di Seshepankhatum
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24 aprile
E’ mattina inoltrata quando partiamo da Torino verso la provincia di Cuneo. Nonostante le numerose indicazioni stradali non è facile allontanarsi dal centro senza imboccare l’autostrada Torino – Savona; la ricerca della meno trafficata SS 20 si fa laboriosa ma non ci perdiamo d’animo e alla fine riusciamo a restare fedeli al nostro proposito di percorrere soltanto strade secondarie in modo da poter apprezzare appieno il paesaggio. Già a pochi chilometri dalla città questa bella giornata di primavera ci regala colori brillanti e cielo terso. La strada segue il corso del Po fino a Carmagnola, dove abbandoniamo la SS 20 che devia verso est e proseguiamo lungo il fiume per la SS 663. Qui i campi e i pascoli la fanno da padrone e il panorama diventa mozzafiato quando le cime ancora innevate delle Alpi si fanno sempre più vicine incorniciando il verde sottostante. Prati di fiori gialli e vecchie cascine si stendono a perdita d’occhio, intervallati di tanto in tanto da piccoli paesini dai nomi fino ad oggi sconosciuti: Lombriasco, Casalgrasso, Polonghera, Faule, Moretta, Cardè si susseguono nella zona del Parco Fluviale del Po, dove i torrenti Maira, Varaita e Pellice contribuiscono ad ingrossare le acque del giovane fiume.
Da ogni paese si staglia il profilo di una torre, di un castello o di un campanile, segno che il nostro “viaggio nel tempo” verso il Medioevo piemontese è alla porte. Infatti intorno a mezzogiorno compare all’orizzonte la bella Abbazia di Staffarda, una delle più celebri testimonianze medievali del Piemonte, costruita sotto l’imponente sagoma del Monviso. E’ quasi orario di chiusura ma fortunatamente l’ingresso è ancora consentito. Per una buona mezzora ci rinfreschiamo nel chiostro al riparo dal caldo inaspettato; gironzolando nel silenzio dei corridoi e delle stanze sembra quasi di riuscire a sentire i passi dei monaci che fino al XVIII secolo hanno recitato le loro preghiere animando questi luoghi. La storia di Staffarda inizia nel XII secolo, quando il Marchese di Saluzzo dona all’ordine cistercense queste terre particolarmente fertili e produttive. Il complesso è un tipico esempio di stile romano-gotico, con i bei muri in mattone cotto a vista. Anche la chiesa, con la sua semplicità romanica e l’alternanza del rosso del mattone e del bianco della calce, è un buon posto dove sostare qualche minuto per farsi un’idea dell’atmosfera che si doveva respirare qui nove secoli fa. Nemmeno lo sfarzoso polittico secentesco che sovrasta l’altare danneggia la pace dell’ambiente. Abbandonata l’intimità del chiostro consumiamo il pranzo al sacco nel prato sul retro dell’abbazia: non male mangiare tra i contrafforti di un edificio così antico che ha visto il susseguirsi di epoche e di eventi! Della vita cistercense ora rimane soltanto il ricordo ma il vicino bar propone un misterioso “elisir del monaco”; purtroppo il bar è chiuso, quindi a malincuore devo rinunciare a soddisfare la mia curiosità su questo strano intruglio. Prima di rimetterci in macchina diamo uno sguardo alla adiacente loggia del mercato e alla foresteria che delimita il cortile dell’abbazia. Mentre ci allontaniamo verso Revello ci volgiamo per un ultimo saluto a questo bel monumento. La vista è di quelle indimenticabili: un cielo azzurrissimo fa da sfondo al Monviso imbiancato e al rosso mattone dell’Abbazia, il tutto incorniciato dal giallo acceso dei prati in fiore. Una leggera brezza rende ancora più piacevole questo quadro di primavera.
