Alto Aveto e Nure

di dperazzi

A volte basterebbe fermarsi a guardare, per riappropriarci della nostra vita.

(inverno 2001 – alto corso dell’Aveto)
Le rocce sono immani barre di pilastri portanti accatastate in obliquo ordine; corrono intorno al torrente, immerso nella brughiera in quota, dirigibili di nuvole dense e pesanti si spostano sfiorando il suolo, alcune slabbrandosi nelle correnti delle aree basse, altre trascinate in cielo come se quello fosse un luogo innaturale per una nuvola.
Se il colore dell'acciaio fuso fosse di un trasparente blu cobalto allora sarebbe più facile descrivere l'aspetto delle pozze profonde formate dal torrente nelle anse improvvise, ciò che normalmente è caratteristica dell'acqua, la liquidità, assume nell'inverno un aspetto immobile, plastico, la sensazione o forse la percezione dell'esistenza di una sorta di moto non moto o di mobilità statica, avvicina alle parabole Zen.
Quando pedali ad una temperatura abbondantemente inferiore allo zero ti rendi conto che non puoi farlo per molto, ma è così magico questo momento. Mi concentro sul suono della catena che morde i pignoni, cerco un suono privo di cadenza, segno della mancanza di momenti squilibrati tra potenza applicata e trazione alla ruota.
Anche volendo non è possibile udire altri rumori, certo il freddo attenua anche il propagarsi dei suoni, o più probabilmente non vi sono altri scriteriati che a quest'ora nella sera si trovano così lontani dal focolare.
La chiesa è appiccicata alla montagna, insieme a quelle poche case che a fatica si possono chiamare paese, il vento della notte mi sputa in faccia la neve.
Alla luce fioca dietro la finestra posso immaginare don Paolo che mi guarda incredulo.
Solo la luce delle candele illumina la chiesa, sin dove la luce tremolante arriva disegnando le ombre di superfici irregolari; manufatti umani di un'epoca in cui il concetto industriale era ancora alieno, blocchi di arenaria forse espiantati da più antichi ruderi pagani, e non sarebbe strano né la prima volta che ciò sia avvenuto.
Oltre quelle bolle di luce appannate dagli occhiali, la tenebra dilatava gli spazi di quella architettura antica, le colonne sparpagliate sono confini invalicabili.
Tra le grosse mani Don Paolo si rigirava Gesù bambino, quasi a volerlo riscaldare prima di riporlo nella mangiatoia accanto al padre e alla madre, l’alito si raddensava nell’aria gelida, dopotutto era quasi Natale.
La brandina nella canonica è una cuccia calda, la coperta di lana grossa mi punge la carne, certo la minestra e il vin buono aiuta. Mi racconto da solo per aspettare il sonno una tratto di strada che percorso nell'ultima estate attraverserò all'indomani ma in veste invernale.
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(estate 2001 - Il Nure)

Ero coricato nel pettine di ghiaia che l'acqua del torrente formava - in quel punto leggermente più ampio tra pareti di roccia del suo corso; cunette di pietrisco chiaro erano accumulate dal disfacimento della montagna, seguivano in improvvisi fruscii le pieghe verticali scavate nell'arenaria, sino a deporsi sul greto.
Gli alberi aggrappati dove potevano, prima radi e sofferenti sboccavano da fenditure, crepe; poi lasciando spazio nel terreno alluvionale a distese di equiseti e riverse all'acqua ampie foglie di verzura, grasse d'umidità.
Il ponte tibetano fluttuava in una apparente tensione tra le volute di aria calda spinte per convenzione tra le pareti rocciose, ora una in ombra e l'altra al sole.
Ero coricato nel pettine di ghiaia che l'acqua del torrente formava - I pesci dovevano ormai essersi abituati alla mia presenza, mi avevano adottato; risalendo il raschio in quelle quattro dita d'acqua, si prestavano in acrobazie saltando da pozza in pozza, surfando la corrente e schizzandomi di gocce. E mentre ascolto la frustata delle loro code sull'acqua un pensiero lieto mi affascina la mente: ma i pesci sono felici?
Sono coricato nel pettine di ghiaia che l'acqua del torrente formava - E' irrilevante il peso di una realtà in un luogo e in un tempo diverso, ho il sapore dell'acqua sulle labbra, alle narici giunge ancora il profumo acido degli equiseti e la mia pelle ricorda i corpi flessuosi dei pesci.
Forse non esiste una realtà, né il ricordo, neppure il sogno, basterebbe accettare una apparente coscienza.
(fatti, luoghi e personaggi sono reali: il ponte "Tibetano" in realtà è una struttura metallica Bailey sovrapposta al ponte in corso di ricostruzione in località Mulino Nano (PC), lungo l'alto tratto di provinciale della ValNure.)
spero che abbiate gradito anche questa, buona giornata.
dperazzi