Italia

 

di Diego

OPPIDUM
Tipologia: viaggio cicloturistico
Periodo: agosto 2001
Partecipanti: uno
Durata: 4 giorni
Note: questo è il prologo, perchè sappiate cosa vi aspetta in seguito.

Se non è il genere gradito ditemelo che sono novellino qui.

Oppidum
I confini dell'impero Celtico in bicicletta
Piacenza 600 a.C. – 2001 d.C.

Prologo

Con tutto quello che ho caricato e comprendendo me stesso e la
bicicletta, credo che il peso della massa in movimento raggiungerà almeno i centotrenta chilogrammi, non male per una bicicletta, meno che meno per un viaggio vicino vicino, praticamente dietro casa.

Blocco il tasto del walkman su play, inizia subito il rullo del tamburo, forte ritmico come una nenia ancestrale, il cuore si uniforma, i muscoli si contraggono all'unisono.

La galea, anzi la bicicletta prende velocità, ormai ogni affondo di pedale è un colpo di tamburo, a destra i filari dei pioppi, le mura romane a sinistra.

Il fresco della notte allieta il procedere, prima l'asfalto e il brecciolino, ora il porfido bocciardato dal calpestio dei cavalli e lucidato dai sandali di cuoio dei pellegrini romei.

Ho visto turisti accompagnarsi per mano tra le volute di vie verso il centro città, sconsolati quasi afflitti dall'alito del calore solare, vi erano, vedevano, non capivano, vi sono luoghi in cui per poter essere partecipi è indispensabile vedere i fantasmi.

Le vie sono solo vie, le case i palazzi i monumenti sono solo manufatti che sfidano il tempo, non posso lasciare che la realtà ottenebri le sensazioni, la polvere acceca gli occhi, se vi e' polvere allora qualcuno cavalca, o è il vento che trascina timori di altri.

Il dito scivola con elastica rapidità sulla leva del cambio, acquisto in agilità, in rapidità di manovra, ma abbasso la velocità.

Varco la volta di pietra della porta tra le mura costretta dai costruttori romani ancor prima di cristo, quando il terrore della notte portava dalle montagne il calare del drago di fuoco, le fiaccole celtiche accompagnavano eroi ignudi vestiti di colori e disegni senza che gli scudi offrissero motivo al loro onore.

Ora sono lontano tra le montagne arrugginite dal ferro, le cime nastrate dagli alberi di maggio, allento sul piccolo la catena lasciandola cantare, il sangue ribolle inebriato dal fluire dell'asfalto, il contrapporsi tra il caldo e il freddo tra i boschi e le pareti di pietra rispondono, improvvisamente mi accorgo solo, solo di non guardare il contachilometri ma di assaporare l'aria solida che mi apre le labbra.

Allora Elio si volge sul carro del Sole, e sembra correre al mio lato. In basso nel sangue del torrente gli elefanti di Annibale nelle loro magnifiche livree colorate da battaglia guadano le acque, si affacciano dalla selva guerrieri e amazzoni nei tatuaggi di guerra, brandendo spade di acciaio forgiato.

Ma nulla può succedermi ormai, ... almeno sino alla prossima salita.

