di Nb
http://www.natale.to
Visto che stasera il NG è abbastanza tranquillo, vi posto un pezzo
del viaggio che ho fatto qualche mese fa in Australia... Il racconto completo
di foto lo trovate qui: http://www.natale.ws/au2001.htm Ma se preferite che
posti sul ng gli altri pezzi... continuo.
ciao nb --------------------------------------------------
Ayers Rock, Uluru nella lingua aborigena, è uno dei simboli dell'Australia,
forse l'icona per eccellenza. Mentre l'aereo Ansett preso a Sydney si stava
avvicinando alla meta, dal finestrino in lontananza si vedeva finalmente spuntare
qualcosa dal terreno, che strano... Mi sembrava di ricordare avesse un'altra
forma il monolito. E poi è grigio! Mi stavo rassegnando a pensare che
forse tutta l'aspettativa che avevo forse mi stava facendo un brutto scherzo.
E di solito è così. Quando si mitizza troppo qualcosa la realtà
si dimostra ben diversa. Beh... pazienza. Per fortuna il comandante si mette
a dare qualche notizia sulle temperature e l'orario di arrivo e dice che quello
che vediamo è Mount Conner, un monolito anche lui, ma non è Uluru
! Guardando sulla guida vedo che forse è un pò più piccolo.
Meno male. Dopo un pò finalmente l'annuncio per allacciare le cinture
e si comincia a scendere. Naturalmente si riesce a vedere qualcosa, lo capisco
dalle file di passeggeri all'opposto della nostra. Il monolito è dalla
loro parte. Andiamo in albergo (Ayers Rock Resort) e dopo pochi minuti siamo
già fuori e stiamo per salire sul pullmino dell'Anangu Tours per andare
finalmente alla nostra meta. Lo stato d'animo in quei momenti, e me lo hanno
confermato in parecchi, diventa pessimistico, disilluso... Tutta questa fatica,
un viaggio lunghissimo, i fusi orari, per andare a vedere una roccia larga pochi
chilometri e alta qualche centinaio di metri... Dopo una breve sosta all'ingresso
del parco per pagare il ticket d'ingresso (16.25 Au$) ci dirigiamo verso l'Aboriginal
Cultural Centre. E finalmente la visione. Il monolito davanti a noi. E' indescrivibile.
Qualsiasi cosa uno si aspetti, è molto di più ! E' incredibile.
Rimango senza fiato, quasi commosso. E man mano che ci si avvicina ho la sensazione
di conoscerlo da sempre. E' come se mi trovassi in un posto in cui ero già
stato. Cerco di capire la sensazione, sarà che l'ho visto mille volte
in foto, in filmati, d'altronde è una delle bellezze naturali più
riconoscibili al mondo. Se calassero qualcuno da un aereo senza dirgli dove
si trova, capirebbe subito cos'è. Ma invece c'è qualcosa che ti
attira, che ti porta a guardarlo continuamente e man mano che ti avvicini ti
rendi conto che la forma non è liscia, entrano dei canyon, ci sono pezzi
che si sono staccati, grotte, anfratti, alcuni dei quali nelle pareti che salgono
in certi punti quasi a strapiombo, ma in altri con inclinazione più dolce.
Cambiano continuamente i colori e intanto sembra cambino anche le forme. E ancora
adesso non trovo le parole per descrivere le sensazioni che ho provato. Ma di
una sono sicuro. Sono felice. Con la nostra guida locale, Rebecca, della tribù
degli Anangu, facciamo un piacevolissimo giro alla base del monolito mentre
ci racconta le tradizioni, ci spiega la vegetazione e ci fa un piccolo corso
di "botanica aborigena". Entriamo in una caverna in cui ci sono tantissimi
graffiti alcuni dei quali pare abbiano diverse migliaia di anni. Rebecca ci
spiega alcuni simboli ma di altri dice che non può parlarne, sono simboli
segreti. Chi avrebbe mai pensato che alla base del monolito ci fosse una sorgente
alimentata dall'acqua che sembra sgorgare quasi dalla cima dello stesso ? I
colori sono indescrivibili. Le foto che ho fatto non rendono assolutamente le
variazioni cromatiche dovute alla differente posizione del sole o dalle nuvole
che lo mascherano in parte. E non mi aspettavo che il monolito fosse così
vario anche come morfologia. Avevo in mente la classica foto da "turista"
... E' il tramonto, forse il momento più bello. Lo spettacolo è
unico. I colori cambiano in continuazione... Un posto magico. Hanno ragione
gli aborigeni a considerarlo tale. MA PER FAVORE, RISPETTATE LE LORO TRADIZIONI
E NON SALITE SUL MONOLITO.
