di Marco Z.
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CAPITOLI IX - X - XI - XII - XIII
CAPITOLO IX
"Marrakech Express"
Passo gran parte del tempo tra Fez e Meknes nello scompartimento dei ragazzi francesi, che mi dispiace davvero lasciare, stavolta almeno fino a settembre, quando forse potrei essere a Lyon. Ad un tratto Violaine, mangiando delle disgustose patatine fritte marocchine in busta, esclama "C'est ignoble!!!", con un tono e una faccia che solo una ragazza francese può assumere senza essere ridicola: sbotto a ridere, e lei mi guarda stupita, mentre le spiego che un aggettivo simile per delle patatine mi sembra fin troppo altezzoso... Quando scendono, e il treno impiega un bel po' a ripartire, rimaniamo a guardarci a lungo, senza sapere bene cosa dirci, anche se io li prego di andar via e di raggiungere l'hotel prima che si faccia troppo tardi: alla fine, quando il treno fischia e comincia a mettersi in moto di nuovo Ivan strappa un pezzetto di carta, ci scarabocchia sopra un numero di telefono e mi dice: "Se vieni a Lyon, chiamami a casa, sei mio ospite". Per un attimo vedo tutto sfocato attraverso le lacrime, per un gesto così bello da parte di una persona conosciuta pochi giorni fa, poi mi riprendo e riesco solo a dire in un soffio "Grazie!" prima che le porte del treno si chiudano. Torno dai greci, mentre anche Nikola, Katarina e Olivier sono scesi a Meknes, e chiacchiero con Chris e Kostas di politica, della storia del XX secolo, di libri, di globalizzazione, del G8 a Genova, dell'Olocausto e della questione palestinese... coinvolgiamo un po' nella discussione anche uno studente universitario marocchino, l'unica altra persona nello scompartimento che non faccia parte del nostro gruppo. Ad un certo punto sale un enorme e divertentissimo studente liberiano, alto più di due metri e con una risata contagiosa, con cui scherziamo fino a Casablanca; qui rimaniamo soli, in quattro nello scompartimento, cercando di dormire. Compare un antipatico marocchino che si vorrebbe per forza sedere, ma in qualche modo riesco a tenerlo fuori, mostrandogli che stiamo cercando di dormire. Ci sveglia invece il controllore all'improvviso, chiedendoci i biglietti, reclamando per il tizio di prima e intimandoci di non occupare più di quattro posti; il fetente si siede soddisfatto, tra i nostri sguardi carichi d'odio, poi dopo dieci minuti esce a fumarsi una sigaretta. Non rientrerà più, prendendo parte ad una vera festa marocchina, con tanto di musica, balli, pugni sulle pareti, urla berbere e grida lancinanti nello scompartimento di fianco al nostro. Riesco a prendere sonno solo dopo le tre, e quando alle cinque del mattino arriviamo a Marrakech, sono così intontito che mi rimetto a dormire appoggiato allo zaino, fino a che Christos non mi sveglia dicendomi che è ora di incamminarci verso il centro della città. Avevamo infatti deciso di riposare in stazione fino alle prime luci dell'alba, e di raggiungere il centro a piedi insieme ai molti altri viaggiatori che come noi erano scesi dal treno. Arriviamo alla Bab Larissa, l'ingresso tra le mura che circondano la città, dopo quasi mezz'ora di camminata, e Marrakech fa a tutti una strana impressione da lì: ci guardiamo muti e proseguiamo fino a Djema Al Fna'a, senza più sapere cosa stiamo cercando qui. Quando raggiungiamo la tanto decantata piazza, che non solo è completamente asfaltata, ma ancora più turistica di Fez, nonostante siano appena le sette del mattino, la mia delusione è pari solo alle aspettative dei giorni appena trascorsi. Cerchiamo un alloggio all'Ali, ma dobbiamo tornare dopo le 11 per vedere se ci sarà posto anche per noi. Decidiamo di provare all'Essaouira, ma è completo; però troviamo una tripla minuscola al Medina, più un posto per me sulla terrazza, per realizzare almeno il sogno di dormire con una trapunta di stelle. Tuttavia Christos e gli altri non vogliono morire di caldo stanotte, e i bagni non sono poi così puliti e confortevoli, perciò riusciamo anche da lì. Ci sediamo ad un caffè per fare colazione, e ci rimaniamo fino verso le 10.30, scrivendo qualche cartolina e guardandoci attorno: non sembra molto diverso da un qualunque posticino tipicamente chic di Nice, o di Barcelona, o magari di Toledo... i bar con servizio al tavolo e camerieri in livrea, i menu plastificati, il solito via vai di finti viaggiatori che cercano l'avventura del "tutto compreso"... ormai ho deciso di uscire da Marrakech stasera stessa, e di raggiungere Algeciras domani, nel primo pomeriggio spagnolo, mentre gli altri vanno in cerca di un posto decente dove passare la notte, e se non lo troveranno verranno via con me. Mentre passeggio senza fretta tra le persone, e mi siedo tranquillo sugli scalini delle Poste chiuse, una donna mi si rivolge di nuovo in arabo, e quasi non credo nemmeno più io alla mia voce, mentre rispondo che non sono marocchino ma italiano... Marrakech è davvero bollente, io sono sporco, sudato, desideroso solo di tornare in Spagna per visitare l'Andalusia e poi tornare a Lisboa, all'amata Tertulia, allo Chapitô magari... il Marocco è un paese certamente affascinante, ma forse il vero Marocco di oggi va cercato altrove, in paesi minuscoli dove anche la lingua francese deve aver sofferto per arrivare... Mi sembra di vivere (male) all'interno di una scenografia, e ho l'impressione che dietro queste mura di cartone ci sia quello che cercavo, ma che non sia alla mia portata in questo viaggio. Con i greci, una volta riunitici, mi perdo nella medina, attraverso i souq: visto uno, visti tutti... questo fa meno eccezione degli altri. Nel pomeriggio visitiamo sotto un sole impressionante le tombe della dinastia Saadita, il palazzo Al Bahia, splendido ma privo di mobili, e poi torniamo al loro ostello, l'Essaouira, aspettando l'ora di cena; poi usciamo di nuovo, e finalmente Djema Al Fna'a riesce a emozionarmi, piena com'è di imbroglioni, artisti di strada, venditori di cibo, incantatori di serpenti e di folle... noi andiamo mangiare alla terrazza dell'hotel Ali, dove con 60 dh bevande escluse ci servono a buffet quanto riusciamo a mangiare... mi servo una porzione di cous-cous veramente gigantesca, dopo altri due piatti pieni di delicatezze tipicamente marocchine. L'unico problema è con la pancia, che ha deciso proprio l'ultima sera di dare problemi e fare casino... deve essere stata quella bottiglia d'acqua nella notte assetata di Fez, la responsabile di una mia corsa in un bagno impossibile da usare, dopo che un anglosassone ci si è appena fatto una doccia bollente, rendendo i quattro metri quadri del cesso una specie di sauna dove non si vede a un palmo dal naso e la carta igienica è ormai inservibile... Dopo una corsa all'ostello, a ritirare il mio bagaglio, un'altra corsa folle verso un taxi libero che però non riesce a farsi strada tra le migliaia di persone nelle vie che portano a Djema Al Fna'a, arrivo alla stazione con venti minuti d'anticipo, sufficienti a comprare dell'acqua, il biglietto e a sistemarmi su un treno orribile ma perlomeno senza aria condizionata, su cui passerò la mia ultima notte in Marocco. Chris e Kostas, dopo avermi accompagnato fin qua, rimangono con me ad aspettare che le porte si chiudano, e lancio loro un ultimo saluto e la promessa di ritrovarci o risentirci presto... ma ancora non so quanto presto accadrà! Dopo una discreta dormita mi sveglio con l'alba, mentre il treno percorre le ultime decine di chilometri. Nella luce incerta del primo mattino i campi che attraversiamo assumono una spettrale inconsistenza, mentre le montagne sembrano quasi quelle fatte con la carta per i presepi natalizi... chiacchiero un poco la bellissima tedesca e il suo ragazzo portoghese seduti dall'altra parte del corridoio: non ci stanno molto con la testa, e credo che oltre che malati per avere mangiato e bevuto qualcosa di sbagliato, siano anche un po' "fatti" di hashish! Lei comunque è quella che si definirebbe una vera gnocca, anche ora che è impresentabile tra la sporcizia e il sudore di una nottata in treno. Mi tolgo un caccolone che si è formato nella notte, per fortuna senza incollarsi alle pareti del naso (altrimenti sai che male!), risistemo lo zaino, bevo un po' d'acqua e provo a immaginare la doccia che mi aspetta tra qualche ora in Spagna: neanche so dove me la farò! Il bello di questo tipo di viaggi è anche nel fatto che dopo pochi giorni ti scrolli di dosso tutte le paranoie riguardo ai vestiti ben stirati, all'impeccabile pulizia personale che ti classifica come una persona rispettabile, all'atteggiamento schizzinoso verso cibi e luoghi che ti condiziona nella vita quotidiana... All'improvviso la luce si fa più abbondante, e scopre i dettagli nel raggio di centinaia di metri attorno alla ferrovia. Il sole non è ancora spuntato, e spero di essere al porto prima che cominci il caldo infernale di ieri (41° a Marrakech), per fondermi invece come burro in padella una volta in Spagna. Tento di imprimermi nella memoria le immagini di questo inaspettato verde dei campi marocchini in agosto, ma l'unica cosa cui riesco a pensare è la doccia. Tuttavia trovare addirittura dei fenicotteri rosa che si bagnano nelle saline vicino Tanger, sotto una collina boscosa, mentre il sole è una palla d'arancio all'orizzonte, e davvero qualcosa di inatteso per me in Marocco. Alla fine tra taxi (15dh) e biglietto per la nave (167dh) riesco a farmi avanzare solo 12dh, oltre ai 20 di quella sera a Fez, che ho deciso di conservare come ricordo di una pessima avventura... l'imbarco è complicato, e anche parecchio; non si capisce dov'è che timbrino i passaporti in uscita ma alla fine, con i due milanesi già incontrati ieri mattina a Marrakech, saliamo sul battello "Ibn Batouta", una mezza carretta che un tempo era la nave di una compagnia diversa, come si intuisce guardando bene le fiancate. Al bagno ci sono pure dei piccoli scarafaggi che camminano sulla porta e sui lavandini, facendo certo una pessima impressione: quando apro l'acqua per pulirmi il viso e il collo dalla polvere, un paio di animaletti precipitano nello scarico, senza farsi rimpiangere troppo. Decido di tenermi la voglia di andare al bagno fino ad Algeciras, poi però non so se proseguire o meno per Granada: la guida sostiene che a parte per il periodo di Pasqua si trova sempre un buon posto, ma io vorrei arrivarci almeno dopo una doccia... però in effetti non ha senso perdere oggi e domani qui ad Algeciras per poi spostarsi... Mi addormento sul ponte esterno più alto: è una delle mattine d'agosto più brutte della mia vita, nuvolosa, coperta; e tira un fastidioso vento umido. Invece al risveglio in vista della costa spagnola, dopo due ore di navigazione, sto letteralmente cuocendomi il cervello sotto un sole cattivo che picchia forte nel cielo limpido. Quando sbarco chiamo Elisabetta: che piacere sentirla, dopo più di due settimane... poi compongo il numero di casa, per salutare e confermare/sapere che tutto va bene... non faccio nemmeno in tempo ad incamminarmi verso la fila deserta per i cittadini UE che un doganiere mi fa un cenno da lontano, intimandomi di passare dall'altro lato, quello per i nordafricani: incazzato gli urlo in francese "Je suis un citoyen européen!", senza nemmeno rendermi conto che posso usare l'inglese o lo spagnolo ormai. Il suo collega prende in mano il mio passaporto per assicurarsi che lo sporco e barbuto nordafricano davanti a lui corrisponda al bravo ragazzo italiano ritratto nella foto in seconda pagina, poi mi lascia andare, ancora incerto se abbia fatto bene o meno. Mentre cammino verso la stazione, con in mano la bottiglia d'acqua comprata ieri sera a Marrakech e che riporta la marca sia in arabo che in caratteri latini, due nordafricani appoggiati a