di Marquito
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Premessa Altri hanno descritto, molto meglio di quanto io sappia fare, questa
città; altri l'hanno amata e vissuta più di quanto abbia potuto
fare io in pochi giorni. Questo viaggio l'ho vissuto anche attraverso i loro
occhi e le loro parole, cui sono debitore di suggerimenti preziosi. Li ringrazio:
ma questa che leggerete è la "mia" Lisboa, non la loro. Sul
mio sito, quando pubblicherò la RECE, troverete anche una piccola bibliografia,
letteraria e non, consultata prima della partenza e durante il viaggio. A chi
si appresta a leggere, grazie fin d'ora. Martedì, 27 marzo Stamattina,
come al solito prima di un viaggio, l'ansia è la sensazione più
forte. Per fortuna tutto è pronto da ieri sera, altrimenti oggi non avrei
nemmeno la lucidità per sistemare me stesso. Ho deciso di arrivare con
largo anticipo al check-in, ma evidentemente è destino che qualcosa non
quadri mai: mio fratello, per un errore, mi scarica all'aeroporto ancora con
un buon margine di anticipo, ma con trenta minuti di ritardo su quello che prevedevo.
Ci salutiamo, prometto di chiamare spesso a casa: poi via, tra le porte scorrevoli
che mi vomitano tra decine di viaggiatori in arrivo e in partenza. Arrivo al
check-in, e ottengo l'agognato posto vicino al finestrino. Mancano due ore all'imbarco,
così oltrepasso i metal-detector e mi vado a riposare sulle poltroncine
di fronte alla mia uscita. Quando vedo gli aerei sul piazzale mi prende una
strana, immotivata, comprensibile e meravigliosa sensazione di euforia: in faccia
mi si stampa un sorriso larghissimo. Dovrei leggere ancora un sacco di cose
su Lisboa, ma non ce la faccio proprio... solo l'idea di fissare gli occhi su
qualcosa di stampato mi fa venire la nausea. Vorrei dormire ancora un po', per
recuperare energie e superare il malessere mentale dovuto al viaggio a Firenze
e al ritorno di ieri, quasi dieci ore in treno da Vicenza. Non riesco a rilassarmi.
L'ansia si ripercuote invece sull'apparato intestinale, costringendomi ai servizi
per una decina di minuti, durante i quali mi sorprendo a pensare che se potessi
ottenere il rimborso del biglietto lo restituirei con il maggior sollievo possibile.
Col passare del tempo però mi tranquillizzo: vorrei solo una poltrona
in cui sprofondare per mezz'ora di assoluto riposo. A venti minuti dall'imbarco
siamo ancora pochissimi all'uscita, e comincio a sperare di non avere vicini
di posto sull'aereo... Decido che una volta a bordo leggerò qualcosa
per tenere la mente concentrata: non posso arrivare stordito a Lisboa! Con la
navetta raggiungiamo l'aereo: siamo aumentati di molto, all'ultimo istante si
è aggiunta una scolaresca toscana in gita. Completato l'imbarco il comandante
ci avvisa che la nostra rotta è trafficata, perciò la partenza
slitterà di quindici minuti almeno. A Lisboa è prevista pioggia
nel pomeriggio, spero di non trovare chiuso l'ostello della gioventù:
la guida europea degli ostelli mi rassicura che la reception funziona dalle
8 alle 24, ma ancora non sono tranquillo. Mentre aspettiamo che l'aereo si diriga
verso la pista, mi colpisce un particolare curioso: ho il posto sulla fila numero
18 e guardando il sedile davanti a me leggo il numero 16, perciò temo
di aver sbagliato posto anche se ero sicuro di aver controllato bene; do un'occhiata
all'altro lato del corridoio, poi di nuovo dalla mia parte. Niente 17... comincio
a pensare che forse manchino i numeri dispari, ma ci sono il 15 e il 19... poi
capisco: siamo nel terzo millennio, ma sugli aerei ancora sono in vigore le
ataviche leggi della superstizione! Partiamo con un ritardo di quasi mezz'ora,
ma aver letto un po' il giornale mi ha risvegliato e mi sento sempre meglio
col passare del tempo... Quando l'aereo rulla sulla pista sento l'adrenalina
che mi percorre dalla base del cranio fino alla punta dei piedi; l'aereo stacca
le ruote e mi sento trasportare in aria, mentre la terra si allontana. Mi addormento
per quasi un'ora: al mio risveglio le hostess stanno servendo i vassoi con il
pranzo (o almeno quello che l'Alitalia considera tale) e io letteralmente spazzolo
la mia porzione: ho una gran fame, il caffè non è male e così
mi rilasso ancora. I piccoli televisori di bordo trasmettono qualche simpatica
trasmissione. Siamo a metà del volo e torno a leggere qualcosa su Lisboa,
in particolare come muovermi una volta arrivato. Ho una voglia di dormire davvero
invincibile: sui monitor scorre un noioso e puerile documentario sugli elefanti
indiani, mentre sotto di noi la penisola iberica, che ha preso il posto dell'azzurro
Mediterraneo, è quasi del tutto coperta da grasse nuvole bianche. Mi
addormento di nuovo per qualche decina di minuti: al mio risveglio sul piccolo
televisore è di nuovo cambiato il video, ma non capisco di che si tratti,
visto che non ho nemmeno scartato le cuffie per seguire i programmi o la musica.
In basso ci sono ancora larghi tappeti di nuvole che coprono il paesaggio. Mi
consolo gustando un buon cantuccino di Prato che le hostess hanno servito a
tutti, e faccio anche il bis. Mancano quaranta minuti all'arrivo: quando ne
mancano venti comincia la lenta manovra di atterraggio. Ci immergiamo tra le
nuvole sotto di noi: non si riesce neppure a distinguere se siamo sull'oceano
o sulla terraferma. Si balla, e nemmeno pochissimo: per fortuna nessuno a bordo
si fa prendere dal panico, ma scende un silenzio ovattato che l'effetto di chiusura
dei timpani favorisce ancora di più. Navighiamo per un po' in questo
mare biancastro, senza vedere niente e sballottati dalle correnti, fino a che
sembra quasi di impazzire per l'assoluta mancanza di punti di riferimento. Ad
un tratto, da uno squarcio improvviso tra le nuvole, compare la terra portoghese,
poi ecco anche Lisboa, e insieme a lei il Tejo. Ho letto che l'aereo sfiora
i tetti delle ultime case prima dell'aeroporto: la vista degli edifici così
vicini alla pancia dell'Airbus 321 in effetti non è rassicurante; invece
è uno degli atterraggi migliori che abbia vissuto. Un po' di preoccupazione
per il bagaglio, poi anche lui viene sputato insieme agli altri sul nastro.
Provo a prelevare dei soldi con la VISA Travel Money, ma devo chiedere l'aiuto
di una guardia lì vicino, perché non riesco ad inserirla. Poi
compro una carta telefonica per chiamare casa e anche per mettermi d'accordo
con Eduardo, il mio contatto qui a Lisboa. Esco, senza cercare il punto informazioni
per i turisti (non me ne ricordo per niente), e prendo un taxi. L'autista è
un pessimo impatto con Lisboa: fuma (anche se ho sbagliato io a non dirgli che
mi dava fastidio quando me lo ha chiesto), non ha voglia di chiaccherare, e
infine mi lascia sotto una pioggia battente di fronte all'ostello, prendendosi
la bellezza di 3000 escudos, più del doppio di quello che mi aspettavo...
All'ostello, altra pessima sorpresa: posso rimanere solo questa notte, da domani
è tutto prenotato. Salgo in camera (due letti a castello) e ci trovo
un ragazzo che viene dalla Spagna; usciamo insieme per Lisboa, dove lui è
arrivato in mattinata. Decidiamo che domani provvederemo insieme all'alloggio:
forse andremo all'ostello dell'Expo, che sembra ben servito dalla metropolitana
della linea "Oriente". Saliamo sulla metro "Girassol" a
Picoas, scendendo alla fermata Baixa-Chiado, chiaccherando di cosa facciamo
e da dove veniamo: lui si chiama Gorka, è di San Sebastian, ha 23 anni
e fa il giornalista nella sezione cultura di un quotidiano in lingua basca.
Ci sediamo ad un caffé, prendo un paio di salgados (almeno in Brasile
li chiamano così, sono degli snack salati), discreti ma non eccelsi.
Continuiamo a passeggiare, ma dopo qualche minuto la pioggia ricomincia; ci
dobbiamo fermare sotto un balcone, dove comunque ci raggiungono gli schizzi
delle macchine che passano. Dopo un buon quarto d'ora smette di piovere, e ci
dirigiamo verso il metro, chiedendo indicazioni: ci consigliano di prendere
il 27 fino a Praça Marques de Pombal. Così prendiamo un biglietto
giornaliero e andiamo. Il traffico rallenta molto la corsa dell'autobus, ma
alla fine arriviamo. Io ho bisogno di una doccia, e mi sbrigo per anticipare
una nutrita e rumorosa scolaresca francese, che non capisco cosa ci faccia all'ostello
invece che in albergo... Gorka invece scende al pianterreno a vedere un po'
di TV; mi raggiunge dopo un'oretta. Decidiamo di andare a mangiare qui vicino:
la guida indica un ristorante economico e abbastanza caratteristico, una "tasca":
Restaurante Estrela, Rua Santa Marta. Dopo qualche giro sbagliato, ripensamenti
e dietrofront, entriamo: alla fine il servizio è discreto e, non volendo
abbuffarci, spendiamo davvero una miseria, 2540 escudos in due. La cena comprende
per me un bacalhau à braz (buono) e un arroz doce innaffiati da acqua
liscia, mentre Gorka assaggia un peixe espada e per dessert un pudim flan. Passeggiata
al Rossio (deserto!) e tappa all'unico bar aperto di sera nella Baixa, il Ninho
Dourado in Rua Augusta: una coca per me, una birra per lui. Non riusciamo a
capire come mai il centro di Lisboa sia così deserto, ad un'ora simile:
sono appena le dieci di sera, ma tutto è chiuso e in giro non si vede
quasi anima viva; ancora qualche chiacchera in metro, poi si torna a dormire
all'ostello.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 2/7
Mercoledì 28 marzo Devo ancora abituarmi ad essere qui. Stamattina, dopo
esserci svegliati e aver fatto colazione, io e Gorka andiamo in cerca di una
pensione tra Baixa e Chiado, visto che anche l'altro ostello all'Expo non ha
posto per noi. Vaghiamo nelle vie tra Praça do Comercio e Praça
Dom Pedro IV, tra Praça da Figueira e il Tejo. La prima sistemazione
che troviamo ci va bene: Pensão Galicia, 5000 escudos una doppia, camere
pulite, accoglienti e con doccia. L'acqua calda, per via di un guasto improvviso,
questa mattina non c'è, così mi adatto a fare la barba con quella
fredda e con un pentolino di acqua riscaldata dal gestore della pensão.
Usciamo e decidiamo di passeggiare un po' nella Baixa, prima di pranzare; un
veloce panino al volo in un grazioso bar, poi ognuno per la sua strada fino
all'ora di cena: Gorka si dirige al Museo do Chiado, io gironzolo a piedi per
i fatti miei. Rimango un po' a guardarmi intorno in Praça do Comercio:
Lisboa e il suo centro stanno subendo uno sventramento, le piazze e le strade
sono un unico grande quartiere per la costruzione di due nuove fermate della
metropolitana; l'atmosfera non è delle più piacevoli per contemplare
in serenità i luoghi tipici. Il cielo è maledettamente coperto
da nuvoloni grigi che ogni tanto lasciano cadere qualche goccia di pioggia finissima.
Continuo ad avere sonno, vado in giro come in un dormiveglia; la cosa peggiore
è che non è un problema rimanere sveglio, magari prendendo un
caffé: sono come intontito e alle volte fatico a connettere. Decido di
recarmi alla Cattedrale della Sé, che lascia intravedere le sue torri
sin da Praça do Comercio. Guardo verso il Tejo: una brutta nebbia lo
avvolge fino all'altra riva, e continuo a pensare che non è affatto una
bella giornata. Sbaglio strada, anche se di poco, e mi imbatto casualmente nel
portale di una chiesa distrutta dal grande terremoto del 1755, in Rua da Alfándega;
era la Igreja da Conceição Velha, e aveva appunto questo portale
superstite, tutto istoriato di statue, angeli, fiori, sfingi con teste di uomo
e di donna; in cima alla composizione una Madonna che, allargando le braccia,
stende il suo manto per coprire e proteggere altre statue di figure storiche,
come informa il cartello esplicativo del Turismo de Lisboa. Si tratta di un
tipico esempio di stile manuelino, decisamente raro nel centro della città
dopo la catastrofe del XVIII secolo. Torno indietro, lungo Rua dos Bacalhoeiros,
dove una processione di piccoli ristoranti riempie l'aria di odori di pesce
fritto, come il nome della via suggerisce (Via dei lavoratori del merluzzo).
Passo per il Beco do Arco Escuro, una piccola e nascosta viuzza che porta proprio
sotto la Sé. Vado lungo la ripida salita che conduce al piazzale e me
la trovo infine davanti. È più bassa e meno bella di quanto credessi.