Revello è un piccolo comune che oggi conta a malapena 4000 abitanti ma che ha una inaspettata storia alle spalle. In passato fu una delle piazzeforti militari più temute in Piemonte, nonché residenza della Marchesa Margherita di Foix. Non occorre molto tempo per rendersi conto che i Marchesi di Saluzzo e gli edifici che testimoniano i fasti di questo marchesato sono onnipresenti nel territorio: ogni paesino se non può vantare un castello ha almeno una torre o tracce di antiche fortificazioni che spesso celano capolavori nascosti. E’ proprio questo il caso di Revello, dove nella piazza del Municipio la Cappella Marchionale conserva un ciclo di affreschi del XVI secolo che commemora la Marchesa Margherita e il marito Ludovico II di Saluzzo. Sul colle dirimpetto alla cappella si vedono le rovine del castello di Bramafan, distrutto nel 1642 per ordine del cardinale Richelieu. Ma forse l’edificio più bello del paese è la Chiesa Collegiata (XV sec), il cui campanile a bifore e trifore spicca con il suo rosso mattone in mezzo alle vecchie abitazioni del centro. Un altro gioiello medievale dietro l’angolo a ricordarci che non è necessario percorrere migliaia di chilometri per trovare luoghi meravigliosi di cui stupirsi.
Lasciato Revello, finalmente alle tre del pomeriggio siamo nel centro di Saluzzo. Il sole che picchia ci fa optare per la visita alla Cattedrale neogotica del XV secolo, rimandando di qualche minuto la faticosa salita al castello. Se a Staffarda tutto mirava alla semplicità e al raccoglimento, qui ogni cosa punta al maestoso, al superbo, al grandioso. Continuo a preferire il romanico al gotico, ma non posso negare il forte impatto visivo di questa imponente cattedrale. Dopo esserci preparati moralmente alla salita, ci avviamo verso il centro storico sulla collina. E’ molto facile perdere il senso dell’orientamento tra questi vicoli labirintici, ma qui “ogni strada porta al castello” e dunque alla fine anche noi riusciamo a raggiungere la sudata meta. Il castello (XIII sec) era ovviamente la sede principale dei Marchesi di Saluzzo, che da qui per ben quattro secoli esercitarono il proprio dominio incontrastato sulle terre circostanti. Oggi l’edificio è chiuso per restauri, non ci resta che un breve riposo nella vicina piazzetta alberata prima di intraprendere la discesa verso la parte moderna della città. Ogni via del centro storico offre al visitatore scorci ricchi di storia: dalla casa natale di Silvio Pellico al porticato di Via Volta, dalle pittoresche case quattrocentesche della Salita al Castello al Monastero dell’Annunziata si assapora inconfondibile l’aria dei tempi passati. Il luogo più suggestivo è senza dubbio la piccola piazzetta racchiusa dalla famosa Chiesa di San Giovanni e dal palazzo Comunale, al centro della quale un vecchio pozzo in pietra aggiunge quel tocco in più che permette la completa immedesimazione nel Medioevo. Durante la passeggiata passiamo davanti alla Casa Cavassa (XV sec), palazzetto nobiliare oggi adibito a museo. Non era nei nostri programmi visitarla ma l’ingresso gratuito e l’inaugurazione di una mostra sul barocco piemontese ci inducono a curiosare. In effetti basta la vista scenografica che si gode dalla terrazza per ritenerci soddisfatti; anche il salone principale arredato con stalli lignei finemente intagliati è imperdibile.
Il pomeriggio si conclude con una meritata coppa di gelato sotto i portici di Via Torino. Ci rimane ancora un po’ di tempo prima di rincasare al bed & breakfast di Verzuolo, ne approfitto per un sopralluogo allo scavo archeologico del sito romano di Costigliole Saluzzo a cui ho partecipato lo scorso settembre. Con amarezza devo constatare che il sito dopo tutti questi mesi di abbandono si è trasformato in un grande prato dove… pascolano le mucche! La strada per Verzuolo scorre in fretta mentre Bob mi prende in giro sulla risaputa “sfiga” del lavoro dell’archeologo. Rispetto allo scorso anno lo scavo è cambiato ma l’ospitalità della signora Antonella e il calore delle sue stanze in affitto sono rimaste le stesse. Anche a Verzuolo non può mancare un castello, che però oggi è residenza privata e pertanto chiuso al pubblico. Ci accontentiamo della vista sul maniero che si gode dal cortile del bed & breakfast, dove ci riposiamo due orette prima di cena. In realtà avevamo pensato di cenare in una “piola”, una tipica trattoria dove assaggiare la cucina del posto, ma da sprovveduti non abbiamo pensato di prenotare con anticipo e i locali sono già al completo. A questo punto la scelta ricade inevitabilmente sulla classica pizza e con la pizza si chiude questa splendida giornata. Alle dieci crolliamo esausti in un sonno profondo.