Oggetto: [RECE] [OT] australia... Coober Pedy
Continuo il viaggio in Australia, da questo "capitolo" cercherò
di mantenere la sequenza temporale giusta... ciao nb
COOBER PEDY Lasciamo Ayers Rock e con un bus di linea ci trasferiamo ad Alice
Springs, la "capitale" della regione centrale dell'Australia. La mattina
seguente con un altro bus delle linee Greyhounds Pioneer ci aspetta il primo
tratto che ci porterà attraverso la Stuart Highway (chiamata anche Explorer
Highway, è la strada principale che taglia in due l'Australia, da nord
a sud, da Darwin ad Adelaide) verso il South Australia. Arriviamo la sera a
Coober Pedy, circa a metà strada. Nonostante la strada sia una delle
arterie di comunicazione più importanti, non c'è traffico, si
fanno decine e decine di chilometri senza mai incontrare nessuno, si può
quindi immaginare come potrebbe essere fare le strade secondarie. Ogni tanto
incrociamo i famosi "Road Train", camion lunghissimi che trasportano
di tutto, dalle auto al bestiame ai generi alimentari. Per darvi un'idea, in
uno in sosta in una delle "roadhouse" (corrispondenti ai nostri "autogrill",
ma molto più Aussie, per la gran parte sono gli unici pub nel raggio
di qualche centinaio di chilometri) nei tre rimorchi tipo bilico che trainava
ho contato 19 auto fuoristrada del tipo a passo lungo. A Coober Pedy abbiamo
scelto per dormire un motel ricavato in una delle più antiche miniere
di opale, pietra preziosa per cui è famosa questa cittadina. Qui quasi
tutti vivono sottoterra perché è l'unico modo per resistere alle
torride temperature che nella stagione più calda passano i 50 gradi.
"Underground" c'è una temperatura media di circa 25 gradi tutto
l'anno. Non consiglio la zona a chi soffre di claustrofobia ! Il motel da fuori
al primo momento mi aveva preoccupato, poi entrando mi sono dovuto ricredere.
Le due simpatiche proprietarie hanno arredato l'ingresso e le camere con mobili
e arredi con talmente buon gusto che sembra di essere in un'abitazione inglese
di parecchie decine di anni fa. Si dorme benissimo, nessun rumore e all'alba
nessuna infiltrazione di luce dalle finestre... NON CI SONO naturalmente. La
mattina con il simpaticissimo Steven, un greco immigrato parecchi anni fa in
Australia e che ha fatto fino a pochi anni fa il minatore e che ora è
il factotum del motel (autista, guida, intrattenitore ecc.ecc.), visitiamo l'ala
nuova di quello che diventerà uno degli alberghi più caratteristici
della città. Attualmente ci sono 6 camere e ne stanno allestendo altre
22, oltre una grande "grotta" che sarà la hall principale.
Questa ristrutturazione ha una storia che mi ha incuriosito. Credo sia l'unico
albergo al mondo in cui man mano che si costruisce invece di spendere si guadagna.
I proprietari hanno avuto una grandissima dose di ... fortuna. Mentre allargavano
le strette gallerie della vecchia miniera che ritenevano "esaurita"
hanno trovato dei filoni di opale bellissimo che gli ha fruttato parecchie centinai
di migliaia di dollari australiani. Steven ci ha mostrato nei vecchi punti della
miniera come si lavorava solo con la forza delle braccia. Ci ha raccontato anche
parecchie storie e aneddoti, alcuni dei quali curiosi ed altri veramente simpatici.
