Portogallo e Santiago

2001

di Elisabetta


23 ottobre 2001
Arrivo alla stazione di Bologna con un anticipo di 10 minuti. Interpreto la cosa come un buon segno per il viaggio che mi appresto a compiere (mai successo che un treno arrivasse in anticipo!): 5 giorni tra il nord-ovest della Spagna e il Portogallo, arrivo a Santiago de Compostela in Galizia, estrema regione spagnola, e partenza da Lisbona, al centro del Portogallo. Questo è un viaggio particolare per me, in quanto i turisti-pellegrini che accompagno (168 sul volo con me più altri 70 che troverò a Santiago con un mio collega) fanno parte di un’associazione che si pone come scopo l’accompagnamento nei santuari europei degli ammalati. Solitamente viaggiano in treno organizzando partenze speciali (potremmo chiamarli treni charter). Questo è dunque un viaggio “diverso” per loro, ma anche per me, solita ad accompagnare persone autosufficienti senza problemi di salute (almeno prima della partenza ;-). Il check-in procede in modo tranquillo: "solo" una persona è senza documento d’identità e altre due con la C.I. non valida per l’espatrio. Molte di queste persone non hanno mai preso l’aereo, diverse sono anziane e grazie a questo riesco a convincere la Polizia di frontiera a farle partire comunque. Anche l’attrezzatura medica viene etichettata e spedita e non mi resta neanche il tempo per un cappuccino… è già l’ora dell’imbarco. Devo essere presentissima in quanto verrà effettuato il pre-imbarco per le persone in sedia a rotelle. Tutto procede bene e, con un po' di ritardo, si decolla. Paventavo questo viaggio in aereo, il primo dopo l’11 settembre e il disastro di Linate. Temevo di essere assalita da cupi pensieri, soprattutto pensando alle persone care rimaste a casa. Per fortuna, invece, nulla di tutto questo. Dall’inizio del check-in fino all’atterraggio a Santiago non ho proprio tempo da dedicare ad altri pensieri fuorché quelli legati al viaggio in corso e, una volta decollata, sono perfettamente a mio agio, come al solito. Dopo 2 ore e 35 minuti, alle 12:55, atterriamo a Santiago. Da tanto tempo desideravo arrivarci. Certo, avrei preferito percorrere il "Camino" e arrivare al sepolcro di S. Giacomo come tanti ancora fanno, ottenere la "Compostelana", cucirmi la "concha" sul cappello.... Ma forse è meglio andare per ordine e spiegare, a chi non lo sa, che posto è Santiago de Compostela. Durante il Medioevo si svilupparono in tutta Europa dei grandi flussi di pellegrini, centinaia di migliaia, che partivano dalle loro case per raggiungere e venerare delle sante reliquie. Si svilupparono così tre mete di pellegrinaggio che, in ordine di importanza erano: Gerusalemme con i segni e i luoghi della passione di Cristo, Roma dove subì il martirio e venne sepolto l'apostolo Pietro, Santiago de Compostela dove veniva conservato il sepolcro dell'apostolo Giacomo detto il Maggiore (Santiago in portoghese). Inutile ricordare che la maggior parte di questi pellegrini si muoveva a piedi, impiegando settimane, mesi per raggiungere la meta. Molti non arrivarono mai, caduti vittime di banditi, malattie, fatica lungo il loro cammino. E fu così che in tutta Europa vennero a crearsi tanti percorsi, sfruttando in parte le grandi strade di comunicazione create dai Romani (Emilia, Aurelia, Appia...) che però assunsero altri nomi, in relazione ai diversi pellegrinaggi: romea o francigena per i pellegrini verso Roma e provenienti dalla Francia, lauretana verso il Santuario di Loreto, mentre i pellegrini che si dirigevano al sepolcro di San Giacomo percorrevano il "Camino de Santiago" (in realtà tanti cammini che venivano poi a congiungersi in uno solo una volta entrati in Spagna). Per distinguere i diversi pellegrinaggi vennero introdotti simboli diversi che i pellegrini custodivano gelosamente per tutto il resto della loro vita: la palma per chi tornava da Gerusalemme, le chiavi di S. Pietro per i pellegrini romèi, la "concha" (conchiglia) raccolta da chi arrivava a Finis Terrae, l'estremo ovest europeo, appena oltre Santiago de Compostela. So che ci sarebbero mille altre cose da dire a proposito dei pellegrinaggi medievali, ma lascio a voi, se sono riuscita a interessarvi, approfondire l'argomento. E così sono arrivata a Santiago. In aereo, comodamente, in due ore e mezza. Quasi quasi mi vergogno!!! L'aeroporto è nuovo e deserto. Siamo l'unico volo in arrivo. I bagagli ci sono tutti (meno male!) e sono arrivate anche le guide. Manca un pullman, ma proprio quando ne avevamo trovato un altro, arriva. C'è qualche problema con l'elevatore per le sedie a rotelle, ma anche questo viene risolto. Bene, possiamo partire. Breve giro panoramico che non mi piace per niente ma serve alla guida per introdurre e presentare la città, ed ecco che finalmente si parcheggia. Per la Cattedrale si prosegue a piedi. Era ora!!