Entro dalla navata laterale destra, illuminata artificialmente come quella sinistra;
in quella centrale invece, appena un fioco chiarore. L'interno della chiesa
sembra spoglio, a prima vista, ma alla lunga ci si abitua al caldo biancore
delle grandi pietre, che danno infine un senso di accoglienza. Una zona molto
illuminata dal sole è anche molto nascosta: si tratta del corridoio che
passa dietro l'altare maggiore, seguendo il profilo esterno a semicerchio; entra
una gran luce che, attraverso le feritoie coperte di vetri istoriati, rischiara
le piccole nicchie che si aprono lungo il percorso. In una delle minuscole cappelle
c'è il sarcofago di una donna importante, forse una regina, raffigurata
da una statua scolpita nel coperchio, mentre dorme il sonno eterno; tiene tra
le mani un piccolo libro aperto, come se leggesse. Un sarcofago quasi identico
è in un altra piccola nicchia, che sull'altro lato ospita anche quello
di un uomo con uno spadone a due mani, mentre ai suoi piedi un segugio veglia
il riposo del padrone. Nelle altre stanze ci sono solo degli altari su cui poggiano
statuette sacre, di legno o di marmo. Nel transetto di destra, sotto un rosone
ed una specie di piccola balconata a colonnine, ci sono due finestre istoriate
con São Vicente e Santo Antônio, i santi patroni dei lisboeti.
Il braccio sinistro del transetto è simmetrico, tranne le vetrate, i
cui spazi sono murati. Tralascio la visita del chiostro, per negligenza. Nel
complesso la chiesa è affascinante e accogliente, ma non è il
tipo di monumento che scateni entusiasmi a prima vista: deve essere scoperta
da chi la visita, come se fosse una persona anziana che non si fida di noi;
inizialmente si mostra severa e un burbera, ma se riesci a farti accettare e
a capirla rivela dolcezza e tesori antichi e inaspettati. La guida mi suggerisce
di vedere anche la chiesa di Santo Antonio di fronte alla Sé. Tutt'altro
tipo di chiesa, ricca di decorazioni e stucchi, di quadri alle pareti, di statue
e colonne marmoree. Ma non è questo che cerco oggi, non voglio vedere
con gli occhi del turista, voglio che i luoghi mi raccontino le loro storie.
Qui, poco oltre l'ingresso, una targa antica quanto l'edificio afferma che la
chiesa fu costruita per volere del re João, l'undicesimo con questo nome,
sul luogo dove si riteneva che fosse la casa natale del sant'uomo. Eppure non
mi appassiona, ha ben poco di lisboeta, potrebbe essere in un luogo qualunque
del mondo cristiano... Al contrario, nella Sé, quei sarcofaghi raccontano
le vite di alcuni uomini e donne, che vissero e furono potenti, tanto da essere
sepolti nella cattedrale della città, ma non abbastanza da non seguire
il destino comune a tutti: "Pulvis es et in pulverem reverteris".
Riesco. Fuori pioviggina. Non ho voglia di visitare le strette strade dell'Alfama
sotto la minaccia di un temporale: non ho l'ombrello e non intendo acquistarlo,
perché non mi rassegno a questa pioggia. Cammino ancora un po' per le
strade tra Baixa e Alfama poi, dopo aver preso un caffé, torno in camera
e mi butto sul letto. Quando riprendo coscienza di dove mi trovo sono le quattro
del pomeriggio e un bel sole entra dalla finestra: il cielo sembra essersi schiarito,
ma per una decina di minuti non connetto i pensieri. Ad un tratto un morso allo
stomaco mi ricorda che in pratica non ho pranzato, e forse sarebbe il caso di
mangiare qualcosa. Scambiando due chiacchere con il proprietario della pensione
in cui ci troviamo, si accorge della mia pronuncia brasiliana ed esclama: "O
senhor tem pronuncia de brasileiro: mas não é brasileiro, verdade?"
("Lei ha la pronuncia di un brasiliano: ma non lo è, vero?").
Gli spiego che ho imparato il portoghese in Brasile, ma che sono italiano; tutto
contento mi racconta che ha un grande amico in Italia, un funzionario delle
Ferrovie, ma non ricorda la città da cui viene; me lo indica in una foto,
che tiene appesa vicino l'ingresso. Poi esco, e sullo stesso angolo della pensione
trovo l'agenzia di viaggi di cui avevo bisogno per riconfermare il volo al ritorno;
attraverso la strada e compro delle belle cartoline, anche se le pago troppo.
Giro ancora un e trovo un ristorantino per mangiare: Adega Popular 33. Prendo
dei salgados di pesce, piuttosto buoni, e dell'acqua, anche se hanno un menu
per pranzo e cena. Forse una volta ci farò un salto, i prezzi non sembrano
male. Manca quasi un'ora all'incontro con Eduardo, l'amico lisboeta con cui
ho preso appuntamento questa mattina. Mi gusto la vista del Tejo e di Praça
do Comercio sotto il sole; veramente sembra di essere in una città diversa:
la luce si riflette sul bronzo della statua equestre e sul marmo del basamento,
mentre tira un venticello fresco che mi costringe a chiudere la giacca. Dopo
un bel giro della piazza vado verso il municipio: qui è il bianco a spadroneggiare
tra i colori su tre lati della piazza, mentre il quarto, verso il fiume, è
giallo e ospita il Welcome Center di Lisboa ed un Tribunale. Interessante e
degno di nota è il parcheggio sotterraneo cui si accede proprio in Praça
do Municipio, un'ottima idea per evitare che il centro si trasformi in un mare
di lamiere e di macchine posteggiate male. Nonostante siano i corvi gli animali-simbolo
della città, per aver accompagnato la barca su cui arrivarono le spoglie
di São Vicente a Lisboa, i piccioni sono quasi gli unici volatili, e
si incontrano un po' ovunque: affollano le piazze, attraversano le vie e si
muovono come turisti organizzati, sostando per un po' in un luogo più
o meno compatti, poi ripartendo verso un altra destinazione. Quando raggiungo
la pensione, Eduardo è già lì che mi aspetta. Mi propone
di andare a vedere la zona dell'Expo e accetto volentieri. La lunga corsa in
metropolitana ci permette di parlare qualche minuto di noi e di pianificare
cosa fare venerdì, quando passeremo insieme l'intera giornata. Poi arriviamo
in questa nuovissima area della città, e devo ammettere che è
veramente una bellissima zona. L'architettura, anche se moderna, è molto
bella, linee pulite e niente di astruso, e qui intorno sta sorgendo un intero
quartiere. Ci sono tanti negozi ed un grande centro commerciale proprio dentro
la stazione, da cui uscendo si gode una magnifica vista del Tejo, che qui si
allarga così tanto da sembrare l'Oceano stesso. Il lunghissimo ponte
Vasco da Gama è una meraviglia, ogni cosa intorno a me è appena
costruita, moderna, quasi futuristica. Poche persone passeggiano lungo i viali,
mentre il vento tira raffiche sempre più forti. Arrivati praticamente
sotto la torre Vasco da Gama prendiamo la teleferica che ci riporta indietro
e ci consente di ammirare dall'alto il panorama, uno spettacolo bellissimo.
Eduardo mi racconta che qualche tempo fa si è scatenata una tempesta
che ha causato danni ingenti, ed in effetti si vedono delle passerelle galleggianti
semi-distrutte ed in parte affondate. Poi raggiungiamo la stazione per scendere
e torniamo verso la metro. Tra le cose più divertenti da vedere lungo
la passeggiata, al di là dell'enorme acquario (in cui non sono però
entrato), ci sono delle curiose fontane a cono, che di tanto in tanto "eruttano"
una grande quantità d'acqua, simulando qualcosa che sta a metà
tra un geyser e un vulcano. Quando rientro all'alloggio, il vecchietto mi dice
che Gorka è appena uscito per imbucare delle cartoline; poco dopo mi
raggiunge e stabiliamo un piano per la serata. Decidiamo di provare la Casa
da India, un indirizzo nel Chiado che, non ricordo come, avevo scovato su Internet.
Quando arriviamo siamo fortunati, perché i posti al tavolo sono quasi
esauriti: il che depone benissimo nei confronti del locale. Vorrei ordinare
altro, oltre alla porzione piena (quindi per due persone) di arroz de marisco,
ma il cameriere, prendendo l'ordine, me lo sconsiglia sorridendo: "Os senhores
vão comer para cinco ou seis pessoas, se pegarem tudo!" ("Mangereste
per cinque o sei persone, se prendeste tutto quanto!"); ci fidiamo e facciamo
bene, perché è veramente una porzione molto abbondante; niente
male anche la macedonia, poi ci facciamo consigliare anche per una buona casa
do fado, e il tizio ce ne indica una proprio qui vicino. La raggiungiamo e vediamo
che per entrare è indicata una consumazione minima di 2000 escudos: e
sia! Ci tocca attendere la fine di un fado per entrare, perché l'ambiente
è piccolo e affollato; finiamo così proprio ad un metro dai suonatori
e dal cantante. A distanza di 20 minuti l'uno dall'altro si esibiscono gli artisti,
tra cui una donna, il cui sguardo diretto mi confonde per un attimo e mi costringe
ad abbassare gli occhi; alla fine della sua performance ci propone l'acquisto
di un CD con le sue canzoni, che gentilmente rifiutiamo: altrettanto gentilmente
lei ci ringrazia e passa tra gli altri tavoli. Nel frattempo ordiniamo due Bailey's:
i prezzi sono carissimi, e contrastano con l'atmosfera di un locale autentico,
dando più l'impressione di uno specchietto per turisti ben mascherato;
sulle pareti del locale ci sono azulejos quasi ovunque. Un pannello è
particolarmente gradevole, perché le figure (un cantante di fado accompagnato
da un suonatore di chitarra portoghese) fanno da sfondo al cantante e all'accompagnatore
mentre si esibiscono; anche altrove sulle pareti ci sono piccole scenette, oltre
a ritagli di giornale e foto dei maggiori artisti del genere, tra cui Amalia
Rodriguez. Tra un'esibizione dei fadistas e l'altra, l'uomo che suona la chitarra
portoghese accenna melodie ben note, come "My way" di Frank Sinatra,
oppure una canzone da un musical americano, che costituisce la "prova settimanale"
del Big Brother portoghese (l'abbiamo visto ieri nel ristorante Estrela, mentre
cenavamo). Durante l'esibizione dell'ultimo artista che decidiamo di ascoltare,
prima di andare a dormire, accade uno spiacevole contrattempo: alcune persone
al tavolo dietro di me continuano a parlare ad alta voce, con marcato accento
nordamericano; il chitarrista e il fadista tentano in tutti i modi di far capire
loro che ci vorrebbero pochi minuti di silenzio, ma non c'è verso: addirittura,
quando il cantante si avvicina a loro, per sentirsi alzano ancor più
la voce. Quando la canzone finisce, commento con il chitarrista che sono dei
maleducati e lui si mette a parlare un po', spiegandoci come funziona la chitarra
portoghese e altre tecniche del fado, troppo dettagliate perché io possa
capirne qualcosa; sentendomi parlare nota il mio accento brasiliano, mentre
lo stupore si dipinge sul viso di Gorka, che mi fa i complimenti per come me
la cavo con il portoghese: noto infatti che è vero quanto mi raccontavano
in Brasile, sulla difficoltà che gli spagnoli hanno con questa lingua.
Il chitarrista ci suona qualche scala e qualche brano, per farci meglio capire
come funzioni il suo strumento, che si differenzia dalla chitarra nella varietà
di note che può emettere: lui garantisce che è più completa,
e le sue dita pizzicano veloci le corde, dandoci un piccolo saggio di bravura.
