad abbassarsi: terrore.
Un benevolo alito di vento che pareva venisse dai polmoni del marinaio con la
faccia triste l’ha però riportato su per riprendere, poco dopo,
la sua nuova parabola discendente puntando inesorabilmente il mare e ancora
una volta qualcosa l’ha risollevato per disegnare ancora quattro o cinque
curve come questa. Troppi desideri contrastanti appesi a quel pallone, forse
troppi sogni disattesi. L’ultima linea disegnata ha comunque puntato dritta
verso il cielo, completando così, con i due precedenti palloni, la nuova
micro costellazione familiare. Leggere in anticipo i percorsi di quei palloni
era fin troppo facile e, in quella notte di capodanno davanti al Mar delle Andatane,
non poteva certo mancare il lieto fine. Davvero uno spettacolo! Si potrebbe
pensare che, se delle esperienza vissute a Krabi quella che amo ricordare è
un capodanno trascorso a guardare palloni volare, la zona non offra molto ma
non credo sia così. La zona come già detto è molto bella
e offre quasi tutto quello che si possa cercare. A krabi ho cercato relax e
l’ho trovato proprio lì, dietro ogni angolo. Ho comunque lasciato
Krabi senza indugi, la mia prossima destinazione era Koh Phi Phi, da molti descritta
come una delle isole più belle delle Thailandia, non ha deluso le aspettative.
Koh Phi Phi è in realtà un arcipelago di due isole, Phi Phi Don
e Phi Phi Leh. La prima è la più grande ed è anche l’unica
dove è possibile soggiornare. Trovare un alloggio economico non è
stato semplice anche perché se non si è prenotato nulla non viene
spontaneo muoversi in barca per cerca dove dormire. Quando si arriva sull’isola
si approda a Ton Sai e le possibilità sono due: o si cerca un alloggio
nel paese, con tutti i pro e i contro, oppure si noleggia una barca che ti porti
nei vari bungalow disseminati sull’isola, per raggiungere i quali non
c’è nessuna via sulla terra ferma. Ho scelto la prima soluzione
un po’ per risparmiare, a Ton Sai spendevo 500 Bath a notte, e un po’,
essendo arrivato sull’isola in perfetta solitudine, con la speranza che
il paese avesse una vita più vivace delle belle spiagge che circondano
l’isola. Anche in quella circostanza sono stato fortunato, il paese è
reso decisamente vivace dai miliardi di turisti che lo popolano e risulta facilissimo
trovare persone con cui dividere il costo del noleggio di una barca e con cui
condividere una mezza giornata a spasso tra le cale più nascoste dell’isola.
A Phi Phi Leh ho dedicato una mezza giornata è davvero non è stato
abbastanza. L’isoletta è una meraviglia e il mare e le spiagge
sono da... troppo facile dire che sono da film viste in quelle acque è
stato girato “The Beach”. Ao Maya, la spiaggia usata come location
per le riprese, è da star male, il tramonto li è meraviglioso,
il sole cade lento e silenzioso e rende l’atmosfera tanto romantica che
se un riccio di mare mi avesse chiesto di sposarlo non sarei stato in grado
di dirgli di no! Che spettacolo la Thailandia. Purtroppo non sono potuto stare
tutto il tempo che avrei voluto sull’isola anche perché, eccezion
fatta per Pattaya, era il posto più caro dove sono stato e, a parte per
il magiare e il dormire, a Koh Phi Phi è davvero troppo facile spendere
soldi: corsi di sub o immersioni singole, semplice snorkelling o gite alla ricerca
di squali (dove ho chiesto mi hanno detto che se non fossi riuscito a vederne
mi avrebbero reso i soldi), paracadute ascensionale o escursioni per fare free
climb. Non ci si annoia certo a Koh Phi Phi ma non è esattamente il posto
ideale per chi sta cercando di fare un viaggio in economia. Ho lasciato Koh
Phi Phi un po’ triste, mi dava l’idea di non aver vissuto a pieno
l’isola ma al contempo ero anche felice di cambiare posto. Il posto era
davvero così bello che a volte metteva malinconia. Inoltre, vuoi per
l’erba comprata lì, davvero pesante e da assumere con gran moderazione,
vuoi per il trip sul bipensiero che mi si è insinuato leggendo Orwell,
una notte mi ha preso a brutti pensieri e il mattino dopo ho lasciato l’isola.