23 ottobre 2001 - pomeriggio
L’ultimo libro letto in vista di questo viaggio è stato “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho, uscito in edizione italiana solo pochi mesi fa. Il libro non mi è piaciuto, ma resta comunque valido per chiunque abbia intenzione di percorrere la strada da pellegrino. Mi ritrovo quindi a percorrere l’ultimissimo tratto del Camino, finalmente a piedi. Sono solo poche centinaia di metri. Al termine della via pedonale fiancheggiata sul lato sinistro da negozi, pasticcerie e bar (le ultime tentazioni per lo stanco pellegrino!), si apre finalmente la piazza della Cattedrale. Plaza de Obradoiro è dominata sulla sinistra dall’alta mole della facciata seicentesca della chiesa che custodisce i resti di San Giacomo, la agognata meta per centinaia di migliaia di pellegrini (ben 10 milioni solo dal 1050 al 1250). San Giacomo, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, fu martirizzato secondo la tradizione il 25 marzo del 42 o 44 d.C. I suoi discepoli presero (o trafugarono) il suo corpo e, via mare, giunsero in Galizia. Dopo qualche avventura riuscirono a seppellire il corpo del Santo. A causa però delle invasioni barbariche il luogo del sepolcro venne occultato e quindi dimenticato. La prima piccola chiesa venne edificata da Alfonso II subito dopo il ritrovamento del sepolcro del Santo. La tradizione dice che fu la visione di stelle cadenti una notte tra l’812 e l’814 a fare ritrovare la tomba ormai dimenticata. Secondo questa tradizione il nome Compostela deriverebbe da “campo di stelle” il luogo appunto dove sembravano cadere le stelle. (Notare però che in latino abbiamo “compositum” = cimitero. Ipotesi meno suggestiva ma più realistica). La seconda chiesa, un ampliamento della prima, risale all’epoca di Alfonso III (899). Questa venne distrutta da Al-Mansur nel 977 che salvò solo la tomba dell’apostolo in segno di rispetto per il Santo. La terza e attuale Cattedrale venne edificata nel 1075, in stile romanico. Nel corso dei secoli altri stili hanno lasciato il loro segno, peraltro ben evidente nell’esterno della chiesa, ma la struttura originale è rimasta intatta e ancora ben visibile nella decorazione dell’interno. La Plaza de Obradoiro è cinta da altri tre edifici: l’Ayuntamiento (Pazo de Raxoi) col suo bel porticato in stile neoclassico, di fronte alla Cattedrale, l’ex Colegio de San Jerónimo (oggi Università), e il bellissimo edificio dell’Hostal de los Reyes Católicos, un tempo ospizio per i pellegrini, oggi hotel 5 stelle (non è stata cambiata la destinazione d’uso!). Al centro della piazza si trova una targa con il simbolo della conchiglia, segno della conclusione del pellegrinaggio. Ponendoti con i piedi sulla targa ti ritrovi a dover alzare la testa per poter ammirare la facciata con le alte torri. Viene spontaneo allontanarsi, per poter vedere meglio l’insieme di questo enorme edificio. L’unico modo per poter cogliere appieno la maestosità della costruzione è fare il giro completo del suo perimetro infilandosi nelle viuzze che la circondano. In ogni caso rimango molto dubbiosa sulla facciata così appesantita della Cattedrale: il Barocco, ancora una volta, mi lascia perplessa. Per fortuna questa facciata è solo un involucro aggiunto nel ‘600-‘700, senza distruggere il portale originale medievale che si conserva all’interno!! Un ultimo sguardo e qualche foto alla piazza e poi inizio il giro attorno. Le sedie a rotelle non possono comunque entrare dalla porta principale che si trova in cima a una grande doppia scalinata (un inno alle barriere architettoniche!). Entriamo così dal fianco, dal transetto sinistro, attraversando il negozio di souvenirs,dopo aver baipassato la scalinata della porta “de las Platerías” (splendido romanico). L’interno è poco illuminato (sono ormai le 18:30 ed è un po’ nuvoloso), ma si coglie subito la maesosità della costruzione. La struttura è del 1100, croce latina a tre navate, con alte volte a botte e archi a tutto sesto tra le colonne e nelle bifore dei matronei. Semplice, spoglia ma bellissima. La parte dell’altare maggiore ha subito l’attacco del Barocco. Dietro all’altare accessibile tramite una scala in marmo, si trova il busto d’argento di Santiago che per tradizione viene abbracciato dai pellegrini prima della discesa nella cripta dove si trova l’urna con i resti del Santo. E’ da un pezzo che ho lasciato il gruppo per godermi il più possibile in silenzio e solitudine l’interno di questa chiesa. Sicuramente mi sto perdendo un’interessante spiegazione storico- aneddotico-artistica. Ma non mi interessa. Vorrei che l’atmosfera di questo ambiente che milioni e milioni di persone hanno toccato prima di me, mi lasciasse qualcosa di personale. Ma, ahimè, una volta percorsa la navata centrale (dove è visibile un notevole organo