di Marco Z.
http://members.xoom.virgilio.it/marquito/
CAPITOLI I - II - III - IV
"Un guerriero della luce condivide con gli
altri tutto ciò che conosce del cammino.
Chi aiuta, viene sempre aiutato, e ha
bisogno di insegnare ciò che ha appreso.
Perciò egli si siede intorno al fuoco e racconta
[...]
Sa che, se giungerà alla fine del viaggio in
un paradiso vuoto, la sua lotta non avrà
avuto alcun valore"
Paulo Coelho
PREMESSA
"Perché stai viaggiando da solo?" È una domanda che
tutti mi hanno fatto, prima di partire e durante il viaggio. Come tutte le domande
che ti costringono ad aprire gli occhi e a confrontarti con te stesso, è
un'ottima domanda. E allora, perché ero da solo? "Perché
bisogna seguire il consiglio del Dhammapada", avrei potuto rispondere.
Ma non era la verità, almeno non era solo questa; e le bugie non le so
raccontare, proprio come non so raccontare le mie storie, i miei frammenti di
vita in viaggio: di questo mi scuso con chi ha avuto e ha ancora la pazienza
di leggerli, e li ringrazio se dentro ci trovano le mie emozioni e riescono
in parte a sentirle anche loro. Perché dunque? La risposta, banale, è
che mi sono ritrovato all'improvviso da solo, e da solo mi sono incamminato.
Niente più legami sentimentali, oltre a quelli della famiglia e degli
amici veri. Ma gli amici e la famiglia non sono fatti per viaggiarci insieme,
di solito: nel mio caso, no di sicuro. E comunque, sono legami che non ti impediscono
di prendere un giorno qualsiasi quella decisione, quella che ti ridona colore
dopo mesi passati nella grigia monotonia di tutti i giorni: partire! Per dove?
Ancora non lo sai, ma l'emozione è così forte che la notte prima,
con lo zaino già pronto e sdraiato di fianco al letto, fatichi ad addormentarti,
e quando ci riesci sogni di terre lontane, di lingue sconosciute, di persone
nuove e ricche di storie... Scordi gli affanni, i dolori, quella cosa strana
che è la fatica di vivere ("Vivere è la cosa più rara
al mondo. La maggior parte della gente esiste, e nulla più", sosteneva
Wilde), nonostante qualcuno senta che puoi anche sparire e che il fatto non
lo riguarda più di tanto, ormai. In fondo, sai che non puoi sentire la
tua vita riassunta e ridotta nell'errore di valutazione di poche settimane,
in cui sei stato felice senza sapere che era una pia illusione, irretito dal
canto di una ingannevole Sirena, donna solo a metà. Non vuoi ridurti
alla caricatura di una delusione, per quanto forte essa sia stata, sai di non
doverlo fare per rispetto verso te stesso. Devi riderne, prenderla per quello
che è: un piccolo incidente, uno scherzo costato caro e pagato anche
più del dovuto, ma pur sempre l'occasione per ricominciare, senza soffocanti
e infantili isterie altrui a far da palla al piede alla tua vita e alla tua
voglia di viaggiare. E allora decidi che è giunto il momento di fare
un leggero bagaglio, di metterselo in spalla e di tornare su un mezzo su cui
senti la terra che ti scorre sotto il sedere, metro dopo metro, istante dopo
istante, senza programmi certi: hai con te solo una gran voglia di assaporare
l'aria che penetra dai finestrini e ti scompiglia i capelli, mentre il fischio
della locomotiva squarcia la silenziosa campagna notturna, e l'emozione ti impedisce
di dormire nello scompartimento. E allora, d'improvviso, la vita ti sembra che
valga di nuovo la pena di essere vissuta. Scopri che esiste un piccolo mondo
che viaggia in continuazione, che si sposta, che approfitta della propria vita
per assaporarla, fino all'ultima goccia: al di là dei proclami poetici
di chi pensa delle cose e te ne racconta altre, falsificando ipocritamente la
tua vita per qualche mese, lasciando che i tuoi sogni marciscano nel rancore,
nel disincanto, nella mancanza di fiducia verso chi ti mostra una faccia sorridente
e poi ti pugnala alle spalle. Sali sul predellino di un treno, il primo di tanti
che ti troverai a prendere man mano che la meta più lontana si avvicina,
man mano che il viaggio allunga la sua esistenza e si avvicina alla sua fine.
E quando scendi un mese dopo dall'ultimo vagone, capisci che è solo l'inizio
di una nuova vita, più piena e più ricca di affetti di quando
sei partito. Sei ricco, immensamente ricco. Sei l'uomo più ricco e fortunato
del mondo: sei tornato a casa, nella tua piccola reggia di Itaca, sei lì
che abbracci e baci i tuoi amici, con la barba ispida, le vesti che puzzano
dell'ultimo sudore, i capelli sconvolti dalle ore passate su un sedile, appoggiato
al finestrino per dormire... Sei ricco e fortunato, e dieci minuti dopo che
sei lì ti senti l'essere più miserabile del mondo, un derelitto,
un gigante abbattuto e incatenato. E vorresti ripartire, tornare a visitare
gli amici che hai incontrato per strada, riascoltarne la voce che ti ha fatto
compagnia. D'improvviso le comodità sognate per giorni e notti intere,
la rassicurante confortevolezza di casa tua, le pareti abitate dal tuo fantasma
di prima del viaggio sembrano una prigione d'oro; vorresti essere altrove, in
Utopia, a Camelot, in Atlantide, a Lilliput o nella terra dei giganti, o di
nuovo a Ogigia... dove hai respirato la pienezza della gioia, della vita, dell'amicizia
fortuita ma disinteressata... Vorresti l'impossibile, e ti si apre il cuore
in due se pensi che ancora per qualche ora, giorno, mese o anno dovrai farne
di nuovo a meno... Allora cerchi i tuoi amici di sempre, i tuoi cari, e loro
ti chiedono, ansiosi: "Allora? Come è andata? Racconta, dai".
E in quel preciso momento senti che sei bloccato, che non riesci più
a parlare la loro lingua. Li guardi in faccia, sorridi felice e tristissimo
e lasci che loro intuiscano l'ineffabilità di un'emozione. Bevi un sorso
d'acqua, e provi a schiarirti la gola. Loro sono ancora lì, consapevoli
che quel triste sorriso che porti dipinto sul tuo volto è il segno di
qualcosa di troppo grande per essere raccontato. Ma tu decidi di provarci lo
stesso, per rispondere a quel "perché?", e cominci a narrare...
"Viaggia solo con chi ti è pari o migliore di te,
se non ce ne sono viaggia da solo"
Dhammapada
CAPITOLO I
"In solitaria, verso la Spagna"
Alla stazione l'emozione è tanta, e l'incertezza su quello che troverò lungo la strada continua ad occuparmi la testa; il giorno del ritorno, scritto sul biglietto, è tutto ciò che mi promette che tra un mese sarò di nuovo qui, carico di ricordi, panni sporchi, barba lunga ed emozioni: ma è una data che sembra lontanissima e si perde nel futuro. Si parte sotto un cielo che piange leggero, dopo mesi di siccità. Una prostituta nigeriana, insieme ad altre colleghe, colpisce la mia attenzione: non tanto per la pelle d'ebano che ricopre un corpo da statua, quanto per l'adesivo che spicca ben visibile sulla sua borsetta e che chiede con tono inquisitorio "Christ is coming again, are you ready?". La presenza di un altro passeggero sul sedile di fianco al mio mi imbarazza, così evito di chiederle se crede in Dio, cosa pensa del suo mestiere, da dove viene... la sua storia insomma, la prima che potrei raccontare. Ma strani incontri in fondo popolano tutte le stazioni che attraverso. A Roma Ostiense, finalmente pronto a timbrare il biglietto dopo la mezzanotte, una gentile, sola, dolcissima giornalista sarda sui cinquant'anni mi riempie il cuore di pena; sei ragazze giapponesi dalla scalmanata allegria hanno appena preso un treno, quando la vedo arrivare. La aiuto a portare dentro una decina tra valigie, borse e scatole di scarpe, dal punto dove il taxi l'ha scaricata. Rimaniamo insieme a mangiare e bere qualcosa, è tanto sola quanto abbattuta. Questo è il suo primo viaggio dalla morte del padre avvenuta due anni fa; un viaggio di lavoro, per un'intervista andata tanto male da farla piangere in camera sua per tutto il pomeriggio. Rimane ad aspettare il treno per Pisa delle 5:20, nonostante io le consigli di non farlo, di prendere il mio stesso treno; non saprò forse mai dove sia, doveva arrivare in Friuli al paese del padre, per un viaggio della memoria e nella memoria. Augurandole tanta gioia e serenità (raramente nella mia vita ho visto qualcuno che mi ha toccato così il cuore) do inizio al mio Inter-Rail. Quando arrivo a Nice è giorno, e subito prenoto un biglietto per un treno notturno fino a Port Bou; purtroppo sarò in uno scompartimento per