Avevo pensato di lasciarci anche “1984” e di scambiarlo con qualche
altro libro in una delle tante librerie che offrono servizi come questo ma nessuna
ha voluto un libro in italiano. Sicuramente sull’isola ho lasciato i miei
occhiali da vista, o meglio li ho lasciati sul fondo dello splendido mare che
la circonda, tuffandomi da una barca senza levarmeli, vuoi per il richiamo del
mare più bello visto in Thailandia o, anche qui, vuoi per l’erba
davvero pesante e da assumere con gran moderazione. Un’enorme e anonimo
traghetto mi ha poi portato a Koh Lanta, una grossa isola poco distante. Koh
Lanta è strana, sembra l’anticamera di Koh Phi Phi. Il mare è
bello ma non splendido, si trovano tanti turisti ma mai troppi, ci sono molti
servizi ma non più di quanti ne servono. Koh Lanta mi è davvero
piaciuta tanto, ho trovato un bungalow stupendo a pochi metri dal mare, alla
fine di Long Beach per soli 200 Bath e nel bar del resort, il Lapala, facevano
le macedonie più abbondanti e il the freddo più buono di tutta
la Thailandia. Il proprietario, un ragazzo di non più di vent’anni,
era un grande appassionato di galli da combattimento e il prato di fronte alla
mia stanza era il loro campo di allenamento, parlando con lui (ma come cacchio
si chiamava??) e sfogliando le incomprensibili riviste scritte in thai dedicate
all’argomento, mi sono fatto una mezza cultura tanto da sentirmi addirittura
pronto a puntare qualche bath su un combattimento vero, purtroppo non c’è
stata l’occasione. A questo punto del viaggio avevo ancora quindici giorni
dei quaranta totali e volevo usarli al meglio. Ero certo di voler passare gli
ultimi quattro a Bangkok e di usare i giorni necessari a prendere il brevetto
della PADI a Koh Tao, il resto era da decidere. In ballo c’erano Koh Phan
Ngan, Koh Samui, un qualcosa lontano dal mare oppure fare una risalita verso
Bangkok molto lenta e vedere un po’ di Thailandia meno battuta dai turisti.
Alla fine mi sono lasciato prendere dalle descrizioni della Lonely Planet (La
LP della Thailandia... :-( che delusione) e ho puntato verso il Khao Sok National
Park, pensando di starci poco e permettendogli di rubare a Koh Samui i giorni
che riteneva necessari. Speravo di poter vedere qualche animale selvaggio, la
guida parlava addirittura di tigri e di elefanti, ma nulla. Volevo vedere il
famoso fiore più grande del mondo, quello che puzza di carne marcia,
ma non era stagione. Al parco ho trascorso tre giorni, la prima notte ho dormito
al Bamboo House, un resort vicino al centro visitatori del parco, 150 Bath per
una finta casa sugli alberi, davvero carina. Dai gestori ho comprato anche la
partecipazione ad un trekking di due giorni sul lago. Nonostante i motivi per
cui ero arrivato al parco siano stati disattesi, non posso certo dire che non
sia stata un’esperienza interessante. La notte si dormiva su delle enormi
zattere sulle quali erano costruite delle piccolissime e traballanti capanne.