iberico) vengo rapita dalla bellezza delle decorazioni del “Pórtico de la Gloria”! La struttura in pietra interamente scolpita con altorilievi è rimasta immutata per 900 anni, protetta in questi ultimi 4 secoli dalla facciata barocca. Guardo incantata le lunette, gli archi, i sottarchi, gli altorilievi e mi chiedo ancora una volta come facessero gli scalpellini medievali a trasformare la pietra grezza in volti, espressioni, atteggiamenti che sono così umani, diretti e reali. Esco dal portale principale e mi godo la vista della piazza dall’alto della scalinata. C’è ancora luce, anzi, il cielo si sta schiarendo e il sole fa capolino dalle nuvole. Siamo estremamente a ovest, l’ora è ancora legale e quindi farà buio molto tardi. Viceversa credo che domattina alle 8, ora della Messa qui in Cattedrale, sarà dura riuscire a vedere qualcosa! Intanto ecco che sulla piazza arriva il mio collega Marco, con un gruppo di 30 persone via Porto. Visto che sono arrivati un po’ tardi, mentre lui fa il giro per l’ingresso delle sedie a rotelle, io accompagno gli altri su per la scalinata e dentro la chiesa attraverso il portone principale. Manca solo un gruppo, 40 persone, che arrivano via Porto con un volo di linea da Bologna. Dopo un po’, sempre dalla postazione in cima alla scalinata, li individuo. Bene, ci siamo tutti 240. Arrivati con 3 voli diversi, chi da Bologna chi da Milano, è già qualcosa non aver perso ancora nessuno!! E' ora di andare in albergo. Mentre cammino verso il parcheggio assieme agli ultimi, comincio a sentire la caduta di tensione: la sveglia alle 4:30, lo stare tanto tempo in piedi, il correre con gli occhi di qua e di là per vedere che tutto fili liscio per tutti e così via. Dalle pasticcerie si affacciano delle gentili fanciulle con assaggi dei dolci tipici: una squisita torta di mandorle (“Tarta de Santiago”) e delle specie di spumini sempre alle mandorle. L’assaggio è gratuito e gradito, quindi non mi tiro indietro. Tutto buonissimo. Se domani avrò tempo cederò alla tentazione! Per ora mi attende il check-in in hotel, quindi non mi posso ancora rilassare del tutto! Per fortuna i gruppi arrivano scaglionati, tutti in camera per 10 minuti ed è già ora di cena. Io veramente riesco solo a portare la valigia di sopra e poi corro di nuovo nella hall: si è persa una valigia. O meglio è arrivata in aeroporto, ma nessuno l’ha vista in hotel. Dopo circa un’ora di agitazione e tensione del proprietario (“Io torno a casa!”), la valigia viene trovata nella camera di un cliente (non del nostro gruppo) che si lamenta perché gli è stata data una camera già occupata! Complimenti ai facchini! Do l’annuncio del ritrovamento al malcapitato, e finalmente mi siedo a tavola. Meno male che riesco a mangiare! Il problema della valigia mi aveva parzialmente levato l’appetito che di fronte a una bella paella si risveglia prontamente. Faccio due chiacchiere con i miei commensali: si rivelano fin da subito persone eccezionali, pieni di spirito e di forza d'animo, anche se la vita non è stata molto benigna nei loro confronti. Ce ne dobbiamo andare, siamo rimasti solo noi in sala da pranzo e i camerieri devono preparare per la colazione. La stanchezza adesso è notevole e purtroppo la sveglia di domani è proibitiva! (Quando ho dato gli orari sul pullman per poco non mi saltavano addosso!!). Meta: Porto!
24 ottobre 2001
La colazione a buffet decisamente abbondante e varia, mi fa lentamente riprendere dalla levataccia (5:30). Il check-out dall’hotel procede senza problemi e due pullman partono per la Cattedrale puntuali alle 7, mentre il terzo ha qualche difficoltà in più. Si tratta del bus col maggior numero di sedie a rotelle e quindi, per forza maggiore, il più lento. Arriviamo comunque direttamente sulla Plaza de Obradoiro (concessione eccezionale) in tempo per la partecipazione alla Messa delle 8:00. E’ buio pesto, veramente non mi era mai capitato di trovare così buio alle 8 del mattino! Faccio qualche foto comunque, magari riesco a salvare qualcosa! Entro poi in chiesa e, devo dire, l’effetto è notevole. E’ completamente illuminata! Altre foto (grazie al sistema digitale che mi permette di scattare senza pensare che sto forse buttando via della pellicola) e poi nuovamente fuori sulla piazza per vederla lentamente illuminarsi alla luce del sole che sorge. La giornata è meravigliosa. Il cielo è di uno splendido azzurro. Sono contenta, il viaggio verso sud promette bene. Verso le 9 si parte. Meta intermedia per il pranzo: vicinanze di Braga, Portogallo. Guadagniamo anche 1 ora di fuso perché il Portogallo non è nel fuso dell’Europa Centrale, ma in quello di Greenwich. Alle 12:15 siamo al Santuario del Bom Jesus do Monte, su di una collina da cui si domina la città di Braga. Purtroppo non è prevista la visita della cattedrale