fumatori, e nemmeno in cuccetta, ma non ho intenzione di fermarmi in Francia più di mezza giornata. Scendo con il mio zainone verso la Promenade des Anglais: Nice sta restituendo dignità a tantissime vie, e i marciapiedi sono spesso occupati dagli operai che lavorano, sotto un caldo incredibile; per fortuna un leggero venticello rende il sole sopportabile, e le spiagge sono così affollate che decido di sdraiarmi anche io, con lo zaino di fianco al telo da mare. In quasi due ore la temperatura diventa rovente, costringendomi a frequenti tuffi in acqua; molte persone non resistono più di mezz'ora, poi vanno via e ne sopraggiungono di nuove. Le belle ragazze abbondano, e sulla Promenade la gente continua a passeggiare, mentre in lontananza i colori pastello della Provenza e degli edifici nizzardi diventano sfocati, nell'abbacinante luce del primo pomeriggio. Dopo un'altra ora e mezzo passata ad arrostire su quella piastra arroventata dal sole che è la spiaggia, composta da larghi e piatti ciottoli neri, raccolgo il mio bagaglio e, dopo una refrigerante doccia, mi avvio a scoprire un po' la città. Riparato da grandi tendoni bianchi, mi siedo sulla Promenade assaporando il piacevole venticello che tira qui, una decina di metri più in alto della riva del mare. La spettacolare e scenografica posizione costiera di Nice permette di abbracciare con un lungo colpo d'occhio le estremità della rada in cui si sviluppa la città. Le larghe vie della passeggiata, i marciapiedi trafficati, le aiuole con le palme danno l'idea di una piccola Copacabana trasferita in Europa. Devono passare ancora otto ore prima che il mio treno, costeggiando il golfo di Marsiglia, si diriga fin oltre i Pirenei: tracanno l'ultima acqua e mi incammino verso la stazione, dove avevo visto degli splendidi e curatissimi giardini pubblici; passeggio lungo la Promenade e poi risalgo una via, ma i miei passi come sempre deviano lungo il percorso, portandomi lungo Rue de France, all'inizio della città vecchia. Da qui svolto a destra, verso una zona molto verde e ricca di panchine e ombra. Vicino a me si siede un pensionato milanese, che vive a Nice gran parte dell'estate, avendo un piccolo monolocale dove viene a ritemprarsi dal caldo agosto padano. Parliamo un pochino del mio viaggio appena iniziato, della mia vita recente e di quella sua di quando era giovane come me; poi mi conduce verso un piccolo supermercato dove trovo finalmente dell'acqua, che mi fermo a bere in uno dei giardinetti visti questa mattina, mentre cerco di fare asciugare il telo da mare, ancora umido. Mentre sono lì, nel giro di pochi minuti e come se rispondessero a un preciso appuntamento, una decina di nizzardi si presentano con il cane per una breve passeggiata pomeridiana; compaiono, rimangono un po' e svaniscono nelle vie da cui sono venuti, o a volte in direzione opposta, sempre rimanendo in un profondo silenzio, per non rompere l'incantevole idillio; vorrei tanto scoprire se è un caso, o se i nizzardi amano particolarmente i cani e tutti i pomeriggi si ripete la stessa scena, ma è una delle tante domande destinate a rimanere senza risposta che mi farò nelle prossime settimane. Arami, uno splendido bambino tunisino, gioca davanti alle fontane vicino la città vecchia; chiedo al padre, lì con lui, il permesso di fotografarlo, e lui mi scrive sul mio taccuino il suo indirizzo, chiedendomi per piacere di inviargli una copia del ritratto. Nice è veramente bella, e quasi mi dispiace non poterci rimanere più a lungo. Salendo lungo la collina dalla cui cima si domina il panorama, incontro due persone piuttosto ubriache che mi chiedono aiuto per aprire una bottiglia con il classico tappo di sughero: il mio coltellino svizzero purtroppo non riesce nell'impresa, e così proseguo la passeggiata, lasciandoli alle prese con il loro piccolo grande problema. I vicoli della parte più antica sono affascinanti, e la lunga passeggiata in salita per raggiungere il castello, nel tardo pomeriggio, vale la pena fatta per portarla a termine: la vista dallo Château è mozzafiato, mentre il sole cala dietro le montagne. Incontro Jean-François e Nicholas, diciannovenni che si allenano nella splendida danza-combattimento della capoeira: uno è di colore, l'altro biondo e così chiaro di pelle da sembrare quasi tedesco. Scambio due chiacchere anche con loro, ma è difficile fare amicizia sapendo che ripartirai la sera stessa. Mi fermo sotto alcuni olivi, dietro cui intravedo la spiaggia, molto più in basso. "Pasteggio" con un panino, senza più un goccio d'acqua da bere, stanco e sudato da far schifo, ma sentendomi vivo e attento come non mai a quel che mi circonda. Scendo per una stradina che costeggia lo Château, senza poter ripassare davanti alle cascate che avevo visto prima, né portando i miei passi fino all'altro lato della collina, come mi ero ripromesso di fare. Esco dal cancello che dà su Place Sainte Claire, dove ci sono una chiesa ed un ex-convento tra gli edifici che affollano quei pochi metri quadri di piazzetta. Mi calo tra vicoli che ricordano da vicino quelli di "Città vecchia" di De André: poveri, solitari e senza luce, popolati dal silenzio e da strani personaggi. Da lì si arriva quasi automaticamente alla parte turistica, dove ci si accorge di come sia ricca Nice: lo si vede dalla cura con cui rifà il trucco alla sua centenaria faccia liberty, dall'orgoglio con cui ostenta la sua doppia anima di città sabauda e francese insieme, dai negozi raffinati, dalle sue numerose cucine e dai ristoranti etnici... Lo si vede da come è stato trasformato in una specie di souk il quartiere antico, lo vedi da quanta gente è in giro a far compere o a cenare fuori... Torno alla stazione, assetatissimo; alla fine trovo un minimarket aperto nonostante sia tardi, e compro con i 4 franchi che ho ancora in tasca un piccolo bric di una bevanda al limone, che per qualche ora spegnerà l'arsura. Vado al binario e sono ancora le nove; mi addormento su una panchina, appoggiato allo zaino, mentre vicino a me cominciano a raggrupparsi altri viaggiatori. Quando si presenta un treno diretto a Port Bou ci salgo sopra, cercando il mio posto: il controllore mi garantisce che ho prenotato una cuccetta, anche se sono sicuro di aver chiesto solo un posto a sedere; gli faccio presente che il mio posto non c'è, nella numerazione, e lui guarda meglio il biglietto, mentre il treno parte. In effetti sono sul treno sbagliato, il mio sarebbe partito a mezzanotte mentre sono appena le dieci e mezza. E così, con un gran colpo di fortuna, passo da un eventuale sedile in uno scompartimento fumatori ad uno di sei cuccette tutte per me, senza pagare un solo franco di supplemento in più. Quando provo ad addormentarmi però salgono altre due ragazze ed un ragazzo, anche loro con il posto in cuccetta; il controllore li fa entrare nel mio scompartimento, e allora assisto ad una scena per me inspiegabile. Rimangono in due nel corridoio: la biondina, così bella da far saltare qualcosa in petto e allo stesso tempo qualcos'altro nelle mutande, si aggrappa, si abbraccia, si accoccola tra le braccia di quel palestrato che sta con lei, mentre la loro amica entra nella cuccetta sopra la mia e si mette a dormire. I due restano per un'ora con la porta dello scompartimento aperta, lei sempre più sdilinquendosi e smutandandoglisi addosso, lui che la abbraccia e guarda fuori dal finestrino, raramente dandole un tenero bacetto e rimanendo freddo a tutte le moine della splendida ragazza. Quando rientrano, e vedo lui che si arrampica sulla cuccetta più in alto, comincio a pensare che forse "dormiranno" insieme. Neanche per idea! Lei si sdraia nella cuccetta più in basso, di fianco alla mia, rigirandosi per un'altra ora tra le lenzuola, mentre il ragazzo già dorme della grossa dopo cinque minuti. Vorrei parlarle, chiederle da dove viene, dove vanno, se stanno insieme: ma i bicipiti del mastodonte mi sconsigliano dall'evitare qualunque approccio, e dopo qualche tempo finalmente anche io mi addormento, pregustando un risveglio che avverrà già oltre il confine, nella penisola iberica.
"Siamo tutti viaggiatori nella solitudine
di questo mondo, e il meglio che possiamo
trovare nei nostri viaggi è un amico onesto"
Robert Louis Balfour Stevenson
CAPITOLO II
"Qué viva el Kabul!!!"
