di Marquito
http://members.xoom.virgilio.it/marquito/
Credo di aver battuto qualunque record di scrittura sulle RECE, visto che è già pronta quella di Firenze (la posterò in due parti, una oggi e l'altra domani). Non che sia granché, e a miei 2 lettori e mezzo voglio dire grazie di cuore se esprimeranno un giudizio sincero. Se qualcuno volesse leggere direttamente tutta la RECE, è come al solito nel mio sito. Grazie mille se vorrete avere la pazienza di passeggiare con me tra le vie della culla del Rinascimento... Marco "Città magica e unica, che incanta e diverte; città di albe e tramonti, di poeti e di storia. Città di vicoli e piazze, di ponti e fontane; città per tutti e di nessuno, che pare finta ed è reale. Città di chiese e di peccati, che seduce e sazia i sensi... Firenze". Martedì 20 marzo Parto da Roma Termini la mattina, scaricando mia nonna a Firenze e proseguendo per Empoli, dove vado ad incontrare una persona. Reduce da un ottimo pomeriggio in provincia, torno alla stazione di Firenze alle 22.00, e cerco un pullman che mi riporti a casa di mia zia. Purtroppo non ce ne sono già più; visto che conosco la strada, mi incammino veloce verso Ponte Vecchio. Firenze a quest'ora non l'avevo mai vista, nonostante ci sia venuto tantissime volte: è bella, piena di turisti che passeggiano per le vie del centro, sotto il Duomo che si staglia nitido contro il cielo. Stranamente questa piazza, con la bianca facciata della Chiesa e la solida mole del Battistero, mi sembra molto più bella sotto le luci artificiali che non di giorno, come l'ho vista tante e tante volte. Forse è l'insolita atmosfera, ma per la prima volta questi luoghi mi sembrano capaci di una inaspettata carica romantica. Mi prende una strana allegria, malinconica e triste, vedendo tante coppie innamorate, mentre cammino da solo sotto i lampioni. Ma è solo un attimo, che passa veloce come lo scalpiccio delle mie scarpe sui marciapiedi lastricati. Anche Piazza della Repubblica mi sembra diversa: è proprio vero che non si conosce mai una città, un posto, un paesaggio, così bene come si vorrebbe far credere a noi stessi. Forse sono le pochissime macchine che girano, per lo più taxi e spazzini, forse è la minore quantità di gente, insieme alla temperatura che già si fa più gradevole: ma è incontestabile che il cattivo ricordo che avevo di questa piazza dal giugno passato, quando venimmo serviti con i piedi allo storico caffè delle Giubbe Rosse, sia stasera svanito e lasci invece il posto al dolce gusto di assaporare il lento trascorrere del tempo seduto su una panchina della piazza; lontana giunge una musica dal caffé concerto su di un lato, le vetrate chiuse a riparare i clienti, mentre la mite temperatura annuncia silenziosa l'arrivo trionfale della primavera, domani. Sotto i portici vicino l'arco, un gruppo di ragazzi balla al ritmo hip-hop di uno stereo, contorcendosi con il corpo sui levigati marmi del pavimento, sotto l'occhio ammirato e divertito di chi passa. Ad un centinaio di metri, Palazzo Strozzi e la sua piccola piazza sono solo un veloce luogo di passaggio per chi è diretto altrove. Ne approfitto per sedermi e scrivere qualche appunto, sotto un editto scolpito nel marmo il 13 ottobre del 1762, che spostava il mercato da qui alla piazza di S.Maria Novella. Quello che mi impressiona di questa Firenze notturna è la linea netta e i colori puliti degli edifici e dei volti; le luci dei piccoli fari sono così ben disposte che disegnano una realtà cui di giorno il sole non rende giustizia: sottolineando particolari inediti, rendono alla vista quello che la troppa visibilità diurna lascia solitamente nascosto, sottraendo poesia. Gli edifici sembrano sospesi, come fossero quinte di una scenografia