della città, la più antica del Portogallo. Una volta sistemati tutti in sala da pranzo mi defilo. Il clima fuori è delizioso, il cielo è sempre più blu e così mi godo in pace il panorama sulla città e la particolarissima “Via Crucis” del Santuario. Si tratta di una scalinata, decisamente ripida nonostante le terrazze, su cui sono piazzate le stazioni della via crucis. Forse bisognerebbe parlare di “scalinate” perché dopo la prima rampa con le scene della passione di Cristo, segue una seconda chiamata “dei 5 sensi” e infine una terza scalinata incrociata con le raffigurazioni delle Virtù. In cima si trova il Santuario. I pellegrini effettuano l’ascesa in ginocchio. Io che partivo dall’alto me la sono fatta tutta in discesa e poi di nuovo in salita (ma non in ginocchio!). Alla fine avrei gradito trovare le bombole dell’ossigeno perché non avevo più fiato! Ho trovato invece un ottimo “bacalhau com natas” (baccalà con panna) che adoro e mi sono ripresa. Alle 14:30 partenza per Porto dove è previsto un giro panoramico (leggi: non si scende dal pullman) e la visita a una cantina a Villanova de Gaia. Verso le 16 siamo a Porto. Il poco tempo a disposizione, i lunghi tempi di salita e discesa dal pullman e i lavori di ristrutturazione della città (quest’anno con Rotterdam città europea della cultura) non permettono una visita del centro che intravediamo dai finestrini del bus. E’ la terza volta quest’anno che vengo a Porto, ma non sono ancora riuscita a fare una visita decente di questa città! Siamo passati dalla provincia del Minho a quella del Douro (dal nome di due fiumi): il primo segna il confine con la Spagna a nord, il secondo a est. Un detto portoghese dice: “Coimbra canta, Braga prega, Lisbona fa sfoggio di sé e Porto lavora”, a voler sottolineare le caratteristiche principali delle più famose città del Portogallo. Ci troviamo infatti nella regione più operosa del paese, dove “ci si sporca le mani per lavorare”. Dal punto di vista storico, Porto è una città molto antica ed è quella che da il nome alla nazione. Portogallo, infatti, deriva dall’unione di due parole Portus (porto sulla riva destra del Douro) e Cale (insediamento costruito sulla riva sinistra del Douro). L’unione delle due città divenne Portus-Cale da cui il nome attuale dello stato. La città non possiede tanti monumenti importanti o famosi, ma nel 1996 buona parte del suo centro storico è entrato nella World Heritage List dell’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Pittoresco, molto colorato, il famoso quartiere Ribeira che si trova sul lungofiume dalla parte opposta a Villanova de Gaia, la cittadina del vino Porto. Le due rive del Douro sono collegate da un grande ponte in ferro (de Dom Luis I) opera di Gustave Eiffel, a più livelli e molto alto. Passiamo dunque dall’altra parte del fiume ammirando lo splendido colpo d’occhio delle case colorate che ci lasciamo alle spalle: il quartiere Ribeira. Sul fiume sono ancorate, ormai solo come cimeli, le barchette a vela quadrata (barcos rabelos) che un tempo trasportavano le botti di Porto lungo il Douro fino a Villanova de Gaia, per l’invecchiamento. Oggi per il trasporto si usano mezzi più sicuri e veloci. A questo punto credo che due parole sulla storia del famoso “Vinho do Porto” non guastino. Fin dal XIII secolo il Portogallo fu meta dei commercianti inglesi che giunsero in queste terre attirati dalla produzione di olio di oliva, frutta e sughero, ma ignari del fatto che nella regione di Porto si producesse anche vino di qualità. Fu solo nel 1667, con il blocco dell’importazione di vino dalla Francia per motivi politici, che i mercanti inglesi che operavano in Portogallo intravidero la possibilità di aumentare la loro fortuna. Iniziarono dunque a esportare in Inghilterra il vino rosso portoghese e andarono in cerca delle qualità migliori nell’alta valle del Douro. La leggenda narra che trovarono un vino eccezionale nel convento di Lamego (i monaci portoghesi erano esperti produttori di vino) e che per aumentare la durabilità del vino, che veniva spedito in patria via mare, vi aggiungessero un po’ di brandy. Fu poi a partire dal 1850 che la pratica di aggiungere brandy per bloccare la fermentazione del vino e aumentarne il tasso alcolico prese definitivamente piede. Ecco perché ancora oggi molte aziende produttrici hanno nomi (anzi cognomi) inglesi (Taylor’s, Graham’s, Croft’s). Alla fine del 1700 si definì la zona limitata di produzione del vino (alto Douro- praticamente vino DOC) e Villanova de Gaia come base obbligatoria di immagazzinamento, invecchiamento e imbottigliamento del vino (dal 1986 è possibile immagazzinare e far invecchiare il Porto anche nella valle del Douro). Ed ora altre due parole sulle varietà di Porto: Il “ruby”e il “tawny” sono prodotti con uve di più vendemmie