Finalmente a Barcelona... il grande porto d'arrivo degli Inter-Railers da gran parte dell'Europa, dopo il cambio dei treni all'alba nel piccolo e incantevole paesaggio dei Pirenei Orientali, a Port Bou; e di solito anche l'ultima meta, quella da cui salutare la terra di Spagna, i suoi colori e la sua gente ospitale, prima di fare nuovi cambi al tramonto nel paesino di Cerbère, oltre la frontiera francese. Che fare una volta qui, la mattina presto? La stanchezza è tanta, il sole ieri picchiava forte sui ciottoli scuri della spiaggia di Nice e la schiena brucia ancora, sotto gli spallacci dello zaino. La cosa fondamentale è trovare un posto dove dormire, mi pare chiaro. E allora via verso il centro, verso Las Ramblas, tanto decantate e mai viste prima d'ora. Alla fermata Liceu della metro risalgo verso la superficie, e il grande viale alberato mi accoglie protettivo nella sua ombra: fa già caldo, anche se sono solo le nove del mattino. Sudo, cercando una maledetta viuzza del Barri Gòtic, per poi scoprire che l'ostello è già pieno per stanotte. Me ne consigliano un altro, ma io vado in cerca di posti segnalati sulla guida, magari più economici, per riuscire a rimanere nel limite prefissato di 3000 pesetas al giorno (ci vorrà poco perché mi accorga quanto utopistica sia questa speranza). Torno verso Plaça Reial, dove sta una leggenda tra i backpackers di tutta Europa, e anche per parecchie altre zone del mondo: il Kabul, uno dei cinque ostelli più famosi del Vecchio Continente. Salgo le scale, ma un cartello mi avverte prima di arrivare alla reception: "Completo". Riscendo, stanco e un po' sfiduciato, e mi siedo nella piazza semideserta, vicino ad un gruppetto di ragazze, attratto dall'oro dei loro capelli. Maria, ventenne maltese, attacca subito bottone: "Did you try in the Kabul?" È un piacere annaspare nei suoi occhi verdi, cercando appiglio con lo sguardo sul petto generoso di forme e mi chiedo se non ci sia qualche speranza di riuscire ad intrattenermi nell'attesa che gli altri ostelli si liberino. "Yes. But it's full". "Did you write your name in the waiting list upstairs?" Porca miseria, una lista d'attesa? "I'm going to, be back in one minute". Sono il numero 42, e già mi sembra chiaro che devo cercare un altro posto, tanto scarse saranno le mie possibilità di entrare qui dentro... ma ormai sono quasi le dieci e mezzo, tra un'ora diranno chi è dentro e chi è fuori: tanto vale provarci! Riesco, Maria e le due finlandesi sono ancora lì; Maria conosce piuttosto bene l'italiano, e chiaccheriamo dei rispettivi studi; le altre due bionde sono molto riservate, e finirò per non ricordarne neppure i nomi. Mentre parlo con loro, vedo due ragazzi arrivare in bicicletta vicino a noi, e mettersi ad ascoltare i nostri discorsi: capisco che si tratta di due italiani, e lascio che si intromettano. Sono due milanesi, in visita nella capitale catalana con le rispettive ragazze, che a quest'ora stanno ancora dormendo in albergo, mentre loro si concedono una pedalata fintanto che l'aria non si riscalda troppo. All'ora stabilita per l'assegnazione delle camere si entra nella sala comune, dove altre decine di ragazzi di tutte le nazionalità stazionano in attesa di conoscere le loro sorti, come anime in attesa di entrare nel paradiso del Kabul, o di riuscire nell'infernale caldo appiccicoso di Barcelona, alla ricerca di un nuovo letto, su cui gettare se stessi e il proprio zaino, fedele compagno di strada che impari ad amare sempre di più, unico e silente testimone delle tue giornate di gloria o di sfortuna. Questa procedura, che assomiglia ad un sorteggio, va per le lunghe e sembra che ci siano ben 50 letti stanotte, per gli iscritti nella lista, ma qualcuno prima di me ha scritto il proprio nome ed ha aggiunto "(x3)" o "(x2)", prenotando a proprio nome anche per i compagni di viaggio, quindi non sono sicuro di rientrare nei cinquanta fortunati... verso metà lista cominciano ad apparire i primi assenti, che se ne sono andati in cerca d'altre sistemazioni per essere più sicuri. Alla fine entriamo tutti; io, Mary e le due diciannovenni finlandesi, piuttosto scostanti e ormai alla fine del loro Inter-Rail. Entro in camera, poso le mie cose, mi do una sciacquata nei grandi bagni in comune e poi esco per Barcelona, in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco, dopo il latrocinio subito all'alba: 575 pesetas per una brodaglia immonda che la vecchina chiamava "café", e una brioche al cioccolato. Risalgo Las Ramblas fino a Plaça de Catalunya, per poi riscendere fino al porto. Scatto foto a ripetizione degli artisti di strada che incontro, un variopinto e rutilante mondo di statue viventi, di fachiri sui vetri che ingoiano lamette, di musicisti che improvvisano... scrivo poco, non c'è mai un posto dove sedersi che non sia il tavolino di un costoso e turistico caffè... Rientro in ostello, e crollo sul letto. Al mio risveglio quasi tutta la camerata è seduta sul proprio letto, e si chiacchera in comune. Ci sono Rick e Oliver, simpatici aussie, c'è Maria, messicana trapiantata in Canada, c'è un olandese nel letto sopra al mio, ci sono Jorge, André e Christian, simpatici paulistas che tra pochi giorni saranno di nuovo in Brasile, e altri due che dormono come stavo facendo io poco fa; in tutto siamo dieci persone, su cinque letti a castello. Scendo nella sala comune, dove mi aggancio al tavolo di quattro ragazze di Firenze; Barbara, Monica e le gemelle Sabrina e Ilaria. Ci presentiamo, parliamo dei nostri itinerari (anche loro sono appena arrivate), poi ci interrompe la voce di una bella ragazza dal tavolo di fianco. "Do you have an iron spoon?" "Parli inglese?" mi chiede Monica con aria interrogativa e pregandomi di tradurre per loro. "Sure, I have an iron spoon in my backpack, I'm going up in the room and be back in seconds, ok?" "Oh, don't worry, I can use this" fa lei, preoccupata di disturbarmi, mostrando un piccolo cucchiaio di plastica. "There's no problem" replico io e mi alzo per andare su a prenderle il mio cucchiaio di acciaio. "Ma che t'ha chiesto?" domanda Monica, con l'intenzione di rendersi utile. "Un cucchiaio, ce l'avete?" "Cucchiaio? Siete italiane?" fa la bella ragazza, sorprendendoci tutti. "Noi si, anche tu?" "No, sono serba, ma studio Economia a Roma" Dio mio, in un attimo realizzo dove avevo già visto quel paio di occhi. "Ma tu non sei amica di Aurela e Ionida, dell'Università di Roma Tre?" le chiedo, lasciandola a mia volta a bocca aperta. "Ma certo, noi due ci conosciamo!" "Cavolo, ci siamo presi un gelato insieme due anni fa a Casalbertone, vicino la Casa dello Studente!" le ricordo, e nel frattempo mi viene da ridere come un pazzo a vedere quanto sia piccolo il mondo, oppure quanto comuni le strade che si percorrono. "Mi ricordo di te, qualche tempo fa chiedevo a Ionida che fine avessi fatto..." "Beh, aspetta un secondo, vado a prenderti 'sto cucchiaio, ok? Torno subito!" Quando riporto finalmente l'agognata posata ad Ivana, ci mettiamo tutti allo stesso tavolo, io unico maschio in mezzo a cinque donne... beh, se penso che c'era chi mi diceva "ma parti da solo?", compatendo la mia scelta, non posso non ridere sotto i baffi... "Con chi sei qui, allora? Sola anche tu?" "No, con una amica dalla Bosnia, che vive a Belgrado; è lì che controlla la posta elettronica, vieni che te la presento". Jelena è semplicemente splendida, e sembra anche molto simpatica; ma io devo ancora cenare, così saluto le fiorentine, le serbo-bosniache e i brasiliani della camerata e me ne vado in strada. Non trovo la zuppa di pesce che mi aveva consigliato Raul, amico salvadoregno di Maria, la messicana che è l'unica donna nella camerata; così decido di seguire un altro consiglio, quello dell'australiana di questa mattina. Linda, ventiseienne down-under, è sulla strada da cinque mesi, e ha già visitato tutto il continente americano; ora visiterà Spagna, Italia, Grecia e il Sud-Est asiatico, prima di tornare (forse) a casa. Decisamente può essere un ottimo consiglio, da esperta backpacker e giramondo quale è, mangiare un falafel... anche se non so ancora che roba sia, le indicazioni che mi ha dato sono così precise che è impossibile perdersi, anche nelle viuzze del Barri Gòtic, e trovo subito il locale. è una specie di kebab, fatto con ceci triturati, mescolati a pane grattuggiato e poi fritti, cui si aggiungono a piacere verdure e condimenti; per poche centinaia di pesetas si rivela un cibo ricchissimo e molto nutriente, che mi gusto passeggiando sulle Ramblas ormai illuminate solo dai lampioni notturni, guardando alcuni dei tanti spettacolini lungo la via. Alcuni artisti li ho visti faticare sotto il sole da questa mattina, eppure sono ancora lì, stanchi e costretti a sorridere sempre per guadagnare qualche applauso e un mucchiettino di spicci. Rientro all'ostello, dove ho appuntamento con le ragazze fiorentine per un giretto delle Ramblas by night. Monica ha paura di essere borseggiata ad ogni passo, chissà quante cose terribili le avranno raccontato sui temibili lestofanti catalani; Ilaria e Barbara invece mi fanno disperare perché passano dal telefonino alla cabina pur di sentire i rispettivi "morosi" rimasti a casa. Facendomi forte delle mie passeggiate durante il giorno, mi improvviso guida tra le attrazioni umane del largo viale alberato di Barcelona: in particolare, rimaniamo tutti estasiati a guardare lo show di un ragazzo che con grandissima abilità lancia in aria dei rocchi attraverso due bastoni le cui cime sono unite da un filo, e li riaggancia al volo con una maestria sorprendente. Purtroppo le foto non renderebbero giustizia alla sua bravura, e così ne devo serbare il ricordo a memoria. Passeggiando arriviamo fino al porto, e ci dirigiamo verso il grande centro commerciale MareMagnum, che di notte si trasforma in una bolgia di discoteche. È pieno di turisti ovunque, ma la vista che si gode sulla rada di Barcelona ci fa restare qualche minuto a goderci lo spettacolo, seduti su una panchina di fronte al molo. Quando rientro all'ostello sono così stanco che invece di unirmi ad un