teatrale, mentre a Roma sembrano così reali; eppure è qui che che basta stendere il braccio per rendersi conto che è tutto vero, mentre nella capitale ogni cosa è distante, oppure sottratta al contatto da una lastra di vetro o da una inferriata: tutto a Roma potrebbe essere il frutto della fervida immaginazione di un poeta da Grand Tour, o di un pittore settecentesco. Qui è la realtà che diventa finzione; lì è la finzione che sembra reale. Sperdersi nei vicoli di questa città sembra che sia stato un privilegio che mi sono negato un sacco di volte, senza sapere a cosa stessi rinunciando in realtà. Mi trovo d'un tratto poco distante dall'Arno, in Borgo SS. Apostoli: c'è una piazzetta (già dei Santissimi Apostoli) che ora si chiama "del Limbo". E davvero sembra sospesa tra cielo e terra. Una piccola e meravigliosa chiesa del 1300 si affaccia su di essa, una decina di metri di fronte all'ingresso di un bell'hotel. Dietro le mie spalle, mentre siedo sugli scalini che conducono alla piazzetta, c'è un minuscolo edificio, sembrerebbe ottocentesco, a due piani: ha una scritta incisa nella pietra a caratteri cubitali: "BAGNI NELLE ANTICHE TERME". Alla mia sinistra, sul lato della chiesetta e anzi attaccato a questa, uno splendido palazzo rinascimentale ben restaurato ospita al pianterreno una "Bottega dell'Olio", mentre la facciata è abbellita da sculture in bassorilievo. Ma è tardi e devo sbrigarmi a rientrare per non far preoccupare mia nonna. Passeggiando sul Lungarno proprio due metri oltre la piccola piazza, tra Ponte Santa Trinita e Ponte Vecchio, è impossibile non rimanere incantati dai riflessi delle luci su quell'acqua così tranquilla, che 35 anni fa devastò le vie e le piazze che il mondo ama e che il mondo aiutò a ricostruire. Nonostante siano spente le luci delle botteghe d'orefici, Ponte Vecchio rimane quel gioiello unico dell'architettura di ogni tempo, e solo guardarlo pacifica e rincuora: finché ci sarà posto nel mondo per una simile bellezza, ci sarà ancora la speranza che non tutto sia perduto. Un gruppetto di ragazzi sul ponte assiste ad un concerto improvvisato di alcuni hippies, probabilmente stranieri, che cantano un medley dei Beatles. Attraverso via Guicciardini, raggiungo il grande spazio di Piazza Pitti, che mi lascia molto deluso rispetto al resto: il palazzo non acquista fascino dalla notte e la piazza è totalmente deserta; deserta a parte una bionda ragazza seduta per terra quasi al centro. Mi chiedo se sia il caso di andare a fare due chiacchere, poi penso che sia meglio tornare a casa di zia, da cui manco da dieci ore ormai: mentre mi allontano noto che la ragazza sta parlando al cellulare con qualcuno. Compio gli ultimi passi che mi separano dal portone e mi infilo a letto, felice. Mercoledì 21 marzo Dopo una pessima nottata ricca di incubi che non riesco a ricordare, mi addormento davvero solo ben oltre l'alba, con il rumore di autobus e motorini che sale assordante dalla strada. Quando mi risveglio è quasi ora di pranzo, e passo il tempo che mi separa dalla tavola leggendo un po'. Esco dopo aver mangiato, diretto verso la stazione; il cielo è coperto dalle nuvole e l'aria appena afosa: una situazione ideale per beccarsi un raffreddore non appena ci si scopra dopo aver sudato. Arrivo alla stazione e mi dirigo lungo via Nazionale, fino ai giardini di Piazza Independenza, dove non ero mai stato prima. In realtà non c'è molto da vedere, e dopo qualche minuto di relax mi metto in cammino per raggiungere Santa Croce, dove sono stato un'unica volta cinque anni fa. Per strada però incontro la Feltrinelli fiorentina e ci finisco dentro per due ore, attirato dall'odore forte della carta stampata, dalle copertine luccicanti, dal desiderio di poter scoprire