Il “materasso" era poggiato direttamente sul pavimento di canne tra
le quali si vedeva l’acqua del lago che stava a meno di quindici centimetri:
meraviglioso. Il trekking è stato davvero divertente, con una guida e
un gruppo di altri sei turisti ci siamo addentrati nella più classica
delle foreste tropicali, in mezzo ad enormi liane, strane piante sensibili al
contatto, scimmie e uccelli invisibili, per non farci mancare nulla la guida
ci ha fatto attraversare tanti fiumicelli in modo da avere l’occasione
di spiegarci i rischi che si potevano trovare con le sanguisughe, ed io e un
ragazzo tedesco, per non farci mancare nulla, siamo stati lieti di supportare
la spiegazione della guida mostrando le sanguisughe che ci si erano attaccate
sulle gambe. Scopo del trekking era il raggiungere una grotta bellissima che
stava ad una mezza giornata di distanza, purtroppo non eravamo l’unico
gruppo di escursionisti presenti, ma la “folla” ci ha comunque concesso
di vivere a pieno tutte le emozioni: abbiamo attraversato fiumi sotterranei
dove non si toccava e se non ci si teneva a della corde attaccate alle pareti
si veniva trascinati via dalla debole corrente, ci siamo rinfrescati in cascate
meravigliose che si perdevano dentro anfratti, abbiamo visto miliardi di pipistrelli
filosofeggiare a mezzo metro dal nostro naso, insomma abbiamo visto cose che
noi umani non possiamo nemmeno immaginare :) . Ho lasciato Khao Sok National
Park fremente, non vedevo l’ora di tornare al mare e soprattutto di arrivare
a Koh Tao e immergermi nel meraviglioso mondo delle immersioni marine. Il viaggio
per arrivare sull’isola è stato di quelli che non si dimenticano.
In bus fino a Suratthani e da lì in barca fino all’isola. Ci si
può imbarcare scegliendo soluzioni diverse, io ho scelto la night boat,
straconsigliata da tutti le persone con cui ho parlato e hanno fatto lo stesso
spostamento. La night boat, o battello notturno, è una sorta di enorme
peschereccio che parte verso le 23 e arriva sull’isola all’alba,
ovviamente, manco a dirlo, è anche il mezzo più economico per
raggiungere Koh Tao da Suratthani. La barca carica ogni notte tutto ciò
che serve all’isola per poter viziare i suoi turisti e soprattutto i turisti
da viziare. Si dorme tutti assieme nella stiva, cinquanta posti letto se non
ricordo male, ci sono materassi posati per terra stretti quanto un tailandese
mingherlino e lunghi molto meno di me. I miei piedi andavano ad occupare parte
dei gradini che portavano all’uscita di sicurezza e le mie spalle parte
dei materassi vicini, non diversamente stavano i due turisti che avevo di fianco,
uno spasso. Nonostante tutto sono arrivato a Koh Tao riposato. Sull’isola
ho alloggiato presso il centro di diving scelto per il corso. Ho scelto il Dive
point, i prezzi erano uguali in tutta l’isola (8000 Bath per il brevetto
Open Water) ma nel mio bazzicava anche un istruttore free lance italiano e ho
preferito fare il corso con lui. Non volevo trovarmi nella triste situazione
di morire sott’acqua per non aver compreso il senso della frase “remember
to check if your regolator is opened”. L’istruttore, Diego, è
un ragazzo di Genova di ventitre anni, vive a Londra ma d’inverno lavora
a Koh Tao e d’estate ad Ibiza, se può si fa la stagione primaverile
nella zona di Cancun, ho pensato in più di un’occasione di consigliargli
di provare a farsi l’autunno a fanculo: non può far morire d’invidia
chi vive lavorando davanti ad un monitor. Ho desistito, era troppo simpatico
e la mia vita era nelle sua mani ;-) Il corso è durato tre giorni ed
è andato tutto alla perfezione, le mie prime immersioni sono state semplicemente
fantastiche, difficile descrivere la sensazione che si prova a stare sott’acqua
per la prima volta senza disturbare chi ci abita, Koh Tao mi ha regalato una
nuova passione e non vedo l’ora di consumarla anche qui in Sardegna. Finito
il corso mi sono trattenuto altri due giorni sull’isola, non riuscivo
ad andarmene, a smettere di fare immersioni: una droga. Mi sono dovuto imporre
di andar via e come scusa ho usato il Full Moon Party, che come si può
facilmente intuire non capita tutti i giorni. La festa, come amano dire i locali,
è il più grande party sulla spiaggia del mondo e si tiene a Koh
Phan Ngan tutte le notti di luna piena. Sono arrivato sull’isola il pomeriggio
della festa e trovare da dormire vicino alla spiaggia a prezzi economici mi
è risultato impossibile, gli alloggi, economici o no, erano tutti occupati.
