di Massimo B
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Atterriamo in Nuova Zelanda dopo 24 ore di volo, e la prima sorpresa una volta
usciti dall’aeroporto di Auckland è quella di trovare un sole rovente,
ma con l’aria frizzantina, tanto da rimanere con il pile ben abbottonato.
Stupiti ci guardiamo intorno, tutti girano in ciabatte e t-shirt e ci viene
da fare una considerazione alquanto banale: è normale che sia così,
è estate!
Beati loro, è come se da noi in Italia, nelle fredde giornate soleggiate
di febbraio andassimo al mare. Va beh, sarà colpa del vento gelido, quando
calmerà potremo alleggerirci anche noi.
Un minivan ci sta portando nel centro della città, dove pernotteremo
due notti, che saranno utili per ambientarci un po’ e naturalmente per
scoprire quanto più possibile di Auckland. Attraversiamo l’Harbour
Bridge ascoltando l’ultima hit dei Take That quando ci appare Auckland
adagiata sul golfo di Auraki in tutto il suo splendore, sinuosa come una ragazza
distesa su un fianco, i verdi promontori e le fiorite vallate, i grattacieli
sembrano uscire dal mare e su tutti domina la possente Sky Tower, la torre a
forma di antenna, simbolo di Auckland.
Di colpo passa la stanchezza, lasciamo gli zaini in albergo e, visto che sono
le 16.00 partiamo in avanscoperta, non c’è tempo da perdere. La
città si gira molto bene a piedi, a parte le salite e discese, dal porto
si raggiunge il centro in dieci minuti, e ci si rende conto che la grandezza
di Auckland è tutta periferia.
Passeggiando tra la folla cosmopolita osserviamo le decorazioni natalizie nelle
strade e nei negozi, e fin qui niente di strano, dato che è dicembre,
ma quando si vede Babbo Natale in costume da bagno sul surf o il presepe allestito
in vetrina tra pinne e maschere… La città è ordinata e pulita,
segno di una buona educazione civica, non si vede niente fuori posto, persino
i cestini per le cartacce sono carini da fotografare. In seguito, girando la
Nuova Zelanda, vedremo che in ogni città i cestini, come i lampioni e
le panchine, avranno i colori e i simboli maori diversi, in maniera da rendere
riconoscibile e caratteristico un posto piuttosto che un altro.
Il sapore dell’oceano ci accompagna ovunque ed è tangibile la passione
che i neozelandesi nutrono per le attività sportive legate ad esso, fin
da bambini crescono a pane e vela, o surf o sci d’acqua, lo si potrebbe
fare anche in Italia, visto che è quasi totalmente bagnata dal mare,
ma è molto più semplice dare ad un bimbo un pallone da calciare.
Solo in occasione delle prodezze di Luna Rossa, nell’America’s Cup
siamo diventati tutti skipper.
Visitando il golfo di Auraki con un battello il ricordo delle regate viste in
tv ad ore improbabili diventa vivo, ancor di più quando vediamo la barca
di Oracle trainata fuori dal porto per andare a fare allenamento.
Ammirare Auckland dal battello ha un fascino particolare e ammirarla al tramonto
dalla dirimpettaia Devonport è uno spettacolo assolutamente imperdibile.
Tornati sulla terraferma decidiamo di assaggiare il piatto forte della Nuova
Zelanda, l’agnello accompagnato da un buon vino rosso, ne vale proprio
la pena!
Abbiamo ancora una giornata da trascorrere a Auckland, e non vogliamo rinunciare
a salire sulla Sky Tower per avere una visione totale della città, dal
secondo e ultimo livello, 328 metri da terra, si ammira l’intero golfo,
con tutte le sue isolette collegate tra loro da battelli che fanno la spoletta
innumerevoli volte al giorno.
Da questa altezza sembra che ogni imbarcazione dia delle pennellate di bianco
su una tavolozza color smeraldo, ne vengono fuori delle figure degne di un bravo
pittore, e le tinte accese delle vele gonfiate dal vento colorano l’oceano
come arlecchino.
