di Alberto Angelici
Una grande mandorla screziata di marrone e di verde, sospesa nel mare assurdamente
blu, variegato di turchese e di un delicato verde-azzurro sulla linea costiera.
Cosi' dall'aereo mi appare Kithira, Cerigo per i veneziani che la occuparono
attorno al 15° secolo. Una terra mediterranea, ammantata da una vegetazione
che lungo la costa i venti modellano in forme sinuose e arcane. Le zone interne,
invece, e le profonde fenditure, a nord e a sud, sono il regno di pini marittimi
ed eucalipti dall' aria smorta e piagnucolosa. Altrove sono i lecci e i ginepri
a dominare, oltre a rosmarini, aneto, salvia selvatica, gerani spontanei e grandi
cespugli di capperi ovunque ci siano vecchi muri sbrecciati o una pietraia a
fare da tutori. E poi fichi, a volte tentacolari come animali fantastici e ulivi,
una moltitudine di ulivi spesso secolari e contorti in fogge che il colore cinerino
fa sembrare scolpiti nella pietra.
Non e' grande, l'isola, circa 35 chilometri da nord a sud e forse una ventina
da est a ovest; scarsi gli abitanti, quanti ne entrano in cinque condomini delle
nostre citta'.
Poco considerata, per fortuna, dal turismo di massa, Kithira vede, soltanto
nelle due settimane centrali di agosto, la presenza di famiglie provenienti
soprattutto da Atene, oltre a una discreta rappresentanza di nostri concittadini.
Del resto l'isola poco puo' offrire a chi cerchi svaghi quali le discoteche,
quattro o cinque in tutto. Alcune belle spiagge, una delle quali frequentata
anche da naturisti (Avlemonas) ma priva di alcuna indicazione stradale, varie
mini calette raggiungibili solo dal mare, una grotta ricca di variopinte formazioni,
una ventina di piccoli ristoranti dove mangiare pesce alla griglia freschissimo
o insalate con olive, pomodori, cetrioli, cipolla e formaggio feta. Sono arredati
sommariamente e ricavati da vecchie case imbiancate a calce o sotto tettoie
che ibiscus e buganville striano di rosso, arancio e viola.
Le strade serpeggiano sinuose seguendo le curve di livello e sembrano ignorare
completamente il concetto stesso di rettilineo. Sono strette, quasi assente
la segnaletica, alcune ancora sterrate. Frequenti gli incroci, che sembrano
nati per caso laddove un pastore decise di alzare un ricovero per le pecore
o accanto a una delle innumerevoli, minuscole chiese che punteggiano di bianco
il panorama. Una viabilita' arcana e irrazionale che da noi provocherebbe ogni
giorno dozzine di incidenti e che invece quaggiu' e' piu' che adeguata allo
scarsissimo traffico. Non e' infrequente imbattersi in piccoli gruppi di asini
bardati con cesti di ortaggi, cocomeri o cumuli di pietre, condotti da personaggi
baffuti o da scugnizzi scalzi che sembrano scappati da una commedia del grandissimo
Eduardo. Tutto contribuisce a conferire al paesaggio un'aria senza tempo e i
ritmi sono sincopati, cloroformici per chi e' avvezzo a ben altre cadenze.
Dossi, crinali e vallette sono di continuo segnate da trine di muri a secco,
nati dalla doppia necessita' di liberare i pascoli dal pietrisco e nel contempo
delimitare le singole proprieta', cosi che il territorio sembra un immensa coperta
patchwork preparata per un popolo di freddolosi giganti con cio' che e' rimasto
del resto del mondo. Taluni sbarramenti appaiono malandati, a volte inalberano
gibbose formazioni di fichi d' india; altre volte i lunghi serti delle viti,
abbandonate al proprio destino, vi hanno cercato supporto e, caparbie, offrono
al passante radi grappoli di uva dolce come miele. Le foglie, verdissime e chiare
e il rosato degli acini creano allegre ferite nell'irsuto progredire dei rovi
che nulla possono contro la straordinaria vitalita' delle viti.