altri libri e nuovi autori, mentre spulcio qualche guida su Lisbona... Quando esco da lì gli occhi si devono riabituare lentamente alla luce del giorno. Attraverso Piazza Duomo, ma imbocco la via sbagliata, così mi trovo in un altro luogo che non avevo mai visto prima, la Piazza SS. Annunziata. Faccio dietro-front e mi fermo in una piccola chiesa (in verità, più grande di quanto sembri dall'esterno), che contiene tra le altre opere d'arte un dipinto del Pontormo: si tratta della chiesa di S.Michele in Visdomini. La chiesa è vicinissima al Duomo, davvero solo pochi passi, e quando suonano le campane per le 17, mentre un gruppo di donne incomincia a salmodiare il Rosario nel transetto di destra, esco e rivado verso Santa Croce. La raggiungo, dopo lunghe peregrinazioni dettate dal caso, quando l'ingresso al pubblico è chiuso da un quarto d'ora. Si può vedere ben poco dal fondo della chiesa, così esco e mi siedo sulle scalinate, contemplando la splendida piazza che mi sta di fronte, affollata di turisti e bambini che giocano a pallone mentre il sole tramonta. E' qui che una volta l'anno si celebra il violento e pittoresco spettacolo del calcio fiorentino in costume, vera e propria orgia del tifo sanguigno di questa città, che ama e odia con uguale e sincera passione. Dopo una cenetta leggera a base di due aperitivi e snacks vari in un locale poco distante, ricordo ripassando davanti a Santa Croce che qui vicino c'è una delle migliori (e tra le più costose) gelaterie della città; ripercorro alcune strade e vicoletti prima di trovarla: Vivoli è sempre un ottimo punto per un peccato di gola a base di panna e cioccolato, oppure per sentire i variegati sapori della frutta di stagione. Torno a mangiare la coppetta proprio sulla piazza, sotto la luce dei lampioni, e sedendo su una delle panchine mi rendo sempre più conto di aver sottovalutato per anni la carica seduttiva di questa Firenze notturna, terribilmente dolce e romantica, perfetta per un tenero fine settimana d'amore, d'arte e di sapori. Passeggio fino all'Arno, che stasera mi capita di attraversare a monte di Ponte Vecchio, su Ponte alle Grazie, distrutto nella seconda guerra mondiale dai Tedeschi in ritirata; venne poi ricostruito, senza rimanesse traccia delle piccole edicole di santi che si trovavano lì anticamente e che avevano dato il nome al ponte. Cammino sul Lungarno opposto a quello di ieri, contemplando davanti a me Ponte Vecchio che si avvicina pian piano; alla mia destra c'è il fiume e al di là di questo e dei primi palazzi vedo la torre comunale di Piazza della Signoria, la cupola del Brunelleschi, mentre il campanile di Santa Croce rimane poco dietro le mie spalle. Infine raggiungo il punto opposto alla Loggia degli Uffizi, da cui ammiro uno dei più begli spettacoli che l'opera umana abbia saputo nei secoli offrire agli occhi. Questa città è veramente un gioiello unico di arte e di cultura, un affascinante miracolo interamente voluto dall'intelligenza di centinaia di persone che l'hanno abbellita nel tempo e le cui memorie si trovano ora sparse tra piazze e porticati. Stanco per la passeggiata, ma non abbastanza da voler tornare a casa, decido di salire lungo la ripida costa sul fianco della collina del Forte Belvedere; dopo quasi un chilometro arrivo al Forte, piuttosto affaticato per la pendenza del percorso, e mi rendo conto che non è l'ideale proseguire per la stessa via, lunga quasi quattro volte il pezzo già compiuto e male illuminata: anche se sono solo le 20.30 qui non si incontra un'anima, le finestre sono tutte chiuse e le luci spente. Perciò scendo lungo la stessa via già fatta, attraversando di nuovo la silenziosa Piazza Pitti primi di rientrare a casa per leggere un po' prima di dormire.
