di Elisabetta
23 ottobre 2001
Arrivo alla stazione di Bologna con un anticipo di 10 minuti. Interpreto la
cosa come un buon segno per il viaggio che mi appresto a compiere (mai successo
che un treno arrivasse in anticipo!): 5 giorni tra il nord-ovest della Spagna
e il Portogallo, arrivo a Santiago de Compostela in Galizia, estrema regione
spagnola, e partenza da Lisbona, al centro del Portogallo. Questo è un
viaggio particolare per me, in quanto i turisti-pellegrini che accompagno (168
sul volo con me più altri 70 che troverò a Santiago con un mio
collega) fanno parte di un’associazione che si pone come scopo l’accompagnamento
nei santuari europei degli ammalati. Solitamente viaggiano in treno organizzando
partenze speciali (potremmo chiamarli treni charter). Questo è dunque
un viaggio “diverso” per loro, ma anche per me, solita ad accompagnare
persone autosufficienti senza problemi di salute (almeno prima della partenza
;-). Il check-in procede in modo tranquillo: "solo" una persona è
senza documento d’identità e altre due con la C.I. non valida per
l’espatrio. Molte di queste persone non hanno mai preso l’aereo,
diverse sono anziane e grazie a questo riesco a convincere la Polizia di frontiera
a farle partire comunque. Anche l’attrezzatura medica viene etichettata
e spedita e non mi resta neanche il tempo per un cappuccino… è
già l’ora dell’imbarco. Devo essere presentissima in quanto
verrà effettuato il pre-imbarco per le persone in sedia a rotelle. Tutto
procede bene e, con un po' di ritardo, si decolla. Paventavo questo viaggio
in aereo, il primo dopo l’11 settembre e il disastro di Linate. Temevo
di essere assalita da cupi pensieri, soprattutto pensando alle persone care
rimaste a casa. Per fortuna, invece, nulla di tutto questo. Dall’inizio
del check-in fino all’atterraggio a Santiago non ho proprio tempo da dedicare
ad altri pensieri fuorché quelli legati al viaggio in corso e, una volta
decollata, sono perfettamente a mio agio, come al solito. Dopo 2 ore e 35 minuti,
alle 12:55, atterriamo a Santiago. Da tanto tempo desideravo arrivarci. Certo,
avrei preferito percorrere il "Camino" e arrivare al sepolcro di S.
Giacomo come tanti ancora fanno, ottenere la "Compostelana", cucirmi
la "concha" sul cappello.... Ma forse è meglio andare per ordine
e spiegare, a chi non lo sa, che posto è Santiago de Compostela. Durante
il Medioevo si svilupparono in tutta Europa dei grandi flussi di pellegrini,
centinaia di migliaia, che partivano dalle loro case per raggiungere e venerare
delle sante reliquie. Si svilupparono così tre mete di pellegrinaggio
che, in ordine di importanza erano: Gerusalemme con i segni e i luoghi della
passione di Cristo, Roma dove subì il martirio e venne sepolto l'apostolo
Pietro, Santiago de Compostela dove veniva conservato il sepolcro dell'apostolo
Giacomo detto il Maggiore (Santiago in portoghese). Inutile ricordare che la
maggior parte di questi pellegrini si muoveva a piedi, impiegando settimane,
mesi per raggiungere la meta. Molti non arrivarono mai, caduti vittime di banditi,
malattie, fatica lungo il loro cammino. E fu così che in tutta Europa
vennero a crearsi tanti percorsi, sfruttando in parte le grandi strade di comunicazione
create dai Romani (Emilia, Aurelia, Appia...) che però assunsero altri
nomi, in relazione ai diversi pellegrinaggi: romea o francigena per i pellegrini
verso Roma e provenienti dalla Francia, lauretana verso il Santuario di Loreto,
mentre i pellegrini che si dirigevano al sepolcro di San Giacomo percorrevano
il "Camino de Santiago" (in realtà tanti cammini che venivano
poi a congiungersi in uno solo una volta entrati in Spagna). Per distinguere
i diversi pellegrinaggi vennero introdotti simboli diversi che i pellegrini
custodivano gelosamente per tutto il resto della loro vita: la palma per chi
tornava da Gerusalemme, le chiavi di S. Pietro per i pellegrini romèi,
la "concha" (conchiglia) raccolta da chi arrivava a Finis Terrae,
l'estremo ovest europeo, appena oltre Santiago de Compostela. So che ci sarebbero
mille altre cose da dire a proposito dei pellegrinaggi medievali, ma lascio
a voi, se sono riuscita a interessarvi, approfondire l'argomento. E così
sono arrivata a Santiago. In aereo, comodamente, in due ore e mezza. Quasi quasi
mi vergogno!!! L'aeroporto è nuovo e deserto. Siamo l'unico volo in arrivo.
I bagagli ci sono tutti (meno male!) e sono arrivate anche le guide. Manca un
pullman, ma proprio quando ne avevamo trovato un altro, arriva. C'è qualche
problema con l'elevatore per le sedie a rotelle, ma anche questo viene risolto.
Bene, possiamo partire. Breve giro panoramico che non mi piace per niente ma
serve alla guida per introdurre e presentare la città, ed ecco che finalmente
si parcheggia. Per la Cattedrale si prosegue a piedi. Era ora!!