tavolo dove sono la mexicana e Oliver, me ne vado di filato a letto, addormentandomi semivestito. Mi risveglia alle cinque l'olandese del letto sopra di me, che si arrampica agile lungo la sponda, seguito da una biondina in camicia da notte. Mi chiedo se non sto sognando, magari. Direi proprio di no, quando vedo scivolare sul mio letto la vestaglietta di lei. Mi viene da ridere, vorrei rilanciarla sul letto di sopra, ma poi penso che è meglio poggiarla per terra e far finta di niente. Dalla finestra sale il gran casino della Plaça, ancora affollata di gente; nella luce dei lampioni osservo che manca solo Maria, magari è andata a dormire in qualche altro letto. Invece dopo cinque minuti bussano alla porta, sono il più vicino e mi alzo per aprire. è proprio la messicana, che si scusa per avermi svegliato; sorrido beffardo. "Non preoccuparti per me, ma fai finta di non vedere questi due qua sopra". La sua sorpresa è percepibile, mentre mi guarda con gli occhi spalancati e scuote la mano tesa all'altezza del busto, tappandosi la bocca con la sinistra per non ridere. Scappa da ridere anche a me, e pure all'olandese quando gli riallungo la camicia da notte della biondina. "Thank you, man!!!" mi sussurra per non farsi sentire dagli altri. "Dacci sotto, imbecille!" vorrei rispondergli , ma non so come la prenderebbe e allora rimango in silenzio, facendogli un segno con il pollice per dire "tutto ok". Vado in bagno e mentre chiudo la porta della camera alle mie spalle, mi rendo conto che anche la biondina, ormai beccata, se la ride di gusto con l'olandese. Altri due ragazzi mi passano davanti mano nella mano, in cerca di una camera dove regalarsi piacere. Quando mi sciacquo la faccia e vedo Maria, la maltese, che passa con un altro ragazzo in mutande dietro di lei, capisco che forse non ho approfittato dell'occasione; fa niente, mi verrebbe troppo da ridere a fare sesso con una decina di silenziosi e divertiti spettatori. Alle nove in punto, quando riapro gli occhi, la Plaça è quasi deserta, ma non ha mai smesso di esserci gente. Mi alzo e scendo all'Internet Café, dove incontro due "figli di papà" romani, reduci da due settimane a Formentera in cui non sapevano più come divertirsi: così hanno pensato di venire a Barcelona, alloggiando in hotel, per scaricarsi canzoni ad alta velocità e passarle sul MiniDisc. Li compatisco, perché un problema generale di connessioni rende inutile la loro giornata, mentre io ho tutta Barcelona che mi aspetta. Torno al Kabul, da dove mi dirigo con le ragazze fiorentine alla stazione, per prenotare il prossimo treno verso Madrid. Purtroppo sono in parecchi ad avere la nostra stessa idea, questa mattina, e usciamo dalla Estació Sants quando è già ora di pranzo. Ce ne andiamo a mangiare un economico "menu completo" al Restaurante Reira, nel quartiere di El Raval: prendo un potaje de garbanzos (una specie di zuppa di legumi) e una paella, più un piccolo pudding; tutto molto buono, rapportandolo al prezzo. Poi le ragazze vanno verso Plaça de Catalunya, a fare un giro con gli autobus turistici, io torno in ostello a fare una doccia e dopo qualche minuto sul letto mi incammino da Plaça Reial nel Barri Gòtic, lungo le sue strette viuzze. Arrivo in Plaça de Sant Jaume, da cui imbocco Carrer del Bisbe, fermandomi in Plaça de Garriga i Bachs, davanti all'ingresso della Isglesia Catedral de la Santa Creu. Proprio di fronte al muro della sede vescovile un monumento bronzeo commemora cinque personaggi della città la cui storia è narrata in pannelli di azulejos dietro le statue. Quando entro nel chiostro non credo ai miei occhi: lo spazio quadrato è circondato su tutti i lati da cappelle votive dedicate ai vari santi, mentre nel centro palme e magnolie fanno ombra alle oche che passeggiano vicino alle fontane e alla vasca. La luce, penetrando a fatica dall'alto tra le foglie, illumina la struttura gotica con decine di colori diversi, a seconda della pietra usata per i particolari architettonici. È una sensazione meravigliosa essere qui, sembra di trovarsi in un reame incantato e fermo a mille anni fa; raramente ho provato un'emozione simile per una chiesa. Ma quando entro attraverso la navata di destra mi spuntano quasi le lacrime, mentre maledico me stesso per non aver portato con me il flash. Le decine di turisti presenti all'interno non tolgono nulla alla sacralità austera e alla bellezza delle vetrate istoriate, o delle decine di guglie in legno che recintano il coro in mezzo alla navata principale: è una delle chiese gotiche più belle che abbia mai visitato. Lungo le navate, anche dietro l'altare maggiore, le cappelle votive si ripetono all'infinito. A destra dell'ingresso dal chiostro sono conservate due piccole casse di legno che contengono le spoglie di Ramon Berenguer I e di sua moglie Almodis, conti di Barcelona e fondatori nel 1058 della seconda cattedrale, detta "la Romanica". Tutto ciò che vedo non ha niente che ricordi quel fanatismo religioso iberico che porterà all'Inquisizione, ai roghi degli eretici, alle conversioni forzate di mori e giudei. Io vedo qui solo un immenso amore per Dio e l'orgoglio umano di aver realizzato un'opera eccelsa, come di solito sono le chiese gotiche. In un angolo, lontano dall'altare principale, una piccola folla è radunata in preghiera in una sala dedicata, dove non è possibile fare foto: si sta svolgendo una funzione, mentre il resto della chiesa è popolato da persone che silenziosamente ammirano la Catedral. Nell'angolo opposto una targa nel Battistero ricorda che qui, nell'aprile del 1493, furono battezzati dal Re di Spagna Fernando e dal figlio, il principe Juan, i sei indiani che Cristoforo Colombo riportò dall'America, preludio di un genocidio terribile, compiuto sotto l'insegna della croce, e per questo ancora più imperdonabile. Dalla piccola cappella intanto si diffonde il canto del prete che officia, e la sua voce non riesce a riempire che una parte dell'altissima Catedral; poi prende forza e si diffonde ovunque, come mille anni fa. È impressionante questa continuità, sapere che ogni giorno degli ultimi mille anni qualcuno si è inginocchiato qui cercando Dio, e ancora qualcuno continua a farlo. Sotto il grande altare riposano le spoglie di Santa Eulalia, patrona della città, in un sarcofago di marmo policromo opera di un pisano negli anni tra il 1327 e il 1339; le costolature della volta recano tracce di dipinti, concentrate attorno al centro della raggiera da cui si dipartono: difficile capire quanto sia originale e quanto invece restaurato, ma la struttura non sembra aver subito modifiche di rilievo. Riesco nel chiostro, percorrendolo lungo tutti i suoi lati e passando su tombe vecchie di tre secoli o ancora più antiche. Entro in una cappella, dedicata a Santa Lucia, dove sono conservati i sarcofaghi di un vescovo di Barcelona morto nel 1184, e quello di un certo "venerabilis dominus Francescus de ...", la cui iscrizione è illeggibile senza una discreta conoscenza di paleografia latina. Una terza tomba, sotto l'ultima che ho descritto, raffigura la salma di un cavaliere armato, disteso: ma è quasi del tutto consunta, oltre che scritta negli stessi, per me illeggibili, caratteri dell'altra. È semplicemente impossibile dar conto di ogni pietra del chiostro, che meriterebbe forse un giorno speso interamente cercando di decifrare le sue scritte, le sue tombe; i simboli sopra quest'ultime un tempo parlavano a chi li guardava, con una grande chiarezza di significato in termini di terre possedute, di cariche rivestite, di storia. Impossibile anche descrivere ogni piccola o grande cappella, e impossibile fotografare la smisurata facciata, che la mia guida sostiene sia rimasta incompleta fino al 1880: che per me rimane poi il segno che una volta, in fondo, la sostanza sopravanzava di parecchio la forma, nelle chiese. Ormai sono uscito, e mi trovo in Plaça de la Seu, dove un ragazzo ricoperto di vernice color rame e con due finte ali sulla schiena staziona di fronte all'ingresso principale, silenzioso e bellissimo angelo bronzeo. Giro ancora, costeggio la Catedral, arrivo in Plaça del Rei, poi mi perdo nelle stradine; ammiro estasiato il calore che emanano le pietre vecchie di secoli in questo lato della città. Giungo alla Esglesia de Santa Maria del Pi, ed entro in cerca di refrigerio. Semplice e un po' scura, a navata unica, gotica e con un altare che definire spoglio sarebbe eufemistico: appena un bancone. Al lati le varie cappelle dei santi, in alto le vetrate dipinte con colori vivacissimi, che stonano un po' con l'atmosfera triste e dimessa che si respira in questo momento, forse perché la luce comincia molto lentamente a scomparire, lasciando il posto al chiaroscuro della sera catalana. Entro in un locale lì vicino, una taverna basca dal nome di "Itari", dove sul bancone hanno posizionato piatti ricolmi di ogni ben di Dio sotto forma di tapas. Ogni stuzzichino costa 160 pesetas: ne prendo uno solo, ma vale per dieci, e sento il pane francese che si squaglia in bocca, gustato insieme al formaggio spalmabile e al salmone affumicato; assolutamente eccellente, niente di meno. Entro anche in una piccola libreria piena di titoli interessanti, ma la mia scarsa conoscenza del castellano e le poche risorse finanziarie mi dissuadono dall'acquistare un Don Quijote in lingua originale, che sarebbe anche un problema riporre nel mio ridottissimo bagaglio. Rientro al Kabul, deciso a divertirmi per gran parte della notte. Con i brasiliani della camerata e un bel po' di altra gente passiamo quasi tre ore nella bolgia di musica del MareMagnum, la grande struttura che è un centro commerciale durante il giorno e un concentramento di discoteche fino al mattino successivo. Balliamo come dannati, sapendo che molti di noi domani partiranno e dovremo salutarci; quando rientriamo in ostello è troppo presto per andare a dormire, così rimaniamo a chiaccherare, chi ubriaco, chi fumato, chi soltanto contento, fino alle cinque del mattino. Tra poche ore verranno le ragazze fiorentine a chiamarmi per andare in stazione: destinazione, Zaragoza.
