di Nb
http://www.natale.to/
1999 - TRE GIORNI IN PARADISO
Arcipelago di Ha'apai, Kingdom of Tonga, Western Polynesia
Venerdì 18 giugno 1999
Sono ormai più di 10 giorni che siamo a Nuku’alofa, la capitale
di Tonga, e finalmente troviamo un volo per Ha’apai, l’arcipelago
centrale.
E’ il terzo anno che vengo a Tonga e non sono ancora riuscito ad andarci.
Andiamo a casa di Giampiero, il nostro amico che ci vive da quasi sei anni e
che ci ospita, insieme a Laura (mia moglie) preparo un paio di borse leggere
con un cambio di vestiti ed una cerata, fino ad ora il tempo è stato
fantastico ma sembra stia arrivando una perturbazione, beh, tanto Ha’apai
è la zona meno piovosa di tutto l’arcipelago…
Passiamo da Daniela al ristorante e tanto per stare leggero mi mangio doppia
razione di fish&chips e intanto che aspetto mi faccio anche un carpaccio
di marlin, annaffiati dal solito paio di Ikale (significa aquila), la birra
locale molto buona e concludo con un caffè espresso, vizio che all’estero
riesco a perdere, mi adatto a tutto, ma qui hanno una macchina da caffè
italiana ed una buona scorta di caffè italiano (che ogni volta gli devo
portare… a quintali), cosa ci posso fare ?
Partiamo per l’aeroporto ed intanto comincia a piovere, lo sapevo, avete
in mente la nuvoletta di Fantozzi ? Mi capita spesso… Ma per la gente
di qui l‘acqua è sempre benvenuta, sia per la vegetazione sia per
riempire i serbatoi, che cominciavano ad essere quasi vuoti.
Arrivati in aeroporto, al check-in oltre che le borse (non accettano più
di 10 kg a testa) pesano anche noi. Saliamo sul terrazzo superiore che dà
sulla pista: non c’è nessun aereo. Speriamo in bene.
Cinque minuti prima dell’orario sentiamo un rumore che si avvicina, vado
a controllare e che ti vedo, invece del solito bimotore (tipo ATR nostri) della
Royal Tongan, un piccolissimo aereo di Air Fiji, un Harbin Y12 (credo sia di
fabbricazione cinese). Scendiamo a chiedere se per caso sia quello, sì,
è proprio lui, quello Tongano è fermo per revisione ed hanno affittato
questo per qualche giorno.
Usciamo da una porta direttamente sulla pista e ci avviamo verso l’aereo,
posteggiato a pochi metri. Siamo gli unici due "turisti", il resto
è una famiglia tongana che va al villaggio d’origine per il funerale
di un parente.
Saliamo sull’aereo, subito picchio una testata, non ci si sta dritti in
piedi ! Capisco anche perché ci hanno pesati: per bilanciare me e Laura
c’è una signora, con costume tradizionale (non so se sia giusto
chiamarlo costume, perché in questo paese sono vestiti normalmente così),
che pesa sicuramente parecchio oltre il quintale, ma come la maggior parte dei
tongani, non è "grassa", è "grossa" e alta.
Siamo una decina di passeggeri e quando siamo tutti seduti incominciano a riempire
ogni spazio libero con scatole di cartone, cesti e contenitori termici, tutto
appresso alla famiglia Tongana.
Qui è usanza che per il funerale si faccia un banchetto e che ognuno
della famiglia porti del cibo.
Tradizionalmente questi banchetti funzionavano come "eredità",
in pratica tutti i beni del defunto erano utilizzati per acquistare il cibo
e distribuiti a tutta la famiglia, allargata anche ai vicini e spesso a tutto
il villaggio.
Ho assistito a diverse di queste cerimonie, attrezzano lo spazio con tende sotto
le quali piazzano tavoli, panche e mangiano continuamente finché c’è
cibo. Più la famiglia è ricca e più dura il banchetto e
più c’è gente. Se il morto è un nobile può
durare anche qualche settimana, con decine e decine di spiedi con maialini,
tantissimi "umu", buchi in cui viene cotto di tutto, dal pesce alle
patate, maiale, manzo, persino "corned beef" (la nostra carne in scatola).
