Venezia

 

di Emanuela

 

Le avventure della Papera - Venezia

PREMESSA: Per chi non lo sapesse, la Papera, o meglio Papera3, è la nostra barca, un modestissimo guscio di noce di poco più di 4 metri, che per noi, che fino allo scorso anno eravamo i fieri proprietari di un gommone, è il coronamento di un sogno. Per noi la Papera non è un oggetto, ma una compagna di avventure con cui condividere le vacanze.


Dopo aver abbordato durante l'estate le spiagge di Cefalonia, abbiamo deciso, per prolungare un po' la stagione, di fare assaggiare alla nostra mitica "Papera" anche le acque nostrane.
Partenza di buon ora, destinazione Venezia!
Le incognite sono diverse, dove metteremo la barca in acqua? Come saranno segnate le "strade" della laguna? E "last but not least" Quanto saranno severi i ghisa a Venezia?????
L'idea di partenza è quella di uscire dall'A4 a Mestre e cercare lì una darsena possibilmente pubblica (cioè a gratisssss) per mettere lo scafo finalmente a mollo.
Abbiamo qualche informazione che però si rivela errata. Infatti lo scivolo che ci avevano segnalato è stato chiuso in quanto pericolante e la darsena a pagamento (70.000!!!!) chiude a mezzogiorno.
Dopo 2 ore di vani giri, e vi lascio immaginare quanto sia bello e comodo girare con un carrello a rimorchio!!, incontriamo un signore gentilissimo che si prende perfino la briga ti telefonare a casa alla moglie per dirle di cercarci sulle Pagine Gialle una darsena. La dritta è di andare fino a Fusino, dopo Malcontenta.
Speravamo in qualcosa di più vicino alla città, ma non abbiamo altra scelta.
Col senno di poi ci siamo resi conto che non potevamo trovare posto migliore.
La darsena è a pagamento ma costa solo 40.000 e ti lasciano parcheggiare la macchina all'interno dello yacht club e poi chiude alle 19!
Come Dio vuole, per le 11 la papera lambisce le onde.
Le enormità che vediamo ormeggiate in giro ci fanno sentire dei Puffi, ma consoliamo la Papera dicendole che noi siamo fierissimi di lei e che non la cambieremmo per niente al mondo con dei brutti mostri simili….
Papera sembra apprezzare le nostre parole ed affronta con piglio vincente le onde della laguna. Impariamo, seguendo gli altri, che bisogna navigare tra i "segnali" (non mi viene altro nome) che tracciano le strade per arrivare a Venezia.
Arriviamo nel Canale della Giudecca e veniamo investiti letteralmente dalle onde provocate da taxi, vaporetti, barchini, barconi di ogni genere e di ogni stazza. Neppure durante il maestrale in Grecia abbiamo trovato onde così grosse, siamo un po' spaventati e sballottati di qui e di là e, in men che non si dica, siamo completamente lavati!!
Cerchiamo riparo e tranquillità in un canale laterale, ma neppure quello è molto facile, infatti bisogna trovare un canale che non abbia il divieto di transito e che le barche che sfrecciano da ogni parte ci lascino il tempo necessario per attraversare il canale della Giudecca che è bello grande. Vediamo anche ormeggiate delle navi che vanno in Grecia, mi prende una leggera botta di nostalgia ma non ci faccio troppo caso. Finalmente siamo nelle tranquille acque di un canale laterale, e un mondo diverso ci si apre davanti. Man mano che la barca avanza scopriamo le facciate un po' in decadenza ma dal fascino mozzafiato delle case veneziane. Finestre con i panni stesi come nei carrugi genovesi, bifore, portoni da cui sembra di veder uscire l'ombra del vestito di un'antica dama, finestre dai a mosaici legati in piombo, dai colori sgargianti, cortili semidiroccati con alberi ad alto fusto che non avresti mai pensato di trovare.
Per me Venezia non è un luogo ma un'emozione, e il mio cuore batte forte nel perdermi tra i meandri di questo sogno che non credevo potesse trovarsi in Terra. Perdersi, dicevo, gira e rigira ci siamo persi davvero, nonostante la cartina. Io guardo, giro, cerco e calcolo, sconsolata la mappa dei canali e non riesco a trovare dei punti di riferimento.
