CORSICA

 

di Alberto Angelici

Un¹unico monolitico blocco di granito. Cosi¹ appare la Corsica la
mattina in cui il traghetto mi porta in vista delle sue rive rocciose.
Mille chilometri di coste, dice la guida che sto sfogliando, con belle
spiagge di sabbia bianchissima che in questa stagione di fine inverno
dovrebbero essere assolutamente deserte ma anche con cime che superano i
2700 metri. Al momento pero¹vedo solo alte rocce che incombono su un
mare color del petrolio grezzo. Una foschia sfuma e nasconde cio¹ che
sta appena sopra il livello del mare. Mi appoggio al legno della
balaustra e osservo Bastia avvicinarsi lentamente. A pochi passi da me,
due bambini si agitano attorno a una donna grassoccia e carica di borse
e sacchetti. Si sta bene, li¹ a poppa. La maggior parte dei passeggeri
e¹ ancora in cabina o si accalca al bar per un mediocre cappuccino. Ne
approfitto per godermi il silenzio intriso di mare e del pigolare
evanescente dei gabbiani che ondeggiano sulle nostre teste. Ho dormito
in coperta, in un punto strategico, ben riparato sia sopra sia ai lati.
Una lastra di espanso per rispetto alle ossa, sacco piuma per stare
caldi, un piccolo cuscino per la cervicale. Nello zaino, torcia,
cambusa, acqua, necessaire, binocolo e un bel libro, oltre
all¹inseparabile cappellino alla Jack Nicholson. Sul fuoristrada,
all¹altra estremita¹ del ponte di coperta, inaccessibile fino a quando
non attraccheremo e¹ rimasto il resto del bagaglio: tenda a igloo,
abbigliamento sia estivo sia invernale, fornello e lampada a gas, una
grossa tanica di acqua, pentola, padella e ammennicoli vari. Insomma
tutto il necessario per vivere autonomamente la breve vacanza di una
settimana in solitario. Ho deciso cosi¹, per avere massima liberta¹,
sganciato, se lo vorro¹, da alberghi e ristoranti.

Bastia si trova all¹estremita¹ della fertile pianura della Marana, tra
una larga valle detta U Fanghu dove si sono sviluppati i quartieri nuovi
e una profonda insenatura che ospita il Vecchju Portu, ben riparata da
un alto promontorio dove fin dalla meta¹ del trecento fu costruita una
prima fortezza a difesa della citta¹, per affermare la nascente potenza
genovese sulla Corsica. La disposizione dei suoi quartieri e¹ la chiave
di lettura delle vicende che nei secoli hanno coinvolto la citta¹,
conferendole l¹attuale impronta urbanistica. Attorno al fortino, che
diventera¹ la Cittadella, si sviluppa la citta¹ nuova: a Terra Nova, che
sotto Genova vedra¹ insediarsi le famiglie fedeli alla Repubblica
ligure. Ai piedi di questa collina, si trova A Terra Vecchja e cioe¹ il
quartiere del porto, con le chiese di San Ghjuvanni e San Carlu e la
Piazza d¹u Merca¹, luogo d¹incontro per eccellenza della citta¹
medievale per pescatori e Corsi attratti dalla prospettiva di nuove
ricchezze. Nei secoli successivi la citta¹ ando¹ estendendosi verso nord
e verso sud, bloccata a ovest dalle alte colline della Serra d¹u Pignu.
A iniziare dal 18°secolo, nella parte nord inizia a svilupparsi la
citta¹ francese attorno alla bella Piazza San Niculau, davanti alla
quale nascera¹ quello che e¹ oggi uno dei porti commerciali piu¹ attivi
dell¹ isola e quello passeggeri. Lo sviluppo lungo i due assi si e¹
accentuato e attualmente a nord e¹ sorto un grande porto turistico,
accanto all¹antica zona industriale di Toga e a sud sono cresciuti i
quartieri popolari fino ad inglobare i comuni limitrofi. Assolutamente
da visitare la Cittadella, chiusa da alte mura del 16° secolo, con il
palazzo dei Governatori, che ospita il Museo Etnografico, e la
cattedrale di Santa Maria, fra le opere piu¹ espressive, assieme
all¹oratorio di Santa Croce, del barocco mediterraneo. Lo sbarco
richiede pochi minuti, anche perche¹ la nave e¹ semi-vuota. Appena fuori
della citta¹, la strada sale rapidamente e in pochi chilometri supera il
costone che rappresenta lo scheletro del ³dito², la lunga penisola
protesa verso la Liguria. Conto di visitare quella regione al
ritorno.Ora preferisco puntare a ovest, verso Saint Florent (San
Fiurenzu). Come arrivo al punto piu¹ alto, circa 500 mt s.l.m., mi
fermo. Nuvole grigie striate di bianco salgono veloci da est,
schiacciate a terra da un vento tutt¹altro che caldo, nonostante il
sole. Sembrano scivolare sul terreno e anche su di me come bianche
lingue impalpabili. Per pochi istanti ne faccio parte e ne avverto
sulla pelle il contatto umido e vischioso. Non e¹ una sensazione
piacevole anche se per un attimo mi sento come nella pubblicita¹ di un
noto caffe¹.

