di Massimo B
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Un sogno chiamato Polinesia
I sogni a volte si mescolano con la realtà al tal punto da non riuscire
a distinguerli.
E' una bella sensazione quella che abbiamo provato stringendo nelle mani i biglietti
aerei, la prima cosa tangibile di quel sogno chiamato Polinesia.
Nei giorni che hanno preceduto la nostra partenza ci siamo sentiti come risucchiati
da un vortice di emozioni sempre più forti, tanto era alta l'adrenalina.
Tanti i pensieri che affollavano la nostra testa, il più ricorrente se
la destinazione scelta fosse stata all'altezza delle nostre aspettative.
Perché scegliere Tonga?
Abbiamo pensato che fosse l'unica isola del Pacifico a conservare una natura
selvaggia e a non essersi arresa al progresso consumistico che livella qualsiasi
civiltà. La nostra immaginazione ci portava lontano come ormai stava
facendo l'aereo sul quale viaggiavamo da circa venticinque ore. Con non poco
stupore ci siamo trovati di là dal mondo, non più stanchi di quando
si passa il sabato pomeriggio in un centro commerciale a fare la spesa.
Il piccolo aeroporto di Tongatapu ci è sembrato subito familiare, il
calore dei tongani ha subito cancellato la stanchezza dai nostri volti, fa sempre
piacere ricevere un sorriso, soprattutto dopo un lungo viaggio.
Dal taxi non riuscivamo a vedere niente poiché alle cinque e trenta del
mattino il buio avvolge ancora ogni cosa, per cui l'attesa di capire dove fossimo
doveva prolungarsi fino al sorgere del sole. Il lungomare di Nuku'alofa è
stata la prima visione, il porto affollato da enormi barconi per la pesca di
tonni, mahi mahi e blue marlin, e un piccolo mercato dove si acquista il pesce
fresco. E fin qui niente di strano. Buttando l'occhio all'orizzonte siamo rimasti
immobili per qualche minuto provando delle sensazioni uniche per ciò
che avevamo di fronte: gli isolotti visti sulle cartoline esistevano davvero,
erano lì a poche centinaia di metri, talmente vicini da distinguere le
palme altissime sopra una fitta vegetazione.
Questo non sarebbe stato altro che il preludio di ciò che avremmo potuto
finora solo immaginare.
Questo angolo della terra non poteva che essere bagnato dall'oceano "Pacifico"
visto che la vita scorre lenta e non esiste la frenesia di fare cento cose tutte
insieme, a Tonga è normale fare una cosa per volta e con tutta la calma
che occorre, ciò che non si può fare oggi si farà domani…forse.
E durante la nostra permanenza questo motto l'abbiamo fatto nostro, ammettendo
che le corse cui siamo abituati non fanno certo bene alla salute, infatti i
tongani non conoscono l'ansia e lo stress, riescono a godere delle cose più
semplici e a superare i problemi con il buon
umore, per noi si è rivelata una preziosa lezione di vita che metteremo
in pratica anche una volta tornati a casa.
Tongatapu, la cui etimologia significa "sacro sud", ci ha mostrato,
con il passare dei giorni, tutte le sue bellezze, i paesaggi mozzafiato delle
sue coste, quella sabbiosa a nord, lambita dolcemente dall'oceano, e quella
rocciosa a sud dove s'infrangono onde altissime che danno vita ad uno spettacolo
unico nel suo genere, i blow holes, fessure nella roccia dove le onde s'infilano
provocando un effetto tipo geyser e producendo un rumore simile a quello dello
sfiato di un treno a vapore, da qui "buchi soffianti".
Attraversando l'entroterra abbiamo visto distese di palme da cocco, banani,
manghi e papaie, intervallati da campi di zucche e da piantagioni di caffè
e vaniglia.
L'isola è totalmente coltivata, tanto da coprire il fabbisogno dell'intero
arcipelago tongano. Mancano però gli allevamenti di bovini, quindi la
carne, il latte e i suoi derivati si trovano solo di importazione, come altri
prodotti quali il vino e l'olio di oliva. I diversi paesini che abbiamo incontrato
sono collegati tra loro da strade non sempre asfaltate, per cui i fuoristrada
si rendono quasi indispensabili.
Nei cortili delle case tongane si notano alberi che da noi sono piantine da
vaso, come il ficus benjamin, stelle di natale, ibiscus, oltre alle piante si
vedono i maiali lasciati in libertà, che per cercare il cibo scavano
nella terra, lasciando quindi i giardini vangati.