Il pane, a cassetta, tipo quello per fare i toast, arriva a quintali, trasportato
con camioncini e pick-up.
Normalmente nei villaggi questa cerimonia si svolge se c’è posto,
nei campi attorno all’abitazione del defunto, se lo spazio è poco
utilizzano quello vicino alle chiese (ci sono quasi tutte le varianti di religioni
cristiane, compresa una chiesa Tongana, fondata da uno dei re di Tonga nell’ottocento
per contrastare l’influenza dei primi missionari inglesi, che cominciavano
ad essere troppo influenti dopo che i primi se li erano mangiati!) .
Nella capitale, dove piano piano stanno (purtroppo?) cercando di modernizzarsi,
sono sorte le prime "Imprese Funebri", che assomigliano di più
ad imprese di catering, che affittano lo spazio, le tende, i tavoli ecc., persino
la banda.
Il pilota accende i motori e l’aereo parte subito, con un rumore fortissimo,
l’insonorizzazione è inesistente e non si capisce nemmeno casa
stia dicendo al microfono. Sotto vedo le piantagioni di palma da cocco che circondano
la pista dell’aeroporto e dopo un attimo siamo già nelle nuvole,
un vero peccato perché dall’alto si potrebbero vedere dei paesaggi
incredibili.
Dopo circa 15 minuti le nuvole incominciano a dissolversi e sotto c’è
solo acqua, Laura mi dice "Ma non possono fare andare un po’ meno
l’aria condizionata ? Comincia a fare freddo !". Parlo al secondo
pilota, sul sedile di fronte al mio, e questo mi spiega che non c’è
né aria condizionata né pressurizzazione, che comunque non stiamo
volando molto alti e più di così non farà freddo, poi mi
indica di guardare avanti sulla sinistra, i vulcani. Si vede benissimo la sagoma
perfettamente conica che esce dall’acqua del vulcano Kao, e vicino si
intravede, quasi a pelo dell’acqua, molto più basso ma molto più
esteso, Tofua, che è ancora attivo (quella che esce dal mare è
la cima), in uno dei suoi crateri c’è un lago dove mi dice che
ci si può atterrare con un idrovolante.
Tofua è citato in quasi tutte le guide perché nei suoi pressi
ci fu l’ammutinamento del Bounty, e il capitano Bligh fu abbandonato in
una scialuppa proprio in queste acque e approdò poi ad una delle isole
vicine, ma gli abitanti erano ancora dediti all’antropofagia, per cui
se ne scapparono subito.
Cominciamo già ad abbassarci ed intanto sotto si cominciano ad intravedere
delle isolette circondate dal reef, con colori indescrivibili, intanto la sagoma
del vulcano si è spostata indietro a sinistra, e adesso ha un cappello
di nuvole.
Mentre sotto continuano a scorrere isolette da "Robinson Crusoe" davanti
si comincia a vedere l’isola principale, dove c’è l’aeroporto.
L’aereo, ormai a un pelo dall’acqua, fa una virata da vomito e punta
una piccola striscia di cemento che taglia l’isola in due ed atterra appena
all’inizio della pista, sembrava volesse scendere in acqua…
Scendiamo, aspettiamo le borse che stanno arrivando su un carrello tirato a
mano da un "gigante".
Ne manca una ! Scaricano tutte le cibarie ma della borsa niente. Chiedo ad un
addetto e mi dice che probabilmente non ci stava sull’aereo… "don’t
worry, tomorrow with another flight … ". Va bè, gli dico,
pesava quattro chili, avrei potuta tenerla in braccio se solo l’avessero
detto, niente da fare. Rinuncio, sto abituandomi al "faka Tonga",
alla maniera di Tonga, in altri posti chiamata anche sindrome polinesiana :
perché fare oggi quello che puoi fare domani ?
Naturalmente Jurg, il tedesco di cui siamo ospiti, ci ha riconosciuto subito,
ma va, come avrà fatto ?