Fine dell'unica parte breve; il prologo

[RECE] Oppidum - la partenza – Note importanti: non vorrei che qualche gentile lettrice di queste mie righe interpretasse alcuni miei passi come "maschilistici atteggiamenti". Le rassicuro, una minima esagerazione mi era necessaria per meglio esprimere la solitudine, e i sottrefugi a cui chi non ha la fortuna di poter dividere i propri sogni di evasione è sottoposto. Un carissimi saluto a voi tutte. Diego Oppidum I confini dell'impero Celtico in bicicletta Piacenza 600 a.C. – 2001 d.C. Cap. I La Partenza E' una tranquilla sera estiva, ho appena finito di montare le capaci borse sul portapacchi, ricontrollo la lista ancora una volta per essere sicuro di non aver dimenticato nulla. Con tutto quello che ho caricato e comprendendo me stesso e la bicicletta, credo che il peso della massa in movimento raggiungerà almeno i centotrenta chilogrammi, non male per una bicicletta, meno che meno per un viaggio vicino vicino, praticamente dietro casa. Sostituito le batterie alle lampade alogene e fisso sotto il sellino la lanterna di metallo con il moccolo di cera, lo userò di notte per rischiarare le tenebre quando il fuoco del bivacco ormai si sarà spento. Proprio non sono riuscito a infilarla nelle borse; sghignazzo guardando l'accrocchio, mi rendo conto che conciato così potrei benissimo partire per l'Alaska, ma d'altronde se non si riesce a viaggiare in autonomia qui, schifando meccanici, negozi di alimentari e quant'altro di civilizzato, chi mai ci riuscirebbe a casa di Dio. Le tigri di casa non sembrano molto preoccupate, ormai sono riuscito ad abituarle, non riescono tuttavia a trattenersi. Dove vai sboffonchia la tigre consorte mentre sbircia con disapprovazione la bicicletta stracarica. Sud Ovest, oltre il quarantacinquesimo parallelo; in pratica oltre il Po. (contavo sul disinteresse per la destinazione) E quando torneresti? Quando usa il condizionale bisogna prestare particolare attenzione, mai farsi cogliere a guardia sguarnita, basta un piccolo tentennamento per ritrovarsi attanagliati dai complessi di colpa per i prossimi cinque minuti. Cara oggi è lunedì, fino a venerdì non hai bisogno dell'autista per il centro commerciale, quindi visto che non mi vuoi attorno mentre finite i compiti delle vacanze vedrò di passare il tempo come posso. (questa è un'abile mossa per far riaffiorare quei famosi sensi di colpa che abilmente schivati dal sottoscritto vengono finalmente a pesare sul giusto soggetto, in pratica la sindrome di "Stoccolma" al contrario) Hai preso il telefonino, così nel caso posso chiamarti? Se questa mattina tu avessi prestato attenzione nell'infilare il caricabatterie nella presa, ora potrei partire con il telefonino. (è vero, pensavo di essere un po’ bastardo mentre giocando con la spina facevo spegnere la spia di ricarica, ma d'altronde non avevo nessuna intenzione di risolvere le equazioni dei compiti a mente, magari la sera mentre in pace stravaccato da qualche parte mi godevo le stelle osservandole dalla parte delle spighe) La felina, quella piccola si materializzò improvvisamente, l'espressione lievemente angustiata stava quasi per iniziare l'implorante e consueta litania, (adesso si che erano cavoli amari) quando io la precorsi. Cara mia devi cominciare ad assumerti le tue responsabilità, e notai un misto di stupore e sconcerto nei suoi occhi. La tigre e il cucciolo si misero a parlottare tra di loro, riuscendo comunque ad estorcermi la promessa circa la terribile gita al mare di fine estate, in compagnia della suocera. Già il vecchio puma rivolgendosi alla figlia non si fece sfuggire l'occasione: stai attento - andrà a farsi male - che hai una famiglia. Mi vedo già nel letto da decubito, tocco e ritocco, avere un telaio in acciaio ha i suoi innegabili vantaggi dopo tutto. Me la svignai rapidamente nello studiolo, anzi più una tana riadattata dalla cantina, ad uso computer, ma tanta grazia che c’era. Estrassi dallo scaffale il classificatore con tutti i documenti e le mappe che avevo faticosamente racimolato lungo l'inverno, le foto aeree scattante quando tornando da Roma l'aereo era fortunatamente passato sull'intero crinale appenninico, tra le valli piacentine del Nure e dell'Aveto/Trebbia. Era facile vedere