Per trovare un bungalow ho dovuto affittare l’ennesima motoretta e spostarmi
di qualche chilometro da Haat Rin: sono stato fortunato. Il bungalow era uno
spettacolo, come al solito spoglio di qualsiasi cosa non fosse assolutamente
utile, nella fattispecie letto e zanzariera. E’ posizionato sopra una
scogliera alta una cinquantina di metri che cade quasi verticalmente su una
piccola spiaggia di sabbia dorata che impedisce alla tranquillissime onde di
picchiare inutilmente sugli enormi massi sui quali, per l’appunto, si
reggeva il bungalow. Il sole, grasso come un ricco cinese, decideva, incredibile
a dirsi, di suicidarsi ogni sera esattamente davanti alla mia finestra ed io,
inerme, l’ho lasciato fare godendomi lo spettacolo. Sistemato il bagaglio
mi sono buttato in spiaggia per mangiare e rilassarmi un pochino prima della
festa: panino e birra. Ho chiesto il conto ma la cameriera mi ha portato un’altra
Chang, “Ma avevo chiesto il conto non un’altra birra”, e lei
“scusami avevo capito male”: “bill”, “beer”
è un casino con sta “R” farlocca che si ritrovano. Poco male,
mi sono bevuto la birra e poi come ha detto lei “more Chang... more fun!”:
ottimo inizio. La festa sulla spiaggia è tutta da ridere, comincia all’imbrunire
e finisce quando svieni. Ogni metro c’è una bancarella per comprare
da bere e se non hai voglia di birra puoi sempre optare per il secchiello della
felicità, un secchiello di quelli che usano i bambini per fare castelli
di sabbia riempito di ghiaccio e poi di tutto quello che hai voglia di bere,
il tutto per 200 bath, e dopo un paio di quelli capita che poi ti ritrovi davvero
a fare castelli. Io sono svenuto attorno alle tre ma il mattino dopo verso le
10 ho visto che i più coriacei stavano appena lasciando la spiaggia,
probabilmente, in una vita precedente, ai tempi di Re Artù, erano tutti
grandi ingegneri. Sull’isola mi sono trattenuto poco e il poco che ho
visto mi è piaciuto parecchio. Nonostante ad Haat Rin si avesse quasi
difficoltà a trovare uno spazio per sdraiarsi è facile trovare
altre spiagge, altrettanto belle, dove godersi sole e mare in quasi assoluta
solitudine. Ho lasciato l’isola due giorni dopo la festa, triste per la
consapevolezza che il viaggio stava ormai volgendo al termine ma curioso come
un pazzo, mi stava aspettando Bangkok. L’ho raggiunta, nuovamente via
Suratthani, prendendo per la prima volta il treno. I posti letto di seconda
classe sono spettacolari, un po’ più cari dei bus ma sicuramente
molto più comodi. Indubbiamente il mezzo migliore per spostamenti che
durano una notte intera. Si dorme tutti assieme in un’unica cabina-vagone
ma i letti sono protetti da una tendina che ti consente di dormire sereno e
hanno tutti una luce “privata” che ti permette di leggere senza
disturbare. Il treno è stato puntuale sia alla partenza che all’arrivo
e alle otto del mattino ero alla stazione centrale di Bangkok. Da li ho preso
un bus di linea, quelli senza aria condizionata, che per 7 bath mi ha portato
nella zona scelta per cercare un alloggio: Banglampoo. Trovare da dormire vicino
a Khao San Road è facile quanto trovare un cinese a Pechino, ci sono
decine di alberghi e guesthouse di tutti i prezzi e per tutti i gusti, io mi
sono buttato su una abbastanza economica e con bagno in camera, prezzo 150 bath.