un muro mi salutano. "Salaam walekum". Io rispondo, sbagliando, "Salaam walekum", mentre avrei dovuto dire "Walekum salaam". Ma loro non ci fanno caso, e cominciano a parlarmi in arabo, per l'ennesima volta: stavolta ridendo, rispondo "Je ne parle pas d'arabe" e loro si scusano molto per avermi creduto un fedele musulmano. Sono in Spagna, ma ancora fatico a trovare una lingua per comunicare, continuando a usare in parte lo spagnolo, in parte il francese e in parte l'inglese... Arrivo alla stazione dopo una camminata che mi risparmierei volentieri alle 2 del pomeriggio, e qui incontro un partecipante del forum di Inter- Rail.net: lui non ha l'alberello di riconoscimento, ma io sì e quando lui lo vede mi chiede di indovinare chi sia. Ovviamente per me è impossibile, così mi spiega di essere "Blackjacx", appena tornato dal Marocco anche lui. Passiamo insieme il pomeriggio, raccontandoci le nostre esperienze di viaggio: lui è andato da Marrakech in bus verso il confine con la Mauritania, scendendo fino a Ad Dakhla. La sua storia meriterebbe una sorte migliore di quella che io posso riservargli qui, anche perché si è fatto la bellezza di venticinque ore filate su un pullman, per raggiungere quella località, e mi racconta di averlo deciso in un momento di sconforto a Marrakech, vedendo i turisti di Francorosso che scendevano compatti dagli autobus prima del tramonto e andavano a prendere posto sulle varie terrazze intorno a Djema Al Fna'a. Prendiamo lo stesso treno, io verso Granada e lui scendendo a Bobadilla con la coincidenza per Malaga, dove tenterà di divertirsi nella grandiosa festa a base di alcool che impazza questa settimana nella "capitale" della Costa del Sol. Mentre siamo seduti a chiacchierare conosciamo altri due italiani in viaggio, due grossetani: sono fidanzati e casualmente il ragazzo conosce il fratello di un mio compagno d'università, Claudio. È proprio piccolo il mondo, mi viene da pensare... ma poi forse non è piccolo per niente, solo che spostandoci tutti sulle stesse rotte prima o poi ci si ritrova sempre!!! Ci mettiamo tutti insieme a ridere, a parlare del Marocco e dei prossimi giorni che ci attendono in Spagna. Stamattina non ce la facevo più, mi sentivo stanco e svogliato, non avevo più energie per proseguire: ma è bastato incontrare le persone giuste e tutto è tornato a sorridermi. Dalla stazione di Granada, con qualche telefonata, scopro che tutti o quasi gli ostelli e le pensioni consigliate sulla guida sono complete; mi si avvicina un ragazzo biondo che sta facendo le mie stesse telefonate, e decidiamo che sarà più facile trovare una doppia insieme che non due singole separate. Curtis, da Calgary, è un tipo simpatico, e lungo la salita che porta all'Alhambra troviamo un posto a 5500 pesetas, dopo aver beccato un mucchio di cartelli bilingue "Full/Completo". Mentre siamo lì che ci pensiamo, vengo colto da una premonizione: è già molto tardi, e difficilmente potremo avere un'occasione migliore, così guardo Curtis e gli dico chiaro e tondo: "Prendiamola!". Consegnamo i passaporti all'antipatica tenutaria che ci avvisa subito di non tornare dopo l'una di notte, se non vogliamo rimanere chiusi fuori, e proprio in quel momento si affacciano alla porta altri due ragazzi con lo zaino. La signora fa un gesto inequivocabile: completo, proprio noi abbiamo preso l'ultima camera disponibile, e perdipiù con il bagno. Siamo entrambi reduci da tre giorni in Marocco senza docce, e facciamo festa nella vasca per un bel po' ciascuno, prima di andare a bere qualcosa in Plaza Nueva, proprio vicino l'hostal. Troviamo un locale molto carino dove quattro bevute ciascuno (due birre e due sangria) ci costa la miseria di nemmeno 1000 pesetas a testa. Anche buttandoci sopra quattro tapas, ovvero gli spuntini che accompagnano le bevande e che sono gratuiti, l'alcol si fa sentire e ce ne andiamo a letto belli allegri, pronti a riposarci per godere l'indomani della splendida città che ci ospita.
"Dagli l'elemosina, donna,
ché non c'è nella vita nulla
come la disgrazia di essere
cieco a Granada"
Canto popolare spagnolo
CAPITOLO X
"Granada, mi querida y mi amada"
Mi sveglio alle 8.30, le gambe che per la prima volta mi fanno male da quanto
sono riposate; me la godo qualche minuto, 'sta bella sensazione, poi mi vesto
ed esco, mentre Curtis continua a dormire. Ho una missione da compiere: trovare
un alloggio per i prossimi giorni. Giro quasi ovunque, ma trovo solo mezze promesse,
attorno alle 2500 pesetas... però dovrò sempre tornare, verso
le undici, per essere sicuro. Cammino, cammino, cammino... poi alle 10 torno
verso quei posti per essere sicuro e da Plaza de la Trinidad vedo l'insegna
di un hostal, non segnalato sulla mia guida. Entro e riesco subito, mi sembra
troppo lussuoso per le mie tasche; ci ripenso, e rientro, tanto per essere sicuro
di quanto sospetto. Il posto per me c'è, e allora mi chiedo quanto costi:
2000 pesetas soltanto!!! Me lo faccio ripetere tre volte, da quanto sono incredulo...
Poi volo all'altro hostal, saluto Curtis che sta facendo colazione, mi carico
tutta la roba e torno giù, vicino Plaza de la Trinidad. La signora che
mi accoglie è di una gentilezza quasi imbarazzante. Decido che sicuramente
rimarrò in questo gioiello di città oggi e domani, un pezzo di
dopodomani e forse anche la notte successiva... Granada è davvero un
regalo del cielo, in questo viaggio. Il materasso non è il più
comodo della mia vita, la stanza è quasi monacale, ma pulita e allo stesso
modo il bagno, in comune, ma spazioso e quasi "casalingo"... Granada,
mi amor, mi amada! Dopo la lunga camminata di questa mattina mi riposo ancora
un po' nel lettuccio, senza toccare niente, solo gustandomi qualche comodità
in più, dopo aver passato metà del mio viaggio in modo quasi "incivile"...
Scendo a comprare il necessario per pranzo (mi basterebbe anche per la cena,
ma non avrò modo di usarlo) al supermercato di fronte, mangio e poi mi
metto a dormire di nuovo... fino alle quattro abbondanti, dopo di che scendo
e telefono a Eva, svegliandola. "Pulcia" (il suo nickname sul forum)
mi aveva lasciato il suo numero a luglio, quando era partita per l'Inter- Rail,
e sapendo che sarebbe tornata a Granada per studiare spagnolo ad agosto avevamo
deciso di incontrarci durante il mio viaggio. L'appuntamento è alle 17.30
in Plaza Nueva, e ci raccontiamo (in realtà io racconto e lei ascolta)
i particolari del viaggio, poi andiamo dei suoi amici di studio a cena, facciamo
una strana pasta, molto piccante ma decisamente nutriente data la nostra fame,
mangiamo del gelato e ridiamo tanto, complice l'alcol. Quando loro escono per
andare in discoteca, io non sono vestito in maniera tale da poter entrare con
loro e me ne torno a letto, stanco ma soddisfatto: Eva è ancora più
vulcanica e carina di quanto non sembrasse sul forum, e sono davvero contento
di averla conosciuta. La mattina è difficile alzarsi dal letto, mi sto
imborghesendo terribilmente! Scherzi a parte, non mi ero reso conto ieri di
essermi divertito così tanto, con quel cocktail di arancia e succo di
fragola, e con una bottiglia di birra Cruzcampo... di questo passo nei prossimi
quattro giorni rischio di bere anche per i primi 15 in cui non ho toccato un
goccio d'alcool! La Spagna forse è il paese in cui più che altrove
entrando in una chiesa vengo colto dalle domande più gravi e difficili
riguardo alla fede cattolica: quando vedi i simboli che conosci fin da bambino,
e per te sono simboli di pace e d'amore, e pensi che gli indios, gli arabi,
i giudei, e tantissimi altri in nome di quei simboli sono stati vittime innocenti
pari a Cristo sulla croce, allora mi chiedo troppe cose cui non so rispondere,
e che forse mettere per iscritto mentre sono in visita in un luogo sacro come
la Iglesia del Sagrario sarebbe blasfemo. Costeggio il fiumiciattolo di fianco
alla collina dell'Alhambra, per poi salire lungo la cresta della collina opposta.
Cammino per un po' a caso tra le strade dell'Albaicín, l'antico quartiere
abitato dagli arabi dopo la Reconquista e prima dell'espulsione. Le strade,
già calde nel mattino andaluso, sono quasi deserte e silenziose. Arrivo
fino ad una collegiata, pago il biglietto ed entro: non ne varrebbe la pena,
ma l'odore di polvere che mi assale fortissimo, nonostante tutto sia seminuovo,
mi smentisce: ci deve essere, qui intorno a me, un'invisibile reliquia venuta
dal deserto d'Africa, e segretamente tenuta in qualche anfratto murato ma accessibile,
da dove emana il suo penetrante odore. O forse è solo la puzza del legno,
con cui è interamente realizzato il soffitto, in stile mudéjar.
In fondo alla navata centrale c'è un crocifisso ligneo orribile, in cui
Cristo è così male rappresentato da sembrare grasso: lungo le
pareti statue di santi, di vescovi, Cristi e Madonne, oltre a decine di dipinti
appesi ovunque. È una "sala dell'orrore cristiano", non suscita
altro che raccapriccio per quanto cattivo gusto dimostra chi ne ha curato l'arredamento.
L'unica cosa che forse vale le 100 pesetas all'ingresso è il chiostro,
una piccola oasi di pace dove in uno degli angoli si conserva un pezzo del soffitto
originale del XV secolo, ancora dipinto. L'architettura della Chiesa è
splendida, ma provo quasi uno senso di fastidio e disgusto per quello che c'è
all'interno del piccolo "museo artistico". Poi guardando alcune foto
storiche capisco: anche qui la follia distruttiva dei primi tempi della Repubblica
di Spagna ha colpito, quasi disintegrando la chiesa del XVI secolo, e quindi
quel che vedo all'interno non è che una ricostruzione dell'originale,
forse anche poco fedele. Arrivo fino al Mirador de San Nicolas, da cui si gode
la più bella vista dell'Alhambra di tutta Granada. Ma non scatto una
foto, nemmeno me ne viene voglia. La bellezza del paesaggio ne risulterebbe
diminuita, o falsata: non è vero che la fotografia sia obiettiva... vedendo
una fontanella, chiedo alle due guardie municipali di fianco se sia potabile;
una di loro mi risponde con malcelato orgoglio "Todas las fuentes de Granada
son potables". Bevo e riempio la borraccia, poi con un lungo giro torno
alla Cattedrale e compro un pass turistico, che vale per un bel po' di monumenti
qui a Granada, e mi concede l'ingresso per oggi pomeriggio all'Alhambra, senza
nessuna fila da affrontare per visitarla. Entro nella cappella reale della Cattedrale,
dove le tombe di uomini e donne che hanno creato la storia moderna sono l'ultimo
resto tangibile di quella che fu l'infinita potenza spagnola sul globo: Fernando
e Isabella, Giovanna la Pazza e Filippo il Bello, oltre al piccolo principe
del Portogallo, Miguel. Aquile imperiali svettano ovunque, segni che ancor oggi
significano forza, potenza e ricchezza; stemmi così complicati che ci
si perde dentro, e ogni segno è un reame, una contea, un dominio; colonne,
modanature, santi, crocefissi, coro, lettere gotiche, statue e dipinti... c'è
tutta la ricchezza del Siglo de Oro qui dentro, visto che un quarto dell'introito
reale fu speso per questa dimora ultraterrena. Il volto di Juana, che forse
amava troppo Filippo per poterlo chiudere per sempre in una tomba, e ogni giorno
tornava a dirgli addio, così umanamente infelice, forse davvero innamorata
e non acquistata dai titoli regali del consorte... In quegli anni si creò
da queste unioni il fanciullo che poi sarebbe divenuto semplicemente l'Imperatore,
Carlo V, sul cui regno il sole non tramontava mai: un altro di quegli uomini
destinati dalla propria leggenda personale a una solitudine troppo più
grande di sé... Nella sala attigua, oltre a varie opere dipinte del periodo
di Isabella e Fernando, oltre al vestito funerario dell'imperatrice Isabella,
in una teca ci sono la corona e lo scettro della regina, e la spada del re.