le tracce di sentieri antichi disegnati ancora nel tessuto selvaggio dei boschi, si intarsiavano lungo i declivi montani, per poi incrociarsi su alcune cime. In primavera avevo anche tentato di rintracciarne qualcuno, recandomi direttamente sul posto, ma ciò che in foto appariva come un sentiero, al livello del suolo era solo un bosco, la crescita dei rovi e del fogliame non contribuiva certo a facilitare un ulteriormente riconoscimento. Ero partito allora alla lontana, avevo considerato che quando i Romani avevano occupato la regione, utilizzarono gran parte della rete viaria Gallica, tanto che molti termini romani relativi alla costruzione di strade sono di palese derivazione Celtica. La stessa via Emilia venne in realtà riadattata alle esigenze di comunicazione militare della Repubblica, ma per lunghi tratti era già preesistente. Queste considerazioni erano il necessario preambolo, per constatare che neppure per quel periodo era possibile avere informazioni sufficientemente praticabili da consentirmi di stilare un tracciato del percorso. Devo però ammettere che almeno in qualche caso (battaglia del Trebbia 218 a.C.) i riferimenti desunti dagli storici dell'epoca erano più che sufficienti non solo per stabilire gli itinerari, ma anche per riconoscere gli insediamenti civili e militari del tempo. Ascoltai il ronzare della ventola mentre il computer si avviava, rovisto tra i cd sullo scaffale e infilo nel lettore Wagner, una magnifica registrazione dell’ottantatre; Das Rheingold soffoca finalmente anche la ventola. Winzoz di Microsgnaff termina il caricamento, Paint Shop-Pro mi sbatte a video la mappa di tutti gli insediamenti militari medioevali sul percorso, dove è possibile con un ragionevole margine di errore, individuare il possibile tracciato ideale del mio itinerario. Molti di questi manufatti erano stati realizzati su precedenti costruzioni romane. Avevo anche notato come in una provincia in cui il territorio montano è ad alto rischio idrogeologico, quegli antichi costruttori erano stati benissimo in grado di scegliere le migliori posizioni adatte a sopportare e mantenere ben salde le costruzioni. Mi è addirittura capitato di incontrare un ponte di pietra purtroppo ormai completamente distrutto tranne i due piloni portanti, nel mezzo di boschi selvaggi, su orridi di torrenti che scavano il loro cammino nel fondo roccioso. Lancio una rapida occhiata all'orologio del computer, è l'una di mattina, è tardi anzi è presto, e un lampo mi attraversa il cervello, se partissi ora, per la via bassa lungo gli argini, ai primi bagliori del giorno sarei già sulle montagne e potrei dormire saporitamente all'ombra di qualche sambuco. Infilo i calzoncini da ciclista e sopra i pantaloni a mezza gamba in tinta coloniale, quelli con un sacco di tasche, guardo un attimo con aria schifata la maglietta da ciclista, no questa volta non sarà il solito giro comodo, su quei sentieri non ci sono mai stato, vestirò il gilè di stoffa nero con le borchie di acciaio, l’aquila d’argento appollaiata sul cuore mi terrà compagnia, tentenno un attimo, raccolgo da cassetto il teschio di bufalo in avorio, le corna di metallo scintillano, cavalcheremo insieme, verso l’Oppidum, nella terra dei padri. Calco il cappellino Harley Davidson New York, due mandate di chiavistello alla porta, da fuori, la parte giusta, e imbuco il pacco di chiavi nella cassetta della posta di casa - nessun peso sussurrò quell’omone su una bicicletta da 130 chili mentre il pallido chiarore degli ultimi lampioni lo vomitavano nella notte. Subject: [RECE] Oppidum - Verso Piacenza oltre l'IW RI DANIT Eccovi il secondo capitolo, vi terrà tempo per un poco, perche la mia bicicletta è carica, appena pompata alla pressione giusta, e all'affievolir degli astri già mi vedra pedalar lontano. Un particolare ringraziamento a Steve® e Carlo per l'attenzione che mi hanno dato. vi penserò laggiù sull'Isola delle Tempeste. Questo è il secondo capitolo, dell'antica via Celtica sino al dominio dei Liguri Oppidum Cap. II Verso Piacenza oltre l'IW RI DANIT Sono qui, nella notte che mi avvolge, sembra quasi proteggermi mentre pedalo verso le rive del grande fiume, non c'è modo di sapere la velocità a cui procedo, ma le ruote frullano non male, ho