di Polvere
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6/5
Martedì
Ok, prima annotazione sul diario di viaggio (anche se è il secondo giorno):
saranno notti lunghe e difficili…il letto è un francobollo di dimensioni
1 piazza e mezzo per 185 cm (come fai a dire che è proprio 185? Facile,
io sono 1,85 m, e difatti non c’entro!!). Praticamente io sto in diagonale,
e la Francy nel triangolo rimasto.
Comunque siamo in quel di Lisbona, dove notoriamente circolano leoni, gazzelle
e antilopi, e invece, sapendo che arrivavano degli italiani abituati al freddo
(ma de che?! 30 gradi c’erano domenica!) li hanno sostituiti con pinguini
e foche! Insomma, tira un vento cane e c’è 12°-18° min-max.
E io ho portato tutta roba estiva…strano!
Il viaggio è stato piuttosto tranquillo. Degni di nota:
- la partenza da Peretola con l’A319. Ha dato un’accelerata che
sembrava di essere su uno shuttle. Per forza, c’ha due metri di pista
ed è un trespolo da 120 posti. Comunque aereo nuovo di zecca.
- I posti in prima classe sul Roma-Lisbona. A quanto pare avevano cambiato la
configurazione dell’aereo, e molte poltrone di 1° erano finite in
seconda. Mamma come sono comode.
Ancora degni di nota:
- il pasto servito da Alitalia: una cosa immangiabile!
- I ritardi di entrambi gli aerei: 30 minuti il primo, 1 ora il secondo. Ah,
la puntualità italiana…
All’arrivo ci hanno accolti lo zio e la zia della Francy, che ci hanno
accompagnato dalla già mitica Maria de Jesus, la zia della zia, che ci
affitta le camere, una signora sulla sessantina che parla a mitraglia solo in
portoghese (che pensavo fosse più simile all’italiano, e invece
non si capisce un’acca!). Penso che impareremo molto presto, conversa
con noi come se ci si conoscesse da 20 anni e soprattutto come se ci capissimo
alla perfezione.
Condividiamo la casa (che è stranissima, un corridoio lunghissimo con
da una parte la stanza da pranzo e una camera, e via via il bagno, 2 camere,
poi camera sua e la cucina) con una brasileira, con la nonna italiana di Treviso.
…Pausa, perché Maria de Jesus ci ha tenuto una conferenza stampa in portoghese stretto per dirci di non stare tutti sul letto sennò si stronca, che siamo abbronzati, che sembra che si sia stati al mare e che gli stranieri dicono che il mare in Portogallo è bello… tutto ciò in una mezz’ora…
Ieri sera cena in un ristorantino consigliato da Maria, senza infamia e senza lode.
Stamattina sveglia verso le 8,45 (io), colazione, due chiacchiere con la Maria
e via alla scoperta di questa città. Direzione, giù verso il mare…ah
no, è il fiume…alla faccia!
Percorriamo l’avenida de Libertad, che ci porta verso il Rossio, prima
zona di Lisbona che non sia solo un fiume di macchina. Molto bella la piazza,
dove ci si comincia a rendere conto dell’onnipresente piastrellatura che
ricopre i marciapiedi, le piazze, le vie…
Una cosa che salta agli occhi è la foltissima presenza di persone di
colore, dovuta sicuramente al passato di colonizzatori a Capo Verde, Angola
etc.. Fa un po’ Stati Uniti…
Dalla piazza ci addentriamo nel centrale quartiere del Rossio, dove una serie
di altoparlanti manda di continuo una musichetta portuguesa. Il quartiere devo
dire che è molto carino, e (ma no) anche turistico, si comincia a sentire
qualche italiano.
Facciamo la prima spesuccia turistica per salire sull’elevador de Alta
Justa, da dove si gode una bella panoramica della zona. Peccato tiri un vento
cane, ed abbia addosso tutte e due le uniche felpe che mi sono portato dietro.
Le foto cominciano già a sprecarsi… questo giro con la nuova digitale
(regalo della Francy).
Da qui cominciamo ad avviarci verso il quartiere dell’Alfama e il castello
di S. Jorge.