Poi ci congediamo da lui, e mentre io torno a letto, Gorka va a passeggiare
tra le vie del Chiado prima di rientrare alla pensione.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 3/7
Giovedì 29 marzo Bella giornata di merda... mi sveglio tardi e Gorka
ancora dorme, piove che Dio la manda e ho fatto dei sogni assurdi, angosciosi,
incredibili ma con un significato fin troppo chiaro: il risultato è che
mi sento più stanco che se avessi vegliato tutta la notte. Manca anche
l'acqua calda, e dobbiamo aspettare un po' per farci la doccia. Visto che non
possiamo passeggiare per Lisboa sotto la pioggia, specie senza ombrello, decidiamo
di andare al Museo Gulbenkian: ma quando ci arriviamo, dopo esserci bagnati
abbastanza sotto le gocce che cadono, scopriamo che a causa di alcuni lavori
riaprirà soltanto a luglio. La pioggia continua a venire e ad andare,
poi per fortuna smette del tutto. Con una giornata così, l'unica è
andare a Belém per visitare i monumenti della zona: arriviamo in Praça
do Comercio, ma dobbiamo aspettare mezz'ora l'elétrico 15, il tram che
ci porterà fino al Mosteiro dos Jerónimos. Alla fine, quando riusciamo
ad arrivarci, è praticamente ora di pranzo: ce ne andiamo in una piccola
tasca, un ristorantino tipico, consigliato dalla guida, dimenticandoci però
di comprare dei pasteis de Belém. Si chiama O Carvoeiro, in Rua Vieira
Portuense; il prezzo è come al solito basso, 2000 escudos ciascuno compresa
la mancia per un buon piatto di peixe espada grelhado e tutto il resto (pane,
caffé, formaggio e olive, acqua). Ci alziamo soddisfatti e attraversiamo
Praça do Imperio per entrare nel Mosteiro, in cui ci dividiamo visitandolo
separatamente. Il cielo intanto è tornato sgombro da nuvole, e la temperatura
sale gradevolmente nelle prime ore pomeridiane, a scaldare il cuore e a rasserenare
l'animo. L'imponente facciata verso il fiume, secondo lo stile manuelino, straborda
di statue, cordoni, fiori, in un'orgia di decorazioni architettoniche tale che
il barocco sembri sobrio. Entrando, la luce che filtra dalle vetrate è
molto minore di quella che inonda il piazzale, cosicché ci vuole qualche
minuto per abituarsi. Una volta dentro, sembra di essere in un specie di cripta
altissima: tutte le nervature e i costolati delle volte sono sporgenti e disegnano
delle enormi ragnatele sui soffitti curvi. I pochi, grandiosi pilastri che sorreggono
la costruzione sono istoriati con sculture per tutta la loro altezza, così
come gli archi e gli enormi finestroni, che sul lato destro ospitano vetrate
con magnifici disegni dai lucenti colori. Sul fondo, dietro l'altare, c'è
il Santissimo Sacramento, tutto in argento e circondato da tombe nelle nicchie
marmoree. Pannelli dipinti a colori vivacissimi completano l'arredo della cappella.
Girandosi verso l'ingresso, colpisce il rosone sul fondo, che lascia entrare
una grande luce; il transetto destro e quello sinistro ospitano altre tombe
e altari più piccoli. Esco sul chiostro e la mia meraviglia è
pari solo alla bellezza del luogo: il cielo azzurro è inquadrato dalle
guglie decorate, stranissima cornice il cui colore e le cui forme ricordano
quasi un enorme castello di sabbia, realizzato con la maggior fantasia e immaginazione
possibile. Anche i corridoi del chiostro sono coperti da volte con costolati
ben visibili, e nello stesso modo è il refettorio: una grande sala rettangolare,
decorata da azulejos che rappresentano sui due lati lunghi scene della vita
di Giuseppe in Egitto (Antico Testamento), mentre sul lato nord è raffigurato,
vicino all'ingresso, il miracolo dei pani e dei pesci (Nuovo Testamento) sotto
un quadro di San Girolamo penitente; sul fondo, sopra un grande camino, un altro
quadro il cui soggetto è l'Adorazione dei pastori. Riesco dal refettorio
e passeggio nel chiostro, incontrando una nicchia in cui su un blocco di marmo
c'è una frase di Pessoa che già conoscevo e che amo molto: "PARA
SER GRANDE, sê inteiro; nada teu exagera ou exclui. Sê todo em cada
coisa. Põe quanto és no mínimo que fazes. Assim em cada
lago a lua toda brilha, porque alta vive." 14.2.1933 - Ricardo Reis "PER
ESSERE GRANDE, sii intero; niente di tuo esagera o escludi. Sii tutto in ogni
cosa. Poni quanto sei nel minimo che fai. Così in ogni lago la luna intera
brilla, perché alta vive." 14.2.1933 - Ricardo Reis Il centro del
chiostro, anche nel rumore dei lavori di restauro, con gli ordinati vialetti
di ghiaia che conducono alla piccola vasca rotonda, dà un'impressione
di serenità e di raccoglimento. Solo su un lato esterno si possono ancora
vedere i segni del tempo, che i restauratori stanno pian piano togliendo ovunque:
i particolari decorativi sono illeggibili peril nero che li ricopre, e il colore
delle pietre è troppo bianco, sembra quasi freddo. Nella sala capitolare,
sul lato opposto al refettorio, si trova il sarcofago con le spoglie di Alexandre
Herculano, un'importante scrittore portoghese di cui riporto alcuni versi incisi
su un lato della tomba, quello verso il crocifisso: "Dormir? Só
dorme o frio cadaver, que não sente; A alma võa e se abriga aos
pés do Omnipotente." "Dormire? Soltanto dorme il freddo cadavere,
che non sente; L'anima vola e si ripara ai piedi dell'Onnipotente." Dal
chiostro si può salire fino al Coro della chiesa, in alto sopra le navate:
sembra di essere in volo su di un paesaggio meraviglioso, sporgendosi da più
di dieci metri verso il basso, mentre la folla passeggia tra i banchi. Il coro
vero e proprio, con i sedili in legno che pare d'ebano, si trova sotto il rosone,
e sopra ai posti per i coristi ci sono quadri dei grandi Santi della tradizione
cristiana. Un crocifisso di legno a grandezza naturale guarda verso il coro
e verso il rosone, dalla balaustra, dando le spalle al grande altare. Ripercorro
i miei passi, tornando all'ingresso del chiostro, per accedere alla parte superiore;
la doppia rampa di scale che lo raggiunge permette la vista di un affresco sulla
volta, con quelli che credo siano stati i simboli della casa regnante portoghese.
Il cielo nel frattempo è tornato a coprirsi, e noto che sotto una luce
diversa il chiostro superiore sembra privo di grazia, quasi pacchiano; tutte
le porte che danno accesso altrove sono chiuse, così raggiungo Gorka
nella chiesa e ci dirigiamo verso la Torre di Belém. Attraversiamo il
piazzale del Centro Esposizioni, moderno edificio di fronte al Mosteiro, e dopo
una camminata lungo il Tejo arriviamo alla torre; in realtà non è
che ci sia molto da vedere, ma il paesaggio vale il costo del biglietto: il
fiume è enorme e la vista sull'altra riva bagnata dal sole è spettacolare:
verdi colline, piccoli paesi e numerose industrie molto lontane, mentre alle
spalle del monumento si estende per diversi chilometri Lisboa con i suoi quartieri.
Torniamo in tram fino alla Pensão, dove passo il resto del pomeriggio
a scrivere cartoline e a leggere, prima di uscire per la cena. Ce ne andiamo
in metro fino al Rossio, senza voglia di passeggiare per la Baixa che sta chiudendo
le ultime serrande, a mangiare in Rua do Duque, al Restaurante Solar do Duque.
L'arroz de camarão per me non è il massimo, troppe erbe aromatiche
nel brodino di cottura del pesce, ma a Gorka piace da matti, e accompagnamo
il piatto con un vinaccio bianco della casa che veramente non vale nulla. Poi,
dopo un leite-creme per entrambi e un caffè, usciamo in cerca di qualche
bar. Oltrepassata la Chiesa do Carmo, spettrale e silenziosa, dalle cui finestre
si scorge il buco del tetto crollato e le arcate interne ancora in piedi, giriamo
per Rua Garrett, passiamo davanti alla statua di Pessoa al caffè "A
Brasileira", proseguendo oltre il Largo do Chiado, verso la Casa do fado
di ieri sera. Il bar che avevamo notato la notte scorsa, pieno di ragazzi e
ragazze, ha la porta chiusa anche se dalle vetrate si riesce a scorgere qualcuno;
proviamo a suonare, ma nessuno ci apre. Passeggiamo quindi lungo Rua Diario
das Notícias, fino a che incontriamo un piccolo bar carino che si chiama
Tertulia: prezzi ragionevoli, ambiente molto informale e qualche giovane. I
bagni, che sono costretto ad usare subito, sono puliti, spaziosi e oserei dire
accoglienti: se chi aveva detto che si può giudicare un locale anche
solo dai servizi sanitari vedesse questi, ammetterebbe che è un ottimo
biglietto da visita. Finalmente, prima che Gorka riparta domani, assaggiamo
un bicchierino di Ginja: è eccellente, piace ad entrambi e la gustiamo
con tutto il piacere di rilassarci dopo una giornata faticosa. La sensazione
di caldo che raggiunge lo stomaco è deliziosa, mentre lo stereo diffonde
un jazz che non disturba la conversazione. Consumo anche un succo di maracujá
e una bottiglietta d'acqua, poi usciamo a passeggiare qualche minuto tra Baixa
e Chiado, prima di tornare alla pensão.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 4/7
Venerdì 30 marzo Appuntamento alle 10 del mattino con Eduardo per andare
a Sintra in macchina; siamo entrambi puntuali, ma ci vuole quasi mezz'ora per
uscire con la macchina dai pochi metri della Baixa, trafficatissima. Mi dispiace
di non aver salutato con la dovuta cortesia Gorka, che ripartirà prima
che io torni qui in camera, nel pomeriggio; quando io esco dalla pensione lui
è sotto la doccia, così dobbiamo strillarci un saluto divisi dalla
porta e dal rumore dell'acqua. Con Eduardo ci dirigiamo subito a Belém,
dove finalmente assaggio i deliziosi pasteis della Confetaria; ne prendo solo
due, per fare colazione, ma penso che ci tornerò prima di ripartire per
mangiarne ancora qualcuno. L'autostrada per Sintra non sarebbe lunga, ma è
piena di macchine che rallentano la nostra velocità. Quando arriviamo
prendo subito un caffè e chiamo casa; Eduardo compra per me tre piccoli
tubi di queijadas, dei dolcetti al formaggio tipici di Sintra, poi entriamo
nel Palacio Nacional, purtroppo affolatissimo da gite scolastiche. La stanze
che più mi colpiscono sono la cappella, che sembra piena di intimo senso
religioso nella sua spoglia semplicità, e la Sala dos Brazões,
con azulejos su tutte le pareti fino all'inizio del soffitto in legno; su quest'ultimo
sono raffigurati gli stemmi (da cui il nome della sala) delle famiglie nobili
del Portogallo. Nel complesso è molto carino, anche per lo stile arabeggiante
di molte sale (il nucleo centrale è infatti quello di una antica fortezza
moresca), ma l'atmosfera è terribilmente turistica e per niente magica.
Pranzo al Café Paris, un ristorante proprio di fronte alla piazza del
Palacio. I prezzi sono cari, quasi sulla media italiana, ma prendiamo un rombo
cotto al forno nel burro e ricoperto di gamberetti che, anche per come ce lo
serve il cameriere, è una poesia di altissima cucina, un inno a questo
regalo del dio del mare. Il servizio è decisamente di ottimo livello,
e il prezzo vale un'ottima mangiata. Chiudo il pranzo con un leite-creme per
dessert, e un caffè, ringraziando Eduardo che mi ha offerto questo pranzo
divino. Risaliamo in macchina ed Eduardo si dirige verso un lussuosissimo hotel,
dal nome di Seteais (Sette sospiri), dalla cui terrazza si gode una vista meravigliosa
delle campagne intorno a Sintra fino all'Oceano, ricoperto di nuvole scure che
minacciano pioggia. Eduardo è dispiaciuto perché il pessimo tempo
ci impedisce di vedere da qui il Palacio-Convento di Mafra verso l'orizzonte
e il Palacio da Pena in alto sui monti, completamente circondati da una fittissima
ed enorme nuvola. Entriamo anche nell'albergo e passeggiamo negli splendidi
interni: non riesco nemmeno a immaginare il costo di una notte in questo palazzo
storico. Di nuovo in macchina, Eduardo si arrampica con qualche fatica, per
via della strada scivolosa e bagnata, sulla Serra da Pena, che ospita sia il
Castelo dos Mouros che il Palacio da Pena. Il primo è in pratica quel
che resta di una rocca medievale costruita durante la dominazione araba: occupa
una intera cima della montagna, cintandola di mura merlate complete di camminamenti
e torri che guardano su tutta la vallata sottostante, rendendo la postazione
praticamente inespugnabile. Si raggiunge dopo una non agevole passeggiata lungo
dei sentieri nel bosco, umido di pioggia, tra alberi ricoperti di muschio, rocce
sporgenti e foglie che sgocciolano. Le nuvole avvolgono di nebbia i contorni
delle cose, impedendo di vederle e permettendo invece di scorgerle e di sognarle,
ammantandole di quell'aria romantica che gli inglesi amavano e amano in questi
luoghi. Tra le rocce all'interno del castello, i resti di un'antica moschea
in rovina, ormai irriconoscibile. Quando si arriva in cima, lo spettacolo realmente
vale la camminata fatta: in basso, sotto di noi, Sintra e il Palacio Nacional
sono sovrastati dalle rocce della Serra mentre sopra di noi, nascosto come un
nido d'aquile tra le nubi biancastre, invisibile ai nostri occhi, c'è
il Palacio da Pena; più lontane, ai piedi del monte le campagne portoghesi
del Sud si allargano fino alla spiaggia e all'Oceano. Ritorniamo alla macchina
e ci inerpichiamo ancora di più su strade in condizioni sempre peggiori,
per arrivare dopo una decina di minuti ai piedi del parco del Palacio da Pena,
che è ancora del tutto nascosto. Prendiamo un piccolo autobus che fa
il percorso, accidentato e pieno di tornanti, dal cancello fino al palazzo,
lungo strapiombi da cui spuntano solo le cime di alti alberi nell'aria brumosa.