le luci spente, se sentirò arrivare una macchina le accenderò. C'è il vuoto, il nulla lungo la stradina dell'argine, solo in questo silenzio il lento fluire del Po è udibile, ogni tanto un soffio di vento si insinua tra le cime dei pioppi e trasporta il profumo appiccicoso di resina, tra poco dovrei incontrare la statale Emilia, che in non più di 4 chilometri mi porterà a varcare il fiume. Immettendomi sulla statale accendo le luci, e approfitto per dare uno sguardo all'orario del computer di bordo, sono appena passate le tre del mattino. Sono sull'ultimo rettilineo prima della curva verso il ponte, e faccio appena in tempo ad alzare lo sguardo che una carabiniere in mezzo alla strada mi invita a fermarmi. Sono proprio curioso di vedere se mi chiede "patente e libretto". Un documento d'identità prego. Scendo dalla bici, la appoggio a un paracarro e dopo aver rovistato con dovizia prima in una borsa e poi nell'altra, consegno al militare la carta d'identità. Non è un po' tardi per girare in bicicletta! Certo, ma adesso non c'è traffico, e di giorno oltre a macchine e camion il caldo non perdona, comunque credo di essere in ordine quanto a illuminazione. (certo che con il giubbino borchiato, acquila e teschio di bufalo non dovevo certo ispirare fiducia) Le mancherebbero il campanello e i catarinfrangeti sui pedali; dove và? Prendo la statale 45 della valtrebbia, e poi piego verso Chiavari. Vado al campeggio dove ho appuntamento con altri miei amici. Si allontana verso l'auto, dopo qualche minuto ritorna e mi consegna il documento. Sono in contravvenzione? Vada pure, buon viaggio. Continuai a pedalare di buona lena, in fondo non avevo perso molto tempo, e tutto sommato mi ero quasi divertito. Lottando in una nuvola d'insetti arrivai ad attraversare il ponte sul Po che mi avrebbe immesso in Piacenza, per fortuna il vento incanalato lungo il corso del fiume mi liberò dai deliziosi animaletti. La leggenda narra che il grande fiume venne creato dal "carro del sole" che sobbalzando tra cielo e terra arò la pianura facendo nascere il Po, indicato dagli antichi Egizi come il canale di Rà "Iw Ri Danit"; Elio è la corrispondente divinità romana. Come potrei continuare senza raccontare questa magnifica leggenda, è grazie a lei che lo vedo con occhi diversi, ogni volta che lo attraverso. Il Sole (dio Elio, padre di Fetonte) unse di sacri unguenti il volto del figlio perché potesse sopportare le fiamme, gli coronò la chioma di raggi e l'implorò di non salire troppo in alto nel cielo, di non scendere troppo in basso verso la terra. Quando l'alba spalancò le porte dell'Est, Fetonte pieno d'entusiasmo vide il carro dorato ornato di gemme scintillanti del dio del Sole, e spiccato un balzo sul carro, impugnò le briglie e guizzò nel cielo. I quattro focosi destrieri del carro: Piròo, Eto, Eòo e Flegonte notarono immediatamente la leggerezza del carro e come quali mani diverse tenessero le redini, allora si lanciarono in avanti allontanandosi dalla strada battuta, con il carro che sobbalzava paurosamente. Fetonte non aveva l'abilità e la forza per controllare le redini. Il tiro galoppò in alto, verso nord. Guardando verso la Terra da quelle altezze vertiginose, il povero Fetonte terrorizzato impallidì e le ginocchia cominciarono a tremare per la paura. Il giovane mollò le redini e i cavalli galopparono via incontrollati. Fetonte avvolto dal fumo, venne trascinato sul carro dai cavalli, in basso verso la terra, allora la Libia divenne un deserto e i mari si prosciugarono. Il cocchio s'arroventò, arsero foreste e montagne, toccando il suolo arò un profondo solco nella terra fino alle montagne presto colmandosi d'acque così che in quel moto indomato si inarcò verso il firmamento. Fu Zeus che, per salvare l'universo dalla rovina e punire l'incauto cocchiere, vibrò un fulmine sul carro e Fetonte con i capelli che grondavano fuoco, precipitò nel fiume Eridano il cui corso aveva appena tracciato, inabissandosi come una stella cadente. Straziato dal dolore, suo padre Elio nascose il volto offuscato e un giorno intero trascorse senza sole. Le Eliadi, sorelle di Fetonte, piansero amaramente in riva al fiume, le loro lacrime si tramutavano al sole in ambra. Zeus impietosito compì il prodigio: nel