Lo sfruttamento dell'opale in questa zona è iniziato nei primi anni '50
e le condizioni di vita erano veramente al limite. La zona è una depressione
che si trova al di sotto del livello del mare, è una delle zone meno
piovose e più calde dell'Australia. Qualche anno fa il record è
stato di sette anni senza una goccia di pioggia. Lo strano è che la sera
che sono arrivato io c'è stato un temporale fortissimo..... comincio
ad avere conferme sulla mia dote di "Rain Man". Uno degli aneddoti
di Steven è stato sulla scoperta di un suo amico che la luce ad ultravioletti
della lampada di wood permette di vedere benissimo i filoni di opale nella roccia.
Scoperta fatta mentre dilapidava una fortuna nelle discoteche di Sydney dopo
aver trovato degli opali enormi. In una di queste si era accorto che l'opale
che aveva appena regalato ad una sua "conquista" era come se emettesse
luce nonostante il locale fosse quasi a lume di candela. Il giorno seguente
acquistò una di queste lampade da discoteca e ritornò a Coober
Pedy per sperimentarla. Da quel giorno combiò il sistema di ricerca dell'opale.
L'ho sperimentato personalmente. In una delle gallerie ancora attive Steven
mi ha sfidato a trovare un filone appena "scoperto" di opale con una
torcia potentissima. Ho passato ogni centimetro della zona, ma naturalmente
non ho visto niente. Ha acceso la lampada a ultravioletti, abbiamo spento le
torce e... bellissimo, a pochi centimetri da me si è illuminata di bianco
una striscia di quasi un metro larga un paio di centimetri. Eccolo lì
dov'era l'opale ! La visita con Steven continua con la visita della chiesa avventista
(almeno mi sembra...) che si trova a fianco dell'ingresso del motel. Anche qui
una sorpresa. Una grande sala scavata nella roccia con una specie di altare
al cui fianco c'è un pianoforte. Steven che è pure lui di questa
chiesa, mi spiega che che quando si trovano cantano pezzi gospel. Anche qui,
come per il motel, durante i lavori di ingrandimento, è stato trovato
dell'opale. Ma una cosa incredibile. Il più grande insieme di conchiglie
opalizzate mai trovate al mondo. Di un valore immenso, non solo commerciale
ma anche scientifico. Hanno estratto solo una parte che gli è servita
per finanziare tutti i lavori locali e progetti della loro chiesa anche in altre
zone. Una gran parte del ritrovamento è stata lasciata e attualmente
è studiata da una equipe di una università americana. Il ritrovamento
eccezionale dal loro punto di vista religioso è considerato un miracolo,
un segno di Dio. Rispetto naturalmente il loro credo, ma dal mio punto di vista
lo considero un bel colpo di fortuna. Vicino alla chiesa Steven sta "costruendo"
(scavando) la propria abitazione, gli ho promesso che andrò a trovarlo
quando sarà pronta. Dopo aver camminato un paio di ore sottoterra ci
incamminiamo verso il "centro" della città. Ehm... c'è
una via principale un pò più larga delle altre e tenuta meglio,
con qualche negozio, l'albergo più bello della città, l'unica
libreria sotterranea esistente sulla terra, molto suggestiva. Verso la metà
della via mi incurioscisce un'insegna: "John's Pizza Bar". Boh, una
pizzeria qui ? In questo posto sperduto ? Non può essere senz'altro di
qualche catena multinazionale, c'è qualcosa chi mi pare familiare, non
so.... Entriamo e incontro lo sguardo del pizzaiolo, che sta tirando a mano
la pasta come raramente si vede anche da noi. Dall'aspetto fisico non è
senz'altro anglosassone. Non so come ma mi esce un bel "BUONGIORNO !".
Gli occhi che continuavano a fissarmi si illuminano e mi risponde con un altro
"BUONGIORNO ! ". Non mi sbagliavo. Dice che capita raramente di incontrare
italiani in questo posto fuori dal mondo, non è una meta ambita dal turismo...