Quando sono davanti al portone, comincio a rendermi conto che non sarà
possibile in nessun modo descrivere l'edificio: sarebbe lo stesso che voler
raccontare un sogno molto fantasioso attraverso i minimi particolari che ce
ne rimangano impressi al risveglio. Di tutto il palazzo, ad ogni modo, quello
che consiglierei a tutti di visitare sono i moderni bagni per i visitatori (assolutamente
unici per foggia sono i lavandini e l'arredamento in genere) e la cappella,
una delle parti più antiche dell'edificio su cui poi venne ricostruita
nel 1840 questa orgia dell'immaginifico di ogni stile architettonico: mi incuriosisce
la presenza, proprio nella cappella, di un candelabro triangolare di chiara
ispirazione massonica: chissà chi l'avrà portato qui e perché...
La vista del paesaggio da quassù sarebbe eccellente, mi garantisce Eduardo,
ma oggi è impossibile arrivare con gli occhi fino al sottostante Castelo
dos Mouros, da quanto le nubi coprono il cielo sotto di noi: torniamo a piedi
al piazzale dov'è la macchina, in una nebbia dove le persone a pochi
metri da noi sembrano scomparire nel nulla, poi riprendiamo l'auto e andiamo
verso Cabo da Roca, il punto più occidentale d'Europa. Appena apro lo
sportello e scendo, sento distintamente un suono di cornamusa: avvicinandomi
alla scogliera vedo stagliarsi contro il cielo grigio la corpulenta figura di
un uomo che suona lo strumento, rivolto all'immensità dell'Oceano davanti
a sé, mentre dà le spalle alle bianche mura del piccolo faro.
La melodia riempie l'aria e chiudendo gli occhi, mentre il vento spazza le rocce
a strapiombo sull'acqua, sembra di essere nelle Highland Scozzesi. Vado fino
alla rotonda che indica il punto panoramico e l'estremità del continente;
ha ben poco di poetico, meta com'è di turisti di ogni genere, venuti
da ogni parte del mondo: ci sono soprattutto italiani, ma anche vecchietti austriaci
venuti in pullman e alcuni ragazzi giapponesi, figli dell'Estremo Oriente venuti
a vedere l'estremo occidente, come mi fa notare Eduardo. Guardando verso Sud,
verso Lisboa, una lingua di terra vicino alla spiaggia del Guincho sembra essere
più a Ovest di noi, ma deve trattarsi di una illusione ottica, di una
deformazione della prospettiva. Ora che sono qui, dove l'Europa finisce ("lá
onde acaba a terra e começa o mar" come recita il testo di Camões
riportato sulla croce, che segna il punto con le coordinate geografiche), non
mi spiego perché tanta gente decida di andare proprio a Capo Nord, invece
che a Ovest, a Est o a Sud, se ha voglia di vedere un limite... non c'è
niente che mi emozioni, di questo punto geografico: non ha nessuna storia, se
non che qualche geografo moderno ha fatto dei calcoli scoprendo la sua peculiarità.
Non è "Finis Terrae", il promontorio che sembrava alla mente
degli antichi romani spalancarsi sull'immenso abisso dell'Oceano sconosciuto,
popolato di mostri: qui per i portoghesi, semmai, cominciava il loro impero,
esteso su tutti i mari del mondo fino a pochi anni fa. Qui non siamo su un punto
estremo verso il mare: io direi piuttosto che "aqui acaba o mar e começa
a terra", mi piace credere che forse sia la prospettiva con cui Magellano,
Diaz e Cabral abbiano guardato queste rocce tornando dai loro viaggi al di là
dell'Oceano, come se il loro vero elemento fosse l'acqua, quasi fossero moderne
divinità marine. Il vero spettacolo ad ogni modo è offerto dalla
natura selvaggia e aspra di questo promontorio: alte lingue di terra, simili
alle dita di una mano, che si allontanano parallele dalla costa, con strapiombi
di oltre cento metri sull'acqua, mentre le onde si infrangono ai loro piedi.
Non c'è molto vento, ma si può immaginare che spettacolo terrifico
sia una tempesta qui, simile forse a certi quadri romantici di notti in cui
il cielo si squarcia e sembra che voglia precipitare nel mare, non riuscendo
a sostenere tutta la furia scatenata da se stesso, mentre nuvole immense oscurano
sole, luna e stelle, e ai marinai la luce del faro sembra un angelo inviato
dal Cielo a proteggerli e guidarli verso la salvezza, o verso l'altro mondo.
Poi ritorniamo in macchina, passando vicino a due lapidi: una vicino alla croce,
del Rotary Club locale, per il proprio fondatore nel 75° anno di esistenza
dell'associazione (pacchiana, oscena e inutile), l'altra di una associazione
per la pace mondiale, posizionata sul muro esterno del faro (francamente ridicola,
ma già con più senso). Lungo la via per Lisboa mi addormento un
po' tra la spiaggia del Guincho e Cascais, stanchissimo per le lunghe camminate.
Eduardo mi sveglia quando arriviamo a Cascais, che volevo proprio vedere: una
grandissima delusione! Altro che "piccolo borgo caratteristico di pescatori",
è quasi l'equivalente di una Portofino, trafficatissima inoltre per i
pendolari del week-end fuori città. Anche le case dove visse e morì
l'ultimo re d'Italia sono in rovina, scheletri di storia che abbiamo nascosto
nell'armadio. Ritorniamo in città dopo una lunga fila sull'autostrada,
perché incrociamo l'uscita dagli uffici. Mi faccio una lunga doccia rilassante
in albergo, prima di sdraiarmi sul letto in attesa che si faccia un'ora decente
per andare a cena. Sono in una nuova camera con letto matrimoniale, tutta per
me visto che Gorka è partito: ora non ho la doccia in camera, ma posso
farne tranquillamente a meno, servendomi di quella comune. Prendendo spunto
da un suggerimento letto in rete, mi dirigo nel Chiado per mangiare un bacalhau
com nata al Restaurante Trindade; purtroppo il cameriere mi informa che stasera
questo piatto non c'è; sempre seguendo il consiglio trovato sul web,
ordino un Bife á Trindade. La carne è appena troppo dura su un
lato, ma poi si taglia e si mangia come un burro, mentre l'uovo al tegamino
sopra la bistecca si apre e il tuorlo insaporisce il gusto: lascio da ultime
le patate servite a parte, tagliate a dischi sottili e cotte al forno, succulenti
bocconi da tuffare nel sughetto della carne. Tutto molto buono, poi prendo un
arroz doce, anche quello niente male. Chiedo al cameriere se prima della mia
partenza potrò assaggiare il loro bacalhau com nata, e lui mi consiglia
di andare domani sera lungo la stessa via, nell'altro locale che ha lo stesso
nome di questo (mi sa che ho sbagliato ristorante, visto che non ricordavo il
numero civico!). Lo ringrazio per il suggerimento ed esco, passeggiando un po'
in cerca dell'altro locale: ne incontro uno molto confusionario, dove sembra
che ci sia una specie di spettacolo dal vivo; ripassandoci dopo un giro tra
le vie vicino al Carmo scopro che è uno show di flamenco, che il locale
è pieno e che sembra far parte di una catena spagnola: lascio perdere
e proseguo a passo sicuro verso la Tertulia, dove ordino subito una Ginja. La
sorseggio ascoltando la voce di Ella Fitzgerald, poi il proprietario mette su
il disco di ieri, una raccolta jazz dal titolo "The Boogie Woogie Nights";
bevo un sorso alla salute di Gorka, con cui ieri ascoltavo le stesse note e
che a quest'ora starà attraversando la frontiera in treno per tornare
a San Sebastian. Leggo per caso una piccola ma significativa poesia di un fotografo
che ha esposto alcuni dei propri scatti nel locale; la mostra, come la poesia,
si intitola "Texturas", e mi colpiscono soprattutto i versi: TEXTURAS
"Da textura do olhar restou a saudade! Entre acordes de guitarra, acústicas
ou não, desfolhaste, com ternura, a textura dos teus sonhos e salpicando
de pequenos silêncios sussurraste grandes verdades ao meu coração.
Do espelho das almas restou a textura eternamente quente e indissolúvel
de um desejo e das mão estendidas, em afagos, o perfume. Dos braços,
transformados em abraços restou a textura do não querer partir
e dos labios a silenciosa textura da ausêencia de beijos. De tudo restou
a saudade infinita textura a alimentar um desejo" AGNALDO LIMA TESSITURE
"Della tessitura dello sguardo restò la nostalgia! Tra accordi di
chitarre, acustiche o no, disfacesti, con morbidezza, la tessitura dei tuoi
sogni e spruzzandole di piccoli silenzi sussurrasti grandi verità al
mio cuore. Dallo specchio delle anime restò la tessitura eternamente
calda e indissolubile di un desiderio e delle mani stese, in carezze, il profumo.
Delle braccia, trasformate in abbracci restò la tessitura del non voler
partire e delle labbra la silenziosa tessitura dell'assenza di baci. Di tutto
restò la nostalgia infinita tessitura a alimentare un desiderio"
AGNALDO LIMA Ordino un succo di maracujá, proprio come ieri, e lascio
che la mente vaghi sulle note di un jazz, pensando al nulla assoluto e lasciando
che sia un tramite per il vocio e per la musica verso il corpo; sensazioni piacevoli
di una città che purtroppo continuo a sentire straniera. Pago ed esco,
dopo essermi fatto indicare un buon posto per comprare una bottiglia di Ginja,
che mi piace davvero tantissimo. Cammino su e giù per il Chiado, mi faccio
un sacco di stradine del Bairro Alto: ogni due metri un locale, un gruppo di
gente fuori che chiacchera allegramente. Lisboa mi offre il suo volto più
giovane, gaudente e peccatore, ma non sono proprio in una serata da godermela.
Vedo però un portone aperto che attira la mia curiosità: sopra
c'è scritto "Lisboa Clube Rio de Janeiro" e sento una gran
musica venire da su; entro e leggo che stasera dopo le 10.30 ci sarà
un caffè concerto "Serata dei Vampiri", ingresso libero. Salgo
le scale, speranzoso, ma il locale è quasi deserto: controllo l'ora e
mi accorgo che sono le 10.30 in punto, perciò forse si riempirà
a partire da ora. "Ripasserò!", penso dentro di me poco convinto:
e infatti prendo altre strade, fino a rispuntare in Rua Garrett; me ne vado
alla pensione, sicuro che, riposando ora, domani avrò meno scuse per
non alzarmi dal letto.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 5/7
Sabato 31 marzo Mi sveglio senza praticamente aver dormito davvero: avrò
fatto almeno cinque o sei sogni diversi, uno più assurdo dell'altro...
quando apro gli occhi si intravede un mattino radioso fuori dalla piccola finestra
che dà sulle scale, ma sono così stanco e afflosciato che passo
altre due ore in camera, steso sul letto. Poi esco e vado a fare colazione,
al Café Martinho da Arcada in Praça do Comercio, con due succulenti
pasteis de nata e un bica: passeggio un po' per le vie della Baixa alla ricerca
della Garrafeira Nacional, per controllare che non sia chiusa lunedì,
quando comprerò la Ginja. Dopo averla trovata, parto a piedi verso il
Castelo, in salita. Attacco le scalette in fondo a Rua de Santa Justa, proprio
all'opposto dell'Elevador. Trovo una lapide che commemora l'esistenza in questo
luogo di una antica chiesa, dove furono ospitate nella notte del 15 settembre
1173 le spoglie di São Vicente quando vennero traslate dal promontorio
sacro (che ignoro dove sia). Sbuco proprio sotto alla collina del Castelo, davanti
all'imbocco delle Escadinhas de São Cristovão. Una donna dai tratti
brasiliani e di robusta corporatura, dallo sguardo severo, vende pesce fresco
proprio sotto l'arco che dà accesso alle scalette; la sua mercanzia,
esposta in una misera cassetta di legno, probabilmente non rispetta alcuna condizione
igienica della UE, ma giurerei che il sapore di questo pesce sia di gran lunga
più gustoso di quello che si trova nelle migliori pescherie di Bruxelles...
forse è per invidia dei veri sapori, che quei burocrati vogliono farci
mangiare tutti come loro! Salgo le scalette: in cima, proprio sotto la chiesa
e il Largo de São Cristovão, c'è una lapide molto moderna
che raffigura il Santo. Siedo per qualche minuto davanti alla chiesa, dalla
facciata bianca e spoglia, mentre proprio sulla scalinata alcune signore lisboete
improvvisano un mercatino clandestino di prodotti; ogni tanto passa qualche
turista dall'aspetto nordico, ma per lo più ci sono cittadini di Lisboa
che fanno la spesa nei minimarket o che tornano dal mercato, passeggiando e
godendosi questo bel sabato mattina di sole e d'aria pura, rinfrescato da un
leggero venticello che viene dal Tejo e da Cacilhas, sull'altra sponda del fiume.
