Napoli e Sorrento

2002

di Marco Z.
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PARTENOPE E LE SIRENE

Benritrovati, amici cari...
Sei giorni in quel di Napoli e Sorrento sono stati una delle mie migliori esperienze di viaggio: a dimostrazione che l'Italia e i dintorni di casa propria sono sempre un luogo altrettanto affascinante che gli esotici mari del Sud (solo per citare un luogo lontano, non per fare polemica)... e a chi risponde che ora che è in forze viaggia lontano, pregherei di guardare mr. Karol Woytila e il programma dei prossimi suoi viaggi, oppure di ripensare ad Ardito Desio e compagnia bella... :-)
Vabbè, premessa per così dire "metodologica" conclusa... torniamo a noi... anzi, torniamo a Napoli, che è sempre "la più settentrionale delle città d'Africa" (Gassman, in 'Profumo di donna' di Dino Risi, come mi raccontarono nelle leggende i vecchi della mia tribù, quando ero al liceo)... Torniamo alle sue vie intorno alla stazione di Piazza Garibaldi, dove troneggia un cartellone pubblicitario con una bella modella, che ho fortuitamente incontrato a una lezione all'Istituto Universitario Orientale, iscritta al primo anno di Scienze Politiche... Torniamo a quelle vie, dicevamo, dove sembra davvero che Marrakech sia lì, tra i vicoli di Masaniello, e non alle porte del deserto marocchino... dove il kebab è ottimo e abbondante, e costa meno che a Fes, o quasi... Lì, dove il mercato della Duchesca offre tutto il campionario di falsari e di merce trafugata e rivenduta che l'immaginario collettivo si raffigura pensando a Napoli... Perché come diceva la mia amica Gaia, che di Napoli non è, "Napoli è un luogo dell'anima, tutti noi l'abbiamo vissuta attraverso il suo mito", e arrivarci ti costringe a riguardare alla sua oleografia e a trovarla terribilmente sbagliata o profondamente a fuoco...
Eccoci dunque, a Napoli... la città dei mille tesori sepolti (non è un modo di dire, le viscere della città sono una meraviglia che meriterebbe un viaggio apposito), della lussuosa nobiltà spagnoleggiante e borbonica e la miseria dei "bassi" ai Quartieri Spagnoli, dove passeggiando la domenica trovi le famiglie a tavola, che pranzano con vista sulle viuzze sporche e maleodoranti. La città dove la bellezza e l'abbondanza femminile (ma anche quella maschile) è prova certa dell'esistenza di un Dio attento all'estetica umana. Un Dio che ha concentrato in quei chilometri di costa le montagne, un vulcano, il mare splendente, le spiagge e il vino. La cucina... un trionfo di sapori diversi, decisi o raffinati, sempre al di fuori delle possibilità umane di raccoglierne le sfumature, adatte al palato degli dei...
Amo questa città, di un amore viscerale e immediato. Un amore tutto diverso dalla passione intellettuale che mi suscita Firenze, da quell'aria di salotto buono che respiro appena scendo a Santa Maria Novella. No, Napoli è la sala hobby della mia casa, l'Italia.
Qui c'è tutto quello che serve a ricreare il corpo e la mente... gli amici, le donne, la tavola, il sole... il sole che ogni tanto spariva, coperto da nubi, o scacciato dai temporali improvvisi di un maggio fin troppo estivo... Ma dov'ero rimasto, maledizione a me e alle mie divagazioni? Parlavo di cucina... no, non posso davvero descrivere la beatitudine di una mozzarella di bufala che si scioglie in bocca, cucinata alla perfezione su una pizza che non ha eguali al mondo... gustata da Anema e Cozze, a piazza del Gesù... no, mai potrei trovare alcun vocabolo che sia atto a ricreare per le papille gustative quel supremo sapore di ricotta che era parte del ripieno di un calzone fatto da Pasqualino, che sta a Piazza Sannazzaro a Mergellina da più di un secolo, e i suoi friarielli sono lì a testimoniare la validità di quella presenza... mai, fino alla prossima volta, saprò quanto sia buona la pizza di Palummella, sulla via che porta alla stazione di Mergellina dalla riviera di Chiaia, visto che domenica sera era chiuso... ma posso testimoniare l'assoluta onestà del Pizzicagnolo, pochi passi prima di Brandi, non lontano dalle alte volte della Galleria Umberto, dove un gruppo di ragazzi e ragazze ha improvvisato un concerto di percussioni dal suono tribale di sabato sera, prima che la municipale arrivasse a interrompere una musica non meno degna dello spettacolo di flamenco organizzato per il Maggio dei Monumenti nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino, dove di solito si tiene il consiglio comunale. Come dimenticare l'applauso che ha salutato la fine di quell'esibizione, mentre in bocca avevo ancora il sapore di un panino con mozzarella di bufala e prosciutto cotto arrosto, e negli occhi il bancone di quel pizzicagnolo, tale perfino nel nome sull'insegna?