Dice che domani mattina telefonerà per sapere qualcosa della borsa, saliamo
sul suo fuoristrada e partiamo.
Gira intorno alla pista ma poi si ferma davanti ad un enorme cancello. E’
il passaggio a livello, la strada è perpendicolare alla pista dell’aeroporto
e bisogna aspettare che questo riparta.
Nei prati intorno alla pista ci sono maialini e galline che imperterriti continuano
a mangiare.
Passa l’aereo che si alza proprio davanti noi e aprono le "sbarre"
(i semafori non esistono ancora da queste parti).
La strada passa su un terrapieno artificiale che divide l’isola principale
da quella su cui siamo diretti , l’asfalto è già finito
cento metri fuori dall’aeroporto. La cosa curiosa che ci fa notare Jurg
è che il livello dell’acqua è diverso da un lato all’altro
della strada, non sono riuscito a capire per che legge fisica.
Attraversiamo un paio di villaggi in cui le uniche costruzioni in muratura sono
le chiese e le scuole, auto non se ne vedono, incrociamo uno school-bus semiaperto
e senza finestrini pieno di bambini che salutano, in giro vediamo solo gente
a piedi, con attrezzi da contadino e qualcuno a cavallo. Jurg mi fa notare che
qui la sella non sanno nemmeno cos’è.
Ad un certo punto si infila in una stradina circondata da buganvillee di colori
diversi (qui siamo in inverno, fioriscono sempre?) ed altre piante messe molto
coreograficamente. Ci accompagna al nostro bungalow che, per gioia di Laura,
è in "muratura", con zanzariere e tutto quello che può
evitare la visita di insetti, che a lei non sono molto simpatici.
Ci lascia dicendo che ci aspettano per la cena alle 19 esatte, raccomandando
la puntualità e sottolineandola con una battuta, gli dico di non preoccuparsi
anche se siamo italiani…. Gli chiedo se per caso ha antenati svizzeri,
precisi come gli orologi, e gli sottolineo che viviamo più vicino alla
Svizzera noi di quanto lo fossero loro quando erano in Germania (Amburgo).
Non ci cambiamo perché la borsa che manca è quella dei vestiti,
meno male che è arrivata quella con il "necessaire".
Davanti al bungalow c’è ancora un pezzo di prato con delle piante
strane che non avevo mai visto, sembrano mangrovie ma non hanno tutte quelle
radici che scendono, poi comincia la sabbia, classica bianca da cartolina, in
giro non c’è nessuno, l’unico rumore la risacca e qualche
gabbiano e altri uccelli simili ai fringuelli.
Sta tramontando e si fa fatica a scorgere la linea dell’orizzonte, ormai
è quasi tutto rosso-arancio, sia il cielo che il mare. Il colpo d’occhio
è fantastico, "sembra di essere nei mari del sud" dico a Laura,
(qualche c@…. la devo sparare, altrimenti non sono soddisfatto).
La spiaggia sembra non finire sia a destra che a sinistra, sullo sfondo, proprio
dove ormai il sole è quasi scomparso si intravede la sagoma conica di
Kao. Mi prende una sensazione strana ( tipo sindrome di Stendhal ) e, per riprendermi,
mi accendo finalmente una sigaretta, mi ero quasi dimenticato di essere un fumatore
accanito, in questi posti potrei anche tentare di smettere, ma è proprio
in questi posti che gusto maggiormente il mio vizio.
Entro in acqua per sentire la temperatura, va bene, domani maschera e pinne
e via, ho già visto in pochi metri corallo e pesciolini colorati, mentre
sulla sabbia ci sono un infinità di conchiglie di ogni genere.
Laura rientra nel bungalow per prepararsi ( ? ), io mi sdraio sulla sabbia e
guardo l’orizzonte finchè è quasi buio.
Mi chiama che è ora di cena e ci avviamo alla zona "comune".
Jurg e Sigi (la moglie) ci aspettano in veranda, si stavano godendo anche loro
il tramonto ! Nonostante vivano a Tonga da quasi dodici anni mi dicono che ogni
volta per loro è sempre bellissimo.