-- Marco Zecchinelli http://members.xoom.it/marquito è il mio sito!!!!!! ICQ# 45053188 -^°^--^°^--^°^--^°^--^°^--^°^--^°^- Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se' stessi senza meravigliarsi. Sant'Agostino (354-430), padre della chiesa latina. -^°^--^°^--^°^--^°^--^°^--^°^--^°^-
Oggetto: RECE - Firenze marzo 2001 (2/2)
Giovedì 22 marzo Anche oggi trascorro la mattinata a letto, distrutto
da una interminabile veglia notturna e incapace di riposare bene. Pranzo e poi
esco; l'Internet Café in cui controllare la posta apre solo alle 14.30,
così devo passare il tempo in qualche modo. Prendo un caffè e
un bicchiere d'acqua sedendomi su uno dei tavolini esterni al bar-trattoria
lì vicino, leggendo Pessoa e Tabucchi riparato da ombrelloni quadrati
di tela bianco-sporca. Solo dopo qualche tempo, poco prima di alzarmi dal mio
posto, alzo lo sguardo sul palazzo di fronte e leggo una targa: "qui nacque
il .. aprile 18.. ANTONIO MEUCCI, inventore del telefono". Non riesco però
a leggere tutto, c'è anche una riga più piccola incisa in basso.
Proprio a lato dell'Internet Café, mentre aspetto che apra, noto una
piccola enoteca-bar che serve dei piatti decisamente stuzzicanti in un menu
degustazione al prezzo (tutto sommato equo) di 80.000 lire. L'indirizzo, per
chi potesse essere interessato è Via dei Serragli 78/R (il Rosso indica
le attività commerciali e segue una numerazione indipendente dal Nero,
che è per le abitazioni). Controllata la posta elettronica, percorro
qualche metro e mi ritrovo in Piazza Santo Spirito, dove mi siedo a ridosso
della chiesa a prendere un bel sole di primavera: è una di quelle giornate
splendide in cui tutto sembra un regalo dell'Onnipotente. Il cielo pulito e
con poche alte nuvole bianche, che danno il senso della profondità all'azzurro
pastello, il sole che riscalda l'aria ad una temperatura mite come la primavera
stessa, il vocio sommesso delle persone che popolano il selciato della piazza,
la fontana di fronte a me, i palazzi tutt'intorno a fare da meravigliosa cornice.
È così gradevole essere qui in questo momento, così pieno
di pace e di bellezza, che sembra di non aver bisogno d'altro; pare di essere
all'interno di una cartolina turistica, fin troppo bella per essere vera. E
invece questa sensazione di perfetto benessere e quasi di beatitudine è
la cosa più reale che abbia provato da molti mesi a questa parte, come
se mi fossi svegliato d'improvviso dopo un lungo letargo. Una bambina di nome
Noemi ride felice mentre regala volantini ai turisti seduti sugli scalini o
a quelli che passeggiano in piazza: va di persona in persona, di gruppetto in
gruppetto, ti guarda con i suoi teneri e dolcissimi occhioni e ti porge un foglietto,
che non puoi non accettare con un sorriso. Poi scappa di corsa, e quando ha
finito il mazzetto che ha in mano torna dalla mamma a prenderne altri, unendo
via via l'intera piazza con questo suo tenero e gratuito gesto, con cui regala
gioia e ne riceve indietro, mentre gli occhi delle persone la seguono festante
correre ovunque. Dopo qualche ora passata seduto a leggere, mi decido a visitare
l'interno della chiesa: è molto ben tenuta, ma conferma l'impressione
che ho avuto a Varsavia: molte delle chiese italiane mancano del calore della
fede; sono numerosissime le opere d'arte conservate qui, ma c'è ben poca
differenza con uno spazio museale. Quando riesco all'aria aperta provo un duplice
senso di calore: è fisico, perché l'interno della chiesa è
freddo e leggermente umido, ma è anche un calore più intimo, dovuto
ai colori caldi degli edifici sulla piazza, ben diverso dalle tinte fosche che
prevalgono nei dipinti appena visti. Un'impressione decisamente migliore me
la lascia invece la Chiesa di San Felice in Piazza, a poca distanza da Palazzo
Pitti: più piccola, più raccolta, meno ricca di opere d'arte (anche
se ospita un Crocifisso ligneo della bottega di Giotto), ma più "vera"
in un certo senso; meno spazio museale e più casa del Signore, insomma.