Eppure... eppure non ho ancora detto una parola su nulla, se pure qualcosa ho detto... non è possibile mettere ordine tra le emozioni e i ricordi, ed è cosa saggia non farlo, mescolando l'incommensurabile ancora di più, perché come dice Catullo a Lesbia, "vivamus atque amemus" e poi "conturbabimus illa, ne sciamus, aut ne quis malus invidere possit". Catullo... eh già, Catullo, e le sue poesie tradotte al liceo... e Virgilio? Virgilio e il suo meraviglioso amore per questa costa, sacra ai greci e ai romani? All'Averno era uno degli ingressi agli inferi; forse, e mi piace credere che sia così, perché entrando nell'aldilà con una simile vista negli occhi non si sentiva il dolore... d'altronde, che cosa significa in greco Pausilypon, se non "ciò che calma il dolore"? E non era qui che morì la sirena Partenope, che diede il nome alla colonia greca, poi chiamata Neapolis, "nuova città"? Lungo questi chilometri di costa anche Omero vide navigare Ulisse, che si dovette legare all'albero per ascoltare il canto delle Sirene dagli isolotti di Li Gatti, a un tiro di fionda da Sorrento e Capri... ma torniamo a Napoli, senza spingerci già fino alla "terra dell'amore" ('Torna a Surriento') dove il profumo delle arance toglie il respiro agli uomini mortali, "tois brotois anthropois" avrebbero detto gli antichi colonizzatori di questo luogo in un convivio, bevendo nero vino mescolato ad acqua nella calura del meriggio....
Un lunghissimo sospiro mi attanaglia il cuore ripensando alla sfogliatella riccia (detta semplicemente "riccia") assaporata da Pintauro, lungo via Toledo (ma chi è napoletano la chiamerà sempre via Roma): uno dei posti che dimostrano l'assoluta falsità di tante previste norme igieniche per confezionare un prodotto eccellente ed esente da infezioni gastrointestinali... oppure alla "coda d'aragosta" assaggiata lungo via dei Mille e ripiena di crema chantilly, una deliziosa cena ipercalorica alle 19 insieme a Veronica e Gaia, due delle migliori persone che conosca... e sarebbe possibile non ricordare anche la bella amicizia con Lucia, che ho conosciuto da poco, senza diminuire il piacere di questo mio viaggio? No, non è possibile separare le due cose, Napoli e la sua gente, perché come stava scritto su una maglietta di Napolimania, "non sono io che sono razzista, siete voi che non siete napoletani"... soffro un po' d'invidia, se penso a chi nasce e cresce in quella città, guardando il Vesuvio e la baia, con Ischia laggiù... a chi se ne va a Castel Sant'Elmo e guarda il panorama fino a Capodichino, Capodimonte, e giù fino alla penisola sorrentina... a chi va a passeggiare innamorato a Castel Dell'Ovo, o nei giardini della Villa Comunale, tra la riviera di Chiaia e via Caracciolo.