Dopo qualche minuto di conversation arriva la cuoca tongana (salvo i proprietari
che sono tedeschi, nel resort tutto è fatto da Tongani, che ci vivono
pure con tutta la famiglia) che dice che l’aragosta è pronta .
Porca p. ! Mi ero dimenticato di dire che Laura è vegetariana, si agitano
tutti, poi ci mettiamo d’accordo, scambio volentieri il mio contorno di
verdura con l’aragosta di Laura eh eh.
Entriamo in sala da pranzo, molto bella, ricca di pezzi di artigianato locale,
il tavolo apparecchiato come in un ristorante di "classe", lume di
candela, fuori la luna che si specchia nella laguna, un leggero sottofondo di
musica classica, unica concessione alla tecnologia (niente televisione ecc.).
Scopriamo solo ora che siamo gli unici due ospiti.
L’aragosta mi spaventa ! E’ enorme, ma come l’assaggio ….
Chiedo per curiosità il peso : 1,2 kg ! Un ottimo vino bianco neozelandese
si abbina alla perfezione. Frutta tropicale e dessert tongano al cocco, ci alziamo
(io a fatica, ho scolato la bottiglia!) e ritorniamo in veranda .
Sorpresa anche qui , oltre lo stereo, hanno una macchina da caffè FAEMA
(ohé, il caffè all’italiana arriva proprio dappertutto),
ma quando vedo come fanno il primo "espresso", mi alzo e, con la scusa
di servirlo , inciampo e lo rovescio… mi offro di rifarlo e ne approfitto
per spiegare loro che non è il caso di riempire la tazza piccola fino
all’orlo, a noi italiani piace così, loro invece si sparano un
tremendo cappuccino alla tedesca ….
Parliamo del più e del meno …. ci raccontano la loro esperienza,
i motivi per cui se ne sono andati dalla Germania ed i motivi per cui si sono
innamorati di questi posti, come comincio a capirli ! Mentre torniamo al bungalow
mi fermo a vedere il cielo : si vede la Croce del Sud (ormai ho imparato a riconoscerla,
non si sa mai, dovessi navigare…), ma ciò che mi colpisce sempre
in tutto l’emisfero australe è che sembra ci siano molte ma molte
più stelle che da noi, un amico mi ha spiegato che da noi la luce "artificiale"
delle città crea una specie di contrasto per cui si vedono solo le stelle
più brillanti.
Sabato 19 giugno 1999
Mi alzo prestissimo e vado a fare una passeggiata in spiaggia, scusa anche per
fumare la prima sigaretta.
Senza accorgermi ho camminato per più di mezzora e sono arrivato a quella
che credevo la punta dell’isola ma, sorpresa, è solo la fine di
un’insenatura, ne ricomincia un’altra. Mentre torno sta arrivando
a riva una canoa a bilanciere, di quelle con lo scafo scavato nel legno, sono
due pescatori dell’isola che vanno da Sigi a portare "the catch of
the day"…
Mi vogliono vendere una bellissima conchiglia, credo si chiami tritone, sarà
quasi quaranta centimetri, è quella che loro usano come corno praticando
un foro all’estremità. Faccio fatica a spiegarli che avrei dei
problemi negli scali in Nuova Zelanda e Australia al ritorno, dovrei farmi rilasciare
una dichiarazione dal ministero ecc.ecc. Non insistono, come da loro abitudine,
anzi, cominciano a chiedermi di dove sono, se mi piace il posto, la gente, quando
gli dico che è la terza volta che vengo a Tonga , diventano raggianti,
poi, come accenno che qualche giorno prima sono stato allo stadio della capitale
a vedere la partita della nazionale di rugby Tongana contro la Francia , tifando
Tonga, non stanno più nella pelle.
Qui il rugby è lo sport nazionale, ma ne parlerò in un altro momento…..
Dopo una colazione esagerata partiamo con Jurg, come ci aveva promesso, per
un trekking naturalistico dell’isola.