Girando lo sguardo per un momento verso il tumulo di marmo oltre la porta, e
chiudendo gli occhi, per un solo istante vedo quel marinaio inginocchiato davanti
a loro a chiedere qualche nave e dell'oro per pagare i marinai... e vedo la
regina annuire e cambiare il corso della storia, accelerandola, portandola fino
a me, distruggendo popoli, culture, uomini e donne con un semplice cenno del
capo, che non poteva sapere nulla di quanto sanguinoso sarebbe stato "buscar
el levante por el ponente". Come descrivere la meraviglia che provi, quando
entrandoci sai che la cattedrale di Granada è quasi niente al confronto
di quella di Siviglia? Come non sentirsi sparire, tra le colonne, le cupole
e tutti gli elementi architettonici di quello che voleva essere il monumento
simbolo della definitiva Reconquista? Impossibile immaginare quanto oro dev'essere
costato alla Spagna, e quanto sangue agli indios questo monumento... l'edificio
attorno all'altare è una specie di splendido teatro circolare, in cui
si vede un tempietto interamente d'argento. Nel museo, le solite vesti sacre
e le splendide opere d'arte sacra di sempre, come pure in una sala laterale.
Visito anche l'isolato (e lontano dal centro) Monastero de San Jeronimo, in
cui nonostante i lavori di restauro, esiste un'oasi di fresco riposo, tra gli
alberi di agrumi che ricoprono la superficie del chiostro. Uscendo dallo scarno
refettorio, noto sul pavimento claustrale le lapidi dei frati del '600 che riposano
negli stessi luoghi dove per anni passeggiarono in vita. Ma all'improvviso mi
torna in mente De Sade, e ho un attimo di disgusto ripensando a frate Agustin
che sevizia la bella Justine. La sala più bella è probabilmente
quella della sagrestia, con uno splendido tavolo circolare di marmo, illuminato
dalla finestra laterale e come risplendente nell'oscurità. Poi entro
nella chiesa, e d'improvviso capisco cosa ha di speciale in questo monumento,
che finora non mi aveva entusiasmato molto... praticamente non c'è un
solo centimetro che non sia ricoperto da decorazioni, dipinti, affreschi o elementi
architettonici... in fondo, l'altare è un'enorme struttura di cinque
piani, in cui il crocifisso non occupa che una minima parte. È splendida,
soprattutto perché entrando ci si aspetta la solita chiesa anonima che
finisce per confondersi nei ricordi a decine di altre: invece ti si fissa dentro
per sempre. Torno a casa, mangio un boccone, mi lavo ed esco verso l'Alhambra;
quando sono a pochi passi da Plaza Nueva, da dove parte il minibus che evita
di morire sfiancati nell'ascesa verso la collina, sento chiamare il mio nome
a gran voce: quando mi giro, quasi non credo ai miei occhi, che stanno guardando
Christos e Kostantinos salutarmi con grande bracciate e mi fanno cenno di aspettarli;
prendo appuntamento alle 7 o alle 8 di questa sera alla cattedrale, per avere
tutto il tempo di chiaccherare con loro e di passare una bella serata insieme...
Dell'Alhambra, che mi commuove fino alle lacrime, decido di non scattare nemmeno
una foto, lasciando che rimanga quello che è: un sogno ad occhi aperti.
"Si has muerto sin ver la Alhambra, no has vivido" dicevano da queste
parti, e sostengo che avessero perfettamente ragione: oggi per noi è
appena "bello", ma nel 1500 doveva essere uno degli edifici più
eccezionali mai costruiti. Anche i freschi giardini con giochi d'acqua sono
un luogo paradisiaco, pur se troppo affollato. Il grande, spazioso, vuoto Palacio
de Carlos V, ora ospita il museo di belle arti, quasi deludente e privo per
me di opere originali e interessanti. Ovunque sulle pareti è inciso il
motto "Non c'è altro vincitore al di fuori di Allah", che decora
con la calligrafia araba buona parte del Palazzo dei Nazariti, uno dei complessi
in cui è divisa l'Alhambra. Vorrei poter descrivere la meravigliosa sensazione
che mi spunta nell'animo mentre passeggio tra cortili, giardini e sale: ma si
tratta di qualcosa che veramente le parole non basterebbero a descrivere, se
non sotto forma di poesia. Forse allora, non ne sono certo, basterà riportare
due iscrizioni che si trovano sulla calle Real de la Alhambra:
"Quiero bajar al pozo,
quiero subir los muros de Granada,
para mirar el corazon pasado
por el punzon escuro de las aguas"
Federico García Lorca
"Se fué a Granada por silencie y tiempo,
y Granada le sobredió armonia y eternidad"
Juan Ramón Jiménez
Quest'ultima frase è in memoria di un amico di García Lorca, Manuel de Falla, che visse su questa via tra 1920 e 1922. Interessatissimo è anche il piccolo museo dedicato all'Alhambra, di fronte al palazzo dei Nazariti. Purtroppo i pannelli sono solo in spagnolo, ma forniscono a chi riesce a leggerli tantissime informazioni artistiche e architettoniche sul monumento che si sta visitando. Dato che il tempo a disposizione prima di stasera abbonda, raggiugo il Generalife, splendida e fresca residenza del sultano nella bella stagione, con i suoi giochi d'acqua ed i suoi giardini. Uscendo, guardo una salita al cui termine c'è una costruzione: un cartello avverte che non si può salire, e all'improvviso ho un piacevolissimo deja- vu: stavo visitando il Lazienki a Warszawa, quando mi ero avvicinato alla ex residenza del presidente Walesa da una posizione simile e anche lì era proibito avvicinarsi. Visito anche l'eccellente museo archeologico locale, non lontano da Plaza Nueva. Spiegazioni ottime (anche se solo in spagnolo), materiale di qualità, buonissime illustrazioni. Da alcune raffigurazioni ricostruttive delle persone sepolte durante l'età del bronzo, noto un particolare: hanno quasi tutti le mani e piedi legati (a volte solo i piedi) e cibo e acqua al loro fianco. Avevano forse paura che i morti tornassero alla vita se fossero rimasti senza provviste? Quante delle paure e degli incubi di noi "moderni" sono invece antiche quanto la nostra stessa specie? Le spiegazioni si fanno meno chiare (e il materiale meno abbondante) nelle sale greco-romane, ma è eccellente la sezione epigrafica nel cortile d'accesso. Ancora meno chiare le sale della tarda antichità e del periodo di Al-Andalus, ma il materiale è pregevole e le sale sembrano in fase di riallestimento. Vado a incontrarmi con i miei amici greci, trascorrendo insieme a loro la serata fino alle undici, quando dopo quattro tapas e quattro drink ce ne andiamo stanchi al letto. A dire il vero cerco di contattare Eva, ma finisce per sembrarmi troppo complicato, così lascio perdere e le do appuntamento via sms per pranzo, domani, da un Internet cafè vicino al mio alloggio. A colazione invece finalmente mangerò "churros y chocolate", insieme a Kostas e agli altri. Il mio inter-rail pian piano vede avvicinarsi la sua fine, e i giorni trascorrono senza nemmeno che io me ne accorga... invece sono già passati dieci albe da quando ho lasciato Toledo, e mi sembra una vita fa il mio primo giorno a Barcellona... le date si allungano o si accorciano secondo stranissime logiche. Di fatto, una volta a Siviglia avrò quasi concluso il mio viaggio, perché se non mi fermerò Madrid andrò solo a Córdoba, a Lisboa (che già conosco) ed Evora, prima di ritornare a casa con una serie spaventosa di treni (che, a proposito, dovrei prenotare prima possibile). Il cioccolato con churros è eccellente, coi greci ci salutiamo, ancora non sapendo se ci vedremo o meno nel pomeriggio e alla sera. Loro partiranno nella notte per Valencia, io sentirò Eva e poi deciderò se andare a Sevilla o rimanere. Le mie intenzioni sono di rimanere, ma Eva è al mare, non posso raggiungerla e non sa quando tornerà. Preferisco evitare di rimanere ancora a Granada a farmi rodere il culo perché lei se ne sta i suoi nuovi amici, e me ne vado alla stazione. D'un tratto un misto di sfiducia, scoglionamento e incertezza mi assale tutto insieme: non so dove andare, né quando, né perché. Visto che c'è ancora del tempo prima del treno per Sevilla, mi prendo la guida e studio la situazione. Decido di non distruggere i miei piani a causa della semplice scocciatura che provo per via di Eva e del suo (comprensibilissimo) comportamento. Andrò a Sevilla stasera, e per il resto amen, Dio provvede. Però sono davvero un po' scazzato, e il cielo coperto e la vescica piena (bagni guasti) di certo non migliorano la mia situazione... Ad ogni modo, rifletto che proprio in momenti simili a questo ho finito per trovare nuovi spunti, e nuove persone. Mi accorgo che più avanzo nel viaggio e più mi viene un'immotivata paura di non incontrare nuova gente: mi sono un po' intimidito, o seccato di conoscenze da un giorno o due, e mi piacerebbe passare gli ultimi giorni di viaggio insieme a qualcun altro. È pesante dover avere sempre la situazione sotto controllo, senza poter mollare un attimo... rilassarsi, ricordandosi a vicenda i momenti più belli, quelli più difficili, avendoli vissuti insieme... sono di umore pessimo, esattamente il contrario di ieri; e gran parte dello scoglionamento deriva dal fatto di aver passato poco tempo con Eva, è inutile girarci intorno... ma è mai possibile, essere così stupidi? Però è anche vero che passare ore in stazione perché ci sono tre o quattro treni al giorno per un posto, non aiuta per niente, specie se stai da solo. Credo che tenderò a sbrigarmi tra Sevilla e Córdoba, puntando a passarle in tre o quattro giorni, così potrei tornare a Madrid e rimanerci almeno due giorni, prima di andare a Lisboa... Nel lunghissimo tempo prima che arrivi il treno torno a modificare i miei piani: se non ricordo male, Eduardo è ora in Algarve, e andare a Lisboa senza poterlo incontrare sarebbe solo una perdita di tempo e di soldi: potrei appena visitare due monumenti che si possono vedere in mezza giornata, davvero non ne varrebbe la pena. Certo, ci sarebbero i dintorni, come Mafra ed Evora, ma posso tenere il Portogallo per quando visiterò il Nord della Spagna con un altro Inter-Rail (anche se è una follia farlo in questa zona "F", tanto mal collegata dai treni). Così potrei anche tornare prima in Italia, con qualche giorno d'anticipo sul previsto, e risparmiare qualche centinaio di migliaia di lire per i prossimi viaggi: alla fine, quando il treno per Siviglia arriva, ho già preso la decisione definitiva; tornerò in Italia con sette giorni d'anticipo, lasciando fuori dal mio giro il Nord e il Nord-Ovest della Spagna, oltre alla costa Est. Mi sento troppo appallato per continuare, e forse così rientro comunque pressappoco nel budget di spesa che mi ero prefissato e che ho abbondantemente sfondato, cominciando a raschiare il fondo della carta bancomat. Magari una volta in Italia, o anche qui in Spagna, potrei pentirmi della decisione presa, ma i problemi con i treni sarebbero troppo difficili da affrontare per permettermi di passare giorni sereni, visitando altri posti. È un'esperienza splendida, che non vedrei l'ora di ripetere anche qui in Spagna, dove pure non è affatto semplice: solo, l'entusiasmo che mi accompagnava nei primi dieci giorni si è tramutato pian piano in stanchezza, e questo credo sia una ferita mortale durante un Inter-Rail in solitaria, perché non riesco più a gustare le cose con freschezza, non mi alzo quasi mai riposato, e non sono nemmeno più così pimpante con gli altri che incontro lungo la strada. Ma non è un problema, no di certo. Ora devo solo gustarmi queste ultime due tappe andaluse del mio viaggio, e poi pensare a studiare, scrivere, lavorare per il sito del giornale, e... programmare il prossimo viaggio ovviamente! I paesaggi andalusi già attraversati, con altro spirito, scorrono di nuovo al mio lato. Campi di grano, uliveti a profusione, villaggi e la Sierra Nevada a fare da scenografico e splendido sfondo, con le sue immense alture nel piatto paesaggio dell'estremo sud iberico. Mi addormento distrutto, guardando sulla mappa come deviare per un paio di giorni nel sud della Francia, prima di tornare in Italia.