Si chiama Vince (adattamento di Vincenzo), è originario di Messina e
dopo una periodo a Torino si è trasferito in questo posto da qualche
decina di anni. Dopo quasi due settimane di cibo "aussie" mi è
venuta voglia di una buona pizza e non vengo deluso. Le fa ancora come da noi
si trovavano una volta... che strano penso, per trovare una pizza con i baffi
devo andare in Australia. Vince ci presenta la moglie e quattro loro amici che
son venuti a trovarli. Sono due coppie di immigrati pure loro. Due sono da quarantacinque
anni nel Queensland e gli altri due da quaranta vivono ad Adelaide. E' bellissimo
sentire raccontare queste storie vere di immigrazione, di stenti, di problemi
di razzismo da parte dei "bianchi anglosassoni", di viaggi incredibili
in nave, di lettere che impiegano mesi e mesi a portare notizie. Starei settimane
a sentire raccontare queste storie di vita. Conosciamo anche uno dei figli di
Vince, Maurizio, che fa di giorno il minatore e di sera aiuta i genitori nel
Pizza Bar. Mi racconta la vita da minatore, sempre in attesa di trovare il filone
giusto. Ha iniziato qualche anno fa con un amico croato, prendendo la licenza
per un appezzamento di terreno. Hanno iniziato con pala, piccone e martello
e scalpello, poi con qualche colpo di fortuna man mano sono riusciti a meccanizzarsi,
il primo martello pneumatico, l'argano elettrico, il camioncino... ed ora fanno
lo stesso fatica, solo che in un giorno vagliano una quantità di materiale
che all'inizio richiedeva settimane. Quest'anno però non hanno ancora
trovato niente. Gli chiedo se i ritmi di lavoro sono sempre così duri.
"Qui se non si lavora che si fa ?" mi dicono in coro, la città
più vicina dove puoi farti una "botta" di vita è a 450
chilometri... Credo che per la loro origine "solare" siano gli unici
ad avere costruito una casa "normale". In questi scenari da "Day
After" è l'unica oasi con verde, fiori, uccelli, persino una fontana
con i pesci. Incredibile ! Incredibile anche che in una zona così convivano
persone originarie di ben 40 nazionalità diverse senza il minimo problema.
Bisognerebbe chieder loro quale è il segreto ed applicarlo su scala più
ampia. Ahhhh, dimenticavo, qui hanno girato il film "Mad Max" con
Mel Gibson. Non hanno avuto bisogno di costruire nessun set, qui è proprio
come nel film...
Oggetto: [RECE] [OT] australia... Hamilton Island
Altro pezzo del viaggio in Australia, forse la parte più "comoda"
e vacanziera. HAMILTON ISLAND Hamilton Island è l'isola principale dell'arcipelago
Withsundays, è servita da comodi voli di linea dalle maggiori città
australiane. All'arrivo l'impatto di quattro enormi costruzioni che si vedono
dall'aereo mi preoccupano un attimo. Ma sono le uniche che si vedono, per il
resto tanti tetti immersi nel verde. Una striscia di cemento che taglia in due
l'isola è la pista di atterraggio che inizia e finisce in mare. Il nostro
hotel è in uno dei palazzoni che si vedevano dall'aereo, ma visto da
vicino non è poi così immenso, anche se sono 18 piani, in più
dall'ascensore trasparente con vista verso la barriera, sembra di salire in
cielo. Nelle brochure si vantava di essere uno degli hotel con le camere più
spaziose d'Australia, è proprio così, 65 metri quadri per due
persone sono persino eccessivi ! Sistemati i bagagli comincio a studiare la
mappa dell'isola e noto con gran piacere che più di due terzi dell'isola
sono parco naturale, ci sono diversi percorsi naturalistici e sentieri ben segnati
con tempi e riferimenti precisi. Ma ora ho voglia solo di mangiare un boccone
e decidiamo di andare verso il "Marina Village" dove avremo solo l'imbarazzo
della scelta. Mangio un fritto misto di pesce e bevo un paio di birre... poi
mi metto a leggere sdraiato sotto un eucalipto e mi faccio una pennichella.