Via via che ci avviciniamo all’Alfama le stradine diventano più
strette e suggestive, tutte in salita e discesa, con scalinate e angolini a
strapiombo sulle case del livello sotto.
Direi che passeggiare per l’Alfama è stata la parte più
piacevole della giornata; il Rossio è più monumentale e sfarzoso,
l’Alfama più genuina.
Si arriva così al castello di S. Jorge, che regala delle belle vedute
sulla città e il Rio Tejo, ma in se stesso non è così eccitante.
Ah, una nota pittoresca: si entra in una chiesetta carina prima dell’Alfama
(mi sembra si chiami di Sant’Antonio), in cui vediamo incunearsi un’orda
di turisti. Una volta riempita, appare il prete. Claro, sarà ora della
messa! Si, peccato che sia in ITALIANO per 2 pullman di italiani…come
mai mi dà così noia trovare le brancate di italiani quando sono
all’estero? Sarà che mi inquinano il posto…boh!
Dal castello decidiamo di farci un giro sulla linea del tram n° 28, consigliato
un po’ da tutti (compresa la Lp). In realtà, sarà la quantità
di gente che c’è sopra, sarà che devi stare più attento
ad arreggerti che a guardare fuori, ma non s’è visto un granché,
a parte due simpatici manigoldi che cercavano di mettere le mani nelle tasche
dei turisti e che le ritiravano appena li guardavamo. Sono scesi dopo due fermate
per disperazione…
Ritorno verso casa per una doccia prima di cena, e poi taxi verso un ristorante
verso la zona di Alcantara dove la Fra aveva mangiato 4 anni fa.
…sonno, si continua domani…
7/5
Mercoledì
Oggi giornata pesa…sarà per il continuo vento a 42000 nodi, il
sole, la camminata, il sonno arretrato portato dietro anche dall’Italia,
ma sono cotto!
Stamattina partenza in direzione Bairro Alto, dove arriviamo dopo aver chiesto
qualche indicazione in perfetto italo-portoghese, e sbagliando puntualmente
la pronuncia della parola Bairro.
In Bairro Alto non c’è niente di particolare da segnalare, è
un quartiere famoso per la vita notturna (ah, già, è mattina…),
carino per le sue viuzze e i suoi scorci, riempiti da gente che lavora, passeggia,
chiacchiera. Insomma niente monumenti spettacolari e palazzi da capogiro come
può essere una Tour Eiffel, solo il cuore reale della città. Sarà,
ma a me rimane più impressa nella memoria una passeggiata come questa,
che non il museo taldeitali o il palazzo del pinco pallino, dove scendi davanti
con la metro, te lo guardi, e riparti. Come disse qualcuno (che ora non mi ricordo)
per apprezzare una città la devi girare a piedi, per perderti nei suoi
meandri.
Così da qui verso il Chado e via giù nel Rossio, di nuovo, che
sorpassiamo per andare a pranzo in Alfama nella Cais de Alfama, che ieri ci
aveva attirato per l’odorino.
Qui ci abbiamo schiacciato le 13,40, complice anche un signore sulla sessantina,
un cameriere, che si è messo a parlare con noi in italo-portoghese. Quando
gli abbiamo detto di essere di Firenze, al grido di “la culla del rinascimento,
Leonardo, Donatello, Raffaello” (si, e Sprinter?) ci ha spiegato che dipinge,
ed è andato a prenderci qualche sua opera, molto carina, a dire il vero.
Questo diversivo ci ha obbligati ad un precipitoso ritorno verso casa, dove
alle 14,30 avevamo appuntamento con un cicerone d’eccezione, lo zio della
Francy.
Ci ha scarrozzato un po’ a giro per la città, portandoci al Cristo
Rei (bella veduta di Lisbona dal terrazzo), passando per il ponte 25 Aprile,
giorno della liberazione (come in Italia), liberazione incruenta in cui è
morta una sola persona (che peraltro manco c’entrava! Non si è
fermata ad un posto di blocco perché doveva portare le medicine alla
moglie…).
Dopodiché siamo tornati di qua dal Rio Tejo, per dirigerci verso Belem.