"Forse non è per niente una coincidenza
che la vita di una persona sia scandita da
coincidenze o da incontri perlopiù casuali"
Giorgio Bettinelli
CAPITOLO III
"Nessun incontro avviene mai per caso"
Dal buio infinito di un sonno appena iniziato mi sveglia Monica, dopo avermi scosso per la terza volta nel letto: le ha dovuto aprire Christian, uno dei brasiliani che dorme all'altro capo della stanza, perché io che sto di fianco alla porta non mi sono nemmeno accorto dei suoi ripetuti pugni contro il legno, al cui suono mi sarei dovuto svegliare. È durissimo alzarsi ed essere pronto con lo zaino in meno di mezz'ora, mentre lamento un forte dolore ai piedi, che sembrano penetrati da schegge di vetro ad ogni passo: il divertimento provato ieri sera ballando con i sandali lo pago oggi, indossandoli come un cilicio di penitenza. Mi addormento sul treno coprendomi la faccia con la tendina, suscitando in tal modo le risate di due ragazze spagnole sedutesi vicino a me e Monica mentre riposo. Di nuovo torno a dormire, e risvegliandomi vedo che faccio ridere persino una specie di Martufello spagnolo, con cappello e scarponi da contadino. Non riuscendo più a chiudere gli occhi, decido di controllare in che modo posso risolvere il problema dell'alloggio per stanotte: forse me ne andrò in un paesino vicino Zaragoza, cercando un ostello della gioventù che non sia strapieno. Fuori dal finestrino il paesaggio è segnato dal fiume Ebro, di fianco al quale corre un lunghissimo tratto di ferrovia. Le colline brulle, tagliate sui fianchi dall'erosione, mostrano i segni orizzontali lungo cui si sfaldano le rocce; passiamo per chilometri e chilometri in aperta campagna, tra ulivi e frutteti che sembrano crescere sulla sabbia, tanto è arido e riarso il suolo. È una terra splendida nella sua selvatichezza, pietrosa e dura, calda e solitaria; man mano che ci avviciniamo a Zaragoza l'Ebro si allontana sempre più dal tracciato della ferrovia. I colori prevalenti nel paesaggio sono il giallo quasi bianco della terra e il verde dei rari ciuffi d'erba e dei pochi alberi sparsi. Ci sono lunghissimi tratti di ferrovia, lontano da specchi d'acqua, che potrebbero essere dipinti con questi soli due colori, anche se in decine di tonalità diverse. Le rare zone pienamente coltivate e verdeggianti sembrano dei veri miracoli di impegno umano, oasi nettamente delimitate nei loro confini e strappate al deserto che le circonda. Quando arriviamo a Zaragoza, ricevo una pessima notizia: il treno che parte nel cuore della notte da qui per Barcelona, dove ho la prenotazione domani sera per Madrid, è già al completo; decido di rimanere qui, mentre le ragazze di Firenze proseguono per Pamplona e poi per San Sebastian solo grazie al mio aiuto; un po' mi dispiace abbandonarle, ma del resto il loro giro non mi interessa particolarmente, così ci salutiamo sperando di incontrarci di nuovo, magari a Madrid o a Lisboa, tra qualche giorno. Mi incammino quindi per le strade della città, dopo un leggero pranzo con Monica al ristorantino della stazione, cercando di raggiungere Plaza del Pilar, sotto un sole spietato nonostante siano già "las cinco de la tarde". Al deposito bagagli della stazione funzionano solo pochi fortunati sportelli automatici, già occupati, e questo mi impedisce di lasciare lo zaino lì per andare alla festa in programma stasera nel centro della città. Passo dentro il mercato cittadino coperto, dove qualche negozio non ha ancora chiuso. Le sue linee liberty in acciaio, mantenute dal restauro di quindici anni fa, contrastano con i resti delle mura romane, nella piazza successiva; entro all'ufficio turistico per chiedere qualche informazione, ma quando ne esco sono ancora indeciso se dormire in hostal o alla stazione. La Plaza del Pilar è un enorme spazio quasi deserto su cui si affaccia la Iglesia, splendida già dall'esterno, e vari altri monumenti. Tutto sembra essere stato restaurato recentemente, perché una grande scritta circolare sul selciato riporta la data del 1991. Incontro, mentre scatto qualche foto, un italiano con moglie spagnola, lui è qui da Cosenza per lavoro; scambio due chiacchiere e poi entro nell'immensa mole del luogo sacro, dove diventa impossibile fare foto o descrivere l'interno a parole: va semplicemente vista con i propri occhi, questa perla del Barocco. Dipinti di Velazquez e Goya, altari e sculture in marmo cesellato come fosse oro, fedeli che pregano, tutto dà un senso di piccolezza e rende gloria a chi poté progettare e costruire una meraviglia simile. Decido coscientemente di non scattare foto in questa chiesa, perché comunque falserebbero l'idea che se ne ha trovandosi qui. Anche il coro ligneo, centoventisette sedili disposti su tre file, e l'organo, sono opere davvero eccelse, per non parlare delle cappelle votive, ricchissime e decorate in ogni punto. L'ascensore purtroppo è chiuso il venerdì, perciò non posso salire fino in cima alla torre. Visto che è già troppo tardi per visitare gli altri monumenti decido di tentare la sorte e vedere se trovo un posto per dormire. Mi dirigo perciò in una viuzza dove la mia guida e l'Ufficio del Turismo cittadino suggeriscono si trovi l'affittacamere più economico; lo raggiungo solo dopo numerosi giri a vuoto, e dopo aver fatto la spesa per la cena. In un negozio pieno di specialità alimentari chiedo tre fettine del formaggio e dell'insaccato più economici che ci siano, con il risultato che il titolare impietosito vuole regalarmele. Devo protestare vivacemente per ottenere che mi chieda le 150 pesetas che gli devo, poi compro una pagnottella da 110 pesetas e via, fino a domattina il cibo c'è. Mentre sto per andarmene, dato che il pensionante aveva già affittato tutte le camere e non sapeva indicarmi altri posti così economici, mi sento chiamare dal proprietario di un bar lì vicino, che mi consegna un bigliettino da visita per un altro posticino da poche centinaia di pesetas. Chiedo a mezza Zaragoza dove si trovi la viuzza segnata sul cartoncino e alla fine ci arrivo, sempre più affaticato; non mi sembra vero di aver trovato un posto dove stare, e infatti quando salgo le scale la signora mi comunica che non ha singole, ma solo doppie, così se voglio rimanere devo sganciare la bella cifra di 3000 pesetas. Vado in un hotel vicino e me ne chiedono 4800… rassegnato e sconsolato trovo una panchina dove fermarmi a mangiare, in Plaza Santo Braulio, che è poi il patrono dell'Universidad de Zaragoza: sotto il suo sguardo arcigno, raffigurato in una strana statua dove la testa è l'unica parte del corpo ritratta in maniera realistica, mangio il pane con formaggio e una specie di mortadella. Un vecchietto mi guarda in silenzio, seduto su una panchina vicina: dopo aver fatto fuori due panini gli chiedo dove posso trovare dell'acqua per riempire la mia bottiglietta da mezzo litro: mi risponde che la fontana in Plaza del Pilar, lì vicino, va benissimo. Non sono però molto convinto che gli angioletti davanti alla chiesa siano la fontana di cui parlava, nemmeno dopo essermi avvicinato e aver visto che due bambini sembrano bere da lì. Così riempio la bottiglietta e poi chiedo ad un padre con il bambino in braccio se l'acqua sia buona. "La jente bebe" è la sua scanzonata risposta, e io mi attacco voluttuosamente al collo di plastica dell'improvvisata borraccia. Il sole pian piano tramonta, e la piazza si è affollata di "indigeni", che compiono l'antico "rito dello struscio". Mi sdraio su una panchina, cercando di scrivere qualcosa, ma il sonno mi vince e cado addormentato. Quando mi risveglio preparo l'ultimo panino, do un altra bevuta, riempio la borraccia e mi incammino verso la stazione, decisissimo a pernottarci. Mi fermo in Plaza da Justicia, di fronte ad una grande chiesa: sulla facciata ci sono diverse iscrizioni, ma la stanchezza è troppa perché mi venga voglia di leggerle. Continuo, passando dietro il mercato di questa mattina; una lapide posta qui nel 1991 ricorda il quinto centenario della morte di alcuni eroi aragonesi, caduti difendendo l'indipendenza contro l'esercito "invasore" di Filippo II. Mi chiedo come sia possibile che la Spagna sia ancora unita e quante anime di indipendenza oltre quella basca e quella catalana ci siano… Torno sempre più vicino alla stazione, e quando passo davanti all'ospedale mi viene la diabolica idea di darmi malato per ottenere un ricovero notturno gratuito, sfruttando il modulo E111 in tasca… poi ci penso meglio, dico che può anche portar male e proseguo. Controllo una decina di posti dove potrei sdraiarmi con il sacco a pelo, ma mi spaventa