Riprendo a passeggiare, salendo verso il Castelo, poi quando vedo l'indicazione
per i turisti giro esattamente dall'altra parte, per immergermi nelle piccole
ruas verso la Graça; qui sembra di essere in un'altra città rispetto
a quella che ho vista finora. Salgo sempre di più, poi il caldo mi vince
nonostante sia vestito con panni leggeri e di colore chiaro: entro in un bar
per una lattina di Coca-Cola e ne esco decisamente rinfrescato dal contatto
con il fresco liquido; mentre lo sorseggio incontro un edificio che devia il
mio cammino: tutto coperto di delicati azulejos, stona come una perla nel fango
delle povere case che lo circondano. Scendo lungo una rua non segnata sulla
mappa sommaria dietro la guida, e all'angolo del palazzo c'è una piccola
rua che vinse nel 1998 il concorso per la via più fiorita di Lisboa:
alcuni bambini riposano all'ombra di piante che non sono forse più state
curate da quando hanno vinto quella targa fatta di azulejos. Mi trovo nella
Mouraria, il quartiere deve vennero relegati gli Arabi dopo la conquista crociata
del 1147, una delle zone più antiche e autentiche della città.
Vado sempre più a Nord e verso Intendente incontro un Largo dos Anjos,
seguito da una Rua dos Anjos, popolati di prostitute e papponi, clienti e mamme
che passeggiano con i loro bambini. Le facce sono quasi tutte di immigrati dalle
ex-colonie portoghesi, e l'aria non è delle più raccomandabili,
ma è autentica. Fingo di non ascoltare il richiamo di una puttana che
mi invita ad andare con lei, e svolto per tornare sulla via principale parallela
a Rua dos Anjos, Avenida Almirante Reis, e mentre torno verso Sud mi viene un
sorriso che si allarga sempre di più: finalmente mi sento a Lisboa. Un
gruppo di immigrati di tante razze diverse raccoglie interi pezzi di mobilia
gettati in un cassonetto, sotto lo sguardo di altri abitanti del quartiere:
per lo più sono cinesi, ma c'è anche qualche africano, specie
tra i curiosi che si affollano attorno a chi porta via i mobili. Prendo il famoso
tram 28, quasi dal capolinea, ed in verità è un viaggio un po'
disagiato: come turista posso dire di esserci salito, ma è stato tutt'altro
che suggestivo, anche se il percorso corrisponde alla descrizione che se ne
sente sempre fare. Scendo in Rua da Prata, nella Baixa, e risalgo verso la Sé
e il Castelo, fermandomi a mangiare in una economica e deserta tasca, "O
Cabacinha": poco gradevole, ma la fame è fame! Nonostante la posizione
sia ottima sembra non avere niente di turistico, e anche i fadistas che si esibiscono
qui il venerdì e il sabato sera sembra che abbiano un pubblico di lisboeti
più che di stranieri. Gli antipasti, in particolare il prosciutto, sembrano
di pessima qualità, quasi vecchi, così ordino solo una frittata
di gamberetti con patatine fritte: niente di che, ma almeno mi sazio. Non posso
rifiutare il caffè al cortese ragazzo mulatto che mi chiede se ne prendo
uno: vorrà dire che al Miradouro Santa Luzia chiederò qualcos'altro
per sedermi al tavolo; me la cavo con appena 1150 escudos in tutto. Faccio pochi
metri per raggiungere il punto panoramico: c'è un piccolo pergolato senza
piante, sulla strada per arrivarci, che borda una vasca senz'acqua; mi riparo
dietro uno dei pilastri che sorregge il porticato, seduto su un muretto, mentre
un vento gentile mi culla e mi accarezza, spirando dal fiume sotto di me. Lascio
vagare i pensieri, come in un sogno. Quanto ti amo oggi Lisboa, con i tetti
rossastri dell'Alfama davanti a me, i tuoi vicoli intricati che arrivano quasi
al Tejo verdeggiante, le tue chiese e il cielo bianco e azzurro, i tuoi rumori
soffocati di città, in un sabato di primo pomeriggio ricco di luce, colori,
aria pulita e odore di pesce alla brace che si spande dal tuo bairro più
famoso. Quanto ti ho attesa in questi giorni, Lisboa dolce, evitando di cercarti.
E oggi che sembrava un altro giorno nato storto mi ti sei offerta come un'amica
per dimenticare il male occorso, per riparare ad un torto fatto da un'altra,
per essere l'amore di un giorno o di tutta una vita, senza doverci pensare o
riflettere su, solo godendo tu e io delle stesse cose. Oh, Lisboa, Lisboa...
mi tremano le ginocchia pensando che domani potresti tornare a nasconderti dietro
una coltre di riserbo e di nubi! Non nasconderti, no... non farlo, lasciati
amare per due giorni ancora, lascia che io goda della tua bellezza, del tuo
odore di mare senza mare, del sapore delle tue pietrose carni... regalami ancora
un sorriso, Lisboa, e ne sarò felice. Nei giorni scorsi non ti ho saputa
capire, non ho voluto apprezzare i tuoi tesori come se avessi il pudore di amarti
davanti a un altro. Ma oggi sei così ricca di fascino che non posso non
pregarti di rimanere sempre così; Lisboa, il cui suono mi riempie la
bocca di dolcezza e mi fa battere il cuore come un fanciullo innamorato. Oh,
Lisboa... Mi risveglio dalla trance, incantato e baciato dal sole e in preda
a un senso di beatitudine. Salgo qualche scalino e arrivo al Miradouro vero
e proprio, a fianco della Igreja, decorata sul lato verso il fiume da azulejos
azzurri che risaltano sul bianchissimo muro. Ci sono delle piccole siepi, un
pergolato coperto da una vite secca e delle panchine; da qui si abbraccia una
vista del Tejo che dalla fine del ponte Vasco da Gama arriva fino a Cacilhas,
solo per la presenza di un ingombrante edificio che impedisce di osservare anche
il ponte 25 de Abril. Meritano di essere descritti i due pannelli di azulejos.
Nel primo una vista del Terreiro do Paço agli inizi del XVIII secolo,
il palazzo reale che sorgeva prima del 1755 nei luoghi dell'attuale Praça
do Comercio pombalina. Nel secondo, meno conservato, la scena della conquista
di Lisboa nel 1147, con una targa che spiega come, quando i Mori stavano chiudendo
la porta delle mura, il portoghese Martim Moniz si gettò attraverso di
essa, morendo gloriosamente e permettendo agli altri crociati di forzare l'ingresso:
ovviamente il pannello non può raccontare, e non vorrebbe nemmeno, gli
eccidi e il saccheggio che seguirono questo gesto eroico: ma è in fondo
la storia di ogni guerra, che mostra tutto il meglio e il peggio di cui siamo
capaci. Entro nella chiesa, di proprietà dell'Ordine di Malta come lascia
capire la croce scolpita all'ingresso e un po' ovunque all'interno, come pure
la bandiera che penzola floscia vicino al portone. Sul lato sinistro c'è
la tomba di Frate Laurenço Gil, nipote del re Dom Afonso III, cavaliere
comandante di São Brás de Lisboa, che morì nell'ultimo
giorno dell'anno 1384; una domenica, si preoccupa di far ricordare chi ha inciso
l'iscrizione funebre sul sarcofago murato. Dal minuscolo transetto destro invece
si può osservare, attraverso una finestrella, un affresco sulla volta
del corridoio superiore, di fianco all'altare, dove è ospitato una specie
di loggione decorato con una grande croce di Malta. L'uomo all'ingresso della
chiesa, una specie di custode che vende anche oggetti e libri sulla storia dell'Ordine,
mi racconta che la Igreja de Santa Luzia e São Brás (Santa Lucia
e San Biagio) fu distrutta all'interno da un incendio doloso ventotto anni fa:
di quell'affresco è stato appena completato il restauro, e presto inizieranno
i lavori anche nel resto delle volte, per ora coperte solo da un intonaco bianco.
Davanti all'altare una lapide sul pavimento commemora il luogo dove morì
il 12 Aprile 1689 un importante membro dell'Ordine. Uscendo e proseguendo verso
la Graça, c'è un pannello di azulejos, sul lato opposto agli altri
due, che suggerisce due itinerari diversi per visitare l'Alfama, con una nota,
troppo lunga per essere riportata, tratta dal libro "Legendas de Lisboa"
di Norberto de Araujo, . Subito dietro, il bastione che costituisce le fondamenta
su cui si erge la Igreja è il resto di una antica fortificazione visigotica
dell'VIII secolo, la "Cerca Velha" (Cinta Vecchia) o "Cerca Moura",
perché fu mantenuta dagli Arabi e poi dai Crociati, costituendo il più
antico baluardo difensivo della città; i resti sono anche conosciuti
come "Portas do Sol" e conducono in basso, all'Alfama, lungo numerosi
e ripidi scalini. Proprio di fronte c'è una statua di São Vicente
che regge nella mano sinistra, accostata al petto, una barchetta con dei corvi,
chiara allusione all'arrivo delle sacre spoglie in città secondo la leggenda
popolare. Mentre mi incammino lungo la Calçada da Graça, una lunga
salita verso l'omonimo Miradouro, mi torna in mente un particolare di questa
mattina, mentre passeggiavo a Nord del Castelo de São Jorge: che ci faceva
una Cadillac originale e decapottata nella Mouraria, parcheggiata sotto un palazzo?!?
Boh... Quando arrivo sulla piazza della chiesa, rimango in parte deluso: per
gran parte la vista è occupata dai quartieri più moderni di Lisboa.
Vado a sedermi su una panchina proprio di fronte all'ingresso della Igreja da
Graça, dando le spalle al Miradouro; ma basta che io mi giri di poco
per vedere sulla destra il Castelo e la Mouraria, la Baixa, l'Elevador de Santa
Justa e il Bairro Alto, con quelle che sembrano le arcate gotiche semidistrutte
del Convento do Carmo. Più in fondo, i pilastri che sospendono il grande
ponte sul Tejo. Un particolare che avevo già notato nell'altro Miradouro
torna a colpirmi: sono i primi posti panoramici che visito, dopo il Corcovado,
sprovvisti di quell'orrendo canocchiale a pagamento per i turisti; forse è
il segno che è l'intero panorama che merita di essere visto, non i singoli
particolari... Le bandiere sventolano stanche sulle torri del Castelo, e sotto
l'ombra fresca di questi pini ci si rilassa perfettamente, lasciando che il
pomeriggio passi lento: i lisboeti si mischiano ai turisti, tra i tavolini del
bar e sulle panchine, con la scusa di una birra per gustarsi invece il panorama
e il riposo ombreggiato. Entro nella chiesa: il contrasto tra la piacevole temperatura
esterna e la fredda aria all'interno mi fa rabbrividire, costringendomi a chiudere
la giacca per evitare un malanno. L'interno è monumentale: un'unica navata,
con quattro nicchie-cappelle per lato, il transetto e un profondo altare, in
cui è ospitato, in un tripudio di decorazioni baroccheggianti, un crocifisso
con dietro quello che, nel Mosteiro dos Jerónimos, era definito "Santissimo
Sacramento": qui però la cappella del SS. Sacramento è l'ultima
del lato sinistro della navata, come indicano i cartelli: cosa sia quella specie
di enorme tabernacolo sul fondo riesco proprio a capirlo. Interessante la decorazione
del soffitto: in cinque medaglioni, dipinti tra l'ingresso e la piccola cupola
centrale, sono inseriti dei cartigli su alcuni altari, con putti raffigurati
di spalle e frontalmente; nei cartigli sono dipinte le seguenti parole: "Ave
Maria/Gratia Plena", "Dominvs/Tecvm", "Benedicta Tv/In Mvlieribvs",
"Benedictvs/Frvctvs", "Ventris Tvi, Jesvs". In pratica si
tratta delle parole rivolte dall'Angelo a Maria nell'Annunciazione, nonché
del nucleo originale della preghiera dell'Ave Maria, prima cioè che la
Chiesa aggiungesse la parte seguente, in cui la Madonna è vista come
capace di intercedere presso suo figlio per la salvezza delle anime, dottrina
che non si trova nei Vangeli. I colori predominanti sono il rosa e il bianco
in alto, mentre le cappelle sono in gran parte di legno scuro o dorato; contengono
alcune statue lignee di santi, della Madonna assisa in trono o di Cristo. Esco,
e il sole quasi mi acceca. Vado verso la Feira da Ladra, una specie di Porta
Portese, un mercatino dell'usato che si tiene proprio oggi: nelle sue vicinanze
ci sono solo due chiese da vedere. Imbocco la Travessa das Monicas e trovo per
caso una esposizione d'arte contemporanea, che vorrei avere più tempo
di osservare, ospitata nello sconsacrato (e non segnalato sulla guida) Convento
das Monicas; passeggio un po' tra le opere in mostra, il tema è "A
perda do Eu pelo Outro" (La perdita dell'Io per l'Altro), e trovo due frasi
sui pannelli che mi pare valgano la pena di essere registrate: "Non sono
le forme esteriori che materializzano il contenuto di un'opera pittorica, ma
invece le forze=tensioni che animano queste forme", Vassily Kandisnky.
e poi "Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno osserva in nessuna
circostanza", Sherlock Holmes, Il Mastino dei Baskerville, Sir Arthur Conan
Doyle. Quest'ultima frase in particolare mi sembra che riassuma lo spirito con
cui mi accosto ai luoghi e alle persone attraverso cui viaggio: cerco di notare
anche l'ovvio, perché ovvio non lo è mai nulla, in fondo. Lo spazio
dell'antica chiesa si adatta perfettamente a museo di arte contemporanea, e
le opere, anche se non tutte allo stesso livello, si staccano dai pannelli e
dai muri come fossero dotate di vita propria. Riesco dopo pochi minuti, camminando
ancora sotto il sole che picchia forte, troppo per essere a fine marzo. Arrivo
alla Igreja de São Vicente, costruita nel luogo dove si accampò
Dom Afonso Henrique, futuro primo re del Portogallo, durante l'assedio di Lisboa.