Finalmente mi sento in "vacanza", senza problemi, stress, telefono,
computer. Andiamo poi ad informarci per gli orari del catamarano che va sulla
spiaggia più famosa dell'arcipelago, Withaven. Ok, domani ci andremo
subito. La sera, sul terrazzo della camera, una gradita sorpresa, un grazioso
Cacatua bianco dal pennacchio giallo. Intanto il tempo non promette bene...
Infatti il giorno successivo, il mattino diluvia. Quando sembra stia per smettere
mi incammino verso uno dei punti più alti e panoramici dell'isola e prima
che riesca a rientrare mi prendo un altro acquazzone. Non mi disturba molto
perché avevo bisogno una bella rinfrescata, l'unico problema sono gli
occhiali, dovrei prenderne un modello col tergicristallo. Siamo ancora indecisi
per Withaven ma sembra un'altra volta che le nuvole se ne stiano andando e decidiamo
di imbarcarci. Arriviamo dopo circa mezz'ora alla bellissima spiaggia di Whithaven
(8 km di sabbia bianchissima) ma il sole si vede pochissimo, peccato. Meno male
perché ho già i primi sintomi di eritema solare. Grazie a chi
mi ha mandato le nuvole (è una storia lunga, probabilmente qualche frequentatore
di questo NG mi ha pensato). Dopo essere sbarcati, si mette di nuovo a piovere,
cosa mi resta da fare se non girare per conoscere meglio la produzione "locale"
? Mi perdo nel "Bottle Shop" dell'isola... Ma il tempo migliora subito,
e al tramonto ritorna a trovarci il Cacatua. Le giornate successive esploro
le parti dell'isola che non avevo visto. Una delusione è il "Fauna
park" dell'isola, ci sono più animali in giro liberi che in questa
specie di zoo... In un altra parte dell'isola mI becco un mezzo infarto quando
mi vedo venire incontro un gruppo di Rambo in tuta mimetica, con passamontagna
e armi in pugno, che urlano come pazzi ! Ci metto un pò a capire che
è un gruppo di giapponesi che sta giocando alla guerra con delle pistole
che sparano bolle di inchiostro colorato, che divertimento del c.... Un giorno
affitto una specie di macchinetta giocattolo che è l'unico mezzo con
cui si può circolare nell'isola senza problemi e mi diverto a girare
tutte le strade possibili. In queste isole c'è la possibilità
di fare ogni tipo di sport, ma preferisco guardare. Solo un pò di attività
balneare, insomma, siamo sulla Grande Barriera Corallina ! E poi ho solo bisogno
di riposarmi, mi aspetta un giro ancora lungo per l'Australia...
Oggetto: [RECE] [OT] australia... Indian Pacific
Continua il viaggio, passando da Kangaroo Island, bellissima isola per chi ama
la natura e Adelaide, citta' molto particolare, che mi è piaciuta molto
e forse proprio perché non ha niente di eccezionale, credo sia una delle
città dove si riesce ancora a vivere molto bene. Non vi assillo con le
escursioni nelle zone vinicole del South Australia e vi invito a salire su un
treno mitico, l'Indian Pacific, che attraversa tutta l'Australia in orizzontale
per arrivare a Perth, ultima tappa di questo ennesimo assaggio della terra "down
under". Prossimamente vi porterò a Tonga, sempre che qualcuno ci
voglia venire. ;-)) ciao nb
INDIAN PACIFIC L'Indian Pacific è il treno che unisce la costa del Pacifico
con quella dell'Oceano Indiano, attraversando tutta l'Australia da Sydney a
Perth. Io ho fatto solo una parte, da Adelaide a Perth, partendo la sera e giungendo
a destinazione due mattine dopo... L'idea di provare questa esperienza l'avevo
da un pò. Leggendo "Australian Cargo" (un bel libro di Alex
Roggero - Feltrinelli Traveller) mi aveva colpito la sua esperienza : "Il
giorno dopo sono andato a vedere l'Australia. L'ho fatto saltando su un treno
che appartiene alla leggenda dei viaggi su rotaia, il famoso Indian-Pacific
che attraversa il continente in trasversale, come ricorda il suo nome, dalle
coste dell'Oceano Indiano a quelle del Pacifico. Erano anni che volevo salire
su quel treno, da quando, su un Greyhound che bordeggiava il confine Messico-Usa,
uno svizzero mezzo cieco e molto in gamba mi aveva affascinato raccontandomi
di un fantastico viaggio che lui aveva fatto qualche anno prima: l'Indian Pacific
era il treno più famoso del mondo, attraversava i deserti dell'Australia
centrale seguendo rettilinei infiniti che si addentravano per migliaia di chilometri
nel nulla prima di arrivare alle foreste di eucalipti delle regioni costiere.