Sono le otto e mezzo di una domenica di metà agosto: sembrano le tre di notte di un giorno d'inverno in uno sperduto paesino scandinavo, dal silenzio che c'è; nemmeno un lontano rumore, e questa quiete mi concilia quel sonno perso nella nottata. Non posso recuperare restando a letto, perché devo sbrigarmi a cercare un alloggio per i prossimi giorni. Mi alzo più stanco di quanto non fossi ieri mattina; trovare una sistemazione in queste condizioni è un inferno, non me la godo più... e se la notte non riposo neppure il viaggio finisce per essere una tortura interminabile. Ormai smanio per andarmene a casa, non ne posso davvero più di questa precarietà! Lascio in fretta l'hostal, con un biglietto per i due ragazzi tedeschi in cui scrivo loro la mia e-mail per eventuali contatti futuri e per chiarimenti su quanto successo nella notte. Percorro le poche centinaia di metri che mi separano dall'hostal di Adriann e sono fortunato, perché ha lasciato libera la camera. Con quattromila pesetas me la aggiudico per oggi e domani. Siviglia sta veramente facendo di tutto per sembrarmi la più bella città del mondo, e di sicuro è il posto dove finora le cose sono andate di bene in meglio. Devo solo comprare un biglietto per Córdoba, poi davvero potrò dirmi (quasi) in salvo dalle "follie" compiute nei primi venti giorni di questo inter-rail... In effetti, comincio a pentirmi un po di dover andarmene dalla Spagna dopo appena tre settimane, ma se penso d'altra parte a quanto tempo ho passato scoglionandomi nelle stazioni o in cerca di un posto dove dormire... Fino a Toledo, più o meno, è andato tutto per il verso giusto, se escludo la mezza giornata persa con le fiorentine per fare i biglietti da Barcelona e la nottata passata a Zaragoza, in stazione, peraltro l'unico modo con cui potevo conoscere Machteld e Samira. Poi c'è stato il giorno sprecato a Valdepeñas, un mucchio di soldi e di tempo buttati; il giorno a Linares, simpatico ma tutto sommato inutile, con la nottata per strada a Malaga, e il giorno dopo impiegato tutto per arrivare fino a Meknes: sono già tre giorni persi, poi il quarto da Algeciras a Granada, e il quinto ieri per andarmene da Granada e arrivare a Sevilla. Cinque giorni in tutto, un quarto del mio viaggio perso "in attesa" di qualche treno, per lo più stando da solo: logico che mi secchi un tantino l'idea di rimanere altri tre giorni sui dodici che restano alla fine del mio viaggio (mantenendo questa media) in qualche stazione, magari senza nessuno con cui parlare. Poi c'è anche il punto dolente delle energie residue: ovviamente posso andare avanti, ma l'entusiasmo di visitare posti nuovi l'ho perduto tra un'attesa e l'altra, tra una nottata in bianco e l'altra, tra una corsa all'ostello e l'altra. Non posso dover pensare ancora a tutto questo. Magari mi fermerò ancora un giorno a Barcelona, per visitare quel che non ho visto all'inizio del viaggio, come la Sagrada Familia e il Poble Espanyol, o semplicemente per fare il bucato in hostal e andare a ballare al MareMagnum; forse visiterò Carcassonne e Poitiers, in tre giorni potrei essere a Nizza e tornare a casa sfruttando un po' la zona "E", compresa nel biglietto che ho fatto... tanto ormai il grosso delle spese dovrebbe essere dietro le spalle, e in Francia ad esempio potrei evitare i vari supplementi e prendere qualche lento notturno per dormire... magari tirando fino ad Amsterdam a salutare Samira e Machteld, ripassando da Lyon per vedere Violaine e gli altri... trovando i notturni, è fattibile. Se poi a tutte le difficoltà incontrate ci si aggiunge che Siviglia, come tanti altri posti, è in ferie per il mese di agosto, si ottiene lo sconquasso. Provo a tracciare un bilancio in negativo del mio inter-rail: pochissimi treni, badare a tutto da solo, costi più alti, troppi turisti, caldo a volte eccessivo... Poi uno in positivo: tantissimi incontri nuovi e interessanti, avventure da raccontare, venti giorni in libertà, tanti posti nuovi visitati, qualche conoscenza in più dello spagnolo e un po' di francese usato dopo dieci anni, e ancora dieci giorni per decidere cosa fare... decisamente, ne sarebbe già valsa la pena, ma ancora non so quanto sarà più vero alla fine del mio viaggio... Mi gusto un cioccolato con churros, meno buono di quelli che ho preso a Granada, ma altrettanto corroborante. Poi raggiungo l'Alcázar, l'ingresso è gratuito: dopo aver attraverato la splendida l'atmosfera silenziosa del primo patio, entro in una sala dove su un lato si trovano antichi ventagli in mostra, e alcuni sono veri capolavori; sull'altra parete un dipinto lungo più di dieci metri che raffigura una sfilata della Semana Santa, e finalmente comincio a capire il motivo di tanta meraviglia per questo spettacolo. Si tratta di una serie di processioni delle varie confraternite (dette cofradias), che si snodano per chilometri tra le vie della città, da secoli e secoli. Nella sala successiva, oltre ai ritratti del XIX secolo (oppure di fine XVIII, a giudicare dagli abiti), c'è un quadro che sembra raffigurare una conversione o un esorcismo, mentre appena entrati, sulla sinistra, c'è la capitolazione di Granada con il re dei mori Boabdil che si inchina davanti a Fernando. Mi fa tanta pena, dopo aver visto l'Alhambra, e capisco anche quello che racconta una delle tante leggende di quel luogo. Si narra infatti che l'ultimo re moro di Granada consegnò le chiavi della città senza tentare un'ultima disperata difesa, e che per questo avesse avuto salva la vita. Mentre dunque si allontanava con il proprio seguito, non osava guardare verso la città abbandonata, e solo quando fu giunto in cima a una collina che da allora prese il nome di "Sospiro del Moro", si girò a osservare per l'ultima volta l'Alhambra scoppiando a piangere. Solo sua madre ebbe il coraggio di parlare: "Llora como mujer lo que no has sabido defender como hombre" ("Piangi come una donna per quello che non hai saputo difendere da uomo"). Mi scuoto dai ricordi di Granada e torno a visitare le sale: splendido il Cuarto del Almirante, dove il soffitto è decorato d'oro, con motivi di croci di Malta e scritte in stelle a quattro punte e con rose. In realtà, tentando di disegnare il motivo sul mio taccuino, mi accorgo che è la croce di Malta ad essere formata dall'accostarsi dello stesso motivo per , una rosellina d'oro iscritta in un esagono, i cui lati vengono prolungati fino ad incontrare i lati prolungati degli altri esagoni vicini. Alle pareti sono raffigurati stemmi di ammiragli del XIII secolo su sfondi di velluto rosso, anche se mi sfugge il perché. Si esce nel Patio de la Monterìa, da dove si accede al Palacio Mudéjar, costruito dal re Don Pedro I (1364). Di nuovo tornano in vita davanti ai miei occhi le meraviglie dell'Alhambra, in una fantastica e originale replica di decorazioni mozarabiche. Dopo aver visto l'originale il senso di sorprendente scoperta scompare, ma in alcune sale questo edificio è ancora più bello dell'altro. Spesso nelle decorazioni si incontrano arabeschi e stelle di David, simboli di un tempo in cui la Spagna era la patria delle tre grandi religioni che vivevano tutto sommato in un clima di pace, pura illusione pensando a quello che quotidiniamente ci fanno sapere giornali e televisioni. Esco a passeggiare tra i giardini, dove si respira un'aria fresca e incantata, nonostante cominci ad avvicinarsi l'ora della siesta in quella che è una delle città più bollenti di Spagna. È il primo grande giardino spagnolo in cui mi viene voglia di sedermi e rimanere, magari alzandomi di tanto in tanto per vederne qualche zona più lontana. Rientro, dopo un lungo giro tra palme e viali, dalle stanze del palazzo gotico, dove arazzi e azulejos celebrano le glorie della conquista del Nuovo Mondo e delle lotte di Carlo V contro i turchi a Tunisi; alcuni splendidi dipinti sono ospitati in una sala adiacente. Ripasso per il Patio de la Monterìa, visito la Sala de la Justicia, che avrebbe dovuto essere il primo luogo da cui cominciare la visita, e chi invece mi lascia esterrefatto per la sua bellezza e per il fatto che io ci sia capitato proprio alla fine, al momento di uscire dal palazzo. Una piccola e falsa rappresentazione in costume di corteggiamento e musica antica, recitata da due attori, invita a visitare una mostra su oro e tessuti, ma decido che non è quel che m'interessa vedere; come pure tralascio di spendere soldi per visitare il Cuarto Real, dove viene ospitato il re di Spagna quando è in visita in città. Esco a mezzogiorno dall'Alcázar, deciso a tornare nei suoi giardini domani pomeriggio in cerca di fresco per una siesta che si annuncia imperdibile. Me ne vado all'ostello lungo le stradine di questo incantevole gioiello sevillano che è il Barrio de Santa Cruz, prendo possesso della camera e trascorro due ore incantevoli sul letto, con cui "amoreggio" in modo tanto appagante che finisco per sentirmi rinascere, quando decido di alzarmi per andare ad assaggiare del gazpacho andaluso. Ritorno dov'ero già stato ieri sera con Adriann, i prezzi non sono certo i più bassi, ma mi ero trovato bene e il sedere della cameriera vale quelle 200 pesetas in più che finirò per pagare. Oltre a questo, stasera prenderò solo una o due tapas, in modo da dormire leggero: mi sono accorto che non sono più abituato a mangiare molto, e voglio provare a ridurre le quantità di cibo per dormire meglio. Il gazpacho non mi piace granché, purtroppo... però decido che mi voglio trattare bene, sono al mio penultimo giorno da "stanziale", poi tornerò a prendere treni e cercare alimentari per farmi panini... comincio a rimpiangere il fatto di aver già deciso che non mi fermerò più di due ore a Madrid. Mi sta venendo voglia di andare per un solo giorno a Salamanca, ma probabilmente è un'idea stupida, visto che non so a che ora ci siano i treni e che comunque se rifarò l'Inter-Rail da queste parti Salamanca sarà una tappa obbligata per Lisboa. Ordino anche una paella, buona ma non eccelsa: è ovvio, dovrei passare da Valencia per mangiarne una come si deve... alla fine il conto (un po' caro) è di 1500 pesetas. Pago e raggiungo la Cattedrale, sono già passate le tre e la siesta dovrebbe trattenere un gran numero di turisti fuori dalle scatole. Non posso certo lamentarmi se ora, avendo scelto di rimanere anche domani a Sevilla, ho il problema di cosa fare: non voglio mettermi a girare per chiesette e palazzi minori, e a quel punto probabilmente oggi sarebbe stato sufficiente. Ma visto che non avevo idea di come trascorrere il tempo, domani pomeriggio posso entrare gratis nei giardini dellAlcázar e gustarmi tre ore di siesta all'ombra di quegli alberi immensi e verdissimi. Domenica pomeriggio, metà agosto a Siviglia, capitale dell'Andalusia: negozi, strade e case deserte, silenzio di tomba. Tutto sembra chiuso da secoli, e per secoli a venire. Qualche altro raro