più l'idea di un controllo della polizia che la possibilità di fare brutti incontri. Arrivo finalmente in stazione e non posso non notare Samira, olandese dai lineamenti indonesiani, che insieme alla sua amica Machteld sta chiedendo informazioni su dove dormire. Spiego loro l'ubicazione dell'hostal dove sono stato io, "El descanso", e che non sto alloggiando lì solo perché non c'erano camere singole, ottenendo la loro riconoscenza e un appuntamento a domani mattina, per un caffè alle 11. Ma gli incontri e le sorprese sono appena all'inizio, perché mentre provo a prendere degli indumenti puliti dallo zaino scopro che nello scomparto inferiore lo shampoo si è aperto, inondando il saccolenzuolo e il resto, l'Autan, il cordino, ma soprattutto lo scomparto stesso. Ad un certo punto, tra il momento in cui apro lo zaino e quello in cui mi accorgo dell'accaduto, compare un'adorabile testolina mexicana, su un corpicino niente male: lei è di Acapulco, luogo mitico del divertimento spensierato degli anni '80, la sua amica invece viene della Sierra, e insieme formano la replica esatta di Samira e Machteld, perché anche loro cercano un alloggio. Fornisco da capo le informazioni, e convinco anche loro a presentarsi l'indomani alle 11 per un caffè insieme a me e alle ragazze olandesi: ancora una volta, alla faccia di chi tra i miei amici continuava a ripetermi "come ti va di partire da solo…"! Pulito lo zaino alla buona, vado a sedermi sulle panchine, visto che non posso sdraiarmi per esplicito divieto delle guardie in stazione; vicino a me si siede Juan, catalano che sta facendosi un giro della Spagna con altri amici, in bicicletta. Sta aspettando un treno per domani mattina, poi ritornerà a macinare i suoi cento chilometri di salite quotidiane nella zona della Navarra. Cominciamo a chiacchierare, ma quando vedo dei ragazzi romani in difficoltà con l'idioma locale non posso non offrirmi come interprete, mentore e salvatore della loro "drammatica" situazione: dopo un quarto d'ora di conversazione ho risolto metà dei loro problemi precedenti e gliene ho creati almeno altrettanti di nuovi, comunicando loro la situazione reale in cui si trovano le prenotazioni verso il sud. Dopo un paio di chiacchere scambiate al bar con due ragazze spagnole sulla possibilità di provare a salire comunque su un treno, senza reserva ma parlando con il controllore, decido di aiutarli a prendere il treno delle 3.30 per Madrid, dove sono diretti. Poi conosco un altro po' di ragazzi, dall'Olanda e dalla Germania, che aspetteranno i treni di domani qui nella stazione. Verso le due, mentre un terribile mal di testa prova ad esplodermi nel cervello, stanno quasi tutti cercando di dormire, chi seduto e chi sdraiato, approfittando del diradarsi dei controlli delle guardie. Il giorno seguente ricomincia appena alle quattro del mattino, quando gli occhi da cerbiatta di Fleur, sedutasi davanti a me un paio d'ore fa, mi impediscono di tornare a chiudere i miei... del resto, definire "dormita" quel continuo passare da una posizione all'altra ("...and it's not Kamasutra, man!", come dico all'olandese vicino a me, facendolo ridere a crepapelle) sarebbe davvero troppo. Neanche quindici minuti dopo tornano i poliziotti, e svegliano tutti quelli che nel frattempo si erano allungati in qualche modo per riposare. I ragazzi romani non ci sono già più, evidentemente hanno preferito non disturbarmi e prendere un autobus nella notte per raggiungere Madrid, come sembravano aver deciso prima che mi appisolassi. Le ore fino alla partenza dei primi treni sembrano non passare mai ma gli occhietti di Fleur, ventenne parigina con la sua amica Sophie, valgono il dolore di rimanere svegli. Chiaccherando per ammazzare il tempo scopriamo di provenire tutti da una facoltà umanistica: Sophie vorrebbe laurearsi in Letteratura Francese, in particolare sul teatro del XX secolo, mentre Fleur studia Storia e Geografia. Passeranno le prossime due settimane in Marocco, e non dovrebbe essere difficile incontrarle di nuovo e strappare un altro sorriso a questo adorabile musetto, dopo i numerosi che mi ha rivolto nel dormiveglia, mentre provavo continuamente a cambiare posizione... Verso le cinque e mezzo crolliamo tutti quanti nelle braccia di Morfeo, da seduti, e quando mi risveglio i ragazzi tedeschi e olandesi sono già scesi al binario per prendere il prossimo treno verso San Sebastian. Io nel frattempo ho deciso di salire su un treno regionale alle sette e un quarto per Huesca, più a nord, e di tornare indietro con la coincidenza, un'ora dopo l'arrivo, giusto in tempo per andare di buon passo all'appuntamento con le quattro ragazze di ieri sera. Non intendo far altro che dormire per un'ora sul treno e sfruttare i servizi igienici alla stazione di Huesca, che è praticamente deserta per tutto il giorno (un treno la mattina e uno il pomeriggio). Così saluto Fleur e Sophie, con la speranza di incontrarle di nuovo tra qualche giorno in Marocco, e prendo posto sul vagone; mi stendo il telo da mare sulle gambe per combattere il freddo getto dell'aria condizionata e chiedo a una signora di svegliarmi una volta a Huesca. Quando scendo scopro che il bagno della stazione è anche migliore di quel che speravo: manca solo una doccia, e poi sarebbe tale e quale a quello di una camera d'albergo; ne approfitto per fare tutto quello che devo, chiudendomi a chiave dentro, poi ritorno al binario. Do una mano ad un'anziana coppia a tirar su le valigie da terra, e l'uomo si profonde in ringraziamenti quasi imbarazzanti per me: gli chiedo così il numero del treno, per scriverlo sul mio biglietto e salvarmi dall'eventuale contestazione di un controllore. Lui, non sapendo come fare, mi mostra il suo biglietto, io lo ringrazio a mia volta e finisce che siamo pari così: come sempre, una gentilezza gratuita viene ripagata con un'altra. Mentre il treno si allontana da Huesca osservo le montagne dei Pirenei, che cingono il paesaggio più a nord; un canale costeggia la ferrovia, nutrendo campi verdissimi, e il contrasto tra il loro colore e il grigio-cenere della terra riarsa dal sole è così netto da apparire irreale. Quando scendo a Zaragoza la mia energia per raggiungere l'appuntamento con le ragazze è sbalorditiva. Arrivo con soli dieci minuti di ritardo, dopo aver percorso con passo da fondista i due chilometri dalla stazione all'hostal e con lo zaino sopra le spalle. Ci sono però solo Samira e Machteld, che non hanno nemmeno visto arrivare le messicane nell'albergo, ieri sera; poco male, perché passeremo lo stesso una giornata piacevolissima. Dopo un caffè in Plaza del Pilar, ci raccontiamo il nostro viaggio fino a questo momento: della loro storia mi colpisce particolarmente un incontro, quello con una signora a Barcelona, sul Montserrat; Samira e Machteld in questo viaggio sono particolarmente interessate ai "luoghi dello spirito", e si erano trovate a rimanere troppo a lungo nella chiesa per riuscire a prendere l'ultimo treno. E lì, sole sul monte, avevano incontrato una signora con cui si era stabilita subito una comunicazione ricca di intesa, di idee che si rivelavano sempre così coincidenti da far pensare che il terzetto, sedutosi a un bar a colloquiare, si conoscesse da sempre. E ad un certo punto la signora aveva spiegato a Samira che "nessun incontro avviene mai per caso", e che il destino aveva voluto far perdere loro quel treno perché potessero incontrarsi con lei. Ci rifletto su un attimo: sto parlando con due olandesi in Spagna, conosciute "per caso" alla stazione ieri sera, proprio mentre sto leggendo un libro di viaggi in Spagna scritto da un olandese... quantomeno curiosa come coincidenza! Man mano che il viaggio proseguirà scoprirò quanto in realtà avesse ragione quella misteriosa donna spagnola, e quanto davvero abbia inciso questo incontro con Samira e Machteld nel mio viaggio, ma anche come tutti gli incontri fatti abbiano rivelato la profondissima verità contenuta in quell'affermazione. Quando comunico loro la mia intenzione di recarmi in Marocco, scopro che Samira non è affatto indonesiana, come credevo, ma di origine marocchina, ed è molto interessata alle mie future impressioni su quello che comunque rimane il paese dei suoi genitori e dei suoi nonni. Le prometto di scriverle, e decidiamo insieme a Machteld che possiamo rivederci tra un paio di giorni a Toledo; poi entriamo nella Iglesia del Pilar, che ho già visitato ieri, e la vista dalla torre campanaria ci lascia senza fiato, con l'Ebro che scorre poco lontano dalla Plaza e con i tetti del Casco Viejo molto più