di GP
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Una recente richiesta di info sulla Papua mi ha fatto ricordare di aver scritto un articolo su quell'affascinante paese, pubblicato un paio d'anni or sono sulla rivista di AnM (1998, n°6) ============================================
Big Men, Fuorilegge e Missionari
in viaggio tra le contraddizioni della Papua
di Giuseppe Pompili
Una collezione di mani e dita umane disseccate, unite a comporre collane e
pendant, fa bella mostra di sé sotto la teca di una sala adibita ad esposizione
di foto d'epoca nel Museo JK McCarthy di Goroka, Eastern Highlands. Una parte
considerevole delle immagini e del materiale esposto proviene da una donazione
privata, i cui cimeli più interessanti non sono reperti mummificati ma
fotografie in bianco e nero, scattate nelle Highlands della Nuova Guinea dai
primi esploratori tra gli anni venti e quaranta di questo secolo, all'epoca
del "primo contatto". Alcune immagini ritraggono il fotografo ed esploratore
Frank Hurley mentre risale il fiume Fly sul suo yacht, l'Eureka, all'inizio
degli anni '20. Le foto svelano un mondo ormai scomparso, lontano anni luce
dalla realtà d'oggi. La sceneggiatura era già stata scritta da
Conrad vent'anni prima in "Cuore di Tenebra". Alla risalita romanzesca
del corso del Congo si contrappone l'inesorabile avanzare della "civiltà"
lungo i fiumi della Nuova Guinea. Le espressioni d'incredulità e sorpresa
sui volti degli indigeni lasciano presagire la fine di un'era. I Papua furono
chiamati così dai primi esploratori lusitani a causa della loro capigliatura
crespa, mutuando la parola dal malese papuwah. Dopo quattro secoli, la febbre
dell'oro ha spinto alcuni avventurieri bianchi ad esplorare le inaccessibili
Highlands, dove viveva da tempo immemorabile una moltitudine di clan tribali.
La scoperta ha decretato la fine di un'epoca della storia umana, il paleolitico.
Gli indigeni hanno vissuto lo shock del passaggio dall'età della pietra
alla seconda guerra mondiale nell'arco di una generazione. I residuati bellici
incrostati di ruggine, le bottiglie di coca cola e ancor più le foto
in bianco e nero dei papua in uniforme, armati di fucile, testimoniano la repentinità
del cambiamento. Non che gli abitanti della Nuova Guinea non conoscessero la
violenza già prima dell'arrivo degli europei. Gli highlanders hanno vissuto
isolati per millenni, frammentati in una galassia etnica, incapaci di sviluppare
una struttura statale unitaria a causa della loro indole bellicosa, conseguenza
della competizione per le scarse risorse alimentari in un territorio aspro e
inaccessibile. I clan vivevano in enclaves autonome, comunità matrilineari
con una lingua e una tradizione propria, circondate da vicini ostili. L'idioma
più diffuso è il pidgin, lingua franca commerciale di derivazione
inglese, tedesca e melanesiana, composta da un migliaio di parole. Alcuni sostengono
che non ha la dignità di una vera lingua, anche se rappresenta l'unica
alternativa ad una babele di dialetti e all'inglese, parlato appena dal due
per cento degli abitanti. I vocaboli più insoliti richiedono bizzarre
perifrasi dall'effetto comico. Così il pianoforte è il "bigfella
bockus, teeth alla same shark, you hitim he cry out" che tradotto alla
lettera suona come: grande uomo di legno dai denti come squalo, grida quando
lo colpisci. L'idrovolante è la "kanu dispela plai olsem wanpela
pisin", la canoa che vola come un uccello. Un vasto spazio culturale, fatto
di miti e tradizioni totemiche, unisce le civiltà legate al mare delle
isole della Melanesia a quelle fluviali del Fly e del Sepik. L'adattamento ambientale
è stato talmente perfetto da raggiungere la stasi. Gli steccati e i fossati,
ancor oggi visibili intorno ai villaggi, pur se adeguati a fronteggiare gli
assalti dei nemici, non sono stati abbastanza alti e profondi da isolare per
sempre le società tribali dall'assalto delle tre C di Livingstone: Commercio,
Cristianesimo e Civilizzazione. La promessa di benessere e sviluppo, la fede
nell'idea che "redime" e nell'efficienza che "salva", sintesi
del pragmatismo protestante, è ben visibile nella Lutheran Guest House
di Goroka, dove il nitore e l'ordine materiale costituiscono già una
promessa per la futura salvezza dell'anima. E' davvero irritante incappare in
ogni luogo della Papua nelle missioni, ubiquitarie sia tra i remoti villaggi
lungo il corso del Sepik che nelle inaccessibili Highlands. Promosse come nobili
fari di civiltà, sono nei fatti gli avamposti del colonialismo spirituale
wapish (White, Anglo-Saxon, Protestant). Spiace costatare che le numerose sette
cristiane in attività (Luterani, Metodisti, Anglicani, Avventisti del
Settimo Giorno) sembrano contendersi le anime come in una riserva di caccia.