turista boccheggia per il caldo, senza proferire parola. Anche i santi e le immagini sacre, qui più diffuse che altrove (furore della Reconquista? Oppure dell'Inquisizione?) sembrano essere partecipi della siesta, quelle ore troppo calde per sperare che ci sia qualcuno in giro. Solo i miei passi mi fanno compagnia, e il rumore esile e ambiguo delle ali di qualche colomba che va a posarsi sul campanile della chiesa. Alla fine mi trovo in una lunga fila per entrare nella cattedrale. Nonostante il caldo quasi peggiore che in Marocco, la possibilità di entrare gratis la domenica ha radunato numerosi turisti. Nel tesoro della cattedrale, le solite opere di arte sacra: un altro dei tanti San Girolamo penitenti, come al solito datato al secolo d'oro dell'Inquisizione, una processione a Siviglia del 1662, il 25 giugno (in cielo il cartiglio "Non plus ultra", forse contro il "Plus ultra" di Carlo V?), uno splendido San Fernando di Bartolomé Esteban Murrillo (1671), uno Zurbaran con San Giovanni Battista nel deserto (1643-45); tra le cose più interessanti, il busto reliquiario di Santa Rosalia, fatto a Palermo nel 1681 da Antonio Lo Castro, e donata dall'arcivescovo Don Jaime de Palafox y Cardona. In una teca sono anche conservati un medaglione reliquiario con un frammento d'osso (sempre di Santa Rosalia), il documento con cui nel 4 settembre 1688 l'arcivescovo faceva dono della reliquia e del busto, e una croce patriarcale dello stesso arcivescovo. Quasi tutte le opere, neanche a dirlo, risalgono al Seicento; attraverso un piccolo, basso e stretto corridoio, si accede all'immenso spazio della navata destra della chiesa, tra colonne dal raggio di diversi metri, splendidi archi gotici e vetrate istoriate. C'è anche una supposta "tomba di Cristobal Colón", ma tra le quattro che si ritengono esistenti al mondo questa è la più recente (appena del 1902). Tutto qui è gigantesco, testimone di una fede incrollabile, ma allo stesso tempo pieno anche di quello del tempo ci ha fatto passare dentro: gli odi interreligiosi, le espulsioni, le conversioni forzate, l'Inquisizione, le "auto da fé", le superstizioni, i rituali che si perdono nella notte dei tempi... è mostruoso, come la stessa idea di fede che si aveva in quei secoli: anche se è facile e sbagliato giudicare con gli occhi di oggi, il passato non è mai sembrato così carico di sangue innocente, come qui in Spagna. Troppe letture "sbagliate"? Oppure uno stato d'animo diverso? Di sicuro c'è solo che quello che in Polonia c'era qui manca, e viceversa: qui forse ha più peso il Dio dell'Antico Testamento ed il Cristo giudice, che il Dio fattosi uomo per la salvezza. È questo il messaggio cristiano, ma qui non è mai evidente, si tende ai santi, ai martiri, ai grandi ecclesiastici, alle gerarchie e alla ricca magnificenza. Solo raramente il messaggio colpisce con forza; eppure anche lì è sempre tra le pieghe di qualcos'altro, che lo nasconde. L'altare, ad esempio. In molte chiese di Warszawa ricordo perfettamente la povertà d'arte di quello che è il cuore della chiesa: appena un crocifisso, spesso nemmeno troppo antico. Qui invece c'è un terrificante mostro a più piani, che raffigura trentasei scene della Bibbia: ma il crocifisso quasi non si vede, e come nella maggior parte di queste chiese, l'altare è invisibile dalla porta principale, oscurato dal coro, come avevo notato e come Cees Noteboom tanto bene descrive nel suo libro "Verso Santiago". All'interno della Cattedrale ci sono anche due teche con enormi libri di canti gregoriani, dalle dimensioni devono essere pesantissimi: se chiudi gli occhi all'improvviso, vedi quei monaci sfogliare le pagine, secoli fa, quando la fede non era spettacolo, ma vita quotidiana. La parte più bella è forse la più semplice (o viceversa): la sala capitolare. Sarebbe interessante vedere oggi i monaci raccolti qui, nel primo spazio ellittico del Rinascimento spagnolo, discutere della vita di ogni giorno... il Tesoro non lo guardo nemmeno, ormai schifato dai molti già visti, e salgo tutte le rampe della torre della Giralda, antico minareto Almoavide della moschea, poi trasformata in campanile della Cattedrale e da allora simbolo di Sevilla: non ci sono scalini, perché il muezzin doveva salire a dorso di mulo per richiamare i fedeli musulmani alla preghiera. La vista di Siviglia da quassù è emozionante ma caotica, considerata la massa di gente che spinge per guardare dalle finestre... poi ridiscendo e mi fermo a riposare all'ombra del giardino degli Aranci, antica zona rimasta quasi come al tempo della moschea originaria. Calcolo che domani potrei anche uscire da Siviglia in treno e tornare a sera, ma scopro che nelle città vicine sarà quasi tutto chiuso perché il lunedì è il giorno di riposo. Ovviamente avendo pagato per dormire anche domani qui, non ho nessuna intenzione di andare a stare altrove... ma praticamente ho scelto due giorni davvero impossibili per visitare Siviglia, dato che la domenica e il lunedì qui chiude quasi tutto. Anche le altre destinazioni non hanno niente di bello da offrire, così l'unica cosa da fare sarebbe andarsene al mare. Ma dove? I treni sembrano tenersi ben lontani dalla spiaggia... e i bus ci mettono troppo rispetto a quello che costano! L'unica cosa da fare sarebbe andare a Córdoba, domani dove comunque i monumenti principali sono aperti, però poi martedì dovrei comunque rimanere a Siviglia mezza giornata, e perderne altra mezza in connessioni e coincidenze. Finisco a scornarmi per un'ora e mezza su Internet, cercando di scoprire sul lentissimo sito delle ferrovie francesi se ho qualche possibilità di fermarmi a Carcassonne o altrove. Alla fine rinuncio, ed esco a passeggiare lungo il Guadalquivir. La temperatura è perfetta, ma torno subito indietro, verso l'ostello. Non ho voglia di camminare in direzione opposta e di allontanarmi troppo. Ripasso per le stesse vie di oggi pomeriggio, sempre chiuse e apparentemente abbandonate. Siviglia è magica, devo ammetterlo, per via del caldo, dei colori, delle viuzze, del fiume, dei monumenti... ma non è il posto adatto per stare da soli, senza niente da fare che passeggiare. Prima o poi si nota l'assenza di una compagnia femminile al fianco, e non è quello di cui ho bisogno. Finisco in una taparia, vicino l'hostal, dove incontro due francesi simpatici: lui si direbbe un giovane professore universitario, e lei sembra una allieva molto carina e ancor più innamorata. Comunichiamo un po' in uno stentato francese, e qualche frase in inglese ci sostiene di tanto in tanto mentre conduciamo in porto questa conversazione che sembra un vascello con le vele sbrindellate. Poi loro se ne vanno, e io pago al simpatico e infaticabile oste (che non è neppure il padrone del locale, ma lavora come un mulo) il mio conto di 1400 pesetas, per un paio di sangria e tre tapas. Eh, le buone abitudini di Granada, dove si pagava solo da bere e la tappa era gratuita... torno in camera e mi sdraio, forse Eva aveva ragione sul fatto che i regionales dell'Andalusia sono tutti gratuiti: domani cercherò di scoprirlo e se possibile di approfittarne.
"Il mondo è un paese che nessuno ha ancora
mai conosciuto attraverso una descrizione;
lo si deve attraversare, se lo si vuole comprendere"
Lord Chesterfield
CAPITOLO XII
"Al Andalus"
"Che palle..." è il primo pensiero della giornata. Ho dormito
male anche stanotte, e l'unica cosa che riesco a ricordare è un brutto
sogno su mio padre. "Lo chiamerò più tardi" dico tra
me e me, e rimango a letto fin dopo le dieci. Per la prima volta da quando sono
in Inter-Rail posso infatti permettermi questo lusso. Non c'è niente
che io debba visitare "assolutamente", la camera è già
pagata e voglio solo riposare. Mi alzo tardi, faccio una riposantissima doccia,
poi vado a "fare colazione" con churros y chocolate al solito posto
vicino la mia stanza. Sono incerto se pranzare o meno, ma in effetti preferirei
non farlo, consumando semmai un paio di tapas nel pomeriggio. Vado all'ufficio
delle Renfe, dove mi garantiscono che non devo sborsare neanche una peseta per
i treni indicati come "Andalucia Exprés": quindi per raggiungere
Córdoba devo solo recarmi alla stazione e partire. Da Cérbere
(al confine tra Francia e Spagna) a Nice, invece, non so se c'è un treno
che abbia bisogno di prenotazioni. Torno in camera, e stendo le mappe geografiche
andaluse sul letto: oggi pomeriggio voglio visitare qualche posto ben collegato.
Subito noto Cádiz, però anche Jerez de la Frontera non sarebbe
male, e la guida segnala in entrambi i posti qualcosa da non perdere. Fino al
momento di salire sul treno non riesco a decidere, poi mi rendo conto che posso
visitare entrambi. Faccio una lunga siesta mentre il convoglio attraversa l'Andalusia,
ma quando arrivo a Cádiz non riesco a riconoscere i posti sulla mappa
schematica del centro città. Dapprima suppongo di aver preso una direzione
sbagliata, poi dopo una decina di minuti a piedi trovo un chiosco di informazioni
turistiche. Mi tuffo sulla cartina dettagliata di Cádiz, e anche lì
non mi raccapezzo. Alzo lo sguardo sperduto e chiedo al tizio dietro il bancone:
"Donde estamos?" Lui mi indica un punto preciso lungo la strada che
esce dalla città vecchia e raggiunge le spiagge: a occhio e croce mi
trovo a quasi sei chilometri di distanza da dove dovrei essere. Con uno sguardo
sempre più dubbioso, torno alla carica con l'operatore. Mi spiega che
sì, in effetti la stazione dove sono sceso io è attualmente l'ultima,
perché la stazione principale non è raggiungibile, e il treno
ferma qualche chilometro prima, nella città nuova. Quindi non mi ero
sbagliato, è solo che la guida è stata stampata quando non c'erano
lavori in corso sui binari! Prendo un autobus che impiega un quarto d'ora per
arrivare in centro: calcolo che ci vorrà almeno altrettanto per uscirne
e tornare al treno e di questo passo dovrei limitarmi a correre attraverso il
centro storico di Cádiz, per poi uscirne altrettanto di corsa e visitare
ancora più in fretta Jerez, per tornare a Sevilla con l'ultimo regional
della sera. Ma ormai sono qui, tanto vale visitare il posto: anche perché
è l'unico posto dove ci sia qualcosa di aperto di lunedì. Per
Jerez, vedremo se ce la farò domani, altrimenti mi metterò l'anima
in pace. La Plaza de la Constitucion, appena dopo la porta tra le mura della
città, ricorda la resistenza gaditana alle truppe di Napoleone, mentre
subito dietro Lucio Cornelio Balbo il giovane ha l'onore di essere ricordato
da ben due lapidi e una fontana; sulla seconda iscrizione si legge
"El Gaditano Lucio Cornelio Balbo el Menor, siglo I A. de C., amigo de
Ciceron y hombre de confianza (como su tio Balbo el Mayor) de Julio Cesar y
Augusto. Proconsul y pacificador del Africa y primer provincial consagrado por
su entrada en triunfo en Roma. Hombre de letras, mecenas y primer impulsor de
la Nueva Cádiz".