La chiesa non suscita alcuna particolare impressione, dall'esterno come all'interno,
sia per i lavori di restauro sia per gli enormi spazi privi di decorazioni;
è la prima delusione della giornata. Esco e il riflesso della luce sul
bianco della scalinata mi lascia inebetito per qualche secondo; fa davvero caldo,
con la giacchetta addosso. Tralascio di visitare le tombe dei re portoghesi,
nemmeno sapendo il perché, e continuo per la Feira da Ladra, curioso.
Il mercatino comincia subito dopo un grande arco sulla fiancata destra della
chiesa, ma non è niente di speciale: più che altro robaccia, qualche
ambulante nord-africano con la solita mercanzia che si vede nei mercatini e
nelle fiere di tutta Italia. Unico particolare che mi lascia stupito, una camionetta
della Polizia ben visibile, cui ci si può rivolgere in caso di necessità:
i poliziotti stanno chiaccherando tranquillamente tra loro, e si godono un pomeriggio
caldo e soleggiato. Vado verso un grande edificio, tanto bianco da sembrare
costruito tutto di sale: è il Panteão Nacional, e visto che c'è
una mostra all'interno che occupa gran parte degli ambienti, evito di pagare
il biglietto per qualcosa che non mi interessa, do una velocissima occhiata
ed esco. Peccato non aver potuto visitare la cupola, ma sarà per la prossima
occasione. Ritornando verso la Baixa, gironzolo un po' per l'Alfama; più
che pittoresco, il bairro storico mi sembra davvero povero. Riposo infine i
miei stanchi piedi all'ombra della Igreja de Santo Estevão, godendomi
una bella vista sul Tejo e sull'Alfama bassa. Entro nella graziosa chiesetta,
mentre alcune donne recitano il Rosario, ed esco senza disturbarle sul piccolo
piazzale, dove dei ragazzini hanno improvvisato una partitella di calcio. Colgo,
mentre mi allontano, un ragazzo che esclama soddisfatto "Faz muito que
não lembrava um dia assim" ("Era da un pezzo che non ricordavo
un giorno così") ed un vecchietto che annuisce di rimando. Arrivo
alla Igreja de São Miguel, ma è chiusa; prendo quindi la strada
verso la Baixa. Ad un tratto un bivio: proseguire attraverso l'Alfama o uscire
sull'Avenida che costeggia il Tejo? Decido di continuare, e il destino mi premia
facendomi scoprire una fontanella senz'acqua, ma di gusto: due pesci che incrociati
manderebbero un duplice getto. Quello che però rende questa fonte speciale
è la piccola lapide su cui è incisa una poesia, riportata qui
per intero: FONTE DO POETA "Nesta fonte que fala na surdina de qualquer
coisa que eu não sei ouvir matei agora mesmo a minha sede e sentei-me
ao pé dela a descansar. Não havia no ar mais do que a luz finissima
da tarde num adeus... Uma luz moribunda e solitaria a despedir-se frágil
pelos céus. E à medida que a luz se diluia nas sombras que nasciam
lentamente a fonte no silencio mais se ouvia. Mais limpida, mais pura e mais
presente... Anoiteceu. Ninguém, só a voz dela só essa voz...
Ao longe num desmaio o timbre vivo e pálido de um grito. Levantei-me.
Deixei-a. Tristemente acendeu-se uma estrela no infinito." ANTONIO BOTO
FONTANA DEL POETA "A questa fonte che parla nel silenzio di qualcosa che
io non so udire avevo appena spento la mia sete e mi ero seduto ai suoi piedi
a riposare. Non c'era altro nell'aria che la luce finissima del pomeriggio in
un addio... Una luce moribonda e solitaria ad allontanarsi fragile tra i cieli.
E a misura che la luce si scioglieva nelle ombre che nascevano lentamente la
fonte nel silenzio si sentiva sempre più. Più limpida, più
pura e più presente... Si fece notte. Nessuno, solo la sua voce solo
questa voce... Lontano in uno spavento il timbro vivo e pallido di un grido.
Mi alzai. La lasciai. Tristemente si accese una stella nell'infinito."
ANTONIO BOTO Esco attraverso un basso arco dall'Alfama e passo davanti allo
Chafariz del Rey, un bell'edificio che risale al XIII secolo ma che venne ricostruito
completamente alla metà del Settecento. Passo anche davanti alla curiosa
Casa dos Bicos, con la sua facciata ricoperta da "diamanti" di pietra.
Sono stanco morto, gli ultimi metri nella Baixa mi sembrano non finire mai.
Poi la doccia mi ridà la forza di leggere almeno qualcosa sul letto e
di progettare qualcosa per la cena. Quando esco dalla pensione, il cielo sembra
più perfetto del verso di una poesia, più bello dei colori di
qualunque quadro; invita a passeggiare e così mi dirigo al Terreiro do
Paço: le ruas della Baixa semideserta risplendono nell'aria tiepida e
nell'incanto che si sprigiona dal fiume sullo sfondo; i gabbiani sono sagome
nette nel cielo che si tinge d'azzurro e d'arancio, in un dolce tramonto di
primavera; non c'è una nuvola, e l'altra riva risalta nitidamente. Passeggio
fino al Cais do Sodré, lungo il Tejo, poi imbocco una via per il Chiado
mentre si accendono i lampioni e il cielo si indora. Passeggio lungo Rua do
Alecrim, raggiungo Largo Camões e proseguo per Rua da Misericordia, prima
di imboccare la traversa che mi porta dritto al Restaurante Trindade, quello
vero: affollatissimo, ma essendo da solo trovo subito un posto per sedermi e
ordinare. Alle pareti azulejos, che raffigurano su un lato i quattro elementi
(terra, acqua, aria, fuoco), dall'altro tre stagioni (primavera, estate, autunno:
manca l'inverno perché il pannello corrisponde ad una porta a vetri).
Sul lato di fondo, mentre al centro si apre un passaggio per un'altra sala riccamente
decorata (sempre da azulejos, ovviamente), due allegorie dell'industria e del
commercio ai lati completano i pannelli della prima sala, alternati ad altri
puramente riempitivi, raffiguranti una testa di leone vista frontalmente tra
foglie e altri motivi. Il locale è di ottimo livello, anche se non serve
certo la giacca per presentarsi. I bagni di cui mi servo, prima di una buonissima
sopa de marisco, sono al top del comfort e della pulizia; del resto se il locale
sta festeggiando i 165 anni di attività e l'edificio è patrimonio
pubblico della città, un motivo ci deve pur essere. Unico difetto che
riscontro, ma presente ovunque, è la fastidiosa presenza di fumatori
e non-fumatori nella stessa sala: sono davvero tanti i portoghesi che amano
il vizio del fumo, a quanto pare. Quando arriva il mio bacalhau com natas è
una vera sorpresa: dall'aspetto sembra una specie di frittata di patate molto
alta, invece è solo la panna che forma una crosta dorata sul merluzzo;
all'inizio, per colpa della temperatura altissima, il piatto non mi sembra granché;
ma mentre si fredda, la panna rivela tutto il proprio lussurioso, calorico,
peccaminoso piacere, costringendomi alla fine dell'abbondante portata a boccheggiare
sazio... Chiedo tuttavia la carta dei dolci e dei dessert: decido di prendere
una macedonia, per alleggerire, ma il cameriere mi comunica che "è
appena terminata" (sarà vero?)... A questo punto decido: se deve
essere una serata calorica e senza dieta, esageriamo! "Una mousse al cioccolato,
purché di produzione della casa, prego". Arriva in un attimo ed
è buonissima: ha un solo difetto, la scarsa quantità! Una nota
a margine della cena: per il fatto di girare con un taccuino prendendo appunti,
sembra che io sia stato scambiato per un critico gastronomico, il che forse
ha influito un po' sulla eccellente qualità del servizio; nonostante
i tavoli fossero tutti occupati e numerose persone fossero in attesa di un posto,
quando avevo bisogno di qualcosa c'era sempre lo stesso cortesissimo cameriere
a prendere gli ordini. L'ho visto diventare bianco, quando gli ho fatto notare
che dopo un quarto d'ora ancora non mi era arrivata l'acqua e avevo già
finito l'antipasto... e controllava che non scrivessi nulla! Chiudo con un buon
caffè e chiedo il conto: poco meno di 30.000 lire, 2835 escudos per essere
precisi. Aggiungo cento escudos ai 3000, come mancia, e mi avvio satollo verso
l'uscita. Raggiungo il web café per controllare la posta: nessuna novità,
tutto per il meglio, vedo messaggi anche da persone che non rispondevano da
molto tempo alle mie e-mail. Mi sento allegro e torno alla Tertulia per un buon
bicchiere di Porto: mentre bevo, brindo alla salute dei miei amici, dovunque
si trovino in questo momento e qualunque cosa stiano facendo. La voce di Ella
Fitzgerald e le note del CD riempiono delicatamente l'aria. Chiacchero qualche
ora con i gestori, mentre il poco denaro che ho in tasca basta appena per un
maracujá... purtroppo e per fortuna, perché altrimenti stasera
finirei per ubriacarmi! Quando esco dal locale, il Bairro Alto è animato
da ragazzi e ragazze: forse sarebbe un'ottima sera per conoscere qualcuno, e
soprattutto qualcuna; sento che non ho voglia nemmeno di provarci, mi sta benissimo
così, e lascio che i miei pensieri fluttuino vaghi, mentre attraverso
Largo Camões e imbocco Rua Garrett, che spunta a pochi passi dal mio
alloggio.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 6/7
Domenica 01 aprile Mi sveglio finalmente un po' riposato. Gigioneggio a letto,
la giornata sembra buona ma il Castello, visita in programma per questa mattina,
apre i battenti gratis dalle 10, che è l'ora in cui esco per fare colazione;
pessima sorpresa, il Café São Martinho da Arcada è chiuso,
come quasi tutta la Baixa. Poco male, decido di arrivare fino alla Casa dos
Bicos. Prendo il solito caffè e un pastel de nata: nessuno dei due è
granché. Ritorno a passeggiare nella Baixa semideserta, arrivo al Rossio
e a Praça da Figueira; sembrano esserci solo turisti e poliziotti oggi
a Lisboa, questi ultimi praticamente ad ogni incrocio: il gallego della pensione
poi mi spiegherà che la polizia era per la Maratona di Primavera, che
si correva oggi. Mi arrampico a fatica lungo le stesse strade di ieri, arrivando
alla Igreja de São Cristovão. Il sole ha reso l'aria pesante anche
per deglutire, dalla temperatura sembra che sia maggio e sudo un po' prima di
raggiungere il Castelo, sul cui arco d'ingresso, datato 1842, una lapide a sinistra
riporta il nome del Conte di Thomar, noto bastione templare: oltrepassandolo,
mi chiedo quali significati ne avrebbe tratto il protagonista del Pendolo di
Focault. Arrivo sull'ombreggiato piazzale e svolto subito verso sinistra: niente
poteva prepararmi al panorama di Lisboa da quassù. L'altra riva del Tejo
è leggermente coperta dalla nebbiolina che si alza dal fiume. Le barche
a vela filano veloci sotto il ponte 25 Abril, sorpassando le pesanti navi da
carico ancorate nei bacini industriali. Un gabbiano vola altissimo verso oriente
e due rondini planano eleganti sull'Alfama, in direzione opposta. Sull'altra
riva del "Mar de Palha" (come Lisboa definisce il Tejo) il grande
monumento che vuole ricordare il Corcovado di Rio de Janeiro abbraccia il panorama
di Lisboa tutta intera, in un vero e proprio atto d'amore. Molto più
vicina, la Praça do Comercio brilla sotto il sole e ancora più
a sinistra si vedono le torri della Sé, irte di merlature moresche. Proprio
di fronte si stendono i tetti della Baixa, le stradine che portano al Chiado
e al Bairro Alto e gli archi del Convento do Carmo, splendida reliquia scheletrica
della Lisboa che fu. Distantissima la torre di Belém, il monumento alle
scoperte e sulla destra la lunghissima cresta della collina di Monsanto, su
cui virano gli aerei che atterrano oltre le moderne torri dei centri commerciali.