con invecchiamento da 3 (ruby) a 10-20 anni (tawny). Da un’unica vendemmia si ottengono il “porto colheita”, il “late-bottled vintage” e il più costoso “vintage” fatto con uve di annate straordinarie, imbottigliato entro due anni e invecchiato per oltre 20 anni. Questo molto sinteticamente per evitare di pensare che il porto che compriamo qui in Italia al supermercato sia l’unico tipo di porto esistente. Visitiamo quindi le cantine “Graham’s”. Prima ci portano nei magazzini dove il porto riposa e matura in botte. Le dimensioni delle botti vanno da quelle “normali” a quelle di dimensioni enormi: 70.000 litri (spero non sia una bestialità, ma io così ricordo)! Intravediamo dietro una porta ben chiusa le bottiglie più antiche e pregiate e poi finalmente ….. si degusta! Porto rosso, bianco, più secco, più dolce, biscottini, insomma alla fine in parecchi si convincono all’acquisto e tutti sorridenti ci riavviamo al pullman ;-))). Anche questa giornata è giunta alla fine. Dopo lo snervante check-in in hotel (camere non pronte, camere mancanti, ascensori super lenti) faccio appena in tempo a depositare la valigia in camera, ad aiutare una signora disperata che non riesce a usare il telefonino noleggiato per l’occasione (un vero furto!!), ed ecco che devo fare da guardiano in sala da pranzo per indirizzare le persone al proprio tavolo. La sala è grande, occupata solo da noi, ma abbiamo dovuto dividere i tavoli per pullman onde evitare troppo casino. Dimenticavo: il mio collega Marco è rimasto a Santiago per assistere una persona ricoverata d’urgenza in ospedale la prima notte. Meno male che c’era lui! Pare che ci raggiungeranno domani nel pomeriggio. Il buffet è molto abbondante e non finirò mai di stupirmi per come le persone si trasformano di fronte alla possibilità di avere cibo senza limite!! Dopo cena faccio un tentativo di uscita, ma dopo aver percorso un tratto di strada al buio, da sola, mi è passata la voglia di esplorare i dintorni e rimando per l’ennesima volta la visita di Porto! Domani ancora verso sud: Coimbra e Fatima!
25 ottobre 2001
Se il buon giorno si vede dal mattino oggi sarà una giornata disastrosa! Pronta con la mia valigia davanti all’ascensore alle 7:45, ho atteso invano fino alle 8:15 che si aprissero le porte di una cabina con lo spazio sufficiente per poter salire! Un vero incubo! E dal 16° piano con la mia bella valigiona non se ne parlava di scendere per le scale! Vabbè, sono riuscita comunque a fare una abbondante colazione visto che tutti hanno avuto il mio stesso problema (complimenti all’hotel **** per l’efficienza dei suoi ascensori!). Un paio di persone pare abbiano nel frattempo perso la carta d’identità (cosa volete che sia?), comunque verso le 8:45 si parte per Coimbra, la città universitaria per eccellenza del Portogallo. Il clima ci è sempre favorevole. Ancora sole! Il nome di Coimbra deriva dall’antica Coninbriga romana. Divenne capitale del neonato Portogallo nel 1145 e ancora oggi è ricordata per essere stata la sede della prima università dello stato nel 1290. Ancora oggi l’Università di Coimbra è considerata la più prestigiosa di tutto il Portogallo. La città è attraversata dal fiume Mondego ed è sormontata da una collina sulla cui cima è la sede dell’Università, circondata dalla città vecchia. Il nucleo storico dell’ Università è ancora oggi utilizzato e ospita gli uffici centrali e l’Aula Magna. Si tratta di un quadrato costruito attorno al Patio des Escolas, un grande cortile utilizzato purtroppo come parcheggio. A questo proposito apro una parentesi: ho spesso constatato che in Portogallo l’idea di “isola pedonale”, “barriere architettoniche”, “marciapiede” è ancora un poco vaga. Così si perde la possibilità di godere appieno del patrimonio monumentale di questo paese, dove spesso ti devi fare strada tra nugoli di macchine parcheggiate alla bene meglio a ridosso dei monumenti. Un po’ come in Italia 20-25 anni fa. Chiusa parentesi. Attorno al Patio, oltre agli edifici universitari, si trovano due ambienti molto interessanti: la “Capela di São Miguel” e la “Biblioteca Joanina”. La Cappella è un piccolo gioiello di arte barocca con un bellissimo organo iberico (significa che oltre alle normali canne verticali ne ha di altre sparate in orizzontale). La Biblioteca, costruita per volere di re João V all’inizio del 1700, è composta da tre grandi e altissime sale con soffitti affrescati a “trompe l’oil” e stupende scaffalature in legno dipinto contenenti circa 300.000 volumi. Attenzione che l’ingresso alla Biblioteca è scaglionato e si rischia di dover fare lunghe file. Non fanno entrare più di 25-30 persone alla volta. Se ci sono molti gruppi consiglio di andare dal custode e dire che si è individuali (senza gruppo) in modo da farsi inserire. I biglietti si acquistano fuori