Sotto, a occidente, si stende la baia di Saint Florent, lambita da un
mare di un blu spettacolare. La luce e¹ dorata e i colori appaiono piu¹
attraenti e splendidi. Davanti, oltre il golfo, incombe una fila di
montagne, culminanti nel Monte Astu, scure di alberi e macchiate del
verde piu¹ tenero dei pascoli. Mi trovo nella zona di Patrimoniu,
dedicata alla coltivazione delle omonime pregiate uve di moscato. Lo
testimoniano gli infiniti gradini tappezzati di bassi filari e la
miriade di domaines e clos, cantine e aziende di produzione che si
affacciano sulla tortuosa e ripida strada che mi conduce verso il
promontorio a filo d¹acqua su cui sorge Saint Florent, circondata da un
moderno porticciolo. In pochi minuti passo dal fresco ventoso della nuda
roccia al caldo semi-estivo di una tranquilla cittadina balneare. Un
sole gia¹forte e la protezione delle alture circostanti permetterebbero
anche un bagno in mare e sono tentato, guardando un gruppo di tedeschi
che sguazza felice a pochi metri da me. Prioritaria e¹ invece una visita
ai negozi che fiancheggiano la piazzetta. Baguette, formaggio di capra e
una larga fetta di tarte au pommes appena sfornata. C¹e¹ poca gente in
giro, quanto basta a rendere vive le strade attorno a me ma esigua al
punto da poter parcheggiare ovunque. Consumo il mio primo pasto corso
all¹ombra di un eucalipto osservando una coppia di giovani che lavora
su di una barca. L¹atmosfera mi ricorda certi paesi della costa
azzurra. Nei negozi scopro visi sorridenti e un francese dolce e
musicale mi riporta al soggiorno parigino che sembra appartenere a
un¹altra vita. Fuori da un negozio, una bimba gioca carponi con
un¹automobilina. I suoi sono i colori del grano maturo, dai capelli
raccolti in alto con un allegro fiocco, alla pelle gia¹ ambrata dal
primo sole. Gioca da sola, spostando avanti e indietro sul selciato la
piccola vettura e ne simula il rombo arricciando le labbra dalle quali
esce un buffo scoppiettio. Lo sguardo e¹ attento e le guance sembrano
meline mature, nello sforzo di accogliere sempre piu¹ aria. Quando
arriva davanti ai miei piedi, alza su di me occhi scanzonati e chiari.
³UeeŠque tu fais, m¹ssieur? Voi, tu m¹a ferme¹ la voiture!² Il tono e¹
sicuro e un poco petulante, la mano sul fianco, ma allo sguardo
corrucciato della madre che sta facendo spese nella bottega, risponde
defilandosi prontamente in un frullare di cotone a fiori.