23 ottobre 2001 - pomeriggio
L’ultimo libro letto in vista di questo viaggio è stato “Il
cammino di Santiago” di Paulo Coelho, uscito in edizione italiana solo
pochi mesi fa. Il libro non mi è piaciuto, ma resta comunque valido per
chiunque abbia intenzione di percorrere la strada da pellegrino. Mi ritrovo
quindi a percorrere l’ultimissimo tratto del Camino, finalmente a piedi.
Sono solo poche centinaia di metri. Al termine della via pedonale fiancheggiata
sul lato sinistro da negozi, pasticcerie e bar (le ultime tentazioni per lo
stanco pellegrino!), si apre finalmente la piazza della Cattedrale. Plaza de
Obradoiro è dominata sulla sinistra dall’alta mole della facciata
seicentesca della chiesa che custodisce i resti di San Giacomo, la agognata
meta per centinaia di migliaia di pellegrini (ben 10 milioni solo dal 1050 al
1250). San Giacomo, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni, fu martirizzato
secondo la tradizione il 25 marzo del 42 o 44 d.C. I suoi discepoli presero
(o trafugarono) il suo corpo e, via mare, giunsero in Galizia. Dopo qualche
avventura riuscirono a seppellire il corpo del Santo. A causa però delle
invasioni barbariche il luogo del sepolcro venne occultato e quindi dimenticato.
La prima piccola chiesa venne edificata da Alfonso II subito dopo il ritrovamento
del sepolcro del Santo. La tradizione dice che fu la visione di stelle cadenti
una notte tra l’812 e l’814 a fare ritrovare la tomba ormai dimenticata.
Secondo questa tradizione il nome Compostela deriverebbe da “campo di
stelle” il luogo appunto dove sembravano cadere le stelle. (Notare però
che in latino abbiamo “compositum” = cimitero. Ipotesi meno suggestiva
ma più realistica). La seconda chiesa, un ampliamento della prima, risale
all’epoca di Alfonso III (899). Questa venne distrutta da Al-Mansur nel
977 che salvò solo la tomba dell’apostolo in segno di rispetto
per il Santo. La terza e attuale Cattedrale venne edificata nel 1075, in stile
romanico. Nel corso dei secoli altri stili hanno lasciato il loro segno, peraltro
ben evidente nell’esterno della chiesa, ma la struttura originale è
rimasta intatta e ancora ben visibile nella decorazione dell’interno.
La Plaza de Obradoiro è cinta da altri tre edifici: l’Ayuntamiento
(Pazo de Raxoi) col suo bel porticato in stile neoclassico, di fronte alla Cattedrale,
l’ex Colegio de San Jerónimo (oggi Università), e il bellissimo
edificio dell’Hostal de los Reyes Católicos, un tempo ospizio per
i pellegrini, oggi hotel 5 stelle (non è stata cambiata la destinazione
d’uso!). Al centro della piazza si trova una targa con il simbolo della
conchiglia, segno della conclusione del pellegrinaggio. Ponendoti con i piedi
sulla targa ti ritrovi a dover alzare la testa per poter ammirare la facciata
con le alte torri. Viene spontaneo allontanarsi, per poter vedere meglio l’insieme
di questo enorme edificio. L’unico modo per poter cogliere appieno la
maestosità della costruzione è fare il giro completo del suo perimetro
infilandosi nelle viuzze che la circondano. In ogni caso rimango molto dubbiosa
sulla facciata così appesantita della Cattedrale: il Barocco, ancora
una volta, mi lascia perplessa. Per fortuna questa facciata è solo un
involucro aggiunto nel ‘600-‘700, senza distruggere il portale originale
medievale che si conserva all’interno!! Un ultimo sguardo e qualche foto
alla piazza e poi inizio il giro attorno. Le sedie a rotelle non possono comunque
entrare dalla porta principale che si trova in cima a una grande doppia scalinata
(un inno alle barriere architettoniche!). Entriamo così dal fianco, dal
transetto sinistro, attraversando il negozio di souvenirs,dopo aver baipassato
la scalinata della porta “de las Platerías” (splendido romanico).
L’interno è poco illuminato (sono ormai le 18:30 ed è un
po’ nuvoloso), ma si coglie subito la maesosità della costruzione.
La struttura è del 1100, croce latina a tre navate, con alte volte a
botte e archi a tutto sesto tra le colonne e nelle bifore dei matronei. Semplice,
spoglia ma bellissima. La parte dell’altare maggiore ha subito l’attacco
del Barocco. Dietro all’altare accessibile tramite una scala in marmo,
si trova il busto d’argento di Santiago che per tradizione viene abbracciato
dai pellegrini prima della discesa nella cripta dove si trova l’urna con
i resti del Santo. E’ da un pezzo che ho lasciato il gruppo per godermi
il più possibile in silenzio e solitudine l’interno di questa chiesa.
Sicuramente mi sto perdendo un’interessante spiegazione storico- aneddotico-artistica.
Ma non mi interessa. Vorrei che l’atmosfera di questo ambiente che milioni
e milioni di persone hanno toccato prima di me, mi lasciasse qualcosa di personale.