Ma se anche dovessi elencare freddamente le mille meraviglie di questa meravigliosa città, commuoverei perfino il Cristo Velato della Cappella Sansevero, così vivo e ancora caldo nella sua marmorea carne bianca... no, bisogna essere come la statua del Disinganno, che si libera da una rete di menzogne e falsità, lacerando la pietra in cui lo strumento dei pescatori è perfettamente scavato ad avvolgere il corpo dell'uomo. Ma come, come fare? Come poter disingannarsi quando la Pudicizia è raffigurata in vesti così carnali e lussuriose, pur essendo la madre del committente? Qual è il significato di tutto questo tripudio di marmi bianchi e tessere colorate, eretto nel Settecento dall'eccentrico (ed è dir poco) Raimondo di Sansevero? Qual è il mistero che rende impossibile capire come siano stati realizzati i due studi anatomici dell'apparato circolatorio dell'uomo e della donna? Usciamo da queste metafore della conoscenza, e scopriamone un'altra, l'amore per i libri che rende Napoli un vero scrigno a cielo aperto per chi ama la lettura... una lunga tradizione di filosofi, dottori universitari, biblioteche private, e molto altro ancora, ha reso l'aria di Napoli pregna di sapere, di cultura, di gusto per il dialogo. Ogni angolo di Napoli, dal basso ai quartieri-bene, è una scenografica quinta in cui Platone sarebbe felice di ambientare i propri personaggi che colloquiano, come fa oggi De Crescenzo con Bellavista, moderno seguace di Socrate. Napoli e la filosofia... quante pagine si dovrebbero ancora scrivere sul rapporto profondo tra queste due entità... troppe, troppe idee mi balenano nel cervello, per poterle appuntare e descrivere... come del resto sull'epicureismo dei napoletani, sulla loro visione del mondo, degna di uno studio antropologico serio e profondo, che comprenda la loro musica, il loro stile di vita, la raffigurazione di sé di fronte all'altro, e molto altro ancora: riti sociali, mitologia, cucina...
E l'arte? Quanti altri tesori dovrò vedere, prima di poter dire di conoscere Napoli e i suoi musei? Con Gaia abbiamo dovuto interrompere le visite all'Archeologico e a Capodimonte per stanchezza e mancanza di tempo... e quante collezioni d'arte ancora ci sarebbero, da visitare e studiare con passione... cosa conosceremmo mai della civiltà classica, di Grecia e Roma antiche, senza la fortunosa scoperta di Pompei ed Ercolano e Stabia? Poco o nulla, gran parte degli aspetti della vita normale di una città rimarrebbero per noi sconosciuti, mentre ormai possiamo quasi dirci degli esperti, grazie al Vesuvio e a quella tragica estate del 79 d.C. Ma ci torneremo, su questo argomento, con chi vorrà approfondirlo di nuovo... ora è giunto il momento di parlare di Sorrento e dintorni, che stanno a poche decine di minuti di treno da Napoli...
Sorrento è un altro luogo dell'anima. Giapponesi, statunitensi, australiani, tutti ne hanno sentito parlare insieme a Capri, e tutti fanno in modo di passarci almeno qualche giorno in vita loro. E fanno bene, perché questo è uno dei grandi paradisi naturali e umani d'Italia, una risorsa antropologica e culturale di primo piano. Avere degli amici anche qui mi ha permesso di scoprire alcune "chicche", che altrimenti sarebbero del tutto "vietate" ai comuni, disattenti, turisti...