Dopo chilometri di viottoli, attraverso un paesaggio disabitato e silente, capita
d'imbattersi in piccoli borghi, stretti alla piazza su cui s' affaccia la chiesa
dalla cupola azzurra e ombreggiata d'eucalipti. Poche e vecchie, le botteghe,
oltre all'immancabile bar con i tavolini e le sedie impagliate, ritrovo e centro
focale della comunita'.
Pòtamos, nella parte nord dell' isola e', con i suoi 500 abitanti, uno
dei centri piu' importanti e vitali. Li', sulla lunga piazza triangolare, si
svolge da secoli un mercatino domenicale che vede pastori e contadini offrire
su stuoie stese a terra o su improvvisati banchi la loro merce: patate incrostate
di terra, pomodori, trecce d'agli e cipolle, miele straordinario, cesti di giunchi.
In mancanza dello spauracchio di un'inesistente ASL, tutto e' proposto senza
particolari modalita' igienico-sanitarie e l'allegra confusione che mi circonda
sembra tratta da immagini del nostro meridione di mezzo secolo fa.
Lungo il perimetro della piazza e all'ombra di alcune piante vetuste, espongono
alcuni personaggi dall'aria fricchettona. Gioielli in argento e pietre dure,
stuoie di lana tinta a colori naturali, cappellini annodati all'uncinetto, piccoli
oggetti fatti e dipinti a mano di sapore vagamente hippy che ricordano gli anni
sessanta, le comuni e le adunate oceaniche alla Woodstock.
A ridosso del vecchio muro a calce, alcuni cesti di foggia strana attirano lo
sguardo. Panciuti e solidi, mostrano i segni di un uso prolungato. Li guardo,
ne impugno uno…
"Old baskets …tipically made for grapes and fruits…" La
voce ben impostata e profonda mi fa girare all' istante verso l'uomo alto e
abbronzato. Forse 60 anni, capelli portati indietro e appena brizzolati, sorriso
ampio e occhi azzurri come le cancellate che in nord Europa ravvivano i colori
al posto di un cielo perennemente plumbeo. Edwin e' tedesco di Stoccarda e assieme
alla moglie si gode al sole di Kithira la pensione che integra con la vendita
di oggetti trovati gironzolando per le isole.
Di anni ne ha settanta, incredibilmente ben portati e, racconta divertito, ogni
anno festeggia in pompa magna il giorno in cui regalo' i cappotti al fratello,
che restava in patria. La casetta che ha qui e' piccola, rispetto all'appartamento
in Germania, ma sufficiente per le loro necessita'.
"Quel che non c'e' non puo' rompersi e neppure occorre spolverarlo o tenerlo
in ordine - aggiunge e il suo sguardo un po' guascone scivola carezzevole sulle
curve levigate di due ragazze che ci passano accanto - … e la lunga stagione
calda offre piu' di un vantaggio - conclude con tono ironico" Nena Parkes,
una simpatica inglese che da anni ha messo radici a Kithira assieme alla figlia
sedicenne, ha un piccolo bazaar, gremito di cose di buon gusto e variopinte,
spesso nate dalla sua creativita' artistica che traspare anche dai decori a
stencil con cui ha saputo ingentilire crepe e deformita' dei muri. La bottega
si trova alla fine della piazza, dopo l'ufficio postale, tra vecchi edifici
male in arnese che si sorreggono a vicenda con la fierezza di anziani che rifiutano
il braccio dei nipoti. Impotenti a nascondere le malefatte del tempo, acquistano
dignita' e freschezza grazie alle mani di calce e ai rampicanti che con i loro
colori accesi coprono le ferite piu' evidenti
A pochi passi dalle sue strette vetrine contornate di azzurro cielo, si apre
il piu' vecchio negozio del paese: un' arruffata congerie di attrezzature navali,
cordami, carpenterie, tubi, vecchie bussole, pulegge e carrucole, motori elettrici,
gialle cerate e un' infinita' di componenti e oggetti in qualche modo legati
al mondo della nautica. Il tutto uniformemente coperto da una spessa coltre
di polvere che conferisce ad ogni cosa il medesimo colore grigio.