Abbiamo parcheggiato sotto il bel Monastero di Jeronimo (chiuso, è tardi),
per poi visitare il monumento agli scopritori (tradotto liberamente dal portoghese),
la cui piazza, interamente a mosaico, rappresenta una carta geografica, e la
torre di Belem. Ma direi che la cosa più significativa di Belem è
la sua pasticceria, Pastais de Belem, la più antica di Lisbona, dove
fanno i deliziosi “pasticcini” di Belem, un conchino di sfoglia
piena di creme leite (tipo latte alla portoghese, che in Portogallo non esiste!),
appena sfornati. Io l’ho preso solo per cortesia (non mi piacciono granché
i dolci), e invece me ne sono innamorato!
Meta successiva il Parco delle Nazioni, ex Expo, un avveniristico quartiere
nato appositamente per l’esposizione marina del ’98. Tutto incentrato
sul tema acqua, il parco merita una visita; ospita l’oceanario, un centro
commerciale, alcuni edifici futuristici (uno ha una pinna sul tetto), e un monte
di Lisboesi che fanno Jogging, passeggiano, prendono il sole etc…
Oltre ai Lisboesi, insieme a 4 italiani, vagava un mezzo fantasma, silenzioso
e raffreddato, nonché cotto come un culo…ossia io, che il sonno,
il raffreddore allergico e il vento avevano trasformato in un semi-zombie semovente.
Nonostante questo sono riuscito a ritrascinarmi di nuovo verso la macchina,
dove mi sono posizionato nel sedile posteriore per schiacciarmi un pisolino
mentre Marcello (da pronunciare rigorosamente in portoghese, ossia Marselo)
puntava verso la sua nuova Campi Bisenzio, come l’ha chiamata lui, ossia
Odivelas, una cittadina ad una ventina di minuti fuori Lisbona, dove avremmo
cenato tutti insieme. La serata è stata piacevole, passata tra un’infinita
serie di battute per gli equivoci che l’italiano e il portoghese tirano
fuori dai loro “falsi amici”: vedi ragno, che in portoghese è
il moccolo, o il burro, che è l’asino, o il verbo ficare, che in
portoghese ricorre spessissimo, dato che significa stare, con lo zio della Francy
(Marcello) che a fine serata era in come da traduzione simultanea…
Oh, finalmente si va a letto e mi faccio una bella dormita…eh, dice di
si, in quel francobollo di letto…
8/5
Giovedì
Stamattina la destinazione è l’Oceanario del Parque de Naçoes,
quello visitato ieri. Solita colazione alle 9 dopo la sveglia, che avviene a
ore differenziate. Si parte dalle 8 per la Federica, che appena esce dal bagno
chiama la Sara, che è seguita dalla Francy verso le 8,30, che viene a
svegliarmi verso 10 minuti prima delle 9. Questa è l’ora in cui,
dopo il consueto “Bom Dia!” alla Maria, che risponde compiaciuta
con un “Oh, portughese!”, ci sediamo per spazzolare come dei facoceri
turcomanni tutte le paste che ci compra ogni mattina. Dopodiché io mi
risbacchio sul letto ad aspettare che le gentil donzelle abbiamo finito le proprie
opere di restauro, che terminano con uno squillo di trombe e una ola verso un
quarto alle dieci con una ola.
Okay, tutto ciò per avere uno spaccato delle nostre mattinate lisboesi.
Arriviamo all’oceanario dopo diversi cambi di metro, ed entriamo dopo
un salasso di 11 euro. Ci aspetta la mostra fotografica di un fotografo subacqueo
di National Geographic (foto molto suggestive), e poi l’oceanario vero
e proprio.
Devo dire che vale veramente i 9 euro che costa (2 erano per le foto). E’
suddiviso in 4 parti, una per ogni oceano: indiano, artico, pacifico, atlantico.
In ogni parte è ricostruito il clima specifico, e sono ospitati anche
degli animali (per lo più uccelli). Al centro un enorme vasca circolare
(alta una quindicina di metri) propone “il mare aperto”, dove si
possono guardare da vicino, separati solo da uno spesso vetro, una miriade di
pesci: squali, mante, razze, tonni, pesci luna e chi più ne ha più
ne metta. Veramente bello!