Ma, ahimè, una volta percorsa la navata centrale (dove è visibile
un notevole organo iberico) vengo rapita dalla bellezza delle decorazioni del
“Pórtico de la Gloria”! La struttura in pietra interamente
scolpita con altorilievi è rimasta immutata per 900 anni, protetta in
questi ultimi 4 secoli dalla facciata barocca. Guardo incantata le lunette,
gli archi, i sottarchi, gli altorilievi e mi chiedo ancora una volta come facessero
gli scalpellini medievali a trasformare la pietra grezza in volti, espressioni,
atteggiamenti che sono così umani, diretti e reali. Esco dal portale
principale e mi godo la vista della piazza dall’alto della scalinata.
C’è ancora luce, anzi, il cielo si sta schiarendo e il sole fa
capolino dalle nuvole. Siamo estremamente a ovest, l’ora è ancora
legale e quindi farà buio molto tardi. Viceversa credo che domattina
alle 8, ora della Messa qui in Cattedrale, sarà dura riuscire a vedere
qualcosa! Intanto ecco che sulla piazza arriva il mio collega Marco, con un
gruppo di 30 persone via Porto. Visto che sono arrivati un po’ tardi,
mentre lui fa il giro per l’ingresso delle sedie a rotelle, io accompagno
gli altri su per la scalinata e dentro la chiesa attraverso il portone principale.
Manca solo un gruppo, 40 persone, che arrivano via Porto con un volo di linea
da Bologna. Dopo un po’, sempre dalla postazione in cima alla scalinata,
li individuo. Bene, ci siamo tutti 240. Arrivati con 3 voli diversi, chi da
Bologna chi da Milano, è già qualcosa non aver perso ancora nessuno!!
E' ora di andare in albergo. Mentre cammino verso il parcheggio assieme agli
ultimi, comincio a sentire la caduta di tensione: la sveglia alle 4:30, lo stare
tanto tempo in piedi, il correre con gli occhi di qua e di là per vedere
che tutto fili liscio per tutti e così via. Dalle pasticcerie si affacciano
delle gentili fanciulle con assaggi dei dolci tipici: una squisita torta di
mandorle (“Tarta de Santiago”) e delle specie di spumini sempre
alle mandorle. L’assaggio è gratuito e gradito, quindi non mi tiro
indietro. Tutto buonissimo. Se domani avrò tempo cederò alla tentazione!
Per ora mi attende il check-in in hotel, quindi non mi posso ancora rilassare
del tutto! Per fortuna i gruppi arrivano scaglionati, tutti in camera per 10
minuti ed è già ora di cena. Io veramente riesco solo a portare
la valigia di sopra e poi corro di nuovo nella hall: si è persa una valigia.
O meglio è arrivata in aeroporto, ma nessuno l’ha vista in hotel.
Dopo circa un’ora di agitazione e tensione del proprietario (“Io
torno a casa!”), la valigia viene trovata nella camera di un cliente (non
del nostro gruppo) che si lamenta perché gli è stata data una
camera già occupata! Complimenti ai facchini! Do l’annuncio del
ritrovamento al malcapitato, e finalmente mi siedo a tavola. Meno male che riesco
a mangiare! Il problema della valigia mi aveva parzialmente levato l’appetito
che di fronte a una bella paella si risveglia prontamente. Faccio due chiacchiere
con i miei commensali: si rivelano fin da subito persone eccezionali, pieni
di spirito e di forza d'animo, anche se la vita non è stata molto benigna
nei loro confronti. Ce ne dobbiamo andare, siamo rimasti solo noi in sala da
pranzo e i camerieri devono preparare per la colazione. La stanchezza adesso
è notevole e purtroppo la sveglia di domani è proibitiva! (Quando
ho dato gli orari sul pullman per poco non mi saltavano addosso!!). Meta: Porto!
24 ottobre 2001
La colazione a buffet decisamente abbondante e varia, mi fa lentamente riprendere
dalla levataccia (5:30). Il check-out dall’hotel procede senza problemi
e due pullman partono per la Cattedrale puntuali alle 7, mentre il terzo ha
qualche difficoltà in più. Si tratta del bus col maggior numero
di sedie a rotelle e quindi, per forza maggiore, il più lento. Arriviamo
comunque direttamente sulla Plaza de Obradoiro (concessione eccezionale) in
tempo per la partecipazione alla Messa delle 8:00. E’ buio pesto, veramente
non mi era mai capitato di trovare così buio alle 8 del mattino! Faccio
qualche foto comunque, magari riesco a salvare qualcosa! Entro poi in chiesa
e, devo dire, l’effetto è notevole. E’ completamente illuminata!
Altre foto (grazie al sistema digitale che mi permette di scattare senza pensare
che sto forse buttando via della pellicola) e poi nuovamente fuori sulla piazza
per vederla lentamente illuminarsi alla luce del sole che sorge. La giornata
è meravigliosa. Il cielo è di uno splendido azzurro. Sono contenta,
il viaggio verso sud promette bene. Verso le 9 si parte. Meta intermedia per
il pranzo: vicinanze di Braga, Portogallo. Guadagniamo anche 1 ora di fuso perché
il Portogallo non è nel fuso dell’Europa Centrale, ma in quello
di Greenwich. Alle 12:15 siamo al Santuario del Bom Jesus do Monte, su di una
collina da cui si domina la città di Braga. Purtroppo non è prevista
la visita della cattedrale della città, la più antica del Portogallo.