25 aprile
La giornata inizia nel migliore dei modi: con la colazione stratosferica della nostra padrona di casa! Effettivamente le sue abbondanti porzioni hanno allietato non poco la campagna di scavo di qualche mese fa… e la colazione di stamattina non è certo da meno! Prima di rimetterci in marcia la signora Antonella ci racconta la storia della sua famiglia, tirando fuori da un cassetto un album di sbiadite fotografie in bianco e nero. A inizio Novecento questo cascinale era conosciuto come “la ghiacciaia”: ancora oggi nel cortile è visibile l’edificio dove tutto l’anno si conservava il ghiaccio, frammisto a strati di paglia per mantenere la temperatura bassa. Da qui il ghiaccio veniva trasportato su un carretto per essere distribuito agli abitanti dei paesi vicini… erano i tempi in cui il frigorifero non esisteva ancora! L’odierno bed & breakfast prende il nome proprio dalla vecchia attività: La Ghiacciaia. Un bel modo per mantenere il ricordo delle antiche tradizioni di famiglia! Salutiamo la signora Antonella con la promessa di tornare presto a trovarla e percorriamo a ritroso qualche chilometro della SS 589 verso Saluzzo.
Questa mezza giornata la dedichiamo al castello della Manta, uno dei più conosciuti della zona per via delle sue bellissime pitture. Ovviamente anche qui c’è lo zampino dei marchesi di Saluzzo, non potrebbe essere altrimenti. La sala a cui il castello deve la sua celebrità è quella dei Nove Prodi e delle Nove Eroine, un ciclo di affreschi commissionati dal marchese Ludovico II (XV secolo). Mentre da una parte del salone sfilano i diciotto personaggi esemplari appartenuti alla storia (Giulio Cesare, Alessandro Magno, ecc.) o al mito (Re Artù, Ippolita e le Amazzoni, ecc.) sul lato opposto campeggia il dipinto della Fontana della Giovinezza, circondato da una serie di vignette provocatorie in netto contrasto con l’austerità dell’altra parete. Al piano inferiore un’altra bella sala, quella delle grottesche del XVI secolo, un periodo in cui questo stile andava molto di moda. Tutte le pitture sono intrise di simbologie e allegorie erudite, come ben si addice al periodo medievale e rinascimentale. L’ottimo stato di conservazione del monumento è merito del recente intervento del FAI, a cui si deve anche il lavoro non trascurabile di ricostruzione delle cucine e delle cantine. Una passeggiata nel parco e un’occhiata alla vicina chiesetta concludono questa piacevolissima visita.
Insieme a Saluzzo e Manta, anche Verzuolo, Costigliole e Busca erano punti strategici del marchesato. Infatti lungo la strada svettano i rispettivi castelli con le colline boscose sullo sfondo: se non fosse per i moderni cavi elettrici si direbbe davvero di aver fatto un salto fino al Medioevo. La nostra meta finale è Cuneo, ma subito dopo Busca facciamo una deviazione per Dronero, all’imbocco della Valle Maira. Il tempo comincia a peggiorare, grossi nuvoloni grigi minacciano pioggia e un vento gelido ci suggerisce di affrettarci verso Cuneo prima del temporale. A Dronero non voglio però mancare di vedere il Ponte Vecchio, detto altrimenti Ponte del Diavolo per una leggenda di paese che accompagna la sua storia. Si dice che gli abitanti della cittadina, dopo numerosi tentativi fallimentari di costruire un ponte che resistesse al corso impetuoso del torrente Maira, si rivolsero al diavolo in persona. Fu dunque il diavolo a costruire questo ponte robusto di grossi blocchi di pietra, ma in cambio volle per sé la prima anima che vi fosse passata sopra. Con uno stratagemma gli abitanti riuscirono a ingannare il diavolo, facendo attraversare il ponte ad un cane randagio di cui il diavolo rifiutò l’anima. Leggenda o meno, il ponte rimane un ottimo esempio di architettura medievale e si intona perfettamente alle vecchie stradine del paese.