All’uscita decidiamo di pranzare comprando qualcosa al centro commerciale
del parco delle nazioni, così da risparmiare un po’.
Decidiamo così di dirigerci verso casa, dove visiteremo le estufas (che
non sono stufe, bensì serre) nel Parco Edoardo VII, così da essere
vicini anche alla stazione degli autobus per informarci sugli orari per Porto.
Le estufas sono due serre (una fria, fredda, e una quente, calda), che ospitano
piante da tutto il mondo. E’ soprattutto piacevole passeggiare per i loro
sentierini, perché ti ritrovi un po’ nella natura e nella tranquillità,
dopo aver passato una giornata per le caotiche strade di Lisbona. Purtroppo
la nostra visita ha vita breve, perché il guardiano viene a buttarci
fuori quando siamo allo svacco su una panchina, dato che l’ora di chiusura
è vicina. Ok, andiamo a vedere questi benedetti orari del bus, sperando
che siano un po’ meglio di quelli del treno. E invece no, purtroppo! Per
andare a Porto ci toccherebbe a partire alle 7, questo significa, con i nostri
ritmi mattutini, svegliarsi alle 5,30, e così decidiamo di lasciar perdere.
Prendiamo allora qualche altro orario, per Coimbra e Sintra, e decidiamo di
avventurarci in una conversazione con Maria per avere un consiglio, una volta
arrivati a casa. Scopriamo così che a lei non piace Porto, perché
è grigio e triste, mentre Sinora è carina, ma sicuramente lei
consiglia Coimbra, che è “muito linda”. Okay, vada per Coimbra.
Per cena decidiamo di andare in una casa del Fado in Alfama, al Clube do Fado.
Ci soffermiamo a dare un’occhiata ai prezzi del menu esposto fuori…”uhm,
ecco, forse forse stasera non mi va di sentire il fado!” “ Si, effettivamente
fa un po’ fatica anche a me, eh?” Bene, lasciamo fare, non ci va
di spendere 20 euro per un piatto di qualsiasi cosa.
Capitiamo così per caso in un ristorantino, dove la Francy dice di essere
stata con suo zio 4 anni fa, e dice di aver mangiato bene. I prezzi sono ragionevoli…si
entra. Il ristorantino in questione è una stanza non più grande
del salotto di casa mia, con 6 tavoli e un bancone, dietro al quale c’è
una signora che ci fa accomodare. Non si scorgono porte nel locale, da qui il
dubbio: ma dove diavolo cucinano? Arriva il marito a prendere le ordinazioni,
e ci chiede per prima cosa se volgiamo il pane. Certo che lo volgiamo, che non
ci mangiamo gli antipastini? “Uhm, ok, guardo se ve lo procuro, perché
è finito”, e esce di corsa dal ristorante. Dopo un po’ la
signora, ridendo e scherzano, viene da noi dicendosi qualcosa in quella difficile
lingua che è il portoghese. Fortuna che accanto a noi dei portoghesi
ci traducono in italiano: se volete metto sulla brace un po’ pane di ieri.
Come no! Claro! Come la signora appoggia il vassoio con il pane abbrustolito,
rientra il marito tutto trafelato, che guarda la tavola, la moglie, e scuote
la testa rattristato della sua inutile scorribanda per mezza Lisbona per trovarci
un po’ di pane. Tutto ciò in realtà condito da grasse risate
di tutti gli astanti presenti, moglie compresa.
A questo punto possiamo ordinare: bacalhau na braza (baccalà alla brace),
omeleta, salada de atum (tonno) e espadarte (pesce spada). La signora si avvia
dietro il bancone, e comincia bellamente a sbattere le uova, mettere i pesci
sulla brace che ha nascosta chissà dove, e a lavare l’insalata.
Pare di essere a cena dalla nonna! A cottura ultimata, non è che ci porta
i piatti, bensì viene al tavolo, e con un (liberamente tradotto) “su,
meninho, passami il piatto”, torna indietro, lo riempie e ce lo riporta,
con un bel “buon appetito”.