Le comitive di pastori, accompagnati dalle rispettive cerulee consorti e da
una coorte di bellissimi bambini biondi, sono soliti riunirsi convivialmente
ai tavoli d'un hotel di Wewak, per discutere nuovi progetti missionari. Il fastidio
non deriva tanto dall'avversione per i singoli, solitamente animati da buone
intenzioni (di cui sono pure lastricate le vie dell'inferno), quanto dalla palese
contraddizione tra l'alibi umanitario, nobilitato dall'ideologia evangelizzatrice,
ed i prosaici interessi economico-apostolici. La sicurezza sta peggiorando in
Nuova Guinea, sia per l'impennata dell'inflazione, che negli ultimi tempi ha
portato ad una svalutazione della kina di quasi il cinquanta per cento, sia
a causa di un sistema sociale strutturalmente carente nella ridistribuzione
della ricchezza. Quattro milioni di persone non sono troppe per un paese ricco
di risorse minerarie, grande più dell'Italia, ma lo diventano se a trarne
vantaggio sono solo esigue minoranze. La cultura del lavoro non esiste, perché
non è mai esistita. I giovani disoccupati, sedotti dalla disponibilità
di beni di consumo, s'inurbano a Port Moresby, a Madang, oppure a Mount Hagen,
installandosi presso amici e parenti nell'illusoria speranza di trovare fortuna.
I notabili locali proprietari dei terreni, i big men, incassano lauti compensi
in cambio della cessione dei diritti di sfruttamento minerario alle joint venture
a capitale misto, come per l'oro di Porgera o il petrolio del lago Kutubo. Le
multinazionali pagano somme ingenti senza scomporsi e i metalli preziosi prendono
la via dell'ufficio Rothschild alla borsa di Singapore, rifornendo il mercato
asiatico. I danari elargiti sono sempre briciole a paragone dei profitti delle
società, accentuando in tal modo le sperequazioni. Chi non possiede terra
ha poche opportunità di far soldi. E chi non ha reddito, non ha speranze
in un paese dove i prezzi sono paragonabili ai nostri, l'industria agli albori
e le ricche piantagioni nelle mani di pochi. Alcuni si arrangiano vendendo oggetti
d'artigianato come i coltelli d'osso di casuario, le lance di legno, gli archi
e le frecce. Tutto il peggio della paccottiglia turistica si acquista per una
manciata di kina. La contrattazione è accanita come in un suq arabo ma
per lo più si tratta di rozze imitazioni. Lo spirito mercantile ha contagiato
un po' tutti, noi compresi. E non deve sorprendere la scoperta che gli abitanti
dei villaggi si abbigliano in modo tradizionale unicamente a nostro beneficio,
dietro compenso. Conclusa l'esibizione o terminato il lavoro si cambiano d'abito,
indossando jeans e maglietta di seconda mano (le scarpe sono ancora un optional).
"Almeno loro hanno un'occupazione e non girano rubando su commissione",
spiega Padre Luigi, sacerdote cattolico che vive e lavora da anni a Port Moresby,
la cui chiesa è stata presa d'assalto e saccheggiata. "Da qualche
mese - aggiunge - la polizia in città ha l'ordine di sparare a vista
contro le bande di rapinatori, i rascals, parola che significa briccone, furfante".
E' un pudico eufemismo per coprire casi di dilagante criminalità organizzata.