Spostandosi verso il lato sinistro del piazzale, i tetti delle case sottostanti
del quartiere dell'Alfama sono così vicini tra loro che ci si potrebbe
passeggiare fino alla riva del fiume, saltellando da uno all'altro. Proseguendo
verso destra, lungo il perimetro si incontra una terrazza, la più occidentale,
da cui lo sguardo spazia fino alla Praça Marques de Pombal e al Parque
Eduardo VII. Incontro, proprio in questo punto, la targa che Gorka mi aveva
raccontato di aver visto: si trova sotto quello che sembra un albero vecchissimo,
ma ancora capace di fiorire. AO VIANDANTE "Tu que passas e ergues para
mim o teu braço, antes que me faças mal, olha-me bem. Eu sou o
calor do teu lar nas noites frias de inverno. Eu sou a sombra amiga que tu encontras
quando caminhas sob o sol de agosto E os meus frutos são a frescura apetitosa
que te sacia a sêde nos caminhos. Eu sou a trave amiga da tua casa, a
tábua da tua mesa, a cama em que descansas e o lenho do teu barco. Eu
sou o cabo da tua enxada, a porta da tua morada, a madeira do teu berço
e do teu proprio caixão. Eu sou o pão da bondade e a flor da beleza
Tu que passas, olha-me bem e... não me faças mal." AL VIANDANTE
"Tu che passi e alzi il tuo braccio contro di me, prima di farmi male,
guardami bene. Io sono il calore del tuo camino nelle notti fredde d'inverno.
Io sono l'ombra amica che incontri quando cammini sotto il sole di agosto E
i miei frutti sono la frescura appetitosa che sazia la sete lungo i sentieri.
Io sono la trave amica della tua casa, l'asse della tua tavola, il letto in
cui riposi e il legno della tua barca. Io sono il manico della tua zappa, la
porta della tua casa, il legno della tua culla e della tua stessa bara. Io sono
il pane della bontà e il fiore della bellezza. Tu che passi, guardami
bene, e... non farmi male." Avanzando oltre, il ristorante Casa do Leão
regala un pranzo con i fiocchi e la splendida vista su Lisboa proprio dalle
mura del Castelo, ma a prezzi decisamente più cari di quelli che voglio
spendere. In una terrazza sopra il ristorante un vanitoso pavone mostra la sua
livrea a tre consimili e ai turisti che lo fotografano e riprendono, all'interno
di una piccola zona chiusa da antiche mura. Altre due terrazze accessibili da
qui portano all'altezza dei pini e degli altri alberi, le cui chiome incorniciano
squarci di paesaggio. Si scende sull'altro lato, per un camminamento che porta
quasi fino al piazzale da cui ho cominciato la visita. Nascosta in un angolo,
una targa celebra un avvenimento storico di grandiosa portata: nel 1499 in questo
palazzo dell'Alcáçova fu concessa udienza dal re Dom Manuel I
all'Ammiraglio Dom Vasco da Gama di ritorno dal suo viaggio di scoperta della
rotta marittima per le Indie. Terminata la visita alla cerchia esterna delle
mura, con quel che resta dell'antico borgo medievale di Santa Cruz, si entra
nei grandi e spogli cortili del Castelo, da cui si accede alla cerchia muraria
interna e ai camminamenti tra le torri. La vista da qui è ancora bellissima,
ma molto coperta dalle chiome degli alberi sul lato della Baixa. Salire su una
delle tre torri più alte rende l'idea dell'imprendibilità di questo
castello nei tempi antichi: si tratta ancora oggi di uno dei punti più
alti di Lisboa, che permette di guardare alla pari le lontane e moderne torri
commerciali dei quartieri esterni. Rimango a leggere, seduto al sole, su un
angolo dei camminamenti di ronda, incurante dei turisti che passano. Poi, quando
cominciano a farsi sentire i morsi della fame, scendo dal Castelo, passo davanti
alla statua di Dom Manuel I "O Venturoso" (mentre non c'è traccia
di quella di Dom Afonso Henriques, menzionata dalla guida!), di fronte ad un
altra targa sotto un albero, sempre con la stessa iscrizione, ed esco dal borgo
per andare a pranzo. Il ristorante consigliato dalla guida è chiuso,
così mi dirigo verso lo Chapitô, che è anche una specie
di locale notturno sulla Costa do Castelo, dalla bella veranda all'aperto. Ordino
un Chouriço assado com vodka, annaffiato da Guaraná: anche se
è di marca Brahma, che non è la migliore, mi sembra comunque un
nettare divino, per il solo fatto di ricordarmi un sapore brasiliano. Chiudo
il pranzo con una torta di lamponi ed un caffè. Il cielo va coprendosi
con qualche nuvola, e proprio non ho voglia di fare niente, perciò penso
di andarmene a riposare in camera per qualche ora, prima di uscire e prendere
il traghetto per Cacilhas, dove intendo cenare: invece rimango per un bel pezzo
seduto al comodo tavolino, sorseggiando ancora una Guaraná e leggendo
all'aria aperta invece che in camera mia. Poi torno alla Pensão e cado
in un profondo sonno ristoratore: mi sveglia il fracasso di numerose auto con
i clacson spiegati a festa, insieme a una sete incredibile nella bocca impastata.
Compro una piccola bottiglia d'acqua dal simpatico gallego che mi ospita, vegeto
ancora un'oretta a letto, scegliendo cosa fare prima di cena e dove mangiare
poi. Esco a prendere un caffè in Rua São Nicolau: il cielo non
ha più nemmeno una nuvola a coprire le sue intime e azzurre profondità.
Il sole ingentilisce e riscalda teneramente l'anima dei numerosi turisti che
passeggiano lungo Rua Augusta (quanti italiani!), incuranti dei suonatori di
strada e dei poveri mendicanti che stendono le braccia mormorando frasi sconnesse,
rivolti verso qualcuno che solo loro vedono: o forse parlano con se stessi,
come gli ubriachi, per sentirsi meno soli. Avrei voglia di fermarmi da uno di
loro e chiedere di raccontarmi la sua storia (ognuno ne ha una, ed ha sempre
lati interessanti da cui imparare qualcosa); ma non sono certo della loro reazione,
né di essere in grado di capirle. Così tiro dritto fino allo sventrato
Rossio (o Rocio), dove i lavori per il prolungamento della metropolitana verso
il Terreiro do Paço tolgono il piacere di visitare la famosa piazza lisboeta.
Entro invece nella manuelina facciata della stazione ferroviaria, per telefonare
a casa; è occupato. Poco male, faccio un giro all'interno: impressione
pessima, scale e corridoi sporchi e maltenuti; il tabellone delle partenze annuncia
appena sei treni nella prossima ora, tutti diretti a Sintra. Ritorno all'esterno,
passeggiando fino alla Praça dos Restauradores: l'ottocentesco monumento
si erge solitario nel grande spiazzo, attraversato solo da pochi turisti e circondato
dal solito stormo di piccioni. Attacco la leggera pendenza di Avenida da Liberdade,
lungo il viale alberato se non più bello, di sicuro più originale
che abbia visto. Veri e propri giardinetti occupano i marciapiedi, che sono
ornati da decorazioni in bianco e nero ricamate con piccoli tasselli di pietra,
a incorniciare aiuole e panchine. Al centro, una larga strada a quattro corsie
ospita lo scarso traffico di una Lisboa che festeggia il pomeriggio domenicale.
Andando avanti, sul lato destro della via, un monumento che pare un dispetto
alla Spagna: è l'eroe Simon Bolívar, "libertador" del
Sud America. Sul lato sinistro, una cinquantina di metri più avanti,
un bianco monumento alle vittime della Grande Guerra. Mentre passeggio, incontro
l'ennesimo cieco lisboeta, e mi chiedo come mai la città ne sia così
piena: mi domando anche se questo abbia a che vedere col romanzo "Cecità"
dello scrittore e premio Nobel José Saramago. Un vecchio barbone attraversa
la strada e si ferma a frugare nel piccolo cesto della spazzatura, dalla stretta
imboccatura, prima di sfogare la sua ira incompresa ad alta voce, rivolto come
sempre a qualcuno che solo lui sembra vedere: un amico che tradì la sua
fiducia? Una donna amata che derise la sua passione? Un immaginario compagno
di strada? Di certo non se ne preoccupa il bianchiccio e corpulento svitato
che corre su e giù lungo lo stesso marciapiede da mezz'ora, maglietta
e pantaloncini neri, l'aria affannata e il volto sudato, lo sguardo un po' tonto
e il passo pesante. Poco più avanti, il giardinetto all'inglese cede
il posto a lunghi tappeti d'erba in cui altissime palme affondano le loro radici;
proprio sotto una di queste palme, quattro immigrati dall'aspetto indiano hanno
improvvisato un piccolo e discreto pic-nic: probabilmente vengono da Goa, un
tempo colonia portoghese, e sorseggiano tranquilli una birra ciascuno, seduti
di fronte all'Instituto Português da Juventude. Supero un incrocio guardato
da quattro candide statue di illustri personaggi, una per ogni angolo, e arrivo
alla Praça Marques de Pombal; il sole, ancora piuttosto lontano dal tramontare,
già non riscalda più, e una fresca brezza che proviene dal Parque
Eduardo VII mi fa tossire un po'. Oltrepasso, grazie al sottopassaggio della
Metropolitana, la Praça, dominata dalla gigantesca figura del Marchese,
che guarda alla Baixa come un sovrano al proprio regno, . Gli ultimi metri,
quelli lungo la collina del Parque, sono i più ripidi e ci vogliono venti
minuti a passo stanco per arrivare al Miradouro: solo poche coppie, qualche
vecchietto e delle persone che passeggiano con il cane popolano il Parque, mentre
il sole tramonta lentissimo a occidente. Quando finalmente mi metto a sedere
su una panchina, poco sotto la piccola ruota panoramica in cima al colle, lo
spettacolo che mi si offre quasi mi sbigottisce: in fondo, un po' a sinistra,
lontanissimo il Castelo de São Jorge, con la Mouraria ai suoi piedi;
davanti a me, ma molto più in basso, la statua del Marques de Pombal
domina l'ampia ansa del Tejo, i quartieri del Rossio e della Baixa, di cui si
intravede un lato di Praça do Comercio. Più a destra, gli alti
colli del Bairro Alto e di Estrela. In fondo a tutto, sull'altra riva, Cacilhas
si intravede nella bruma che sale dal fiume, tanto largo e ampio che da quassù
sembra un lago. Ridiscendo dal lato opposto a quello per cui sono salito, verso
sinistra, e incontro una costruzione piuttosto moderna, che però ha dei
pannelli di azulejos tra i più belli che mi sia capitato di vedere a
Lisboa: è il Pavilhão dos Desportos. Sono raffigurati Dom Manuel
I bambino di fronte al mare di Sagres, la battaglia di Ourique, una "Ala
dos Namorados" che non viene spiegata nel cartello di fronte, e da ultimo
(sulla facciata, perché se ne intravedono altri sulle pareti interne,
ma la cancellata è chiusa) un veliero che segue la rotta del Cruzeiro
do Sul, costellazione descritta per la prima volta da un marinaio portoghese
nel 1500. Mi disinteresso completamente dell'Estufa Fria sull'altro lato del
Parque, e scendo veloce verso la fermata della metro. Arrivo a Cais do Sodré:
il ristorante consigliato dalla guida è chiuso e i locali intorno sembrano
abbastanza malfamati, con strip-tease e discoteche dalle insegne al neon mezze
scassate; decido di andare a cena verso Rua dos Bacalhoeiros, risalendo allo
Chapitô dopo aver mangiato. Passo davanti alla Praça do Municipio,
attento stavolta alla piccola e interessante scultura al centro: è il
Pelourinho, una triplice colonna a spirale scolpita in un unico masso di pietra.
Cerco un posto semplice e poco costoso, non ci impiego molto a trovarlo visto
che i ristoranti aperti sono decisamente pochi: il proprietario (o il cameriere,
non saprei dirlo con certezza) è simpatico, mi tratta bene e mi lascio
consigliare una cherne grelhada com batatas e tudo (ovvero verdura lessa). Visto
che in pratica mi porta un trancio di pesce spada, chiedo qual è la differenza
tra peixe espada e cherne. Il primo, mi spiega, è un'anguilla, mentre
il secondo è della stessa famiglia dell'espadarte, che è il pesce
spada come lo conosciamo noi. Visto che il piatto era eccellente, mi faccio
consigliare ancora un piatto di pesce e mi prepara delle sardinhas. Il nome
del ristorante è Gaiola, e per quanto piccolo è confortevole.
Le sarde sono eccellenti e il fatto che le cuociano con le interiora, oltre
a insaporirle maggiormente, dà un'idea di quanto fresco e pulito sia
il pesce. Solo in Sardegna in precedenza avevo mangiato delle sarde cucinate
così. Conto finale, con due bottigliette d'acqua, 2650 escudos: più
che accettabile, ma ho dovuto controllare il conto (c'erano 400 escudos di troppo)
e non mi ha fatto la ricevuta. Passeggio verso lo Chapitô, passando davanti
alla Sé, così illuminata da sembrare molto più bianca di
quanto sia realmente; costeggio il Miradouro de Santa Luzia e guardo giù:
il paesaggio è un po' buio e il cielo, poco fa di un blu da manto principesco,
si copre di grigie nuvole che il vento porta con sé. Arrivato al locale,
mi accomodo ai tavolini esterni, perché dentro c'è troppa gente
e l'aria mi sembra viziata. Sto sorseggiando tranquillo una ginja quando si
presenta un tipo curioso, vestito con una specie di smoking troppo corto, che
lascia intravedere le calze bianche ai suoi piedi, chiusi in scarpe di vernice
nera; alto, con una specie di vassoio d'argento che tiene stretto sotto il braccio,
l'aria totalmente stralunata, fisicamente sembra un misto tra Massimo Troisi,
Groucho Marx e John Lennon. Combina un casino dentro e fuori il locale, per
poi dirigersi al piano di sopra, che è adibito a ristorante, a far involontariamente
ridere qualcun altro. Dopo un po' riesce, si ferma a chiaccherare con un gruppetto
di persone, poi passa anche da me, va ancora da un un altro e riesce sempre
a far ridere tutti. Una barzelletta vivente in pratica, non sai cosa farà
o dirà e già ti fa ridere, solo per la postura e per come si muove.