Era un viaggio epico per gente che desiderava veramente cogliere la vastità
dei paesaggi australiani. Perfetto per chi, come me, voleva dare un'occhiata
a tutto il paese prima di cominciare ad esplorarlo." Non era la prima volta
che visitavo l'Australia... ma in treno non avevo mai provato. ll treno mi ha
sempre attirato. Ha sempre avuto un certo fascino che non mi so spiegare. Anche
in Italia lo uso spesso al posto dell'auto. Si hanno dei tempi diversi, non
c'è lo stress della guida, si fanno incontri, si può leggere,
non si ha nessuno stress e nessun timore. Ma il fascino maggiore del viaggiare
in treno e quindi anche con l'Indian Pacific, Alex nel suo libro lo accenna,
è il finestrino. Nella cabina, pur comodissima ma molto piccola, il finestrino
è come un grande schermo che attira lo sguardo continuamente. E nel vagone
ristorante, nella saletta fumatori (dove con la complicità nel vizio
ho conosciuto persone fuori del comune) e nel bar, le grandi finestre panoramiche
sembra stiano sempre trasmettendo un film. Non ho fatto tutto il percorso partendo
da Adelaide, e l'ho fatto al contrario, ma l'esperienza è stata indimenticabile
lo stesso. Già al primo approccio c'è dell'incredibile... la locomotiva
enorme con disegni aborigeni, seguita da un vagone di servizio e poi una serie
di carrozze di cui non si vede la fine. Sulla scheda tecnica leggo che è
lungo 498 metri, che pesa 733 tonnellate esclusa locomotiva e vagone di servizio,
che la velocità media massima é di 85 km orari. Sembra di non
vedere la fine... Rachel, la ragazza responsabile delle cabine del nostro vagone
ci dà un cordiale benvenuto, ci spiega i dettagli della cabina (il "servizio"
interno è incredibile, in pochi cm ci sono doccia, ripostiglio, lavabo
e water estraibili... se è aperto uno di questi ultimi è impossibile
fare la doccia, e bisogna ricordarsi che il water è quello di sotto)
e intanto ci offre un caffé con degli ottimi cookies... Una cosa che
mi ha colpito è l'estrema gentilezza e disponibilità del personale
che, a conferma di quanto avevo letto, sembra che faccia il viaggio per la prima
volta. Scendono con noi nelle soste, fanno da ciceroni ma fanno anche i "turisti"...
ma soprattutto sono sempre disponibili e attenti, senza mai essere invadenti.
Si vede che lo fanno per passione. La prima notte leggo parecchio per farmi
venir sonno, poi decido di fare un salto nello "smoking lounge" per
fumarmi l'ultima sigaretta e conosco due signori abbastanza anziani, due "farmers"
della Tasmania, che all'inizio faccio abbastanza fatica a comprendere ma alla
terza VB (Victoria Bitter, probabilmente la birra più bevuta in Australia)
capisco tutto benissimo. L'ultima sigaretta aspetto a fumarla dopo il racconto
di un paio di aneddoti e malignità contro i Neozelandesi... Rientro in
cabina e dormo come un ghiro australiano. Il mattino presto appena c'è
un pò di luce apro il "sipario" del finestrino. Scorre la vegetazione
tipica del bush, si intravedono ogni tanto un canguro e qualche emu, i colori
hanno la prevalenza di toni verdi che contrastano col rosso della terra. Mentre
facciamo colazione pian piano la vegetazione appare sempre più bassa
e rara. Ad un certo punto ci avvisano che sta per iniziare il rettilineo ferroviario
più lungo del mondo, 478 chilometri senza curvare nemmeno di un grado.