Una curiosità è stata vedere le distese di panni messi ad asciugare
sul filo spinato che fa da recinzione alle case, forse per questo si chiama
"bucato"? Poiché i tongani amano vivere all'aria aperta le
loro abitazioni sono molto spartane, pochi sono i mobili e molte le stuoie dove
sdraiarsi, tutte hanno i pannelli solari installati sul tetto, per scaldare
l'acqua che è rigorosamente piovana.
Le grondaie sono collegate a delle grosse cisterne in cemento costruite di fianco
alla casa dove l'acqua arriva già filtrata grazie ad una retina fissata
all'estremità del tubo, poi sono le pompe a spingerla nell'impianto idraulico
che la distribuisce nel bagno e in cucina.
Il recupero dell'acqua piovana utilizzata anche per bere è reso possibile
dall'assenza totale di agenti inquinanti nell'atmosfera e anche noi ci siamo
dissetati ben volentieri con quella bevanda assolutamente pura.
Tornati a Nuku'alofa, capitale di Tongatapu, ci sembrava di essere in una metropoli.
Il centro della città è molto trafficato per la presenza di uffici
pubblici, banche, scuole e attività commerciali. Il fulcro del commercio
è senza dubbio il mercato coperto, un edificio a due piani dove si vende
ogni cosa, dall'abbigliamento alla frutta, infatti lì abbiamo fatto i
nostri acquisti, anche gastronomici, le banane, piccole e dolci, erano diventate
il nostro pane quotidiano. Il vero motivo per andare al mercato era quello di
stare in mezzo alla gente, donne indaffarate a fare la spesa e gruppi di bambini
intenti a giocare in mezzo ai cesti di tuberi allineati per terra.
I prodotti artigianali come la tapa, le borse intrecciate di pandano, le collane
di madreperla, vengono esposte tra i banchi di frutta e verdura, dando vita
ad una tavolozza di colori che non ha eguali. Il turista agli occhi dei tongani
non è altro che un viaggiatore arrivato nella loro terra per apprezzarne
il clima, il cibo, il mare e perché no, le loro tradizioni, per cui niente
di straordinario viene fatto per lui se non accoglierlo calorosamente.
L'arte di intagliare il legno, di intrecciare foglie, di battere la tapa, è
stata tramandata di generazione in generazione, e ogni tongano si adopera a
creare oggetti che sembrerebbero solo souvenir per turisti, ma che in realtà
fanno parte del suo quotidiano: i cesti servono per contenere le verdure e il
pesce, la tapa viene usata come ornamento nelle case e nelle chiese, e indossata
durante le cerimonie.
La parola business a Tonga non è conosciuta, lo dimostrano i vari ristoranti,
alberghi e negozi gestiti esclusivamente da neozelandesi, tedeschi, italiani,
che per fortuna, a parer nostro hanno saputo integrarsi nella cultura tongana
senza stravolgerne la semplicità. Ormai da diversi giorni facevamo parte
anche noi di questa realtà e non potevamo certo sottrarci al rito che
si ripete ogni domenica, qualsiasi attività lavorativa viene sospesa,
è difficile persino trovare un taxi.
Si respira un'atmosfera fiabesca, sin dalle prime ore della mattina una densa
nuvola di fumo avvolge le case, e le campane delle chiese suonano a festa.
I tongani prima di andare a messa preparano l'Humu, piatto tipico a base di
pesce e verdure avvolto in foglie di banano, messo a cuocere in una buca piena
di brace e coperta di foglie. Nella sola Tongatapu si contano circa quattrocento
chiese, ne abbiamo visitate alcune, e ci ha sorpreso la semplicità strutturale,
nessuna ostentazione di oggetti lussuosi, l'unica ricchezza è la fede
stessa dei tongani, che raccolti in silenzio, prendono posto sulle panche di
legno consumate, ma adornate da palme e fiori profumati, uomini e donne indossano
abiti scuri ravvivati dalle ta'ovale impreziosite da conchiglie e perline.
Il coinvolgimento era totale, eravamo seduti tra loro e ci siamo sentiti parte
di loro, al punto da provare i brividi ogni volta che le loro voci straordinarie
si univano in coro.
Siccome il nostro doveva essere un viaggio itinerante nelle diverse isole che
compongono il vasto arcipelago del Regno di Tonga, siamo saliti a bordo di un
piccolo aereo, un vecchio dc3 che ci avrebbe portati a Vava'u. La trasvolata
ci ha permesso di godere di panorami meravigliosi, un
atollo dopo l'altro disseminati come a tracciare il percorso da seguire, sembravano
sospesi in cielo tanto l'acqua era cristallina.