Chi mai infatti avrebbe potuto scoprire e collegare un luogo come quello dove abbiamo cenato, Tatore, zio Rino ed io? Avevano visto su RaiTre una trasmissione di cucina, che era andata a scoprire un posticino a Seiano, una frazione di Vico Equense. Una specie di garage, a vederlo da fuori, sotto il cavalcavia della Circumvesuviana e della strada verso Napoli, vicino a una piccola casetta lontana dal paese, senza nemmeno il lusso di un'insegna. E invece ci si scopre dentro un cuoco-filosofo, un grandissimo personaggio: un cultore della cucina povera, un avversario fiero e convincente della mitologia culinaria francese e di derivazione creativa... Ci ha servito (tra l'altro) dei finocchi a crudo, tagliati a fettine e conditi con olio, aceto, peperoncini e olive nere, semplicemente eccelsi (abbiamo fatto il bis, chiedendoli dopo il secondo), degli affettati e una mozzarella di bufala semplicemente divina... un piatto di spaghetti al sugo di calamari, una bistecca, delle salsicce e un eccezionale piattone di patatine fritte tagliate a mano, cui abbiamo fatto onore senza nemmeno usare le posate... per poi riservirci dei suddetti finocchi, e concludere il giro d'alcol (già quattro bei litri erano scomparsi dalla tavola, fino a quel momento), con nocilli e limoncelli ben freschi, e grandi chiacchere sulle associazioni mentali che esistono tra ostriche-champagne (Croisette, modelle, alberghi extra-lusso) e cozze-Gragnano (decisamente diverso, ma secondo il nostro mentore e cuoco non inferiore per gusto)... oppure sulla capacità dei cosiddetti "grandi chef" di riciclare quello che a casa nostra butteremmo "rint' a monnezz'" e di farcelo pagare carissimo, magari nascondone il sapore sotto un mare di "salse, salsette, erbe ed erbette"... Tornare a casa di Tatore a mezzanotte, in motorino, con la costa del golfo di Napoli alla mia destra, e dopo pochi chilometri ritrovarsi con la vista sulla penisola sorrentina illuminata da mille case e lampioni, è stata un'emozione che lascio volentieri alla vostra immaginazione, perché davvero le parole si fermano in gola, osservando il paradiso di notte...
E la memoria a questo punto mi torna, pensando al giorno seguente, alla scoperta di una chiesa a picco sul mare a Vico Equense, oltre che a un petit-tour dei dintorni di Meta di Sorrento, tra boschi e colline a pochissima distanza dalla spiaggia. A pranzo, quel sant'uomo di Tatore, cui devo buona parte delle esperienze "goduriose" di questo viaggio, mi ha condotto su per una frazioncina arroccata tra due picchi, in una sella boscosa dietro Meta... "'A Cantinella" si chiama, e ci ha fatto provare tutto il piacere di essere immersi in una natura rigogliosa, in un luogo assolutamente nascosto e trattati da re a tavola, visto che abbiamo fatto fuori l'iradiddio, nonostante fossimo ancora satolli della cena del giorno prima... le frittelle, unite agli affettati e alla bufala, erano qualcosa che non posso non ricordare con l'acquolina in bocca... ci siamo dovuti fermare al primo piatto, perché se avessimo ordinato il secondo saremmo stramazzati sulle sedie, senza più riuscire ad alzarci. Altro giro di limoncello, caffè, e una lentissima discesa in motorino, con gli occhi che si chiudevano e pregavano di sdraiarsi al più presto su un divano, per recuperare le forze e digerire in vista della cena al "Jolly Blue" di Sorrento, preferito per questa volta al "Chaplin", che è un locale più per bevitori che per mangioni..
Per pagare 25 euro in un pub in due dovevamo dare fondo a tutta la forza residua che io e Tatore, nel frattempo "abbandonati" da Zio Rino (con mio estremo dispiacere), conservavamo nelle mascelle: e così è stato, perché non ci sono bastati i panini e le birre, no... abbiamo anche voluto strafare, ordinando due sublimi profiterols, di fattura puramente artigianale e la cui bontà è il miglior assaggio di paradiso dolciario che io abbia mai provato... e devo dire, a questo punto, di non essere mai stato uno sprovveduto, in questo campo della gastronomia.
Ma ecco, il meglio del viaggio doveva ancora venire, perché l'ultimo giorno, svegliato di buon'ora, ho inforcato lo scooter e mi sono spinto verso due grandi miti culturali del bon-vivant contemporaneo: uno era ovviamente Don Alfonso, a Sant'Agata sui Due Golfi, un ristorante da tre stelle Michelin che si trova in una posizione appena infelice, rispetto a quella vista che si gode salendo al "Deserto", un eremo di suore che stando sull'estrema punta della penisola lascia spingere lo sguardo da prima di Napoli fino al Vesuvio, alla costiera sorrentina, a quella amalfitana, e infine lasciando davanti agli occhi il "miraggio" di Capri, così vicina di fronte a me eppure così irraggiungibile, con i faraglioni disegnati dalla mano divina della natura.
