La Via Appia, Regina Viarum

di Alberto Angelici


Mai, nella storia del mondo, alcun popolo tento’di realizzare una rete viaria estesa e complessa come invece volle e seppe fare Roma.
Centomila chilometri di strade, progettate, costruite e curate dall’amministrazione dell’Urbe, in Europa, Asia, Africa.. Ma cio’ che ancora oggi risulta strabiliante e’ la qualita’ e non tanto e non solo la quantita’, una complessita’ e una perfezione paragonabli solamente al sistema autostradale del XX secolo. Parliamo invece di 23 secoli fa.
E’ allora, infatti, nel 312 Avanti Cristo, sotto la supervisione e per volere di Appio Claudio censore, che inizia la costruzione della prima vera stralastricata: la Via Appia, laddove esistevano gia’ dei piu’ antichi tracciati, tra Etruria, Lazio e Campania ma stretti, tortuosi, lenti e spesso invasi dalle acque delle vicine paludi.
Il progetto di Appio Claudio e’ innovatore, di piu’, rivoluzionario, quasi del tutto rettilineo: si pensi che tra Roma e Terracina l’appia corre perfettamente diritta per oltre 90 chilometri, interamente lastricato e dotato perfino, in molti tratti di canalette derivate corsi d’acqua locali, per dissetare i viaggiatori.
Per rendere possibile l’opera, furono prosciugate le paludi Pontine che, in seguito al disgregamento dell’ Impero torneranno ad essere invase dalle acque e saranno nuovamente bonificate solamente in epoca fascista.
Rivoluzionario per la complessa struttura della massicciata, formata ben quattro strati di differenti materiali che, sovrapposti ad arte, hanno retto per duemila anni al passaggio di carri e persone.
Rivoluzionario per la concezione stessa del tracciato; in precedenza, le strade avevano lo scopo di collegare tra loro i centri abitati, piccoli e grandi. L’Appia, invece, detta Regina Viarum e cioe’ regina di tutte le strade, voleva collegare nel modo piu’ diretto e rapido i suoi due punti estremi: Roma e Brundisium, Brindisi, lasciando alla viabilita' minore il compito dei collegamenti locali.
Lo scopo di cio’ era evidentemente strategico, sia in un’ottica di interessi commerciali che un punto di vista militare. Fin subito, infatti, Roma capi’, e a tale criterio sempre si conformo', la necessita’ prioritaria di controllare il territorio mediante rapide e sicure via di comunicazione attraverso le quali inviare con estrema e micidiale rapidita' le proprie legioni. Via via che l’Impero si espandeva tale necessita’ si fece sempre piu’ vitale e per soddisfarla l’Urbe investi’ energie e capitali immensi.
Quattro metri e dieci, la carreggiata, per consentire il passaggio simultaneo di due carri e fiancheggiata corsie riservate al traffico pedonale, perche’ allora erano in tanti a spostarsi a piedi sul territorio.
A costoro era dedicata una larghezza pari a quella percorsa dal carriaggio.
Per raggiungere lo scopo, Claudio spiano’ colline, scavo’ le alture, costrui’ muri di contenimento, creo’ terrazzamenti e bonifico’, appunto, parte delle paludi Pontine, imprese ciclopiche che ancora oggi, tenuto conto delle tecnologie allora disponibili, hanno dell’ incredibile.
Facendo uso di una quantita’ sterminata di operai e di capi squadra e ingegneri di grande abilita’, prima furono definiti i margini e scavata la terra per una profondita’ di quasi due metri. A questo punto, asportato il terriccio, si posava lo “statumen”, massicciata di base, formata grossi blocchi rocciosi e spessa almeno 30 centimetri.
Un eguale spessore, detto “ruderatio” era quindi sovrapposto al primo e formato pietre piu’ piccole legate con calce. Seguiva il “nucleus”, uno strato di circa 50 centimetri formato ghiaia grossa che veniva livellata e compressa con l’ausilio di cilindri in legno azionati a braccia. Infine si posava il “pavimentum”, uno strato di ghiaia piu’ fine o, come ancora resta in certi tratti sopravvissuti, larghe lastre di silex, pietra basaltica di eccezionale resistenza all’ usura, il cosiddetto basolato romano. Altra innovazione era il profilo a schiena d’asino, piu’ alto al centro, pu’ basso ai lati, per consentire un regolare deflusso delle piogge.
Nel 191 a.C., terminata la guerra contro i sanniti, l’Appia aveva raggiunto Capua. Li’, infatti, si concludeva l’originario progetto di Appio Claudio. In seguito, dopo la vittoria su Pirro, re dell’Epiro, e quando la colonia di Beneventum era gia’ una realta’, la strafu prolungata e vi giunse nel 268 a.C.. Successivamente arrivo’ a Taranto e quindi si concludeva a Brindisi, importantissimo porto e, virtualmente, porta d’ingresso dell’ Asia minore e del mondo greco.
Con tale, immensa opera, il censore consegnava il proprio nome alla storia; il corpo, invece, gia' riposava, per suo specifica volonta', proprio accanto alla "sua" strada.
Caduto l’impero, il complesso sistema viario che aveva contribuito a tenere insieme l’ enorme mosaico dei territori via via annessi e che aveva consentito i commerci con l’estremo oriente fino all’ India e alla lontana Cina e a sud con un’ampia parte dell’ Africa e a nord ovest a lambire le nebbiose terre di Scozia, questo intricato e oneroso ordito di strade fini’ gradualmente in rovina.
Ad accelerarne il decadimento fu anche l’ esteso fenomeno della spoliazione dei componenti che le costituivano, per riutilizzarli come materiale costruzione.
Conseguente a tale abbandono e’ la nascita di una curiosita’ etimologica che e’ all’ origine del termine “rotta”. Le strade romane, Appia inclusa, erano ora dette “ruptae”, cioe’ rovinate, sconnesse. Cio’ nonostante, continuarono ad essere utilizzate; era quindi invalso l'uso di dire che “si andava per la rupta”, sicuri cosi’ di arrivare a destinazione. Oggi, per mare, si “segue la rotta” . In Francia la parola e’ divenuta route e in inglese si dice road.
Dagli anni bui del medioevo, purtroppo l’opera di sottrazione del lastricato non e’ mai cessata, tanto e’ vero che le ville disseminate lungo l’Appia antica sono piene di frammenti architettonici e manufatti.
Nella seconmeta’ del Settecento si ha la vera riscoperta dell’Appia, ad opera, soprattutto di un grande scrittore tedesco, Johann Wolfgang Goethe e di un famoso architetto e incisore, Giovanni Battista Piranesi che fecero conoscere al mondo, in pieno neoclassicismo, questa antica straromana che divenne una sorta di simbolo della grandiosita’ della Roma antica.I numerosi ruderi che la fiancheggiano alimentarono, con il loro carattere funerario,l’immagine di un decadentismo romantico che al classicismo sarebbe presto seguito.
Nel secolo successivo l’antico tracciato e’ eletto a simbolo dell’immaginario romantico e tardoromantico. Dopo estese opere di risanamento e di manutenzione ad opera del governo papalino, che si protrassero per tutto quel secolo e parte del successivo, dal 1950 ai tempi nostri la situazione e’ peggiorata via via e la maggior parte dei fregi marmorei che ancora sopravvivevano e’ oggi scomparsa.
Significa che in epoca di benessere e di cosiddetto progresso civile si ha meno rispetto per il nostro patrimonio artistico che non nel 18° e 19°secolo. Furti per alimentare il mondo dell’ antiquariato e stupidi vandalismi si sono diffusi e incrementati paurosamente grazie alla scarsa attenzione per un patrimonio evidentemente troppo vasto per essere ben amministrato
“Tutte le strade portano a Roma”, recita il detto che, alla rovescia, significa che ogni stranasce a Roma. L’Appia, la primogenita, quella che ha dato inizio a un nuovo corso, a un inedito modo di modulare il concetto stesso di “strada”, e’ all’ origine della leggenda. ---------