LE ROCCE DEL DIAVOLO

Se si vuol dar ragione alla leggenda, nacquero cosi, i calanchi, ³e
calanche² come li chiamano da queste parti, sul lato occidentale della
Corsica, nel golfo frastagliato e triangolare di Porto.Fu la vendetta
del diavolo, innamorato respinto da una ragazza del luogo che, difesa
dal marito e dai compaesani, fu trasformata in pietra assieme a loro.
Una spiegazione suggestiva piu¹ di quella che ci fornirebbe qualsiasi
geologo che parlerebbe di graniti alcalini picchiettati del nero della
biotite e del verde-marrone dell¹ anfibolo.
Ma non e¹ facile attribuire il merito di tanta selvaggia bellezza al
sodio o al potassio, anche se a loro e¹ dovuta.
E¹ marzo e il turismo e¹, specialmente in questa parte dell¹ isola,
virtualmente assente. Il cielo azzurro e la temperatura mite mi hanno
permesso anche qualche bagno, ma oggi, lasciato il sud, piu¹
pianeggiante e basso, mi sto spostando in un paesaggio magico e
surreale. Il traffico e¹ inesistente e posso viaggiare a velocita¹
bassissima e godermi ogni particolare.
Una sterminata sequenza di guglie dalle forme piu¹ estrose mi circonda,
sale in alto verso la montagna e discende fino al mare, intarsiata di
mirto e rosmarini in fiore e lecci. Guardo quei pinnacoli e vedo i
castelli che da bambini costruivamo in spiaggia, colando dalle dita la
liquida pastella fatta di acqua e sabbia e solo la fantasia di ognuno
era il limite al nostro creare. In quelle forme scorgevamo armigeri
appostati a contrastare il nemico in arrivo e dame imprigionate da
crudeli tiranni e scudieri e stalle e sale d¹ armi eŠqui, come in quelle
precarie costruzioni che la marea avrebbe levigato e corrotto, e¹ l¹
apparente paradosso delle forme naturali, la bizzarra e inquietante
morfologia di queste scogliere che sembrano crollare da un momento all¹
altro.E¹ il vento, millenni di vento ad aver scavato nel granito i
³tafoni² (buchi in lingua corsa) anfratti e cavita¹ di ogni forma e
misura ma e¹ la fantasia umana ad attribuire nomi alle forme. Ecco
allora la chimera, il pellegrino, il leone, l¹ orsoŠfigure dell¹
immaginario scolpite dalla luce. Solo in qualche punto di questa costa
e¹ l¹ uomo artefice del paesaggio. Le ragioni sono le solite, quelle di
sempre: dominare e difendersi. Su ogni capo che si spinge nel mare
sorge una torre, una fortezza diroccata. Vegliano ancora oggi la torre
di Turghio sullo strapiombo di Capo Rosso e quella di Orchino, a pochi
minuti da una delle spiagge piu¹ nascoste e affascinanti dell¹ isola,
Chiuni. Poi il torrione di Omigna e quello di Cargese che ospito¹ una
colonia di greci, sbarcati a Porto Monachi il 14 marzo 1676. Fu un
esilio assai tormentato, il loro; non era bastato che i turchi li
cacciassero dal Peloponneso, perche¹ anche la protezione concessa dalla
Repubblica di genova sarebbe durata solo mezzo secolo. La rabbia dei
pastori corsi, che avevano dovuto condividere con i greci i pascoli, era
esplosa il 29 aprile 1731.
I greci fuggirono verso Ajaccio mentre le loro case bruciavano, cosi¹
come i frutteti e le vigne che avevano piantato a Paomia.
Alcuni anni dopo, il governatore francese decise di impiegarli per
costruire Cargese. Ecco perche¹vi si praticano ancora culti
ortodossi, ecco perche¹ e¹ differente da ogni altro paese dell¹ isola,
geometricamente regolare, con vie diritte e case piccole e basse.
Perche¹ fu concepito da ufficiali del genio militare francese. Gli
attriti tra la comunita¹ greca e quella corsa cessarono a meta¹ dell¹
ottocento, dopo che i ³nuovi arrivati² ebbero disboscato il littorale
attorno a Gargese per coltivarlo a ulivi.
Guardando dall¹ alto la costa attorno a Porto, dalla massiccia fortezza
genovese di Capo d¹ Orto oppure dalla torre quadrata che sorveglia l¹
accesso via mare al piccolo abitato, o ancora dal fortino di Girolata,
che proteggeva la rada e le navi in essa ancorate, si comprende con
quanto accanimento i genovesi difendessero approdi e possedimenti. E
con quale astuzia, Tanto che un¹ espressione dialettale corsa suona
ancor¹ oggi cosi¹:²Un¹ ci capisci mancu un Ghjinuvesi², per dire di una
situazione troppo difficile da sbrogliare, da capire.In fondo, un
attestato di stima dei Corsi verso gli antichi dominatori.