dalla Sala dos Capelos, quindi nell’altra ala dell’edificio. Dalla parte alta della collina si può scendere a piedi direttamente nel centro commerciale della città E’ una discesa ripida con tratti a scalinata. Si arriva così alla “Sé Velha” (Cattedrale Vecchia) che risale alla fine del 1100 e dall’esterno ricorda una fortezza. Stile romanico molto sobrio e austero con alcune pareti ricoperte di “azulejos”, le famose piastrelle colorate portoghesi. Purtroppo la piazzetta è ricoperta di automobili parcheggiate! Continuando a scendere si passa sotto l’Arco de Almedina a ricordo della dominazione araba della città e si arriva alla via pedonale. Girando a destra e proseguendo fino in fondo ecco la chiesa di “Santa Cruz” con il bellissimo pulpito e le tombe dei primi re del Portogallo. Sulla piazza antistante ho trovato due venditrici di caldarroste e non ho resistito alla tentazione di fotografare il baracchino mobile, attrezzo del loro mestiere. Percorrendo tutta la via pedonale dalla parte opposta si arriva al centro della città, Largo di Portagem, piccola piazza con tavolini all’aperto (non in questa stagione). Attraversando la strada all’incrocio si è già sul Ponte de Santa Clara da cui si gode una bella vista sulla collina che domina Coimbra con la torre dell’Università. Dopo pranzo si riparte per Fatima dove arriviamo in tempo per la messa fissata in Basilica alle 17:15. Mentre tutti sono in chiesa vado in hotel per lo scarico dei bagagli e il check-in. Ho la gradita sorpresa di trovare Marco, arrivato direttamente da Santiago assieme alla persona dimessa dall’ospedale. Pare possiamo stare tranquilli anche se provvedo a procurare una ulteriore sedia a rotelle. Gli è stato “ordinato” di non affaticarsi. Assieme a Marco diamo una mano alla reception per la registrazione del mega-gruppo, poi vado al ristorante per la divisione dei gruppi nella sala. Qui ritrovo il maitre Joaquin, persona gentilissima e molto disponibile. Per fortuna le guide fanno arrivare un gruppo alla volta e così evitiamo il casino totale tipico di ogni assegnazione camere! Le valigie sono già nelle stanze (speriamo in quelle giuste!) e …. praticamente è ora di cena. Due passi fino al Santuario (non c’è una gran vita a Fatima) e poi a letto. La giornata di domani è dedicata per metà alle celebrazioni legate al pellegrinaggio, e per l’altra metà alla visita del monastero di Batalha.
26 ottobre 2001
Cos’è Fatima? Credo che i fatti siano conosciuti ai più. Mi limiterò quindi ad una sintesi. Il 13 maggio 1917, Lucia di 10 anni, Francesco e Giacinta di 9 e 7 anni, stavano pascolando un piccolo gregge nella Cova de Iria, una frazione di Fatima, comune di Villa Nova de Ourém. All’improvviso, questo il loro racconto, videro una grande luce e subito dopo una “Signora più splendente del sole”. La Signora disse loro di pregare molto e invitò i bambini a tornare nello stesso posto per cinque mesi, stesso giorno, stessa ora per pregare con lei. Nell’ultima apparizione, il 13 ottobre 1917, alla presenza di circa 70.000 persone, la Signora disse di essere la “Madonna del Rosario” e chiese che venisse costruita in quel luogo una Cappella in suo onore. Dopo l’apparizione tutti i presenti furono testimoni del “miracolo del sole”: fu possibile fissare il disco del sole senza difficoltà, mentre questi girava su se stesso e sembrava che stesse per precipitare sulla terra. L’apparizione della Signora ai bambini era stata anticipata l’anno precedente dall’apparizione di un angelo per tre volte in luoghi diversi. Francesco e Giacinta morirono giovanissimi (1919 e 1920), mentre Lucia, ora suor Lucia (94 anni), vive ancora a Coimbra, nel Carmelo di S. Teresa Ora la piccola frazione di Cova de Iria non esiste più e per rendere identificabile ai sempre più numerosi pellegrini il luogo delle apparizioni si preferì identificarlo con Fatima, il paese più vicino. Al posto del campo dove pascolavano le greggi si trova il Santuario che comprende la Basilica, la grande spianata (lunga 1 km) con la Cappellina delle Apparizioni costruita come richiesto dalla Signora, altre cappelle e gli uffici che gestiscono la vita del Santuario. Tutto intorno al Santuario sono solo negozi e alberghi, edifici religiosi e pensioni. Qui tutto è nato dopo le apparizioni, prima c’erano solo campi. Oggi a Fatima affluiscono circa 4 milioni di fedeli all’anno che vi si recano per pregare, per chiedere grazie, per visitare i luoghi “dei bambini”. C’è poi il discorso relativo ai cosiddetti “Segreti di Fatima” che la Signora comunicò a Lucia durante le apparizioni. Il primo relativo alla visione dell’Inferno, il secondo che preannunciava la conversione della Russia e il terzo (reso noto l’anno scorso) che prevedeva il ferimento di un Pontefice. Chi si reca a Fatima come pellegrino non può quindi