Le poche giornate trascorse a Bangkok, a parte la visita al palazzo reale, le
ho dedicate allo shopping, non avevo ancora comprato praticamente nulla per
non appesantire il sacco e mi sono fatto facilmente affascinare dall’idea
che girare per mercati fosse un buon modo per conoscere una città, quindi
una giornata a spasso per il quartiere indiano e quello cinese e un’altra
di corsa tra un battello e un tuk tuk per visitare i mercati più moderni.
Inutile dire che fare compere a Bangkok da una certa soddisfazione, ho comprato
di tutto riempiendo una nuova enorme valigia, pantaloni, camicie, borse, cravatte,
lampade, sopramobili e non sono riuscito a spendere più di 150 euro,
che spettacolo! Le notti di Bangkok sono state un altro tuffo in un mondo davvero
inconsueto, almeno per me. La zona di Patpong e il Nana Plaza riuscirebbero
a far arrossire i più affezionati frequentatori della Red Zone di Amsterdam.
Il sesso in tutto le salse, per gioco, per noia, per provare, per ridere, per
raccontare e, ovviamente, per denaro. A Bangkok, come nel resto della Thailandia,
fortunatamente non ho comunque avuto modo di vedere le scene raccapriccianti
di cui spesso si sente parlare. Bambine o bambini in vendita manco uno. Nessuno
vecchio occidentale in compagni di tredicenni. Niente di tutto ciò. Certo
ho visto parecchi occidentali in compagnie di prostitute e molti vecchi occidentali
in compagnia di belle e giovani prostitute, ma credo che a riguardo nessuno
possa sentirsi offeso, d’altronde nulla di diverso da quello che succede
in tutte le nostre città. Spettacolare è stata anche la serata
passata al Lumpini Stadium per vedere qualche match di Muay Thai. Entrare allo
stadio è tutt’altro che economico, 1500 bath per tutti i turisti
contro i 200 del biglietto per i tailandesi ma, passato il fastidio per l’antipatica
diversificazione, si può godere di uno spettacolo davvero singolare.
Nella serata in cui sono andato io c’erano sette incontri, tutti abbastanza
avvincenti. Il pubblico era posizionato tutto attorno al ring su sedie o poco
più distante su gradinate. Un lato del ring era occupata dalla banda
musicale che accompagnava ogni incontro col suono di strani strumenti dai quali
usciva un rumore quasi stridulo e tutti contribuivano a formare una musica ripetitiva,
molto ritmica, a tratti quasi fastidiosa che faceva da sottofondo all’incontro.
Sul ring i lottatori passano quasi tutto il tempo a studiarsi ballonzolando
da un piede sull’altro senza mai perdere il ritmo che la musica sembra
proporgli e pare quasi che scelgano il momento per sferrare il calcio o il pugno
in modo che questo non risulti disarmonico rispetto alla danza fino all’ora
eseguita. Ho sentito spesso parlare della capoeira come una danza simile ad
un’arte marziale, mi vien da dire che la box tailandese è l’arte
marziale più elegante e simile ad una danza che abbia mai visto, davvero
coinvolgente, affascinante.
Il resoconto, o come mi pare di aver capito si usi dire qui sul news group,
la recensione sarebbe terminata e sono davanti al monitor aspettando che mi
venga in mente una frase di chiusura, poche parole che racchiudano il senso
del viaggio che ho provato a raccontarvi, ho appena capito che quelle parole
non sono in grado di scriverle quindi non mi resta che ringraziare tutti quelli
che hanno avuto la pazienza di leggere questo lunghissimo resoconto.
Ancora grazie a tutto il NG.
Ivan
PS Un grazie particolare a chi mi ha consigliato di portarmi dietro “un indovino mi disse”. Il libro mi è piaciuto davvero tanto e Terzani mi ha davvero affascinato.