Una volta sistemati tutti in sala da pranzo mi defilo. Il clima fuori è
delizioso, il cielo è sempre più blu e così mi godo in
pace il panorama sulla città e la particolarissima “Via Crucis”
del Santuario. Si tratta di una scalinata, decisamente ripida nonostante le
terrazze, su cui sono piazzate le stazioni della via crucis. Forse bisognerebbe
parlare di “scalinate” perché dopo la prima rampa con le
scene della passione di Cristo, segue una seconda chiamata “dei 5 sensi”
e infine una terza scalinata incrociata con le raffigurazioni delle Virtù.
In cima si trova il Santuario. I pellegrini effettuano l’ascesa in ginocchio.
Io che partivo dall’alto me la sono fatta tutta in discesa e poi di nuovo
in salita (ma non in ginocchio!). Alla fine avrei gradito trovare le bombole
dell’ossigeno perché non avevo più fiato! Ho trovato invece
un ottimo “bacalhau com natas” (baccalà con panna) che adoro
e mi sono ripresa. Alle 14:30 partenza per Porto dove è previsto un giro
panoramico (leggi: non si scende dal pullman) e la visita a una cantina a Villanova
de Gaia. Verso le 16 siamo a Porto. Il poco tempo a disposizione, i lunghi tempi
di salita e discesa dal pullman e i lavori di ristrutturazione della città
(quest’anno con Rotterdam città europea della cultura) non permettono
una visita del centro che intravediamo dai finestrini del bus. E’ la terza
volta quest’anno che vengo a Porto, ma non sono ancora riuscita a fare
una visita decente di questa città! Siamo passati dalla provincia del
Minho a quella del Douro (dal nome di due fiumi): il primo segna il confine
con la Spagna a nord, il secondo a est. Un detto portoghese dice: “Coimbra
canta, Braga prega, Lisbona fa sfoggio di sé e Porto lavora”, a
voler sottolineare le caratteristiche principali delle più famose città
del Portogallo. Ci troviamo infatti nella regione più operosa del paese,
dove “ci si sporca le mani per lavorare”. Dal punto di vista storico,
Porto è una città molto antica ed è quella che da il nome
alla nazione. Portogallo, infatti, deriva dall’unione di due parole Portus
(porto sulla riva destra del Douro) e Cale (insediamento costruito sulla riva
sinistra del Douro). L’unione delle due città divenne Portus-Cale
da cui il nome attuale dello stato. La città non possiede tanti monumenti
importanti o famosi, ma nel 1996 buona parte del suo centro storico è
entrato nella World Heritage List dell’Unesco come Patrimonio Mondiale
dell’Umanità. Pittoresco, molto colorato, il famoso quartiere Ribeira
che si trova sul lungofiume dalla parte opposta a Villanova de Gaia, la cittadina
del vino Porto. Le due rive del Douro sono collegate da un grande ponte in ferro
(de Dom Luis I) opera di Gustave Eiffel, a più livelli e molto alto.
Passiamo dunque dall’altra parte del fiume ammirando lo splendido colpo
d’occhio delle case colorate che ci lasciamo alle spalle: il quartiere
Ribeira. Sul fiume sono ancorate, ormai solo come cimeli, le barchette a vela
quadrata (barcos rabelos) che un tempo trasportavano le botti di Porto lungo
il Douro fino a Villanova de Gaia, per l’invecchiamento. Oggi per il trasporto
si usano mezzi più sicuri e veloci. A questo punto credo che due parole
sulla storia del famoso “Vinho do Porto” non guastino. Fin dal XIII
secolo il Portogallo fu meta dei commercianti inglesi che giunsero in queste
terre attirati dalla produzione di olio di oliva, frutta e sughero, ma ignari
del fatto che nella regione di Porto si producesse anche vino di qualità.