mancare le celebrazioni che si svolgono sia dentro che fuori dal Santuario. Oltre alla celebrazione della Messa che si svolge più o meno ogni ora sia nella Basilica che nella Cappellina delle Apparizioni (in diverse lingue), ogni sera alle 21:30 si recita il Rosario alla Cappellina e al termine del Rosario la fiaccolata (da Pasqua a ottobre). Presso la “rotonda sud” della città inizia il percorso della Via Crucis, un sentiero lastricato che segue la strada che i pastorelli facevano per andare da casa loro (Aljustrel) alla Cova de Iria. E’ piacevole percorrere questo sentiero anche a prescindere dalla partecipazione alla Via Crucis. Rimane infatti l’unico modo per immergersi nella natura (campi di ulivi) dei luoghi così come dovevano essere all’inizio del secolo scorso. La mattina, dopo la Messa in Basilica, partenza per la visita al monastero di Santa Maria della Vittoria a Batalha (circa 25 km da Fatima). Si tratta di uno stupendo monastero domenicano del XV secolo in stile gotico fiammeggiante sul quale vennero operate aggiunte e modifiche nello stile manuelino (stile che si sviluppò nel periodo di regno di re Manuel, da cui prese il nome). Notevoli la chiesa, il Claustro Real, la Sala do Capitulo (con la tomba del milite ignoto e il picchetto d’onore) e le Capelas Imperfeitas, rimaste senza soffitto in quanto il re Joao III destinò i fondi al costruendo Convento de Cristo (stupendo) a Tomar. Colpisce in modo particolare la bellezza della chiesa nella sua semplicità. I dominicani non ammettevano infatti che la riflessione e la preghiera potessero essere distratti da decorazioni o statue. L'altezza è quasi vertiginosa e nei giorni di sole la luce che penetra dalle vetrate (le uniche originali sono quelle dell'abside) si specchia sui pilastri e sui pavimenti di pietra. Il chiostro è bellissimo ma di uno stile diverso. Lo stile manuelino è lo stile del Portogallo potenza marittima. Le ricche decorazioni che lo caratterizzano riflettono la ricchezza di uno stato che ha conquistato territori utilizzando la via del mare. Si ritrovano quindi riprodotti in pietra: nodi marinari, sfere armillari, frutta esotica e strani animali. Nel complesso l'effetto è dirompente. Questo stesso stile trionfa nelle Cappelle Incompiute, abbandonate prima del tempo e mai terminate. Al termine della visita rientro a Fatima e nel pomeriggio rito della Via Crucis e visita alle case dei pastorelli ad Aljustrel. Dopo cena alle 21:30 partecipazione al Rosario presso la Cappellina delle Apparizioni e fiaccolata. Domani ultimo giorno: Lisbona e ritorno e casa.
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27 ottobre 2001
Sveglia alle 6:30, colazione e check-out dall’albergo. Mentre il gruppone partecipa all’ultima messa alla Cappellina della Apparizioni, rimango in hotel con le guide per controllare il carico del bagagli sui tre pullman che oggi partiranno da Lisbona per il rientro in Italia. I bus sono quindi caricati e pronti alle 9:00 fuori dal Santuario per caricare i passeggeri. Oggi è il primo giorno bigio, il sole non si vede. Dopo circa due ore arriviamo a Lisbona. Prima tappa il sobborgo di Belém, che si trova a circa 6 km dal centro commerciale della capitale. Belém fu, nelle epoche delle grandi scoperte, uno dei punti di partenza delle caravelle portoghesi. La spedizione più famosa fu quella di Vasco de Gama che raggiunse l’India nel 1499, dopo due anni di navigazione! Fu al ritorno del navigatore che il re, Manuel I, ordinò la costruzione di un monastero lungo il fiume, nel punto in cui Vasco de Gama aveva trascorso la notte in preghiera la vigilia della partenza. Sorse così il Mosteiro dos Jerónimos, dedicato a Santa Maria di Betlemme (de Belém), da cui prese poi il nome l’intero quartiere. Dal 1984 sia il Monastero che la vicina Torre de Belém fanno parte dei monumenti “patrimonio mondiale dell’umanità”, grazie all’UNESCO. Entrambi i monumenti sono tra i pochi ad essere sopravvissuti al terribile terremoto del 1755 che rase praticamente al suolo la città. I lavori per la costruzione del Monastero iniziarono nel 1502 e furono terminati solo verso la fine del secolo. Si succedettero diversi architetti, ma il risultato è comunque notevole. (Nel 1800 vennero aggiunte la cupola e la torre campanaria in stile pseudo- manuelino). Furono i monaci dell’ordine di San Girolamo ad abitare il monastero con il compito di assistere i marinai e le loro famiglie. La chiesa è un po’ cupa, con uno splendido soffitto a volte incrociate e la tomba di Vasco de Gama. I chiostri sono bellissimi. Si tratta di un'unica struttura a due piani in stile manuelino. Sono stati appena restaurati e quindi la pietra è pulitissima. Al piano inferiore si apre il refettorio con le pareti ricoperte di “azulejos”, le bellissime piastrelle tipiche del