Dal bush passiamo in mezzo a piantagioni di patata dolce, di palma da cocco,
di taro, di banane, di kava, la bevanda nazionale (su questa bevanda, un ansiolitico
naturale, c’è una pagina che ne descrive le proprietà e
gli effetti : http://www.tongaturismo.info/kava.htm ). Ogni tanto ci si trova
direttamente su una spiaggetta nascosta in mezzo alle rocce, oppure incrociamo
qualche contadino che si sposta a cavallo con sacchi pieni, gente che raccoglie
frutta, tutti salutano con un sorriso a trentasei denti e si fermano a chiacchierare
(altro che le chat !).
In mezzo ad una boscaglia di piante di casuarina riusciamo a vedere un centinaio
di flying foxes (volpi volanti), dei grandi pipistrelli con circa un metro di
apertura alare che si nutrono di frutta (meno male!), a Tonga ci sono solo qui
e in un villaggio sull’isola principale. Jurg batte le mani improvvisamente
e cominciano ad alzarsi tutti in volo, spostandosi più lontano con un
rumore incredibile, emettendo dei suoni acuti che sembrano grida di film dell’orrore
( anche la scena non è stata da meno).
Vado vicino a Jurg e gli dico che ci hanno già provato a farmi spaventare
con questo giochino, cos’è, gli faccio, compreso nei pacchetti
turistici ? Ride anche lui e mentre ci fa strada si avvolge la testa in una
ragnatela che sembra fatta di nailon, e mentre sto per sparare la mia solita
battutaccia, a due centimetri dai miei occhiali ne vedo un’altra, meno
male che è bella grossa, in mezzo c’è un enorme ragno con
un appendice che sembra un sacchetto di colore bianco. Jurg mi assicura che
in tutto l’arcipelago non esistono animali velenosi, né insetti
né serpenti, mi tranquillizzo e faccio anche una foto con la posizione
"macro".
Mentre ci avviamo verso "casa" si comincia a sentire un ticchettio
sempre più insistente, sta iniziando a piovere, ma che acqua ! Quasi
non si riesce a respirare, mi tolgo la maglietta e avvolgo con quella la macchina
fotografica, riesco a seguire Jurg a fatica, dovrei mettere i tergicristalli
agli occhiali, guardo Laura e le chiedo se per caso si sta allenando a fare
"miss sotto la doccia"…. Lei, molto più presente di me,
mi dice invece: "Cosa ridi a fare che gli unici vestiti sono quelli che
abbiamo addosso ! ". E’ vero, non ci pensavo, non è che la
cosa mi preoccupasse più di tanto, tanto asciugheranno… pensavo.
Invece ha continuato a diluviare fino al pomeriggio, ho fatto il bagno e un
po’ di snorkelling lo stesso, intanto sempre acqua è, ma quando
verso sera mi sono reso conto che la maglietta e i pantaloni erano ancora bagnati
fradici, ho pensato di mettermi una salvietta come pareo e la giacca a vento
come "giacca da sera". Quando ci hanno visti conciati così
, ci hanno fatto accomodare in casa loro, io mi sono preso una maglietta e pantaloncini
di Jurg (tre taglie più della mia) e Laura qualcosa dal guardaroba di
Sigi.
Proviamo a telefonare in aeroporto e, miracolo, la borsa sta arrivando, era
stata dimenticata a Tongatapu in un angolo.
Jurg deve andare a prendere altri due ospiti in aeroporto e ce la prende lui.
Rilassato, mi sdraio in veranda a leggere.
Stasera che vita ! I due nuovi sono americani di Philadelphia, tutti e due insegnanti,
lui in pensione (se non ricordo male si chiamava Big Peter ma per comodità
lo chiamerò Pietrone), appassionati di viaggi che arrivavano da Cook,
Fiji e Samoa e questa era l’ultima tappa prima del ritorno. La conversazione
scorre tranquilla, chiedo loro di parlare leggermente più piano perché
hanno un accento che sembra più arabo che inglese, intanto ci mangiamo
(esclusa Laura, alle prese con enormi piatti di verdure, tortini di verdure,
passati di verdure) i pesci del mattino…ed altre prelibatezze.
