Kithira, la mia isola più bella

2005

di Alberto Angelici


Una grande mandorla screziata di marrone e di verde, sospesa nel mare assurdamente blu, variegato di turchese e di un delicato verde-azzurro sulla linea costiera.
Cosi' dall'aereo mi appare Kithira, Cerigo per i veneziani che la occuparono attorno al 15° secolo. Una terra mediterranea, ammantata da una vegetazione che lungo la costa i venti modellano in forme sinuose e arcane. Le zone interne, invece, e le profonde fenditure, a nord e a sud, sono il regno di pini marittimi ed eucalipti dall' aria smorta e piagnucolosa. Altrove sono i lecci e i ginepri a dominare, oltre a rosmarini, aneto, salvia selvatica, gerani spontanei e grandi cespugli di capperi ovunque ci siano vecchi muri sbrecciati o una pietraia a fare da tutori. E poi fichi, a volte tentacolari come animali fantastici e ulivi, una moltitudine di ulivi spesso secolari e contorti in fogge che il colore cinerino fa sembrare scolpiti nella pietra.
Non e' grande, l'isola, circa 35 chilometri da nord a sud e forse una ventina da est a ovest; scarsi gli abitanti, quanti ne entrano in cinque condomini delle nostre citta'.
Poco considerata, per fortuna, dal turismo di massa, Kithira vede, soltanto nelle due settimane centrali di agosto, la presenza di famiglie provenienti soprattutto da Atene, oltre a una discreta rappresentanza di nostri concittadini.
Del resto l'isola poco puo' offrire a chi cerchi svaghi quali le discoteche, quattro o cinque in tutto. Alcune belle spiagge, una delle quali frequentata anche da naturisti (Avlemonas) ma priva di alcuna indicazione stradale, varie mini calette raggiungibili solo dal mare, una grotta ricca di variopinte formazioni, una ventina di piccoli ristoranti dove mangiare pesce alla griglia freschissimo o insalate con olive, pomodori, cetrioli, cipolla e formaggio feta. Sono arredati sommariamente e ricavati da vecchie case imbiancate a calce o sotto tettoie che ibiscus e buganville striano di rosso, arancio e viola.
Le strade serpeggiano sinuose seguendo le curve di livello e sembrano ignorare completamente il concetto stesso di rettilineo. Sono strette, quasi assente la segnaletica, alcune ancora sterrate. Frequenti gli incroci, che sembrano nati per caso laddove un pastore decise di alzare un ricovero per le pecore o accanto a una delle innumerevoli, minuscole chiese che punteggiano di bianco il panorama. Una viabilita' arcana e irrazionale che da noi provocherebbe ogni giorno dozzine di incidenti e che invece quaggiu' e' piu' che adeguata allo scarsissimo traffico. Non e' infrequente imbattersi in piccoli gruppi di asini bardati con cesti di ortaggi, cocomeri o cumuli di pietre, condotti da personaggi baffuti o da scugnizzi scalzi che sembrano scappati da una commedia del grandissimo Eduardo. Tutto contribuisce a conferire al paesaggio un'aria senza tempo e i ritmi sono sincopati, cloroformici per chi e' avvezzo a ben altre cadenze.
Dossi, crinali e vallette sono di continuo segnate da trine di muri a secco, nati dalla doppia necessita' di liberare i pascoli dal pietrisco e nel contempo delimitare le singole proprieta', cosi che il territorio sembra un immensa coperta patchwork preparata per un popolo di freddolosi giganti con cio' che e' rimasto del resto del mondo. Taluni sbarramenti appaiono malandati, a volte inalberano gibbose formazioni di fichi d' india; altre volte i lunghi serti delle viti, abbandonate al proprio destino, vi hanno cercato supporto e, caparbie, offrono al passante radi grappoli di uva dolce come miele. Le foglie, verdissime e chiare e il rosato degli acini creano allegre ferite nell'irsuto progredire dei rovi che nulla possono contro la straordinaria vitalita' delle viti.