La polizia, per fronteggiarli, ha dovuto capovolgere un pilastro del diritto
anglosassone, valido anche nei paesi del Commonwealth, acconsentendo all'uso
delle armi da fuoco. Chi si è arricchito non ha molti modi per spendere,
almeno nelle Highlands. In questa maniera si è sviluppato un fiorente
mercato clandestino di birra e super alcolici, vietati ovunque tranne che all'interno
dei bar degli hotel per stranieri. La proibizione spiana la strada alla trasgressione
e così il divieto di vendita degli alcolici è aggirato con l'espediente
dei wantok (parola derivata dall'inglese one talk), vale a dire grazie agli
amici, ai parenti o ai conoscenti che appartengono al proprio clan e parlano
la medesima lingua. Fra wantok esiste un vincolo di sangue più forte
di qualsiasi legge. Nulla si può negare al proprio wantok. Basta conoscere
un barista che è anche un wantok ed il gioco è fatto. A notte
fonda, scomparsi gli stranieri, gli alberghi cambiano aspetto e si trasformano
in mescite d'alcolici a prezzi da capogiro. Gli ubriachi premono all'ingresso
dei cancelli, tra guardie armate e doppi recinti di filo spinato. Le strade
delle maggiori città diventano off limits per tutti dopo il tramonto
e uscire senz'auto è un'imprudenza che può costare cara.
Un'altra occasione di svago, molto apprezzata dai papua, è costituita
dagli spettacoli etnici che si svolgono un po' dovunque nell'isola tra agosto
e ottobre. I Cultural Show sono stati organizzati per la prima volta dalle autorità
coloniali all'inizio degli anni cinquanta, prendendo a modello le fiere agricole
australiane. L'intento era quello di ricondurre la rivalità interclan
su un piano di civile confronto, in maniera non cruenta. L'idea ebbe un discreto
successo, tanto che gli spettacoli furono riconosciuti come un'efficace mezzo
per incrementare un turismo sempre a caccia di nuove emozioni. A partire da
quest'anno, per esempio, la periodicità del Goroka Show è diventata
annuale. La "vittoria" va al gruppo che riesce a prevalere sugli altri
per il fascino delle musiche e delle danze, l'originalità dei costumi,
la fierezza del portamento. Il sing-sing più antico e spettacolare è
quello di Goroka, che si tiene il giorno della festa d'indipendenza. Sono rinomati
anche gli show di Enga, che si tiene la seconda settimana di agosto a Wabag,
e il Festival Dua Dua a Lae, verso l'inizio d'ottobre. Il più famoso,
almeno all'estero, è il Mount Hagen Cultural Show, che si svolge a Mount
Hagen la terza fine settimana d'agosto. L'Hagen Show è paragonabile al
carnevale di Rio. Assomiglia ad una parata dove i membri dei clan sfilano indossando
pirotecnici paramenti tribali. La maggior parte dei gruppi proviene dalle zone
limitrofe a Mount Hagen, ma c'è anche chi viene da Tari, Madang e Goroka
o dalle provincie di Chimbu, Enga e dall'isola di Manam. Sono i Koroba, gli
Huli, i Midima, i Waimara, i Puipui ed i Mudmen Mindima. In tutto si contano
quaranta compagnie per un totale che supera i mille figuranti. E' vero che si
osservano molte concessioni al kitsch in diversi costumi, ed è pure vero
che certi gruppi appaiono manifestamente fasulli. Tuttavia, la baraonda di suoni,
l'orgia di colori, l'impegno fisico di tutti i convenuti volto a primeggiare
è intenso e sincero. I canti, i balli, le musiche, lo sfoggio delle asce
di pietra e dei costumi sgargianti, ripagano ampiamente lo spettatore dalla
circostanza di trovarsi nel bel mezzo di un'arena a pagamento (ricordo, per
inciso, che senza le cospicue sponsorizzazioni della Pepsi e della Rothmans,
unitamente ai contributi dell'ente locale di promozione, non sarebbe possibile
pagare il rimborso spese agli oltre mille partecipanti). L'organizzatore, un
anziano notabile in giacca e cravatta con un gran cappello da cowboy, si è
ampiamente scusato per il fatto che, quest'anno, lo show non è riuscito
così ricco e vario come sperato, anche se pochi tra noi se ne sono accorti.