Stanotte niente stelle, a letto presto.
Domenica 20 giugno 1999
Mi piacerebbe fare un giro dell’isola a cavallo ma di domenica a Tonga
non è possibile fare niente, solo riposo e chiesa. Allora, visto che
il tempo non si è ancora rimesso, anzi promette peggio, andiamo con Jurg
e Pietrone l’americano con moglie, a messa.
Jurg è vestito da Tongano, gonna lunga e coprigonna in stuoia, sta benissimo.
E’ cattolico praticante, pure i due americani, io e Laura siamo "agnostici"
ma Jurg insiste sul fatto che, ne avevamo parlato la sera prima, visto che mi
interessava la musica, soprattutto quella etnica, non potevo assolutamente perdermi
il coro di quella chiesa.
Arriviamo in chiesa che sta già piovendo, non mi ricordo più bene
come ci si comporta, è tanto che non ci vado, per cui sbircio Jurg e
i due americani. Ci accomodiamo a metà chiesa circa. La costruzione è
tipica, con intelaiatura in legno a vista, sembra una grande capanna, dentro
ci saranno un duecento persone di tutte le età. Nelle file a sinistra
davanti a noi ci sono tutti i bambini (maschi) mentre le bambine sono con le
mamme o nonne o sorelle..
Mi viene un flash quando vedo una suora molto anziana che era con i bambini
alzarsi e mollare un tremendo "pizzicotto" a quello più vivace
davanti a lei… mi è capitata la stessa cosa da bambino qui in Italia
! Quando si dice che tutto il mondo è paese.
Dopo i discorsi preliminari (tutto in tongano) del prete, giovane, alto come
minimo uno e novanta, iniziano a cantare tutti, ma proprio tutti, guardo subito
in giro per vedere dove sono messi gli altoparlanti, il volume è fortissimo,
non ci sono, è tutto "naturale". Continua la messa e ogni due
o tre minuti un canto .
Il coro, incredibile, è a più voci e non si sente una minima stonatura,
la cadenza è molto lenta e il timbro è molto dolce e malinconico,
con passaggi piano e forte che ti prendono … dentro.
Ma anche da noi si provano queste emozioni in chiesa ? O è perché
sono suggestionato dal posto in cui mi trovo ?
Qualche anno fa ad Harlem avevo provato "gioia" partecipando ad una
cerimonia religiosa "gospel", ma qui invece provo un senso di tranquillità,
di interiorità, se così si può chiamare.
Ad un certo punto cominciano a salire delle persone sul "pulpito"
(credo si chiami così), parlano un po’ poi se vanno con le lacrime
agli occhi. Guardo Jurg (lui parla benissimo tongano) e mi spiega che stanno
ricordando una persona della comunità che è morta da poco e chi
vuol dire qualcosa, sale a farlo.
Dopo quasi un’ora e tre quarti finisce tutto e ci avviamo all’uscita.
Alla porta c’è il prete (come ha fatto ad arrivarci prima di noi
???) che ci dà la mano e in perfetto inglese ci ringrazia tutti per aver
partecipato alla messa, ci chiede da dove veniamo e ci chiede se vogliamo rimanere
a mangiare con loro.
Purtroppo il tempo è ancora peggiorato, continua a piovere, i tavoli
sotto le tende quasi galleggiano, ci saranno cinque centimetri di acqua e si
sprofonda nel fango. Stiamo con loro giusto il tempo per bere una bevanda calda
dolce che non ho capito se fosse caffè o the e poi ce ne andiamo, a malincuore,
con tutti che ci salutano e sorridono.
Jurg deve passare al panificio, unica attività permessa la domenica,
e quando si ferma, ci invita a visitarlo.
Meno male che non c’è l’ASL o USL o come cavolo si chiama
da noi.
Il pane ha la forma di un parallelepipedo, è fatto in stampi di cui non
si capisce il materiale, l’ambiente però è pulito e c’è
un bel profumo di pane fresco, quando chiedo un pezzo appena sfornato me lo
avvolgono in carta di giornale, che probabilmente per il calore, trasferisce
le lettere direttamente sul pane, chi se ne frega, lo mangio lo stesso !