Fu solo nel 1667, con il blocco dell’importazione di vino dalla Francia
per motivi politici, che i mercanti inglesi che operavano in Portogallo intravidero
la possibilità di aumentare la loro fortuna. Iniziarono dunque a esportare
in Inghilterra il vino rosso portoghese e andarono in cerca delle qualità
migliori nell’alta valle del Douro. La leggenda narra che trovarono un
vino eccezionale nel convento di Lamego (i monaci portoghesi erano esperti produttori
di vino) e che per aumentare la durabilità del vino, che veniva spedito
in patria via mare, vi aggiungessero un po’ di brandy. Fu poi a partire
dal 1850 che la pratica di aggiungere brandy per bloccare la fermentazione del
vino e aumentarne il tasso alcolico prese definitivamente piede. Ecco perché
ancora oggi molte aziende produttrici hanno nomi (anzi cognomi) inglesi (Taylor’s,
Graham’s, Croft’s). Alla fine del 1700 si definì la zona
limitata di produzione del vino (alto Douro- praticamente vino DOC) e Villanova
de Gaia come base obbligatoria di immagazzinamento, invecchiamento e imbottigliamento
del vino (dal 1986 è possibile immagazzinare e far invecchiare il Porto
anche nella valle del Douro). Ed ora altre due parole sulle varietà di
Porto: Il “ruby”e il “tawny” sono prodotti con uve di
più vendemmie con invecchiamento da 3 (ruby) a 10-20 anni (tawny). Da
un’unica vendemmia si ottengono il “porto colheita”, il “late-bottled
vintage” e il più costoso “vintage” fatto con uve di
annate straordinarie, imbottigliato entro due anni e invecchiato per oltre 20
anni. Questo molto sinteticamente per evitare di pensare che il porto che compriamo
qui in Italia al supermercato sia l’unico tipo di porto esistente. Visitiamo
quindi le cantine “Graham’s”. Prima ci portano nei magazzini
dove il porto riposa e matura in botte. Le dimensioni delle botti vanno da quelle
“normali” a quelle di dimensioni enormi: 70.000 litri (spero non
sia una bestialità, ma io così ricordo)! Intravediamo dietro una
porta ben chiusa le bottiglie più antiche e pregiate e poi finalmente
….. si degusta! Porto rosso, bianco, più secco, più dolce,
biscottini, insomma alla fine in parecchi si convincono all’acquisto e
tutti sorridenti ci riavviamo al pullman ;-))). Anche questa giornata è
giunta alla fine. Dopo lo snervante check-in in hotel (camere non pronte, camere
mancanti, ascensori super lenti) faccio appena in tempo a depositare la valigia
in camera, ad aiutare una signora disperata che non riesce a usare il telefonino
noleggiato per l’occasione (un vero furto!!), ed ecco che devo fare da
guardiano in sala da pranzo per indirizzare le persone al proprio tavolo. La
sala è grande, occupata solo da noi, ma abbiamo dovuto dividere i tavoli
per pullman onde evitare troppo casino. Dimenticavo: il mio collega Marco è
rimasto a Santiago per assistere una persona ricoverata d’urgenza in ospedale
la prima notte. Meno male che c’era lui! Pare che ci raggiungeranno domani
nel pomeriggio. Il buffet è molto abbondante e non finirò mai
di stupirmi per come le persone si trasformano di fronte alla possibilità
di avere cibo senza limite!! Dopo cena faccio un tentativo di uscita, ma dopo
aver percorso un tratto di strada al buio, da sola, mi è passata la voglia
di esplorare i dintorni e rimando per l’ennesima volta la visita di Porto!
Domani ancora verso sud: Coimbra e Fatima!
25 ottobre 2001
Se il buon giorno si vede dal mattino oggi sarà una giornata disastrosa!
Pronta con la mia valigia davanti all’ascensore alle 7:45, ho atteso invano
fino alle 8:15 che si aprissero le porte di una cabina con lo spazio sufficiente
per poter salire! Un vero incubo! E dal 16° piano con la mia bella valigiona
non se ne parlava di scendere per le scale! Vabbè, sono riuscita comunque
a fare una abbondante colazione visto che tutti hanno avuto il mio stesso problema
(complimenti all’hotel **** per l’efficienza dei suoi ascensori!).
Un paio di persone pare abbiano nel frattempo perso la carta d’identità
(cosa volete che sia?), comunque verso le 8:45 si parte per Coimbra, la città
universitaria per eccellenza del Portogallo. Il clima ci è sempre favorevole.
Ancora sole! Il nome di Coimbra deriva dall’antica Coninbriga romana.
Divenne capitale del neonato Portogallo nel 1145 e ancora oggi è ricordata
per essere stata la sede della prima università dello stato nel 1290.
Ancora oggi l’Università di Coimbra è considerata la più
prestigiosa di tutto il Portogallo. La città è attraversata dal
fiume Mondego ed è sormontata da una collina sulla cui cima è
la sede dell’Università, circondata dalla città vecchia.
Il nucleo storico dell’ Università è ancora oggi utilizzato
e ospita gli uffici centrali e l’Aula Magna. Si tratta di un quadrato
costruito attorno al Patio des Escolas, un grande cortile utilizzato purtroppo
come parcheggio. A questo proposito apro una parentesi: ho spesso constatato
che in Portogallo l’idea di “isola pedonale”, “barriere
architettoniche”, “marciapiede” è ancora un poco vaga.
Così si perde la possibilità di godere appieno del patrimonio
monumentale di questo paese, dove spesso ti devi fare strada tra nugoli di macchine
parcheggiate alla bene meglio a ridosso dei monumenti. Un po’ come in
Italia 20-25 anni fa. Chiusa parentesi. Attorno al Patio, oltre agli edifici
universitari, si trovano due ambienti molto interessanti: la “Capela di
São Miguel” e la “Biblioteca Joanina”. La Cappella
è un piccolo gioiello di arte barocca con un bellissimo organo iberico
(significa che oltre alle normali canne verticali ne ha di altre sparate in
orizzontale). La Biblioteca, costruita per volere di re João V all’inizio
del 1700, è composta da tre grandi e altissime sale con soffitti affrescati
a “trompe l’oil” e stupende scaffalature in legno dipinto
contenenti circa 300.000 volumi. Attenzione che l’ingresso alla Biblioteca
è scaglionato e si rischia di dover fare lunghe file. Non fanno entrare
più di 25-30 persone alla volta. Se ci sono molti gruppi consiglio di
andare dal custode e dire che si è individuali (senza gruppo) in modo
da farsi inserire. I biglietti si acquistano fuori dalla Sala dos Capelos, quindi
nell’altra ala dell’edificio. Dalla parte alta della collina si
può scendere a piedi direttamente nel centro commerciale della città
E’ una discesa ripida con tratti a scalinata. Si arriva così alla
“Sé Velha” (Cattedrale Vecchia) che risale alla fine del
1100 e dall’esterno ricorda una fortezza. Stile romanico molto sobrio
e austero con alcune pareti ricoperte di “azulejos”, le famose piastrelle
colorate portoghesi. Purtroppo la piazzetta è ricoperta di automobili
parcheggiate! Continuando a scendere si passa sotto l’Arco de Almedina
a ricordo della dominazione araba della città e si arriva alla via pedonale.