A cena sto a casa, con la figlia di mia zia e suo marito; trascorrerò
la notte a S.Polo in Chianti, a casa loro, per approfittare domani della splendida
giornata che si preannuncia, standomene qualche ora in campagna. Mentre imbocchiamo
la via del ritorno ci fermiamo ad ammirare lo stupefacente paesaggio di Firenze
dall'alto di Piazzale Michelangelo. Uno sfavillio di luci nella città
attraversata dall'Arno scuro nella notte, mentre si distinguono come in un poster
i monumenti, dal Forte Belvedere fino alla zona del Campo di Marte, dove si
trova anche lo stadio comunale. Ripartiamo in macchina dopo un buon gelato,
percorrendo un saliscendi lungo le strade silenziose del Chianti, buie e deserte,
prima di arrivare a casa loro e di metterci a dormire. Venerdì 23 marzo
Mi alzo dal letto abbastanza tardi, ospite in una casa colonica del Seicento
arroccata su un colle del Chiantigiano da cui si domina il piccolo paese di
San Polo; il primo pensiero è per una buona e rinfrancante doccia, poi
dopo una chiaccherata io e mia zia andiamo a passeggiare nei terreni intorno
la casa, raccogliendo asparagi. Fa piuttosto caldo, la pendenza è in
salita e sono alla ricerca dei teneri germogli, quindi non mi godo troppo il
paesaggio; le poche occhiate che lancio intorno a me però mi bastano
a capire perché proprio il Chianti goda di tale fama tra tutte le zone
d'Italia. Quando torniamo a casa, mentre zia prepara un veloce ma gustoso pranzetto,
rimango a godermi il sole dal muretto che si affaccia sugli orti: la vista sulle
colline intorno a San Polo, la natura incontaminata da un lato e i filari di
vigne dall'altro, è magnifica. Terminato di mangiare, andiamo col motorino
ad aspettare il pullman che mi riporterà a Firenze dal paese. È
davvero una zona splendida, e sono nel periodo migliore per apprezzarla, perché
la temperatura è ideale. Mentre l'autobus mi riporta indietro, verso
Firenze, passano sotto i miei sensi il calore, gli odori, i colori e la vita
del Chianti: piccoli ruscelli, case coloniche, paesetti a fondo valle, vigneti,
cipressi, piccoli boschi... un vero spettacolo, indicato anche dai cartelli
che riportano la scritta "Via del Chianti Classico, Colli Fiorentini".
Numerosi anziani si riparano all'ombra della propria casa, chiaccherando seduti
su sedie di legno e paglia, coperti da un cappello e da vecchie giacche di fustagno.