Perla finale, dopo aver chiesto una fetta di torta, ripassando accanto al nostro
tavolo col vassoio ormai quasi vuoto, ci guarda, e ci lascia tutto il vassoio!
L’atmosfera della serata è stata fantastica! Perché andare
in un ristorante col cameriere che ti versa l’acqua e spendere un miliardo,
quando puoi mangiare bene lo stesso, con poca spesa, e divertendoti molto di
più! Ah, per la cronaca, il ristorante è la Lanterna Verde, in
Alfama, poco dopo il Clube do Fado.
Un taxi ci riporta a casa, dove crolliamo a letto cotti come sempre. Domattina
dobbiamo anche alzarci prima…
9/5
Venerdì
Stamattina sugli attenti presto, per essere fuori di casa alle 7,45! Si narra
di gente che si è svegliata alle 6 (e ha pure troncato lo schiantadores
(scaldabagno) della Maria!). In fretta e furia raggiungiamo la stazione degli
autobus in Saldanha, dove ci attende un comodissimo autobus granturismo a due
piani con dei seggiolini comodi, ma così comodi, che tempo dieci minuti
già ronfavo come un ghiro tailandese. Del viaggio non mi sono neanche
accorto (così come la Francy), mentre la Sara e la Fede se la sono chiacchierata
tutta. Mah, chissà come hanno fatto.
Arrivo a Coimbra verso le 10 e mezzo, per raggiungere il centro poco dopo. Il
centro cittadino si è presentato subito tutto vicoli, stradine e mercati,
tutto su un saliscendi uguale, se non peggio, a Lisboa. Raggiungiamo la cima
della collina che ospita il cento e la famosa università. Arrivando da
dietro, come abbiamo fatto noi, si incontra l’ala nuova dell’università.
Che ti fa domandare perché diavolo sia così famosa e visitata.
In realtà, la vera università è veramente molto bella.
Effettivamente c’è una bella differenza tra frequentare le lezioni
a Santa Marta e in aule come quelle, coi bachi di legno in salita, gli azulejos
alle pareti, e i mobili di legno massello in stile. Vabbuò, sono un po’
invidioso…
Per pranzo decidiamo di sfruttare i prezzi favorevoli del bar dell’università,
che propone delle fantastiche baguette farcite per poco più di un euro,
anche perché c’è da aspettare il nostro turno per la visita
della biblioteca joannina, una vera chicca! Non mi ricordo quanti mila volumi,
alloggiati in mobili scaffalati in legno rosso, verde,nero e dorato, alti fino
al soffitto. Uno spettacolo.
La visita di Coimbra prosegue girando ancora per la cima della collina, tra
i quartieri degli studenti, dai quali pendono numerosi manichini impiccati.
Qualcosa tipo la Goliardia fiorentina, credo.
Un bel quadretto lo offre anche la Se Nova, la cattedrale nuova, e, a poca distanza
più sotto, la Se Velha (Cattedrale Vecchia), chiaramente chiusa, solo
oggi, per lavori di pulizia. Claro, no?
A questo punto decidiamo di accontentare la Fede, che da qualche ora ci rammenta
il monastero dove vive Lucia, l’ultima depositaria dei segreti di Fatima,
perché, così dice, l’ha visto a sereno variabile e sua zia
le ha detto che non se lo deve perdere assolutamente. Chiaramente anche la mitica
Lonely Planet non è immune da gravi errori come questi, e non riporta
questa indicazione (spero si capisca che sto ironizzando, eh!). Puntatine quindi
all’ufficio del turismo, dove la gentile impiegata ci indica il favoloso
monastero, raggiungibile con il tram. Eccoci quindi ad attendere l’autobus
meno frequente di Coimbra e dell’intera comunità europea, che si
materializza dopo 30-40 minuti di attesa. Chiediamo al conducente di indicarci
la fermata giusta, scendiamo, ed è qui che tutto l’alone di mitologia
che circonda il monastero di clausura di suor Lucia si manifesta: (voce di Fantozzi
su On) un terrificante casermone in stile cubista (nel senso che è un
cubo), chiuso completamente ad ogni tipo di sguardo. Mentre siamo indeciso se
uccidere o no la Fede (e sua zia) per averci consigliato questa ottava meraviglia
del mondo moderno, come per magilla si apre una porta, e una suorina (sarà
mica proprio Lucia) ci chiede se vogliamo visitare la chiesa. Con le lacrime
agli occhi e le ginocchia tremanti, rispondiamo di si. A questo punto veniamo
scambiati per quattro pellegrini (“venite da Fatima?”), e, ormai
presi dal nostro ruolo, fingiamo (più che altro io e la Sara, dato che
la Fra e la Fede un minimo di praticanza (eh?) cristiana ce l’hanno) la
più pia delle visite, finché suor taldeitali non viene a riaprirci
la porta.