Essendo la Nuova Zelanda un paese giovane non si vedono tracce di un passato
storico, solo pochi simboli della civiltà maori, soppiantata purtroppo
da quella britannica, lo si avverte nella costruzione delle case nel tipico
stile inglese, nella guida a sinistra, nella chiusura delle attività
alle 17.00.
Anche le caratteristiche somatiche della popolazione ricordano molto quelle
dei nordeuropei, carnagione chiara e capelli rossi o biondi, niente a che vedere
con la civiltà maori, scuri di pelle, con occhi e capelli nerissimi,
e corporatura massiccia.
Salutiamo Auckland perché da adesso inizia il nostro viaggio alla scoperta
della Nuova Zelanda, a bordo di una Mitsubishi Colt, con la guida al posto del
passeggero, il cambio automatico e il freno si stazionamento da azionare con
il piede sinistro.
Massimo familiarizza con questa atipica situazione e si butta nel traffico,
pochi km percorsi e siamo già fuori città, le strade sono ben
asfaltate e con doppie corsie, i sorpassi si effettuano da destra, ma non è
poi così difficile, il bello viene agli incroci, quando bisogna girare
le rotonde al contrario!
Il nostro viaggio itinerante tocca diversi punti dell’isola del nord,
a cominciare da Thames, il centro abitato più grande della Coromandel
peninsula.
Sono caratteristiche le vecchie case ottocentesche che si allineano lungo la
via principale, alternate a pub di legno, costruiti all’epoca in cui la
corsa all’oro e il commercio del legno di Kauri ne avevano fatto una delle
città più grandi della Nuova Zelanda.
Proseguendo per Coromandel Town ammiriamo la costa con le suggestive calette,
popolate da uccelli marini, e grazie alla fioritura dei Pohutukawa, detti anche
alberi di natale neozelandesi, il paesaggio si tinge di un rosso acceso.
A Coromandel Town pranziamo a base di cozze giganti dal guscio verde, per cui
è rinomata, in effetti non c’è da meravigliarsi, sono assolutamente
le cozze più buone mai mangiate.
E’ difficile non fermarsi ad ammirare il panorama, si comincia ad entrare
nel vivo della natura, dal mare si passa ad un tripudio di vallate e altipiani
di un verde accecante, con fiori colorati e migliaia di mucche e pecore che
pascolano felici in questo paradiso terrestre.
Qui regna una quiete impalpabile, anche i centri abitati non sono mai rumorosi,
e le persone svolgono le loro attività senza alcuna frenesia, in pieno
relax.
Con un trenino saliamo su per la montagna attraversando la foresta fitta di
felci e alberi autoctoni, e una volta raggiunta la cima, lo scenario che si
presenta ai nostri occhi è mozzafiato, sotto di noi la baia, il cielo
azzurro fa da cornice a quello che sembra un quadro naif.
Pienamente soddisfatti torniamo a bordo della Colt, nostra compagna di viaggio,
pronti a raggiungere la prossima tappa, Rotorua. Calcoliamo gli spostamenti
tenendo sempre conto delle soste obbligate per foto e video, quindi la distanza
è come se raddoppiasse, infatti, dopo qualche ora ci rendiamo conto che
arrivare a Rotorua per la notte è impossibile, quindi decidiamo di pernottare
a Tauranga, importante zona per la coltivazione di Kiwi (frutto che, peraltro,
non abbiamo mai assaggiato).
Viaggiare in piena autonomia, senza vincoli di prenotazione, dà piena
libertà negli spostamenti e nelle tappe dove fermarsi, se lungo la strada
si vede un’indicazione di una cascata o di un parco, che non erano stati
inclusi nel tour studiato a casa, decidiamo di fermarci, arricchendo molto il
nostro diario di viaggio. Infatti l’indomani partiamo alla volta di Rotorua,
non prima però di aver visitato le MacLaren Falls, situate in un parco
rigoglioso, sono delle cascate dove viene praticato il rafting.