commento
di "keep on movin'"
Proprio alcuni giorni fa su una bancarella ho acquistato un librino: "Le grandi strade di Roma nel mondo" di tal Victor W. von Hagen, "club del libro fratelli Melita". Questo post mi ha fatto venire la voglia di iniziare a leggerlo al piu' presto.

Mi permetto di aggiungere alcune cose e parlare anche delle strade "moderne".
> Il progetto di Appio Claudio e' innovatore, di piu', rivoluzionario, quasi > del tutto rettilineo: si pensi che tra Roma e Terracina l'appia corre > perfettamente diritta per oltre 90 chilometri

I geniali Romani introdussero il raccordo circolare tra due rettifili e per secoli
la geometria delle strade non ha subito evoluzione:
Neppure i primi veicoli a motore modificarono il progetto stradale.
Adesso, pero', le strade devono essere costruite con altri criteri geometrici.
Lo studio del tracciato delle strade moderne e' iniziato dal campo ferroviario.
Le caratteristiche dei veicoli ferroviari hanno portato all'introduzione di curve a raggio variabile inserite tra rettifili e cerchi allo scopo di ridurre il "contraccolpo" che si ha nel passaggio rettilineo a curva. Col passare del tempo e il miglioramente delle prestazioni dei veicoli si e' visto che questo modo di proseguire non era adatto agli autoveicoli. Mai piu' lunghi rettifili raccordati curve variabili e cerchi, ma il contrario: archi di curve, raccordati brevi rettifili (lunghi al piu' 300 metri).
Questo perche' un veicolo avanza per un fenomeno fisico denominato "aderenza", dovuta alla reazione vincolare suolo-ruota. Tale forza si divide in una componente longitudinale e una trasversale. Il motore trasmette un "momento torcente" all'asse della coppia delle ruote motrici e, a determinate condizioni, il moto di rotazione delle ruote si trasforma in moto di traslazione per il veicolo. Se il veicolo perde aderenza, puo' succedere che la ruota giri, ma il veicolo resta fermo (la classica "sgommata", in partenza); oppure che la ruota si blocchi (in caso di brusca frenata): non rotola piu' ed aumenta lo spazio di frenatura. In questo caso le conseguenze possono essere catastrofiche. Percorrendo un lungo rettilineo, il veicolo non e' sottoposto ad azioni trasversali ed il veicolo potrebbe aver perso l'aderenza longitudinale. Il moto di rotolamento delle ruote e' accompagnato un forte scorrimento, senza che il conducente possa rendersene conto. A quel punto puo' bastare una piccola azione trasversale (un piccolo colpo di vento) e il veicolo "vola".
Questo spiega i "misteriosi" salti di carreggiata di autovetture che, apparentemente, procedevano in rettilineo senza problemi. Invece, quando un veicolo percorre un tratto di straa curvatura non nulla e' sottoposto alla forza centrifuga, che impegna la componente trasversale dell'aderenza. Il conducente si accorge immediatamente se il veicolo sta sbandando e puo' rimediare.
Ecco perche' le strade devono essere, per quanto possibile, non rettilinee o, perlomeno, "meno rettilinee possibili".
Scusate le chiacchiere.
Paolo