Spendiamo le ultime due ore disponibili a Coimbra per gironzolare un po’
in zona Monastero, e per comprare il necessario per la spaghettata di stasera
con Maria de Jesus de Deus (si, si chiama cosi, Mamma, Babbo e Figliolo): pomodori
e cipolla (il basilico non ce l’hanno), con ritorno finale per le stradine
del centro, dalle quali torniamo verso la stazione degli autobus.
Per il ritorno ci scambiamo i ruoli: io e la Francy dormiamo solo una mezz’ora,
la Sara entra in coma dopo 5 minuti dalla partenza (subito dopo il signore di
colore seduto dietro a noi, che resterà in coma farmacologico fino all’arrivo),
e la Fede un po’ ronfa, un po’ bestemmia perché sta scomoda.
In compenso io mi godo un po’ della campagna portoghese, che è
un misto tra collina toscana, macchia mediterranea e pinete marittime (non credo
di aver reso l’idea, ma vabbè).
Arriviamo a casa con un indecoroso ritardo (più delle nove) e troviamo
Maria un po’ sfavatella per la storia dello scaldabagno, che un tecnico
ha riparato. Sfavamento che le è passato poco dopo, quando è entrata
in camera nostra e ci ha spiegato per bene il problema con più calma
e serenità, complice anche l’amore (forse neanche platonico) per
la Francy. Ok, tutto risolta, ma lei stasera non cena, ha mal di pancia. Ce
e andiamo così al ristorante anche stasera, veloci perché abbiamo
fissato con Marcello & company per andare al Casinò di Estoril.
Al Casinò nulla di particolare da segnalare, se non la vincita di 4,80
euro della Fede alla slot machine, che invece che rigiocare la vincita come
fanno un po’ tutti quelli che vanno al casinò una volta ogni tanto,
se li è intascati, riprendendo il quasi il 100% della spesa (5 euro).
I realtà, da segnalare anche la miriade di scoppiati con addirittura
la carta di credito infilata nella slot, tutti presi dai loro 1000 crediti ancora
da giocare…mah, gran brutto vizio, il gioco.Rientro a casa verso l’una.
Notte!
10/5
Sabato
Oggi giornata dedicata (nelle intenzioni) allo shopping pre-rientro (gran brutta
cosa, viaggiare con tre donne!). La mattina se n’è però
andata quasi tutta con la visita al Monastero di Geronimo a Belem. E’
uno dei pochi posti che abbiamo trovato pieno di turisti, ma vabbè, questo
giro non ne abbiamo neanche trovati tanti (e soprattutto, non italiani). Il
monastero è un bell’esempio dell’architettura manuelina,
tutta archi, quasi a formare una ragnatela. In realtà la parte più
bella è il chiostro, dove si respira un po’ di colonizzazione araba
(secondo me, eh, non sono un critico). Sembra più un palazzo mediorientale.
Comunque direi che è l’unico “monumento” di Lisbona
che merita di essere visitato anche come luogo puramente turistico. Intendo
dire che facendo una gita della città, di quelle a processione dietro
una tizia con l’ombrellino alzato, questa visita mi avrebbe comunque fatto
piacere. Boh, non credo di essermi spiegato, ma le mie idee sono sempre piuttosto
contorte…vabbè, io mi capisco J
All’uscita, irrinunciabile la visita alla Pastais de Belem, la più
antica pasticceria di Lisbona, che sforna a ciclo continuo i superbi “pastel
di Belem”, già sopraccitati per la precedente visita con lo zio
della Francy. Assaggino in loco, più acquisto di 3 confezioni da portare
a casa, sperando che arrivino intatti (il pasticcere dice che vanno 3 giorni…
tipo il pesce?).