Fernando Quiñones, 1988
Passeggio lungo l'oceano, respirando voluttuosamente con foga e piacere l'odore salmastro dell'acqua sotto di me: non mi ero ancora reso conto di quanto davvero mi mancasse questo odore, finora. Non c'è niente da fare, non potrei mai vivere a lungo lontano da una linea di costa... è più forte di me, quella magia verde e azzurra che ti si apre davanti, il suo odore, il suo pescato, la sua furia impetuosa e i temporali al largo d'inverno: amo il mare, è parte di me, mi riconosco a casa nel vederlo. Abbandono il lungomare per immergermi nei vicoletti della antichissima città: Cádiz è una delle prime zone civilizzate dell'intero Occidente, essendo stata fondata dai mercanti Fenici che colonizzarono queste rive per i loro commerci a vastissimo raggio. Il Casco Antiguo poggia all'estremità di una penisola che funge da porto naturale, e questo spiega la grande importanza che Cádiz ha avuto man mano nei secoli, diventando il crocevia dei traffici tra Mediterraneo e Atlantico, tra Africa ed Europa. La cattedrale, splendida ed enorme rispetto alla piazza che le sta di fronte, è chiusa: il portone è sbarrato, e non c'è nessuna indicazione di orari o giorni in cui è possibile visitarla. Per quanto si vede, sembra quasi che riaprirà esclusivamente per il giorno del Giudizio Universale. Le alte palme e gli edifici circostanti mi ricordano certe foto di Monreale, il duomo di Palermo. È strano come il Mediterraneo e la cultura unica che generò sotto il dominio arabo riescano a tenere insieme ancora oggi due rive così distanti nello spazio e nel tempo. Mi guardo intorno curioso e osservo un mucchio di cose inutili: che un bar ha esposto un ritaglio di giornale in cui si spiega che "i servizi igienici sono un complemento del servizio ai clienti" e che quindi non è obbligato a dare le chiavi del bagno a chi non consuma (speriamo che il resto dei locali pubblici non segua il suo esempio); che esiste un forno che fa dei cornetti e delle paste eccellenti ad un prezzo ridicolo (che enormità quel cornetto ripieno di cioccolato); che l'Hospital de Mujeres ad agosto è un posto deserto, fresco, riposante e bellissimo (anche perché l'ufficio del vescovo è qui dentro); che il cognome Poli sembra essere molto diffuso da queste parti (e mi chiedo se Gabriele abbia mai incontrato qualche spagnolo col suo cognome); che l'espressione gergale che indica con "spagnola" un atto sessuale deve avere a che fare con i monumentali seni posseduti dalla maggioranza delle donne iberiche; che gli spagnoli scrivono quasi sempre gli anni con il punto delle migliaia, una cosa veramente inguardabile esteticamente... Arrivo fino al punto più lontano della città, sul lungomare che guarda verso l'Atlantico, poi torno indietro. Mangio una empanada di carne da 200 pesetas, comprata al forno di prima, e torno in Plaza de la Constitucion dove prendo un pullman che ci mette quasi quaranta minuti per arrivare "vicino" alla stazione. Solo quando sono arrivato al binario scopro che esiste un collegamento diretto, tra il punto in cui la linea è stata interrotta e la stazione finale, che mi avrebbe risparmiato tutte le fermate intermedie e mi avrebbe evitato di percorrere quasi un chilometro in più. Mentre aspetto che il treno lasci Cádiz, rifletto su quanto mi sia piaciuta la sua atmosfera tranquilla, rilassata, lontana dai grandi flussi turistici dell'Andalusia o della Catalunya... durante il ritorno, faccio la conoscenza di tre ragazzi comaschi, anche loro in Inter-Rail, venuti qui da Sevilla per passare una giornata di relax in spiaggia. Dormono all'ostello della gioventù, e mi dicono che in fondo non è lontanissimo dal centro, usando i mezzi pubblici; chiaccherando, ci raccontiamo le rispettive esperienze di viaggio e ridiamo moltissimo prima di salutarci, una volta arrivati in stazione. Vado a piedi, seguendo alcune indicazioni automobilistiche per l'Hotel Fernando III, vicino al mio: non l'avessi mai fatto, finisco per percorrere il triplo della strada, perché i sensi unici delle strette viuzze di Sevilla mi obbligano a un giro lunghissimo, ovviamente inutile se avessi deciso di prendere la solita strada da pedone. Stanco e felice mi godo in camera questa ultima notte di comfort: passeranno giorni infatti, prima che si rinnovi l'incontro tra me e un letto. Al mattino, decido di sfruttare appieno il mio biglietto: partendo presto, avrò più o meno un'ora e mezzo di tempo per visitare Jerez, poi tornerò a Sevilla, e prendendo una coincidenza (finalmente ne esiste una anche con le Renfe!) per Córdoba, dove ho tre ore buone per dare un'occhiata alla città. A quel punto dovrò passare le interminabili ore del tratto verso Barcelona, prima tappa del mio rientro anticipato, ma ormai agognato: sono fisicamente provato, e preferisco godermi per bene un altro giorno solo, piuttosto che "soffrire" per una settimana. Mi incammino dunque con lo zainone sulle spalle verso la stazione, dove arrivo in soli dieci minuti: come al solito, le scorciatoie le scopro solo dopo aver percorso all'inizio le strade più lunghe. Faccio colazione al bar, dove vedo la più bella ragazza che abbia incontrato in Spagna. Serve dietro il banco, non assomiglia per niente a una spagnola, visto che ha il seno piccolo, è alta, bionda (anche se tinta), gambe lunghe, e un gran bel sedere; ma la gente che si affolla per prendere un caffè aumenta, e lei non ha neanche il tempo di aggiustarsi i capelli. Un ciuffo sbarazzino le scende davanti al viso, rendendola ancora più affascinante di quanto non sia. Guardo la mia guida, e scopro quello che già sapevo: l'Andalusia è in Spagna quello che è la Toscana in Italia, un concentrato ricchissimo di natura, sole, spiagge, montagne, arte e storia. Da sola, come regione, meriterebbe un mese spostandosi da un luogo all'altro, e non è detto che io non lo faccia, prima o poi... Mi viene voglia di rimanere, di annullare quel maledetto biglietto che domani mi porterà quasi al confine con la Francia, ma anche se trovassi le energie, i soldi rimarrebbero quelli che sono: anche se in effetti costerebbe sempre meno rimanere qui tre giorni in più ora, che tornare a visitare questi posti in futuro. Ma è un paese tanto meraviglioso, che varrà la pena di tornarci in due, per una delle più romantiche vacanze possibili. Mentre il treno segue il binario fino a Jerez, i campi brulli e ondulati coprono tutto il paesaggio, e a tratti potrebbe davvero sembrare di trovarsi in terra toscana... mentre sfoglio ancora la guida, mi accorgo che la voglia di rimanere peggiora: mi sto innamorando, senza averli mai visti, dei nomi di città su al Nord, della Galizia, di Santiago, di Vigo, di Cabo Finisterrae... tappe di un altro viaggio, senza alcun dubbio, un viaggio che già comincia a prendere forma nella mia mente... Sento di amare questa terra, e profondo mi sale un un brivido lungo la schiena, sensazione di elettrizzante piacere, la gioia del movimento di cui parlava Chatwin, quel dolce cullarsi al ritmo del binario, curva dopo curva, stazione dopo stazione, fino al limite del percorribile, fino in cima al mondo, fino a dove riesco a sognare, e poi oltre. Scendendo dal vagone, sono pieno di nuova energia, e mi incammino fiducioso verso il centro. Entro nell'Alcázar, che come in tutte le altre città è un piccolo gioiello che risale all'epoca araba, e che poi continuò ad essere usato dopo la conquista di Jerez da parte di "Alfonso X el Sabio, primero rey castellano de Jerez", come recita la lapide sotto la sua spada, vicino ai bagni arabi: questi ultimi sono affascinanti, silenziosi, freschi, e perlopiù i resti originali sono in stato di eccezionale conservazione. Le solite targhe, stavolta in spagnolo, francese e inglese, spiegano come sempre con estrema chiarezza la storia delle varie parti dell'edificio. Dallo spazio dei giardini, centrale rispetto al resto, si osserva l'intero complesso, compresa la zona in restauro, con una parte del muro di cinta e due meravigliosi torri, color sabbia nella calda e ventilata giornata che splende su Jerez oggi. Esattamente all'opposto della torre ottagonale e vicino alla porta d'ingresso alla città si incontra il complesso della mezquita, uno spazio intimamente religioso, dove si accede dopo il solito cortiletto con una fontana per la purificazione. Tutto quello che orna le pareti sono un'altare costruito in onore della vergine Maria da Alfonso X e un piccolo, splendido mihrab, rivolto alla Mecca; non ho mai trovato niente di così semplice e puro qui in Spagna. Ancora una volta è proprio come notava Cees Noteboom, riguardo alla purezza stilistica dell'arte romanica, nel penultimo racconto di "Verso Santiago". In realtà sin da una targa scopro che quest'altare è stato realizzato negli anni Settanta, in sostituzione di quello antico, che ospitava due cantiche di Alfonso X sopra l'altare, e che si è deciso appositamente di non inserire elementi simbolici di culto durante l'ultimo intervento di restauro. Visito anche la cattedrale, che mi costringe per trovare l'ingresso a un lungo giro intorno le sue mura massicce. Come sempre, la grandiosa mole dell'edificio costringe ad allontanarsi di parecchio per poter cogliere la bellezza dell'insieme: stavolta che sarebbe possibile, perché un'ampia scala a più rampe sfocia in una piazza abbastanza grande, sono troppo di fretta per poterlo fare. Entro e subito mi colpisce la grande semplicità dell'interno, con gli archi a tutto sesto e i pilastri con i conci di due colori: non sembra affatto una cattedrale spagnola, e mi guardo intorno smarrito, quasi correndo in cerca dei soliti baldacchini barocchi che sarebbero un punto di riferimento ovvio. Niente, mi aggiro incredulo senza trovarne traccia. Poi, passando davanti all'altare, ecco la sorpresa. Non c'è un crocifisso, che si trova invece in un'altare laterale, ma un Cristo che ascende in cielo! È la prima volta che vedo un soggetto simile al centro della chiesa, nella sua parte più sacra e rappresentativa, ma ormai non mi stupisce affatto di trovarlo proprio in Spagna, un paese dove sembrano convivere fianco a fianco le contraddizioni più laceranti del cattolicesimo. Torno alla stazione, che pare più un piccolo museo che un edificio dove si fermano i treni. È veramente aggraziata, forse è la più bella piccola stazione che abbia mai visto. Nel primo pomeriggio sono a Córdoba, ma il supermercato dove volevo comprare pani e salumi per stasera e domani (in previsione del lungo viaggio di rientro), lasciando lo zaino negli armadietti senza pagare una peseta, come consigliato dalla guida, ha ormai chiuso