Riprendiamo la via per Cuneo con il temporale che ci insegue, ma presto riusciamo a seminare le nuvole e il sole tornerà a splendere per tutto il resto della giornata. A Piazza Galimberti, il cuore della città, posteggiamo l’auto per iniziare la ricerca di un buon ristorante. Sono quasi le due del pomeriggio e la ricerca si fa complicata. Fortunatamente la cucina della “Vecchia Lanterna” è ancora aperta e ci sforna un piatto sublime di crespelle al Castelmagno e fonduta. Cuneo è una bella e tranquilla cittadina, anche se non possiede il fascino medievale di Saluzzo è piacevole camminare lentamente lungo i portici bassi di Via Roma per poi andare a curiosare tra le chiese dei vicoli laterali. Merita più di uno sguardo soprattutto la facciata di marmi policromi della Chiesa di Santa Croce, non molto distante dalla Chiesa gotica di San Francesco oggi trasformata in museo. Cuneo ha questo nome non a caso: il Gesso e la Stura di Demonte scorrono lungo le mura del centro storico delineando una forma triangolare “a cuneo”, appunto. Non ci fermiamo molto in città, preferisco “andar per castelli” nei dintorni e dunque dopo una toccata e fuga al Parco della Resistenza, da dove si gode una vista magnifica sulle Alpi, prendiamo la via del ritorno con l’intenzione di fermarci a Lagnasco e Racconigi.
Lungo le stradine di campagna scorrono filari di alberi da frutta, la zona è infatti famosa per le sue marmellate. Tra vigneti e frutteti si arriva a Lagnasco, un paesino a est di Saluzzo dove da poco si è riscoperto il valore dei tre castelli affrescati che dominano l’abitato (XI-XVI sec). In verità dall’esterno i castelli hanno ben poche attrattive, anche perché alcune parti sono tuttora abitate ed altre sono ancora in fase di restauro. Il poco che è visibile all’interno, però, è una esplosione di grottesche, allegorie, alchimie e decorazioni. La storia dei castelli è lunga e travagliata, fatta di liti tra potenti fazioni nobiliari e guerre intestine finché il complesso divenne di proprietà della famiglia Tapparelli d’Azeglio. Oggi si possono ammirare soltanto alcuni dei capolavori di Arbasia, Rosignolo e Dolce, i principali pittori di grottesche del Piemonte. La visita guidata è obbligatoria ma decisamente troppo lunga per chi non è avvezzo al mondo dell’archeologia. Dopo due ore di spiegazioni sulle grottesche del Seicento l’espressione annoiata di Bob mi fa intuire la archeo-tortura a cui è costretto. Inoltre la interminabile pappardella della guida, peraltro preparatissima, ci costringe a rimandare la visita della reggia di Racconigi. E’ piuttosto tardi e ci tocca rincasare ma anche il ritorno offre paesaggi degni di nota. Le colline a sud del Po si colorano di rosa alle ultime luci del tramonto facendoci assaporare fino in fondo il fascino del nostro Piemonte.
Sitografia
www.piemondo.it
www.itinerari-piemonte.it
www.piemonte-emozioni.it
www.terredelmarchesato.it
www.comune.saluzzo.cn.it
www.comunemanta.it
www.comune.cuneo.it
www.fondoambiente.it
www.marcovaldo.it
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