Non vorrei essere nei panni del macchinista, chissà che pal... ! Leggo
sull'itinerario della compagnia che siamo nel "Nullarbor Plain", la
zona senza alberi, che si estende per quasi duemila km ed è una delle
zone più aride del pianeta. Quasi a smentire quanto appena letto si cominciano
a vedere dei nuvoloni bassi ed enormi e quando scendiamo durante la sosta per
il rifornimento a Cook (città fantasma del Nullarbor, 3 abitanti, ormai
serve solo come punto di rifornimento della linea dell'Indian-Pacific) inizia
un acquazzone che in pochi minuti forma un pantano insieme alla polvere finissima,
e sembra di camminare nelle sabbie mobili. Mi incuriosisce un cartello stradale
che dà l'idea delle dimensioni e delle distanze di questo paese: "niente
cibo e carburante per i prossimi 862 km". Roba da non credere, sarebbe
come se da Milano a Napoli e oltre non ci fosse niente, nemmeno una casa. Una
sirena ci avvisa che è ora di ripartire. Rachel ci aspetta sulla porta
del vagone con stracci e tutto l'occorrente per farci pulire le scarpe, completamente
coperte dal fango rossastro... Incontro i due della Tasmania e altri due ragazzi
di Sydney che si stanno dirigendo verso il bar. "Dopo tutta quest'acqua
ci vuole una buona birra, mate !". Gli rispondo che ormai è quasi
ora di pranzo... "No worries... ce n'è anche per il pranzo di birra
! ". Gli chiedo come mai si muovono in treno invece che con l'aereo, tra
l'altro più economico... Mi danno spiegazioni diverse, contrastanti.
Gli dico "Non avrete paura dell'aereo ?" e si mettono a ridere. Uno
dei due della Tasmania mi dice che lo usa quasi tutti i giorni... un vecchio
Cessna. Gli altri pure si mettono a ridere. La spiegazione è che gli
piace il treno, che per loro è come se fosse una vacanza, anche se si
stanno spostando per lavoro. Che è bello non avere fretta. Intanto che
parliamo ci guardiamo poco in faccia, tutti guardiamo fuori dal finestrino.
Anche se è qualche ora che il paesaggio non cambia c'è qualcosa
che attira sempre lo sguardo verso l'esterno. Il cielo cambia in continuazione,
si vedono spesso in volo dei grandi uccelli. Sono le "wedge-tailed eagles",
le più grandi aquile australiane e ce ne sono tantissime. Ecco perché
sono diventate il logo della linea ferroviaria. Chiedo dove vivono se non ci
sono alberi, cosa mangiano... La risposta è: ci sono serpenti, roditori,
marsupiali, piccoli uccelli... Ma se non c'è acqua ? La risposta me la
dovevo aspettare... Una VB la trovi dappertutto. E siamo già a sera...
ci fermiamo per un'altra sosta a Kalgoorlie. La cittadina della febbre dell'oro
a fine '800. Ora le miniere ci sono ancora e rendono bene, ma gli abitanti non
sono più così numerosi come quelli del periodo della "corsa
all'oro". Facciamo una passeggiata nella via centrale, dove ci sono alcuni
locali e rientriamo per la seconda notte "sulle rotaie". Al mattino
siamo già in una zona montagnosa, ormai la vegetazione diventa sempre
più rigogliosa, cominciano a vedersi prima fattorie con distese enormi
su e giù da pendii, poi i primi paesini, le strade si cominciano a vedere
asfaltate, sempre più trafficate. Stiamo arrivando a Perth, dopo 2627
chilometri di treno... Ultima tappa, purtroppo è finito anche questo
viaggio, ci aspetta un lungo ritorno a casa via Bangkok.