Girando a destra e proseguendo fino in fondo ecco la chiesa di “Santa
Cruz” con il bellissimo pulpito e le tombe dei primi re del Portogallo.
Sulla piazza antistante ho trovato due venditrici di caldarroste e non ho resistito
alla tentazione di fotografare il baracchino mobile, attrezzo del loro mestiere.
Percorrendo tutta la via pedonale dalla parte opposta si arriva al centro della
città, Largo di Portagem, piccola piazza con tavolini all’aperto
(non in questa stagione). Attraversando la strada all’incrocio si è
già sul Ponte de Santa Clara da cui si gode una bella vista sulla collina
che domina Coimbra con la torre dell’Università. Dopo pranzo si
riparte per Fatima dove arriviamo in tempo per la messa fissata in Basilica
alle 17:15. Mentre tutti sono in chiesa vado in hotel per lo scarico dei bagagli
e il check-in. Ho la gradita sorpresa di trovare Marco, arrivato direttamente
da Santiago assieme alla persona dimessa dall’ospedale. Pare possiamo
stare tranquilli anche se provvedo a procurare una ulteriore sedia a rotelle.
Gli è stato “ordinato” di non affaticarsi. Assieme a Marco
diamo una mano alla reception per la registrazione del mega-gruppo, poi vado
al ristorante per la divisione dei gruppi nella sala. Qui ritrovo il maitre
Joaquin, persona gentilissima e molto disponibile. Per fortuna le guide fanno
arrivare un gruppo alla volta e così evitiamo il casino totale tipico
di ogni assegnazione camere! Le valigie sono già nelle stanze (speriamo
in quelle giuste!) e …. praticamente è ora di cena. Due passi fino
al Santuario (non c’è una gran vita a Fatima) e poi a letto. La
giornata di domani è dedicata per metà alle celebrazioni legate
al pellegrinaggio, e per l’altra metà alla visita del monastero
di Batalha.
26 ottobre 2001
Cos’è Fatima? Credo che i fatti siano conosciuti ai più.
Mi limiterò quindi ad una sintesi. Il 13 maggio 1917, Lucia di 10 anni,
Francesco e Giacinta di 9 e 7 anni, stavano pascolando un piccolo gregge nella
Cova de Iria, una frazione di Fatima, comune di Villa Nova de Ourém.
All’improvviso, questo il loro racconto, videro una grande luce e subito
dopo una “Signora più splendente del sole”. La Signora disse
loro di pregare molto e invitò i bambini a tornare nello stesso posto
per cinque mesi, stesso giorno, stessa ora per pregare con lei. Nell’ultima
apparizione, il 13 ottobre 1917, alla presenza di circa 70.000 persone, la Signora
disse di essere la “Madonna del Rosario” e chiese che venisse costruita
in quel luogo una Cappella in suo onore. Dopo l’apparizione tutti i presenti
furono testimoni del “miracolo del sole”: fu possibile fissare il
disco del sole senza difficoltà, mentre questi girava su se stesso e
sembrava che stesse per precipitare sulla terra. L’apparizione della Signora
ai bambini era stata anticipata l’anno precedente dall’apparizione
di un angelo per tre volte in luoghi diversi. Francesco e Giacinta morirono
giovanissimi (1919 e 1920), mentre Lucia, ora suor Lucia (94 anni), vive ancora
a Coimbra, nel Carmelo di S. Teresa Ora la piccola frazione di Cova de Iria
non esiste più e per rendere identificabile ai sempre più numerosi
pellegrini il luogo delle apparizioni si preferì identificarlo con Fatima,
il paese più vicino. Al posto del campo dove pascolavano le greggi si
trova il Santuario che comprende la Basilica, la grande spianata (lunga 1 km)
con la Cappellina delle Apparizioni costruita come richiesto dalla Signora,
altre cappelle e gli uffici che gestiscono la vita del Santuario. Tutto intorno
al Santuario sono solo negozi e alberghi, edifici religiosi e pensioni. Qui
tutto è nato dopo le apparizioni, prima c’erano solo campi. Oggi
a Fatima affluiscono circa 4 milioni di fedeli all’anno che vi si recano
per pregare, per chiedere grazie, per visitare i luoghi “dei bambini”.
C’è poi il discorso relativo ai cosiddetti “Segreti di Fatima”
che la Signora comunicò a Lucia durante le apparizioni. Il primo relativo
alla visione dell’Inferno, il secondo che preannunciava la conversione
della Russia e il terzo (reso noto l’anno scorso) che prevedeva il ferimento
di un Pontefice. Chi si reca a Fatima come pellegrino non può quindi
mancare le celebrazioni che si svolgono sia dentro che fuori dal Santuario.