Dalla stazione di Firenze mi incammino alla ricerca di un buono zaino: mi ci
vogliono più di due ore ma alla fine esco soddisfatto e alleggerito di
parecchi soldi dal negozio dove l'ho comprato. Ora non mi resta che tornare
lentamente a casa; passo per Piazza della Signoria, uno dei luoghi che non ho
mai tralasciato di visitare passando per Firenze. I piedi fanno veramente male,
sono molto accaldato e tiro dritto tra i turisti, con insofferenza; attraverso
il cortile degli Uffizi con un misto di ammirazione e seccatura, vorrei essere
già a casa. Passo sul Ponte Vecchio, scintillante d'oro e di gioielli
preziosi e sbuco come sempre su Piazza Pitti. Ancora qualche decina di metri
e sono al citofono: una veloce lavata, un buon riposo fino a cena, poi serata
in pantofole a leggere, in attesa che venga il sonno ristoratore. Sabato 24
Marzo Si suda sotto il sole di Piazza della Signoria, questa mattina. Fa così
caldo che sembra maggio: in tutto lo spazio di cielo che gli antichi edifici
lasciano intravedere non c'è una sola nuvola, per piccola che sia. Ho
un'ora e mezza prima di rientrare a casa per pranzo, e credo che la passerò
qui, guardando i turisti passeggiare incantati e godendomi il sole. Nonostante
sia sabato e il tempo sia ideale, non c'è molta gente in giro. Dopo meno
di un'ora decido di alzarmi e di fare un veloce giro lungo la Piazza, passando
anche per gli Uffizi; nell'ampio piazzale ci sono numerosi artisti di strada,
tra cui un divertentissimo Dante dall'aspetto marmoreo che fa le smorfie ai
passanti: veramente bravo, anche se non al livello della signora che vidi esibirsi
sulla piazza di Cracovia. Ritorno a casa, pranzo e mi riposo prima di andare
verso la stazione, su un pullman affollato di studenti appena usciti dalle scuole.
Il treno per Padova parte in orario, carico di passeggeri, e mi trovo sul lato
del corridoio; così, invece di guardare il paesaggio, leggo qualche libro
o scruto i volti altrui. In particolare due di loro, il prete che mi siede davanti
e la splendida mamma sull'altro lato del corridoio. È una ragazza molto
giovane, molto bella e con un gran fisico; tanto notevole che, ogni volta che
la sua bambina la costringe ad alzarsi, il suo fondo schiena attira le sconvenienti
occhiate dell'uomo di chiesa di fronte a me, poco intento ad una cristiana astinenza
dalle carni: anche perché guarda praticamente il sedere di tutte le ragazze
che passano lungo il corridoio, senza nemmeno preoccuparsi troppo di nascondere
le sue libidinose attenzioni agli occhi degli altri passeggeri. Sarebbe interessante
confessarsi presso di lui per dei peccati di carne: chissà come reagirebbe...
Nel frattempo abbiamo ormai superato l'Appennino tosco-emiliano, con i suoi
selvaggi boschi, le sue pendici su cui si accovacciano paesetti, il suo verde
e le sue rocce biancheggianti. Siamo alla periferia di Bologna, città
per cui non passo dallo scorso settembre per il mio viaggio in Polonia. Ripartiamo,
e mentre la Bassa padana scorre veloce osservo le scene tenerissime che fa la
bambina alla mamma, il suo affetto meraviglioso, le coccole, le canzoni, i suoi
discorsi... Martina è il suo nome, ed è così tenera che
non si riesce a credere come qualcuno possa non esserne commosso. Il cielo ed
il sole sono scomparsi dietro una coltre opaca e biancastra, quasi lattea. Oltrepassata
Ferrara, scavalcato l'enorme e pacioso Po, puntiamo verso Nord, mentre uno stato
letargico e pensoso sembra aver colto d'improvviso l'intera carrozza. Ecco Rovigo;
molta gente si prepara per scendere a Padova non appena il treno riprende la
sua corsa. Quando arriviamo scendo e mi affretto al binario 3 indicato dal tabellone
elettronico delle partenze. Dopo un paio di minuti però, devo correggermi
e andare al binario 6, seguendo la nuova segnalazione dell'altoparlante. Il
treno arriva, è uno di quelli ad altra frequentazione, come la linea
metropolitana di Roma da Fiumicino a Fara Sabina. Prima stazione, Mestrino;
poi Grisignano di Zocco (un nome incredibile, se non leggessi i cartelli), Lerino
ed infine Vicenza, dove incontro Denise. Ma questa è un'altra storia...
e credetemi, è meno interessante di quella che vi ho appena raccontato!!
;-þ FINE --