Se il motivo principale di un viaggio in Nuova Guinea è assistere ad
uno spettacolo di sing-sing, altrettanto affascinante è un'escursione
nelle Highlands fino alle valli di Asaro e di Tari oppure fino al lago Kutubo.
Costituisce l'occasione per allontanarsi dai centri maggiori e vagare tra i
villaggi della foresta pluviale, allontanandosi dall'unica strada che s'insinua
serpeggiando attraverso l'impervio altipiano. Con un pizzico di fortuna si potrà
immortalare l'ibis, il favoloso uccello del paradiso o l'ancor più sfuggente
casuario. L'Highlands Highway è un'arteria lungo cui viaggia di tutto,
dall'oro di Porgera ai container pieni di carne surgelata provenienti dalla
costa, dai tubi per le perforazioni petrolifere alle casse di birra. Tra Mendi
e Tari c'è un tratto di strada ad alto rischio, a causa dei rapinatori
che, di tanto in tanto, taglieggiano tutti quelli che ci passano. A volte è
sufficiente pagare un piccolo obolo per proseguire, altre volte può non
essere sufficiente... Che non sono solo storie lo deduciamo dalla nostra esperienza
e dall'incontro fortuito con il Sig. Ofrin Magi Bibilia, un tarchiato mercante
con il volto nascosto da una gran barba nera. La sua abilità nel commercio
è davvero sorprendente. Dovendo percorrere per lavoro il tratto pericoloso
tra Mendi e Tari, correva costantemente il rischio di una rapina. Così
ha deciso di mettersi in proprio. Dopo aver acquistato il camion ha fatto un
vero e proprio patto con i capi dei rascals: ne ha "adottato" un paio,
promettendo danaro e piccoli regali in cambio di sicurezza. Non dovendo più
preoccuparsi per le rapine, ha sviluppato una fiorente industria di biliardi
a nolo, espandendola in tutta l'area. I tavoli, acquistati sulla costa, sono
affittati fin nei più remoti villaggi oltre Koroba per due kina l'ora.
Bibilia si è costruito una bella casa con antenna parabolica e servizi,
grazie ai proventi. Vi abita da solo perché la tradizione vuole che moglie
e figli vivano separati dal capofamiglia. In aggiunta, ha spiegato con un certo
orgoglio, egli riesce a percepire uno stipendio dallo stato come assistente
sociale, senza lavorare. Tra Hagen a Tari abbiamo viaggiato sotto la sua protezione,
incastrati nel cassone del camion tra un tavolo da biliardo e dei grossi bidoni
di carburante: dodici ore ininterrotte di buche e scossoni. Eccesso di prudenza?
Forse. Ma due giovani conosciuti a Lakawanda, un ceco e un israeliano che avevano
scelto di muoversi da soli sui PMV locali, sono stati fermati e rapinati dai
rascals sulla via del ritorno da Tari. Come Marlow in "Cuore di Tenebra"
anche noi costatiamo che, in seguito alle esplorazioni ed alla "civilizzazione",
gli ultimi "blank space", gli spazi vuoti sulle carte geografiche,
sono diventati "place of darkness". La tenebra non sta nel cuore inesplorato
dell'Africa o nella marmellata verde della foresta in Papua, ma dentro di noi,
nei danni arrecati alle culture meno avanzate e all'ambiente, con l'esportazione
acritica del nostro modello. I tetti di lamiera per la raccolta dell'acqua piovana,
gli ospedali, i fusti di benzina, le canoe a motore sono una conquista per gli
abitanti della Nuova Guinea. Mentre sono una nostra sconfitta le violenze, frutto
di uno sviluppo squilibrato, il proliferare delle sette religiose, i rifiuti
gettati nei fiumi. Gli stereo d'importazione, accesi a tutto volume fin negli
sperduti villaggi prossimi al confine con l'Irian, ci rivelano che oggi l'omologazione
è globale e ha la stessa valenza della tenebra conradiana. E' il prezzo
da pagare perché nessuno sia più costretto a bere l'acqua color
caffellatte del Sepik.
Giuseppe Pompili