Portogallo. Terminata la visita del monastero ci spostiamo di poco ed arriviamo alla Torre di Belém. Questa è diventata forse il simbolo più conosciuto di Lisbona. Ci troviamo ora sulla riva del fiume Tejo (il Tago spagnolo). La Torre fu costruito per volere di re Manuel I per la protezione del porto di Lisbona e si trovava in mezzo al fiume prima che il corso si spostasse verso sud. Non vale la pena di visitare l’interno, soprattutto se non si ha molto tempo. E’ molto bello, quando c’è il sole, vedere la bianca immagine della Torre che si riflette nelle acque del Tejo. Oggi non è proprio così. Peccato! Facendo poi due passi lungo il fiume si arriva al Padrão dos Descombrimentos, monumento moderno in calcare, molto suggestivo. Raffigura una caravella con a bordo i più grandi navigatori portoghesi insieme ai più famosi artisti del paese. Il tempo vola e ci dirigiamo quindi verso nord, seguendo al costa. Il nostro ristorante si trova infatti in un paesino sull’Oceano. Dopo un pranzo troppo lungo e mal organizzato (capita, a volte), ritorniamo verso il centro. Saliamo nella parte più antica della città, nel quartiere dell’Alfama, anch’esso sopravvissuto al terremoto del 1755. Lisbona è costruito sui colli, sette come per Roma, e molta parte della città si trova quindi in alto rispetto alla riva del fiume. Si sale per queste stradine e vicoli, retaggio della dominazione araba della città (Alfama deriva da alhama = sorgente). Arriviamo alla Cattedrale, costruita dopo la cacciata dei Mori, nel 1150. Come quella di Coimbra il suo esterno ricorda una fortezza. L’interno presenta un misto di stili poco interessante. Scendendo la strada di pochi metri, sulla destra si vede un’altra chiesa. Si tratta di S. Antonio. E’ meta di molto pellegrini, soprattutto italiani, perché si tratta di S. Antonio da Padova, nato proprio qui, dove ora sorge questa chiesa. Molti non lo sanno, ma il Santo era lisboeta, battezzato nella Cattedrale di Lisbona e passato a miglior vita vicino a Padova nel 1231. E’ il co-patrono ufficioso di Lisbona insieme a S. Vincenzo (patrono ufficiale). Continuando a scendere (strade ripide, marciapiedi stretti, gradini, macchine ovunque, binari del tram), arriviamo nella via pedonale (Rua Augusta). Ci rimane giusto il tempo per una passeggiata fino al Rossio, un’occhiata ai negozi e poi dobbiamo scappare all’aeroporto. I pullman ci aspettano sulla Praça do Comércio. L’aeroporto è vicinissimo e non troviamo traffico. Il check-in è un po’ lunghetto quindi nel momento in cui arrivo al gate con le ultime sedie a rotelle iniziano il pre-imbarco degli ammalati. Senza quasi rendermene conto sono seduta con la cintura allacciata e l’aereo inizia a rullare. Decolliamo in anticipo! Il volo è tranquillo e passa velocemente tra una chiacchiera e l’altra. Atterriamo a Bologna con 45 minuti di anticipo. Le valige ci sono tutte. Attendo, stringendo mani e baciando un po’ tutti, che anche l’ultimo passeggero esca dalla sala ritiro bagagli e mi fiondo sul primo taxi della fila. Arrivo in stazione e riesco a prendere un treno in partenza: hanno un vagone letto libero! In questo modo non devo attendere più di un’ora (fino all’1 del mattino) nell’accogliente stazione di Bologna. Quando mi stendo nel letto cullata dal movimento del treno, faccio fatica a credere che solo poche ore prima mi trovavo sulla rive del fiume Tejo, in un paese lontano qualche migliaia di chilometri, con persone conosciute solo pochi giorni prima. Mi sembra, come sempre, di essere stata via un sacco di tempo! So già che una volta a casa, quando chiederò a Giovanni di raccontarmi le ultime novità, si metterà a ridere. Cosa vuoi che succeda in 5 giorni? Scrivendo queste righe e ripensando a quel viaggio a me sembra che invece siano successe un sacco di cose. E’ proprio vero che: tutto è relativo! Alla prossima! Elisabetta
Se volete vedere alcune foto del viaggio il link è: http://communities.msn.com/Elisabettainviaggio/PhotoAlbums
Alcuni links sul Camino de Santiago:
http://www3.planalfa.es/arzsantiago/Peregrinos/Italiano/camisant.htm
http://www.amicidisantiago.it/Informazioni.htm
http://www.agalicia.com
Per chi volesse percorrere il Camino de Santiago da pellegrino, consiglio la lettura del libro di Marco Bruckner “Sette passi sul Cammino di Santiago de Compostela” ed. Mediævo. E’ un libro-guida interessante dal punto di vista storico- informativo-religioso, con un pratico aiuto per il pellegrino-camminatore. Sul libro è riportata una bibliografia con riferimenti utili per gli approfondimenti. Non so se il testo sia arrivato in libreria. Se comunque siete interessati e non lo trovate potete contattarmi. Alcuni links sul Portogallo:
http://www.well.com/user/ideamen/portugal.html
con tanti altri links
www.portugal-info.net
http://www.santuario-fatima.pt/indexit.htm