Ormai c'ero, il cartello l'avevo visto poco prima a un bivio: potevo non tirare lungo fino a Positano, a sette chilometri da lì? Non potevo, lo sapete già, perché i miti hanno una forza tutta propria di attrarre verso di sé e verso quel che rappresentano. Avevo ancora quasi tre ore e mezzo di tempo, per arrivare fin là e tornare a prendere il treno; ma ecco che la mente sgombra di pensieri, alla ricerca di una foto che valesse la pena di essere scattata, mi ha condotto lì dove non sarei mai arrivato, se fossi rimasto concentrato solo sulla meta finale del viaggio: perché il bello di ogni cammino è anche avere la libertà di cambiare i propri piani. E di fronte all'indicazione "Punto panoramico - Belvedere", non mi sono potuto esimere dall'andare a scoprire di cosa si trattasse. E' presto detto: ho visto davanti a me gli scogli delle Sirene, e ho anche percepito nell'aria il persistere di quel canto che affascinò il mio antenato Ulisse, di passaggio su queste coste nel suo lento e travagliato ritorno a casa. Quel campione dell'oikos e della sua ideologia, che andò in guerra a Troia per amore del figlioletto Telemaco, beffato da un inganno, lui che era l'ingannatore per eccellenza, il polymetis, l'uomo "dal multiforme ingegno"... quel mio antenato, dicevo, passò di qui secondo la leggenda, sfuggendo con i suoi compagni alla maga Circe e ai suoi incantesimi, per ritrovarsi legato all'albero maestro, mentre udiva la voce funesta di due Sirene che lo invitavano a rimanere; è la raffigurazione mitica del mortale pericolo per i naviganti costituito dalla dolcezza del mare calmo, che nasconde rocce affioranti, colpi di sonno improvvisi come quello del nocchiero Palinuro, caduto in mare qualche centinaio di chilometri più giù, e molto altro ancora... lì, proprio dal piccolo e deserto belvedere, si accede a un percorso che scende verso il mare, una camminata lunga mezz'ora tra alberi e rocce, e che conduce fino a punta Sant'Elia. O almeno, così mi aveva assicurato l'unica presenza umana che ho incontrato al momento del mio arrivo, perché dopo oltre quindici minuti che scendevo ero appena a metà costa, e il sole di mezzogiorno picchiava troppo per permettermi di arrivare fino in fondo e poi di risalire... quando sono tornato sull'assolato piazzale, mi sono fermato ad ansimare per quasi dieci minuti su una panchina, prima di far asciugare il sudore accumulato sulla schiena e di risalire in motorino, in direzione della costiera amalfitana, che da questo punto di osservazione sembra a portata di mano, sulla sinistra. Per fortuna, la vivace brezza che spira dal mare mi ha impedito di sentire appieno il grandissimo calore sprigionato dal sole, velato di nubi ma cocente come in un pomeriggio estivo.
Una volta arrivato a Positano, dopo aver percorso lentamente i chilometri che mi separavano dal paese beandomi della vista lungo la strada, le nuvole sembravano sparite, e i raggi solari stavano inondando le facciate bianche delle case disposte a terrazza tra la spiaggia e i monti retrostanti; la luce era perfetta per fare delle buone foto, nonostante la foschia provocata dalla calura sul mare, ma perdendo tempo alla ricerca di inquadrature meno banali quando mi sono ritrovato finalmente pronto a scattare, le condizioni di luce erano ormai cambiate in peggio, e non sono più cambiate fino al momento in cui me ne sono andato. Qualcosa ho scattato comunque, e osservando la città dall'alto mi stupivo di come questo luogo sia simile alle foto di Santorini e di tante altre isole greche.
Tornato a casa di Tatore appena in tempo per prendere il treno della Circumvesuviana, scendo a Pompei, dove incontro Ida, con cui visito in fretta il Duomo... numerose persone stanno pregando insieme, all'interno, e i miei calzoncini corti mi impedirebbero anche solo di entrare... quello che mi incuriosisce di più, di quella chiesa, è il corridoio che percorre tutte e due le navate senza mai interrompersi, passando dietro l'altare: è un tipo di pianta che avevo visto solo a Lisboa, e che mi chiedo dove altro esista in Italia... Il gelato, preso in un bar lungo il corso, è ottimo per quanto riguarda il sapore, abbondante nella quantità ed economico nel prezzo: una combinazione che dalle mie parti non è mai esistita, e che francamente non supponevo di trovare qui: ma come dicevo, avere amici "in situ" aiuta parecchio nello scovare quello che è vietato ai comuni turisti...