Una ragazza carina mi porta la guaraná che ho chiesto; lei non è
granché, ma probabilmente se dovessi indicare la ragazza più carina
che abbia visto a Lisboa sarebbe lei: non è bella, ma ha un non so che
di dolce nel volto che me la rende particolarmente gradevole. Purtroppo il mio
tentativo di agganciarla non va a buon fine, nonostante i miei complimenti:
non mi aspettavo di meglio, ad ogni modo, e mi accontento del suo sorriso e
del suo imbarazzato ringraziamento. Riesco, scendendo come al solito per le
escadinhas de São Cristovão, Rua de Santa Justa, Rua Aurea, Rua
da Vitória, Rua do Crucifixo; tutte le vie sono deserte, anche se non
è tardi. Bevo una bottiglia d'acqua e leggo un po', prima di buttarmi
sul letto a dormire.
Oggetto: [RECE] Lisboa (marzo 2001) - 7/7
Lunedì 02 aprile Lisboa è tornata a nascondersi: sotto la pioggia
che cade leggera ma fitta la città lavora e va di corsa, protetta da
qualche ombrello e dai cappotti. Mentre siedo a metà mattina al Café
Martinho da Arcada, bevendo un bica e assaporando gli ultimi due pasteis de
nata del mio viaggio, il traffico di Praça do Comercio è tornato
quello dei giorni prima del week-end. Non tira molto vento, per fortuna, e poco
dopo smette anche di piovere: mi dirigo alla più vicina delle casse automatiche
per ritirare soldi con la Visa Travel Money e scopro di avere un grosso problema,
perché tutti i bancomat mi informano che "per problemi di comunicazione"
non possono sganciare neppure un escudo. Penso che si tratti di un problema
passeggero, e non mi preoccupo molto, anche se rimpiango di non poter avere
questa certezza. Nel frattempo vado a comprare una bottiglia di vino rosso portoghese
(Tinto da Talha) per Eduardo, da cui sono invitato per il pranzo. Poi rientro
in camera, visto che i pochi soldi in tasca non mi permettono di scialacquare
oltre e che ha ricominciato a piovere. Esco solo per recarmi a casa del mio
ospite: il pranzo è eccellente, la compagnia gradevolissima, e mi rammarico
per non aver potuto comprare dei fiori per la moglie di Eduardo: oggi pomeriggio
infatti dovrà recarsi in ospedale per togliere dei punti di sutura. Spiego
loro la mia situazione con la Visa, che si rifiuta di funzionare: chiamano la
loro banca e tramite la direttrice vengono a sapere che stamattina in effetti
c'era qualche problema con i bancomat; nel pomeriggio quindi dovrebbe tornare
tutto a posto. Dopo un lauto pasto, con caldo de verde e bacalhau enrolado com
ervilhas de acompanhamento, seguiti da uno squisito arroz doce e peras cozidas,
più un caffè per chiudere, Eduardo mi mostra la casa e il giardino;
gioco un po' con la piccola Amalia, sua nipote di 9 anni, poi ci rechiamo io
e lui presso la filiale della banca, per provare la Visa, scoprendo che il problema
persiste. Eduardo mi aiuta finché può, ma è già
in ritardo con l'appuntamento all'ospedale, così devo vedermela da solo
con i vari impiegati di alcune banche; tutti gentilissimi, ma tutti ugualmente
all'oscuro dell'esistenza del mio mezzo di pagamento elettronico, e quindi impossibilitati
ad aiutarmi. Desolato, mi avvio a piedi verso la Baixa dalla fermata di Arroios:
più o meno è la distanza che ho percorso ieri fino al Parque,
ma stavolta in discesa. Non posso nemmeno spendere 100 escudos per il biglietto
della metro, se voglio cenare con qualcosa di più di un panino grazie
ai soldi in tasca. Nella sfortuna però trovo almeno un lato positivo:
ha smesso di piovere da un pezzo, e nonostante sia uscito un bel sole caldo,
riesco a camminare sempre all'ombra, evitando di sudare; il percorso poi, sulla
carta molto lungo, si rivela in realtà di appena due chilometri fino
a Praça da Figueira. Lungo la strada, per usufruire del bagno di un bar
senza comprare nulla né chiedendo un caffè oppure un bicchiere
d'acqua, mi fingo ignaro della lingua e pronuncio con accentuata ostentazione
"May I use the bathroom, please?". Il tizio non mi capisce, non parla
una parola d'inglese; ed in effetti mi rendo anche conto che avrei dovuto usare
"toilet" al posto di "bathroom". Indico il WC e lui, guardandomi
con disprezzo e rassegnazione, mi consegna la chiave per evitare di doversi
spiegare. Chissenefrega della sua opinione, penso uscendo pochi istanti dopo,
soddisfatto: non sempre conviene mostrare di saper parlare la lingua locale,
dopo tutto! Non appena arrivo sotto la pensione, uso gli ultimi crediti della
scheda telefonica comprata all'aeroporto per chiamare mia madre e dirle di richiamarmi
in camera: faccio appena in tempo a darle il numero e cade la linea. Quando
rispondo le dico di cercare quel maledetto numero gratuito di aiuto internazionale
della VISA; cinque minuti dopo ho il numero, ma devo telefonare da una linea
fissa: mi spiegano che alla Posta ce l'hanno e che posso chiamare da lì,
la telefonata è comunque gratuita. Vado in Praça do Comercio:
la gentile telefonista che risponde all'altro capo della linea mi consiglia
di attendere ancora mezz'ora, prima di chiedere di nuovo l'anticipo contanti
con procedura d'emergenza. Quando, passati quaranta minuti, vedo che la situazione
con i bancomat non si è sbloccata, richiamo e chiedo cosa devo fare:
lei mi comunica un codice di sicurezza e mi dice che tra devo ritirare tutti
i soldi che restano nella carta (in escudos). A questo punto, pensando che poi
dovrò comunque cambiarli in lire pagando commissioni proporzionate alla
somma, mi converrà cambiare direttamente i soldi che ho con me dall'Italia.
Il risultato è che i miei soldi nella Visa non ci sono più, non
li accredito in nessuno sportello bancario portoghese, e quando ritornerò
in Italia dovrò chiamare per riaverli indietro dalla mia banca. Alla
fine cambio 10.000 escudos e vado a comprare due bottiglie, una di Licor Beirão
e una di Ginja Espinheira, da portare a casa. Torno in camera e chiacchero a
lungo con il galego sui ristoranti lisboeti in cui sono stato, scoprendo che
ha lavorato praticamente ovunque: è stato in moltissimi locali della
Baixa, e nel costoso Portugália che ho visto oggi lungo Avenida Almirante
Reis. Poi esco, diretto al Cais de Sodré per prendere il traghetto verso
Cacilhas. Cammino a passo svelto mentre il sole che ho di fronte irradia d'oro
i marciapiedi e le acque del Tejo che va a morire nell'Oceano. Il traghetto
è in partenza, e già molto carico di pendolari; mentre si dirige
lento e traballante all'altra riva del fiume, increspando le onde, vedo allontanarsi
Lisboa dietro di me, baciata dai raggi solari al tramonto, nella calda serata
di primavera, l'ultima che trasorro a Lisboa, per fortuna con un tempo splendido.
Arriviamo e attracchiamo al molo, seguendo le istruzioni ricevute mi incammino
verso destra. Passano dieci minuti di cammino lungo il nulla, con il fiume a
sinistra, e vecchi magazzini abbandonati a destra; silenzio ovunque, interrotto
solo dal frangersi delle onde sulla pietra. Poi arrivo in vista dei due ristoranti:
"Atirate-ao Rio" è chiuso, opto quindi per il "Ponto Final",
direttamente di fronte ai Docks di Alcântara. Sulla sinistra c'è
il ponte 25 Abril, sotto cui passa lentissima una grande nave porta-containers.
Lontano, sulla destra, sventolano le bandiere sulle torri del Castelo. La vista
è gradevole, ma nulla di particolarmente eccezionale. Acquista maggior
valore man mano che si conosce Lisboa, per il gusto di riconoscere i vari bairros
e le colline su cui sorge la città. Qualche soffice batuffolo di cotone
volteggia in cielo e il sole ne abbrustolisce un lato a occidente, mentre cala
oltre la costa di Estoril. A dieci metri da me un silenzioso pescatore getta
la lenza nel Tejo, il berretto calcato sulla fronte e le mani in tasca, a proteggerle
dal vento che a quest'ora soffia più forte, come mi spiega il ragazzo
che mi serve al tavolo. Gli chiedo se l'altro ristorante funzioni e mi dice
che oggi è il giorno di riposo, come la domenica sera: il Ponto Final
invece chiude domani. Ordino una salada de bacalhau com grão, molto abbondante
come antipasto, e mentre attendo le pataniscas com arroz de feijão sbocconcello
il pane insieme alle ottime olive nere. Nel frattempo vicino al mio tavolo si
siede un altro ragazzo straniero, anche lui da solo. Attacchiamo a chiaccherare
e finiamo per coinvolgere anche il cameriere nei nostri discorsi sulle condizioni
in cui versa la zona: dovrebbe essere oggetto di profonda ristrutturazione,
e probabilmente sarebbero i 3 chilometri di lungo-fiume più fighi d'Europa!
Nel frattempo si fa notte, il vento smette di soffiare forte e Lisboa si imbelletta
di luci, costringendomi a stupire per l'ennesima volta: è uno spettacolo
davvero affascinante vedere, tra il cielo blu e il fiume che scorre lento, le
tante cupole, le colline, il castello... Lisboa! Il traghetto impiega un attimo,
un lungo sognante attimo pieno di ammirazione, prima di accostarsi all'altro
molo, sul Cais do Sodré. Mi incammino lungo Rua do Alecrim per infilarmi
per l'ultima volta nel mio cantuccio al bancone della Tertulia, salutando Arthur,
il ragazzo olandese, in Largo Camões. La serata trascorre allegra, chiaccherando
di tante cose con le simpatiche signore del locale e con un poeta lusitano:
o almeno, così me lo presenta una delle due. Poi quando esco, pagando
2050 escudos di bevande, tra saluti e abbracci e un sacco di nostalgia per il
locale, cammino un po' per il Bairro Alto: la serata è splendida, e i
tanti ragazzi e ragazze per strada vagolano tra un bar e l'altro, ebbri di vita
e di gioventù. Lisboa ci accarezza e ci coccola con la sua aria frizzantina,
mentre verso il Chiado già passano i primi netturbini della notte. Saluto
la statua di Pessoa, compunto lungo la via Garrett, e mi avvio a salire le scale
in Rua do Crucifixo, per l'ultima notte a Lisboa, città che dopo i primi
giorni di totale incomprensione mi è entrata nel cuore. Martedì
03 aprile Eccomi qua, in partenza proprio ora che avrei voluto rimanere. Oggi,
prima di andare all'aeroporto, visita alla Confeitaria de Belém per prendere
un paio di confezioni di pasteis appena sfornati, poi alle Poste per le cartoline
da inviare. Il cielo, che mai come a Lisboa ho guardato tanto, è annuvolato,
ma con ampi squarci di luce da sud, forse per mezzogiorno sarà migliorato.
Mi sorprendo a pensare che non ho ricevuto sorrisi per strada da nessuno sotto
i 40 anni, come se le nuove generazioni avessero perso la voglia di affrontare
con gioia la vita, la giornata; o forse era solo la mia faccia a volte assonnata
e a volte stanca a non ispirar loro un sorriso cordiale? Arrivo al Mosteiro
dos Jerónimos, compro due tubi di pasteis, un altro pastel me lo pappo
insieme al caffé e torno verso Cais do Sodré. L'autobus 25, prima
di lasciare il centro di Lisboa, sembra volermi fare un ultimo regalo, passando
per Praça do Comercio, la Baixa, Praça da Figueira, Rossio, Restauradores,
Avenida da Liberdade, Praça Marques de Pombal, Parque Eduardo VII; mi
dona così la vista rapida di tante cose che ho imparato ad amare pian
piano. E le amo così tanto che mi sento scemo, ma quando mi siedo davanti
all'uscita di imbarco, mi scappano singhiozzi e lacrime come se stessi lasciando
dietro di me una persona carissima: e, in un certo senso, è proprio così.
FINE -- Marco Zecchinelli