Ok, ora è proprio il momento di dedicarsi agli acquisti. Torniamo in
centro, nell’ormai familiare Rossio, dove soprattutto le gentili donzelle,
capitanate dalla Fede che sembra decisa a portare regalini a tutta la Toscana,
si lanciano nei negozi di souvenir. In realtà dei souvenir tipici locale
(per la frequenza con cui vengono proposti) sarebbero degli immensi panetti
di fumo o bustine da 14 tonnellate l’una di marijuana, che in Rua Augusta
ti vende chiunque. Si avvicina un tizio qualsiasi, e con fare disinvolto e per
nulla losco come potrebbe accadere dalle nostre parti, apre una mano che per
capienza sembra un guanto da baseball, e ti mostra la merce. Il bello è
che è pieno giorno! Nemmeno si fosse ad Amsterdam… Rinunciamo chiaramente
all’acquisto con un tranquillo “No, no”… certo che il
prezzo glielo potevamo anche chiedere… scherzo! J
Dopo pranzo, ormai stremato dal regime souveniristico, mi balena nella testa
un’immagine, come un’illuminazione divina: “Ma quel grande
monastero che vedevamo dal quella piazzetta in Alfama, con dietro il Panteao
Nacional, non l’abbiamo mica visitato, vero?” (Per la serie, io
la butto là!). “Si, no, boh, io devo finire gli acquisti…eh
anch’io…” “Dai, per la strada sai quanti ne troviamo
di negozietti!” Per fortuna la Francy mi dà una mano, e allora
ci avviamo verso il tram 28 che ci porterà su. Tale tram questa volta
decide di tentare di strappare all’autobus numero 3 di Coimbra il primato
di bus meno frequente della Comunità Europea, presentandosi così
alla fermata dopo soli 25-30 minuti (contro gli 8-15 dichiarati dal cartello),
e, non contento, si impantana per un tempo interminabile ad un semaforo bloccato.
Ad un certo punto l’autista (o il mandino, come lo chiamo io) decide che
sarà lui l’eroe della situazione, e si dirige verso la cassetta
elettronica del semaforo, la scassina, e per magilla ecco il verde! Standing
(e per forza, figurati se c’era posto a sedere per tutti) ovation e ole
per lui…
Il monastero è degno di nota (anche il suo nome: Mostero de Sao Vincente
de Fora !!): su tutte le pareti fanno bella mostra di loro antichi azulejos,
che danno un aspetto veramente suggestivo alla visita. Saliamo fino sulla torre,
da cui si domina la città, dove scatto le mie ultime foto con la nuova
digitale (regalo della Francy).
Dietro il monastero ci incamminiamo per il mercatino delle pulci, che qui chiamano
“feire de ladra” (ferie da ladra), sotto consiglio di una gentilissima
signora che addirittura ci ha spiegato tutto in inglese. Il mercatino è
proprio un bric a brac, con la peggio roba sbracalata da tutte le parti. Scopriremo
poi (ce lo diranno Marcello e la Teresinha) che qui rivendono anche la roba
che rubano la notte. Non è la prima volta che della gente si ricompra
il proprio autoradio! Ahhh, ecco perché lo chiamano “feire da ladra”!
Comunque simpatico, mi sento di consigliare una visitina. In realtà mi
piace sempre visitare i mercatini, sono un bello spaccato della realtà
locale, no?
Durante il rientro la Fede riesce a procurarsi gli ultimi regali, ed anch’io
acquisto il mio unico ricordino (come hanno fatto anche le altre 3): una bottiglia
di Ginjinha, un delizioso liquore alla ciliegia, venduto in un bugigattolo in
Largo Domingo. Il bugigattolo in questione è perennemente pieno di Lisboesi
che trincano questo nettare degli dei a tutte le ore. Noi chiaramente non ci
siamo tirati indietro!