Qui, preso il treno per Roma alla stazione di Napoli Centrale, credevo che il mio viaggio fosse ormai giunto al termine, e avevo trascritto una frase di Vinicius De Morales, di cui solo Claudio Baglioni mi aveva reso edotto, pochi giorni prima: "La vita è l'arte dell'incontro". Ripensando a Gaia, Veronica, Tatore, Zio Rino, Lucia, Ida, e a tutte le persone con cui ero entrato in contatto negli ultimi giorni, credevo di aver già dimostrato a me stesso come quella potesse essere l'epigrafe del mio viaggio... anzi, di tutti i miei viaggi e forse della mia stessa vita, che è in sé un monumentale intreccio di volti, date, parole, ricordi, e in definitiva incontri, eretto a testimonianza magistrale della mia unica capacità: quella di entrare in contatto con altre culture, altri luoghi, altre persone, che come me sognano, amano, soffrono e pensano.
Ma... tutto questo mi aveva fatto venire voglia di comunicare con qualcuno, di "filosofare" su quanto sentivo in quel momento nel cuore. E così è nato il più fantastico dei viaggi di ritorno, qualcosa di paragonabile solo al periodo migliore del mio inter-rail in Spagna e Marocco: in una carrozza poco affollata, ho incontrato per caso dei compagni tra i più desiderabili che si potessero immaginare... due ragazze giapponesi, una ventiseienne splendida hostess della Singapore Airlines e una trentenne studentessa di italiano a Milano... un controllore giovane, carino e simpatico, che le giapponesi avevano già conosciuto su un treno per Montevarchi, in Toscana, e che si divertiva molto a scherzare con la hostess... tre persone, che nemmeno erano italiane, con una busta di una ditta della mia zona, il cui proprietario è il padre di uno dei miei migliori amici, e dove uno di loro aveva comprato dei prodotti... un giovane impiegato toscano del Ministero dell'Ambiente, di nome Michele, che si occupa dei fondi UE per il Mezzogiorno... e infine, due statunitensi molto intelligenti e simpatici, Stuart e Susan. Su loro due, in particolare, ci sarebbe molto da dire: lei vende spazi pubblicitari sulle radio private di Detroit, dove entrambi sono nati e vivono, mentre lui, dopo essere stato copywriter, sta tentando di realizzare come produttore un film sulla storia del movimento Hare Krishna: ha studiato meditazione trascendentale molti anni fa a Fiuggi, con lo stesso maestro spirituale di George Harrison (quello dei Beatles), ed è interessato a sviscerare i rapporti perversi tra religione e estremismi, un tema estremamente attuale e di grande interesse. Tra l'altro, detto per inciso, ci spiegava di avere lo stesso avvocato del rapper Eminem, anche lui di Detroit, una città estremamente problematica ma ricchissima di movimento e vita, in campo musicale.
Ci parlano degli States, a noi che ascoltiamo interessati e facciamo domande: sono due democratici, e non hanno l'aria da bambinoni che contraddistingue parecchi dei loro connazionali, oltre a mancare del tutto di quella spocchia da "padroni del mondo": sono davvero due persone dalla piacevolissima conversazione. Finiamo a parlare di libertà di stampa, di obiettività dell'informazione (guarda caso, avevo comprato due giorni prima a Napoli una raccolta di interventi a un convegno degli anni '70 su questo tema) e di numerosi altri argomenti... solo l'arrivo improvviso e inopportuno alla mia stazione, l'ultima prima di Roma, mi toglie il piacere di continuare a conversare con questo splendido gruppo di persone. Che aggiungere, in calce a quella disordinata massa di cose che vi ho raccontato? Vorrei solo che tutti i miei viaggi futuri fossero così densi di esperienze indimenticabili: sarei il più felice dei viaggiatori e il più ricco uomo di questa terra...
Marco Z.