Oltre alla celebrazione della Messa che si svolge più o meno ogni ora
sia nella Basilica che nella Cappellina delle Apparizioni (in diverse lingue),
ogni sera alle 21:30 si recita il Rosario alla Cappellina e al termine del Rosario
la fiaccolata (da Pasqua a ottobre). Presso la “rotonda sud” della
città inizia il percorso della Via Crucis, un sentiero lastricato che
segue la strada che i pastorelli facevano per andare da casa loro (Aljustrel)
alla Cova de Iria. E’ piacevole percorrere questo sentiero anche a prescindere
dalla partecipazione alla Via Crucis. Rimane infatti l’unico modo per
immergersi nella natura (campi di ulivi) dei luoghi così come dovevano
essere all’inizio del secolo scorso. La mattina, dopo la Messa in Basilica,
partenza per la visita al monastero di Santa Maria della Vittoria a Batalha
(circa 25 km da Fatima). Si tratta di uno stupendo monastero domenicano del
XV secolo in stile gotico fiammeggiante sul quale vennero operate aggiunte e
modifiche nello stile manuelino (stile che si sviluppò nel periodo di
regno di re Manuel, da cui prese il nome). Notevoli la chiesa, il Claustro Real,
la Sala do Capitulo (con la tomba del milite ignoto e il picchetto d’onore)
e le Capelas Imperfeitas, rimaste senza soffitto in quanto il re Joao III destinò
i fondi al costruendo Convento de Cristo (stupendo) a Tomar. Colpisce in modo
particolare la bellezza della chiesa nella sua semplicità. I dominicani
non ammettevano infatti che la riflessione e la preghiera potessero essere distratti
da decorazioni o statue. L'altezza è quasi vertiginosa e nei giorni di
sole la luce che penetra dalle vetrate (le uniche originali sono quelle dell'abside)
si specchia sui pilastri e sui pavimenti di pietra. Il chiostro è bellissimo
ma di uno stile diverso. Lo stile manuelino è lo stile del Portogallo
potenza marittima. Le ricche decorazioni che lo caratterizzano riflettono la
ricchezza di uno stato che ha conquistato territori utilizzando la via del mare.
Si ritrovano quindi riprodotti in pietra: nodi marinari, sfere armillari, frutta
esotica e strani animali. Nel complesso l'effetto è dirompente. Questo
stesso stile trionfa nelle Cappelle Incompiute, abbandonate prima del tempo
e mai terminate. Al termine della visita rientro a Fatima e nel pomeriggio rito
della Via Crucis e visita alle case dei pastorelli ad Aljustrel. Dopo cena alle
21:30 partecipazione al Rosario presso la Cappellina delle Apparizioni e fiaccolata.
Domani ultimo giorno: Lisbona e ritorno e casa.
Epilogo + Foto + Links
27 ottobre 2001
Sveglia alle 6:30, colazione e check-out dall’albergo. Mentre il gruppone
partecipa all’ultima messa alla Cappellina della Apparizioni, rimango
in hotel con le guide per controllare il carico del bagagli sui tre pullman
che oggi partiranno da Lisbona per il rientro in Italia. I bus sono quindi caricati
e pronti alle 9:00 fuori dal Santuario per caricare i passeggeri. Oggi è
il primo giorno bigio, il sole non si vede. Dopo circa due ore arriviamo a Lisbona.
Prima tappa il sobborgo di Belém, che si trova a circa 6 km dal centro
commerciale della capitale. Belém fu, nelle epoche delle grandi scoperte,
uno dei punti di partenza delle caravelle portoghesi. La spedizione più
famosa fu quella di Vasco de Gama che raggiunse l’India nel 1499, dopo
due anni di navigazione! Fu al ritorno del navigatore che il re, Manuel I, ordinò
la costruzione di un monastero lungo il fiume, nel punto in cui Vasco de Gama
aveva trascorso la notte in preghiera la vigilia della partenza. Sorse così
il Mosteiro dos Jerónimos, dedicato a Santa Maria di Betlemme (de Belém),
da cui prese poi il nome l’intero quartiere. Dal 1984 sia il Monastero
che la vicina Torre de Belém fanno parte dei monumenti “patrimonio
mondiale dell’umanità”, grazie all’UNESCO. Entrambi
i monumenti sono tra i pochi ad essere sopravvissuti al terribile terremoto
del 1755 che rase praticamente al suolo la città. I lavori per la costruzione
del Monastero iniziarono nel 1502 e furono terminati solo verso la fine del
secolo. Si succedettero diversi architetti, ma il risultato è comunque
notevole. (Nel 1800 vennero aggiunte la cupola e la torre campanaria in stile
pseudo- manuelino). Furono i monaci dell’ordine di San Girolamo ad abitare
il monastero con il compito di assistere i marinai e le loro famiglie. La chiesa
è un po’ cupa, con uno splendido soffitto a volte incrociate e
la tomba di Vasco de Gama. I chiostri sono bellissimi. Si tratta di un'unica
struttura a due piani in stile manuelino. Sono stati appena restaurati e quindi
la pietra è pulitissima. Al piano inferiore si apre il refettorio con
le pareti ricoperte di “azulejos”, le bellissime piastrelle tipiche
del Portogallo. Terminata la visita del monastero ci spostiamo di poco ed arriviamo
alla Torre di Belém. Questa è diventata forse il simbolo più
conosciuto di Lisbona. Ci troviamo ora sulla riva del fiume Tejo (il Tago spagnolo).