Dopo chilometri di viottoli, attraverso un paesaggio disabitato e silente, capita d'imbattersi in piccoli borghi, stretti alla piazza su cui s' affaccia la chiesa dalla cupola azzurra e ombreggiata d'eucalipti. Poche e vecchie, le botteghe, oltre all'immancabile bar con i tavolini e le sedie impagliate, ritrovo e centro focale della comunita'.
Pòtamos, nella parte nord dell' isola e', con i suoi 500 abitanti, uno dei centri piu' importanti e vitali. Li', sulla lunga piazza triangolare, si svolge da secoli un mercatino domenicale che vede pastori e contadini offrire su stuoie stese a terra o su improvvisati banchi la loro merce: patate incrostate di terra, pomodori, trecce d'agli e cipolle, miele straordinario, cesti di giunchi. In mancanza dello spauracchio di un'inesistente ASL, tutto e' proposto senza particolari modalita' igienico-sanitarie e l'allegra confusione che mi circonda sembra tratta da immagini del nostro meridione di mezzo secolo fa.
Lungo il perimetro della piazza e all'ombra di alcune piante vetuste, espongono alcuni personaggi dall'aria fricchettona. Gioielli in argento e pietre dure, stuoie di lana tinta a colori naturali, cappellini annodati all'uncinetto, piccoli oggetti fatti e dipinti a mano di sapore vagamente hippy che ricordano gli anni sessanta, le comuni e le adunate oceaniche alla Woodstock.
A ridosso del vecchio muro a calce, alcuni cesti di foggia strana attirano lo sguardo. Panciuti e solidi, mostrano i segni di un uso prolungato. Li guardo, ne impugno uno…
"Old baskets …tipically made for grapes and fruits…" La voce ben impostata e profonda mi fa girare all' istante verso l'uomo alto e abbronzato. Forse 60 anni, capelli portati indietro e appena brizzolati, sorriso ampio e occhi azzurri come le cancellate che in nord Europa ravvivano i colori al posto di un cielo perennemente plumbeo. Edwin e' tedesco di Stoccarda e assieme alla moglie si gode al sole di Kithira la pensione che integra con la vendita di oggetti trovati gironzolando per le isole.
Di anni ne ha settanta, incredibilmente ben portati e, racconta divertito, ogni anno festeggia in pompa magna il giorno in cui regalo' i cappotti al fratello, che restava in patria. La casetta che ha qui e' piccola, rispetto all'appartamento in Germania, ma sufficiente per le loro necessita'.
"Quel che non c'e' non puo' rompersi e neppure occorre spolverarlo o tenerlo in ordine - aggiunge e il suo sguardo un po' guascone scivola carezzevole sulle curve levigate di due ragazze che ci passano accanto - … e la lunga stagione calda offre piu' di un vantaggio - conclude con tono ironico" Nena Parkes, una simpatica inglese che da anni ha messo radici a Kithira assieme alla figlia sedicenne, ha un piccolo bazaar, gremito di cose di buon gusto e variopinte, spesso nate dalla sua creativita' artistica che traspare anche dai decori a stencil con cui ha saputo ingentilire crepe e deformita' dei muri. La bottega si trova alla fine della piazza, dopo l'ufficio postale, tra vecchi edifici male in arnese che si sorreggono a vicenda con la fierezza di anziani che rifiutano il braccio dei nipoti. Impotenti a nascondere le malefatte del tempo, acquistano dignita' e freschezza grazie alle mani di calce e ai rampicanti che con i loro colori accesi coprono le ferite piu' evidenti
A pochi passi dalle sue strette vetrine contornate di azzurro cielo, si apre il piu' vecchio negozio del paese: un' arruffata congerie di attrezzature navali, cordami, carpenterie, tubi, vecchie bussole, pulegge e carrucole, motori elettrici, gialle cerate e un' infinita' di componenti e oggetti in qualche modo legati al mondo della nautica. Il tutto uniformemente coperto da una spessa coltre di polvere che conferisce ad ogni cosa il medesimo colore grigio.