Finalmente arriviamo a Rotorua, detta Sulphur city (città dello zolfo),
perché presenta la più alta concentrazione di pozze di fango ribollenti,
di sorgenti termali e di geyser in piena attività. Ci rechiamo subito
all’ufficio turistico, situato in una grande costruzione che sembra fatta
di marzapane, per informarci su eventuali visite guidate presso i villaggi maori,
visto che a Rotorua c’è il più grande insediamento della
Nuova Zelanda.
Ohinemutu è il nome del villaggio maori situato sulle rive del lago,
dove ci apprestiamo ad entrare.
La cultura maori è tangibile, la storica chiesa e le innumerevoli statue
di colore rosso, il tutto avvolto nei fumi dei geyser, si respira un’atmosfera
mistica.
Entriamo in un piccolo negozio di artigianato e tra i diversi monili di legno
si materializza una donna maori tatuata in volto, Massimo le chiede se può
fotografarla, e lei annuisce contenta, tanto da lasciarci un biglietto con scritto
il suo nome, Lavinia Kingi.
Il lungolago di Rotorua, circondato da alti promontori è talmente romantico
che farci una sosta è obbligatorio.
Seduti su una panchina guardiamo i cigni neri che lentamente fluttuano nelle
immobili acque color argento, e pensiamo ancora una volta di essere felici per
aver scelto di visitare la Nuova Zelanda. Ci svegliamo di buon’ora e,
come ogni mattina, facciamo colazione a base di muffin accompagnati dall’immancabile
bicchierone di latte, talmente gustoso quanto ipercalorico, visto che ci sono
almeno tre dita di panna.
A cinque km dal centro si entra nella più grande e famosa riserva termale
di Rotorua, dal nome lunghissimo, Whakarewarewa, dove ammiriamo il geyser più
spettacolare dal nome Pohutu, che in lingua maori significa “grande spruzzo”.
E’ in piena attività, spruzzando acqua bollente fino a trenta metri
di altezza, almeno dieci volte al giorno, è uno dei tanti spettacoli
della natura.
Whakarewarewa è anche un importante centro culturale maori, dove si può
assistere alla danza tipica, chiamata Poi, durante la quale donne in costume
folcloristico fanno roteare palle di lino intessute con gesti ritmati.
Gli uomini invece si cimentano della Haka, una forma di danza che spesso viene
associata al canto di guerra che precedeva la battaglia, per questo è
diventata il simbolo della squadra di rugby neozelandese, i noti All Blacks,
che prima di ogni incontro, con concitati movimenti delle braccia ed espressioni
inquietanti del volto, cercano di spaventare la squadra avversaria.
Vedere questi uomini possenti sgranare gli occhi e fare le linguacce, udire
i colpi che si danno sul petto e sulle braccia, fa veramente impressione.
Il tour prosegue verso Taupo, il nostro obiettivo è l’elicottero
per un giro panoramico, della serie “non facciamoci mancare niente”.
Decolliamo dal lungolago e per un’ora e mezzo voliamo su quello che è
il più grande lago della Nuova Zelanda, Lake Taupo, appunto. E’
nato dopo una delle più importanti esplosioni vulcaniche di tutti i tempi,
dall’alto si gode di uno spettacolo fiabesco, dalle vallate punteggiate
da pecore e mucche fino ad arrivare ai picchi vulcanici del Tongariro National
Park.
Ngauruhoe, che nella saga de “Il signore degli anelli” è
chiamato Mount Doom, sembra un pandoro con tanto di zucchero a velo, a queste
altitudini le nevi sono perenni.
D’improvviso l’elicottero cambia direzione, e dopo qualche istante
si infila in un canyon piuttosto stretto, ci guardiamo spaventati e nello stesso
tempo divertiti, il pilota è avvezzo a questo genere di evoluzioni, noi
un po’ meno!
Una volta rientrati alla base lo ringraziamo per averci fatto provare emozioni
uniche.
Nei dintorni di Taupo visitiamo le Huka Falls, cascate del Waikato river, un
fiume importante che grazie alla potenza delle sue acque fornisce energia elettrica
attraverso una diga più a valle. L’acqua di queste cascate è
limpida e turchese e i suoi spruzzi danno vita a spettacolari arcobaleni.