in basso del punto in cui siamo. Mangiamo un po' di frutta tutti insieme, comprata al mercato copertocoperto; nella grande Plaza il sole, dopo una mattina ventosa e nuvolosa oltre che fresca, picchia ora come un fabbro sull'incudine. Samira si offre di andare con Machteld a sciacquare il mio grappolo d'uva sotto la fontanella, io le dico che non c'è problema ma lei insiste per farmi una gentilezza; alla fine accetto, e le osservo da lontano mentre attendono il loro turno, poi mentre lavano la frutta sotto l'acqua, infine mentre Samira fa cadere la mia uva appena lavata sul selciato, vicino alla grata di scolo... Per un attimo solo sento un impeto di rabbia salirmi su, ma quando vedo il suo bel viso che guarda Maggie con un'espressione preoccupata per la mia reazione, mi sciolgo in un sorriso e le faccio cenno che non importa: divideremo il resto insieme! Parliamo tantissimo, affrontando tutti gli argomenti che man mano ci vengono in mente: religiosità, ubriacature, divertimenti, i rispettivi impegni all'Università (entrambe stanno studiando Medicina), mentre giriamo per le calde strade di questa città che qualcuno ha definito "la più spagnola della Spagna", per aver conservato uno spirito quasi intatto dal turismo di massa. Quando poi devo tornare alla stazione alle quattro del pomeriggio mi accompagnano, e ci diamo un appuntamento telefonico per domani sera, per accordarci sulla visita di Toledo. Prima che il treno arrivi faccio ancora in tempo ad aiutare due coppie di ragazzi milanesi alle prese con i treni e l'alloggio nel nord della Spagna; mi addormento all'interno del sacco a pelo, comodamente allungato sui sedili, scorgendo al mio risveglio un'ora dopo il piccolo paesino di Caspe, arroccato su un cocuzzolo e che di certo meriterebbe una visita di un giorno o due, in un altro tipo di viaggio e di percorso. Comincio a sentirmi felice allo stato puro: vivere di poco, portando con me tutto quello di cui ho bisogno, incontrando persone nuove, mettendomi totalmente in gioco e finendo sempre per vincere la posta. Certo che viaggiare da solo ad agosto in Spagna comporta più problemi di quanti me ne attendessi (e purtroppo ancora non posso sapere cosa mi aspetterà nelle prossime settimane): il costo delle camere singole e la difficoltà di trovarne libere, i problemi con le reservas dei treni, spesso prenotati completamente per le prossime settimane, la scarsità di percorsi ben serviti con una certa frequenza, sono tutte evenienze che ero preparato a fronteggiare, ma non tutte insieme e senza immaginare di avere tante difficoltà a trovare un'alternativa. Quando il treno arriva a Barcelona Sants corro all'appuntamento con Ivana e Jelena, che sono in partenza insieme a me per Madrid; con loro c'è anche Maria, la mexicana. Ivana è seduta nello scompartimento di fianco al mio, Jelena nella carrozza dopo, Maria invece molto più in là e così domani mattina non riusciremo più a incontrarla, nonostante avessimo deciso di trovare alloggio tutti insieme. Con le ragazze serbe andiamo a prendere un goccio d'acqua nella carrozza bar, e ci fermiamo a parlottare nello scompartimento di Ivana. Tra un discorso e l'altro, Ivana se ne esce con un "Rozumiesz?" rivolto in serbo-croato a Jelena. Io me le guardo, incerto se ho sentito bene, poi le chiedo conferma: "Hai appena detto 'hai capito', vero?" Lei, più stupita di quanto non fossi io, mi risponde "Ma perché, parli serbo?" Al che io mi metto a ridere, e le garantisco che se so una parola di serbo- croato è proprio lei che me l'ha appena insegnata. In realtà, in polacco (altra lingua slava) ha lo stesso identico significato, e per un attimo mi è sembrato naturale rispondere "Tak" (sì, in polacco) al posto di Jelena... Dopo non molto lo scompartimento si riempie; mentre Ivana decide di dormire io e Jelena ci trasferiamo da lei a chiaccherare a lungo dei nostri studi e delle nostre storie sentimentali, fin dopo mezzanotte; le auguro una notte serena e torno al mio posto, ma devo decidere se sedermi io o lasciare lo zaino sul sedile, visto che tutti gli spazi portabagagli sono pieni. Infine, affido lo zaino agli sguardi degli altri passeggeri, srotolo il sacco a pelo e mi distendo lungo il corridoio, proprio di fronte all'ingresso dello scompartimento, preparandomi ad una lunga nottata tra i piedi di chi passa, diretto verso il bar.
"La vita è l'arte dell'incontro"
Vinicius De Moraes
CAPITOLO IV
"Nel cuore della Spagna"
La gente mi prende quasi a calci per scendere a Madrid Chamartin, ultima fermata del treno; sono fortunato perché è una donnina gentile a scuotermi vigorosamente per svegliarmi prima che mi calpestino. Mentre io vado al bagno della stazione per darmi una sciacquata veloce, Ivana e Jelena chiedono notizie sui treni per Granada, e decidono di prenotare per oggi pomeriggio una costosa prima classe per l'Andalucia; mi ritrovo di nuovo da solo ad affrontare il problema dell'alloggio, e la cosa comincia a non piacermi affatto. Abbandono i due veronesi incontrati sul treno, che incredibilmente e contro le mie previsioni sono riusciti a passare indenni la nottata nonostante fossero senza prenotazione, e mi attacco al telefono, provando a chiamare una decina di hostal a poco prezzo: o non risponde nessuno, visto che è ancora presto, oppure è tutto completo. L'unico che mi può dare una camera singola pretenderebbe la somma di 4800 pesetas, perché avrei la doccia in camera... Un po' scoraggiato mi fermo a riflettere, ancora ottenebrato dalla mancanza di caffeina. E se dormissi direttamente a Toledo? Di treni ce ne sono diversi al giorno e la distanza è poca (una sessantina di chilometri): chiamo l'ostello e mi dicono che non si può prenotare, ma che non dovrebbero esserci problemi nel trovare un posto libero per le prossime notti. Volo sulle scale per prendere il Regional, che chiude le porte proprio dietro di me e abbandona il binario puntando verso la terra di Don Quijote, la Mancha. Quando arrivo all'ostello, ospitato in uno storico palazzo-castello del XIV secolo, scopro che per sole 1500 pesetas ho diritto alla camera, alla colazione e anche alla piscina. Putroppo la lavanderia interna è chiusa per restauro, perciò non posso lavare i miei panni fino a domani. Incontro Adam, un diciottenne di Warszawa, che mi chiede se voglio visitare con lui la città; insieme attraversiamo il ponte in pietra ed entriamo nella cerchia muraria dell'antica Toledo. Il primo museo che visito, gratis, è quello della Santa Cruz. Entrando ci si trova in un chiostro quadrato di circa 15 metri per lato, circondato su due piani da colonne a capitello pseudoionico; lungo le pareti sono ospitati reperti archeologici romani, cippi arabi, iscrizioni del XVI secolo, quando Toledo era la capitale dell'Impero spagnolo, e sculture dell'età del ferro. I cippi sepolcrali arabi, scolpiti in eleganti caratteri cufici sono l'aspetto più interessante del museo, che altrimenti rimarrebbe la solita riproposizione di reperti tipica di tante vuote collezioni civiche; l'unico reperto romano davvero interessante, epigrafi a parte (a saperle leggere c'è sempre qualcosa da apprendere), è un blocco unico di marmo rosato, in cui è stata scolpita una gomena che scende a spirale attorno a una colonna, con vari nodi lungo il cordame: le spire e i nodi sono disposti a intervalli regolari lungo il fusto, e da lontano l'effetto ottico è notevolissimo. Lungo la parete opposta all'ingresso, inoltre, sono allineati una ventina di coperchi tombali, perlopiù realizzati in quello che a tutta vista sembrerebbe granito nero. Completando il giro, sull'ultima parete sono stati ricostruiti archi ciechi in stile mudéjar del XIV secolo, opere ricche di decorazioni intricatissime. Attraverso un piccolo portone ricavato in una parete di marmo, intarsiata come fosse d'argento, si accede al piccolo museo di archeologia locale, piuttosto interessante. Ci sono tante spiegazioni, fotografie e diagrammi per aiutare i visitatori a capire quello che vedono nelle vetrine, al contrario del patio dove se si è fortunati una piccola targa spiega di che oggetto si tratti. Il pezzo più curioso della collezione è l'enorme cranio di un elephas antiquus, terrificante bestione cui i nostri progenitori davano la caccia, spingendolo nei burroni con l'aiuto del fuoco. Dopo un rapido sguardo d'intesa con Adam, mi accorgo che entrambi abbiamo una fame del diavolo. Il problema più grosso è che vogliamo evitare il solito boccadillo, che ha la strana proprietà di riuscire contemporaneamente a svuotare i portafogli senza riempire lo stomaco; essendo