Dopo aver infilato dei rii (si chiamano proprio così) sempre più piccoli ci siamo trovati in uno a fondo cieco, senza neppure lo spazio necessario a girare la barca. Arretriamo così spingendoci sui muri che il parabordi sfiora.
Ormeggiamo finalmente, dopo aver ritrovato un punto di riferimento e quindi l'orientamento, per mangiare qualcosa del pic-nic che abbiamo portato da casa. I turisti che passano sul ponte poco lontano ci guardano incuriositi. Facciamo finta di nulla, ma abbiamo notato che a Venezia non ci sono barche "estrenee". I turisti stanno intruppati nei vaporetti, chi va dall'aeroporto all'albergo prende il taxi e quelli ricchi usano la gondola. I veneziani autoctoni li riconosci per la scioltezza e la velocità con cui vanno per 'sti canali larghi 2 metri al massimo. Noi siamo gli unici turisti con barca propria, quelli con i "mostri" vanno al Lido.
Intanto che Enzo ed Eleonora sono andati in cerca di un bagno, mi distendo per un riposino, in fondo mi sono alzata alle 5 e ho sonno, ma non dormo, mi trovo a guardare la moltitudine dagli innumerevoli accenti che passa accanto e penso che sono contenta di aver potuto regalare un'esperienza così a mia figlia, anche lei è rimasta assorta osservando questa meravigliosa città in lenta putrescenza e a più riprese mi ha chiesto se fosse possibile fare qualcosa per salvarla. Ma quì la questione è annosa….
Riprendiamo il vagabondare, stavolta sul Canal Grande, Passiamo davanti ai più belli e famosi palazzi veneziani, ma sembrano gusci vuoti, in attesa del contenuto. Infatti, per via dei costi, sovente viene ristrutturato solo l'esterno, mentre l'interno del palazzo resta fatiscente e non abitabile. Fanno naturalmente eccezione i palazzi più "ricchi".
Sono oramai le 16 e dei nuvoloni stanno addensandosi nella parte nord della laguna. Decidiamo di girare la prua verso Fusino per rimetterci sulla via di casa. Non facciamo in tempo ad arrivare nel Canale della Giudecca che un vero e proprio uragano ci investe. Siamo bardati con le cerate ma non servono a nulla. Siamo frustati dalla pioggia che cade dal cielo e dall'acqua delle onde sollevate dal vento. Gli spruzzi fanno male e il sale fa bruciare gli occhi, le onde diventano sempre più alte, oramai siamo nel mezzo della laguna e non c'è nessun riparo vicino. Riusciamo ad individuare il punto di riferimento che ci eravamo dati per trovare la via del rientro, e quindi lo puntiamo con decisione.
Il cielo sembra quello dell'apocalisse, con lampi, tuoni e un vento che porta la nostra povera Papera fuori rotta, Chiudo gli occhi, e cerco di rincuorare Eleonora scherzando un po'. Siamo finalmente nella darsena, piove a dirotto ma il mare qui è calmo. Enzo accosta ad un moletto e salta giù di corsa per andare a prendere la macchina con il carrello, nel frattempo noi restiamo lì in barca. In quel momento inizia a grandinare, bei chicchi grossi come nocciole che fanno decisamente male, ci copriamo come possiamo la testa con un asciugamano ed iniziamo ad avere proprio freddo.
Arriva il carrello, gli accosto la barca e la agganciamo, il tempo di scendere e la Papera è già sui rulli, con il fondo coperto da svariati centimetri di ghiaccio.

Siamo completamente bagnati. Ci spogliamo ed, intirizziti, ci infiliamo mezzi nudi in macchina, accendiamo il riscaldamento al massimo e facciamo l'inventario dei pochi indumenti asciutti. Praticamente arriviamo a casa in pantaloni corti, scarpine di gomma e asciugamano in spalla……

L'avventura è finita, ma il sogno, Venezia, mi è rimasto dentro come un graffio sul cuore.
Ci potete giurare che l'anno prossimo ci torno.