A nord di Taupo c’è una zona denominata Craters of the Moon, che
si può visitare camminando su un sentiero attrezzato con passerelle.
Anche qui l’odore dello zolfo è forte, ci sono migliaia di pozze
in ebollizione, raggiungendo poi la sommità del punto più alto
si può vedere tutta la vallata, il lago e sullo sfondo gli imponenti
vulcani. Lasciata Taupo risaliamo per Hamilton facendo tappa ad Orakei Korako,
un sentiero pedonale permette di visitare le terrazze di silice grandi e colorate
per cui il parco è famoso, si va dal giallo più intenso al rosso
aranciato, dal bianco accecante al marrone più cupo.
Particolarmente bella è Ruatapu cave, una grotta naturale con una piscina
di acqua color giada. Pare che i maori la usassero per specchiarvisi durante
le cerimonie di acconciatura dei capelli. E’ trascorsa una settimana dall’inizio
del tour e di km ne abbiamo già fatti circa un migliaio, adesso torniamo
sulla costa a nord-est di Auckland, direzione Waitangi, nella Bay of Islands,
dove nel 1840 fu firmato lo storico trattato tra i capi maori della zona e i
rappresentanti del governo della regina Vittoria.
Il paesaggio cambia man mano che si sale verso il nord dell’isola, la
temperatura più mite trasforma i colori, dal verde brillante si passa
al verde cupo, e le colline non sembrano più ricoperte di velluto, bensì
di ruvida stoffa.
Sono comunque immancabili i capi di bestiame che ci hanno tenuto compagnia lungo
gli spostamenti. Una sosta la merita Whangarei, un centro abitato molto carino
con i negozi gremiti di gente, anche qui si avverte la frenesia del natale,
la corsa al regalo non è solo affar nostro. Io, in crisi di astinenza
per non aver addobbato la casa per la prima volta nella storia, entro in ogni
bottega per guardare le decorazioni natalizie e la nostalgia un pò si
fa sentire, ma un buon gelato mi riporta al presente e la malinconia lascia
immediatamente il posto alla felicità di essere qui.
La Bay of Islands è famosa per le sue spiagge, ci fermiamo per passeggiare
su quella grandissima di Pakiri, ma il forte vento ci fa cambiare subito idea.
La vita balneare come la intendiamo noi qui in Nuova Zelanda non esiste, il
mare è vissuto praticando attività sportive e le immense spiagge
sono un luogo come un altro dove fare jogging con i cani. L’ultima tappa
prima di riconsegnare la Colt, quando il contachilometri segna 2000 km, è
Orewa, che vanta una spiaggia riparata lunga tre chilometri, popolata da migliaia
di gabbiani.
Cerchiamo un locale dove gustare l’ultima cena neozelandese, a base di
bistecca di manzo e cosciotto di agnello, per imprimere bene i sapori di questa
terra che ci ha accolti con la gentilezza e con la buona educazione nel preservare
tutte le sue bellezze naturali. I neozelandesi riescono a conciliare i flussi
turistici ad un ambiente quasi selvaggio, senza rovinarlo, poiché la
Nuova Zelanda è prima di tutto uno sconfinato e incantevole parco naturale.
Dopo aver percorso 2000 km contromano ripartiamo da Auckland pieni di entusiasmo,
questa terra così lontana ha soddisfatto pienamente le nostre aspettative,
tranne una, all’inizio della recensione scrivevo, quando il vento gelido
si calmerà ci alleggeriremo, niente di più sbagliato, il freddo
ci ha accompagnati durante tutto il viaggio, anche se il sole è stato
un nostro valido alleato.
Quindi a chi volesse intraprendere un viaggio in Nuova Zelanda nei mesi estivi
consigliamo di non sottovalutare il freddo, e di mettere nello zaino un bel
maglione caldo e un bel cappellino…e tanta voglia di avventura!
Silvia
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MassimoB
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