In stridente contrasto con questa immagine d'altri tempi, proprio accanto agli screpolati stipiti di Vassili's Nautic Store un paio di anni fa e' sorto un internet caffee, gestito da un gruppo di teen-agers che fanno la spola con i tavolini sistemati al centro della piazza. Sotto una doppia fila d'alberi, anche la sera ci si puo' godere il fresco sorseggiando una granita o un aromatico ouzo alla luce delle lampadine che a festoni pendono dai rami.
La parte secondo me piu' vitale e bella dell'isola resta pero' all'estremo sud, attorno alla doppia baia di Kapsali e alla capitale Hora (o Khora) che la sovrasta dall'alto di una rupe. Al suo apice, le vaste rovine del castello, comprendente non solo le fortificazioni di epoca veneziana (15° secolo) ma alcune altri ben piu' antichi edifici, (13° e 14°sec.), un paio dei quali destinati al culto.
Splendido il panorama che si puo' cogliere dalla sommita' delle mura: le due baie, la sottile elisse di case bianchissime tratteggiate di azzurro che le sottolinea e ne costituisce il setto separatore, il ripido sperone roccioso che sorge a circa un miglio dalla costa e tutta la zona circostante, fatta di piccole insenature e promontori, in parte coperti dalla macchia mediterranea, in parte di nuda roccia bruna.
Kithira NON e' isola per tutti. E' luogo adatto a chi pretende moltissimo o, dipende dalla prospettiva, la terra ideale per chi s'accontenta davvero di poco.
NON e' per i cultori della mondanita', per chi concepisce la vacanza come sinonimo di shopping.
NON per chi ama fare le ore piccole in discoteca, per chi vuol sfoggiare mises firmate o accessori costosi. Kithira e' per chi sa e vuol vivere una terra dal profumo antico, nella semplicita' di un pomidoro tiepido mangiato a grugno in riva a un mare che senti tuo e non d'altri, nel tramonto infuocato di una scogliera segnata da due chiesine bianche grandi come cabine telefoniche, nella pace di secolari ulivi contorti che sfidano il salino a due passi dall'acqua, nella continua scoperta di ritagli d'orti rigogliosi nelle pieghe del terreno dove acqua e riparo offrono possibilita' di vita migliore.
Kithira e' raccogliere tracce dolcissime di grappoli sui resti abbandonati di antiche vigne accanto a un rudere che fu casa e piccoli fichi che trovi seguendone il profumo intenso e fai di tutto questo un pranzo mentre stai nudo in mezzo metro d'acqua limpida.
Kithira e' una dama bella e intelligente che ama piacere a chi l'apprezza ma preferisce restare ignota a chi non sa goderne i pregi.
Kithira ha l'anima minimalista e cosi' andrebbe vissuta. Con un camper o una tenda, al limitare di una spiaggia deserta, l'amaca tesa tra due ulivi e il poco d'altro che serve per amare cio' che ci circonda. La mattina un tuffo, quando il mare e' una lastra lattiginosa e densa, il giorno a godere dei profumi e dei colori, la sera davanti a un fuoco di legna raccolta tra i ciotoli della riva che raffredda lentamente sotto i nostri piedi ancora nudi.
Kithira e' questo e molto ancora.
Se ti basta.
-------------------------
Per chi volesse verificare se racconto balle, due i possibili imbarchi dalla terraferma ("dito" piu' lungo della penisola del Peloponneso): da Neapolis, traghetti piu' volte al giorno (dipende anche dalla stagione e dalle condizioni del mare) e da Ghitios. 14 miglia marine che i traghetti, piccoli e spesso colorati come la barca di Topolino, coprono con gran flemma in circa 40 minuti.
Sull'isola esiste anche un aeroporto collegato con quello di Atene. Per i voli informarsi in agenzia perche' la frequenza cambia con il mutare delle stagioni.