coro dei loro pianti come in una struggente preghiera esse s'avvidero che i piedi si irrigidivano, radici e tronchi di pioppo le avvincevano alla terra, i capelli si convertivano in fronde e le braccia in rami, una corteccia cingeva i fianchi, il ventre il seno, le spalle e le mani. Alla scena assistette anche Cigno, re dei popoli liguri e signore di grandi città, legato a Fetonte da vincoli di sangue e di amicizia. I suoi lamenti riempirono le rive dell'Eridano e la selva dei pioppi in cui le Eliadi si erano trasformate, finché la voce si affievolì, candide piume gli coprirono la chioma e i fianchi, il collo si allungò, una membrana gli congiunse le dita divenute rubizze e la bocca si mutò in un rostro arrotondato. Da quel giorno Cigno, temendo il fuoco e preferendo le acque che possono spegnere le fiamme, vive sugli stagni e sui laghi. Quando gli Argonauti condotti da Giasone passando attraverso innumerevoli popolazioni di Celti e Liguri risalirono il fiume, trovarono tra le vaste paludi d'acque morte il suo corpo che ancora bruciava ed emanava nuvole di vapore che soffocava gli uccelli. Alla fine del ponte girai verso destra e dopo circa un chilometro tra le antiche mura romane di Piacenza e la linea ferroviaria sboccai sulla via Emilia Pavese. La seguii. A sud est il buio della notte ormai vacillava lasciando spazio ad una timida penombra, non si poteva ancora chiamare alba, forse se mi sbrigavo avrei fatto in tempo ad allontanarmi dal traffico che da li a qualche ora avrebbe intasato la via. Colsi il bivio di San Nicolò in velocità, una zaffata fragrante di pane appena sfornato mi solleticò l'appetito, pensai che avessero appena sfornato qualche forma di pane di zucca, sicuramente quello farcito con le uvette. Sorpassai i paesi di Gragnanino, Gragnano Trebbiense, Casaliggio e poco oltre Tuna, mi diressi verso il ponte sul Trebbia ormai prossimo a quella che mi ero ripromesso sarebbe stata la prima sosta. Cercare un viottolo che mi portasse sul greto del Trebbia non era semplice così al buio, ma dopo diverse peripezie finalmente ci riuscii. Il fiume è in questo tratto molto ampio, credo ad occhio e croce almeno ottocento metri, nel 218 a.C. era stato teatro della battaglia tra gli eserciti di Annibale e le legioni della repubblica di Roma, nell'ambito della II guerra Punica. Dritto davanti ai mio manubrio tra i declivi boscosi, ai bordi in alto sul greto macchiato da boschetti di salici e canne, si staglia contro il cielo che rischiara, il castello di Rivalta. Da dove sono ora non è possibile accedere al castello, ma dalla via asfaltata appena lasciata è facilmente possibile attraverso un viale ombroso arrivare al piccolo borgo cinto da mura di Rivalta, e quindi al castello (1048). Varcando il portale nel cortile interno alcune decorazioni in terracotta incastonano arricchendo l'architettura di loggiati e porticati. Percorrendo le sale interne s'incontra il salone d'onore, impreziosito da stemmi gentilizi sulle pareti e da un soffitto a cassettoni dipinti. L'antico stemma dei Landi capeggia sul camino del 1400 in arenaria; era questa la sala pubblica del castello, dove veniva amministrata la giustizia ed il potere sui domini terrieri del contado. Diverse armature di varie epoche, mobili e tele del Seicento sono di coronamento all'importanza di questa sala. Oltre questo salone, troviamo la sala da pranzo, affrescata con composizioni di vivande e troneggiata al centro da un curioso tavolo ovale raffigurante al centro una piazza romana tra statue ed obelischi. Oltre alle camere da letto, la sala delle armi, con preziosi cimeli appartenenti a diverse epoche, quindi si sale nei camminamenti di ronda, sino ad arrampicarsi sulla scala a chiocciola costruita a volte romane che conduce in cima alla torre per abbracciare un vasto panorama sul fiume e verso l'interno delle colline appenniniche. L'aria rinfresca, la sottile brezza che accompagna l'aurora avanza, appoggio la bicicletta ad un salice e srotolato il sacco a pelo mi corico. M'addormento e sogno un'omone scalzo che corre tra le pietre aguzze del torrente balzando da un sasso piatto all'altro. Ciao e grazie Diego Perazzi continuo? sono troppo culturale? se mi date una mano potrei anche migliorare servendovi meglio.