per sempre. Così mi porto dietro il peso fino nel barrio della Judería, dove entro in uno splendido negozietto di artigianato locale in cui compro il secondo "souvenir" di questo viaggio, un segnalibro dipinto ad acquerello in cui sono raffigurate le arcate della Mezquita, che si trova poco lontano da lì. Andando alla cassa per pagare, mi complimento con la proprietaria per il suo buon gusto nella scelta degli oggetti in vendita, e per i prezzi assolutamente onesti: "Se tutti i negozi di souvenir fossero come questo, sarebbe un piacere per me fare shopping! E le garantisco che non sono il tipo che compra ricordi da portare a casa". Lei si accorge che sono sincero e mi regala un "gracias" e un sorriso altrettanto sinceri, mentre esco e vado verso la Mezquita. Quando decido di entrare nello splendido complesso di culto, che è l'ultimo monumento che avrò il tempo di vedere in questo Inter-Rail, faccio una sgradita scoperta: non posso entrare con lo zaino grande e alla cassa non sono previsti depositi bagagli. Con aria strafottente e una gran faccia tosta mi rivolgo al cassiere-guardiano che sta dall'altra parte del vetro e in inglese gli dico: "Lei crede che io dovrei tornare a piedi fino alla stazione, solo perché voi non avete modo di provvedere a questa evenienza? Io ora lo abbandono qui ed entro, mi faccia un biglietto!" Lui si rabbuia e minaccia di sbattere lo zaino per strada non appena mi allontano. Mi ammansisco, e gli chiedo di essere comprensivo, e di tenere lo zaino nella guardiola, facendomi un immenso favore e scusandomi per i miei modi di poco fa, ma non vuole sentire ragioni e fa segno ai ragazzi dopo di me di passare avanti con la fila. Rimango un po' sotto il sole, appena fuori dal portico dove sono i bigliettai, riflettendo su come fare per entrare senza rischiare di vedere lo zaino volatilizzarsi proprio all'ultimo giorno di viaggio. Decido di tornare nel negozietto di artigianato, e quando entro la signora mi guarda stupita e certa che io abbia dimenticato qualcosa; spolvero il mio poco castellano e, con molta gentilezza e quasi vergogna, le chiedo se può farmi "un grandissimo favore". Lei, non sapendo di cosa si tratti, mi risponde "Certamente, se posso". "Mi terrebbe lo zaino, dal momento che nella Mezquita non posso introdurlo? Si tratterà al massimo di un paio d'ore...". È ben lieta di darmi una mano, e così mi avvio alleggerito di molto dopo aver lasciato il mio "compagno di viaggio" in un angolo nel magazzino. Finalmente pago le 1000 pesetas ed entro, rimanendo estasiato a osservare quello che mi circonda: non esiste al mondo nulla di simile, colonne e archi ovunque, a conci bianchi e rossi alternati. Luce, buio, lampade, pavimento di cotto con le tombe antiche e le iscrizioni perfettamente leggibili... le incredibili epigrafi arabe del mihrab, lo splendore del solito oro cristiano, sale infinite sempre uguali a se stesse, e sempre diverse... Passeggio estasiato, fino all'angolo opposto a quello d'ingresso, dove una vera e propria chiesetta affrescata ha ormai sostituito l'antica moschea. Sui lati, gran parte delle nicchie sono chiuse, ma ne ho abbastanza di santi, crocifissi e deposizioni, non sopporto più la vista di angeli, madonne e altari... Vado verso quella Cattedrale che anche in altri tempi fu sentita come una violenza al monumento di eccezionale bellezza che doveva essere la moschea. Se fosse semplicemente una chiesa a sé, sarebbe poco più che comune, ma vedendola inserita tra le arcate bianche rosse di Abd-El-Rahman I e gli ampliamenti successivi, si rimane incantati dalla totale differenza tra i due diversi stili, tra le due diverse culture, tra le due diverse fedi; una guida spiega ad un gruppo anglofono il motivo della scomparsa di sinagoghe e moschee in tutta la Spagna, poi si dilunga in alcune interessanti spiegazioni artistiche, per quanto riguarda l'interno la cattedrale e il coro, che definisce il più bello di Spagna insieme a quello di Toledo. In effetti è un'opera decisamente notevole, ma preferisco tornare a immergermi nelle navate composte dagli archi musulmani. Sono in un monumento che scandalizzerebbe i "puristi" dell'arte e dell'architettura, fanatici dello stile; questa è l'opera di un processo storico durato dieci secoli, durante i quali i gusti, le fedi, le idee sono cambiate, a Córdoba, nella Spagna, e nel mondo. Quanto rimane oggi sarà probabilmente conservato così come è, nei secoli futuri: e quando gli uomini conservano, invece di creare, credo che si sia giunti alla fine di un'era. Come gli alessandrini nell'ellenismo, come i monaci nel medioevo, siamo più preoccupati di proteggere che di innovare, e quando innoviamo lo facciamo come nani sulle spalle dei giganti. "Stiamo giungendo alla fine di un'epoca" annoto sul taccuino, e i fatti di poche settimane dopo a New York mi daranno una triste conferma. Oggi la domanda rimane la stessa che mi ponevo quel giorno nella Mezquita cordobesa: vedrà la mia generazione l'alba della prossima rinascita della creatività umana? O saremo solo i latori di un messaggio che dal XX secolo raggiungerà i posteri in forme quasi incomprensibili? In un altro lato dell'enorme basilica è ospitato il museo visigotico dell'antica Chiesa di San Vincenzo, che esisteva in questo luogo prima che gli invasori arabi costruissero una moschea: il pavimento è di marmo, e in un punto almeno le colonne si interrompono per lasciare spazio ad alti archi gotici, coperti da un soffitto a cassettoni, una soluzione architettonica che non avevo mai visto. Tutti gli altri soffitti meriterebbero ore di contemplazione: quello più bello è purtroppo irraggiungibile all'interno, ma si vede discretamente anche da fuori, al di là delle grate che lo proteggono. Decorazioni simili a quelle di Granada e Sevilla risplendono ovunque, e la tipica cupola formata da prismi segati copre la stanza, sul muro della quale è ospitata anche la statua di San Fernando. Riesco fuori quando manca una manciata di minuti a "las cinco de la tarde" e il sole cuoce l'aria come in un forno, ma l'ombra e l'acqua delle fontane nel Patio degli Aranci offrono un momentaneo sollievo prima della visita al Museo Diocesano de las Belas Artes. Quando mi reco al punto informazioni del turismo, oltre a due splendide ragazze iberiche, trovo l'ennesima brutta sorpresa: quasi tutto, compreso il museo che volevo vedere, nel pomeriggio chiude. Decido di pensare a fare provviste per il ritorno, e chiedo a un conduttore di carrozzelle dove si trovi un alimentari nei paraggi. Lui, capendo benissimo che non sarò mai un suo cliente, mi risponde acido: "Che ne so io, domandalo al punto informazioni!". Cabrón, testa di cazzo! Ho appena incontrato l'essere più stronzo di Spagna, finora non avevo conosciuto che persone gentilissime, e figurati se non dovevo scoprire l'eccezione a poche ore dalla mia partenza. Mi metto a gironzolare nei dintorni della Mezquita, nel quartiere della Judería, e trovo una statua di Maimonide, sulla quale è tradizione strofinare la scarpa per ottenerne la leggendaria sapienza: lascio cinque pesetas al mendicante di fianco, vergognandomi di quanto sia orrenda questa elemosina interessata e superstiziosa da parte mia. Tornando verso la stazione finalmente incrocio un supermercato e con meno di 500 pesetas compro un mucchio di roba: tre succhi al cioccolato, una baguette da tre etti, quattro fette di formaggio molle, altre quattro di salame piccante e quattro anche di mortadella... se mi fossi deciso prima a fare così per il cibo, ora avrei un mucchio di pesetas in più da spendere! Quando arrivo alla stazione e vado al banco di informazioni ricevo una brutta notizia: al contrario di quello che mi hanno garantito altrove, i treni da Barcelona al confine con la Francia prevedono una riserva di altre 400 pesetas. Mi infurio, ma non serve a niente, e penso che alla fin fine saranno le ultime... oppure all'arrivo devo volare a prendere un regional alle 8.25 che non si paga, e arriverà a destinazione con un quarto d'ora di anticipo sulla coincidenza per Montpellier. Alla fine mi ritrovo sul Talgo superveloce per Madrid, una freccia che mi allontana rapidissima dal sud della Spagna; distribuiscono gli auricolari e dopo un po' come sugli aerei, comincia un film: solo che non si tratta di Almodóvar, ma della "Carica dei 102" della Disney, una gran bella stupidaggine ma che mi permette di capire qualcosa in spagnolo. Mentre guardo il film abbasso il tavolino a scomparsa dello schienale davanti al mio e, tra gli sguardi stupefatti degli altri passeggeri, mi preparo due eccezionali panini per cena, che costano meno di uno comprato al bar e sono grandi il triplo. Le due ore di viaggio passano in fretta e a pochi chilometri da Madrid guardo dal finestrino l'ultimo tramonto in terra spagnola. Il disco solare scende silenzioso dai campi della Castilla, e il paesaggio comincia lentamente, molto lentamente, a perdere di definizione. Domani mattina, se tutto andrà per il verso giusto, vedrò anche l'ultima alba del mio viaggio all'estero, e dopodomani mattina potrei già essere vicino a Roma, allo spuntare del primo raggio di luce... Raggiungo la stazione di Madrid Chamartin con una carrozza delle Cercanias, poi mi tocca aspettare un'ora e più prima di poter salire sul mio treno per Barcelona. Non ho la minima voglia di pensare a questi venti giorni passati, non prima di essere arrivato fino in fondo. Il mio ritorno mi sembra che non abbia nulla di poetico, è solo una mezza fuga per mancanza di soldi, ed è anche una corsa contro il tempo per risparmiarne altri. Cammino fino in testa al treno per trovare la mia carrozza: per fortuna si tratta di un altro Talgo, che ha sedili comodi e reclinabili, parecchio spazio e nessuno scompartimento claustrofobico. Mentre attendo il mio vicino di posto, che tarda ad arrivare, faccio ancora in tempo ad annotare un'ultima osservazione sulle ragazze spagnole: meno petto hanno, più carine e proporzionate diventano, nel volto e nei fianchi. Fuori dal finestrino assisto a un arrivederci tra innamorati, seguiti da altri due: inevitabilmente il ricordo vola verso una stessa scena del mio passato, e sul volto mi si dipinge una specie di ghigno amaro e disilluso. Quando il treno parte, incredibilmente non ho ancora nessuno seduto di fianco a me... almeno fino alla prossima fermata, ovviamente. Al passaggio del controllore scopro che il posto è prenotato; ma l'altro passeggero salirà alle 4.20 del mattino, perciò mi conviene dormire ora. Stanco dopo una lunga giornata di cammino, non ci metto molto a scivolare nel sonno.