In stridente contrasto con questa immagine d'altri tempi, proprio accanto agli
screpolati stipiti di Vassili's Nautic Store un paio di anni fa e' sorto un
internet caffee, gestito da un gruppo di teen-agers che fanno la spola con i
tavolini sistemati al centro della piazza. Sotto una doppia fila d'alberi, anche
la sera ci si puo' godere il fresco sorseggiando una granita o un aromatico
ouzo alla luce delle lampadine che a festoni pendono dai rami.
La parte secondo me piu' vitale e bella dell'isola resta pero' all'estremo sud,
attorno alla doppia baia di Kapsali e alla capitale Hora (o Khora) che la sovrasta
dall'alto di una rupe. Al suo apice, le vaste rovine del castello, comprendente
non solo le fortificazioni di epoca veneziana (15° secolo) ma alcune altri
ben piu' antichi edifici, (13° e 14°sec.), un paio dei quali destinati
al culto.
Splendido il panorama che si puo' cogliere dalla sommita' delle mura: le due
baie, la sottile elisse di case bianchissime tratteggiate di azzurro che le
sottolinea e ne costituisce il setto separatore, il ripido sperone roccioso
che sorge a circa un miglio dalla costa e tutta la zona circostante, fatta di
piccole insenature e promontori, in parte coperti dalla macchia mediterranea,
in parte di nuda roccia bruna.
Kithira NON e' isola per tutti. E' luogo adatto a chi pretende moltissimo o,
dipende dalla prospettiva, la terra ideale per chi s'accontenta davvero di poco.
NON e' per i cultori della mondanita', per chi concepisce la vacanza come sinonimo
di shopping.
NON per chi ama fare le ore piccole in discoteca, per chi vuol sfoggiare mises
firmate o accessori costosi. Kithira e' per chi sa e vuol vivere una terra dal
profumo antico, nella semplicita' di un pomidoro tiepido mangiato a grugno in
riva a un mare che senti tuo e non d'altri, nel tramonto infuocato di una scogliera
segnata da due chiesine bianche grandi come cabine telefoniche, nella pace di
secolari ulivi contorti che sfidano il salino a due passi dall'acqua, nella
continua scoperta di ritagli d'orti rigogliosi nelle pieghe del terreno dove
acqua e riparo offrono possibilita' di vita migliore.
Kithira e' raccogliere tracce dolcissime di grappoli sui resti abbandonati di
antiche vigne accanto a un rudere che fu casa e piccoli fichi che trovi seguendone
il profumo intenso e fai di tutto questo un pranzo mentre stai nudo in mezzo
metro d'acqua limpida.
Kithira e' una dama bella e intelligente che ama piacere a chi l'apprezza ma
preferisce restare ignota a chi non sa goderne i pregi.
Kithira ha l'anima minimalista e cosi' andrebbe vissuta. Con un camper o una
tenda, al limitare di una spiaggia deserta, l'amaca tesa tra due ulivi e il
poco d'altro che serve per amare cio' che ci circonda. La mattina un tuffo,
quando il mare e' una lastra lattiginosa e densa, il giorno a godere dei profumi
e dei colori, la sera davanti a un fuoco di legna raccolta tra i ciotoli della
riva che raffredda lentamente sotto i nostri piedi ancora nudi.
Kithira e' questo e molto ancora.
Se ti basta.
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Per chi volesse verificare se racconto balle, due i possibili imbarchi dalla
terraferma ("dito" piu' lungo della penisola del Peloponneso): da
Neapolis, traghetti piu' volte al giorno (dipende anche dalla stagione e dalle
condizioni del mare) e da Ghitios. 14 miglia marine che i traghetti, piccoli
e spesso colorati come la barca di Topolino, coprono con gran flemma in circa
40 minuti.
Sull'isola esiste anche un aeroporto collegato con quello di Atene. Per i voli
informarsi in agenzia perche' la frequenza cambia con il mutare delle stagioni.