Via, è l’ora di tornare, abbiamo detto alla Maria che avremmo cenato
alle 8, e sono già le 7, e dobbiamo farci tutti una doccia. All’arrivo
a casa, si dà il via alla preparazione della sontuosa jantar (cena) a
base di spagretti (come li chiama la Maria de Jesus), con il più classico
(e semplice) del moglio (sugo): pomodori. Verso le 8,20, in perfetto ritardo
italiano (ma anche portoghese, da quello che ci ha raccontato Marcello: dice
che sono tremendi!), vengono chiamati a raccolta i commensali, pronti a fronteggiare
una lunga cena in portoghese. Ma il fido Collins (che non è il cane,
bensì il vocabolario tascabile) è dalla nostra…
Al 3’ del primo tempo Maria si libera sulla fascia e si lancia sul piatto
di spaghetti con forchetta e coltello, prontamente fermata dai difensori italiani:
occhè si mangia gli spaghetti co’i’coltello?! Infila la forchetta,
e gira, gira, gira!” Brava, la signora, impara presto (e sgrana tanto!).
La cena scorre tranquilla conversando allegramente su un milione di temi: la
storia del Portogallo e la dittatura di Salasar, l’orientamento politico
del Portogallo verso gli americani e la guerra, le telenovelas e i quiz in televisione,
i doppisensi italo-portoghesi, la politica italiana e Berlusconi.
Ragazzi, non vi dico la stanchezza alla fine della serata: come aver fatto un
esame a ingegneria! Ad un certo punto le ho detto: “Maria, estò
cansado de falar portuguese” E quando questo succede, si comincia a parlare
maccheronico, spiegandole che si comincia “a dizer plavras ao acaso!”.
Tanto non s’aveva più banane, ed era anche tardino.
E’ stata comunque un’esperienza piacevole, interessante e istruttiva.
Però ora buonanotte!
11/5
Domenica
Ultimo giorno in terra portoghese, anzi, ultime ore. Un taxi ci preleva da Rua
Ferreira Lapa, che dopo aver salutato Maria de Jesus de Deus con caldi abbracci
(tipo ciao nonna, ci vediamo la prossima settimana!), ci porta all’aeroporto
(che a Lisbona è veramente in città), dove ci attende già
la nonna della Francy, accompagnata da Marcello e Teresinha.
L’ora dell’imbarco non tarda ad arrivare (oddio, in realtà
si, anche questo volo è partito con mezz’ora di ritardo! Grazie
Alitalia), e così salutiamo anche i nostri ciceroni e ospiti.
Questa volta non ci toccano i sedili da prima classe, e dobbiamo accontentarci
della turistica in fondo all’MD-80, vicino ai motori che fanno un rumore
infernale. Il pasto è la solita (ma proprio la solita, o quasi) schifezza,
consumato subito dopo (menomale) un bel po’ di turbolenze, che ormai non
mi mettono più sul chi va là.
Si atterra Roma e corriamo verso il nostro secondo volo, un minuscolo ATR 72
a elica, che sarebbe anche partito in orario (mancavamo solo noi provenienti
da Lisbona), se non fosse che un ragazzo di una scolaresca in gita si presenta
all’imbarco dicendo di aver dimenticato la carta d’imbraco (appunto)
nel sedile dell’altro aereo…non siamo proprio destinati alla puntualità,
via…
Volo comunque tranquillo (il più tranquillo dei 4) e arrivo a Pisa (porc@
di quella… marrana di un’Alitalia che ci ha cancellato il comodissimo
volo Roma-Firenze), dove ci attendono un altro tragitto in bus, e poi un’ora
di treno carico stracarico di gente.
Alla stazione di Firenze Santa Maria Novella ci raccatta i’mi’babbo,
ed arriviamo a casa verso le 9. Ma stavolta non con quel gusto di tornare a
casa che hai dopo una vacanza prolungata…non ho neppure quella voglia
matta di una pizza o un piatto di spaghetti!
Vabbè, penso che di questo mi rifarò ampiamente ad agosto, dopo
33 giorni in Ghana!
Alla prossima!