Oggetto: Oppidum - cap.III
Attenzione. Qualche tempo orsono un mio amico visitando i luoghi e ascoltandone la storia mi disse: Il panorama è bello, la storia anche, ma si vedono solo sassi e boschi. Questo era per dirvi che se vi basta la realtà io rispetto il vostro modo di viaggiare, e vi invito a non proseguire la lettura di questo capitolo, perché vi troverete solo storia e leggende di 2219 anni fa. Per quanto riguarda i miei brevi viaggi, non riesco non posso ma voglio assolutamente fondere nell'itinerario il passato storico, l'onirico leggendario e la cultura turistica nelle sue forme più disparate, in un momento, istante reale di lettura di queste righe. Conto sempre sulla Vostra cortesia nel dirmi solo nel caso lo leggiate se [continuo] oppure nò. Sempre un carissimo saluto Diego Perazzi Cap. III La battaglia del Trebbia 218 a.C. In questo ampio scenario dormivo e sognavo, il mio destriero d'acciaio e leghe leggere riposava accanto, la catena lucida, pronta ad aggredire le corone abbracciate una alle altre da finimenti in titanio. Qui i Romani, Cartaginesi e Celti lasciarono all'onore della memoria decine di migliaia di guerrieri; dormivo e nel sogno mi destai. Non so se il vento dei salici o il profumo umido del fiume mi ottenebrarono la vista ed il discernimento, ma dall'alto della cavalcatura Othans la guerriera celtica mi sfiorò con i profondi occhi verdi, quindi li volse guardando nella direzione da cui nasceva il Sole. Andiamo! - Disse - Ormai era pronta, da troppo tempo sapeva che un giorno sarebbe partita per raggiungere l'Astro della Vita. Non bastava più abbracciare con lo sguardo tutto l'orizzonte delle montagne, benché guardasse, la vista era circoscritta, anche se vasta alla catena di selvagge colline appenniniche, dalle cime più elevate. Alla battaglia presero parte i due Lupi: Ier e Nier, il Cavallo Liepnir e il Corvo Grier; senza fare il minimo rumore ci mettemmo in marcia. Aveva i capelli biondi. Indossava un mantello di piume di corvo trattenuto da un fermaglio d'oro, portava calzari con legacci dorati e nessun altro indumento, combatteva completamente nuda, in segno di totale disprezzo del nemico. Il volto era sottile in basso e ampio alla fronte. Le ciglia scure e delicate ombreggiavano metà del viso fino alle guance. Le labbra sembravano tinte di rosso scarlatto, le socchiuse e i denti erano una cascata di perle. I capelli raccolti in tre trecce: due avvolte intorno alla testa, la terza che ricadeva sulla schiena fino a sfiorare i polpacci. La guerriera trasse Orna (la sua spada) dal fodero e la pulì. Allora la spada riferì le imprese che aveva compiuto, le gesta che, grazie ad essa, erano state intraprese. Perchè questo è il tempo del culto delle spade, avevano un'anima, e venivano chiamate per nome; ad esse ci si rivolgeva nei canti e nel pronunciamento di giuramenti. Orna dalla ampia lama, raggiungeva il metro di lunghezza poteva fendere con ambo i tagli, la punta smussata, era in grado di colpire con potenza devastante le corazze romane. Era stata forgiata espressamente per la guerra, la sua elsa simile ad una croce con una testa scolpita tra i due bracci superiori, a loro volta foggiati in modo tale da divenire simili a braccia, il fodero flessibile in squame d'avorio e fili d'oro. Lo scudo ogivale in legno alto come un uomo, ma di poco riparo: il suo spessore, era assai misero e forniva quindi ben poca protezione. Contrariamente all'uso negli altri eserciti, lo scudo celtico era nato per offendere, era bordato con una striscia di bronzo ben affilato, un grande umbone metallico al centro. I fanti celti scagliarono i giavellotti spiccando un balzo e imprimendosi una forte torsione, ruotando su sé stessi su un asse parallelo al corpo, in modo da confondeva il nemico, rendendolo incapace di distinguere la direzione da cui proveniva l'arma. Suonarono le grandi arpe da guerra, salmodiando i druidi sfidavano gli dei Romani. Allora avanzarono brandendo le lanciae da battaglia, con punte di un cubito o più di lunghezza e poco meno di due palmi di larghezza, la lama era seghettata e ondulata, i chiodi ribattuti ricurvi che si trovano sull'asta sotto alla lama, sarebbe rimasta conficcata nel corpo della vittima in modo tale che, strappandosela via, questa non possa far altro che causarsi terribili lacerazioni e ferite. Othans aveva al collo un amuleto, quattro lance dentro un cerchio, fatto con un metallo che indicava sempre nella direzione della Stella Polare, sapeva esattamente il punto geografico dove nasceva il Sole, anche se oggi il tempo era nuvoloso. Grier il battistrada non aveva bisogno della bussola, lui vedeva le onde magnetiche della Terra come le coordinate geografiche. Era molto utile la ricognizione aerea di un corvo, quando si trattava di attraversare le grandi foreste, fitte di alberi dalle cui fronde non passava un raggio di Sole. I lupi Ier e Nier con il loro potente olfatto percepivano le molecole più strane e sconosciute, potevano