ancora mezzogiorno diventa difficile trovare una tavola calda che ci serva un piatto decente, gli spagnoli hanno dei ritmi e degli orari di vita cui non riesco assolutamente ad abituarmi (e purtroppo la sensazione perdurerà, fino al termine del viaggio): il pranzo in pieno pomeriggio, la cena in quello che per noi è il dopo-cena, gli orari della vita notturna che partono dall'una di notte, e soprattutto la siesta che spezza a metà le giornate, impedendo di visitare qualsiasi cosa. Mentre cerchiamo un posticino per sederci e mangiare qualcosa, ci si avvicina uno strano tipo, magro, sui cinquant'anni (portati malissimo), che ci chiede se stiamo cercando un posto per dormire o un negozio di artigianato. Gli dico di no, che stiamo cercando un posto per mangiare, e che se ce lo trova ora gli darò qualche peseta: parte subito in quarta, facendo cenno di seguirlo, mentre ci conduce per le vie di Toledo verso i pochi punti di ristoro che gli sono noti. Dapperutto la stessa solfa: "No hay comida hasta la una de la tarde!", come se stessimo chiedendo la luna e non fosse umanamente possibile avere appetito a un'ora diversa; così, quando il tizio pretende dei soldi nonostante la ricerca sia fallita, mi rifiuto di cacciare un solo centesimo. "Señor, mi dia qualche peseta, sono venuto con lei a mostrarle dove mangiare..." "No señor, yo se preguntar por mi mesmo... usted no encontró nada para comer ahora... solamente despues de la una de la tarde..." gli dico, sicuro che anche se io non sto parlando perfettamente il castigliano lui sta capendo benissimo che non intendo dargli un centesimo, visto che per fallire ero capacissimo da solo. "Por favor, señor..." "No!" "Cabrón!!!", mi urla mentre mi allontano: sono incerto se dimostrargli o meno che qualche insulto riguardante sua madre posso ancora rifilarglielo, poi lascio perdere, perché non ne conosco abbastanza da vincere la singolare sfida. Adam è sinceramente stupito di come abbia saputo cavarmela in spagnolo con un tale rompiscatole che voleva dei soldi per non aver fatto nulla; gli spiego che la maggior parte delle parole le ho dette senza essere affatto sicuro che mi avrebbe capito, ma evidentemente ho colto nel segno. Mentre andiamo avanti lungo la strada, inciampiamo in un cartello che sembra messo lì dal destino: è un ristorante-tavola calda, e nonostante sia ancora mezzogiorno e un quarto ha già aperto la cucina. Ci trattano bene, facendoci spendere tutto sommato poco: 650 pesetas per un piattone di bacon con uova e patatine fritte, più una bottiglietta d'acqua. Dopo la sacrosanta mangiata, ci incamminiamo per i pochi metri che ci separano dalla Cattedrale, dove si sta svolgendo la messa domenicale. Al momento del nostro ingresso, fortunatamente gratuito, il sacerdote prende a leggere uno dei passi più famosi dell'Antico Testamento: "Vanidad de las vanidades, y tudo es vanidad"; così posso ascoltare le sue parole, che riecheggiano alte, mentre passeggio incantato in uno dei più bei gioielli dell'arte gotica in Spagna, la sede stessa del primate di questa nazione. Impossibile anche solo tentare di descriverne l'interno, per il gran numero di opere d'arte che contiene, tra dipinti e sculture: vago come sperduto, attonito da tanta bellezza e ricchezza. Verso le due del pomeriggio facciamo ritorno all'ostello, per rinfrescarci in piscina: se non fosse per gli alti alberi cresciuti tutt'intorno, si potrebbe anche godere la vista dell'Alcázar, proprio di fronte a noi, oltre a quella del maniero in cui siamo ospitati. Il caldo pomeriggio spagnolo invita alla siesta, e quando la piscina chiude per un'ora dalle tre alle quattro, faccio ritorno in camera mia e crollo sul letto fino all'ora di cena, recuperando le forze in vista di domani, quando visiterò la città con Samira e Machteld. Al mio risveglio, dopo una buona doccia, chiamo Maggie al telefono, per accordarmi sugli orari in cui incontrarci, poi mi avvio verso il ponte di Alcántara, il più veloce accesso alla città vecchia dall'ostello: nel tramonto l'Alcázar è ancora più bello, se possibile, e la musica che suona il riposo dei militari riempie l'aria fino al Tajo, che qui sembra quasi un ruscello rispetto all'immenso braccio d'acqua visto a Lisboa qualche mese fa. Salgo nel bollente tramonto le scalette che portano a Santa Maria de la Cruz, il museo visitato con Adam questa mattina, e che fu la prima Academia de Infanteria di tutta la Spagna. Il piccolo ma affollato bar che Adam mi ha mostrato questa mattina è sulla sinistra, poco sotto Zocodóver, la piazza principale: ci siamo dati appuntamento qui per la cena. Mi siedo al tavolo, dove ci sono, oltre al mio nuovo amico polacco, Andreas da Leipzig (Germania), Nelson da Perth (Australia) e Giovanni, da Bari: loro hanno già ordinato una birra, con cui arrivano anche le tapas, gratuite. Una caña costa appena 200 pesetas, e così ne ordino un paio anche per me; chiaccheriamo di globalizzazione, dell'avvento dell'Euro, di quanto la nostra generazione sia fortunata a non avere idea di cosa sia stato, ancora fino ai nostri nonni, un sentimento nazionalistico che ha portato i nostri popoli a spararsi addosso uno contro l'altro. Capiamo tutti di essere parte di quella fortunata minoranza di ragazzi che su questa terra possono incontrarsi per ridere e stare bene davanti a una birra, lontani centinaia o migliaia di chilometri dal proprio paese: e sentiamo di dovere, a chi questa possibilità non l'ha mai avuta, il nostro piccolo impegno perché le cose cambino. Quando ci salutiamo con gli altri, Giovanni insiste per offrirmi un bicchiere di orchada, che sembra quasi un frullato di mandorle, molto dissetante e gustoso. È ormai mezzanotte e mentre lui va a ballare in discoteca me ne torno all'ostello, ben illuminato come il ponte, e chiaramente visibile anche dalle mura di Toledo. Quando sto per attraversare il Tajo, tre ragazzi italiani mi chiedono se so dove si trovi l'ostello della gioventù: mi viene da ridere mentre indico la cima della collina di fronte a noi, chiedendo se abbiano idea di cosa sia quel castello. Le facce raggianti delle due ragazze, e la voce incredula di Amedeo che chiede con inconfondibile accento romano "Me stai a pija pe' 'r culo?", sono una risposta piuttosto eloquente: no, non ne avevano idea, ma hanno capito subito! Accompagnandoli, mi dicono di essere in dieci, e piuttosto disperati dopo una massacrante giornata a Madrid: spiego loro che se vorranno fermarsi potranno usare la piscina domani, per riposare. Mentre loro salgono nelle camere, io mi fermo fuori a prendere un po' di fresco (l'aria in camera è troppo calda per poter anche solo respirare) e ad appuntare qualcosa sul diario: nel frattempo escono Adam e Andreas, anche loro in crisi per la temperatura, e ci fermiamo a chiaccherare, raggiunti presto da Giovanni che ha trovato deludente la discoteca. Quando loro vanno a letto, scopro che ci sono anche tre ragazzi di Milano, venuti in macchina in Spagna: la percentuale di italiani nell'ostello è superiore a quella degli stessi spagnoli o di qualunque altra nazionalità, mi confermerà il giorno dopo la ragazza alla reception, di una gentilezza e cordialità mai viste prima. Proprio mentre anche io faccio per tornare in camera esce Sara, una delle ragazze di Roma, e si siede vicino a me. La porto a vedere la piscina, il panorama su Toledo, poi torniamo a sederci con gli altri ragazzi del suo gruppo: sono tutti molto simpatici, e si fa presto a tirare tardi ascoltando i rispettivi racconti. "A noi è capitato di essere quasi arrestati!", mi racconta Sara. "Vicino Barcellona ci hanno detto che si poteva andare a dormire in spiaggia, noi abbiamo montato le due tende e ci siamo sentiti svegliare dal manganello di un poliziotto che batteva contro le stecche! Amedeo è andato ad aprire, pensando che fosse uno dell'altra tenda e por poco non cade all'indietro, quando ha visto la divisa!" mi dice ridendo, e la faccia di Amedeo è troppo divertente da immaginare in quel momento di panico. "Pensa che ci ha requisito tutti i passaporti: io ho appena compiuto diciott'anni, pensavo a mia madre che mi veniva a trovare in galera! Poi invece ce li ha riportati e ci ha intimato di sloggiare alla velocità della luce: noi non capiamo bene lo spagnolo, ma la faccia e i gesti erano inequivocabili!". Ridiamo forte, senza timori, carichi di entusiasmo ma anche stanchi morti: sono ormai passate da un pezzo le due del mattino, e ci salutiamo con la speranza di rivederci domani.
"Toledo, granitica rocca
gloria di Spagna
e luce delle sue città"
Cervantes
[CONTINUA]