La Torre fu costruito per volere di re Manuel I per la protezione del porto
di Lisbona e si trovava in mezzo al fiume prima che il corso si spostasse verso
sud. Non vale la pena di visitare l’interno, soprattutto se non si ha
molto tempo. E’ molto bello, quando c’è il sole, vedere la
bianca immagine della Torre che si riflette nelle acque del Tejo. Oggi non è
proprio così. Peccato! Facendo poi due passi lungo il fiume si arriva
al Padrão dos Descombrimentos, monumento moderno in calcare, molto suggestivo.
Raffigura una caravella con a bordo i più grandi navigatori portoghesi
insieme ai più famosi artisti del paese. Il tempo vola e ci dirigiamo
quindi verso nord, seguendo al costa. Il nostro ristorante si trova infatti
in un paesino sull’Oceano. Dopo un pranzo troppo lungo e mal organizzato
(capita, a volte), ritorniamo verso il centro. Saliamo nella parte più
antica della città, nel quartiere dell’Alfama, anch’esso
sopravvissuto al terremoto del 1755. Lisbona è costruito sui colli, sette
come per Roma, e molta parte della città si trova quindi in alto rispetto
alla riva del fiume. Si sale per queste stradine e vicoli, retaggio della dominazione
araba della città (Alfama deriva da alhama = sorgente). Arriviamo alla
Cattedrale, costruita dopo la cacciata dei Mori, nel 1150. Come quella di Coimbra
il suo esterno ricorda una fortezza. L’interno presenta un misto di stili
poco interessante. Scendendo la strada di pochi metri, sulla destra si vede
un’altra chiesa. Si tratta di S. Antonio. E’ meta di molto pellegrini,
soprattutto italiani, perché si tratta di S. Antonio da Padova, nato
proprio qui, dove ora sorge questa chiesa. Molti non lo sanno, ma il Santo era
lisboeta, battezzato nella Cattedrale di Lisbona e passato a miglior vita vicino
a Padova nel 1231. E’ il co-patrono ufficioso di Lisbona insieme a S.
Vincenzo (patrono ufficiale). Continuando a scendere (strade ripide, marciapiedi
stretti, gradini, macchine ovunque, binari del tram), arriviamo nella via pedonale
(Rua Augusta). Ci rimane giusto il tempo per una passeggiata fino al Rossio,
un’occhiata ai negozi e poi dobbiamo scappare all’aeroporto. I pullman
ci aspettano sulla Praça do Comércio. L’aeroporto è
vicinissimo e non troviamo traffico. Il check-in è un po’ lunghetto
quindi nel momento in cui arrivo al gate con le ultime sedie a rotelle iniziano
il pre-imbarco degli ammalati. Senza quasi rendermene conto sono seduta con
la cintura allacciata e l’aereo inizia a rullare. Decolliamo in anticipo!
Il volo è tranquillo e passa velocemente tra una chiacchiera e l’altra.
Atterriamo a Bologna con 45 minuti di anticipo. Le valige ci sono tutte. Attendo,
stringendo mani e baciando un po’ tutti, che anche l’ultimo passeggero
esca dalla sala ritiro bagagli e mi fiondo sul primo taxi della fila. Arrivo
in stazione e riesco a prendere un treno in partenza: hanno un vagone letto
libero! In questo modo non devo attendere più di un’ora (fino all’1
del mattino) nell’accogliente stazione di Bologna. Quando mi stendo nel
letto cullata dal movimento del treno, faccio fatica a credere che solo poche
ore prima mi trovavo sulla rive del fiume Tejo, in un paese lontano qualche
migliaia di chilometri, con persone conosciute solo pochi giorni prima. Mi sembra,
come sempre, di essere stata via un sacco di tempo! So già che una volta
a casa, quando chiederò a Giovanni di raccontarmi le ultime novità,
si metterà a ridere. Cosa vuoi che succeda in 5 giorni? Scrivendo queste
righe e ripensando a quel viaggio a me sembra che invece siano successe un sacco
di cose. E’ proprio vero che: tutto è relativo! Alla prossima!
Elisabetta
Se volete vedere alcune foto del viaggio il link è: http://communities.msn.com/Elisabettainviaggio/PhotoAlbums
Alcuni links sul Camino de Santiago:
http://www3.planalfa.es/arzsantiago/Peregrinos/Italiano/camisant.htm
http://www.amicidisantiago.it/Informazioni.htm
http://www.agalicia.com
Per chi volesse percorrere il Camino de Santiago da pellegrino, consiglio la
lettura del libro di Marco Bruckner “Sette passi sul Cammino di Santiago
de Compostela” ed. Mediævo. E’ un libro-guida interessante
dal punto di vista storico- informativo-religioso, con un pratico aiuto per
il pellegrino-camminatore. Sul libro è riportata una bibliografia con
riferimenti utili per gli approfondimenti. Non so se il testo sia arrivato in
libreria. Se comunque siete interessati e non lo trovate potete contattarmi.
Alcuni links sul Portogallo:
http://www.well.com/user/ideamen/portugal.html
con tanti altri links
www.portugal-info.net
http://www.santuario-fatima.pt/indexit.htm