avvertirla dell'avvicinarsi di un'animale o di un nemico quando ancora era distante quattro leghe Liepnir il cavallo non conosceva la stanchezza, inarrestabile e potente spingeva due quintali di muscoli al galoppo, come il suo padrone comandava, specialmente quando si trattava di andare in battaglia. Othans fu vista passare sempre puntando a Levante, ma nessuno osava domandare al cavaliere dove stesse andando, varcò la foresta, e il fiume mentre la sua cavalleria si preparava occultandosi abilmente negli avvallamenti del terreno, tra l'erba alta. [inizio note di preambolo alla battaglia] Alla fine di aprile del 218 a.C., ANNIBALE aveva dato avvio alla campagna che l'avrebbe portato ad invadere l'Italia. Egli partì dalla Spagna con un esercito di veterani di 40.000 uomini e raggiunse il Rodano alla fine di agosto. Informato dei movimenti delle truppe Cartaginesi, Publio Cornelio Scipione prese un'importante decisione. Invece di tentare un inutile inseguimento ad Annibale, trasferì il suo esercito in Spagna, dove ora era possibile tenere testa al nemico, dato che le migliori truppe di Annibale erano partite ma quando il console Scipione giunse al suo accampamento, lo trovò deserto. Il nemico aveva dunque attraversato il Rodano e stava ora marciando verso le Alpi.. Scipione stesso ritornò per mare nell'Italia settentrionale per assumere il comando delle due legioni poste a contrastare l'invasore Cartaginese. Annibale, supera le Alpi in un impresa memorabile, raggiunge le pianure dell'Italia settentrionale con soli 26.000 uomini. Scipione attraversa il Po nei pressi di Piacenza, nella speranza di incontrare Annibale prima che il suo esercito si fosse completamente ripreso dalle fatiche del viaggio. Il primo scontro avviene sul Ticino dove Publio Cornelio Scipione, in esplorazione con la cavalleria e la fanteria leggera, si scontrò con la cavalleria numidica, avanguardia di Annibale; il console, sconfitto e ferito scampa alla morte grazie al figlio ed è costretto a ritirarsi a Piacenza. I romani disponevano di cinque legioni in Italia 65.000 uomini (due in Sicilia, due a Pisa, e una nella Pianura Padana). Richiamato dal senato, Tiberio Sempronio Longo sbarca a Rimini con le sue truppe provenienti dalla Sicilia e si avvia a marce forzate per ricongiungersi al console Scipione. Scipione ripiega verso Piacenza e si accampa a Stradella, dove era meno esposto agli attacchi della cavalleria di Annibale. Intanto quest'ultimo si era spinto fino al Ticino, trovando però il ponte sul fiume distrutto dai romani. Si ritira perciò verso ovest lungo il Po, riuscendo ad attraversarlo sopra Tortona. Nel frattempo Scipione, costretto a ripiegare verso il fiume Trebbia, nei pressi di Piacenza, si ferma ad attendere il nemico. Annibale si impadronisce del presidio romano di Clastidium (Casteggio) accampandosi di fronte alle truppe romane che presidiavano l'altra riva. Affaticato dal freddo e dalla lunga marcia l'esercito romano sbarcato a Rimini, al comando del console Tito Sempronio Longo, raggiunge Scipione alla Trebbia, riunendo così 45.000 uomini. [fine note di preambolo alla battaglia] La legione venne disposta su tre linee ognuna delle quali divisa in centurie e poi in manipoli che andavano a formare una sorta di scacchiera. La prima linea era quella degli "hastati", combattenti più giovani ed inesperti, la seconda dei "prìncipi" legionari giovani ma con una certa esperienza, la terza dei "triarii", veterani che schierati nella terza linea erano la garanzia delle sorti della battaglia. Nella legione era compresa anche una forza di fanteria leggera i "veliti" che dopo aver provocato il nemico con armi da lancio si ritiravano sui fianchi o nei corridoi tra le centurie che avanzavano alle loro spalle. Comandante supremo era il console, vi erano poi gli altri ufficiali (tribuni), sei per ogni legione ed infine i centurioni. Primus era alto 1,72m e da sempre era cittadino di Roma, per fortuna, perché non era certo facile la vita per chi si barcamenava nella sopravvivenza ai margini dell'urbe. Si era arruolato, anzi lo avevano arruolato, visto che ai tempi della repubblica la coscrizione era obbligatoria, ormai da nove anni legionario era annoverato tra i veterani. Ancora per un anno, e avrebbe poi potuto godere dei benefici che per chi fortunatamente terminava il decennio di ferma obbligatoria. L'aria era pungente, non era riuscito a scrollarsi dalle ossa la fatica della marcia forzata dallo sbarco di Rimini a Piacenza, e poi francamente essere sbattuti qui dal tepore autunnale siciliano non gli andava proprio giù. Doveva esserci qualcosa di grosso in pentola. Aveva fame, era stanco e aveva freddo, non aveva certo tempo per la paura, anche se qualche giovane legionario poteva certamente scambiarla per i crampi della fame, o meglio aveva cercato di convincerli ma senza grossi risultati. Guardò davanti a sé, oltre le lance, oltre le teste, si immaginò nelle nebbie invernali il campo