Con gli occhi ancora abbagliati per lo spettacolo della natura cui avevamo assistito
ci siamo trovati a Neiafu, la capitali di Vava'u, ed è stato come andare
indietro nel tempo di almeno una ventina di anni, un'unica strada percorre il
centro della città, pochi sono i negozi, non mancano tuttavia le scuole,
le banche e gli uffici pubblici. I tongani che abitano a Vava'u non si dedicano
all'agricoltura, infatti è raro vedere campi coltivati, le verdure che
si trovano al mercato, a parte tuberi, cipolle e patate, arrivano da Tongatapu,
la professione più diffusa è il dolce far niente. Il nuovo porto
di Neiafu ospita decine di barche a vela di diverse nazionalità, che
qui trovano riparo dopo giorni di traversata in aperto oceano Pacifico.
L'arcipelago di Vava'u è meta di molti turisti oltre che per le numerose
isole dalle spiagge bianche, anche per un fenomeno che si ripete ogni anno da
luglio a novembre, le Humpback whales, balene che vengono dai mari del polo
artico, per riprodursi nelle acque calde di questa parte dell'oceano.
Non potevamo perderci questo insolito incontro e con una chiatta munita di idrofono
abbiamo navigato fino a quando le balene sono state avvistate, le vedevamo giocare
con i loro piccoli, si fa per dire piccoli, quasi ignorassero la nostra presenza,
non immaginavamo di poterle avvicinare così tanto da averle di fianco
alla barca, pur avendo una mole così grande non ci incutevano paura,
anzi, con i loro movimenti lenti e aggraziati ci trasmettevano calma e serenità.
A Vava'u abbiamo visitato diverse spiagge, tutte bellissime e completamente
deserte, dove la sabbia è mescolata a coralli e conchiglie, le palme
si stagliano alte nel cielo, i fiori e le piante formano un tappeto fitto quasi
a toccare il mare. Stavamo per ore a guardarci intorno in un silenzio surreale
rotto solo dal canto dei pappagalli e dal rumore del mare, ci dispiaceva persino
stare sdraiati a prendere il sole perché a tenere gli occhi chiusi anche
solo per un istante ci sembrava come mancare di rispetto ad una natura così
generosa.
A bordo di un trimarano ci siamo fatti cullare dall'oceano fino ad approdare
su diversi atolli disabitati e selvaggi, e ogni volta sembrava di entrare in
un quadro di Gaugin, abbandonavamo i nostri sensi ad una morbida sabbia riscaldata
dal sole, all'odore delle piante, al canto degli uccelli, il gusto del cocco
fresco deliziava i nostri palati, l'acqua color verde smeraldo rinfrescava i
nostri corpi abbronzati.
Tutto questo era molto di più di quanto avevamo sognato.
Con il solito vecchio dc3 ci siamo diretti alle Ha'apai, che geograficamente
sono al centro tra Vava'u, che è al nord, e Tongatapu, che è al
sud.
La capitale, Pangai, è una città in miniatura, molto curata, ogni
edificio è colorato e ogni abitazioni ha il proprio orticello. Anche
qui non manca il mercato, benché piccolo offre una discreta varietà
di verdure e di frutta.
Appena fuori dalla capitale si trovano tanti villaggi sparsi nelle campagne
dove è facile assistere alla lavorazione della tapa, per farne una delle
dimensioni di 5x3 mt occorrono circa quattro mesi di lavoro, e vi partecipa
l'intera famiglia.
Che i tongani fossero attaccati alle proprie tradizioni ne abbiamo avuto la
conferma anche nel vederli pescare nelle vecchie piroghe a remi con il bilanciere.
Pescano non lontano dalla spiaggia, appena fuori dal reef, dove c'è abbondanza
di pesce ed è suggestivo vederli tornare al tramonto con il pescato,
le piroghe scivolano così leggere sull'acqua color vermiglio che sembrano
volare.
Restavamo seduti a guardare fino a che sopra di noi veniva allestita una nuova
scenografia che solo la natura riesce a realizzare, su uno sfondo blu intenso
milioni di stelle accese come lampadine circondano la luna colorata di argento,
fino a quel momento eravamo convinti che esistesse una sola luna, invece in
Polinesia ne abbiamo scoperta un'altra, che oltre ad essere più luminosa
è anche molto più grande, e così vicina a noi quasi da
poterla toccare.
Quella che arrivava non era una notte qualsiasi, ma era la notte che precedeva un nuovo giorno, e un nuovo giorno comincia sempre da Tonga.
Massimo e Silvia
Viaggiatori per scelta
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