"Ecco, mando un angelo davanti a te
per custodirti lungo il cammino"
Esodo
CAPITOLO XIII
"Perché vivendo si lasciano tracce"
Mi risveglio quando allo scoccare delle 7 mancano pochi giri della lancetta
più lunga, con il treno che sosta nella stazione catalana di San Viçenc
de Calders. Mentre ci avviciniamo a Barcellona il cielo si fa sempre più
chiaro, e per un certo tratto del percorso passiamo molto vicini al mare. Ho
trascorso una buona nottata, tutto sommato, e mi sento pronto ad oltrepassare
il confine con la Francia tra poche ore. Non sento rimpianti, e questo è
molto importante per me. Arrivo con largo anticipo per prendere il regional
senza supplementi, tanto è vero che sono il primo a salirci quando arriva
al binario. Mi chiedo cosa farò durante il tempo che ci vorrà
per rientrare in Italia, visto che ho finito il libro di Noteboom e non ho voglia
di leggere qualcosa di così impegnativo come Pessoa. Mentre sono lì
a farmi questa domanda, entrano Marta e Jennifer, che si vanno a sedere pochi
sedili più avanti del mio: Marta con un gesto di stizza sbatte lo zaino
in alto sulla retina sopra il sedile, e si siede con aria imbronciata. È
difficile non notarle, per tutta una serie di motivi: innanzitutto perché
sono molto carine, poi perché hanno un mucchio di bagaglio, infine perché
sono le uniche persone davanti a me nella carrozza... faccio finta di nulla
ma ascolto per capire di che nazionalità siano, e quando capisco che
sono italiane ho un po' di ritrosia ad avvicinarle. Poi con una scusa inizio
a conversarci, e scopro che Jennifer viene dal Canada ma ha origini italiane,
e che entrambe vogliono tornare a Roma con un treno notturno da Cerbère
a Genova. Mentre aspettiamo che il treno parta, e poi lungo tutto il percorso,
parliamo a lungo: Marta ha perso il suo biglietto dell'Inter-Rail ed è
molto preoccupata perché deve rifare il biglietto da Ventimiglia fino
a casa senza lo sconto del 50%, e non ha molti soldi. Quando scendiamo a Cerbère,
io non faccio più in tempo a prendere la coincidenza per Montpellier,
così decido di rimanere con loro e offrire il pranzo, visto che non hanno
neppure un posto dove cambiare pochi franchi. Sono contento di averle incontrate,
e non varrebbe la pena di tornare a casa con qualche ora d'anticipo privandomi
della loro compagnia; ci accertiamo che per il treno di stasera non esistano
supplementi, poi andiamo in paese per comprare qualcosa al supermercato e pranzare
insieme. Ritiro dal bancomat un centinaio di franchi, e con quaranta riusciamo
a mangiare e bere a sufficienza: il resto lo conserviamo per la cena. Mentre
sediamo in una piazzetta ombrosa, loro incontrano per la seconda volta nel loro
Inter-Rail uno strano italiano, una specie di barbone che ha molta voglia di
chiacchierare con noi, e che noi tentiamo invece tutti i modi di liquidare senza
essere scortesi, per rimanere soli e e raccontarci dei rispettivi viaggi. Jennifer,
che aveva parlato con lui sul treno per Bilbao, ci dice che pensa si tratti
di un angelo, nascosto sotto umili sembianze: io la guardo con una faccia poco
meno che basita, scrollando la testa e pensando "Mah... ci mancava solo
il tocco di spiritualismo un po' new-age", senza però avere il coraggio
di smentirla. Dopo un po' ce ne andiamo in spiaggia, una tranquilla caletta
per barche tutta di ciottoli, ad aspettare che si faccia sera. Tra un bagno
e l'altro, in una lunga chiacchierata con Marta, parliamo dei nostri momenti
migliori e dei nostri incontri, fatti lungo i binari. A un certo punto decido
di regalarle uno dei miei taccuini, che sulla seconda e terza di copertina riporta
una piccola storia scritta da Gino e Michele. Durante il suo racconto infatti,
qualcosa mi ricordava quella storia, e gliela faccio leggere per intero. "C'è
C'è un nuovo millennio c'è un pianeta c'è un continente
c'è il suo sud c'è il nord di di questo sud c'è una città
nel nord c'è un suo quartiere c'è una casa c'è un appartamento
c'è una stanza c'è un pavimento c'è un tavolo c'è
un posacenere c'è una sigaretta c'è un filtro c'è il segno
di due labbra c'è il segno di un rossetto c'è il segno di una
donna c'è il sogno di una donna che lascia il segno c'è un uomo
c'è un desiderio di quell'uomo c'è il desiderio di quell'uomo
per quella donna. Che si è messa un rossetto. Sulle labbra. Che sono
state socchiuse su una sigaretta. Che adesso sta su un posacenere. Lasciato
sopra un tavolo che poggia sopra un pavimento. Dentro a una stanza. Di un appartamento.
Di una casa. Dentro a un quartiere. Di una città. Del nord. Del sud di
un continente. Che sta dentro un pianeta. Di un nuovo millennio. C'è
un letto c'è un uomo c'è una donna c'è un lenzuolo sotto
c'è un lenzuolo sopra c'è uno scendiletto c'è un comodino
c'è una radiosveglia c'è una musica c'è un musicista che
suona c'è una sala d'incisione c'è un vetro c'è un mixer
oltre il vetro c'è una consolle c'è un posacenere c'è una
sigaretta c'è un rossetto c'è una donna. Che si è messa
il rossetto. Che ha fumato una sigaretta. Che ha appoggiato sopra a un posacenere.
Che era appoggiato sopra a una consolle. Di un mixer. Dall'altra parte del vetro.
Di una sala d'incisione. Dove un musicista ha suonato una musica. Che adesso
sta dentro una radiosveglia. Posata sopra a un comodino. Di fianco a uno scendiletto.
Di fianco a un letto. Dove tra due lenzuola stanno un uomo e una donna. Che
si era messa solo due volte il rossetto. Che nella vita aveva fumato solo due
sigarette. Perché era nervosa. Perché desiderava un uomo. Che
la desiderava. Senza che lei lo sapesse. Che faceva il musicista. E che lei
era andata a trovare in sala d'incisione. E che poi non aveva più visto
perché lui era andato in tournée. E che aveva rivisto dopo due
mesi. A casa di lui. In una città del nord del sud. Dove c'era una stanza
con dentro un tavolino con sopra un posacenere. E un'altra stanza con dentro
un letto. Con di fianco un comodino con sopra una radiosveglia. Una casa dove
c'erano dei desideri. Dove c'erano dei sogni. Dove c'erano dei segni. Perché
vivendo si lasciano tracce". Marta mi guarda negli occhi con il suo splendido
sguardo, commossa, e mi chiede: "Come facevi a saperlo?" "Sapere
cosa?" le rispondo io. "A sapere tutte queste cose di me. Qui dentro
c'è tutta la mia storia con quel ragazzo che ti ho detto. È bellissima,
c'è tutto, anche i particolari più piccoli". Allora prendo
la penna, e comincio a scriverle una dedica sulla prima pagina in cui le auguro
di non perdere mai il taccuino, smemorata com'è, e le spiego che "niente
avviene mai per caso", tantomeno gli incontri con le persone. "E infatti
- rifletto tra me e me mentre Marta e Jennifer si addormentano all'ombra della
strada sopraelevata sulla spiaggia, e mentre faccio una piccola, ultima nuotata
nel tardo pomeriggio - dopo che Samira, Machteld e Adriann lo hanno detto a
me, l'ho ripetuto a loro due, che chissà a chi lo ripeteranno, in un
circolo infinito e assolutamente non casuale". Non avrei potuto concludere
meglio questo viaggio, evitando una noiosa giornata tra stazioni e godendomi
lo splendido pomeriggio di sole sulla Catalunya, che qui diventa quasi Languedoc:
tra l'altro, ho cominciato il viaggio con un bagno nel mare a Nice, e lo chiudo
con un altro bagno, all'opposto estremo della costa francese lungo il Mediterraneo...
Ceniamo in allegria, ancora una volta mangiando qualcosa acquistato nel solito
minimarket del paese, proprio dove oggi avevamo incontrato "l'angelo":
in fondo è un viaggiatore sui generis, che parla bene tre lingue e non
è di casa in nessun posto. Andiamo in stazione, per prendere un notturno
che sembra non arrivare mai al binario: nell'attesa, decidiamo di prendere un
cappuccino con gli ultimi spiccioli in franchi che mi sono rimasti, ma non abbiamo
abbastanza soldi, ci mancano pochissime monetine. Andiamo mendicando in giro
per qualcuno che ce le offra, o che ci cambi qualche centinaio di lire con l'equivalente
in franchi, ma non troviamo nessuno che ci aiuti. Alla fine è proprio
"l'angelo" a regalarci quei soldi, senza volere nulla in cambio e
affermando che per lui è un piacere poterci aiutare. E stavolta, guardando
Jennifer le dico serio serio: "Hai ragione, è un angelo: e scusami
se oggi ne dubitavo!", mentre lei e Marta confermano che era vero quel
che dicevo io. Gli incontri non avvengono mai e poi mai per caso: ogni sorriso
che dai è un sorriso che ricevi, ed è un favore che rendi a te
stesso, aprendoti agli altri senza chiedere qualcosa indietro... è la
lezione più importante che ho imparato in questo viaggio: insieme a tante
altre, è vero, ma questa è la principale, quella che di più
e per prima si è fissata nella memoria e nel cuore. Quando arriva l'ora
stabilita, decine e decine di altri italiani che tornano a casa danno l'assalto
insieme a noi al treno, cercando di prendersi i posti migliori. Quando Daniele,
un ragazzo romano come noi, sale nella nostra carrozza, lo guardo ghignando
e gli urlo: "Benvenuto all'inferno!". Fa un caldo pazzesco, e il timore
è che durante la notte la situazione possa peggiorare, ma per fortuna
si possono aprire i finestroni laterali, facendo passare un po' d'aria. Ci addormentiamo
stendendo i piedi sui sedili di fronte, sistemandoci in modo tale da poter controllare
i bagagli di tutti e quattro. Il treno viaggia con i suoi passeggeri, ancora
mezzo addormentati, verso il chiarore dell'alba che si diffonde all'orizzonte.
Da quando mi sono svegliato nella notte a Marseille, non riesco più ad
addormentarmi, e mi chiedo se riuscirò a parlare di nuovo con Shona,
la bella americana incontrata a Cerbère ieri sera: passerà qualche
giorno a Nice, per poi stare con il cugino a Firenze e Roma. Continuo a chiedermi
chi siano quei tipi poco raccomandabili che passavano di tanto in tanto lungo
il corridoio nella notte, con una fascia gialla al braccio e un manganello in
mano. Solo la mattina dopo scoprirò che in una carrozza divisa in scompartimenti
vicino la nostra si erano introdotti dei ladri, che avevano malmenato gli occupanti
per derubarli, e che quei tipi così muscolosi erano della Gendarmerie
e hanno acciuffato i colpevoli. I treni che passano da Marseille nella notte
in effetti sono tra i peggiori in quanto al rischio di furti e aggressioni:
ne avevo sentito parlare, ma come al solito non avevo dato peso a certe voci,
ritenendole frutto di leggende metropolitane. La litania delle ruote sui binari,
quasi dimenticata dopo l'asetticità dei treni spagnoli, sigillati e gelidi
per l'aria condizionata, torna a suonare familiare e strana allo stesso tempo:
è una specie di canto d'addio al viaggio, mentre gli alberi e le montagne
volano via dalla vista, il cielo si infuoca e l'aria gelida del primo mattino
costringe me e Daniele a coprirci le gambe con il sacco a pelo. Le ore passano
lentamente, ma inesorabilmente... da Ventimiglia, il penultimo treno passa per
Genova, Pisa, Grosseto, Roma Aurelia, Roma San Pietro, Roma Trastevere, Roma
Ostiense (da dove ero partito) e infine raggiunge Termini. Una sensazione di
compiuta felicità, nonostante il viaggio sia giunto al termine, mi coglie
nell'anima, mi si deposita come un balsamo su tutte le ferite che avevo aperte...
ancora non so come sarà domani, ma so che posso contare su me stesso.
È una splendida sensazione, una concreta certezza, quella di aver incontrato
un sacco di gente assolutamente speciale e che "vivendo, si lasciano tracce".
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Marco Z.