di battaglia, ma il suo pensiero corse a quei pochi pensieri piacevoli della sua vita militare, quando come recluta appena arruolata, era stato mandato al campo: addestrato a marciare, cavalcare, nuotare e combattere. Aveva conosciuto le prime battaglie ed i piaceri del saccheggio dopo la vittoria. Annibale aveva ben scelto il luogo della battaglia, già da tempo aveva osservato come lo spazio che divideva il l'accampamento romano dal proprio, fosse pianeggiante e spoglio d'alberi, ma adatto a un'insidia, perché attraversato da un torrente dalle alte rive, sulle quali era cresciuta gran quantità di spini e di rovi; decise dunque di approfittare del terreno per trarre in un'imboscata i nemici. I Romani preferivano i luoghi pianeggianti e privi d'alberi, mentre diffidavano dei terreni boscosi, perché in quelle località i Celti usavano disporre le loro insidie. Ma quel luogo benchè apparentemente fosse propizio ai Romani ben si prestava ad eludere la loro sorveglianza, in realtà gli insidiatori vi si potevano occultare e agire impunemente e vedere per vasto tratto tutto quanto accade e usufruire dei frequenti e opportuni rialzi. Il Trebbia era quel corso d'acqua dall'alto ciglio, che offriva talvolta canne, felci e cespugli spinosi dove potevano nascondersi non solo i fanti, ma anche i cavalieri, se pur con la semplice accortezza di rivolgere verso terra le armi troppo visibili e di celare gli elmi sotto gli scudi. Annibale, non appena le truppe ebbero consumato il rancio, fece chiamare il fratello Magone, e mise a sua disposizione cento cavalieri e altrettanti fanti. Quando ancora la notte non era calata, aveva scelto gli uomini più validi di tutto l'esercito, ed ordinato che, dopo aver cenato, venissero alla sua tenda. Li esortò suscitando nei loro animi l'ardore che richiedevano le circostanze, poi dispose che ciascuno, scelti i dieci uomini più valorosi della propria compagnia, venisse in un luogo prefissato dell'accampamento. Essi eseguirono gli ordini ed in quella gelida notte mandò sul posto dell'insidia questi cavalieri, in numero di mille, e altrettanti fanti, dopo aver dato loro delle guide e aver indicato al fratello il momento adatto per attaccare. Nell'alba torbida del giorno, riunì i cavalieri numidici, promise ricchi doni a quanti si fossero distinti, ordinò di attraversare in fretta il fiume, di avvicinarsi all'accampamento nemico, provocando i Romani prima che si rifocillassero e si fossero comunque preparati. Infine riunì gli altri ufficiali, li incitò ugualmente alla battaglia, ordinò a tutti di far colazione e di avere cura delle armi e dei cavalli. Forti dell'esperienza avuta in Africa nel 255 a.C. contro Attilio Regolo nella prima guerra punica, Annibale diede spiegamento agli elefanti da guerra, avrebbero avuto buon gioco della formazione a ranghi serrati e a falange se fosse prevalsa nello schieramento romano. I pachidermi venivano addestrati alla zuffa e al macello, per scompigliare o sfondare le linee nemiche. Ma soprattutto erano usati per neutralizzare la superiore cavalleria degli avversari. Nelle guerre antiche; erano utili più per difendere da attacchi che per l'assalto, in cui, senza autocontrollo, creavano problemi ai loro guidatori. Erano parati in modo bizzarro, li si tingeva e si coprivano di ferro sulla testa e sul petto; alle zanne si mettevano punte d'acciaio per rendere il colpo più micidiale; e prima della battaglia si propinavano liquori e droghe. Sulla schiena si poneva una specie di torre con quattro o sei uomini oltre al guidatore. Negli eserciti cartaginesi, lo schieramento più completo di elefanti in battaglia era una "Falange" formata da 64 pachidermi. Le vedette romane scorgono un gruppo nella steppa, danno l'allarme, l'aria scintilla dei dieci manipoli di 900 hastati ordinati, accompagnati dal tintinnio delle borchie d'ottone nelle loro armature di cuoio a piastre, ben protetti dietro lo scudo e l'elmo. Sorus il più valoroso elefante di Annibale, colpì con la proboscide Primus, e il Romano non poté essere salvato dai suoi compagni. Othans dalla chioma dorata è nuda negli sgargianti tatuaggi di guerra, inerpica Liepnir il cavallo dal manto candido. Nel cielo colore della cenere un grande corvo volteggia con le sue grandi ali mentre due lupi nerissimi come la notte mostrano le terribili zanne, lo scudo di Othans rifletté un pentagono di luce abbagliante. Nessuno potè cantare le loro gesta di eroi, in ventimila snudarono le spade, lasciando loro narrare al nemico il prezzo della libertà, ma divennero custodi del rito del levarsi dell'Astro della Vita, il perno cosmico in cui tutto si muove nel gigantesco orologio universale, dai grandi planetari corpi celesti, alla più piccola molecola della vita, in tutte le cose del creato segnando il tempo comune. Tempo trascinatore che ritorna sempre al punto in cui ebbe inizio. Sole, Stelle, Galassie, la Vita stessa, una Spirale inarrestabile, inesauribile, celtica.
Fine del capitolo III