Facciamo un giro nella piccola capitale di Ha’apai, Pangai, ci sono alcuni
reperti archeologici che la prossima volta vorrei visitare con più tranquillità,
e ritorniamo al nostro "villaggio", ci fermiamo solo per guardare
le tombe del cimitero di un piccolo villaggio, sono coloratissime!
Pomeriggio di relax, passeggiate in spiaggia, raccolgo qualche conchiglia bella
ma di dimensioni ridotte, faccio un altro giro con Jurg che mi spiega ancora
parecchio sulla vegetazione e mi mostra tutti gli impianti che ha fatto per
raccogliere l’acqua. E’ l’unico impianto per l’acqua
in tutta l’isola e dice che sta insegnando le tecniche in alcuni villaggi.
Le famiglie tongane che vivono nel resort oltre che i lavori per i turisti,
continuano le loro attività tradizionali, lavorano la paglia per farne
cesti e contenitori, intrecciano foglie per i tetti. Sto per un po’ con
un ragazzo che sta intrecciando delle fibre di pandano, che si era preoccupato
che mi avvicinassi al suo cane, pensando mi potesse dar fastidio, gli ho dico
che mi piacciono gli animali.
Lui mi dice che anche a loro piacciono i cani, talmente tanto da mangiarli
!
Penso stia scherzando, invece prima di cena accenno la cosa a Jurg e questo
me lo conferma….
Alla mia reazione incredula mi spiega che in alcuni villaggi è ancora
tradizione allevare sia cani che maiali come "food". Gli chiedo, "scusa,
ma allora quello del ragazzo di prima, se lo mangia ?". "No, quello
ha un nome ed ora è considerato "pet", domestico, nel vero
senso della parola, nel senso che vive in casa".
Laura allora gli dice, ma come fanno ad ammazzare un cagnolino ? Con che cuore
?
E Jurg le risponde : "forse un maialino non ti fa la stessa tenerezza ?
"
Lei gli risponde che è uno dei motivi per cui è vegetariana…..
Intanto mi dice che per stasera c’è carne… "di cosa?"
gli chiedo. Se ne va ridendo.
A cena sono un po’ preoccupato, ma la carne è manzo, sono andato
un attimo prima in cucina e l’ho chiesto direttamente alla cuoca, all’oscuro
dei discorsi precedenti.
Dato che è domenica un po’ di pesce comunque non manca e Jurg mi
dice : "e la morte per soffocamento ?"
Ci metto un po’ a capire ma poi comincio a ridere anch’io, a me
la verdura non piace molto, non voglio ridurmi a mangiare solo frutta, anche
se le piccole banane dolci di queste parti mi piacciono un casino.
Dopo-cena con sottofondo musicale di "Georges Moustaki" e Jacques
Brel, allora Jurg, non ascolti solo classica !
Lunedì 21 giugno 1999
Ultimo giorno ad Ha’apai, ultimo giro in spiaggia, nuotatina, e poi, preparate
le borse, in aeroporto, speriamo ci sia l’aereo perché stasera
abbiamo la coincidenza per la Nuova Zelanda.
Salutiamo Jurg e Sigi, gli americani e, prima di salire in macchina, andiamo
a salutare tutte e tre le famiglie che vivono nel resort e poi via di corsa
perché a me queste cose fanno venire un certo fastidio in gola.
Intanto il tempo sta tornando ad essere "magnifico"… non importa,
poi il troppo sole mi fa venire l’eritema !
Anche se non si sente ancora il rumore probabilmente sta arrivando l’aereo
perché c’è gia un po’ di gente che sta allontanando
dalla pista dell’aeroporto i maialini, i cani e le galline.
Stavolta è un aereo più grosso, una quarantina di posti, e non
ci pesano nemmeno.
Guardo per l’ultima volta (per quest’anno) l’incredibile
vista dell’arcipelago e penso che prima o poi dovrò decidermi e
scegliere ….
e cambiare nome: Kilisimasi, in Tongano.